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martedì 8 aprile 2025

Recensione: Ava Anna Ada, di Ali Millar

| Ava Anna Ada, di Ali Millar. Sur, € 19, pp. 310 |

Cosa succederebbe se Yorgos Lanthimos dirigesse Saltburn, ma in chiave saffica e apocalittica? Lei, Anna, è una influencer con una ricca rete di follower e un lussuoso faro ristrutturato per casa. L'altra, Ava, è una prostituta adolescente, all'occorrenza anche babysitter. Si incontrano in circostanze scioccanti: Anna sta prendendo a calci il cadavere del suo cane, morto di overdose. Ava la raggiunge, nel suo impermeabile giallo, e il riconoscimento è immediato: quella ragazzina è la copia sputata di Ada, la figlia della protagonista. Ma mentre Ada si è lasciata morire di anoressia, Ava ha fame di tutto. Ha inizio un ménage fatto di collezioni macabre e sadomasochismo, di morsi sul seno e spine sotto pelle, mentre la natura minaccia di prendere il sopravvento: quell'estate elettrica preannuncia realmente tsunami?

Il tempo è una cosa da caderci dentro e attraversarlo, se uno sa come si fa.

Tre personaggi femminili sui generis, tre nomi palindromi, tre maschere che si divertono ad alternarsi e confonderci in un gioco delle parti senza inibizioni né regole. Si può far rivivere chi non c'è più? Nell'esordio di Ali Millar — imperdibile per i fan della letteratura weird di Schweblin, Awad, Rouopenian — tutti, perfino il fratellino minore che fantastica di avere una cerniera per cambiare pelle, vorrebbero essere la compianta Ada. Sullo sfondo della Punta, un non-luogo sospeso tra Inghilterra e Scozia, il romanzo è inscenato in una società distopica in cui le persone sono schedate sulla base del loro Valore: l'apparenza, allora come oggi, conta più di tutto.

La prima volta che io e Leo siamo usciti dopo la nascita di Adam, mi sono resto conto che me ne stavo seduta in mezzo a un pub dondolandolo leggermente, abituata com'ero a cullarlo per farlo addormentare. Una serie di minuscole follie: è questo che significa amare con quell'intensità. Che significava.

Popoloso di donne splendide e crudeli, nonché intriso di un umorismo nerissimo, Ava Anna Ada è una psichedelia sull'elaborazione del lutto, i lati oscuri della maternità e i misteri del piacere, a cui l'autrice scozzese conferisce l'andamento liquido delle onde e una sensorialità sorprendente. Morboso, oscuro, caleidoscopico, mostra la stessa scena da prospettive diverse e fa un uso brillante della prima persona plurale. Il Noi, così, è sintomatico del legame inscindibile tra le protagoniste — dove finisce l'una, dove inizia l'altra? Ma anche il punto di vista degli Dei, a volte annoiati, altre crudeli, davanti allo spettacolo catastrofico della nostra scompostezza. Quest'anno, scommetto, non leggerete niente di simile.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Abracadabra

martedì 12 dicembre 2023

Recensione: Il nemico - Foe, di Iain Reid


| Il nemico, di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |

Non sono un lettore che ama la fantascienza. Rifuggo le navicelle spaziali e le guerre intergalattiche, preferisco le atmosfere intime agli effetti speciali. C'è una fantascienza, però, che mi piace. Quella che parla non degli extraterrestri, ma di noi: alieni, spesso, gli uni per gli altri. Fa parte di questo filone, purtroppo meno nutrito di quanto spererei, anche il nuovo romanzo di Iain Reid. Dopo il cervellotico thriller psicologico che ha ispirato l'ultimo capolavoro di Charlie Kaufman, l'autore canadese torna in libreria e presto anche al cinema con la storia di un'invasione. Junior e Hen, sposati da sette anni, vivono immersi nelle campagne del Midwest quando un paio di fari verdi squarciano la notte. Alla loro porta bussa un burocrate vestito di tutto punto, Terrance, che comunica alla coppia l'esito di una misteriosa lotteria. Penseremmo subito a Shirley Jackson, se non fosse per la svolta avveniristica in agguato: il marito, infatti, è fra i fortunati prescelti per le colonizzazione di un nuovo pianeta: la moglie resterà a casa, in compagnia di un rimpiazzo robotico ancora da mettere a punto. Precipitiamo, a questo punto, in un episodio degno delle migliori stagioni di Black Mirror: perché a dispetto della narrazione pacata, delle atmosfere placide e sonnacchiose, l'inquietudine serpeggia sottopelle. E scricchiola, dietro le pareti di una casa improvvisamente violata.

Non riceviamo visite. Non qui.

