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giovedì 21 maggio 2026

Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke

| Un raggio di buio, di Ethan Hawke. Sur, € 8,75, pp. 270 |

Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?

Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.

Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood

mercoledì 22 aprile 2026

Coppie stellari: Cime tempestose | The Drama | È l'ultima battuta? | Song Sung Blue

Bisbetico come i suoi protagonisti, si è divertito a lasciarsi odiare. Ma dopo un inizio maleducatissimo, con una vistosa erezione nei pantaloni di un condannato, Cime tempestose si rivela un melodramma più classico del previsto. E l'ennesima conferma, tra opulenza e fetish, del cinema di Emerald Fennell. Laureata in Letteratura, la regista è devota a Brontë, ma soprattutto ai sogni sognati da adolescente. Una volta pubblicato, un romanzo appartiene più a chi lo legge che a chi l'ha scritto. La relazione con Isabella, allora, assume sfumature BDSM; i muri ricordano la carne viva; l'albume d'uovo gocciola come liquido pre-eiaculatorio. Inquieto, sensuale, giocoso, potrebbe non piacere per la patina estetizzante e per quei protagonisti troppo belli per essere veri – qualche dubbio permane per Robbie, ma Elordi divora la scena con un magnetismo da vecchia Hollywood. È il cuore del romanzo a restare immutato. Nero, cattivissimo, intossicante: tanto da farci sperare e arrabbiare dopo duecento anni. Io credo in Fennell. E in questo cinema fatto di gemiti soffocati, carni tremule e umori viscosi, in cui i classici ottocenteschi tremano – magari poco prima di tornare tra noi, come la Creatura di Frankenstein dopo la scintilla. (7,5)

Il matrimonio è la tomba dell'amore? Kristoffer Borgli – norvegese come Joaquim Trier, e come Joaquim Trier debitore ai drammi da camera di Bergman – ci pone la stessa domanda della serie TV Something Very Bad is Going to Happen. Questa volta, però, siamo nei sentieri già battuti dai nostri Confidenza e Perfetti sconosciuti. E a convolare a nozze sono due stelle di Hollywood, Robert Pattinson e Zendaya, che brillano come sempre per bellezza e spontaneità anche lontani dai rotocalchi. Lei ha un segreto risalente all'adolescenza, annidato tra le paure più recondite degli americani; lui, inglese di buona famiglia, all'improvviso tituba. Si ride a denti stretti. Si ammira il talento del duo. Si applaude la brillantezza della sceneggiatura – di quelle originali e ben scritte, da candidare agli Oscar. Ma questa commedia un po' rosa e un po' nera, scandita dai ritmi ossessivi dei thriller psicologici, rischia di afflosciarsi come un soufflé in una seconda parte più convenzionale. Tra cuori infranti e nasi tumefatti, resta un po' di amaro in bocca: nonostante un epilogo più dolce del previsto. (7)

E se il migliore film di Bradley Cooper fosse il suo flop più grande? Con A Star is Born e Maestro, l'attore e regista americano ci ha abituati a un cinema classico, solido, strappa-Oscar. Questa volta cambia genere, ritmo e respiro, preferendo ritagliarsi un ruolo marginale e sposare i tipici toni del Sundance: così facendo, purtroppo, è passato in sordina tanto in patria quanto in Italia. Storia di una crisi coniugale tra cinquantenni, È l'ultima battuta? racconta la nuova routine degli strepiti Laura Dern e Will Arnett: lei, ex pallavolista, si rilancia nel mondo dello sport agonistico e sperimenta le app d'incontri; lui, già voce del malinconico Bojack Horseman, esorcizza la depressione imperante con la stand-up comedy. Il risultato è una commedia amara e adulta nello stile di Noah Baumbach, ma anche sorprendentemente sentimentale come quelle a cui ci ha abituati Cameron Crowe, dove le verità della terapia di coppia riecheggiano tra le risate di un pub affollato. Tutti vogliono essere felici. Ma gli ultimi romantici osano essere infelici insieme. (8)

Quanto appeal può avere il biopic su una coppia di sconosciuti che canta cover di Neil Diamond? Nessuno, pensavo. A sorpresa, invece, nella stessa settimana di Sanremo, mi sono scoperto in una valle di lacrime. Profondamente radicato nella provincia americana, il film musicale di Craig Brewer racconta di un duo affiatatissimo nell'arte e nella vita: lui veterano di guerra, lei parrucchiera, lasciano che il canto metta armonia in vite altrimenti fragili, caotiche, sciagurate. Al centro di gioiose performance live, Hugh Jackman e la candidata all'Oscar Kate Hudson – qui belli e struggenti come non mai – mostrano quello che succede quando le luci dei riflettori si spengono e i lustrini, infine, sono da riporre. Il dramma irrompe, imprevisto. E spezza la voce. Cosa resta di un duo quando un componente viene meno? In questa vicenda ordinaria ma bellissima, di epifanie tardive e sogni da rispolverare, nemmeno il peggio ucciderà la voglia di cantare. Lo spettacolo, come d'altronde la vita, deve continuare. (7,5)

giovedì 19 febbraio 2026

And the Oscar goes to: Hamnet | Sentimental Value | Train Dreams | L'agente segreto

