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sabato 16 novembre 2019

Recensione a basso costo: La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo

| La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo. Beat, € 9,90, pp.350 |

Le ragazze vanno e vengono, si dice, gli amici restano. A lungo è stato questo il mantra di un inseparabile quartetto di compagni di merenda, inquadrati qui in un ventennio di amicizia. Si sono conosciuti negli anni del liceo e dell’arruolamento militare. Quelli dell’indipendenza politica di Israele dalla Gran Bretagna. Quelli dell’indipendenza economica da famiglie, talora, oppressive e provinciali. Insieme si sono trasferiti dalla piccola Haifa a Tel Aviv, ognuno in cerca della propria affermazione in un Medio Oriente ricco e al passo, più vicino a noi di quanto immaginiamo. Gli opposti si attraggono. I protagonisti, apparentemente troppo diversi per andare d’accordo, compongono così una squadra vincente: di quelle da non cambiare mai. Che differenza passa tra una storia d’amore e una d’amicizia? Richiedono entrambe una costruzione lunga e faticosa. Ricordi condivisi, gioie e dolori, tante risate e sporadici abbracci. Un passato che spesso non ci è dato conoscere.
Il bravissimo Eshkol Nevo, atteso al cinema con la trasposizione di Tre piani a cura del nostro Moretti, ci regala il privilegio di entrare a far parte per un po’ del loro circolo elettivo. Purtroppo non ho grandi amici, soprattutto maschi. Ne so poco di cameratismo, partite di pallone e giuramenti solenni. Avrei potuto mantenere le distanze con Yuval e gli altri,  ma a sorpresa li ho profondamente invidiati. Provando un affetto che raramente riservo agli sconosciuti, meno ancora ai personaggi di finzione.

Ci poniamo delle mete, ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.
Ci sono Churchill, il leader del gruppo, soprannominato così per le arringhe appassionate del suo mestiere di avvocato; il dolce Amichail, marito di Ilana e genitore di due gemelle, che filosofeggia di medicina alternativa ma si gode intanto il ruolo di “mammo”; Ofir, pubblicitario in crisi esistenziale che all’improvviso scopre i pregi della spiritualità accanto alla danese Maria; infine il narratore. L’osservatore interno di cui finisci sempre per scordarti il nome. Un personaggio in disparte, nell’ombra giacché timidissimo, che con una certa amarezza mi ha ricordato proprio il sottoscritto. Basso, asmatico, spaiato, Yuval li guarda, li adora, pende dalle loro labbra. Rischia di vivere attraverso le azioni degli altri però; di rimanere indietro. Non lo taglieranno fuori quando saranno troppo felici, oppure troppo presi dai doveri familiari? A unire il quartetto non è soltanto un’invidia malcelata, ma un patto fatto davanti alla tivù. Guardando i Mondiali di calcio hanno scritto su un foglietto un paio di desideri a testa; ne hanno letto uno ciascuno, ma hanno giurato di scoprire gli altri al prossimo Mondiale, quattro anni dopo. 
Ci si mette la vita di mezzo, abile a mescolare le carte in tavola. Ci si mettono donne che somigliano alla fascinosa e incostante Yaara: fidanzata col narratore, passa presto tra le braccia di Churchill seminando imbarazzi e musi lunghi. Soprattutto perché sposarla era uno dei sogni per il futuro di Yuval. Tutto, allora, è perduto? 
I personaggi vivono in un’era senza social, dove i compagni di scuola persi di vista diventano leggende metropolitane. Per loro rrivano i trent’anni, e con essi il profondo senso di sconforto che portano con sé. A Tel Aviv si inaspriscono i conflitti fra ebrei e palestinesi. I topi di campagna si trasformano in topi di città, gli amori si avvicendano – per separazioni o lutti sconcertanti –, l’armonia è messa in pericolo.

Per fortuna che ci sono i Mondiali, così il tempo non diventa un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato.
Da traduttore a autore, ossessionato dalla scadenza dei famosi quattro anni, il protagonista diventa un custode di confessioni, confidenze, memorie. Rincasa da solo, in un appartamento angusto e senza bambini, e fa di quell’amicizia un’oasi felice in un mondo cinico e ostile. Ma se l’inciviltà regna, è possibile preservare l’armonia in un paese che è una maledetta polveriera? Meglio restare oppure fuggire per ricominciare altrove? E questo monologo, in definitiva, cos’è: un requiem oppure un messaggio di speranza?
Fatta eccezione per una mesta parentesi dedicata alla malasanità e per gli stralci superflui della tesi del protagonista, esperto di filosofi che all’ultimo hanno cambiato opinione, La simmetria dei desideri è una commedia agrodolce che fa il bello e il cattivo tempo, ridere e piangere insieme. Nella descrizione millimetrica dell’incedere impietoso del tempo e della persistenza dei sentimenti mi ha ricordato il miglior Nicholls. Ai picchi di ilarità rispondono infatti buie voragini di depressione: momenti sorretti da un’idea di partenza brillante giacché assai plausibile.
Lo sviluppo, lineare e senza particolari guizzi, è di quelli non guidati dalla grandezza degli eventi bensì dalla potenza comunicativa di un cast di personaggi indimenticabili. Per realizzare i loro desideri, i quattro si pestano i piedi, imbrogliano, se li rubano a vicenda. Ma la scrittura di Nevo è così vibrante da bilanciare qualsiasi disparità e da dare voce al membro più marginale della comitiva. Fa goal, infine, con un post scriptum da lacrime. 
Avete scommesso attentamente su quale squadra puntare? La più bella e affiatata di questo campionato, di quest’anno di libri, è in trasferta dal Paese che non ti aspetti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – La leva calcistica della classe ’68

mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

venerdì 1 marzo 2019

Recensioni a basso costo: La vegetariana, di Han Kang

| La vegetariana, di Han Kang. Adelphi – La biblioteca del mondo, € 9,90, pp. 168 |

La scelta del vegetarianesimo: perché? Domanda d'obbligo, a tavola, quando un commensale rifiuta con un po' di imbarazzo le portate principali e alla cuoca domanda porzioni più generose di contorno. La curiosità è tanta, e fra una forchettata e l'altra si parte con una trafila di interrogativi di rito – la classica lista di alimenti da confermare o smentire, la messa al vaglio dei motivi etici alla base della nuova dieta –, pretendendo di sapere se si tratti di animalismo militante, intolleranze o allergie, astensioni severe per gli amanti del fitness. Cosa comporta, tuttavia, astenersi dai piaceri e dagli obblighi della carne nell'odierna Seul, dove quel rifiuto condotto allo stremo potrebbe essere la metafora difficile da decifrare di un malessere radicato più a fondo? La vegetariana, romanzo tanto premiato quanto controverso, racconta con una prosa chirurgica e una struttura pressoché implacabile l'ascetismo di Yeong-hye: moglie alto-borghese in una metropoli della Corea del Sud, che gradualmente passa dal rifiuto dei ravioli al vapore all'alimentarsi con un sondino nel naso; dal vegetarianesimo al totale digiuno. Con tutto quello che la sua scelta provocatoria comporta, in una famiglia, in una società a sorpresa non troppo lontana, dove la convivialità e la sottomissione sono imprescindibili. A suggerire alla protagonista il nuovo stile di vita è un incubo splatter, di sangue e assassini senza volto; una suggestione talmente forte da mandare a monte cinque anni di matrimonio, la buona educazione, qualsiasi raziocinio. Yeong-hye ambisce all'essenziale e alla purezza, a uno stato febbricitante simile all'estasi, ma a raccontare questa sua dieta di acqua e sole, il desiderio folle di trasformarsi in pianta, non sarà mai la diretta interessata in prima persona. Resterà, al contrario, un mistero fino alla fine.

