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Ava Anna Ada, di Ali Millar. Sur, € 19, pp. 310 |
Cosa
succederebbe se Yorgos Lanthimos dirigesse Saltburn,
ma in chiave saffica e apocalittica? Lei, Anna, è una influencer con
una ricca rete di follower e un lussuoso faro ristrutturato per casa.
L'altra, Ava, è una prostituta adolescente, all'occorrenza anche
babysitter. Si incontrano in circostanze scioccanti: Anna sta
prendendo a calci il cadavere del suo cane, morto di overdose. Ava la
raggiunge, nel suo impermeabile giallo, e il riconoscimento è
immediato: quella ragazzina è la copia sputata di Ada, la figlia
della protagonista. Ma mentre Ada si è lasciata morire di anoressia,
Ava ha fame di tutto. Ha inizio un ménage fatto di collezioni
macabre e sadomasochismo, di morsi sul seno e spine sotto pelle,
mentre la natura minaccia di prendere il sopravvento: quell'estate
elettrica preannuncia realmente tsunami?
Il
tempo è una cosa da caderci dentro e attraversarlo, se uno sa come
si fa.
Tre
personaggi femminili sui generis, tre nomi palindromi, tre maschere che si
divertono ad alternarsi e confonderci in un gioco delle parti senza
inibizioni né regole. Si può far rivivere chi non c'è più?
Nell'esordio di Ali Millar — imperdibile per i fan della letteratura weird di Schweblin,
Awad, Rouopenian — tutti, perfino il fratellino minore che
fantastica di avere una cerniera per cambiare pelle, vorrebbero
essere la compianta Ada. Sullo sfondo della Punta, un non-luogo
sospeso tra Inghilterra e Scozia, il romanzo è inscenato in una
società distopica in cui le persone sono schedate sulla base del
loro Valore: l'apparenza, allora come oggi, conta più di tutto.
La
prima volta che io e Leo siamo usciti dopo la nascita di Adam, mi
sono resto conto che me ne stavo seduta in mezzo a un pub
dondolandolo leggermente, abituata com'ero a cullarlo per farlo
addormentare. Una serie di minuscole follie: è questo che significa
amare con quell'intensità. Che significava.
Popoloso
di donne splendide e crudeli, nonché intriso di un umorismo
nerissimo, Ava Anna Ada
è una psichedelia sull'elaborazione del lutto, i lati oscuri della
maternità e i misteri del piacere, a cui l'autrice scozzese conferisce
l'andamento liquido delle onde e una sensorialità sorprendente.
Morboso, oscuro, caleidoscopico, mostra la stessa scena da
prospettive diverse e fa un uso brillante della prima persona
plurale. Il Noi, così, è sintomatico del legame inscindibile tra le
protagoniste — dove finisce l'una, dove inizia l'altra? Ma anche il
punto di vista degli Dei, a volte annoiati, altre crudeli, davanti
allo spettacolo catastrofico della nostra scompostezza. Quest'anno, scommetto, non leggerete niente di simile.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lady Gaga – Abracadabra
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Il nemico,
di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |
Non
sono un lettore che ama la fantascienza. Rifuggo le navicelle
spaziali e le guerre intergalattiche, preferisco le atmosfere intime
agli effetti speciali. C'è una fantascienza, però, che mi piace.
Quella che parla non degli extraterrestri, ma di noi: alieni, spesso,
gli uni per gli altri. Fa parte di questo filone, purtroppo meno
nutrito di quanto spererei, anche il nuovo romanzo di Iain Reid. Dopo
il cervellotico thriller psicologico che ha ispirato l'ultimo
capolavoro di Charlie Kaufman, l'autore canadese torna in libreria e
presto anche al cinema con la storia di un'invasione. Junior e Hen,
sposati da sette anni, vivono immersi nelle campagne del Midwest
quando un paio di fari verdi squarciano la notte. Alla loro porta
bussa un burocrate vestito di tutto punto, Terrance, che comunica
alla coppia l'esito di una misteriosa lotteria. Penseremmo subito a
Shirley Jackson, se non fosse per la svolta avveniristica in agguato:
il marito, infatti, è fra i fortunati prescelti per le
colonizzazione di un nuovo pianeta: la moglie resterà a casa, in
compagnia di un rimpiazzo robotico ancora da mettere a punto.
Precipitiamo, a questo punto, in un episodio degno delle migliori
stagioni di Black
Mirror:
perché a dispetto della narrazione pacata, delle atmosfere placide e
sonnacchiose, l'inquietudine serpeggia sottopelle. E scricchiola,
dietro le pareti di una casa improvvisamente violata.