Costretti a tenere il segreto, resi partecipi di uno stadio successivo dell'evoluzione umana, i protagonisti sono formiche sotto la lente di ingrandimento di Terrance. Logorati dall'invadenza dell'ospite, sono monitorati notte e giorno tramite interviste che lentamente diventano interrogatori. Han diventa sospettosa, distante. Junior, confuso, stringe i pugni per difendere la loro vecchia routine. Ma cos'è, in fondo, la normalità? Prima di Terrance erano davvero così felici? Con una prosa sommessa e senza fronzoli, vicina alla narrativa di frontiera, Reid scrive una storia ambigua sulla solitudine, sui rapporti di genere, sul terrore del cambiamento. Isola i suoi personaggi in un limbo snervante, fatto di campi di colza e pollai, e mette a punto un esperimento antropologico che pone tutto in discussione. Il colpo di scena c'è, vero, ma non sconvolge. A spiazzare è piuttosto il risveglio delle coscienze di uomini e donne guidati dal senso pratico, senza ricordi né desideri, che si affacciano angosciosamente sul futuro e per la prima volta si soffermano sul presente. Con la consapevolezza di essere, nonostante le tutto, incontrovertibilmente vivi. Serve allora un'altra lotteria, un'altra missione, per conquistare il proprio “spazio”?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baby, It's Cold Outside

sabato 12 ottobre 2019

Recensione: I testamenti, di Margaret Atwood

| I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18, pp. 502 |

Sono passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche, che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua prosecuzione ufficiale. La domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è preferibile essere al pari con la programmazione della serie con Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga restituita alla famiglia del Capitano? 

La storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa. 

In una comunità in gran fermento, erosa all’interno da scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza dagli eventi del primo capitolo le voci di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari, nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato come giudice e descrizioni della routine ad Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business della fuga costituiscono ormai la norma. In biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen, Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese: sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’ hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati? 

Piansi? Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva, vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel frattempo, ma ci riuscirò.

Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio. Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo, infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica, meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni, pare, per svelarci l’ovvio.  Prevedibilmente, il prosieguo della storia patisce una pianificazione a tavolino. Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Unstoppable 

mercoledì 9 ottobre 2019

Recensione: Kentuki, di Samanta Schweblin

| Kentuki, di Samanta Schweblin. Sur, € 16, pp. 230 |

Sono a forma di animali, come i peluche che preferivi quando eri bambino. Pesano due chili scarsi e sono fatti soprattutto di plastica e piume. Costano un po’, 279 dollari, ma è il prezzo ragionevole delle tecnologie all’avanguardia. Dietro i loro occhi deliziosi – biglie non così inespressive, non così inconsapevoli – i kentuki nascondono microcamere che ci collegano tutti in tempo reale. Nessuna brutta sorpresa: acquistandoli sai già in anticipo che accoglierne uno in casa significa aprire le porte a un perfetto estraneo. Che può spiare la tua routine, e qualche volta intervenire a gamba tesa. Le possibilità sono due: avere un kentuki o esserlo. Preferiresti accogliere uno sconosciuto, infatti, o al contrario essere lo sconosciuto nell’esistenza del prossimo? La scelta è personale, dettata dalla tua generosità o dalla tua perversione, da quanto tu ti senta solo al mondo. Qualcuno cerca di scoprire l’identità dell’utente oltre il visore, che da remoto controlla le ruote del peluche.  Qualcuno si diverte invece a scandalizzarlo con il sesso, le torture, la pubblica umiliazione. 
Il romanzo dell’argentina Samanta Schweblin, oltre all’incentivo di una copertina bellissima, può contare anche su tematiche e atmosfere che fanno tornare in mente il miglior Black Mirror: quello ancora capace di far aprire gli occhi, pungere e denunciare, nello spirito di una fantascienza minimalista interessata non tanto alle invenzioni avveniristiche, quanto alle contraddizioni dell’animo umano. I capitoli, all’inizio, appaiono semplici scene giustapposte. Scorci di esistenze lontane, apparentemente a sé stanti, che pian piano trovano una collocazione precisa. Un paio di nomi cominciano a diventare ricorrenti; i figuranti si impongono pagina dopo pagina come veri mattatori della scena; alcune storie hanno la priorità su altre, destinate invece a iniziare e finire nell’arco di un solo capitolo. 
Spiccano allora le vicende di Emilia, vedova in là con gli anni che tutti i giorni si connette per sbirciare la giovinezza e gli amori dell’affettuosa Eva, studentessa che si sta concedendo al ragazzo sbagliato; la crisi matrimoniale fra Alina e Klaus, ospiti presso una comune di artisti; le difficoltà relazionali di Enzo, papà fresco di divorzio che compra un kentuki affinché tenga compagnia al figlio Luca ma che, infine, si troverà spesso a consultare in prima persona come fosse un vice-genitore; il sogno impossibile del piccolo Marvin, che vorrebbe far evadere il suo pupazzo – intrappolato purtroppo nella vetrina di un negozio d’antiquariato – per scorrazzare sulla neve in libertà. 

Non sapeva nemmeno in quale città si trovasse, né come fosse il suo padrone. Ai suoi amici aveva raccontato della neve, ma la cosa non li aveva colpiti più di tanto. Dopo averlo deriso perché un culo da principessa e un appartamento a Dubai erano meglio della neve, avevano detto che tanto la neve non la si poteva mica toccare. Marvin sapeva che sbagliavano: se riuscivi a trovare la neve, e spingevi abbastanza forte il tuo kentuki contro un cumulo alto e soffice, ci lasciavi il segno. Ed era come toccare con le dita l’altro capo del mondo.