Quando s'incontrano, Agnes Hathaway chiede a un giovane William Shakespeare di raccontarle una storia. Lui sceglie il mito di Orfeo e Euridice, dove il protagonista ha la peggio contro l'aldilà. Si può forse vincere la morte? La domanda torna spesso nell'ultimo Chloé Zhao: l'adattamento di un romanzo che, al cinema, trova una struttura più lineare, il fuoco creativo del teatro, nessuna parola superflua. Sul grande schermo, parlano gli occhi di Jessie Buckley: una forza della natura, affiancata dal sempre malinconico Paul Mescal. Le foglie sussurrano, come in Terence Malick. E gli archi di Max Richter urlano. Come si racconta il più inimmaginabile dei dolori? Di recente, succedeva lo stesso anche in Sentimental Value: lo si mette in scena. Lo strazio di una coppia, in questo modo, diventa lo strazio di tutti. Alla fine, Shakespeare ci è riuscito: a differenza di Orfeo, ha imbrogliato la morte. Hamnet ci ricorda la sua vittoria, e il suo dolore, più grandi: una ferita ancora aperta – e nostra – cinquecento anni dopo. (9)

Per fortuna, le famiglie infelici restano pur sempre infelici a modo loro. Lo sa bene Joaquim Trier – scandinavo, come Ibsen e Bergman –, tornato alle voci off, ai personaggi spigolosi, al talento di Renate Reinsve. Sentimental Value non ha bisogno di stupire: teatrale e rigoroso, è retto unicamente da recitazione e scrittura. Quanto spazio ha la sincerità nella famiglia di un cineasta? È la domanda che si pongono le figlie di un regista, l'immenso Stellan Skarsgard, alla notizia che la loro casa diventerà il set del suo prossimo film. È autobiografico? Lo chiede spesso l'insicura Elle Fanning, fragile stellina di Netflix pronta a fare il salto al cinema d'autore. Ma ogni questione è destinata a essere elusa, in un dramma da camera in cui i sentimenti si tacciono e le lacrime scorrono libere solo in scena. Ci si lascia andare sul set e basta – nel porto franco in cui la vita imita l'arte, l'arte la vita, e i copioni giungono come mani tese. Per capire come elaborare il presente e il passato. E, magari, insieme, affrontare il futuro. (8)

Ci sono quei film che ti riconciliano col mondo. Train Dreams – arrivato in sordina su Netflix, ma, stando a me, il più bello della scorsa annata – è uno di quelli. Impermeabile alla violenza, granitico e taciturno, Joel Edgerton è un taglialegna con il sogno di aprire una segheria accanto alla moglie Felicity Jones. Ultimo esemplare di un piccolo mondo antico, si muove in un'epopea fatta di duro lavoro, lunghi silenzi, rare epifanie. Nel frusciare degli alberi, a volte, i suoi sensi di colpa si trasformeranno in fantasmi. Ma basteranno i racconti del boscaiolo William H. Macy, le conversazioni con la guardia ambientale Kerry Condon, per tornare a far pace con Madre Natura: indifferente come in Leopardi, forse, ma dalla bellezza consolatoria. Lirico, mistico, contemplativo, il western di Clint Bentley è un film di uomini minuscoli e alberi immensi. Una parabola alla Manchester by the Sea, filtrata attraverso il cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. Un cinema pieno di grazia, che non dimentica mai di essere anche letteratura. (10)

Ogni anno, agli Oscar, arriva il film che piace a tutti ma non a me. Quest'anno il mio incompreso resterà L'agente segreto. Premiato prima a Cannes, poi ai Golden Globes, non è il thriller di spionaggio che qualcuno ha giurato fosse. Il protagonista, interpretato dal fascinoso Wagner Moura, è un insegnante universitario dal basso profilo: ha pestato i piedi alla persona sbagliata – il perché si perde nel chiasso del Carnevale di Rio, tra tagli ai finanziamenti pubblici e militari cialtroni – e ha un paio di sicari alle costole. Un po' western, un po' commedia familiare, un po' horror, un po' dramma della memoria, salta senza soluzione di continuità da un genere all'altro e il risultato – doppiamente confusionari per chi, come me, ne sa poco o nulla di storia brasiliana — appare la versione più sbilanciata dell'ultimo Paul Thomas Anderson. Ad aggiustare il tiro è una chiusa circolare, che tira in ballo nastri d'archivio e strizzate d'occhio al cult Lo squalo. Ma servivano 160 minuti? Soprattutto, non sarebbe stato meglio premiare l'universalità di Park Chan-Wook? (6)

lunedì 29 dicembre 2025

La mia top 10: i migliori film del 2025






10. Wicked: For Good 

Aspettarlo ha scandito meglio il mio 2025. L'attesa è stata più magica del film in sé? Forse. Ma non vivevo un'esperienza cinematografica così sentita dai tempi della saga di Harry Potter.

