giovedì 18 giugno 2026
Dove il caos è di casa: Euphoria S03 | Half Man | Margo ha problemi di soldi
mercoledì 29 aprile 2026
Le migliori novità in streaming: Beef S02 | DTF ST. Louis | Il signore delle mosche | Love Story
Loro, Isaac e Mulligan, sono i manager di un golf club acquisito da una matriarca che sguazza nel torbido: in crisi, riversano l'amore che resta sul bassotto. Gli altri, Melton e Spaeny, lavorano come factotum nello stesso club: giovani, belli, innamorati, sgomitano per la promozione e per l'assistenza sanitaria. Come nella stagione precedente, tutto parte da una lite furibonda. E, ancora una volta, i toni vengono portati all'eccesso quando i conflitti personali si specchiano nei conflitto di classe. Un po' come nell'ultimo Guadagnino, i boomer sfidano la Gen Z: chi ne uscirà – se non vincente – almeno più pulito? Cinica, arguta, urlatissima, Beef può contare su un cast di stelle – anche se è quella del buffo e struggente Melton, a sorpresa, a brillare più forte – e su una certezza incrollabile: nessuno batte i coreani, quando si tratta di rivalsa. Ancora più divertente della prima stagione, ma appesantita dalle tinte inutilmente crime del finale a Seul, la serie antologica chiarisce ciò che Materialists non aveva avuto il coraggio di confessare. Il capitalismo è il grande nemico dell'amore romantico. I soldi ci cambieranno tutti: cambieranno tutto. Amarsi, però, significa accettare il peggio del nostro partner: no? (7,5)
venerdì 16 gennaio 2026
Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry
Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)
venerdì 27 dicembre 2024
Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno
È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)
martedì 31 ottobre 2023
Un Halloween in streaming: La caduta della casa degli Usher | The Last of Us
Dopo aver adattato Jackson e James, Mike Flanagan chiude la sua ispiratissima trilogia gotica cimentandosi con un altro capolavoro dell'horror. Questa volta si rifà al maestro dei maestri, Poe, e lo omaggia in una serie densa di citazioni. Se la cornice narrativa è quella del racconta La caduta della casa degli Usher, ogni episodio si rivela invece una reimmaginazione delle novelle più spaventose. Le puntate sono caroselli di storie dentro storie. Sontuose feste di morte in cui le dipartite, splatter e fantasiosissime, provengono ora da Il gatto nero, ora da Il pozzo e il pendolo. Roderick – un carismatico e fascinoso Greenwood – è il fondatore di un'industria farmaceutica responsabile di un'epidemia di oppiacei. Spietato e senza scrupoli, ha intrapreso una fulminante scalata sociale insieme alla sorella e messo al mondo una progenie corrotta quanto lui. In pochi giorni si troverà a seppellire tutti e sei i figli. Qual è il prezzo da pagare, in una vicenda di avidità, sesso e ambizione? Meno horror delle serie precedenti ma perfino più crudele, con i suoi monologhi caustici e riflessioni al vetriolo sul consumismo, l'ultima scommessa di casa Netflix è una saga generazionale sul male di cui, a volte, le famiglie sono capaci. A interpretare gli Usher tornano i soliti attori feticcio. Su tutti aleggia la presenza seducente di Carla Gugino, la cui bellezza senza tempo la fa muovere fra epoche e travestimenti, offerte e minacce. Chi non berrebbe un cognac con lei? Gli unici incorruttibili: una nipotina idealista e un tuttofare dal passato rocambolesco (di lui parlano Le avventure di Arthur Gordon Pym), interpretato da un inatteso Hamill. Dimenticate la commozione per gli sfortunati eredi di Hill House, per me di una perfezione insuperata; gli spettri – un po' troppo melensi – di Bly Manor. Qui non c'è consolazione nell'aldilà. Non c'è riconciliazione nell'oltretomba. Sono già uno strazio le cene condivise. Chi vorrebbe trascorrere insieme anche la vita dopo la morte? (8)
lunedì 27 giugno 2022
Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends
Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
venerdì 3 dicembre 2021
Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building
Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)
venerdì 12 marzo 2021
Sentimenti in giallo: The Flight Attendant | Losing Alice | Soulmates
Se non avessi già visto The Flight Attendant, la presenza di Kaley Cuoco agli scorsi Golden Globe mi avrebbe fatto storcere il naso. Mal sopportata in The Big Bang Theory, nella serie thriller è stata promossa da spalla comica a protagonista assoluta. A sorpresa, mi ha fatto ricredere rivelandosi una mattatrice straordinaria. Sexy, querula e disperata, in grado di passare dal registro comico a quello drammatico con un battito di ciglia, è Cassie: una hostess con la testa tra le nuvole. Inaffidabile, goffa e promiscua, ama la bella vita e gli uomini belli. Tipica alcolista che fa fatica ad ammetterlo, si nasconde dietro il cliché della femminista libertina. Ma intanto è perseguitata da demoni personali, vuoti di memoria, dipendenze. Caratterizzata con brio e intelligenza, tanto nei rapporti amorosi quanto in quelli familiari, la protagonista è una mina vagante in fuga da una scena del crimine: chi ha ucciso il suo ultimo amante, un sempre affascinante Michiel Huisman? Per paura di essere incriminata, Cassie vola tra New York, Roma e Bangkok. Quando smetterà di fuggire – rinunciando anche al vizio dell'alcol –, per affrontare finalmente la realtà? Grazie a una messa in scena stilosa e a una performance che non passa inosservata, The Flight Attendant intriga per i colpi di scena a raffica e per i deliri di Cassie, che in fantasticherie a occhi aperti immagina perfino di parlare con l'uomo assassinato. I ritmi restano altissimi, per fortuna, anche quando risvolti un po' improbabili e le somiglianze eccessive con Killing Eve rischieranno di far calare l'attenzione. Intrigo internazionale dalle ambientazioni cosmopolite, ha una bionda alla Hitchcock per fiore all'occhiello e i pregi che mancavano alla sopravvalutata The Undoing. Troppo autoironica per prendersi sul serio, la serie è un guilty pleasure che tratta i suoi spettatori con i guanti bianchi. La gentilezza, d'altronde, è compito delle brave hostess. Kaley Cuoco lavora, e cospira, per il nostro comfort. Buon viaggio. (7,5)