Le modalità sono sterminate e casuali. A scatola chiusa potresti trovarti nell’appartamento di una figlia dei fiori con tendenze nudiste, in una famiglia disfunzionale, perfino in un covo criminale. A spasso fra le noie della routine, i segreti torbidi o le avventure pericolose, meglio non perdere di vista il punto della situazione: quello che sembra un innocuo videogioco di ruolo, in verità, è reale. Troppo tardi per guardare altrove fingendo indifferenza? E per denunciare? I kentuki sono dappertutto. Una moda che impazza, e fa impazzire. In queste storie grottesche che oscillano dalla tenerezza infantile alla cattiveria più disturbante, ci sono novelli animalisti che formano autentiche squadre di liberazione, informatici poveri in canna che fanno la cresta sulle vendite, teppisti dal cuore d’oro che promettono di accessoriare i pupazzi – pensate alle macchine truccate, per farvene un’idea – o di acquistarli non più alla cieca. L’autrice ha dimenticato di darci il libretto delle istruzioni. E nel corso della lettura tendiamo spesso a vedere il bicchiere mezzo pieno, scordandoci che dietro queste adorabili tecnologie ci sono persone in carne e ossa: permalose, umorali, vendicative. A volte oggetto di devozione, altre di perversione.

C’era davvero più gente interessata a guardare che a essere guardata? Non c’era bisogno di sofisticate analisti di marketing, a Grigor bastava un po’ di buon senso per trarre le sue conclusioni. Ma i pro e i contro della scelta tra l’essere padrone o essere kentuki non spiegavano mai in modo esauriente i vantaggi di ciascuna posizione. Pochi erano disposti a esporre la propria intimità agli occhi di uno sconosciuto, mentre a tutti piaceva guardare. Comprare un dispositivo significava portarsi a casa un oggetto tangibile che avrebbe occupato uno spazio reale, quanto di più simile a un robot di compagnia il mercato potesse offrire; comprare un codice di accesso, invece, voleva dire spendere una bella somma in cambio di diciotto misere cifre virtuali, senza contare che alla gente piace da pazzi tirare fuori cose nuove da scatole dal design sofisticato. La parità di prezzo avrebbe mantenuto per un po’ una certa parità nella domanda, ma secondo Grigor presto o tardi il rapporto si sarebbe invertito a favore dei codici di accesso.

Possiamo forse giudicare le loro scelte sbagliate? Chi non ha mai ricercato una valvola di sfogo? Chi non vorrebbe sentirsi Dio per un giorno soltanto? Da adolescenti, quando i peluche avevano già perso la loro attrattiva su di noi, abbiamo preteso prima il Tamagotchi e poi The Sims. Volevamo sentirci responsabili di qualcuno. Volevamo essere onnipotenti.
A morte il Tamagotchi allora: per dispetto, lasciavamo agonizzare quell’animaletto immaginario in preda ai morsi della fame. 
Al via l’anarchia nel mondo dei Sims: murati vivi, spinti all’incesto o alla bulimia, e tutto per vedere comparire il personaggio del Mietitore con falce e mantello; tutto per sapere fin dove fosse possibile spingersi con un semplice click del mouse. Per fortuna avevamo i nostri genitori a distoglierci dai nostri primi intenti omicidi. Da una curiosità di quelle malevole, che al pari delle storie di Samanta Schweblin ci connetteva agli altri e ci disconnetteva da noi stessi. La cena era in tavola, meglio non far arrabbiare la mamma. La crudeltà era soltanto un gioco da ragazzi da sbrigare dopo i compiti, prima dei pasti. Le coscienze: offline.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – I Feel You 

mercoledì 28 agosto 2019

I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)

Brutta bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei sogni segreti, dalla visione di Euphoria in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream, quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito, toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e scandaloso, Euphoria non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile, torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla – ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore – ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato, della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un malessere nascosto. Ne subiremo le amare conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul ciglio del burrone. (8)

Tre anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate, in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con la programmazione americana né di badare all’intensità ormai assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più, invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi. Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa franca.  Qualcuno punta al Canada, pretendendo diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere. L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al cambiamento sociale, trasformandosi in una Che Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio – ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza, qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo la bella stagione, il suddetto frutto si rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)

Viene dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate. Come vendere droga online (in fretta) aveva tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto, approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad, un po' di Smetto quando voglio e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista, foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama – che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di dipendenza. (5,5)