Non
riceviamo visite. Non qui.
Costretti
a tenere il segreto, resi partecipi di uno stadio successivo
dell'evoluzione umana, i protagonisti sono formiche sotto la lente di
ingrandimento di Terrance. Logorati dall'invadenza dell'ospite, sono
monitorati notte e giorno tramite interviste che lentamente diventano
interrogatori. Han diventa sospettosa, distante. Junior, confuso,
stringe i pugni per difendere la loro vecchia routine. Ma cos'è, in
fondo, la normalità? Prima di Terrance erano davvero così felici?
Con una prosa sommessa e senza fronzoli, vicina alla narrativa di
frontiera, Reid scrive una storia ambigua sulla solitudine, sui
rapporti di genere, sul terrore del cambiamento. Isola i suoi
personaggi in un limbo snervante, fatto di campi di colza e pollai, e
mette a punto un esperimento antropologico che pone tutto in
discussione. Il colpo di scena c'è, vero, ma non sconvolge. A
spiazzare è piuttosto il risveglio delle coscienze di uomini e donne
guidati dal senso pratico, senza ricordi né desideri, che si
affacciano angosciosamente sul futuro e per la prima volta si
soffermano sul presente. Con la consapevolezza di essere, nonostante
le tutto, incontrovertibilmente vivi. Serve allora un'altra lotteria,
un'altra missione, per conquistare il proprio “spazio”?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Baby, It's Cold Outside
|I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18,
pp. 502 |
Sono
passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco
di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno
classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche,
che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del
movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si
è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori
grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il
capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata
perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua
prosecuzione ufficiale. La
domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva
davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo
massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta
segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge
all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è
preferibile essere al pari con la programmazione della serie con
Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella
recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia
andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della
piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga
restituita alla famiglia del Capitano?
La storia
non si ripete, ma fa rima con sé stessa.
In
una comunità in gran fermento, erosa all’interno da
scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza
dagli eventi del primo capitolo le voci
di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari,
nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato
come giudice e descrizioni della routine ad
Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità
all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business
della fuga costituiscono ormai la norma. In
biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen,
Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un
giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista
delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al
tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese:
sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in
discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’
hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead
sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto
all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne
fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un
ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali
attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a
sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando
a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da
figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre
Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati?
Piansi?
Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e
piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla
fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva,
vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi
importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel
frattempo, ma ci riuscirò.
Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e
le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo
schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei
costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio.
Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo,
infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che
durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno
avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi
di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto
temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica,
meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi
spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare
nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle
aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche
anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli
exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele
del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni,
pare, per svelarci l’ovvio. Prevedibilmente, il prosieguo
della storia patisce una pianificazione a tavolino.
Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è
l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
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Kentuki, di Samanta Schweblin. Sur, € 16, pp. 230 |
Sono
a forma di animali, come i peluche che preferivi quando eri bambino.
Pesano due chili scarsi e sono fatti soprattutto di plastica e piume.
Costano un po’, 279 dollari, ma è il prezzo ragionevole delle
tecnologie all’avanguardia. Dietro i loro occhi deliziosi –
biglie non così inespressive, non così inconsapevoli – i kentuki
nascondono microcamere che ci collegano tutti in tempo reale. Nessuna
brutta sorpresa: acquistandoli sai già in anticipo che accoglierne
uno in casa significa aprire le porte a un perfetto
estraneo. Che può spiare la tua routine, e qualche volta intervenire
a gamba tesa. Le possibilità sono due: avere un kentuki o
esserlo. Preferiresti accogliere uno sconosciuto, infatti, o
al contrario essere lo sconosciuto nell’esistenza del prossimo? La
scelta è personale, dettata dalla tua generosità o dalla tua
perversione, da quanto tu ti senta solo al mondo. Qualcuno cerca di
scoprire l’identità dell’utente oltre il visore, che da remoto
controlla le ruote del peluche. Qualcuno si diverte invece a
scandalizzarlo con il sesso, le torture, la pubblica umiliazione. Il
romanzo dell’argentina Samanta Schweblin, oltre all’incentivo di
una copertina bellissima, può contare anche su tematiche
e atmosfere che fanno tornare in mente il miglior Black Mirror:
quello ancora capace di far aprire gli occhi, pungere e denunciare,
nello spirito di una fantascienza minimalista interessata non tanto
alle invenzioni avveniristiche, quanto alle contraddizioni
dell’animo umano. I capitoli, all’inizio, appaiono semplici scene
giustapposte. Scorci di esistenze lontane, apparentemente a sé
stanti, che pian piano trovano una collocazione precisa. Un paio di
nomi cominciano a diventare ricorrenti; i figuranti si impongono
pagina dopo pagina come veri mattatori della scena; alcune storie
hanno la priorità su altre, destinate invece a iniziare e finire
nell’arco di un solo capitolo. Spiccano allora le vicende di
Emilia, vedova in là con gli anni che tutti i giorni si connette per
sbirciare la giovinezza e gli amori dell’affettuosa Eva,
studentessa che si sta concedendo al ragazzo
sbagliato; la crisi matrimoniale fra Alina e Klaus, ospiti presso una
comune di artisti; le difficoltà relazionali di Enzo, papà fresco
di divorzio che compra un kentuki affinché tenga compagnia al figlio
Luca ma che, infine, si troverà spesso a consultare in prima
persona come fosse un vice-genitore; il sogno impossibile del
piccolo Marvin, che vorrebbe far evadere il suo pupazzo – intrappolato
purtroppo nella vetrina di un negozio d’antiquariato – per
scorrazzare sulla neve in libertà.
