Visualizzazione post con etichetta Matteo Garrone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Garrone. Mostra tutti i post

lunedì 18 dicembre 2023

Italians Do It Better: C'è ancora domani | La chimera | Io capitano | Le otto montagne | La bella estate

Relegata a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però, l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo del focolare. Sempre con il grembiule da cucina, sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E, nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla, Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto. Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)

Alice Rohrwacher torna e incanta con una nuova fiaba bucolica in cui un tormentato Orfeo vive continue catabasi per riunirsi alla perduta Euridice. A unirli c'è un filo rosso, in una sceneggiatura in cui nessun simbolismo è lasciato al caso e al mito del poeta che commosse Proserpina si mescolano le suggestioni di quello di Arianna, salvezza di Teseo fuori dal labirinto. In una tragicommedia in cui la fotografia fuligginosa e la colonna sonora anni Ottanta riconfermano quanto prezioso sia il miscuglio di eccentricità e lirismo del cinema della nostra Rohrwacher, un ruolo chiave spetta al personaggio di Isabella Rossellini: qui irriconoscibile, è una nobildonna prigioniera della sua sedia a rotelle, dell'ossessione per la figlia scomparsa e di una magione che è un colabrodo. In cambio di qualche lezione di canto, l'anziana tiranneggia su una sua allieva che tratta come sguattera; all'apparenza servizievole, la giovane nasconde piccoli insospettabili segreti e seduce il fascinoso Josh O'Connor, tombarolo ospite di una baraccopoli dalle ore contate. Tutti aggrappati a mondi precari, destinati ora all'ospizio e ora alla galera, i personaggi rubano e vengono derubati, si illudono e vengono illusi, inseguendo ciascuno i propri sogni impossibili. Ma quanto è pericoloso preferire il vecchio al nuovo; i mausolei ammuffiti alle stazioni trasformate in centri d'accoglienza da manipoli di donne illuminate? Strambo e incantevole, forse troppo per un'Italia ostile all'audacia, La chimera è un apologo pieno di morte che, a sorpresa, si rivela uno dei film più vitali dell'anno; un tesoro che, come certi luoghi abbandonati, appartiene un po' a tutti e un po' a nessuno; un sogno agitato sui seggiolini scomodi di un regionale. Ma un sogno, finalmente, possibile. (8)

Un intrepido sedicenne con il sogno del rap e dell'Europa intraprende un estenuante viaggio della speranza dal cuore dell'Africa alle coste della Sicilia. Dirige Matteo Garrone, la cui bravura è ormai indiscussa da vent'anni a questa parte. Commuove l'esordiente Seydou Sarr, che nel primissimo piano finale, come già accaduto a Fonte in Dogman, entra a gamba tesa nell'olimpo del cinema italiano. Ma il problema di Io capitano è il seguente: visto il trailer, purtroppo, visto il film. Le tappe del viaggio del giovane sono tutte contenute in quei pochi minuti pubblicitari, tra dune e onde, prigioni e palazzi. L'esperienza umana, preziosa, si fa raramente anche esperienza cinematografica. E accade soprattutto negli sporadici momenti in cui il regista romano tralascia le tappe della sua canonica odissea per sconfinare nei territori visionari della fiaba. È allora che il film diventa qualcosa di più di un'edificante lezione di educazione civica, rivelandosi una riscrittura sorprendente del suo medesimo Pinocchio. Il nostro eroe dice bugie alla mamma, ha uno sfacciato Lucignolo come compagno di viaggio, viene derubato e sfruttato innumerevoli volte. Infine finisce in mare. All'orizzonte c'è la terraferma. O è forse la sagoma della famelica balena? Per fortuna, sappiamo in anticipo che diventerà un bambino vero. Anche se qualcuno al governo, oggi, lo negherebbe strenuamente proprio al sopraggiungere dei titoli di coda. (7)

