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mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

mercoledì 26 aprile 2017

Recensione: Eppure cadiamo felici, di Enrico Galiano

Sai perché mi scrivo tutti i giorni sul braccio quelle parole, “la felicità è una cosa che cade”

Titolo: Eppure cadiamo felici
Autore: Enrico Galiano
Editore: Garzanti
Numero di pagine:
Prezzo: € 16,90
Numero di pagine: 384
Sinossi: Il suo nome esprime allegria, invece agli occhi degli altri Gioia non potrebbe essere più diversa. A diciassette anni, a scuola si sente come un’estranea per i suoi compagni. Perché lei non è come loro. Non le interessano le mode, l’appartenere a un gruppo, le feste. Ma ha una passione speciale che la rende felice: collezionare parole intraducibili di tutte le lingue del mondo, come cwtch, che in gallese indica non un semplice abbraccio, ma un abbraccio affettuoso che diventa un luogo sicuro. Gioia non ne hai mai parlato con nessuno. Nessuno potrebbe capire. Fino a quando una notte, in fuga dall’ennesima lite dei genitori, incontra un ragazzo che dice di chiamarsi Lo. Nascosto dal cappuccio della felpa, gioca da solo a freccette in un bar chiuso. A mano a mano che i due chiacchierano, Gioia, per la prima volta, sente che qualcuno è in grado di comprendere il suo mondo. Per la prima volta non è sola. E quando i loro incontri diventano più attesi e intensi, l’amore scoppia senza preavviso. Senza che Gioia abbia il tempo di dare un nome a quella strana sensazione che prova. Ma la felicità a volte può durare un solo attimo. Lo scompare, e Gioia non sa dove cercarlo. Perché Lo nasconde un segreto. Un segreto che solamente lei può scoprire. Solamente Gioia può capire gli indizi che lui ha lasciato. E per seguirli deve imparare che il verbo amare è una parola che racchiude mille e mille significati diversi.
                                                  La recensione
I romanzi young adult nelle mie corde li riconosco subito. Questione di allenamento, di letture per giovanissimi smistate con il lanternino: ora che il superlativo assoluto mi calza e non mi calza, come quel vecchio paio di jeans saltato fuori col cambio di stagione, sono diventato più selettivo nelle scelte. Eppure cadiamo felici faceva pendant con la mia vena malinconica sin dal titolo. Mi piacciono, si sa, protagonisti un po' così. Presi da hobby inconsueti, fuori posto, vestiti sempre nero su nero. Se non è chiedere troppo, magari, dotati di un'armatura superficiale di romanticismo difettoso, cinismo spiccio e inconsueto buon gusto. Nell'intimità perciò ci si chiama “Cosa” e “Articolo determinativo”, si impreca a suon di “Pianeta di merda”, suonano doverosi i riferimenti alle buste volanti di American Beauty e ai maiali (volanti anche quelli) dei Pink Floyd. Gioia, ribattezzata Maiunagioia, si imbatte nel cappuccio scuro di Lo una sera in cui vorrebbe scappare da tutto: i genitori che fanno tremare le palazzine popolari a forza di darsi addosso, il farfugliare di una nonna che solo la musica classica sa illuminare a sprazzi, un liceo in cui non è nel novero delle ragazze in. Lui si fa vedere di notte, temporeggiando quando si tratta di confidarsi. Hanno entrambi diciassette anni e sono strani, ognuno a modo suo. 
Lei colleziona termini intraducibili, se li appunta a penna sulle braccia e nei taccuini: la gente parla con il pilota automatico, filtra le conversazioni per colpa dell'insincerità, e Gioia resta fan delle parole intraducibili e delle persone limpide. Lui invece vaga con un barattolo pieno di pietre: un sasso per ogni posto importante in cui è stato; l'indizio di un dolore che minaccia di portarlo a fondo. Dove finisce il ragazzo quando a un certo punto scompare? E se per tutto il tempo fosse stato della stessa materia di cui sono fatti Tonia, sboccata amica immaginaria, e i sogni di una Gioia vittima del dubbio? Insomma, ci sono una ragazza sui generis che si innamora di un ragazzo sui generis. Sono felici finché dura. Ma c'è qualcosa che non va. Un segreto eluso, il mistero dell'assenza, il confine invisibile tra lucidità e palpitazioni. Qual è allora la differenza tra Eppure cadiamo felici e altri drammi del filone? L'autore, Enrico Galiano. Uno che dissemina poesie per la città riempiendo il mondo di bellezza. Uno che ama il suo mestiere sottopagato, e si vede. Un bel tipo davvero. Il professore che voleva essere John Keating fa il suo esordio nella narrativa, e ci mette la passione, la giusta profondità e gli adolescenti in carne e ossa a cui deve avere prestato ascolto tra i banchi. La lettura di Eppure cadiamo felici fila a meraviglia nonostante le quattrocento pagine – è intelligente, immediata, piena di spunti di riflessione vincenti.
Assenti: la furbizia del collega D'Avenia, i toni da grillo parlante, le frasi a effetto che ammiccano a Facebook. Purtroppo o per fortuna, ché dipende dai punti di vista, anche il dolore di un Raccontami di un giorno perfetto. Ho sorriso spesso, sperato forte, ma a un certo punto l'emozione avrebbe avuto bisogno di una spinta decisiva per prendere il largo. Discreto e di indole poetica, Galiano sceglie per i suoi personaggi bellissime fisse – le fotografie scattate ai passanti di spalle, un glossario unico nel suo genere – e ritaglia per sé un alter ego, il prof di filosofia, che risponde di buon grado ai buongiorno e alle domande a proposito della paura, dell'incomunicabilità, di un mondo contro. Ma, accoppiati dal destino, la guerra non è persa. In due si fa meno fatica a parare i colpi. A scuola da Galiano i sentimenti hanno le parole delle favole di Apuleio, e il mito parla proprio di Gioia e Lo. Psiche sposa Amore, ci dorme assime, ma non può guardarlo neanche alla luce di una candela: rotto il buio, volerebbe via. Perché non incontrarsi in pubblico e passeggiare sotto il sole? Il primo amore, quello lento e totalizzante, dev'essere per forza perdita di raziocinio? In Eppure cadiamo felice somiglia tanto alla via maestra scorta lungo un sentiero di sassolini. A un qualcosa di intraducibile, anche se l'autore ci prova. “Abbacinare” emagari”, mi ha insegnato, sono alcune delle parole care a Gioia Spada. Esistono solo in italiano. Prova a spiegarla a uno straniero, la storia di due che si attraggono e si accecano insieme; che l'interiezione deriva da un aggettivo greco, “felice”, e che insieme esprime il desiderio irrealizzabile che in fondo è, appunto, la felicità stessa. Una cosa che cade. Il punto preciso in cui hai perso le chiavi di casa. Un termine da coniare dal nuovo, per voi che alla felicità avevate rinunciato – come la volpe del proverbio con l'uva acerba. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: James Bay – Let it go