Aveva scambiato il pavimento di cemento dell'ospedale per la soffice terra dei boschi? Il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia si spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida a sostenere quella duplice crescita? Mentre i raggi del sole le bagnavano il corpo, l'acqua che impregnava il suolo era stata assorbita dalle sue cellule, per poi farle sbocciare dei fiori tra le gambe?

Meglio non aspettarsi parafrasi e risoluzioni neanche dai personaggi che ruotano intorno alle prese di posizioni radicali e ai gesti scellerati della scioperante. Il primo capitolo è dedicato al punto di vista del marito, uomo d'affari piccolo e prevaricatore con una scarsissima stima verso la consorte – un'ottima cuoca, un corpo caldo da ghermire a letto con le stesse modalità dello stupro – e la tentazione infantile di lamentarsi con i suoceri di quella secondogenita che li disonora impunemente, astenendosi con l'imperturbabilità di una martire dai doveri coniugali: il sesso va preteso con le cattive, allora, e i pranzi diventano una barbara costrizione. Il secondo, invece, segue le fantasie erotiche del cognato di Yeong-hye, un artista all'avanguardia attratto dalla magrezza esagerata della parente acquisita e dalla persistenza di una macchia mongolica proprio sulla curva delle natiche, che fanno di lei prima un sogno proibito e poi un'istallazione artistica vivente: l'uomo vuole che posi per lui nuda e sfacciata, che si lasci dipingere il corpo di fiori bellissimi, magari in previsione di un amplesso futuro da immaginare pittorico e surreale. L'ultima parte, ambientata a tre anni di distanza dall'inizio della narrazione, ha la voce della sorella maggiore della digiunante: moglie tradita, ma mamma e professionista appagata, che si spinge in una struttura nel cuore della foresta sferzata di pioggia per portare frutta e dolci a una Yeong-hye arrivata a pesare trenta chili appena.

La sua calma accettazione di tutte quelle cose gliela faceva apparire come qualcosa di sacro. Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non si poteva definire una “persona”, ma non era nemmeno esattamente una creatura selvaggia – più un essere misterioso che possedeva le qualità di entrambe.

Lì, in un colloquio a senso unico, affiorano ricordi, sensi di colpa, pensieri suicidi mai confessati: la rabbia verso un corpo senza spigoli, trasformato eppure da alcuni in oggetto del desiderio; la frustrazione per non aver compreso i conflitti interiori della propria sorella, in balia per tutta la vita degli uomini sbagliati. A ben vedere In-Hye non è forse la copia carbone dell'altra, ma con un modo diverso di (non) opporsi? 
La vegetariana mi ha catturato sin dall'inizio, come accade quando mi cimento con letture che mettono alla prova in quanto morbose, destabilizzanti, piene di stranezze e perversioni. Paragonabile in parte alle visioni di Hungry Hearts Annientamento, il romanzo di Han Kang viaggia per il resto nell'assurdo, nel mai letto, attraverso un intrigo affascinante e respingente dove parlare del ruolo dei sessi – e del cibo – oggi. La ricerca delle purezza confina con il sentiero dell'annullamento. E una punizione all'apparenza gratuita e autoinflitta, per quanto poco condivisibile ci appaia, in realtà è l'unica scelta fatta deliberatamente da una moglie confinata in un angolo, nell'ombra: spogliata, usata e gettata via; pilotata in riunioni familiari che ne evidenziano l'alterità irreversibile; imboccata con le mani, con la forza, da amanti repressi e spregevoli padri padroni.

Perché, è così terribile morire?

La vegetariana è una forma di ribellione, una fuga. Il ritorno simbolico alla Terra, al fango a cui apparteniamo, per affidarsi finalmente a un'entità femminile che soverchia tutti e tutto: patriarcato compreso. Una natura naturans, accogliente e inquietantissima, che negli incubi ti promette di abbracciarti fino a diventar parte di un intrico incantevole di spine e fiori di carne. La prosa della Kang stilla linfa e fluidi vitali, la sua denuncia fattasi fiaba grottesca mette radici nei pensieri e nelle consapevolezze, e in preda a un'estasi pagana fioriscono intanto i corpi femminili e le rivoluzioni silenziose. 
Contro l'inedia sentimentale. Contro una fame vorace che ti spinge a impuntarti, ad affrancarti, attraverso la trasformazione in albero. Proprio come accaduto alla Dafne del mito, sfuggita così alle mani bramose del dio Apollo. Proprio come una figliol prodiga che torna infine a mutarsi in radice, foglia e bocciolo, nella stretta solidale di Madre Natura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baustelle – La canzone del parco

martedì 11 settembre 2018

Recensione a basso costo: The Sun Dog, di Stephen King

| The Sun Dog, di Stephen King. Pickwick, € 10, pp. 211 |

Siamo negli anni Ottanta di Cujo, Cose preziose e della commedia horror secondo Joe Dante.
Gli steccati riverniciati di bianco, le villette monofamiliari e i misteri inspiegati, invece, sono gli stessi di una Castle Rock tanto fittizia quanto leggendaria che, proprio in questi giorni, mi sta facendo compagnia anche sul piccolo schermo con l'omonima serie Hulu. Quando diventerò ospite onorario, mi domando da un'infanzia a questa parte, quando? 
Nel mentre, rieccomi. Di nuovo lì, alla base, per un piccolo Blog Tour tra appassionati. Per ristampe dal look ispirato alla moda Stranger Things, con i migliori racconti del Re riproposti singolarmente e rivestiti di tutto punto per l'occasione – in libreria, diciamolo pure, attireranno senz'altro i lettori più giovani e qualche collezionista instancabile, meno i parsimoniosi affezionati di lunga data. A sorte, il postino mi ha consegnato The Sun Dog: apparso in precenza in Quattro dopo mezzanotte e, a memoria, forse il racconto peggiore di una raccolta che conteneva fra gli altri I Langolieri e Finestra segreta, oggetti di culto e trasposizioni negli anni. La memoria, no, non mi ha ingannato. Sono entrato presto nel vivo dell'incubo di Kevin Delevan, quindici anni e una Polaroid maledetta in regalo, e presto ho scorto pregi e limiti di una storia dell'orrore dallo spunto curioso, ma troppo piccolo per dipanarsi in duecento pagine; una buona idea che, sul lungo tratto, a malincuore non basta; una manciata di personaggi da presentarci e un mostro che s'intravede a malapena, a scatti alterni.

