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martedì 23 luglio 2024

Recensione: Lamento di Portnoy, di Philip Roth

| Lamento di Portnoy, di Philip Roth. Einaudi, € 13, pp. 220 |

Quale uomo non spererebbe di impugnare la propria vita così come abitualmente fa col proprio pene? Il mio quarto Philip Roth è il più divertente e autobiografico dei suoi romanzi finora letti. Bisogna avere una spiccata autoironia, d'altronde, per lavare i panni sporchi in pubblico. E mettere nero su bianco, senza peli sulla lingua né falsi pudori, feticismi, nevrosi e fantasmi. Il protagonista ha un altro nome, Alexander Portnoy, ma ha gli stessi tratti distintivi del giovane Roth: è nato a cavallo fra le due guerre, è sopravvissuto a un'epidemia di poliomielite, ha un naso adunco e una spugna abrasiva per chioma, è incontrovertibilmente ebreo. Come un novello Zeno Cosini, benché preferisca definirsi il «Raskolnikov delle pugnette», Portnoy si sfoga sul lettino rosso dell'analista.

Dottore, di cosa dovrei sbarazzarmi, mi dica, dell'odio... o dell'amore?

Queste duecento pagine sono la trascrizione delle sue sedute. Il risultato è un monologo fiume, una barzelletta sporca, il ritratto di un trentenne troppo poco ebreo in famiglia e troppo poco americano in società. Figlio di un assicuratore imbelle, nonché gravemente costipato, e di una madre castrante dotata del dono dell'ubiquità, il protagonista vuole affrancarsi; diventare tutto ciò che i genitori, angoscianti e un po' razzisti, non sono. Scapolo a Manhattan, colleziona viaggi esotici e donne virtuose. Lasciate ogni pudore, o voi ch'entrate. Misogino, vanaglorioso, volgare, l'alter-ego dell'autore non fa mistero di avventure sessuali e perversioni. C'è un intero capitolo dedicato alle gioie della masturbazione e, come in una scena cult di American Pie, non sono al sicuro nemmeno gli alimenti: basta un torsolo di mela, infatti, a infiammare le fantasie! Ma ci sono anche i ricordi color seppia delle vacanze insieme, le partite di softball, i primi lavori accanto al cognato comunista, il candore delle fantasticherie adolescenziali. Bastano i Levis e un paio di mocassini a cancellare il senso di colpa per la Shoah? Cosa direbbe Freud delle occhiate alle gambe di mamma o dell'invidia verso il pene di papà? Così sincero da fare tenerezza, questo Roth leggerissimo oscilla tra “id” e “yid” con l'intramontabile romanzo di formazione su un ragazzo e il suo sogno: scoparsi, e così conquistare, l'America.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: AC/DC – You Shook Me All Night Long

martedì 30 giugno 2020

Recensione: L'animale morente, di Philip Roth

 | L’animale morente, di Philip Roth. Einaudi, € 10, pp. 113 |

Se fosse stato pubblicato oggi, avrebbe suscitato più di qualche polemica. È infatti il racconto della relazione sessuale tra un professore sessantaduenne e un’universitaria di ventiquattro anni, sua allieva. Il cinico protagonista, per di più, non è nuovo ad avventure di queste ed è solito vantarsene con un collega. Quanto sfrutta la sua posizione accademica per circuire le amanti? Come giudicheremmo la sua concezione del corteggiamento – un dispendioso convenevole che punta dritto alla camera da letto –, se non squallida e maschilista? Nato nel 1930, David Kepesh  è figlio dei suoi tempi. Ha vissuto il primo matrimonio alla stregua di una fase di passaggio inevitabile. Ha tagliato i ponti con l’unico figlio, che a tratti giudica e a tratti invidia i suoi modi da viveur. Ha abbracciato la rivoluzione sessuale negli anni Sessanta: ne ha colto i frutti e ne ha goduto fino all’alba del nuovo millennio. Monologo-confessione rivolto a un interlocutore indefinito, a metà tra colto divertissement e autobiografia fittizia, L’animale morente è il terzo Philip Roth che leggo: il più celebrato del trio, ma quello che meno ho preferito. Affezionato al ricordo dei suoi eroi freschi e tormentati, sempre alle prese con i dogmi e il senso di colpa della loro educazione, ho fatto una certa fatica – per colpa della distanza anagrafica e, soprattutto, delle digressioni di troppo – a simpatizzare con questo personaggio dagli echi dannunziani e con le innumerevoli parentesi che apre.

