Visualizzazione post con etichetta HBO. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta HBO. Mostra tutti i post

giovedì 18 giugno 2026

Dove il caos è di casa: Euphoria S03 | Half Man | Margo ha problemi di soldi

È stata tra le serie più influenti dell'ultimo decennio. Nel frattempo, qualcuno è diventato una star: Zendaya, Sweeney, Elordi. Qualcuno è passato a miglior vita: Dane e Cloud. Qualcuno ha tagliato i ponti con lo scandaloso creatore, Sam Levinson: Schafer su tutti, qui ridotta a poco più che una comparsa, e lo storico compositore Labrinth. Di questa terza stagione si è scritto tanto, e prematuramente. Ambientata cinque anni dopo il diploma, abbandona le luci al neon al servizio di un neo-western polveroso, laido, sudato, dove neonazisti e serpenti a sonagli si avvicendano come nel cinema di Tarantino, Rodriguez, Korine. Potevamo forse aspettarci qualcosa di meno pulp da personaggi sempre stati distanti dalle dinamiche adolescenziali? Rue è un corriere della droga al centro di un pericoloso triplo gioco. Cassie, sposata con Nate, sbarca su Onlyfans e ha Maddie per manager. Gli altri vanno e vengono – spesso ridotti a semplici figuranti: è vero –, in episodi dove sono soprattutto le forme dell'amata-odiata Cassie a regalare momenti cult. C'è qualcosa di miracoloso, però, nel regolamento di conti finale. Questa conclusione scissa tra shock e rinnovamento, fede e vendetta, sa concedersi una chiusa talmente ispirata da pacificare fan e detrattori. Regalando finalmente redenzione al più bello, pazzo e disgraziato dei nostri american dreams. (8)

Dopo il trionfo di Baby Reindeer, Richard Gadd torna a sconvolgere con un nuovo capolavoro di scrittura, recitazione, regia – benché diversissimo dalla miniserie autobiografica che l'ha preceduto. Ambientato a Glasgow nell'arco di più di vent'anni, Half Man rielabora il mito ancestrale di David e Golia per raccontarci l'amore e l'odio totalizzanti tra due fratellastri: lo scrittore Jamie Bell, pavido ed emaciato, logorato sin dall'adolescenza dalla vergogna verso sé stesso; lo stesso Gadd, qui irriconoscibile nei panni di un muscoloso avanzo di galera tutto pugni serrati e grugniti. Tra i due, chi è la vittima e chi il carnefice? Al centro di duelli attoriali da Emmy, i protagonisti ridono fino alle lacrime e si rovinano la vita, al centro di scene così ributtanti da farti distogliere lo sguardo. Brutti, sporchi e cattivi, indagati attraverso una scrittura affascinata dalle ombre e dalle storture, cercano di allontanarsi l'uno dall'ombra dell'altro. Ma che vita vivrebbero senza una musa e un incubo alle calcagna? Animaleschi, scomodi, coraggiosissimi, i sei episodi targati HBO sono la riflessione definitiva sulla mascolinità tossica e l'omofobia interiorizzata, nonché – attualmente – la migliore serie dell'anno. Viva Richard Gadd; maledetto Richard Gadd. (9)

Mentre il mondo si scandalizza per l'ostentazione delle grazie di Sydney Sweeney – discinta content creator nell'ultima stagione di Euphoria –, su Apple si è da poco conclusa una serie che racconta OnlyFans con toni opposti: questa volta, infatti, siamo nell'ambito della dramedy a sfondo familiare. Margo ha problemi di soldi, tratta dal romanzo di Rufi Thorpe, è una fiaba di ordinaria sopravvivenza che un po' ricorda il cinema di Sean Baker – pur non avendone, purtroppo, mai lo sguardo autoriale. Rimasta incinta del suo professore, una diciannovenne con una madre frivola, un padre sotto metadone e due seni pienissimi decide di sposare una nuova identità online. Basta spogliarsi, però, per monetizzare? Per conquistare una nicchia di abbonati, Margo avrà bisogno di un personaggio. Perché tutto è narrazione: soprattutto il sesso. A tratti troppo tirata per le lunghe – serviva, ad esempio, l'annuncio di una seconda stagione? –, la serie di David E. Kelley sceglie saggiamente di dedicare grande spazio ai comprimari. E se la sempre bravissima Elle Fanning si mette a nudo con il suo ruolo più adulto, anche gli irresistibili Michelle Pfeiffer e Nick Offerman puntano agli Emmy. La rappresentazione del sex working è realistica? Davvero? Personalmente, ne dubito. Ma il brio di questo cast pieno di stelle fa la differenza. (7)

mercoledì 29 aprile 2026

Le migliori novità in streaming: Beef S02 | DTF ST. Louis | Il signore delle mosche | Love Story