Ogni amicizia è una storia d'amore. Non si può pensare che questo riflettendo sull'intensità che si annida nei “sovrumani silenzi” tra Pietro e Bruno; sulla persistenza di un sentimento viscerale, più che fraterno, costellato di lunghe attese e lunghi sguardi. Ispirandosi all'omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un topo di città e un topo di campagna uniscono le loro forze – dopo quindici anni di distanza – per rendere omaggio alla memoria del padre che li ha formati un po' entrambi. I registi di Alabama Monroe, coppia tanto nell'arte quanto nella vita, ci portano ad alta quota e riportano sullo schermo un'altra coppia amatissima: Luca Marinelli e Alessandro Borghi, che questa volta giocano con gli accenti dell'estremo nord e recitano con tutta la potenza della loro fisicità. C'è chi va, c'è chi viene. E c'è chi si aspetta. La costruzione della loro amicizia, graduale e faticosa, spezza le vene delle mani. E graduale e faticoso, per qualcuno, potrebbe essere anche questo film: una scalata lunga due ore, da cui si esce però con le mani fredde e il cuore caldo. Le otto montagne è lungo, lento, morbidissimo. Come un abbraccio improvviso, che prima ti spezza le ossa e poi te le rinsalda insieme – o viceversa. (9)

Dal classico di Cesare Pavese, un film modernissimo nella sua fedeltà Proprio come il romanzo che l'ha ispirato, il lungometraggio dell'ottima Laura Luchetti è un inno alla gioia, alla confusione, al piacere femminile. All'importanza del perdersi, a volte, per ritrovarsi. Morbido, delicato e sottilmente erotico, mostra attraverso le espressioni fuggevoli di un'intensa Yile Vianello – anche musa di Alice Rohrwacher – i dilemmi di una giovane sarta scissa fra campagna e città, uomini e donne; le fa da contraltare l'esordiente Deva Cassel, sì acerba, ma perfetta nell'incarnazione dell'ambiguo e bellissimo oggetto del desiderio. La bella estate si prende tutto il tempo che serve. È di una lentezza che avvolge, proprio come l'abbraccio in balera fra le protagoniste; proprio come la regia, materna, che veste di silenzi e verità l'unica scena d'amore. La colonna sonora cresce, così come cresce il personaggio di Ginia. Le stagioni si avvicendano, ma Torino resta sempre magica sullo schermo. L'avvento del fascismo è una notizia da tagliare fuori: basta chiudere le imposte. Piccole magie di un piccolo film, pieno delle simmetrie gelide della mia città d'adozione e delle asimmetrie di un caldo corpo in fioritura. (7,5)

sabato 25 gennaio 2020

Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest

Sotto Natale sono stato a vedere Pinocchio in una sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto, nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani, spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e magia. Diffidate da chi vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)

La fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo, peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare. Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario, brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare? Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura. Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però, s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi. Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia, tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)

Se in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili. Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore – faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli – protagonista di una corruzione fisica e morale che lo imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’ francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)

Un bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario: vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella – che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto, sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte, benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo svegliare. (7,5)

sabato 24 agosto 2019

I film che leggeremo: grandi classici

Little Women
25 dicembre 2019 (USA)
Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig, ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley, regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz. Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto. Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire – trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio – l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le simpatie dell’Academy.


Pinocchio
25 dicembre 2019
Sono cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini: insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari, poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’ la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante – questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica domanda: l’ennesimo live action, a che pro?


Cats
Natale 2019
È uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi, forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche autore del Fantasma dell’opera, Evita e Jesus Christ Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare. In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie alla struggente Memory, è diventato un film a quasi quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale – e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.


Ophelia
28 giugno 2019 (USA)
Essere o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni, trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo: quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana, potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.


Vita & Virginia
13 febbraio 2019 (USA)
Purtroppo non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice, accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando – caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West. Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario del taglio televisivo del tutto.


Martin Eden
4 settembre 2019
Dici Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London, schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo. 


Mademoiselle
29 agosto 2019
Non è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog, trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes, raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna, distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti. 

lunedì 31 dicembre 2018

[2018] Top 10: Mr. Ciak



10. Figlia mia
Un selvaggio melodramma al femminile dai colori accesi e gli impressionanti piani sequenza. Un romanzo di formazione purtroppo passato in sordina, con affascinanti sprazzi kitsch e interpreti al loro meglio. In terre, in film, in cui raddoppiano l'emozione, le mamme e l'amore.

9. Lontano da qui – The Kindergarten Teacher
Insieme alla Bispuri, il grande outsider della rassegna. L'amicizia tra un'insegnante e un piccolo poeta di cui salvaguardare il talento (anche appropriandosene), in un dramma pedagogico fra due estremi: la disattenzione degli adulti e le pressioni morbose di chi sogna un futuro migliore. Sullo sfondo, un mondo troppo distratto per i geni incompresi e le maestre con una missione, che fa orecchie da mercante davanti alla poesia del cinema indie.