Glielo si leggeva nell'occhio fosco, nel ringhio incipiente. Giudicava che volesse due cose.
La prima era scappare. La seconda era uccidere.

Se non tutti gli Stephen King escono terrificanti, comunque poco male. Ci si mette comodi sul bagnasciuga, allora, per godersi all'ombra dell'ultimo sole una prosa quanto mai rilassata, con protagonisti tratteggiati con pennellate grossolane e divertenti; uno stile che questa volta non va per il sottile, in quanto a ironia, ma che eppure attrae con citazioni pop che spaziano dalla Bambola assassina a Blow up e immancabili rimandi interni che in fretta ci portano nelle celle di Shawshank o nell'ufficio dell'indomito Alan Pangborn. È buona regola, poi, che all'appello non manchino mai gli empori, gestiti magari da squallidi prestatori a usura con il pallino per le scommesse vincenti, la pornografia, l'occulto. Gli insospettabili appassionati del paranormale – su tutti le esilaranti sorelle Pus, o un imprenditore in pensione con tanto di isola privata –, che bramano tavolette Ouija, registrazioni di sospiri d'altri mondi, fumo negli occhi. Un adolescente incuriosito da un rinnovo tecnologico guardato all'epoca con infondato sospetto, che insieme a una sorellina innamorata del cinema di genere e a un papà con un segreto scomodo da farsi perdonare si dedicano a un'indagine con il pericolo che incalza. 
C'è qualcosa che non va nella Sun 660 di Kevin, scartata con gioia e presto protagonista di pensieri di immediata distruzione. Davanti a qualsiasi soggetto il ragazzo decida di immortalare, infatti, la macchina disobbedisce: sulla carta fotografica che si asciuga emergono puntualmente un giardino, l'ombra di un'anonima silhouette e soprattutto un randagio nero e bavoso. Che a ogni scatto si fa sempre più minaccioso, e più vicino all'obiettivo. Abbastanza da saltare nel nostro mondo, rotta la catena tra una dimensione e l'altra, per divorarci l'anima in un sol boccone? The Sun Dog, quindi, lo si legge in un flash. Senza farsi grandi domande sulle origini del mistero, destinato a rimanere senza apparente risposta. Aspettandosi, come d'obbligo in un certo tipo di horror, l'inevitabile ghigno sadico dopo la quiete ingannevole dei titoli di coda. Peccato che questo cane abbai ma, al contrario del famigerato San Bernardo killer, poi non morda.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: AC/DC – Dog Eat Dog

giovedì 5 luglio 2018

Recensione a basso costo: Bilico, di Paola Barbato

| Bilico, di Paola Barbato. Pickwick, € 9,90, pp. 320 |

Ho letto per la prima volta un romanzo di Paola Barbato, sceneggiatrice d'eccellenza dell'intramontabile Dylan Dog, giusto la scorsa estate. Erano giunti infine i tempi dei bilanci, e ritrovando Non ti faccio niente nel meglio della passata annata (limitante l'etichetta di thriller al cospetto di quello stile materno e ricercato, di un'emozionante avventura a cavallo fra le generazioni) mi ero detto che sarebbe stato l'inizio, quello, di una lunga conoscenza. Benché tornata in libreria con il capitolo introduttivo di una nuova trilogia di successo, dalla mia ho ingranato la retromarcia e rispolverato il controverso esordio, galeotta la ristampa in edizione tascabile. Bilico arriva sugli scaffali nel 2006. In anticipo rispetto a personaggi femminili volitivi, distaccati, sdegnosi, che vincono con un clamoroso colpo di stato la guerra dei sessi; prima che il best-seller di Gillian Flynn facesse carta straccia della struttura compassata del giallo tradizionale. I membri delle forze dell'ordine non saranno allora senza macchia. I criminali non avranno metodo, colpiranno alla cieca. I colpi di scena, non riservati a una chiusa a effetto. La giustizia che non vince mai. Protagonista all'avanguardia, Giuditta Licari: anatomopatologa e psichiatra, quarant'anni portati a fatica, detentrice dello strano fascino esercitato dalle donne di potere – né belle né brutta, infatti, viene idealizzata in nome di una reverenza che spaventa l'altro sesso. Sgradevole, distaccata, e forse proprio per quello irresistibile, fa un lavoro da uomini, e dagli uomini è guardata a occhi bassi. Come fa a ostentare una calma perfetta davanti allo scempio di scene del crimine che richiedono guanti in lattice, cuori saldi e uno sguardo clinico? Perché è sfida aperta fra lei e il serial-killer che la stampa ha chiamato il Seviziatore – omicida disordinato ma implacabile, che sembra mietere vittime senza un disegno preciso e accanto ai cadaveri lascia un trailer, un piccolo indizio del male che farà?

Giuditta sa cose che nemmeno immaginavo... mi ha insegnato che dalla morte si può imparare a vivere... sì, ecco, che dalla morte si può imparare a vivere.

Personaggio amorale e borderline di quelli che piacciono a me, a tratti perfino più pericolosa dell'assassino da braccare, la Licari non prova niente, se non il brivido della caccia; a smuoverne l'animo imperturbabile è la curiosità antropologica dell'osservare, dell'indagare. Single, vergine, è la regina di chat erotiche in cui veste un'identità fittizia nonché una mezza habitué dei locali fetish. In ufficio assoggetta l'infatuato Miglio, dolcissimo sottoposto dal pollice verde, alimentando una frustrante e continua tensione sessuale. Flirta con il dirimpettaio sedicenne, soprannominato Tadzio in onore dell'efebo del capolavoro di Visconti, e all'occorrenza copre i misfatti di Alessandro, ex (fidanzato, agente di polizia) dalla spiccata vena pazza. Ma Giuditta non si dà, non si affeziona a nessuno, non si rivela. In intimità com'è con la morte, con i segreti. Queste pagine sono il suo esatto riflesso: eccessive, divertenti, politicamente scorrette. Scritte da un'autrice che, pur di seguirne le mosse e gli sbalzi d'umore, rischia di calcare spesso e volentieri la mano. Esagerando con lo splatter, i vizi del privato, il nero a profusione. Questa volta, gli equilibri non sono dei più perfetti: errori imputabili alla gioventù. Questa volta, il sangue a fiumi, i travasi di bile e le sfumature labili fra buoni e cattivi vorrebbero purtroppo graffiare più della scrittura: così bella, in realtà, da non avere bisogno dei trucchi gore di Sergio Stivaletti. Paola Barbato gioca sporco e, cosa strana, gioca a carte scoperte.

In fondo la morte è un grande mito. Prenderla, darla, che differenza fa?