Loro, Isaac e Mulligan, sono i manager di un golf club acquisito da una matriarca che sguazza nel torbido: in crisi, riversano l'amore che resta sul bassotto. Gli altri, Melton e Spaeny, lavorano come factotum nello stesso club: giovani, belli, innamorati, sgomitano per la promozione e per l'assistenza sanitaria. Come nella stagione precedente, tutto parte da una lite furibonda. E, ancora una volta, i toni vengono portati all'eccesso quando i conflitti personali si specchiano nei conflitto di classe. Un po' come nell'ultimo Guadagnino, i boomer sfidano la Gen Z: chi ne uscirà – se non vincente – almeno più pulito? Cinica, arguta, urlatissima, Beef può contare su un cast di stelle – anche se è quella del buffo e struggente Melton, a sorpresa, a brillare più forte – e su una certezza incrollabile: nessuno batte i coreani, quando si tratta di rivalsa. Ancora più divertente della prima stagione, ma appesantita dalle tinte inutilmente crime del finale a Seul, la serie antologica chiarisce ciò che Materialists non aveva avuto il coraggio di confessare. Il capitalismo è il grande nemico dell'amore romantico. I soldi ci cambieranno tutti: cambieranno tutto. Amarsi, però, significa accettare il peggio del nostro partner: no? (7,5)

Nessuno è normale se visto da vicino. È la frase che ricorre più spesso in DTF St. Louis: una delle serie più strane, sfuggenti, belle di quest'anno. È una commedia nera? È un thriller erotico? È tutto e il contrario di tutto? Voyeuristica, goffa, volutamente cringe, racconta il risveglio di un trio di cinquantenni dell'estrema periferia. Lui, Bateman, è un meteorologo insoddisfatto. L'altro, un Harbour da Emmy, è un interprete della lingua dei segni che patisce la disfunzione erettile e i chili di troppo. Tra loro, c'è Cardellini: la moglie del secondo. C'entrano un'app d'incontri e un appuntamento in cui scappa il morto. Scritta e diretta da Steven Conrad, con un cast in stato di grazia, la serie ruota intorno a un triangolo in cui non mancano né i feticismi né le tenerezze, mentre indaga il detective Jenkins: chi ama chi, soprattutto quando c'è di mezzo un'assicurazione sulla vita? Specchio nero della generazione dei boomer, la serie affronta il supremo dei tabù: quello della vulnerabilità maschile. E alla fine sarà impossibile non portarsi nel cuore il protagonista (trovato morto già nel pilot), con il suo bisogno di essere visto, compreso, desiderato. Anche a costo di accettare un match con un perfetto sconosciuto. E di spingersi in una piscina dismessa, in una notte buia e tempestosa. (8)

È la nuova serie TV del pluripremiato autore di Adolescence. E tutti, a quest'ora, dovrebbero parlarne. Perché Jack Thorne torna a raccontare l'inferno privato dei nostri nostri bambini, fragili e feroci. Questa volta, la riflessione parte dal classico senza tempo di William Golding: Il signore delle mosche. Ambientata su un'isola tropicale, in un microcosmo senza regole né adulti, la miniserie Sky – presto anche su Netflix, dove otterrà maggiore visibilità – analizza le spaventose dinamiche di potere che prendono piede tra i superstiti di un disastro aereo. Sono maschi. Hanno tutti undici anni. Tutto è un gioco: perfino farsi la guerra. Introspettivo, sanguinoso, angosciante, l'adattamento è un delirio di onnipotenza dal fascino tribale, in cui gli stridori delle colonna sonora e la fotografia acida gettano in un incubo che lascia scioccati e stupefatti. Attuale come non mai a settantadue anni dal romanzo, questa visione nera e pessimista ti lascia con un dubbio. I giovani sono speranza, vero? Sono futuro? Ma quale futuro? (7,5)