8. Tonya
L'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspettavi. L'altro lato della medaglia. 

7. Hereditary – Le radici del male
La prima parte è una logorante tragedia domestica, la seconda una libbra di carne da pagare alle logiche di mercato. I pro bilanciano i contro, se a dirigere c'è un esordiente con la mano dei miniaturisti. Tutte uguali le famiglie felici, infatti, a modo loro quelle le maledette.

6. Dogman
Storia di cure affettuose e violenza barbara, è un noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde.

5. Roma
Piccola grande ode alla tenacia delle donne, alla quiete delle case in ordine, alle infanzie da non rinnegare mai, in cui si ricercano con successo l'arte e la poesia dappertutto. Assieme alla bellezza di una nuova meta, una seconda Roma, dove darsi appuntamento con la puntualità dei ricordi.

4. Il filo nascosto
Bello in ogni suo orlo, occhiata e increspatura, l'ultimo Paul Thomas Anderson è la dimostrazione di come la perfezione stilistica possa risultare respingente. Come un abito preso in prestito, al di fuori della nostra portata, che abbiamo paura di sgualcire. Ma che, nel mio caso almeno, non ha avuto il cuore di restituire al legittimo proprietario.

3. Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Un bagno di male da cui si esce annaspanti, grati, toccati: colpiti in pieno petto. Si perdona, ci si vendica. Si piantano i fiori, e una donna in tuta da meccanico se ne prende cura, perché ha un cuore nero ma il pollice verde. Si aspetta che un cerbiatto – un segno del destino, diremmo – torni a brucare. Alle porte di Ebbing, Missouri, finché c'è rabbia c'è speranza.

2. La forma dell'acqua
Magnifica creatura anfibia che sa conquistare le acque e la terra, uccidere, ridere e fare l'amore, questo novello La Bella e la Bestia a spasso nel Favoloso mondo di Amélie è un gioiello dell'emozione che rinnova in poltrona il colpo di fulmine per la settima arte. Quindi tuffatevi a recuperare quella scarpetta che se ne va alla deriva. A vedere come fa, un cuore di conchiglia in cui accostato l'orecchio puoi sentire battere e rombare il mare.

1. Chiamami col tuo nome
Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia assistere al risveglio della natura di Elio e Oliver. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura in persona, i cinque sensi, e uno spettatore che non vorrebbe cacciare mai gli innamorati da quel Paradiso su misura. Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più.

I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome), Harry Dean Stanton (Lucky), Marcello Fonte (Dogman);
Miglior attrice protagonista: Diane Kruger (Oltre la notte), Margot Robbie (Tonya), Tony Collette (Hereditary);
Miglior attore non protagonista: Michael Stuhulbarg (Chiamami col tuo nome), Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), Alessandro Nivola (Disobedience);
Miglior attrice non protagonista: Allison Janney (Tonya), Elena Sofia Ricci (Loro), Claire Foy (First Man).




Muchacha sexy: Matilda Lutz (Revenge), Ophélie Bau (Mektoube, My Love: Canto Uno), Lily James (Mamma mia! Ci risiamo);
Bello e impossibile: Henry Golding (Crazy Rich Asians, Un piccolo favore), Armie Hammer (Chiamami col tuo nome), Alessandro Borghi (Napoli velata);
La coppia più bella del mondo: Chalamet-Hammer (Chiamami col tuo nome), Blunt-Krasinski (A Quiet Place), McAdams-Weisz (Disobedience);
Nice to meet you: Lady Gaga (A Star is Born), Alex Wolff (Hereditary), Adriano Tardiolo (Lazzaro felice).