Da metà in poi sceglie di svelare l'identità del Seviziatore, ed ecco allora giustificati i toni grotteschi, l'ironia tragica, le stranezze – all'autrice fanno un baffo, infatti, le regole del quieto scrivere, e il fastidio, l'antipatia, non risparmiano né la protagonista né i comprimari. 
Il twist al centro, all'inizio chiave di lettura utile a comprenderne le pessime intenzioni, è però un'arma a doppio taglio: se da una parte scagiona il romanzo da qualche esagerazione di troppo, dall'altra fa in modo che la lettura si trascini più o meno prevedibilmente verso un epilogo di inaudita e pregevole cattiveria. 
Cronache di un thriller pionieristico che non ha morale, che non le manda a dire, e in bilico fra il sì e il no si lascia leggere.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cure – From the Edge of the Deep Green Sea

sabato 28 aprile 2018

Recensione a basso costo: Un altro giorno ancora, di Bianca Marconero

| Un altro giorno ancora, di Bianca Marconero. Newton Compton, € 6,90, pp. 382|

Nel suo piccolo, che sorpresa. Sembra quasi una scortesia ammettere meraviglia, lo so, se si parla di un'autrice che stimi da anni. Se si scrive, soprattutto, di una persona a cui da anni vuoi bene. All'uscita di Un altro giorno ancora, a cui avevo dispensato su Facebook gli immancabili Mi piace di rito, mi ero tuttavia interessato meno del solito, dopo quell'Ultima notte al mondo prima incursione nel romance di una scrittrice con il pallino dei cavalieri, le armi e gli amori – piaciuta col senno di poi più no che sì. Il ritorno in libreria di un'amica come Bianca Marconero non poteva comunque lasciarmi indifferente. L'ho seguita per affetto, perciò, nella sua ultima parentesi rosa: non erano le avventure di Albion o l'adorabile spirito nerd di La prima cosa bella, mi ripetevo, ma che fortuna in fondo rileggerla tanto presto. Con una storia maggiormente nelle mie corde, per toni e leggerezza. Con un romanzo che – a sorpresa, si diceva per l'appunto – si avvicinava ai miei preferiti più di quanto non suggerisse la quarta di copertina. Sarà per la protagonista disincantata che non ti aspetti: tatuaggi che spesso parlano per lei di lei, chiusa a riccio com'è dietro uno scudo di ciocche colorate e un armadio all black. Sarà l'aria buona che si respira alle Colline Dorate: un maneggio alle porte di Milano in cui, fra contesissimi purosangue, casolari grandi quanto castelli e sfide al galoppo, trotta divertita e a proprio agio una Marconero allo stato brado, in crisi d'astinenza da un mondo di dame e cavalieri presso cui fare tappa contaminandolo un po'. Riscritto, qui, per riappropriarsene.

A volte ci nascondiamo solo per scoprire se è rimasto qualcuno disposto a cercarci, trovarci e riportarci a casa.

Ha un cognome che farà accendere la lampadina agli appassionati di equitazione, nessun genitore in vita e quattro fratelli che l'hanno cresciuta teneramente sì, ma amazzone e maschiaccio: nella vita di Elisa Hoffman, diciannove anni, non c'è spazio che per i cavalli e per quella strana famiglia speciale. Sul polso ha tatuato il numero cinque, per dire che nella sua cerchia, nel suo spazio personale, non sono ammessi invasori: non fanno eccezione i ragazzi – l'ultimo è Massimo, amico storico, prima di diventarlo anche di letto – che non sconfinano e non si fermano a dormire. Sembra avere un tatuaggio, una stella bianca sulla fronte, anche Sparkle: il cavallo per cui la protagonista sta trascurando la carriera universitaria, con stipendi da fame al maneggio o in un locale notturno del centro, pur di mettere da parte abbastanza per comprarlo. 
Peccato il destino abbia altri piani, un'offerta maggiore: la famiglia Serpieri dà un prezzo a tutto, anche a Sparkle, e cosa può fare Elisa se non portare rancore al coetaneo Andrea, che dei Serpieri è il figlio minore e, all'apparenza almeno, il meno avaro? Fra loro è stato un quieto tollerarsi per dieci anni, nonostante Bianca, la sorella di lui, abbia piantato all'altare Vittorio, il fratello di lei: sarebbe guerra, se non fosse per i tentativi di Andrea di respingere con regale aplomb gli attacchi (e i pugni sul naso) di Elisa, pur di farsi perdonare. Non è un mistero che mostrerà di avere poco in comune con i Serpieri, generosità del corredo genetico a parte: corona di ricci biondi e sorrisi di plastica, una corazza di buone maniere per ostentare distacco finanche dopo un tradimento, la tendenza a farsi rosso quando gli si fa notare un'avvenenza che non sa nemmeno sfruttare. Non è un mistero che le trasferte sportive e il Brunello a cena li faranno conoscere meglio, in senso biblico e non. Anche se Elisa, che porta i pantaloni, non ammette eccezioni: che resti un'amicizia con benefici, giorno per giorno, fino all'esaurirsi dell'attrazione reciproca. Anche se il perfettino Andrea, che con Elisa ha deciso di imparare a sbagliare, non è tipo da una notte e via: si affeziona, s'innamora, venendo meno ai patti con una protagonista eppure cieca davanti all'evidenza.

Il problema non è come mi sento se mi tocca, ma l'importanza che sto dando al fatto che ora è chiaro che lui e io vogliamo la stessa cosa. Lo stesso niente. Niente sia, allora, ma facciamolo bellissimo.

Una coppia di personaggi inadeguati – l'una che usa i ragazzi come rimedio omeopatico e l'altro che, per dire, non transige che il volume dello stereo abbia un numero dispari – sono al centro di una commedia a ruoli inversi, che ha i suoi pregi negli scenari insoliti e nella schiettezza della narratrice: forse uno dei personaggi femminili meglio riusciti alla Marconero. 
Certo, se il binomio non vuole definirsi coppia, la parte finale – quella che meno ho apprezzato – sarà una corsa a ostacoli tra gelosie, tira e molla, terzi incomodi e cliché. Per fortuna, per tutto il tempo tiene le briglie qualcuno come Bianca Marconero, che in quell'ambiente privilegiato cerca l'umanità, e la trova a colpo sicuro; che dice che dell'amore si può sospirare, ridere, e che quello di darsi all'ippica, a volte, è un consiglio affatto peregrino. 
Qualcuno insieme a cui desiderare un altro giorno, e qualche altra pagina, ancora.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Scissor Sisters – Only the Horses

lunedì 5 febbraio 2018

Recensione a basso costo: Una cosa piccola che sta per esplodere, di Paolo Cognetti

| Una cosa piccola che sta per esplodere, di Paolo Cognetti. Minimum Fax, € 9, pp. 138 |

Non mi affeziono ai racconti e pensavo che nemmeno Paolo Cognetti potesse fare eccezione. L'ho conosciuto l'anno scorso in territorio neutrale, un romanzo breve che di lì a poco avrebbe vinto lo Strega, anche se a lui restavano le sue amate montagne e a me il disorientamento iniziale dei ragazzi di città, pronto però a trasformarsi in commozione grazie a scritture che scaldano lo stomaco e a boscaioli di stentate parole. L'ho rincontrato sul Kindle un paio di mesi dopo con Sofia si veste di nero: ufficialmente raccolta di racconti, sì, ma con l'inarrivabile ragazza del titolo – ora protagonista, ora raccontata da qualche amante dal cuore infranto – a fare da filo conduttore. Mi hanno riportato da lui il desiderio di concedermi qualcosa di bello dopo tante delusioni e un libro piccolo così, dal titolo lungo lungo e la copertina pastello. Di nuovo racconti – cinque, per la precisione –, e questa volta non c'erano trucchi, inganni, o ragazze come il prezzemolo abbigliate a lutto. Forse la prova del nove? Senza paracadute ma senza cattive sorprese, ho ritrovato felicemente il mio Cognetti. Giovane ma sempre bravissimo, che qui proprio di giovani contro (controcorrente, controluce) vuol parlare. 

Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri.

Margherita, detta Margot, è una diciassettenne scheletrica e irrequieta. In una clinica sorrentiniana all'ombra delle alpi svizzere – un istituto senza specchi alle pareti, assiepato di altre adolescenti scheletriche e irrequiete di cui Margot è l'indiscusso capobranco –, la protagonista considera sacre le gerarchie e mistico il digiuno. Le ripetizioni di matematica all'ultima arrivata, Lucia, e il corpo che si ribella asseconderanno il ritorno della fame. Di qualsiasi cosa, in fondo, la si abbia.
Diego e Simone, sedici anni, vivono di spaccio e furterelli, di pesca e motorini scassati, nel grigio acciaio di certe province italiane. Non vogliono crescere e allontanarsi come invece sta accadendo. I due se ne vanno a zonzo sui luoghi dell'infanzia – una fabbrica in disuso, profanata dalla scoperta del sesso e del fumo – e lontano dagli sbagli dei grandi. La meccanica dell'età adulta: complicata come le auto moderne. La loro, finché è durata: facile e perfetta come il motore a due tempi.
Mina, esplosiva come il titolo della raccolta, ha la sindrome d'abbandono e la stoffa della scrittrice. Suo padre è andato via, lasciando il resto della famiglia in mezzo ai dubbi e ai debiti. Si è presa cura di lei, di loro, Antonia: maestra diabetica, in pensione, che le farà a lungo da tata, amica e confidente. Ascoltandole tutte, dalla prima all'ultima, quelle storie assurde su un papà avventuriero, agente segreto, giocatore d'azzardo, dongiovanni. Su un papà che, almeno nella fantasia, aveva le sue buone ragioni per lasciare a casa quella piccola e sconsolata Mina vagante.
Pietro passa l'estate dei suoi dodici anni in montagna. I genitori in crisi matrimoniale, un padre che non li raggiunge mai nei fine settimana. In un campeggio abitato da donne e bambini, il ragazzino asseconda la sua sete d'avventura leggendo Twain e progettando una capanna sulle rive del fiume. Ad aiutarlo, soltanto Tito: solitario e laconico custode di mezza età a cui manca un figlio, proprio come a un figlio, Pietro, manca il padre. Il cielo minaccia all'ultimo piogge, alluvioni, lacrime. L'estate che finisce in fretta e furia, insieme all'illusione dell'innocenza.
Gli anni Sessanta: la Beat, l'esercito degli hippy, la rivoluzione sessuale. Anita, ragazza di campagna, si lascia alle spalle la nebbia, le risaie, la buona eduzione puntando ogni mattina al suo liceo al centro di Milano e all'esempio di un'amica ribelle, Tania. A raccontercela, un figlio che si fa domande, e prende a farle anche agli altri. Anita attraverso le foto in bianco e nero, i ritratti e le parole dei vecchi genitori. Anita attraverso gli anni migliori.

Dice la nonna che la vita degli adulti comincia con una bugia. L'adolescenza, per quanto la riguarda, è solo un'invenzione borghese. C'è un'età dai segreti innocui, ma quelli cadono come i denti da latte, e i segreti che crescono dopo sono minati da una carie inconfessabile. Sesso. Perciò ecco dimostrato il suo teorema: la vita degli adulti è arte del mentire.

Il degrado della prima Avallone, così, viene salvato dalla purezza dell'aria di montagna; dalla delicatezza di una prosa che è un fiume pieno di appigli. Un Cognetti di squarci, attimi e lampi di Polaroid, da cui lasciarsi condurre a occhi chiusi fuori dalla cornice. Sequenze rapide, assaggi di adolescenze indigeste, parole d'un fiato. Un Cognetti più sbarbato e arrabbiato, più misurato e chirurgico; insomma, una specie di sperata eccezione. Sui padri e i figli, le mamme mute, le amicizie formative, un passato non lontano. Sui campi minati di vite ai margini, soprattutto, e il ticchettare che annuncia l'innesco delle nostre emozioni inesplose.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicali: Ghemon – Un temporale

mercoledì 10 gennaio 2018

Recensione a basso costo: Il postino suona sempre due volte, di James M. Cain

| Il postino suona sempre due volte, di James M. Cain. Adelphi, € 9, pp. 122 |

Ha suonato due volte, al cinema. La prima con John Garfield e Lana Turner, l'altra con Jack Nicholson e Jessica Lange. Il postino – anche se il titolo, da prendere non alla lettera, pare si riferisca alla puntualità del destino secondo un proverbio – portava i grandi divi, l'erotismo, il mistero. Ho aperto loro la porta anni dopo. Facciamo quasi novanta, considerando che questi amanti diabolici – con i loro misfatti, con la loro passionalità feroce – scandalizzarono in principio l'America dei tardi anni Trenta: galeotta la scoperta di James M. Cain che, lo scorso novembre appena, mi aveva incantato con un ritratto femminile umano e spregiudicato, a cavallo fra i generi e le generazioni. Il postino suona sempre due volte, senz'altro più noto di Mildred Pierce, sembra portare i suoi anni peggio della bellissima signora che seppe reinventarsi all'indomani della Grande Depressione – scoprendosi ora imprenditrice di successo, ora pessima madre. La trama la conoscete a grandi linee. Frank, autostoppista con la strada come casa, fa tappa presso una taverna di provincia: vigoroso e amichevole, scafato, trova presto lavoro come factotum. Ad allettarlo, non tanto le offerte del proprietario – un generoso e sfortunato immigrato greco – quanto le grazie della giovane moglie di lui, Cora. Reginetta di bellezza che ha abbandonato l'Iowa inseguendo la gloria, cacciandosi però nel vicolo cieco di un matrimonio infelice. Nel nuovo arrivato, l'irrequieta casalinga trova l'amore. Soprattutto, un complice. Per la perfetta relazione clandestina, e per il delitto perfetto.

Ma che cosa ci resta? Eravamo in cima ad una montagna. Eravamo così in alto, Frank, quella notte! Non avrei mai creduto di poter sentire nulla di così meraviglioso. Ci siamo baciati; e quel bacio aveva saldato un patto, tra noi, che sarebbe dovuto durare eterno, qualunque cosa accadesse. Nessun’altra coppia di amanti al mondo poteva dire d’aver avuto altrettanto dalla sorte. E invece siamo caduti. Tu per primo; poi io. Sì, siamo pari. Tutti e due quaggiù, insieme. Non siamo più lassù, in alto. E la nostra bella montagna è sparita.