9. Twinless

La quota indie. Una black comedy sull'incontro tra due solitudini. Perché perfino il lutto diventa qualcosa da invidiare, quando sei solo al mondo. 

8. After The Hunt – Queer

Doppio film, doppio Guadagnino. L'eleganza degli script teatrali contro i trip lisergici dei romanzi di Burroughs, Roberts contro Craig. La provocazione, e la classe, sono comunque di casa.

7. Here

Quest'anno ho salutato la casa in cui sono stato negli ultimi dieci anni. Ho perso il mio gatto, Ciro. Quando sono tornato alla base, a Natale, ho scoperto tutto più estraneo e vuoto; tutti cambiati. L'incanto di Zemeckis mi ha fatto far pace con il divenire inevitabile.

6. I peccatori – Bring Her Back 

Una grande annata per i film di genere. Ma se l'ibrido di Coogler punta già agli Oscar, domando attenzioni e giustizia per l'opera seconda dei Philippou. Sally Hawkins, spaventosa e struggente, è molto più iconica della villain di Weapons








5. L'amore che non muore – Emilia Perez

Due film pazzi, pieni di musica e pallottole volanti, francesissimi. Un cinema che è dinamismo puro, di cui godere sullo schermo più grande possibile. 

4. The Brutalist

Una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson. Un grande romanzo americano. 

3. Io sono ancora qui

La tragedia dei desaperecidos in un film sulla forza delle donne. Torres nella performance dell'anno. 

2. Una battaglia dopo l'altra 

Il cinema di Paul Thomas Anderson è una cosa meravigliosa. Quando inneggia alla rivoluzione, di più.

1. Train Dreams 

Un film di uomini minuscoli e alberi immensi, filtrato attraverso lo sguardo del cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. 

venerdì 12 dicembre 2025

Il cinema in libreria: Big Fish | Il profumo | Che succede a Baum? | Brian

È il miglior film di Tim Burton nonché uno dei miei preferiti. Mi ha insegnato la magia delle storie – forse, perfino più dei libri stessi – e l'abc per raccontarle. A lungo, non ho mai sentito il bisogno di recuperare il romanzo. Come si può essere all'altezza di un capolavoro cinematografico? Edward Bloom sta morendo. Costretto a casa, fa i conti con una malattia terminale e col rancore del figlio. Chi è stato davvero quel novello Ulisse che si è sempre sognato un pesce grosso? Tra biografia e elogio funebre, Big Fish mescola realtà e immaginazione, ricordi e mistificazioni, nello stile di Calvino. Scritto con l'inchiostro liquido della memoria, il romanzo non ha gli asfodeli del film. Il tempo non si ferma quando Edward conosce Sandra, e non ci sono città fantasma in cui le scarpe penzolano dai fili della luce. Meno d'impatto di Burton, Wallace ha però in serbo avventure alternative e un'immutata magia. Ormai al capolinea, Edward pensa di aver finito il suo repertorio di aneddoti. Ma ha un erede pronto a preservarli e tutta la morte davanti a sé. Se il suo corpo sembra al centro di una muta, perfino esalare l'ultimo respiro può rivelarsi un'altra storia. Un'altra trasformazione. Un'altra avventura. ★★★★

Rimando la lettura del romanzo di Patrick Süskind da vent'anni. Speravo di dimenticare, nel frattempo, la visione del film. Ma non è possibile passare un colpo di spugna sulle gesta e i delitti di Jean-Baptiste Grenouille, né sul finale a cui è destinato. Nato sul bancone di una pescheria, il protagonista ha cuore glaciale e un naso sopraffino. Prima garzone, poi eremita, infine assassino seriale, Grenouille si muove a caccia di bellezza. Il suo desiderio: scardinare il mondo, trasformandolo nel giardino dell'Eden. A metà tra Hannibal Lecter e Tom Ripley, Jean-Baptiste punta all'eccezionalità. O, forse, a essere semplicemente come tutti gli altri. Imprevedibile, lussureggiante, visionario, Il profumo è una fiaba nera scritta come i capolavori del gotico – a tratti, però, ho trovato insostenibile l'assenza di discorsi diretti. Padrone dell'arte degli alchimisti, l'autore coreografa una lunga orgia sensoriale e carpisce finanche l'essenza dei fiori più rari. Anche a costo di ubriacarci tutti.  Andrebbe letto, perciò, con estrema parsimonia. Poche gocce prima di andare a dormire. Nudi – e con una notte di incubi davanti. ★★★½