Sing it back: Shallow (A Star is Born), Mystery of Love (Chiamami col tuo nome), Never Enough (The Greatest Showman);
Psycho Killer: Blake Lively (Un piccolo favore), Michael Shannon (La forma dell'acqua), Edoardo Pesce (Dogman);
Will you recognize me?: Robbie-Jenney (Tonya), Alessandro Borghi (Sulla mia pelle), Toni Servillo (Loro).
Let's talk about sex: La pesca (Chiamami col tuo nome), Il bagno-acquario (La forma dell'acqua), Mezzogiorno-Borghi (Napoli velata).
Cry me a river: Il ballo (La forma dell'acqua), I titoli di coda (Chiamami col tuo nome), Il ritrovamento del corpo (Searching). 



sabato 2 giugno 2018

Mr. Ciak: Dogman | Loro 2

Il cane – uno di quelli minacciosi, con la testa grossa così: un pitbull – mostra i denti e ti ringhia contro. Potrebbe staccarti un braccio con un morso, se ti avvicinassi quel tanto che basta. Ma Marcello, che ai cani sussurra, lo rabbonisce con un biscotto e un nomignolo. Proprietario di un modesto negozio di animali in un quartiere malfamato, tutto slot machine e Compro Oro che fanno gola ai malintenzionati, si occupa di toelettatura, dog sitting e saltuariamente di concorsi di bellezza. Single, padre di una bambina che ama con la stessa dedizione che dedica ai clienti a quattro zampe, l'uomo ha modi carezzevoli e due occhi malinconici. Simone – uno di quei tipi nerboruti e rissosi, con la testa grossa così: un ex pugile – sferra pugni a destra e a manca e tiene quell'anonima città di mare in ostaggio del proprio terrore. Marcello però disinnesca anche mine vaganti, e quel bruto che teme segretamente il giudizio di mammà sa tenerselo buono con la cocaina finissima che, senza dare mai nell'occhio, contrabbanda. L'ultimo Garrone, accolto trionfalmente a Cannes, sembra John Steinbeck in una periferia da selvaggio West – sbuffi di polvere, risse dal nulla, vendette trasversali. Quella non è la Olbia dei notiziari, nonostante le somigli, ma una provincia favolistica in cui si parla un po' romano, un po' napoletano, un po' calabrese, e i confini – dello stato d'abbandono, della morale – sono flebili. Un Fonte da Palmarès, buono indistintamente con cuccioli e belve, fa il criminale per cortesia, il palo alle rapine per integrarsi – e per integrare nel vicinato, soprattutto, quel Pesce qui irriconoscibile e mal tollerato. Commette atti impuri mosso da un candore commovente (pensate: si intrufolerà in un appartamento svaligiato per rianimare un cagnetto messo a tacere nel cassetto del congelatore) e davanti alle prepotenze, allo storto, reagisce con un sorriso diplomatico e stupido. Perché è uno scricciolo, brutto come la fame, e gli tocca mimetizzarsi per non perire. Tutto, scongiura, ma basta gli acquazzoni notte e giorno. Tutto ma, per favore, lasciategli stare la figlia, con la quale cerca online paesi esotici che non visiteranno. Tutto, labbri spaccati, sgarbi e umiliazioni da collezionare, ma non il disonore che a un certo punto lo renderà persona non grata in un buco di mondo in cui tutti conosco di tutti vita, morte, miracoli e peccati. Storia di cure affettuose e violenza barbara, con il pericolo pulp intelligentemente raggirato ma risvolti finali affatto impensati, Dogman è fotografia pesta, gocce sull'acciottolato e spari a bruciapelo, noir che si affranca grazie al cuore grande del cinema d'autore. Nessun piano imperscrutabile, nessuna ricca refurtiva, nessun narcotrafficante internazionale. Atmosfere a parte, non è Gomorra. Poiché su scala ridotta, non è il crime estraneo da te. Sembra vicino, sembra normale, ma così non è. C'è voluta la verità di Wikipedia per realizzare che al delitto del Canaro – non ne ribadisco le modalità, per chi come me non conoscesse il caso che fu l'incubo mediatico degli anni '80 – ci si ispira soltanto a grani linee. Garrone cambia i nomi, i punti di vista, il finale, non rinunciando né alla limpidezza di uno sguardo compartecipe né ai suoi cari espedienti da fiaba nera. E emoziona, intenerisce, spossa, con una vicenda a briglia sciolta legata all'orgoglio di un omino con un soprannome da anti-eroe da fumetto. Senti di averla fatta tua, a tratti, ma sbagli. Non la addomestichi e non la perdoni. Complice quale sei, ti salvi soltanto se corri più forte, lontano, del cane che abbaia e che morde. (8)