lunedì 5 agosto 2019

Recensione: Favola di New York, di Victor LaValle

Favola di New York, di Victor LaValle. Fazi, € 20, pp. 510 |

C’erano una volta, in una metropoli non troppo lontana, i membri della famiglia Kagwa. Una casa in graduale espansione  - con una coppia di piacenti trentenni alle prese con le gioie e i dolori della convivenza coniugale – in un quartiere della Grande Mela consacrato puramente allo splendore decadente dei negozi d’antiquariato o alla polvere luccicante dei rigattieri. Apollo ed Emma, anime gemelle dagli hobby e dalle tragedie coincidenti, si sono incontrati al bancone della biblioteca pubblica: galeotti, al solito, i libri. 
Lui, chiamato così da due genitori che hanno visto Rocky al primo appuntamento, è un antiquario dallo spirito avventuroso: dotato di un eccezionale fiuto per gli affari, salva i libri dal macero trovando nelle cantine altrui almanacchi di insospettabili satanisti e copie autografate del capolavoro di Harper Lee. 
Lei, unica superstite insieme alla sorella al rogo della famiglia, è una libraia con l’animo hippy: partita per il Brasile all’inizio del romanzo, torna da Apollo con un po’ di esperienza in più – c’è un suo nudo, pensate, esposto in un museo di Amsterdam – e con un cordino rosso legato al dito. Quando si spezzerà, dice, si realizzeranno tre dei suoi maggiori desideri. Ha un marito splendido. Sulla linea A della metropolitana, durante un blackout, partorisce il primogenito: Brian. Cos’altro potrebbe volere per essere completa? La felicità è una cosa misteriosa. L’infelicità, peggio. La famiglia degna di una fiaba moderna, allora, si ritrova al centro di un incubo da cronaca nera quando una serie di messaggi anonimi, i seni doloranti e le notti bianche spingono la fragile neomamma sull’orlo della follia. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue. E invece, magicamente, comincia.

Le fiabe non sono pensate per i bambini. In origine si trattava di storie che i contadini raccontavano attorno al fuoco la sera, dopo una giornata di duro lavoro. Erano adulti che si rivolgevano ad altri adulti. Le fiabe sono diventate storie per bambini soltanto nel Settecento, quando un nuovo ceto sociale molto particolare ha cominciato a diffondersi in Europa. […] Le regole di comportamento dovevano cambiare, sia per gli adulti sia per i bambini, perciò anche le fiabe cambiarono. Dovevano avere una morale, qualcosa che spiegasse le nuove regole ai più piccoli. Fu quello il momento in cui le fiabe divennero una grande stronzata. Una fiaba stupida ha una morale semplicistica, una bella fiaba dice semplicemente la verità.

Li chiamano genitori elicottero. Quelli che sorvegliano i bambini come sentinelle iperprotettive – si spera a fin di bene –  e li aiutano un passo alla volta nelle difficoltà della crescita. La strega di Raperonzolo, tanto legata alla ragazza da isolarla in una torre irraggiungibile, era una di loro. Come proteggere, infatti, un figlio impreparato alle brutture dell’esterno? Se lo domanda anche Apollo: papà moderno con un profilo Facebook pieno di scatti di Brian, che inconsapevolmente, in rete, semina briciole di pane a favore del lupo cattivo. All’indomani di una tragedia scioccante, in liberta vigilata, gira per una New York inedita con un bagaglio pesante: un piccone, una lapide, un cambio di vestiti, un libro per l’infanzia ereditato dal genitore prima che desse forfait. Cerca Emma, mosso da sentimenti che oscillano dall’ira alla tenerezza. Visita gruppi per l’elaborazione del lutto. Pagaia lungo le nove isole che galleggiano nell’East River, scoprendone una popolata soltanto da fanciulli e mamme armate fino i denti. Si perde e si ritrova in una foresta nascosta in pieno Queens, sotto gli occhi di tutti, dove c’è una caverna da sorvegliare dal tramonto all’alba. Tutto pur di non affrontare quell’appartamento sfitto in cui adesso risulta difficile entrare; tutto per non varcare la porta della stanzetta di Brian, chiusa dai nastri rossi della polizia. Se un genitore dichiara resa – ha fallito, non è stato l’angelo custode del suo bambino come si era prefissato – meglio soccombere ai morsi del dolore e o credere nell’impossibile; nei mostri?

Sopravvivere all’infanzia è un miracolo.

Immaginifico, struggente e splatter, Favola di New York – adattamento dall’inglese The Changeling, che sin dal titolo preferisce dichiarare il suo debito verso le creature del folklore europeo – resterà la lettura più sorprendente in cui vi imbatterete quest’anno. Le angosce di Rosemary’s Baby incontrano le inquietanti tecnologie di Black Mirror, all’ombra dei miti dolci e tenebrosi dello svedese Border. Sullo sfondo, un ventunesimo secolo che si fa fatica a riconoscere raccontato con questi stessi toni sospesi; l’America odierna – quella degli afroamericani nell’occhio del ciclone, dei pirati informatici e della presidenza Trump, del melting pot ormai a rischio – trasformata con fantasia invidiabile in una labirintica terra selvaggia. I luoghi, eppure, sono reali: li ho cercati con Street View nel mentre, per il piacere di smarrirmi a distanza. Oggi i cavalieri senza macchina né paura sono i librai e i creatori di start-up, la principessa da salvare una mamma accusata dell’assassinio più terribile; la magia nera, invece, è l’arte oscura di un odierno leone da tastiera con un computer irrintracciabile dietro cui farsi scudo. Sono più profonde le caverne dell’ignoto, infatti, o i meandri del deep web? 
Fra troll di ieri e troll di oggi, i protagonisti brandiranno iPad, non spade; schermi luminosi grazie a un’apposita funzione, non torce infuocate. Aperti fino all’ultimo all’impossibile, gli ultimi romantici di LaValle garantiscono un viaggio senza precedenti un una metropoli che talora sembra un mare aperto, e in un cuore dove si protrae ininterrottamente un’inimmaginabile burrasca. Favola di New York sfocia presto nell’assurdo, perfino nell’horror nudo e crudo, ma basta affidarsi alla sensibilità dell’autore per innamorarsene perdutamente. Questa è la storia di tante storie. Generazioni di immigrati che hanno attraversato l’Atlantico su una bagnarola pericolante, con il timore verso i pericoli del Nuovo Mondo e bestie secolari per angeli custodi; afroamericani reduci dalla galera che, dando nell’occhio, si aggirano in quartieri residenziali con il rischio che un poliziotto dal grilletto facile li ammazzi a sangue freddo; padri a ogni costo, che farebbero di tutto per il bene dei figli – anche uccidere, anche ucciderli.