A novant'anni appena compiuti, l'adorato Wood Allen esordisce come romanziere con una commedia perfettamente nel suo stile. Caustica e brillante, ma senza grandi sorprese, sembra proprio una sceneggiatura delle sue. Che succede a Baum? Scrittore pretenzioso e pedante che si sognava il novello Dostoevskij, a cinquant'anni fa i conti con un matrimonio in crisi (il terzo), una carriera da rilanciare (nonostante un'accusa di molestie sessuali), un figliastro in attesa di vincere il Booker Prize (con un vergognoso scheletro nell'armadio) e una cognata troppo bella per un imbelle (inoltre, sembra proprio la reincarnazione dell'amore più appassionato del protagonista). Il destino, al solito beffardo, si divertirà a sparigliare le carte. Strutturato come un soliloquio, il romanzo garantisce un nuovo alter-ego al maestro newyorkese e, seppur lontano dal capolavoro di Philip Roth, diverte con una lamentazione che avrebbe fatto sentire Portnoy meno incompreso. Impossibile non leggerlo immaginando le voce di Oreste Lionello nelle orecchie; vietato non confidare in un ritorno al cinema. ★★★

Sembra uscito da un romanzo di Elizabeth Strout o John Williams. Ordinario, eppure adorabile, Brian è un contabile raccontato nell'arco di trent'anni. Dolcissimo coi suoi piccoli rituali, ne sviluppa uno tutto nuovo: il cinema. I film sono il migliore strumento per filtrare il mondo, infatti, e per comprenderlo. Mi sono affezionato allo schematismo della routine del protagonista, e ho ammirato la sobrietà di Cooper. A farmi storcere il naso è stato proprio l'elemento che ha attratto la mia attenzione: la cinefilia. Vengono menzionati troppi film, spesso sconosciuti al pubblico medio, e con una dovizia di particolari che rivela troppo delle trame e degli aspetti tecnici. Il gusto enciclopedico per le liste e i dettagli mi ha fatto pensare più alla saggistica che ai romanzi, e l'interesse torna vivo soltanto quando si menzionano orgogli italiani (Fellini, De Sica, Leone, Olmi) o l'avvento prima di Blockbuster, infine di Netflix. Per fortuna, le frequenti digressioni non sovrastano del tutto il protagonista, ma fanno da prisma alla sua breve storia. Un'esistenza rigorosa, da metodo Stanislavskij, ma che nel finale saprà cambiare un poco copione. ★★½

mercoledì 10 dicembre 2025

Dove abitano i mostri: Frankenstein | The Ugly Stepsister | La valle dei sorrisi | Together

Si può restituire vita alla materia inerte? È l'ossessione di Victor: lo scienziato che gioca a fare Dio. Si può dare nuova linfa a un classico adattato più volte? È il sogno di Guillermo Del Toro: dopo una carriera consacrata ai mostri gentili, il regista premio Oscar adatta la madre di tutte le storie. Splendido a vedersi, caratterizzato da un respiro epico e da un comparto tecnico di cui godere sul grande schermo, Frankenstein è una a trasposizione bellissima ma senza sorprese, sebbene i cambiamenti non manchino. Il Victor di Oscar Isaac, più sanguinario che mai, ha un background shakespeariano. Mia Goth, visione in abiti pastello, è la promessa sposa del fratello del protagonista. Jacob Elordi, papabile nominato agli Oscar, è una creatura meno vendicativa che nel romanzo: sotto i muscoli allungati e il corpo statuario, brilla per intelligenza emotiva e lirismo. Ma tutti i film di Guillermo, forse, sono sempre stati una lettera d'amore a Mary Shelley. E la sensazione è che sotto altri nomi, in altre forme, il regista ci abbia già raccontato la stessa storia in passato. Resta comunque un incanto, però, riascoltarla. (7,5)

Chi bella vuole apparire un po' deve soffrire: si dice così, no? È la lezione che impara la sorellastra cattiva di Cenerentola, nella riscrittura splatter e post-moderna del classico dei Grimm. A metà tra Pearl e The Substance, il retelling diretto dell'esordiente Emilie Blichfeldt segue la storia arcinota dal punto di vista dell'antagonista. Manipolata da una madre senza scrupoli, la povera Elvira ricorrerà alla rinoplastica, alla bulimia, agli interventi chirurgici e alle mutilazioni per conquistare le attenzioni del principe. Se la fata madrina è un chirurgo cocainomane, le uova di tenia sostituiscono le pillole dimagranti e il vestito di Cenerentola è rattoppato dai vermi, lo shock è presto servito. Anche se The Ugly Stepsister, a sorpresa, riesce a trovare il perfetto equilibrio tra il raccapriccio e la riflessione femminista, la dimensione sognante e il grottesco, rivelando al mondo l'espressività straordinaria dell'attrice norvegese Lea Myren. Nell'epoca dei live action, così, questa sconsiderata fiaba apocrifa si rivela la più fedele allo spirito originale. (7,5)

