giovedì 18 giugno 2026
Dove il caos è di casa: Euphoria S03 | Half Man | Margo ha problemi di soldi
lunedì 27 giugno 2022
Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends
Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
domenica 29 dicembre 2019
[2019] Top 10: Le serie TV
mercoledì 28 agosto 2019
I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)
Brutta
bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza
tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la
fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni
famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei
sogni segreti, dalla visione di Euphoria
in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i
protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio
dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa
storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta
da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la
folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream,
quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non
funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua
regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito,
toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli
spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque
voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e
scandaloso, Euphoria
non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si
svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di
conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni
episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile,
torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla –
ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore –
ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra
impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le
perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i
minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non
innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato,
della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una
percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una
vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un
malessere nascosto. Ne subiremo le amare
conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e
felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul
ciglio del burrone. (8)
Tre
anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia
urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel
frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie
preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e
sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti
all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha
subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di
quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate,
in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con
la programmazione americana né di badare all’intensità ormai
assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute
d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più,
invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e
dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra
stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura
d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario
fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi
per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è
caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi.
Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa
franca. Qualcuno punta al Canada, pretendendo
diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al
proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una
Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa
bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli
sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere.
L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente
scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed
eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al
cambiamento sociale, trasformandosi in una Che
Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in
piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a
parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che
oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un
simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio –
ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli
ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza,
qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia
benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo
la bella stagione, il suddetto frutto si
rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)
Viene
dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e
inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate.
Come vendere droga online (in fretta) aveva
tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni
contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla
nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo
popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto,
approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti
daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico
papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce
in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico
boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana
coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad,
un po' di Smetto quando voglio
e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui
lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e
scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista,
foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze
psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama –
che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si
rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa
personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di
dipendenza. (5,5)lunedì 29 luglio 2019
Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando
Dopo
aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna
a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i
protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a
vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un
fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo
cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico,
non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare
l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie.
Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione
cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali
con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a
correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in
discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione
di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai:
tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali
adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border.
Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a
piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di
autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino
dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica
– ho ripensato al nostro Lazzaro Felice
–, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare.
Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border
vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che
parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare
mostri, tutto per amore. (8)
Bionda,
alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed
Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a
cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una
doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse
non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza
tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra
ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del
sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia
la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le
attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle
punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza
grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza,
scabroso ma mai gratuito, Girl è
il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa,
una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 –
sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti
della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è
che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una
prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza
nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà
per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso
da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è
un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come
siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano
inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per
fortuna, non inviolabili. (7,5)
Un'altra
ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione
fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella
di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici
anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti
e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e
doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a
commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi
soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue
my mind, notato per il titolo
bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera,
infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento –
l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza
all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive
ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che
porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga
grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti
visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una
splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi,
sconfina infine nel body horror:
peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo
squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P.,
la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime
l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica.
Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo
l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone,
quindi, l'onda d'urto. (6,5)
Avvertenze
prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta
parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e
materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue.
Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle
streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi
hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce
l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e
capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una
diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra
Schegge di follia
e La notte del giudizio,
l'irresistibile Assassination
Nation è
l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la
forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso,
va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul
piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria:
Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse
già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi
approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese
con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di
Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)