«E vissero per sempre felici e contenti», sussurrò Apollo.
Emma appoggio la testa alla sua spalla. «E vissero felici, almeno per oggi».
«È abbastanza?», chiese Apollo.
«È tutto, amore mio».

Meglio di un romanzo realistico, a sorpresa, a raccontarci il razzismo al tempo dei repubblicani, il lutto al tempo di Facebook, le mele avvelenate e i fusi letali sparsi in certi angoli della rete, è questa fantasmagoria dalle fitte coloriture politiche la cui morale, in definitiva, è una riflessione importantissima sulla ricchezza dell’integrazione. Chiudendo i porti, erigendo muri su muri, come potremmo spulciare nell’apparato leggendario di paesi lontani – in questo caso, la Norvegia – e fare nostri i loro sogni e i loro incubi, le loro storie? Quanto saremmo aridi senza? E vissero per sempre felici e contenti, d’un tratto, appare una formula necessaria: non più lo stratagemma di qualche genitore troppo pigro o troppo codardo per proseguire ulteriormente con la lettura della buonanotte. 
Oltre l’ultima riga delle favole, ci sono gli infanticidi e gli altri orrori secondo LaValle. Ma anche gli amori rafforzati da una distanza forzata, le mamme che nel momento del bisogno sollevano tanto le automobili quanto i coltellacci insanguinati, le attese insieme sotto le pensiline in plexiglass. Al lieto fine – questa volta, quanto mai sperato – si arriva forse con i mezzi pubblici. E il cordino rosso legato prima al dito di Emma, poi a quello di Apollo, può essere fatto cadere a chiusura del percorso. Nella recensione manterrò segreti i loro desideri ma il mio, quello di leggere almeno un romanzo straordinario, è stato esaudito: grazie a Favola di New York, rinuncio a cuor leggero agli altri due.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: M83 – Midnight City

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

venerdì 3 maggio 2019

Recensione: Non leggerai, di Antonella Cilento

| Non leggerai, di Antonella Cilento. Arya – Giunti, € 14, pp. 197 |

La letteratura è diventa una disciplina morta gradualmente, come il latino e il greco ai giorni nostri. Tutti volevano fare gli scrittori, raccontandosi in autobiografie a tavolino. Nessuno, però, voleva leggere più. Le fascette promozionali strillavano invano superlativi assoluti dagli scaffali. Le librerie ospitavano youtuber e influencer. I piccoli editori morivano per colpa dei colossi del digitale, gli ebook spopolavano prima che ci si rivolgesse direttamente ai riassunti, la carta bruciava. Siamo all'indomani di una crisi – economica, editoriale – senza precedenti. Siamo in un futuro che forse è già qui. La parola svilita, l'apparenza come unica legge. Nello skyline di una splendida Napoli distopica, fra macchine volanti e distributori di proiettili, promesse d'immortalità e social network che inneggiano al tempo perso, si staglia una scuola superiore intitolata alla memoria di Pino Daniele. Tutt'intorno, rioni fatiscenti e una criminalità in rapida evoluzione, mentre la tecnologia avanza di pari passo alla disinformazione. Gli adolescenti del quartiere Sanità, i cui pensieri sono messi costantemente al vaglio da un governo che intanto tutto spia, seguono svogliatamente lezioni proiettati sulle lavagne digitali, consegnano videocompiti scopiazzati qui e lì, si descrivono alla classe con appositi trailer di presentazione: in molti casi, hanno lasciato l'asilo a dodici anni.

Non ve lo dirò mai abbastanza: voi non dovete avere idee! Ormai, i libri sono estinti e questo rischio non lo correte più, ma a ogni angolo, a ogni svolta un'idea è in agguato! Vi sembrerà piccola, ingenua, insignificante... Un'innocua trasgressione, una passioncella... […] È una bomba! È un mostro pronto a divorarvi, a rovinarvi la vita, a impedirvi ogni felicità!