Uccidere un marito senza il senso degli affari, intascare i soldi della solita assicurazione sulla vita, farla franca. Se la gatta ci lascia lo zampino, però, non tutto va come da piano. Colpa di un uomo che non vuole farsi ammazzare al primo tentativo, di una giustizia che non ci crede, di un rapporto troppo morboso per rimanere in piedi. Il crimine logora tutto, e Frank e Cora perdono di vista il punto. Si sporcano, si pentono, si perdono, e se ne rendono conto soltanto dopo. Legati a doppio nodo dalla stessa cosa che potrebbe dividerli. Lui vorrebbe fuggire dai fantasmi di una notte di sangue, lei vorrebbe restare per diventare finalmente qualcuno. Lacrime di coccodrillo, allora, su un bene che vive di sesso riparatore e sbornie, del male fatto agli altri. Sull'illusione di ammansirsi a vicenda. Duro e laconico, senza fronzoli, Il postino suona sempre due volte ha la dimensione del racconto e, per forza di cose, personaggi più stilizzati – lui semplice faccendiere, lei femme fatale con qualche guizzo di umanità. I moventi nudi e crudi del noir in bianco e nero, i risvolti stucchevoli del mèlo.

L’amore, quand’è mescolato alla paura, non è più amore. È odio.

Colpa di una parentesi giudiziaria cavillosissima, finita troppo tarallucci e vino; dei troppi finali, e di quell'epilogo da tragedia greca che gioca con le spirali di ricatti e false redenzioni, con il karma, esagerando spesso. Può forse nascere un sogno d'amore da un incubo? 
Per rispondermi, al citofono ha suonato per la seconda volta James M. Cain. Senza purtroppo cogliere di soprassalto come in passato, senza rinnovare una sorpresa che mi figuravo senza tempo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: No Doubt – It's My Life 

venerdì 11 agosto 2017

Recensione a basso costo: Il giardino delle farfalle, di Dot Hutchison

| Il giardino delle farfalle, Dot Hutchison. Newton Compton, € 9,90, pp. 336 |

Le chiama così, le Farfalle. Giovani, leggere, bellissime. Hanno vestiti eleganti lunghi fino ai piedi, come ninfe di un quadro di Botticelli, e uno scollo vertiginoso sulla schiena a rivelare enormi ali d'inchiostro, dipinte durante sedute lunghe e dolorose. Sono tante, e hanno dai sedici ai ventuno anni. Poi muiono. Quella è la loro natura: spegnersi in fretta, all'acme dello splendore. Sono prigioniere in una serra di dimensioni straordinarie, in cui zampillano cascate e ruscelli. Nei corridoi, intrappolate sotto un vetro e cristallizzate nella resina, le Farfalle assassinate al compimento del ventunesimo anno d'età. Il loro aguzzino, detto Il Giadiniere, le tatua e ne abusa, spartendo il suo harem segreto con i figli – il primogenito, ormai fuori controllo, e un giovane violinista combattuto tra giustizia e senso di appartenenza.

Le creature bellissime hanno vite molto brevi, così mi aveva detto al nostro primo incontro. Lui se ne assicurava e si sforzava di dare alle sue Farfalle una strana specie di immortalità.

A capo del gruppo, Maya. Che è abbastanza forte per tutte. Che ha dimenticato il suo nome e, all'esterno, viveva un'esistenza non meno malsicura e angosciante (due genitori litigiosi, un'appariscente nonna tassidermista, le attenzioni degli adulti da schivare). Che, all'inizio del romanzo, siede nella sala interrogatori di una stazione di polizia. Le mani bendate, i modi accattivanti e una storia da raccontare al poliziotto buono e al poliziotto cattivo: una storia che, a pagina uno, sappiamo essersi già conclusa. Come si scappa dal labirinto di un ricchissimo Minosse? Qual è il ruolo della sopravvissuta, elusiva e seducente? Se non fosse stato per il consiglio mirato della mia amica Susi, Il giardino delle farfalle mi sarebbe sfuggito. Colpa dei romanzi Newton Compton che, con il copia-incolla, promettono tutti “Un grande thriller”. Colpa di un altro retro di copertina che, senza fantasia, annuncia “Il thriller più terrificante dell'anno”. Nel romanzo della sorprendente Dot Hutchison – una prosa affascinantissima e tutto un mondo di orrori da architettare – c'è del buono davvero, nonostante gli strilloni esagerati e tutt'altro che attraenti delle fascette promozionali. Insolito romanzo di genere, ha una costruzione impeccabile e una scrittura che regala immagini memorabili, di violenza e armonia: vedo nitidamente davanti agli occhi, a distanza di giorni, questa corte di ragazze in cattività, che rispettano le gerarchie del Racconto dell'ancella e si danno alle confidenze intime di un film di Sofia Coppola. Artefice dell'incantesimo, una narratrice che sembra non raccontarla giusta.

I miei segreti sono vecchi amici; mi sentirei una pessima amica se li abbandonassi ora.

Maya pettina, rassicura, coordina. Recita a mente Edgar Allan Poe e i tragediografi greci, se sottomessa alle voglie del Giardiniere. Irretisce Desmond, erede da plasmare. Confonde gli agenti di Polizia e il suo lettore. Cosa non dice? Le risposte non sono delle più impensate: in ballo, a un certo punto, sembra esserci meno del previsto. Ai colpi di scena – canonici ma indispensabili, stando a me – Il giardino delle farfalle preferisce infatti una narrazione convoluta e un epilogo risolutivo, dalla morale femminista, in cui le donne oppongono ostinata resistenza. Le farfalle premono contro la teca e l'eventuale schianto, la pioggia di vetri in frantumi, fa meno rumore del resto – così scenografico, così originale nel suo dire e non dire. Restano le schegge insanguinate. L'inchiostro già penetrato sottopelle. La crisalide, lasciata sfitta per un volo lungo più di un giorno soltanto.
Il mio voto: ★★★★ -
Il mio consiglio musicale: Cloves - Don't Forget About Me

sabato 8 luglio 2017

Recensione: L'ultima notte al mondo, di Bianca Marconero

| L'ultima notte al mondo, Bianca Marconero. Newton Compton, € 5,90, pp. 448 |


Se un visitatore casuale facesse una ricerca per parole chiave, sul blog troverebbe una serie di recensioni che cominciano così. Non è facile parlare del lavoro di qualcuno che conosci. Bianca Marconero è la portabandiera di quei post. Un'autrice che però le rende facilissime, le recensioni. Tiene il conto dei miei esami; conosce il rumore esatto che facevano le mie infradito sui gradini, quando correvo per le scale con i quadri appena affissi all'uscita di scuola; si prende la briga di leggere a tempo perso cose mie e disegna cuoricini sui fogli corretti un po' per infastidirmi (sono un orso), un po' per farmi coraggio (sennò spengo la luce, mollo tutto e vado in letargo). Bianca c'è, e tanto basta per aspettarla ogni volta in libreria. La saga di Albion è purtroppo in fermo e dai cinefili imbranati della Prima cosa bella sono passati ormai due anni. Lo scorso settembre, su Facebook, ha annunciato che nel tempo impiegato da me per appaiare i calzini (ossia, una ventina di giorni buoni) si era data a un esperimento: una storia senza cavalieri o nerd, scritta con una certa canzone di Ferro in sottofondo e l'intenzione di autopubblicarla. La Newton Compton non se l'è fatta scappare. In attesa di darlo alle stampe, la Marconero non si è fermata un po', e io intanto sono qui, a metà dell'opera con l'abbinamento dei fantasmini. Il romanzo è la storia di un amore a scoppio ritardato. Lui lavora come operatore per un'emittente privata ed è tornato a Bologna dopo una bravata che gli ha rovinato la reputazione. Lei, al contrario, è benestante, ligia al dovere, innamorata ciecamente: il suo fidanzato storico, tre mesi fa, le ha suggerito una pausa di riflessione. La ragazza vuole essere indipendente, stupire chi l'ha sottovaluta: accetta, così, di alternare il praticantato alla conduzione di un programma TV. Sceneggia e la affianca proprio Marco. Che lei, per inciso, conosce e disprezza per finta sin dal liceo. Peccato che più o meno da allora, combattuto tra amicizia e tentazione, lui la ami in silenzio. Sceglieranno la loro reciproca compagnia, in un Capodanno sotto la neve?