Li avevamo lasciati in sospeso, con loro finalmente a un passo da Lui. Avevano reclutato abbastanza ragazze discinte, fatto abbastanza rumore, e la visione conturbante di quelle feste in piscina alla Martin Scorsese aveva attirato quel settantenne di botox non così menefreghista, non così leggero. Paolo Sorrentino, da bravo anfitrione, ha rinnovato il suo invito giusto in tempo per i Nastri d'argento e un nuovo governo che già fa discutere. Ci si sposta nel privè, dopo i bagordi: la musica martellante si placa e possiamo godere dei dialoghi recitati ad arte, delle riflessioni che partono da chi meno ti aspetteresti e della schiettezza che, un capitolo fa, si intuiva a intermittenza. Il Berlusconi di Servillo sembra il Riccardo III usurpato. Il protagonista sopra le righe di un romanzo picaresco, ancora, in cui il lieto fine, l'ascesa, sono ostacolati da mille perigli. Ci si distrare con il sonno del guerriero, le saune e le fiction Mediaset con la soubrette del momento per improbabile protagonista, le feste con sole ospiti del gentil sesso. Per dimenticare i sei ministri che gli remano contro; la moglie decisa a chiedere il divorzo all'indomani dell'ennesima intercettazione; il terremoto che fa tremare l'Aquila e gli elettori. In apertura si mette alla prova consultando le Pagine bianche e pianifica uno scherzo telefonico stupendo: si improvvisa per l'ultima volta venditore di sogni e immobili. Alla fine si confronta aspramente con la Lario, e una strepitosa Ricci rende agguerrito il testa a tesa. A metà, invece, una lunga festa per fugare il rischio della solitudine. Forse galantuomo, forse impotente, il politico si accontenta di vivere di bellezza riflessa e ricordi: si dà alle lusinghe, invita le ragazze a sederglisi sulle ginocchia come farebbe Babbo Natale, non le sfiora nemmeno con un dito. Sembra rendersi conto di quanto appaia paradossale e triste il tutto, del puzzo di nonno, soltanto Stella: ventenne seduta in un angolo che da grande, no, non vuole fare la escort. Lunga serie di colloqui serrati, inframezzati da stornelli napoletani e odalische vogliose, il dittico di Sorrentino è ritratto apolitico (diretto e interpretato con la maestria che si addice a un premio Oscar) di un uomo ora odiato, ora amato, che non vorrebbe soltanto la botte piena e la moglie ubriaca, bensì l'impossibile: fama e benevolenza. Da lì il dilemma del re, anzi, del Cavaliere: tanto temuto, tanto criticato. Nessuno vuole brindare alla sua salute, infatti; dargli la soddisfazione di mostrare gioia davanti al suo ultimo giocattolo. Eppure un tempo vendeva speranze. E qualcuno ci ha creduto. Qualcuno si è innamorato. Ora ha perso il tocco da affabulatore, il potere persuasivo? Berlusconi si mette alla prova. Si rende patetico. Un Piccolo principe all'inseguimento della sua rosa, che ha paura di morire vecchio e solo. Manca oggettivamente il disegno unitario, lo sguardo d'insieme, e non soltanto per l'affatto funzionale divisione in due parti. Per quanto altalentante, per quanto squilibrato, il film convince quando Sorrentino smette di fare Sorrentino, di inseguire i vizi dei lussuriosi Smutniak e Scamarcio in carrellate psichedeliche, e si concentra sul dramma profondo di una crisi coniugale che, in faccia all'avvocato, rifiuta di firmare la consensuale: quella tra l'Italia e l'ex premier che credeva nel fumo negli occhi, quella tra Veronica e Silvio. Finalmente, insomma, loro due. (7,5)

giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis EyesThe Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, WaitSuburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm

lunedì 15 giugno 2015

Mr. Ciak: Il racconto dei racconti, Maggie, Insidious 3, Stuart - A Life Backwards, Mia madre