Non
sapeva nemmeno in quale città si trovasse, né come fosse il suo
padrone. Ai suoi amici aveva raccontato della neve, ma la cosa non li
aveva colpiti più di tanto. Dopo averlo deriso perché un culo da
principessa e un appartamento a Dubai erano meglio della neve, avevano
detto che tanto la neve non la si poteva mica toccare. Marvin sapeva
che sbagliavano: se riuscivi a trovare la neve, e spingevi abbastanza
forte il tuo kentuki contro un cumulo alto e soffice, ci lasciavi il
segno. Ed era come toccare con le dita l’altro capo del mondo.
Le
modalità sono sterminate e casuali. A scatola chiusa potresti
trovarti nell’appartamento di una figlia dei fiori con tendenze
nudiste, in una famiglia disfunzionale, perfino in un covo criminale.
A spasso fra le noie della routine, i segreti torbidi o le avventure
pericolose, meglio non perdere di vista il punto della situazione:
quello che sembra un innocuo videogioco di ruolo, in verità, è
reale. Troppo tardi per guardare altrove fingendo indifferenza? E per
denunciare? I kentuki sono dappertutto. Una moda che impazza, e fa
impazzire. In queste storie grottesche che oscillano dalla tenerezza
infantile alla cattiveria più disturbante, ci sono novelli
animalisti che formano autentiche squadre di liberazione, informatici
poveri in canna che fanno la cresta sulle vendite, teppisti dal cuore
d’oro che promettono di accessoriare i pupazzi – pensate alle
macchine truccate, per farvene un’idea – o di acquistarli non più
alla cieca. L’autrice ha dimenticato di darci il libretto delle
istruzioni. E nel corso della lettura tendiamo spesso a vedere il
bicchiere mezzo pieno, scordandoci che dietro queste adorabili
tecnologie ci sono persone in carne e ossa: permalose, umorali,
vendicative. A volte oggetto di devozione, altre di perversione.
C’era
davvero più gente interessata a guardare che a essere guardata? Non
c’era bisogno di sofisticate analisti di marketing, a Grigor
bastava un po’ di buon senso per trarre le sue conclusioni. Ma i
pro e i contro della scelta tra l’essere padrone o essere kentuki
non spiegavano mai in modo esauriente i vantaggi di ciascuna
posizione. Pochi erano disposti a esporre la propria intimità agli
occhi di uno sconosciuto, mentre a tutti piaceva guardare. Comprare
un dispositivo significava portarsi a casa un oggetto tangibile che
avrebbe occupato uno spazio reale, quanto di più simile a un robot
di compagnia il mercato potesse offrire; comprare un codice di
accesso, invece, voleva dire spendere una bella somma in cambio di
diciotto misere cifre virtuali, senza contare che alla gente piace da
pazzi tirare fuori cose nuove da scatole dal design sofisticato. La
parità di prezzo avrebbe mantenuto per un po’ una certa parità
nella domanda, ma secondo Grigor presto o tardi il rapporto si
sarebbe invertito a favore dei codici di accesso.
Possiamo
forse giudicare le loro scelte sbagliate? Chi non ha mai ricercato
una valvola di sfogo? Chi non vorrebbe sentirsi Dio per un giorno
soltanto? Da adolescenti, quando i peluche avevano già perso la loro
attrattiva su di noi, abbiamo preteso prima il Tamagotchi e poi The
Sims. Volevamo sentirci responsabili di qualcuno. Volevamo essere
onnipotenti.