Lei è la ragione per cui crederò sempre alle canzoni.

La stessa trama e una copertina identica, tra gli scaffali, non mi avrebbero attirato. Ho letto L'ultima notte al mondo perché l'ha scritto Bianca, e leggerla mi mancava. Sotto sotto, anche se un'autrice previdente e catastrofista mi aveva già avvertito, mi asperavo la sorpresa di un “ma”: non è il mio genere ma ho cambiato idea, cose così. I numerosi tira e molla, le sere nere e un'esagerata schiera di rivali, però, non mi hanno convinto particolarmente. La città è grande, ma si incrociano con poco vecchi amici, nuove coppie, scoop che minano gli equilibri dei protagonisti – due personaggi all'inseguimento delle loro aspirazioni, che a volte mi sono parsi troppo adulti (il chiodo fisso di sistemarsi alla loro età), altre troppo infantili (il machismo a sprazzi dell'uno, il piede in due scarpe dell'altra). A volte le esigenze di una trama che si complica troppo e vira altrove, nel finale, hanno la meglio su sentimenti già non semplici di per sé. Bianca sta nell'autoironia di fondo, nell'attenzione verso il lavoro del protagonista maschile (per deformazione professionale, infatti, ha un noto occhio di riguardo per i Marco e i backstage), le Vespe scorazzanti all'ombra dei colli. L'ho ritrovata con piacere più nelle poche pagine della novella in coda, l'emozionante Ed ero contentissimo, che nelle precedenti trecento: flashback su un'adolescenza fraintesa, su un'amicizia che ad Amsterdam poteva diventare qualcos'altro, che riassume gli anni del liceo utilizzando le cinque tappe dell'elaborazione del lutto. Senza uno di quei miracolosi colpi di scena a cui mi ha tanto abituato, dunque, L'ultima notte al mondo resta lontano dalla mia comfort zone, ma non è una spiacevole compagnia con cui fare le ore piccole. Loquace, divertente, ficcanaso. Il buona la prima di un'autrice che non dispiace mai e che, allo squillo del citofono, mi farà sempre e comunque mettere in pausa il romanzo che avevo in lettura. Anche se più prevedibile, addolcita, di rosa vestita: come dettano la gioventù, il romance, l'estate. Fiducioso, B., aspetto il cambio di stagione.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiziano Ferro – L'ultima notte al mondo

giovedì 20 aprile 2017

Sipario #1: Piccoli crimini coniugali, di Eric-Emmanuel Schmitt

Leggendo i botta e risposta dei protagonisti di Schmitt, ho deciso di usare la sua pièce come scusa per dare il via a una rubrica su cui fantasticavo da qualche tempo. Nasce così, senza impegno, Sipario. Mi sono laureato lo scorso dicembre con una tesi in Letteratura teatrale, infatti, e ho già sulla scrivania qualche dramma di Becket e Pinter per l'esame di Storia del teatro inglese, da preparare nella prossima sessione. Perché, mi sono detto, non unire l'utile al dilettevole e parlarne anche a voi? Perché non cominciare da qui?
Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l'assassino.

Titolo: Piccoli crimini coniugali
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Editore: E/O
Numero di pagine: 141
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Gilles è vittima di un misterioso incidente. Ritorna a casa dall’ospedale con la moglie Lisa. Ha perduto la memoria. Lui chi è? E chi è Lisa? Com’era la loro vita di coppia? A partire da ciò che lei gli racconta, Gilles cerca di ricostruire la propria vita. Ma se Lisa mentisse? Lui è proprio così come lei lo descrive? E lei è veramente sua moglie? Attraverso il serrato dialogo e i continui colpi di scena si fa strada una verità inattesa. Il lettore si trova continuamente spiazzato. A chi bisogna credere? La vita matrimoniale è davvero questo inferno di crudeltà mentale? E quando vediamo un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, dobbiamo veramente chiederci quale dei due sarà l’assassino?


                          La recensione
La scenografia è quella tipica dei drammi borghesi. Un salotto. Quadri alle pareti, una poltrona all'ombra di una lampada a stelo. Sullo sfondo, una scala a chiocciola che si arrampica ai piani superiori. Scene di un matrimonio al di sopra di ogni sospetto. Scena del crimine. Fanno il loro ingresso i padroni di casa, Lisa e Gilles. Lei moglie trofeo che invecchia con eleganza, lui scrittore di gialli dall'ego smisurato. A prima vista c'è qualcosa di stonato. Una garza avvolge la testa dell'uomo: appena dimesso dall'ospedale, ha perso la memoria. Sua moglie gli fa da guida, lo stimola e lo rimbrotta con tenerezza. A una seconda occhiata ci si accorge che c'è qualcosa che non va neanche fra loro. Non così presi. Non così sinceri l'uno con l'altra. I ripiani della libreria nascondono i trofei delle notti spese in solitudine - bottiglie di liquori buttati giù d'un fiato. Nessuno fa riferimento, e non è un caso, al lavoro più famoso del giallista di casa. Si chiama Piccoli crimini coniugali. Un bestseller che parlava della naturale degenerazione dell'amore. Tra le righe, di due come loro. Insieme per noia, per forza. La scenografia, la quiete apparente, sono il capolavoro di un falsario. Le termiti nelle pareti stanno già divorando il loro porto sicuro. Eric-Emmanuel Schmitt, raffinatissimo drammaturgo francese scoperto solo qui, ha prestato i suoi protagonisti in crisi al cinema italiano. Mi sono ricordato di questo noir sentimentale con il ritorno in sala di Alex Infascelli, regista che davo per disperso. Piccoli crimini coniugali si apre presto ai giochi di ruolo, alle recriminazioni, alle carte invertite. La guerra dei sessi fa tappa in un appartamento parigino in cui il dubbio affiora dopo una manciata di battute. Nel fare un quadro della situazione, l'insicurezza cronica di Lisa sta portando acqua al proprio mulino? Gilles, in balia di una moglie bugiarda, finge l'amnesia o vaga davvero nell'incertezza? Liberali per finta, confusi e infelici, si confessano a cuore aperto omicidi mancati, nevrosi, speranze. Si sono conosciuti tre lustri prima, al matrimonio di una coppia mai arrivata alla crisi del settimo anno. Gilles le aveva vomitato sulla macchina, Lisa aveva minimizzato con una battuta diventata poi un personale tormentone. Si può tornare a quella leggerezza, con la mente in pausa? Si può rianimare un corpo morente e ricominciare daccapo? Confesso che c'è un polpettone di Sparks, Le pagine della nostra vita, che mi emoziona anche quando non voglio. La storia di quest'anziano che racconta alla moglie malata le origini della loro unione mi farà sempre un certo effetto. Non so perché, o forse sì. E' un passaggio comune, comunque, a tanti melodrammi. Uno dei due perde sé stesso, il coniuge sano lo guida pazientemente nella ricerca. In Schmitt c'è ben poca voglia di tornare allo status quo. E il viaggio della memoria di Gilles, il rewind, può proprio fare al caso dei protagonisti. Creando, con una terapia di coppia che ammette tiri mancini e scorciatoie, il marito e la moglie perfetti. Un idillio su misura, prefabbricato, che potrebbe fare pendant con i cuscini del sofà e i fiori della carta da parati. 