Al terzo lungometraggio, il trentenne Paolo Strippoli passa al Festival di Venezia con un film dall'estetica internazionale, in cui a impressionare è la scrittura densa e viscerale, in grado di rendere l'adolescente protagonista l'erede dei fanciulli infernali di Omen e Carrie. Chi non vorrebbe cedere il proprio dolore? È quello che i compaesani domandano a uno struggente Michele Riondino, professore accusato di trascinarsi dietro un lutto mai elaborato. Ma, dietro l'aria da folk horror, La valle dei sorrisi minaccia di commuoverci, più che di farti paura. Il merito spetta a una sceneggiatura che – al netto di qualche lungaggine – sa fare luce sul trauma collettivo; sull'essere queer in una realtà provinciale; sulla necessità di un dialogo tra insegnanti e allievi, adulti e adolescenti, per non commettere gli errori educativi delle passate generazioni. In cuffia, canta Mia Martini: come il quindicenne protagonista, un'altra vittima del pregiudizio, un'altra geniale incompresa. È la gentilezza del cinema di genere a stringerli entrambi a sé. Perché l'horror – almeno lui, nell'universo – offre il conforto di abbracci sinceri, e inni alla vita popolati di morti. (7,5)

Una coppia di lunga data combattuta tra affetto e noia. Un bosco teatro di una recente sparizione. Una fonte a cui sarebbe meglio non bere. A un anno da The Substance, a pochi mesi da Queer, arriva al cinema un'altra metamorfosi. Questa volta, si attinge a Platone. Mentre la radio canta una hit delle Spice Girls, il mito della caverna e quello delle anime gemelle si incontrano per raccontare una storia di dipendenze affettive, esistenze simbiotiche, identità cancellate. Amarsi implica necessariamente il completo annullamento? Convivere significa essere in ostaggio dell'altro? A farci strada nell'inferno dell'intimità sono gli ottimi Dave Franco e Alison Brie: coppia storica dentro e fuori dal set, si amano e si odiano, si scollano e si incollano, in un body horror fatto di arti disarticolati e ruoli di genere capovolti. È l'ennesimo film dell'anno sponsorizzato dal poster? No, complice un finale non all'altezza del resto: originale, spassoso, ispirato. Ma Together resta comunque la felice conferma di quanto il 2025 abbia regalato nuovo sangue al cinema di genere. (7)

lunedì 1 dicembre 2025

Torino Film Festival 2025: Pillion | Eternity | Kiss of the Spider Woman | El Cautivo

Harry Melling, anonimo ausiliario del traffico con l'hobby del canto corale, diventa lo schiavo – sessuale e non solo – del bellissimo motociclista Alexander Skarsgård. Nel loro rapporto i baci sulla bocca, le confidenze troppo intime, le cene in famiglia sono severamente al bando. Ma se i sentimenti ci mettessero lo zampino? A più di vent'anni da Secretary, arriva un'altra commedia indie – nei nostri cinema dal prossimo 12 febbraio – a sdoganare la dipendenza emotiva e il sadomasochismo. Con tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult, Pillion parte come una fantasia di sottomissione. Ben presto, però, si trasforma in una parabola sul tabù della vulnerabilità maschile. L'inesperto Melling osa. Può forse dirsi lo stesso di Skarsgård, impietrito dalla quotidianità? Se la loro relazione è rigida e normata, perfino nella trasgressione, l'esordio di Harry Lighton gioca senza regole. E prima diverte, poi imbarazza, infine spezza il cuore, rivelandosi la versione in latex del capolavoro di Todd Haynes. L'amore più struggente dell'anno? Ha un'orgia come festa di compleanno. E insegna che la libertà, a volte, passa dal BDSM. (8)

Il mio primo film del Torino Film Festival, la mia prima sorpresa. Perché Eternity, a breve in sala, resterà la romcom più riuscita dell'anno. Garbato, elegante, divertente senza rinunciare a un po' di struggimento, è la storia di un triangolo amoroso ultraterreno. Morta ormai anziana e in un letto d'ospedale, Elizabeth Olsen si scopre nuovamente desiderata in un aldilà variopinto e dettagliato in cui i trapassati hanno una settimana per scegliere dove trascorrere l'eternità. Il paradiso avrà le fattezze della Florida o di una baita in montagna, delle Hawaii o della Francia degli anni Trenta? Indecisa tra mille proposte, in un gate che somiglia a una giornata dell'orientamento, dovrà anche districarsi tra il burbero marito Miles Teller e l'indimenticato primo amore del fascinoso Callum Turner. Accanto a loro, sempre in equilibrio tra emozione autentiche e sfumate, c'è la premiata all'Oscar Da'Vine Joy Randolph come spalla comica. Prendete la serie TV The Good Place. Conferitele l'estetica di The Truman Show. Sceneggiatela come una commedia teatrale della Golden Age. E la delizia, targata al solito A24, è presto servita. (7,5)