Help, la protagonista, non è l'eccezione alla regola: un abbondare di tatuaggi indelebili – rami fioriti sulle braccia, segni di punteggiatura sui polpacci muscolosi – e un appartamento al quinto piano, circondato perennemente da ponteggi e impalcature, che raggiunge per sfida con cavi e rampini. Ha sprezzo del pericolo e dell'autorità, e qualche volta puoi vederla sfrecciare o arrampicarsi con il suo inimitabile giubbotto: un capo acquistato dal cinese all'angolo, con il disegno di un drago sulla schiena. L'amicizia con Farenàit, l'ultima arrivata in classe, è l'ennesimo rischio da correre: perché la ragazza, nascosta dietro le sciarpe ingombranti, ama le ragazze e le fotografie dei defunti. A Napoli non si legge, infatti, e la morte è un tabù: nessuno ne parla, nessuno presiede ai funerali dei propri cari. Figurarsi allora la follia di trafugare la tomba di una sconosciuta per pura curiosità. E di scoprire nella cassa da morto cinquanta libri proibiti: i migliori, a memoria d'uomo, prima che la narrativa e la saggistica sparissero dai nostri radar. Sfrontata, autoironica, semplicemente irresistibile, Non leggerai è l'avventura di due ragazze che sperimentano così un linguaggio segreto. Si infatuano della vampira Carmilla, diffidano dal Grande Fratello di Orwell, sognano i tesori di Stevenson, identificano i concittadini sgraditi con gli usurai di Dostoevskij, sognano le attrazioni fatali di Cime tempestose, parafrasano il Bardo nei corridoi. La letteratura – una ribellione contro l'inerzia, uno schiaffo all'apatia – le invoglia a nutrire idee tutte loro. E le mette nei guai.

Ma cosa ci piace? Il divieto che affrontiamo o le storie che leggiamo?

Il lessico forbito e quei congiuntivi azzeccati potrebbero suonare sospettosi alle orecchie di due antiquari senza scrupoli o a quelle di Cazzimma, figlio del temibile camorrista O'Russ, a capo di una baby gang che coordina l'intera delinquenza minore. Essere attratti dal proibito, però, inevitabilmente significa anche quello: ficcare il naso nei libri polverosi, e lasciarsi sedurre da prose per cui vivere o morire. La prima volta dell'affermata Antonella Cilento con la narrativa per ragazzi, all'interno di una nuova collana da tenere d'occhio, è una chicca da non lasciarsi sfuggire. Una satira per ogni età, ricca di fantasia, che parla ora il dialetto stretto di Elena Ferrante, ora il linguaggio della ribellione secondo Ray Bradbury. Ha uno stile scoppiettante, un manipolo di personaggi che fan subito simpatia e un'estetica a metà fra quella dei Manetti Bros e l'animazione di Alessandro Rak. Tutto si è ribaltato. I giovani scappano altrove, gli adulti fanno lavori da pischelli, le nonne governano la casa armate di cucchiarella e aiutano a sbarcare il lunario attingendo alla pensione. Ipnotizzati dai cellulari, ignari di cosa siano l'inchiostro o perfino la pellicola, i ragazzi del futuro – tristemente simili ai troppi Millenials che oggi si sognano star di Instagram – hanno trasformato le catacombe in discoteche e rinunciato di buon grado alla privacy. I bibliotecari sono novelli terroristi. Lo spirito d'iniziativa, il male nel mondo.

Una società che vive stando allo specchio muore.

A distanziarci da questa Italia futuribile ci sono davvero tre generazioni? È possibile contare su un destino alternativo, senza trasferirsi in invidiabili bunker o salpare per isole esotiche? Meno cupa dei colleghi scrittori che ci hanno raccontato catastrofe ambientali o donne al macello sotto il giogo dei padroni uomini, ma non per questo meno preoccupante, la leggerezza di Antonella Cilento ci fornisce una via di fuga in anticipo attraverso lo strumento migliore. Un libro sui libri, che fa allungare all'inverosimile le whishlist – che vergogna: al momento ho letto pochissimi dei titoli rinvenuti nella cassa da Help e Farenàit – e andare ancora più orgogliosi di essere topi di biblioteca, parte di una specie ormai in via d'estinzione. Se la fame vien mangiando, infatti, la voglia di mettersi in salvo vien leggendo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ligabue – G come Giungla

mercoledì 21 novembre 2018

Recensione: La terra dei figli, di Gipi

| La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp. 288 |

La fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche, dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già alle porte, a giudicare dai connotati familiari della tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo, che ha educato la propria prole all'atarassia, e i suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?

C'era una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.

Un po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti, gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop – gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere, sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.

«Tu da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da un po', per questo sono ancora viva.»

I silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado. Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima: in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non la scorderò mai.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The National - About Today

venerdì 5 ottobre 2018

Recensione: Vox, di Christina Dalcher

| Vox, di Christina Dalcher. Nord, € 19, pp. 416 |

Alle parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani – che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa – e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.

Puoi portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.

C'è voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di giardinaggio e gelati in premio alle studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la voce a piacimento.

Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca sperare.

Con debiti evidenti verso Il racconto dell'ancella, tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile, trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti: frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia, triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e delle sue conseguenti forzature.

Mostri non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono sempre di saperla più lunga degli altri.