Lui, John, è il figlio del compianto Presidente Kennedy: scapolo d'oro in procinto di lanciare una nuova rivista. Lei, Carolyn, è la promettente pupilla di Calvin Klein: c'è il suo intuito dietro l'ascesa di Kate Moss. Sono glamour, ricchi, innamorati. Cosa potrebbe andare storto? Ryan Murphy produce una nuova serie antologica dedicata alle storie d'amore più famose e sospirate – ci sono già supposizioni su quale sarà la prossima. Questa, destinata com'è noto alla tragedia, ci trasporta nella magia degli anni Novanta e nell'inferno della sovraesposizione mediatica. I paparazzi, già complici della morte di Lady D, uccideranno anche la relazione tra i protagonisti? C'è qualche lungaggine di troppo. A tratti, aria patinatissima: da soap opera. Il cast, eppure, è di quelli delle grandi occasioni (Watts è una Jackie straordinaria, Gummer la degna figlia di mamma Meryl) e, nell'intendo di far rivivere il mito e la maledizione della famiglia Kennedy, Love Story segna la nascita di due nuove star: Paul Anthony Kelly (ex modello, esordiente) e Sarah Pidgeon (perfetta nei manierismi, nelle pose, e con un naso che è già iconico). (7)

venerdì 16 gennaio 2026

Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry

Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)

Una legge non scritta condanna Stephen King a trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel, un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi: l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte. Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta, siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza, la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà, The Mist. Del grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)

E se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente: con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda, affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare, eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere). Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)

venerdì 27 dicembre 2024

Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)

Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta, aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti, silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori, Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante. (7,5)

Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi, quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico. Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te. Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine. (7,5)

Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta, la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic: un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione, sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una star. (8)

martedì 31 ottobre 2023

Un Halloween in streaming: La caduta della casa degli Usher | The Last of Us

Dopo aver adattato Jackson e James, Mike Flanagan chiude la sua ispiratissima trilogia gotica cimentandosi con un altro capolavoro dell'horror. Questa volta si rifà al maestro dei maestri, Poe, e lo omaggia in una serie densa di citazioni. Se la cornice narrativa è quella del racconta La caduta della casa degli Usher, ogni episodio si rivela invece una reimmaginazione delle novelle più spaventose. Le puntate sono caroselli di storie dentro storie. Sontuose feste di morte in cui le dipartite, splatter e fantasiosissime, provengono ora da Il gatto nero, ora da Il pozzo e il pendolo. Roderick – un carismatico e fascinoso Greenwood – è il fondatore di un'industria farmaceutica responsabile di un'epidemia di oppiacei. Spietato e senza scrupoli, ha intrapreso una fulminante scalata sociale insieme alla sorella e messo al mondo una progenie corrotta quanto lui. In pochi giorni si troverà a seppellire tutti e sei i figli. Qual è il prezzo da pagare, in una vicenda di avidità, sesso e ambizione? Meno horror delle serie precedenti ma perfino più crudele, con i suoi monologhi caustici e riflessioni al vetriolo sul consumismo, l'ultima scommessa di casa Netflix è una saga generazionale sul male di cui, a volte, le famiglie sono capaci. A interpretare gli Usher tornano i soliti attori feticcio. Su tutti aleggia la presenza seducente di Carla Gugino, la cui bellezza senza tempo la fa muovere fra epoche e travestimenti, offerte e minacce. Chi non berrebbe un cognac con lei? Gli unici incorruttibili: una nipotina idealista e un tuttofare dal passato rocambolesco (di lui parlano Le avventure di Arthur Gordon Pym), interpretato da un inatteso Hamill. Dimenticate la commozione per gli sfortunati eredi di Hill House, per me di una perfezione insuperata; gli spettri – un po' troppo melensi – di Bly Manor. Qui non c'è consolazione nell'aldilà. Non c'è riconciliazione nell'oltretomba. Sono già uno strazio le cene condivise. Chi vorrebbe trascorrere insieme anche la vita dopo la morte? (8)