Se il cinema è evasione, il musical è il genere più cinematografico tra tutti. Ma si può trasformare una pagina nerissima di storia contemporanea in un abbagliante incanto in technicolor? L'ultima trasposizione del romanzo di Manuel Puig canta di dittatura e lustrini, amori e rivoluzioni, oscillando dal dramma carcerario al musical degli anni Cinquanta. Siamo in Argentina, durante la dittatura militare. Due prigionieri – un omosessuale accusato di atti osceni e un rivoluzionario – combattono le violenze fisiche e psicologiche raccontandosi la Hollywood degli anni d'oro. Le coreografie sono trascinanti, ma le canzoni poco memorabili. Le fantasie metacinematografiche non sempre si amalgamano al resto, e la patina delle danze spesso sconfina anche in cella. Jennifer Lopez, splendida come non mai, è una diva che interpreta una diva. Sempre in parte Diego Luna, qui affiatatissimo con il querulo e struggente Tonatiuh – quest'ultimo, esordiente, affronta a testa alta il ruolo che valse l'Oscar a William Hurt. Nonostante siano tutti intonatissimi, qualche stonatura c'è. Ma quando la vita imita l'arte, e viceversa, che shock l'accendersi delle luci in sala e l'arrivo dei titoli di coda. (7)

Che fine ha fatto Alejandro Amenàbar? Ormai lontano dai trionfi di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, torna al cinema a un decennio dall'ultimo film. La sua ultima fatica è la biografia romanzata dell'autore di Don Chisciotte, con tutti i pregi e i difetti che ci si aspetterebbe da una coproduzione Rai e Netflix. Pop, godibile e ammiccante, racconta la prigionia del giovane Miguel De Cervantes. In fuga da Madrid con l'accusa di omosessualità, finisce catturato ad Algeri. In pugno ai mori, che vorrebbero convertirlo all'Islam, mette a frutto le sue doti oratorie per rabbonire il crudele Bajà. Ben presto, il carceriere – al vertice di un dissoluto  harem al maschile – si scoprirà attratto sia dalle storie del prigioniero galantuomo, sia dalla sua bellezza. Diviso tra amore e libertà, nostalgia per i mulini della Mancia e interesse verso i costumi orientali, Julio Peña Fernandez - classe 2000, e già stella dei teen drama spagnoli – è il protagonista di un dramma storico non sempre accurato e dall'esotismo a tratti stucchevole, ma con un Alessandro Borghi degli occhi bistrati per fiore all'occhiello. L'ode al potere seduttivo delle storie? Piace, in fondo: anche quando le storie, come in questo caso, sembrano frutto di Wattpad. (6)

martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

venerdì 7 novembre 2025

Recensione: La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo

 La notte devastata, di Jean-Baptiste Del Amo. Feltrinelli, € 20, pp. 432 |

È un grande anno per il cinema horror. Per non essere da meno, anche Feltrinelli si è messa al passo con un romanzo citazionista e dalle atmosfere vintage, che farà la gioia e il terrore degli amici cinefili. Ambientato nel cuore degli anni Novanta, in un sobborgo residenziale ormai in decadenza, racconta di una banda di amici con l'hobby dei film di genere e delle bravate. A sedici anni, la morte è un pensiero incidentale. Al TG: qualche incidente stradale, suicidi in sordina, la piaga dell'Aids. Medhi, membro dell'unica famiglia straniera del quartiere, è vittima del bullo della scuola. Alex ha da poco sepolto la madre, divorata dal cancro. Tom, ossessionato dagli insetti, vorrebbe aizzare una scolopendra contro il patrigno. Max, fidanzato con la bella del liceo, è attratto dal gemello di lei. Lena, l'ultima arrivata, è in fuga da un passato violento.

A volte era sembrato a Lena che lei e i suoi amici sarebbero stati in un certo modo eterni e che l'universo esistesse solo per loro, semplicemente perché erano là a posarvi lo sguardo. Ma ormai era consapevole della loro fugacità, fragilità e impermanenza, aveva acquisito quella consapevolezza del tempo che passa, preleva quello che gli devi e non offre in cambio che un po' di oblio.

Tutti hanno le proprie ombre. Tutti sono attratti dalla casa nell'impasse des Ormes. È lì che si manifestano le fobie e i desideri più sfrenati, in un budello infernale a metà tra il sonno e le veglia. Il folgorante Jean-Baptiste Del Amo, colpevolmente scoperto qui e ora, è la luce in un mondo prigioniero della penombra, dove gli incubi si mescolano ai sogni erotici e i bassi istinti prendono il sopravvento. In un angosciante gioco di specchi e doppelganger, sarà impossibile distinguere una dimensione dall'altra e arginare le conseguenze. Derivativo sin dalle premesse, appesantito da una cinquantina di pagine di troppo e non sempre fedele alla sua dimensione corale, La notte devastata resta comunque una lettura sinceramente spaventosa in cui riecheggiano le grida di It, Nightmare, Amityville Horror.