Vox e la sua sentita crociata generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence

sabato 14 luglio 2018

I ♥ Telefilm | The Handmaid's Tale - Stagione 2

Tremate, tremate, le ancelle son tornate. Quanta strada hanno percorso, da dietro i paraocchi della loro inquietante tonaca rossa. Quanti consensi hanno mietuto, imponendosi nella stagione dei premi e in cima al meglio della scorsa annata. Si aveva sinceramente paura, dopo un ciclo di episodi perfetti, di scoprire quale sarebbe stato il passo successivo; come sarebbe stato, staccarsi dalla mano di una Margaret Atwood che ormai aveva finito il suo lavoro lì – il finale della prima stagione corrisponde infatti al finale del romanzo: dunque cosa inventarsi dopo? C'era tutto un mondo da scoprire, e l'impiego della prima persona ne limitava di molto fra le pagine gli scorci, i punti di vista, le vedute panoramiche. C'era da domandarci cosa sarebbe stato della tribolata protagonista dopo quell'ultimo sguardo in camera, all'indomani della fuga. Ci aspettavamo la rivalsa, per quanto banale potesse suonare; la ribellione. La disobbedienza di June, nella serie televisiva che avuto il buon cuore di regalarle un nome di battesimo, purtroppo dura poco: giusto il tempo di pentirsene, di piegarsi. Riposta la sua luciferina aria di sfida, di ritorno a casa Waterford, diventa Offred. Stanca di fare del male agli altri per colpa dell'egoismo di chi si è scoperta intoccabile, galeotta la pancia miracolosa che cresce e cresce. Stanca di scalpitare. Sembra vinta, a tratti, e dire che in chiusura avevamo fantasticato sulla sconfitta dei bastardi. La fuga, poi il ritorno. Le Colonie, poi il ritorno. La ribellione, poi, complice il senso di colpa, sempre e comunque il ritorno. Il fuori resta perciò poco esplorato. Le sollevazioni grandi e piccole non sono che tappe che riportano con violenza aggiunta allo status quo. Ancora meno agevole, ancora più provante che in passato, si ha l'impressione che ci sia troppo in soli tre episodi aggiuntivi che fanno la differenza, che pesano sulla bilancia. I piatti, così, sono meno in equilibrio. Oscillano sotto un peso che quest'anno non conosce nemmeno la tendenza a sdrammatizzare della voce off; l'ironia o il lirismo della colonna sonora rock 'n roll. Una volta pesavano ogni sopruso, ogni abuso, ogni perdita. Adesso si perde il conto dei cambi di ruolo e di umore di una Elisabeth Moss non così amabile; il numero dei tentati suicidi in nome della disperazione, dei falsi allarmi della gravidanza, dei personaggi introdotti e mai più rivisti, di Colonie sbirciate (con tanto di cameo della rediviva Marisa Tomei, a proposito di personaggi inutilizzati) ma alla fine inservibili a livello narrativo. Mancano all'appello i parenti, i mariti, le amiche che ce l'hanno fatta a raggiungere il confine canadese. Gli autentici momenti da brivido, le scene madri, se tutto ambisce invano a restare impresso – sulla pelle d'oca, nel Gotha della TV. Il ritorno di The Handmaid's Tale è ad ampio respiro, e forse per questo più romanzesco, più dispersivo, con sceneggiatori indecisi su quali dettagli o emozioni concentrarsi davvero. Arriva sempre forte, ma purtroppo meno chiaramente. Per le interferenze di storyline senza sbocchi e, tocca ammetterlo, di immani aspettative. Qualcosa cambia in positivo, a ben vedere, dall'ottavo episodio in avanti. Merito della lenta metamoforfosi di una Yvonne Strahovski da Emmy, combattuta fra la fedeltà alla Repubblica e la solidarietà femminile, fra orgoglio e sottomissione (è proprio lei a impugnare una penna rossa, infatti, e a porgerla a Offred, chiamandola finalmente June); delle sfide di una Bledel che non si spezza e della maternità dell'instabile Brewer, che mi ha commosso con una tenerezza che qualche volta guarisce; della fragile e crudele Eden, andata in moglie all'autista Nick, con un falso bigottismo a nascondere tutto l'avventato ardore dei suoi quindici anni. Le ancelle – non soltanto bestie da monta ma anche vacche da latte, in caso il Signore abbia fatto schiudere il loro frutto benedetto – si scambiano i nomi sottovoce. E ammettono fra le proprie fila quest'anno non soltanto il rosso, ma anche il blu, colore delle mogli trofeo di Galaad. Tutte insieme, allora, se vanno in schieramenti compatti e ordinati oltre il punto fermo messo trent'anni fa da una profetica Margaret Atwood. Ma a malincuore non riescono né a superarlo, né a superarsi. (7)

lunedì 25 giugno 2018

Recensione: Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson

| Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson. Rizzoli, € 16, pp. 160 |

Adam Costello, diciotto anni, ha una famiglia che se la cava così così, una ragazza che non lo merita e grossi problemi di meteorismo. Sua madre, ex impiegata in banca senza uno straccio di entrata fissa, non ha l'età per rimettersi in gioco nello spietato campo del lavoro né per ricostruire un'autostima malandata dopo la scomparsa del marito, forse morto suicida o forse semplicemente scappato in un posto in cui sono maggiori la domanda e l'offerta. La sorella minore, Nattie, mette invece all'asta l'infanzia e i peluche di sempre nella speranza di crescere in fretta, di dare loro una mano in più. Le soluzioni, se vittime di una crisi economica senza precedenti e abili con tempere e carboncini, sono due: affittare l'altro ramo della casa ai membri superstiti della famiglia Marsh, altrettanto al verde e con una secondogenita la cui vista ci fa battere fortissimo il cuore; iscriversi a un ricco concorso su consiglio di un insegnante d'arte pieno di spirito d'iniziativa, probabilmente il solo vero adulto in un mondo di gente che confonde la maturità anagrafica con la saggezza. Dissacrante, agrodolce, senza una facile morale di fondo o un finale netto, Paesaggio con mano invisibile racconta gli amori brevissimi, la prigionia di mutui lunghi tutta la vita, le famiglie allargate ai tempi di una recessione che fa strage dei proverbiali sogni americani. È l'equivalente su carta di quegli adorati film indie – un ritorno al neorealismo, se vogliamo – che parlano con leggerezza degli attimi insignificanti, degli istanti risolutivi, di noi ai margini. Quello realizzato dal bravissimo Matthew Tobin Anderson, non a caso autore cult dell'introvabile Feed, è il ritratto di un'adolescenza con variazione sul tema: l'apocalisse fuori.