martedì 14 marzo 2017

Recensione a basso costo: In una sola persona, di John Irving

Sono i nostri desideri a plasmarci. In un minuto scarso di accese, inconfessabili fantasie ho desiderato di diventare scrittore e di fare sesso con Miss Frost, non necessariamente in quest'ordine.

Titolo: In una sola persona
Autore: John Irving
Editore: Rizzoli.
Prezzo: € 20,00 € 10,00
Numero di pagine: 552
Sinossi: Quando Billy, a tredici anni, entra per la prima volta nella biblioteca della sua cittadina del Vermont, è in cerca di libri su ragazzi che si sono presi "una cotta per la persona sbagliata": nel suo caso il futuro patrigno Richard, il crudele compagno di scuola Kittredge e la stessa bibliotecaria Miss Frost, statuaria, con le spalle larghe, i bicipiti robusti e un seno da adolescente. Figlio di un crittografo da cui la madre si era subito separata, cresciuto in una famiglia di uomini eccentrici e donne puritane, circondato da un cast di amici, amiche, amanti, travestiti, transgender che rifiutano di farsi incasellare in una categoria o in uno schema, Billy racconta oltre mezzo secolo di avventure tragicomiche alla ricerca di sé (e del padre). Attraverso le sue parole, John Irving mette in scena una toccante epopea sul terrore di essere diversi, sulla profonda verità delle passioni che ci abitano, sulla felice impossibilità di essere altro da sé.
                                          La recensione
L'incipit è mezza bellezza, ho scritto qualche giorno fa, postando una foto con le prime righe di In una sola persona. Se l'artefice è il magistrale John Irving, incrociato spesso al cinema – suoi, infatti, Le regole della casa del sidro e The Door in the Floor – e solo adesso in libreria, quanto di vero c'è nel luogo comune così caro ai lettori di ogni dove? Ho lasciato questo romanzo in attesa per un anno buono. Preso a metà prezzo tra i Remainders, aspettava me e il momento propizio. Il destino dei tomi corposi e dall'aria impegnativa, che incastro come posso nei rari giorni che si frappongono tra la fine della sessione invernale e l'inizio del secondo semestre. Quest'anno, però, di giorno ne ho avuto uno soltanto. E passando più tempo sull'autobus che a casa, come vi dicevo, temevo di aver fatto la scelta sbagliata. Le quasi seicento pagine di Irving erano la compagnia che volevo dopo una giornata di pasti veloci, ombrelli rotti e sbadigli nei quaderni? A sorpresa, non ne ho sentito il peso. Anzi, ho letto il romanzo in sei giorni, sulla scia di quell'inizio splendido, da manuale. Basta poco per capire i toni – tutt'altro che pruriginosi, ma senza peli sulla lingua – e l'affascinante mondo interiore del protagonista, Billy. 
La sua prima cotta, confessa, risale a quando aveva tredici anni. Allora sognò di diventare scrittore e di andare a letto con la chiacchierata Miss Frost, la bibliotecaria del suo paesello nel Vermont. Ad aprirgli le porte dell'ambizione e della modesta biblioteca comunale, il suo patrigno: un attore amatoriale che Billy guardò, per un certo periodo, con occhi adoranti. Infatuato anche del genitore acquisito, farà presto i conti con i suoi sentimenti e si angustierà con letture di intramontabili classici a tema: dalle sorelle Bronte a Flaubert, su consiglio di una bibliotecaria che ricorda la Fenech, esplorerà in lungo e in largo gli amori impossibili e le cotte per le persone sbagliate (sempre, appunto, che esistano). Billy cresce in una famiglia a metà, divisa tra donne bigotte – compresa una mamma amareggiata per via del dongiovanni che la sedusse e la abbandonò – e uomini sensibili, in pace con loro stessi. Un nonno tragicomico, ad esempio, che di giorno gestisce una segheria e la sera fa furore a teatro, en travesti. I seni posticci, i lustrini e le parrucche, però, rispondono alle esigenze di copione o a inclinazioni rinnegate, lasciate poi in eredità al nipote? 
Con l'ironia e l'eleganza di chi ci è già passato, il narratore si mette a nudo e tappa dopo tappa racconta disordinatamente la difficoltà dell'essere accettati e dell'accettarsi. Tra gli Stati Uniti e l'Europa più libertina, abbozzondo epitaffi per i caduti in Vietnam e per le innumerevoli vittime dell'Aids, In una sola persona racconta a distanza di sicurezza la sessualità e le disavventure di un accademico attratto parimenti dagli uomini e le donne, destinato a un mare più ampio in cui pescare e, per questo, a doppi dolori. A Billy piacciono le signore mature e i ragazzi vulnerabili. Perde l'innocenza con Miss Frost, divide il letto ora con la sua migliore amica Elaine e ora con il bisognoso Tom, si strugge appresso a un giovane lottatore (Kittredge, bullo conteso da tutte le sue compagne di corso) che renderà un inferno e un paradiso i suoi anni liceali. Le pagine di John Irving sprizzano intelligenza, tolleranza, armonia. Scorrono come fossero un film. S'intravedono i boa di piume, i reggiseni di pizzo sganciati con più di qualche difficoltà, le lenzuola sfatte in cui si sono rotolati gli atleti, le poetesse e le drag queen. La bisessualità è una leggenda? La teoria del gender è tabù? In una sola persona, paragonato al più noto Middlesex, è l'autobiografia fittizia di un romanziere settantenne, che si guarda alle spalle e fa una rocambolesca conta degli amanti, delle perdite, dei personaggi veri o presunti che l'hanno segnato. Il sesso è nella testa, suggerisce Irving, e non nel corpo, che a una certa età si risveglia a comando. Ognuno è a modo suo. Ognuno, in un mondo bello perché vario, è perfetto così. La vita è lunga per stabilire in anticipo chi diventerai. Forse troppo, per illuderti di trovare te stesso - e il dolce e il salato, e il sesso e l'amore - in una sola persona?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Rocky Horror Picture Show – Don't Dream It