L'innocenza può essere un inferno.

A elettrizzare, tuttavia, non sono soltanto gli insetti giganti, i parti mostruosi, gli sfondi lovecraftiani, ma la descrizione di un'adolescente sensoriale e irrequieta che tanto somiglia a quella dei romanzi del connazionale Nicolas Mathieu. Divisi tra frustrazione, fumo e noia, i protagonisti si scoprono prigionieri di un film horror con la colonna sonora dei Nirvana, in cui l'incanto infantile è ormai spacciato e la consapevolezza del tempo, della diversità e dell'oblio, conducono sulla soglia del più spaventoso dei mondi: quello degli adulti. Si sopravvive alla morte dell'innocenza?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nirvana – Come As You Are 

martedì 30 settembre 2025

Recensione: Mysterious Skin, di Scott Heim

| Mysterious Skin, di Scott Heim. Playground, € 18, pp. 272 |

È possibile raccontare l'indicibile? Scott Heim — autore di culto, nonostante due soli romanzi all'attivo — non conosce tabù. Impavido, chirurgico, cinematografico, affronta a testa alta i trigger warning più destabilizzanti e reinventa il lessico del dolore in una storia che mostra due risposte diverse al medesimo trauma. Il cammino dell'elaborazione non è lineare. Ma lungo, dissestato, tortuoso. Qualcosa di terribile ha segnato per sempre l'infanzia di Brian e Neil. A Hutchinson, Kansas, giocavano nella stessa squadra di baseball. Come si è evoluta la loro sessualità? Quali risposte si sono dati per giustificare le famiglie disfunzionali, i ricordi inaffidabili, le esistente condannate a un eterno limbo? Brian soffre di epistassi e di vuoti di memoria. Fragile e ingenuo, consuma storie di fantascienza da quando ha visto qualcosa di misterioso fluttuare su un campo di cocomeri. Gli alieni esistono e, forse, lo hanno rapito quando aveva otto anni. Neil, da sempre più spregiudicato, ha presto imparato che il sesso è un'arma a doppio taglio — e lui la impugna dalla parte del manico.

A dodici anni avevo visto più tornado che gocce di sangue. Il suo rosso sembrava magnifico e sacro, come un rubino fatto a pezzi.

Sconsigliato ai lettori facilmente impressionabili, Mysterious Skin — diventato anche un film diretto da Gregg Araki — mette subito alla prova con tematiche scabrose e descrizioni di una violenza grafica. Provoca, scoraggia: è un fiume nero, torbido e pericoloso, che non sarà semplice guadare. Ma, dopo un impatto inizialmente scioccante, si apre a una polifonia di voci in cerca di speranza. E si trasforma in un trattato di psicologia, in un giallo, sul più grande dei misteri: la rimozione. I protagonisti hanno dimenticato il passato, ma i loro corpi ricordano — la luce blu di un portico, i lividi, la piovosa estate del 1981. Non tutti i punti di vista appaiono sempre funzionali alla narrazione e, a tratti, l'intensità rischia di disperdersi: sin dall'inizio, infatti, noi lettori sappiamo quanto accaduto. Aspettiamo così che i protagonisti scavino tra le macerie dell'infanzia, che maturino finalmente nuove consapevolezze, in un romanzo che oggi nessuno avrebbe osato né scrivere né pubblicare. Un oggetto non identificato. Una carogna da cui, nonostante le avvertenze di mamma e papà, non riesci a distogliere lo sguardo. 

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead - How to Disappear Completely

martedì 16 settembre 2025

Halloween in anticipo: Weapons | Bring Her Back | 28 anni dopo | So cosa hai fatto | Heretic

Era stato etichettato come l'horror dell'anno ancora prima di arrivare al cinema. Al battage pubblicitario, poi, si sono aggiunti gli incassi: sorprendenti, soprattutto in estate. Che fine hanno fatto diciassette bambini scomparsi nel cuore della notte? Per venire a capo del mistero, Cregger confeziona un film a capitoli, lungo e ambizioso, in cui punti di vista diversi si intrecciano in preparazione del finale: intrattenente, ma al di sotto delle aspettative. Servivano due ore che oscillano dal mystery al grottesco fino allo splatter più puro? Serviva una struttura-puzzle che poco spiega dei personaggi e troppo a lungo maschera, rimanda, dissimula una verità soprannaturale? Più derivativo del previsto — una versione blockbuster di Longlegs, con cenni a Stephen King —, Weapons punta all'iconicità con le sue corse a braccia larghe e le apparizioni terrificanti di zia Gladys. Ma si limita a riproporre in chiave contemporanea le fiabe più oscure dei Grimm, trasformando in una folle corsa a zig-zag un cammino altrimenti linearissimo. Qualcuno si sentirà preso in giro. Qualcuno, invece, si divertirà. Io, nel mezzo, aspetto Together — e mi tengo stretti gli altri film del post. (6,5)