La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Sì, anche il sesso ha un potere limitato. So benissimo quanto è limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?
Magistrale pur nella ripetitività, il romanzo finisce però per ammaliare tutte le volte in cui entra in scena Consuela Castillo: originaria di una ricca famiglia cubana, giunonica ma sinuosa, arrendevole ma volitiva, la studentessa zelante ha capelli lucenti e camicette peccaminose. Malato di desiderio, David è eccezionalmente colto in contropiede: lo impensieriscono la gelosia, l’ossessione e la brama di possesso finora inedite; lo infastidiscono i cenni ai fidanzati precedenti, al punto che eccellere nell’arte amatoria diventa una questione di vita o di morte. Nonostante conoscessi in anticipo gli esiti drammatici della loro frequentazione – dodici anni fa ho visto il film tratto dal romanzo, Lezioni d’amore, con una Penelope Cruz forse al suo meglio –, la lettura mi ha riservato le emozioni più forti nel momento dei loro incontri. Spregiudicati, perversi, struggenti, fanno della contemplazione della bellezza femminile un’opera d’arte. E il corpo statuario di Consuela, cristallizzato nel fulgore degli anni verdi, diventa poesia e monumento: Roth versifica la carne tremula di lei, allora, ed erige monumenti straordinari ricalcando la forma dei suoi seni pesanti.

Cosa crede, la gente, che basta innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. È l’amore che ti spezza. Tu sei intero e poi ti apri in due. Quella ragazza era un corpo estraneo introdotto nella tua interezza. E per un anno e mezzo tu hai lottato per incorporarlo. Ma non sarai mai intero finché non l’avrai espulso.
Al pari delle muse di Modigliani, anche Consuela punta all’eternità. Quanti anni ha oggi? È viva? Il tempo è stato clemente con le sue ambizioni e con la sua avvenenza? In queste pagine – in definitiva, una conturbante danza dei sette veli – avrà vent’anni per sempre. E cosa ne sarà stato di David, ancora: è riuscito a fermare il decadimento fisico e morale grazie alla ricerca del piacere? 
Ricordo che poco prima che la mia nonna paterna morisse, la colse un’energia impensata: si sollevò dalla sedia senza il deambulatore e, lei che era sempre tenuta a stecchetto dai medici, andò a rubare per capriccio un dolcetto dal pensile della cucina. Mio padre parlò di quello slancio vitale con amarezza. In dialetto lo definì: una miglioria della morte; nonna mancò il giorno dopo. L’animale morente  è la cronaca di un impeto simile, di un ultimo “friccico”. Il ritratto di una donna indimenticabile e di un uomo terrorizzato dall’oblio, sulle debolezze della carne e su quelle, ben peggiori, del cuore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Mia Martini – Minuetto

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

sabato 18 novembre 2017

Mr. Ciak: Indignazione, Auguri per la tua morte, Maudie, Fortunata, Sole cuore amore

Indignazione è stato il mio primo Philip Roth: a sorpresa, il romanzo più bello della scorsa annata. C'era il rischio, a fine lettura, di non vedere la trasposizione cinematografica con i giusti occhi, nonostante la buona accoglienza al Festival di Berlino e i plausi qui e lì: inevitabile quando una storia ci tocca, ci scuote. Un po' per sicurezza, un po' per noia, ho lasciato passare undici mesi. Sono servite le dovute precauzioni, la giusta distanza, a farmi prendere a cuore quest'altro avvocato delle cause perse, questo Marcus fattosi di carne e ossa? La sua educazione sentimentale, la sua silenziosa ribellione nei primi anni Cinquanta, passa attraverso le tappe che ricordavo: l'interrogarsi sulla vita sessuale della ragazza con cui esce; gli insospettabili genitori che pensano al divorzio; l'opporsi strenuamente alla guerra e a Dio. Marcus ci crede: si impunta, fino a farsi venire i travasi di bile; fino a una tragedia tutt'altro che annunciata. Tutto accade dietro la scrivania del superbo Tracy Letts, o a colloquio al capezzale del protagonista. Al cinema, Indignazione sembra già vecchio. Sarà la fedeltà filologica, per una volta eccessiva, verso un coming of age che ha la maleducazione dei vent'anni e la velocità del racconto; sarà una sceneggiatura elegante e misurata, emotivamente lontana, che non si getta mai a capofitto nel travaglio interiore di lui; sarà che risulta più pesante, più teatrale, più sconfitto. Lo accompagnano le scale al pianoforte, la fotografia patinata, le fattezze rassicuranti di due protagonisti eppure bravissimi – la fragile e fatale Sarah Gadon e un Logan Lerman, dopo Noi siamo infinito, che torna a interpretare con convinzione un altro dei personaggi del mio cuore di lettore. Roth bolle e sbolle. Esplode di rabbia repressa. La regia di Schamus, invece, ha il grande difetto di risultare impersonale: imperdonabile con un protagonista di tale levatura. Che alza sempre la voce, che sa come farsi notare. Per Marcus, inevitabilmente, tutto va come deve andare. Ma questa lentezza, questa flemma, questa vaga leziosità, con l'indignazione del titolo purtroppo poco hanno a che fare. (6)