A
morte il Tamagotchi allora: per dispetto, lasciavamo agonizzare
quell’animaletto immaginario in preda ai morsi della fame. Al via
l’anarchia nel mondo dei Sims: murati vivi, spinti all’incesto o alla bulimia, e tutto per vedere comparire il personaggio del
Mietitore con falce e mantello; tutto per sapere fin dove fosse
possibile spingersi con un semplice click del mouse. Per fortuna
avevamo i nostri genitori a distoglierci dai nostri primi intenti
omicidi. Da una curiosità di quelle malevole, che al pari delle
storie di Samanta Schweblin ci connetteva agli altri e ci
disconnetteva da noi stessi. La cena era in tavola, meglio non far
arrabbiare la mamma. La crudeltà era soltanto un gioco da ragazzi da
sbrigare dopo i compiti, prima dei pasti. Le coscienze: offline.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Depeche Mode – I Feel You
Brutta
bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza
tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la
fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni
famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei
sogni segreti, dalla visione di Euphoria
in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i
protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio
dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa
storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta
da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la
folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream,
quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non
funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua
regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito,
toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli
spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque
voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e
scandaloso, Euphoria
non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si
svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di
conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni
episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile,
torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla –
ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore –
ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra
impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le
perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i
minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non
innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato,
della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una
percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una
vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un
malessere nascosto. Ne subiremo le amare
conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e
felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul
ciglio del burrone. (8)
Tre
anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia
urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel
frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie
preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e
sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti
all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha
subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di
quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate,
in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con
la programmazione americana né di badare all’intensità ormai
assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute
d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più,
invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e
dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra
stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura
d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario
fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi
per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è
caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi.
Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa
franca. Qualcuno punta al Canada, pretendendo
diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al
proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una
Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa
bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli
sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere.
L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente
scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed
eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al
cambiamento sociale, trasformandosi in una Che
Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in
piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a
parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che
oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un
simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio –
ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli
ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza,
qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia
benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo
la bella stagione, il suddetto frutto si
rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)
Viene
dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e
inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate.
Come vendere droga online (in fretta) aveva
tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni
contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla
nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo
popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto,
approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti
daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico
papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce
in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico
boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana
coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad,
un po' di Smetto quando voglio
e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui
lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e
scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista,
foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze
psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama –
che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si
rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa
personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di
dipendenza. (5,5)
C’erano
una volta, in una metropoli non troppo lontana, i membri della
famiglia Kagwa. Una casa in graduale espansione - con una
coppia di piacenti trentenni alle prese con le gioie e i dolori della
convivenza coniugale – in un quartiere della Grande Mela consacrato
puramente allo splendore decadente dei negozi d’antiquariato o alla
polvere luccicante dei rigattieri. Apollo ed Emma, anime gemelle
dagli hobby e dalle tragedie coincidenti, si sono incontrati al
bancone della biblioteca pubblica: galeotti, al solito, i libri. Lui,
chiamato così da due genitori che hanno visto Rocky al
primo appuntamento, è un antiquario dallo spirito avventuroso:
dotato di un eccezionale fiuto per gli affari, salva i libri dal macero trovando nelle cantine altrui almanacchi di insospettabili
satanisti e copie autografate del capolavoro di Harper Lee. Lei,
unica superstite insieme alla sorella al rogo della famiglia, è una
libraia con l’animo hippy: partita per il Brasile all’inizio del
romanzo, torna da Apollo con un po’ di esperienza in più – c’è
un suo nudo, pensate, esposto in un museo di Amsterdam – e con un
cordino rosso legato al dito. Quando si spezzerà, dice, si
realizzeranno tre dei suoi maggiori desideri. Ha un marito splendido.
Sulla linea A della metropolitana, durante un blackout, partorisce il
primogenito: Brian. Cos’altro potrebbe volere per essere completa?
La felicità è una cosa misteriosa. L’infelicità, peggio. La
famiglia degna di una fiaba moderna, allora, si ritrova al centro di
un incubo da cronaca nera quando una serie di messaggi anonimi, i
seni doloranti e le notti bianche spingono la fragile neomamma
sull’orlo della follia. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue. E
invece, magicamente, comincia.