Una regina che davanti ai lazzi dei giullari di corte non ride. Lo sguardo serio, il grembo vuoto: il desiderio di un erede. Un re straniato dal mondo, il suo bizzarro animale domestico e quella figlia sfortunata data in moglie a un orco che non conosce tenerezza. Due anziane sorelle che sperimentano l'amore – e la depravazione – di un nobile smanioso: per magia, una ritrova la sua lontana gioventù; l'altra, nella sua casupola di paglia, sogna la vita a palazzo e la perduta compagnia della sua confidente. Tre storie che si completano, nelle loro cupe mancanze e nel bestiale desiderio di possesso che muove, come pedine, tutti i personaggi. Sovrani sudditi di sogni che non possono sognare. Tre storie tra tante, tratte da una Bibbia visionaria e fiabesca di più di qualche secolo fa: Lu cuntu de li cunti. Poesia in lingua napoletana che ho scoperto nei miei esami più recenti, nelle origini campane dei miei, nell'ultimo Garrone. Un Garrone internazionale, grande più del solito, che con un cast che grande lo è altrettanto va alle radici scure delle fiabe antiche. Alla scoperta della nostra grande meraviglia; alle radici dell'incanto. Per definizione, ciò che suscita ammirazione. Presentato a Cannes accanto alle ultime fatiche di Sorrentino e Moretti, amato e odiato, Il racconto dei racconti è una produzione sontuosa e, per la resa visiva e il puntuale lavoro dei caratteristi, per il budget elevato e l'audace voglia di fare, verrebbe da dirgli che non sembra italiano. Ma è un complimento? Che è orgogliosamente italiano ho voluto ricordarlo, invece, io orgogliosissimo, a ogni piano sequenza, a ogni campo lungo, a ogni scorcio dipinto: gli attori non recitano davanti allo schermo verde. E' tutto lì. E' tutto nostro. Si vedono la premura degli arredi e i fili dei costumi, la solidità dei castelli e le sfumature della lingua, mentre Desplat mette in musica e Garrone si occupa dell'orchestrazione. Poco importa se il minutaggio eleva qualche personaggio a protagonista per un giorno, in questo grottesco racconto corale, e ne condanna un altro a vivere da subalterno – è il caso dei divi Salma Hayek e Vincent Cassel, messi in un angolo, sul finale, dalla diciassettenne Bebe Cave, bellezza meno appariscente di quella della desnuda Stacy Martin, ma intensa forse più dei tanto annunciati fiori all'occhiello. Il lusso della corte, i giullari, le voci acute degli evirati cantori, favole aspre che esistevano ben prima dei Grimm: il Barocco – affollato, misterioso, tremendo – che si fa film e, tra tante scene madri, la corsa nel labirinto, la cena a base di cuore di drago, un ritorno a casa nel sangue, viene immortalato nell'immagine conclusiva. Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà, mentre giù ora si muore in miseria e ora si festeggia sguaiatamente una festa che arriva e, tanto, subito va via. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo. (8)

Schwarzenegger, padre di una figlia che sta per trasformarsi in una creatura da film dell'orrore e la prospettiva del trash. Mosse da wrestling, botte sonore, magari zombie che arretrano, spaventati: sono loro ad avere paura di uno che è una mezza leggenda e che, sulla soglia dei settanta, continua ad avere un fisico invidiabile, nonostante i pettorali inizino a sgonfiarsi e le rughe a scavarsi come nell'acciaio. Invece Maggie, storia di ultime volte, di figlie condannate a morire prima dei loro genitori, di padri e madri che impazziscono per il troppo dolore, con i ritmi e le tonalità dei drammi indie, non solo mi ha positivamente scosso, ma mi ha strappato – in quel finale forse retorico, ma che in ogni caso avrebbe fatto male – una lacrima. Grave che la visione di un Arnold sedentario, invecchiato, e di un'adolescente che sta perdendo se stessa, e la possibilità di scegliere tutti i suoi domani, mi abbia commosso? La vicenda, con il pretesto di un horror modesto e uno sviluppo di un languido intimismo, è un appello a non perdere la nostra umanità; un invito a non lasciare che la bellezza deperisca brutalmente; un conto alla rovescia verso un'apocalisse di famiglia e una scelta di vita o di morte. La solitudine della quarantena o quel fucile che è a portata di mano? La risposta, ardua, in una meditazione davanti al capezzale di lei: un'adolescente che si chiama come un fiore e che sta perdendo i petali, la pelle, il senno. Abigail Breslin, cresciuta Little Miss Sunshine, più passano gli anni e più si scopre in gamba; e ha solo diciotto anni. Brava, tanto che il trucco grigiastro è un dettaglio: ci mostra la trasformazione attraverso altre vie, come solo lei – e pochi altri giovani talenti – sanno fare. Con tutto il bene che gli svuole, Arnold Schwarzenegger – che qualche volta ci ha fatto ridere, qualche volta ci ha intrattenuti con scazzottate formidabili – altrettanto bravo non è, ma veicola tanta intensità, qui, nonostante le sue poche espressioni. Con l'età, ha imparato anche lui a piangere. In una storia triste – anche se è più triste il lavoraccio svolto dai titolisti italiani: Contagius? – che parla marginalmente di epidemia e delicatamente di un sangue che non è acqua. (7)