I videogiochi ispirano pessime trasposizioni: è una legge universale. The Last of Us non è soltanto l'eccezione alla regola, ma è una creatura ibrida che mette d'accordo sia gli appassionati del blockbuster che gli amanti del cinema d'autore. Merito dei suoi ritmi lenti e di un andamento che ricorda gli indie The Road e Light of My Life, e perfino un po' il nostro Anna. Horror on the road ambientato in una America post-apocalittica dilaniata da mostri e banditi, la serie HBO ha per protagonisti un uomo segnato dalla tragedia e un'adolescente misteriosamente immune. All'indomani di un'epidemia tratteggiata con agghiacciante realismo, gli esseri umani vanno temuti più degli infetti. Il dolcissimo Pedro Pascal, stando sempre un passo indietro, sorveglia Bella Ramsey come farebbe un genitore apprensivo e lascia a lei le scene madri più memorabili. La chimica fra i due garantisce emozioni altalenanti, ma innegabili. Dipinti entrambi con luci e ombre, sacrificherebbero la spasimata cura pur di non cedere ai morsi dell'abbandono? Dappertutto aleggia un senso di tragedia. In nome di un pathos inseguito a ogni costo, episodio dopo episodio, la serie dimentica a lungo andare sottotrame intriganti e comprimari creduti, a torto, importanti. Ma mentre il terzo episodio – parabola sulla persistenza di uno struggente amore gay – ci regala un capolavoro romantico musicato a Max Richter, gli altri finiscono per generare uno strano senso di assuefazione davanti all'ennesima morte, all'ennesimo sacrificio, all'ennesimo morso. Bella ma non bellissima, insomma, questa trasposizione videoludica sfida il luogo comune: agli Emmy è già record di nomination. Ma è realmente la serie dell'anno? (7)

lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

venerdì 3 dicembre 2021

Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building

Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)

In fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera – racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile senza però mai propendere per il grottesco. Realistica, introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon, giganteggiano Margaret Qualley e Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma: le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si rompono. (7,5)

Oscar Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia, è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di Master of None altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS Kramer all'italiana prodotto dall'insospettabile mamma Rai. (6)

Una famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti. Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The White Lotus fa ridere a denti stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo. Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura – perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine Perfect Strangers ma non il capolavoro annunciato. (7)

Un attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati, di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting. Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan. Peccato che, nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda stagione, Only Murders in the Building resta in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni – da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco tutt'altro che indimenticabile. (6,5)

venerdì 12 marzo 2021

Sentimenti in giallo: The Flight Attendant | Losing Alice | Soulmates

Se non avessi già visto The Flight Attendant, la presenza di Kaley Cuoco agli scorsi Golden Globe mi avrebbe fatto storcere il naso. Mal sopportata in The Big Bang Theory, nella serie thriller è stata promossa da spalla comica a protagonista assoluta. A sorpresa, mi ha fatto ricredere rivelandosi una mattatrice straordinaria. Sexy, querula e disperata, in grado di passare dal registro comico a quello drammatico con un battito di ciglia, è Cassie: una hostess con la testa tra le nuvole. Inaffidabile, goffa e promiscua, ama la bella vita e gli uomini belli. Tipica alcolista che fa fatica ad ammetterlo, si nasconde dietro il cliché della femminista libertina. Ma intanto è perseguitata da demoni personali, vuoti di memoria, dipendenze. Caratterizzata con brio e intelligenza, tanto nei rapporti amorosi quanto in quelli familiari, la protagonista è una mina vagante in fuga da una scena del crimine: chi ha ucciso il suo ultimo amante, un sempre affascinante Michiel Huisman? Per paura di essere incriminata, Cassie vola tra New York, Roma e Bangkok. Quando smetterà di fuggire – rinunciando anche al vizio dell'alcol –, per affrontare finalmente la realtà? Grazie a una messa in scena stilosa e a una performance che non passa inosservata, The Flight Attendant intriga per i colpi di scena a raffica e per i deliri di Cassie, che in fantasticherie a occhi aperti immagina perfino di parlare con l'uomo assassinato. I ritmi restano altissimi, per fortuna, anche quando risvolti un po' improbabili e le somiglianze eccessive con Killing Eve rischieranno di far calare l'attenzione. Intrigo internazionale dalle ambientazioni cosmopolite, ha una bionda alla Hitchcock per fiore all'occhiello e i pregi che mancavano alla sopravvalutata The Undoing. Troppo autoironica per prendersi sul serio, la serie è un guilty pleasure che tratta i suoi spettatori con i guanti bianchi. La gentilezza, d'altronde, è compito delle brave hostess. Kaley Cuoco lavora, e cospira, per il nostro comfort. Buon viaggio. (7,5) 