Le
fiabe non sono pensate per i bambini. In origine si trattava di
storie che i contadini raccontavano attorno al fuoco la sera, dopo
una giornata di duro lavoro. Erano adulti che si rivolgevano ad altri
adulti. Le fiabe sono diventate storie per bambini soltanto nel
Settecento, quando un nuovo ceto sociale molto particolare ha
cominciato a diffondersi in Europa. […] Le regole di comportamento
dovevano cambiare, sia per gli adulti sia per i bambini, perciò
anche le fiabe cambiarono. Dovevano avere una morale, qualcosa che
spiegasse le nuove regole ai più piccoli. Fu quello il momento in
cui le fiabe divennero una grande stronzata. Una fiaba stupida ha una
morale semplicistica, una bella fiaba dice semplicemente la verità.
Li
chiamano genitori elicottero. Quelli che sorvegliano i
bambini come sentinelle iperprotettive – si spera a fin di bene –
e li aiutano un passo alla volta nelle difficoltà della crescita. La
strega di Raperonzolo, tanto legata alla ragazza da isolarla in una
torre irraggiungibile, era una di loro. Come proteggere, infatti, un
figlio impreparato alle brutture dell’esterno? Se lo domanda
anche Apollo: papà moderno con un profilo Facebook pieno di scatti
di Brian, che inconsapevolmente, in rete, semina briciole di pane a
favore del lupo cattivo. All’indomani di una tragedia scioccante,
in liberta vigilata, gira per una New York inedita con un bagaglio
pesante: un piccone, una lapide, un cambio di vestiti, un libro per
l’infanzia ereditato dal genitore prima che desse forfait. Cerca
Emma, mosso da sentimenti che oscillano dall’ira alla tenerezza.
Visita gruppi per l’elaborazione del lutto. Pagaia
lungo le nove isole che galleggiano nell’East River, scoprendone
una popolata soltanto da fanciulli e mamme armate fino i denti. Si
perde e si ritrova in una foresta nascosta in pieno Queens, sotto gli
occhi di tutti, dove c’è una caverna da sorvegliare dal tramonto
all’alba. Tutto pur di non affrontare quell’appartamento sfitto
in cui adesso risulta difficile entrare; tutto per non varcare la
porta della stanzetta di Brian, chiusa dai nastri rossi della
polizia. Se un genitore dichiara resa – ha fallito, non è stato
l’angelo custode del suo bambino come si era prefissato – meglio
soccombere ai morsi del dolore e o credere nell’impossibile; nei
mostri?
Sopravvivere
all’infanzia è un miracolo.
Immaginifico,
struggente e splatter, Favola di New York –
adattamento dall’inglese The Changeling, che sin dal
titolo preferisce dichiarare il suo debito verso le creature del
folklore europeo – resterà la lettura più
sorprendente in cui vi imbatterete quest’anno. Le angosce
di Rosemary’s Babyincontrano le inquietanti
tecnologie di Black Mirror, all’ombra dei miti dolci e
tenebrosi dello svedese Border. Sullo sfondo, un
ventunesimo secolo che si fa fatica a riconoscere raccontato con
questi stessi toni sospesi; l’America odierna – quella degli
afroamericani nell’occhio del ciclone, dei pirati informatici e
della presidenza Trump, del melting pot ormai a rischio –
trasformata con fantasia invidiabile in una labirintica terra
selvaggia. I luoghi, eppure, sono reali: li ho cercati con Street
View nel mentre, per il piacere di smarrirmi a distanza. Oggi i
cavalieri senza macchina né paura sono i librai e i creatori di
start-up, la principessa da salvare una mamma accusata
dell’assassinio più terribile; la magia nera, invece, è l’arte
oscura di un odierno leone da tastiera con un computer
irrintracciabile dietro cui farsi scudo. Sono più profonde le
caverne dell’ignoto, infatti, o i meandri del deep web? Fra troll
di ieri e troll di oggi, i protagonisti brandiranno iPad, non spade;
schermi luminosi grazie a un’apposita funzione, non torce
infuocate. Aperti fino all’ultimo all’impossibile, gli ultimi
romantici di LaValle garantiscono un viaggio senza precedenti un una
metropoli che talora sembra un mare aperto, e in un cuore dove si
protrae ininterrottamente un’inimmaginabile burrasca. Favola
di New York sfocia presto nell’assurdo, perfino
nell’horror nudo e crudo, ma basta affidarsi alla sensibilità
dell’autore per innamorarsene perdutamente. Questa è la storia di
tante storie. Generazioni di immigrati che hanno attraversato
l’Atlantico su una bagnarola pericolante, con il timore verso i
pericoli del Nuovo Mondo e bestie secolari per angeli custodi;
afroamericani reduci dalla galera che, dando nell’occhio, si
aggirano in quartieri residenziali con il rischio che un poliziotto
dal grilletto facile li ammazzi a sangue freddo; padri a ogni costo,
che farebbero di tutto per il bene dei figli – anche uccidere,
anche ucciderli.