Nell'arco di una sola visione, qualche anno fa, avevo eletto il primo Insidious a mio piccolo cult. Un horror dei più tradizionali in circolazione – con nebbie, mostri all'improvviso, salti dalla poltrona – e la regia magnetica di quel James Wan che, sono certo, in futuro saprà fare grandi cose. La sua cifra stilistica, semplicemente inconfondibile. Insidious mi era piaciuto per il mistero, l'inquietudine sottile del non detto, il finale mozzato. Avevo pacificamente accettato il sequel, nonostante la sua dubbia utilità, per il ritorno del cast originale, per una regia capace di dare gradite conferme e perché certe lacune andavano colmate. Come tutti i sequel di questo mondo, Oltre i confini del male voleva dire – e fare – troppo, ma il risultato era mediamente sufficiente. All'annuncio di questo prequel, arrivato al cinema nel periodo dei sonnolenti horror estivi (in confronto The Lazarus Project è imperdibile, anche solo per la Olivia Wilde), ho subito immaginato il disastro. Senza Wan al comando, senza la sfortunata famiglia Lambert, sarebbe stato un altro stupido teen horror. Dovevo fare il veggente a pagamento, dite? Insidious – L'inizio, con una protagonista rubata a Disney Channel e la storia di un'adolescente bloccata a letto, tormentata da uno spirito molesto, è anche più inutile e evitabile del previsto. Siamo, infatti, dalle parti di Ouija: attori messi lì a caso, dialoghi imbarazzanti, situazioni irrisorie. A farci una magra figura, soprattutto la medium di Lin Shayne: nostra vecchia conoscenza che qui scopre di avere un senso dell'umorismo – ma perché, dico io? - e si comporta un po' come la Carrà, un po' come la De Filippi, in un episodio paranormale di C'è Posta. Leigh Wannell, che sei alla regia e pure nel cast, vuoi tu aprire la busta ad apparizione di mamme defunte e mariti trapassati, discutibili nuovi villain e stentati rimandi al primo film? Io, cari Maria e Leigh Wannell, la chiuderei anche qui. Dove il tre nel titolo è presagio della desolante valutazione globale. (3)