L'horror è il genere che meglio si presta a cambiare pelle. A tormentare. A sviscerare ciò che fa più male. È il caso di Bring Her Back, ritorno alla regia del duo di Talk to Me, che attraverso una trama archetipica — due fratellastri ospiti di una strega cattiva — fruga nelle viscere degli abusi familiari, della disabilità, del trauma, del lutto. Scritto come una fiaba nera, lascia i protagonisti in balia di Sally Hawkins. Sottovalutissima, regala un'interpretazione destinata a trasformarla in una delle villain più memorabili del cinema recente. Coi suoi rituali, con le sue videocassette sgranate, fa una paura matta. E spezza il cuore, in un film dove il sangue — copioso, forse inutilmente — è un inganno per inchiodarci a una parabola alla Hereditary sull'insostenibilità di certe perdite. Non esiste un termine per definire una madre che ha seppellito la propria figlia. Ed è proprio in questo vuoto lessicale che l’horror affonda le mani. Allora non resta che affidarsi al cinema di genere, alla magia nera, per dare una forma — per quanto mostruosa — a tutto ciò che il dolore rende contro natura. (8)

Può un film pieno di morti essere un inno alla vita? Me lo chiedevo l'anno scorso, davanti al prequel di A Quiet Place. L'interrogativo, insieme alla commozione, mi ha seguito anche in 28 anni dopo. Il Regno Unito continua a essere il focolaio di un contagio. I protagonisti utilizzano la terraferma come terreno di ricognizione. Ci sono un padre col complesso dell'eroe (Taylor-Johnson, di nuovo con arco e frecce), una mamma malata (Comer: da nomination) e, soprattutto, un dodicenne contro le regole (l'esordiente Williams, straordinario). Garland stupisce con un romanzo di formazione sanguinoso ma delicatissimo, dove abbondano i cenni alla contemporaneità — il Covid e la Brexit, la mascolinità tossica e l'eutanasia — e Boyle può ricordarci di essere tra i più grandi registi viventi. Tornato alla regia della serie, alterna una prima parte iperviolenta a un prosieguo dal lirismo struggente, dove la vita si annida dappertutto e le ossa impilate ci ricordano che la morte e l'amore, forse, non sono che due teschi della stessa medaglia. (7,5)

Da adolescente, a torto, l'ho sempre trovato la copia sbiadita della saga di Scream. Il tempo mi ha dato torto. A sorpresa, So cosa hai fatto è invecchiato meglio del previsto, e quello arrivato al cinema a metà luglio — a cavallo tra sequel e remake — è un ritorno alle origini che ho trovato delizioso. Il merito spetta a una scrittura fresca e genuinamente divertita, che dialoga con le commedie splatter e omaggia le atmosfere anni Novanta senza però scordare i colpi di scena. Il nuovo cast, in cui brilla l'esilarante Madelyn Cline, si muove sulla vecchia scena del crimine. Tornano i superstiti dell'originale — iconico il cameo di Sarah Michelle Gellar —, ma in un film dove il passato torna a mietere vittime non c'è troppo spazio per la nostalgia. I ricordi ci ammazzeranno tutti. Per fortuna, quelli del film di Jennifer Kaytin Robinson ci hanno salvato dalla noia delle uscite in sala. Da vedere possibilmente al cinema, tra i risolini delle ragazzine e gli avanzi di popcorn. (7)

L'incipit: tra i più classici. Due ragazze giovani e belle bussano alla porta di un uomo misterioso in un giorno di pioggia. Potrebbe essere il prologo di uno dei tanti torture porn. Heretic, invece, è un horror psicologico arguto, cerebrale, originalissimo. Sophie Tatcher e Chloe East sono una coppia di missionarie e Hugh Grant, qui nel ruolo di uno dei villain più memorabili degli ultimi anni, è un padrone di casa che le costringe a un sadico gioco di ruolo. Ai fiumi di sangue, i registi Scott Beck e Bryan Woods preferiscono quelli di parole. Pur non disdegnando scantinati oscuri e stilettate, curano un gioiello dalle atmosfere teatrali e dalle riflessioni caustiche. Il loro film – frutto di dieci anni di lavoro – sintetizza le contraddizioni delle tre grandi religioni monoteiste come un piccolo manuale di teologia, e ci dice che il cristianesimo è solo la copia di mille riassunti. Quale sarà il prossimo aggiornamento? Chi saluteremo come nuovo Messia? Io ho fede in A24. E nell'horror come metafora massima della vita, della morte e di ciò che, sfuggente, c'è nel mezzo. (7,5)