Sii te stesso. Racconta la nostra storia. Di' la verità. È questo che vince nell'arte: la verità.

Ve lo avrà giù annunciato la copertina: gli extraterrestri sono in mezzo a noi. Sono venuti a invaderci, sì, ma in pace: civili, diplomatici, geniali. Sinistre presenze che assomigliano più agli eptapodi di Arrival che agli usurpatori dell'Invasione degli ultracorpi, hanno promesso agli uomini cure prodigiose, autentici capolavori dal riciclo dei rifiuti e una tecnologia che farebbe apparire obsoleto perfino Steve Jobs. Negare all'umanità i loro servigi, o assecondarli nonostante l'altezza del prezzo da pagare? I vuuv ci hanno reso in fretta tutti inutili, tutti disoccupati: si pensi per analogia all'avvento delle catene di montaggio, alla forza-lavoro del proletariato rimpiazzata infine dall'efficienza delle macchine. All'ordine del giorno, così, gli attentati contro le autorità e le proteste; una competitività maleducata che, in una guerra fra poveri, dà la colpa alla concorrenza dell'immigrato messicano (lo sa bene, da sotto il toupet paglierino, Donald Trump). C'è qualcosa, però, che l'infinita conoscenza degli alieni non contempla: l'amore, e la perdita di tempo che comportano le passeggiate romantiche, i tramonti per due, baciarsi alla francese. Che ne sanno loro, che si riproducono per gemmazione e hanno una passione esagerata per gli anni Cinquanta? Adam e Chloe, la fidanzata-coinquilina, si sono ingegnati: dare in pasto ai vuuv la loro relazione, mostrandosi innamoratissimi sotto lauto compenso in una sorta di reality show a tema Grease. Le macchine con gli alettoni, i drive-in, i frappé condivisi e le smancerie abbondano: anche quando l'amore passa – lei si invaghisce di un bellimbusto all'ultimo anno di liceo, che scolpisce statue a colpi di motosega e non la imbarazza con le conseguenze tragicomiche della Sindrome di Merrick –, ma il bisogno di sbarcare il lunario, di fingersi coppia, resta.

A volte si crede che la vista dall'alto possa infondere un senso di dominio e di potere; e poi invece scopri che ti fa soltanto capire quanto in realtà è stata piccola la tua vita.

Il povero Adam, spesso farneticante per la febbre a quaranta e il bisogno urgentissimo della toilette, è impegnato su un doppio fronte. Da un lato, combattuto tra intimità ed esibizionismo, truffa gli spettatori extraterrestri accanto a quella coetanea che d'un tratto non gli appare più incantevole come una Madonnina rinascimentale. Dall'altro, lo tenta l'idea di dipingere per quel concorso intergalattico l'America com'è e non come sarebbe bello che fosse: anche se i vuuv, turisti in un paese straniero, ne sanno poco d'amore, di religione, e meno ancora di arte. 
I capitoli di Paesaggio con mano invisibile avranno perciò i titoli o le didascalie dei lavori del protagonista: dipinti alla Hopper, intrisi di solitudine, per cogliere a colpo d'occhio il cambiamento tutt'attorno – i ricchi sulle case fluttuanti delle fiabe, i poveri che elemosinano il lieto fine su cumuli di curricula e pattume. Nel tentativo di familiarizzare con il capitalismo del futuro, allora, finire per somigliare ai membri della classe dominante – imparare la loro lingua di fruscii impercettibili, imitarne le brutte teste glabre –, o opporsi?

La mano invisibile che guida le nostre opere, le nostre azioni, i nostri mercati non potrà raggiungergi laggiù. Fuori dallo spazio e dal tempo, dal tempo e dallo spazio, non ci sarà più alcuna distanza tra noi e i nostri desideri.

La mano invisibile: quella di cui parlavano gli economisti settecenteschi; quella di dio, forse, che ha lasciato la terra sfitta, a beneficio di nuovi e molesti ospiti (che maggiorano i prezzi, sporcano, fanno i loro porci comodi). Cosa ci rende incontrovertibilmente umani? 
Non siamo solo rock 'n roll: c'è, infatti, chi osa ballare su un ritmo alternativo, il proprio. 
Non siamo tutti natura morta su tela: c'è chi sceglie la realtà, non l'evasione delle bugie. Pur scrivendo di semplice – be', si fa per dire – fantascienza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 4 Non Blondes – What's Up