Universitaria ai vertici di una sorellanza viene assassinata la sera del suo compleanno. Il maniaco omicida indossava la maschera di un bebè e non si svelava guardandola morire. Chi c'era dall'altra parte? Chi voleva il male, ma soprattutto il bene, di un'aspirante Mean Girl con più rivali che compagni? Jessica Rothe, una Lively meno clamorosamente bella, ha tutto il tempo per farsi domande, esami di coscienza e scartabellare la nutrita lista dei sospettati. L'ultimo giorno della sua vita, in realtà, è il primo di un loop temporale in cui si agonizza e ci si risveglia dal nuovo, con un corpo che va indebolendosi e una mente che non dimentica. Come nella commedia cult con Bill Murray, si ricomincia da capo. Come nel già non memorabile Prima di domani, di cui Auguri per la tua morte sembra la riscrittura in chiave sanguinosa ma non troppo, una ragazza superficiale è costretta a guardarsi dentro, a mettersi in discussione come amica, figlia e fidanzata, prima di essere pugnalata per l'ennesima volta. L'ultima? Commedia (poco) slasher dal regista del delizioso Manuale scout per l'apocalisse zombie, Auguri per la tua morte è un horror innocuo e già visto, a cui avremmo potuto trovare giustificazione giusto nella penuria dell'estate. In ritardo per Halloween, invece, con un serial killer semiserio che scimmiotta Scream e La bambola assassina, è un incubo dalla morale facile e dall'esito scontato, che diverte meno del previsto e di certo non sorprende. Spegniamo in fretta candeline e luci sull'ennesimo prodotto mordi e fuggi, pronto all'uso, che riempie le pance con le tentazioni passeggere dei dolcetti preconfezionati. (5,5)

Cercasi domestica, diceva l'annuncio sulla bacheca di un alimentari della Nuova Scozia. Nessuno, eppure, si capacita di come Maud sia finita sotto lo stesso tetto di Everett, maleducato pescatore ben lontano dal ravvedersi in nome della vita insieme. La protagonista – sola al mondo, piccola e artritica – non ha il physique du role. Né per essere una buona tuttofare né per improvvisarsi, come insinuano i conoscenti maliziosi, una schiava d'amore. Il delicatissimo biopic irlandese che porta il nome della donna racconta di come le sue mani nodose non le impedirono di riempire quella casetta condivisa con disegni di fiori, uccelli e fate, dal pavimento fino al soffitto. Di uno strano ménage domestico che prima si fece amicizia, poi strano amore. E di come il sentirsi amata, degna di fiducia, la rese un'illustratrice richiesta perfino da Nixon. Maud Lewis, artista a me finora sconosciuta, aveva la mente di una bambina, la maledizione di un corpo deforme e un marito burbero, incapace di buone maniere ma non di una certa pazienza, che zitto zitto vedeva il mondo con i suoi stessi colori. Se a Ethan Hawke donano le camicie grezze e le tenerezze farfugliate come fossero insulti, a commuovere e a impressionare è la straordinaria Sally Hawkins, scomparsa dietro i tic e i sorrisi dolorosi del suo personaggio: non tocca aspettare The Shape of Water per assistere alla sua consacrazione. Ballano schiacciandosi la punta delle scarpe. Vendono stampe sull'uscio di casa. Invecchiano, e diventano marito e moglie, in maniera impercettibile. Sono, come dice Everett, un paio male assortito di calzini: scuro e sbrindellato lui, sgargiante lei. Fa sinceramente piacere ritrovarli riposti nello stesso cassetto. Nello stesso film lieve, ad acquerello, che in un pomeriggio di pioggia, con il gatto e il plaid sulle ginocchia, una tazza di tè accanto, te li fa conoscere (soprattutto, te li fa piangere) per la prima e ultima volta. (7,5)