Mentre tutti parlano e sparlano di Dietro i suoi occhi, ultimo successo Netflix fatto di atmosfere bollenti e intrecci torbidi, la sorpresa in materia di thriller erotici arriva da Israele. Distribuita da Apple, Losing Alice è una miniserie che affascinerà gli amanti del cinema di De Palma, Verhoeven, Lyne e Polanski. Nonostante il suo garbuglio di sotterfugi e sensualità tipicamente anni Novanta, non risulta mai fuori tempo. Il merito spetta alle protagoniste femminili, belle in maniera ipnotica, e a una riflessione metacinematografica che mi ha fatto tornare in mente le inversioni di ruolo di Sils Maria. Qual è il confine tra verità e finzione? Ogni sceneggiatura, perfino la più maledetta, contiene un briciolo di autobiografismo? Un film, soprattutto, appartiene più al suo autore o al suo regista? Cineasta in maternità, Alice è la moglie frustrata di un attore corteggiatissimo che suo malgrado la mette spesso in ombra. In cerca di un nuovo progetto, in treno si imbatte in Sophie: sceneggiatrice giovane e sfrontata – una sorta di Lolita – che le propone di trasporre un'irresistibile vicenda di tradimenti e relazioni sadomasochistiche. Il film, Camera 209, entra presto in produzione. Ma Alice si troverà a gestire il marito dongiovanni e Sophie, entrambi protagonisti, sullo stesso set. Come restare professionali se la ragazza prodigio sembra flirtare con tutti, moglie e marito compresi? Come conservare la sanità mentale se, a un certo punto, il passato misterioso di Sophie diventerà un'ossessione? Elegante, stratificato e perverso, Losing Alice è il giallo di un transfert inafferrabile e lussurioso. Ben recitata e costruita come un gioco perpetuo di simmetrie e anticipazioni, la serie in otto puntate ha un erotismo spiccato che non scade mai nel volgare e un difetto non da poco: episodi di troppo. Non esente da lungaggini superflue, la sceneggiatura si sfilaccia e si appesantisce in vista del gran finale: per fortuna c'è un epilogo abbastanza soddisfacente, per quanto rapido, a sciogliere i nodi in sospeso. Se amate il cinema, il thriller e le location insolite, fate come Alice: perdeteci la testa. (7)

A dispetto dei pareri poco entusiastici disseminati in rete, mi ci sono imbarcato in una serata di insofferenza diffusa. Avevo proprio bisogno di una serie così. Antologica, sei episodi slegati, un'impronta che ricorda il Black Mirror più sentimentale. Ambientata in un futuro non troppo lontano, Soulmates – distribuita in Italia da Amazon Prime Video e già rinnovata per una seconda stagione – è una app avveniristica per farti incontrare la tua anima gemella. Cosa succederebbe se intanto fossi già sposato, ma con la persona sbagliata? E se la tua dolce metà, con l'inganno, cercasse soltanto vendetta? E se fosse un'altra donna e ti tentasse, dunque, con la proposta indecente di un triangolo sexy? E se le preferissi un colpo di fulmine dell'ultimo minuto? E se, purtroppo, fosse già morta? E se, ancora, si rivelasse essere un efferato serial killer? Il cast, fatto di nomi non troppo altisonanti, include tra gli altri: gli onnipresenti Sarah Snook e Kingsley Ben-Adir, la sempre discinta Laia Costa, l'idolo di Stranger Things Charlie Heaton e Bill Skarsgard, divertente e divertito in un ruolo a tinte arcobaleno che poco ha a che spartire con l'incubo di Pennywise. Costituita da sei episodi di quaranta minuti, Soulmates racconta tre storie d'amore a cavallo tra commedia, dramma e mystery. Alcuni sono attualissimi – primo e ultimo –, alcuni involontariamente brutti – terzo e quinto –, altri sufficienti a malapena – secondo e quinto. Tutt'altro che imperdibile, interessa comunque per la visione agrodolce delle relazioni sentimentali e per una fantascienza minimalista, che sa restare sullo sfondo con discrezione. Insomma: per una serie così, gradevole ma in definitiva dimenticabile, non serviva mica un algoritmo avveniristico. (6,5)

venerdì 11 dicembre 2020

Best-seller sul piccolo schermo: The Undoing | Us

Lei psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia: qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge: superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)

L'ho letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno, Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander, caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia, Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale? Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti, spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)

martedì 10 novembre 2020

Le serie bellissime dell'autunno: La regina degli scacchi | We are who we are

Si chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti. Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina, poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri: stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna – questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli scacchi porta con sicurezza la corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà valere. (7,5)

Corpi intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano, alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa. Ho seguito We are who we are come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino. Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate, l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome, rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza – per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo” è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino, lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza senza peso – al punto che la maggior parte delle scene sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe limitante, perciò, definire We are who we are un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba, verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli, sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi? Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli alieni e gli angeli. (8,5)