venerdì 11 dicembre 2020
Best-seller sul piccolo schermo: The Undoing | Us
Lei psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia: qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge: superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)
L'ho
letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia
ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe
preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno,
Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno
struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici
la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di
incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me
disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava
correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata
questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone
in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata
ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La
trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia
Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di
separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per
l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander,
caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia
ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere
di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della
moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il
promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia,
Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca
il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità
sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e
delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come
soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia
al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della
giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano
soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale?
Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni
giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho
ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al
lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti,
spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)
martedì 10 novembre 2020
Le serie bellissime dell'autunno: La regina degli scacchi | We are who we are
Si chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti. Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina, poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri: stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna – questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli scacchi porta con sicurezza la corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà valere. (7,5)
Corpi
intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di
qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano,
alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era
l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa.
Ho seguito We are who we are
come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia
divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e
nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino.
Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate,
l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai
temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome,
rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza –
per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui
quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli
adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose
plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo”
è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un
gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo
tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo
permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non
il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni
lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino,
lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli
e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a
Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un
po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato
all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan
Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la
dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e
leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è
transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo
specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere
definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli
orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e
liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza
senza peso – al punto che la maggior parte delle scene
sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta
autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei
personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe
limitante, perciò, definire We are who we are
un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto
non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più
grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è
subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba,
verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli,
sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi?
Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci
riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli
alieni e gli angeli. (8,5)



