Era l'anno in cui ai Bafta un giovanissimo Andrew Garfield trionfava grazie a Boy A. Recuperato, quello, lo scorso anno. Amato tanto e odiato altrettanto. Impresso a fuoco, dentro la memoria, come uno dei lungometraggi più tristi e tosti, nonché inaspettati, visti trecentosessantacinque giorni fa. Consigliato subito, ad oltranza, perché quel piccolo film per la televisione con un protagonista grande andava reso noto. Così lo avevano recuperato colleghi blogger come Lisa, di In Central Perk, e a loro volta lo avevano consigliato. E' Lisa, quest'anno, a ricambiare il favore: mi ha fatto conoscere infatti Stuart – A Life Backwards che per un gioco del caso, sempre ai Bafta, sempre in quell'annata, era in lizza per il Miglior Attore Protagonista. Trasposizioni, i film per la tivù, di due romanzi; tragiche storie vere dal sapore amarissimo. La pellicola in questione, una coproduzione BBC e HBO, ha avuto un destino meno fortunato: in Italia non è mai giunta e, al contrario di quella folgorante parabola di seconde possibilità non ha mai vissuto un breve passaggio sul grande schermo. E che peccato. Se Stuart – A Life Backwards risente un po' nella resa di stilemi e montaggi televisivi, dal punto di vista delle interpretazioni sa offrire prove di una potenza clamorosa. Ispirato al romanzo di Alexander Masters, è un inconsueto biopic su un Signor Nessuno. Trentatrè anni, una vita sciagurata vissuta tra l'umidità dei sottopassaggi e le sbarre della galera, il profilo sbilenco di un barbone, la fedina penale di un tossico. Alexander, suo amico per caso, si domanda quand'è che è cominciata la sua infelicità. Quando quell'individuo dolente, buffo, a modo suo intelligentissimo è stato iniziato alla violenza? In un'ora e mezza, alla rinfusa, ci spieghiamo il perché delle sue cicatrici stermiante, del suo passo claudicante, dei suoi crimini scellerati. Quand'è che Stuart non ha avuto più scelta di essere una persona normale? Gli abusi e la prigione, il fallimento della convivenza e la scoperta della malattia rievocati in una conversazioni tra “quasi amici”: Alexander, ironico e perfettino, e Stuart, che prende tutto sul serio e non afferra i doppi sensi. Come nella migliore tradizione inglese, si ride e ci si emoziona senza furberie: tanto umorismo, tanto candore destinato a sporcarsi, tanta ingiustificata rabbia. E, rubato alla tradizione inglese, Benedict Cumberbatch, la dizione perfetta e i modi da lord, ma un non so che – vero che mi volete lo stesso bene? - continua a rendermelo anonimo. A strappare consensi e vene, piuttosto, un magnifico Tom Hardy. Questo omaccione pieno di tatuaggi che ogni volta mi stupisce, migliorandosi. Qui, usa la voce come puro strumento di commozione. Qui, ancora sconosciuto, prima che Warrior lo lanciasse e Locke lo consolidasse a talento indiscusso, è forse più bravo che mai. Una prova di maniacale mimetismo, con le grandi urla e i minuscoli atti di gentilezza: la lingua impastata dall'alcol, i lividi del corpo ben esposti, quei borbotii indistinti che non saprei da dove iniziare per descriverveli. E si piega come un giunco, Hardy, insieme a un personaggio piegato da un'indicibile tragedia, in una performance viscerale, fisica, cerebrale che mi ha ricordato l'ultima di un Heath Ledger che è ormai leggenda. Il finale, anche se già annunciato, non strazia purtroppo di meno. Come si recita, come ci si fa ricordare a lungo: comprenderlo attraverso film che in sala non arrivano. (7,5)

Se non fosse per il gran rumoreggiare per la mancata vittoria a Cannes, di Mia Madre – visto senza entusiasmi una sera – non vi avrei parlato. Non mi è piaciuto e non mi è dispiaciuto, nel suo essere convenzionale e noiosamente nella norma. Parlo, lo premetto, da non amante del cinema di Moretti: un autore che conosco volutamente poco e di cui ho visto l'essenziale. Magari mi avrebbe convinto così, con la storia semplice di una regista di mezza età alle prese con un film difficile da girare, un grande attore impossibile da gestire e, fuori dal set, una madre che non si alza più dal letto. C'è la Buy che invece interpreta il ruolo della Buy – convincente, perché nevrotica e urlante come da vent'anni a questa parte; e se c'è una cosa più irritante della Buy che urla, poi, la Buy che urla “Azione! Si gira!” – e un Turturro esilarante, nonostante la produzione ingessata. Il Moretti attore, inoltre, si ritaglia la parte, per fortuna minore, del fratello perfetto. Non c'è un'analisi dei rapporti familiari, lo strazio immane – quando in molti lo paragonavano al crudele e magnifico Amour -, né la banale ma necessaria trasformazione interiore della protagonista. Professionista anaffettiva che, sin dall'inizio, mi è parsa francamente sempre buona e che quindi non diventa più buona col tempo: parlo da (non) professionista anaffettivo? Non si sente il bene, il senso di famiglia, non si raccolgono le lacrime di una dedica che avrebbe potuto essere più immediata. Da figlio, non ho percepito la doverosa angoscia, io che da bambino – attratto e terrorizzato dalla morte – mi struggevo per quella lontanissima dei miei, che adesso non hanno neanche cinquant'anni. Da genitore, mio padre si è addormentato in poltrona. A emozionare non emoziona. A sorprendere non sorprende, con una regia standard, una scrittura modesta – interessante la descrizione della vita del regista, assai meno l'agiografia della santissima insegnante delle scuole pubbliche, di inspiegabile piaggeria - e un cast, tra comparse e comparselle, in cui non tutti sono all'altezza della situazione. Mia madre è il drammone esistenzialista con tutti gli elementi che chi odia a spada tratta il cinema italiano rimprovera, e a giusta ragione, al cinema italiano stesso: autoreferenziale, monocorde, barboso. Incapace di guardare oltre. A volte, nel pregiudizio altrui, c'è come un sesto senso. (5,5)