Per ironia della sorte porta un nome augurale. Eppure, mamma single che si arrangia come parrucchiera in attesa che si realizzi il sogno di aprire un istituto di bellezza, Fortunata tale non è. La vediamo ancheggiare nella sua minigonna di jeans, correre a perdifiato sulle zeppe scomode, come se avesse sempre fretta; come se inseguisse chissà che. I numeri vincenti della lotteria, i capricci delle spose di borgata e degli altri inquilini, l'amore di un Accorsi che si merita la nostra antipatia. Jasmine Trinca, meritatamente premiata a Cannes, si sbraccia, strilla, si spoglia e si riveste, in un dramma – non sprovvisto di una certa ironia di fondo – in cui c'è troppo in ballo. L'ultimo film di Castellitto, tratto da un racconto inedito dell'immancabile Mazzantini, la ribattezza e la plasma: la tinta per capelli, la volgarità dell'accento romano, due ali a metà tatuate sulla schiena. La bravura della Trinca non si perde nella sovrabbondanza di temi e tragedie, nelle piazze di una Roma grezza e multiculturale, nella folla di comprimari che si trascinano storie pesanti appresso – un plauso all'intensità di Alessandro Borghi, sensibile tatuatore della porta accanto con mamma smemorata al seguito. Dopo il buon equilibrio del precedente Nessuno si salva da solo, che per impostazione e dialoghi faceva il verso al dramma da camera, Castellitto ci riprova con una vicenda che non riesce ad arginare, e forse neanche vorrebbe. La scrittura fiume della moglie scrittrice non sa contenersi. Colpa di toni che vorrebbero virare al lirismo grottesco di Sorrentino; di interpreti tutti bravi e tutti sguaiati; di una regia che non lavora purtroppo a togliere, bensì a mettere. E più che generoso, di cuore, Fortunata appare così esagerato. Meno a sua agio coi bagagli pesanti e l'equilibrio mantenuto pur se in bilico di una donna che, al contrario del film stesso, si fa bastare con un sorriso stanco il poco che ha. (6,5)

Eli – trent'anni, un marito disoccupato, quattro figli – esce di casa quando fuori è ancora notte. Scivola dal letto senza far rumore e macina chilometri da Ostia a Roma per tirare su la saracinesca del bar in cui lavora per ottocento euro al mese, sette giorni su sette, come cameriera, cuoca e donna delle pulizie. Vale, sua coetanea, conduce invece una vita indipendente e solitaria che suscita vergogna nella madre alto-borghese: agile come una perfetta étoile, calca però le piste dei locali notturni. Eli e Vale sono vicine di casa. Amiche, diremmo, se non fosse che la prima esce quando l'altra rincasa. L'ultimo dramma di Daniele Vicari racconta gli spossanti viavai, il loro incrociarsi quando capita, con la voce asciutta ma partecipe del cinema di Loach e dei Dardenne. Le accompagnano una bella colonna sonora jazz, le sfarfallanti luci notturne e più di qualche dubbio verso la struttura, se la storia dell'androgina Eva Grieco appare quasi incidentale, sempre all'ombra della meraviglia di una Ragonese che non ha nulla da invidiare alla Marion Cotillard di Due giorni, una notte. In una scena, arriva la canzone di Valeria Rossi: così leggera, così spensierata, in un film pesantissimo, eppure, che scava rughe di preoccupazione in mezzo agli occhi. Il cuore si affanna e cerca riposo. Il sole ci si scorda che faccia abbia, al chiuso, tra le chiacchiere querule di un bar e le luci al neon di una discoteca. L'amore è quello verso una famiglia che chiede un po' troppo, per un Francesco Montanari che ci aiuta arrangiandosi, ma a mancare è quello più necessario, per se stessi. Quanto male mi ha fatto Sole cuore amore. Gli ingredienti di una banale canzonetta amata dai bambini. Gli ingredienti di una vita banale, che in due ore con Vicari finisci per scambiare per verità. E ti domandi che senso abbia tutto questo correre e sacrificarsi, e per cosa poi? E ti confonde l'idea che sia inutile tutto il dolore in cui indugia – vivere è difficile, soprattutto in questi tempi disperati, e lo sappiamo già, chi più e chi meno – ma che allo stesso tempo siano un dolore, un'amarezza, che van provate. Ti fai venire i sudori freddi, perché al contrario di Eli – a modo, vitale, educata – tu in certi giorni non conosci decoro. Appunti i segreti dei suoi sorrisi perciò: sinceri, nonostante tutto. Aspetti che il lorogorio di una vita in nero, sempre in moto eppure ferma immobile, faccia il suo corso. Una routine a tempo indeterminato in cui domani è un altro giorno, sì, però scritto con i migliori auspici e il copia-incolla. (7,5)