«E
vissero per sempre felici e contenti», sussurrò Apollo.
Emma
appoggio la testa alla sua spalla. «E vissero felici, almeno per
oggi».
«È
abbastanza?», chiese Apollo.
«È
tutto, amore mio».
Meglio
di un romanzo realistico, a sorpresa, a raccontarci il razzismo al
tempo dei repubblicani, il lutto al tempo di Facebook, le mele
avvelenate e i fusi letali sparsi in certi angoli della rete, è
questa fantasmagoria dalle fitte coloriture politiche la cui morale,
in definitiva, è una riflessione importantissima sulla ricchezza
dell’integrazione. Chiudendo i porti, erigendo muri su muri, come
potremmo spulciare nell’apparato leggendario di paesi lontani –
in questo caso, la Norvegia – e fare nostri i loro sogni e i loro
incubi, le loro storie? Quanto saremmo aridi senza? E vissero per
sempre felici e contenti, d’un tratto, appare una formula
necessaria: non più lo stratagemma di qualche genitore troppo pigro
o troppo codardo per proseguire ulteriormente con la lettura della
buonanotte. Oltre l’ultima riga delle favole, ci sono gli
infanticidi e gli altri orrori secondo LaValle. Ma anche gli amori
rafforzati da una distanza forzata, le mamme che nel momento del
bisogno sollevano tanto le automobili quanto i coltellacci
insanguinati, le attese insieme sotto le pensiline in plexiglass. Al
lieto fine – questa volta, quanto mai sperato – si arriva forse
con i mezzi pubblici. E il cordino rosso legato prima al dito di
Emma, poi a quello di Apollo, può essere fatto cadere a chiusura
del percorso. Nella recensione manterrò segreti i loro desideri ma
il mio, quello di leggere almeno un romanzo straordinario, è stato
esaudito: grazie a Favola di New York, rinuncio
a cuor leggero agli altri due.
Ero
partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di
un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins.
Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo
seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi
iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones,
mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può.
Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a
guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione:
forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli
sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature
alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle
commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con
tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo
traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono
diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate
e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque
nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si
veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si
avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di
mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i
russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete;
l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida
figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli
proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra
inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike
e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti,
non è andato via. Splatter e irriverente, un
tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri
straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico,
queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo
spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e
toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di
coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come
rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile,
se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti?
Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a
tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora
associata alla Storia infinita:
canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato
bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse
voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi
d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)
Lui,
lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà
virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un
tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo
stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una
riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata
trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una
cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di
una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è
un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La
superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata
da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace
meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale –
che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza
quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e
sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai
accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli
descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce
alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che
sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di
fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando
episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e
passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a
concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale.
Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e
metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se
necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio
opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido
come pretenderemmo. (6,5)
|Non leggerai, di Antonella Cilento. Arya – Giunti, € 14, pp.
197 |
La
letteratura è diventa una disciplina morta gradualmente, come il
latino e il greco ai giorni nostri. Tutti volevano fare gli
scrittori, raccontandosi in autobiografie a tavolino. Nessuno, però,
voleva leggere più. Le fascette promozionali strillavano invano
superlativi assoluti dagli scaffali. Le librerie ospitavano youtuber
e influencer. I piccoli editori morivano per colpa dei colossi del
digitale, gli ebook spopolavano prima che ci si rivolgesse
direttamente ai riassunti, la carta bruciava. Siamo all'indomani di
una crisi – economica, editoriale – senza precedenti. Siamo in un
futuro che forse è già qui. La parola svilita, l'apparenza come
unica legge. Nello skyline di una splendida Napoli distopica, fra
macchine volanti e distributori di proiettili, promesse d'immortalità
e social network che inneggiano al tempo perso, si staglia una scuola
superiore intitolata alla memoria di Pino Daniele. Tutt'intorno,
rioni fatiscenti e una criminalità in rapida evoluzione, mentre la
tecnologia avanza di pari passo alla disinformazione. Gli adolescenti
del quartiere Sanità, i cui pensieri sono messi costantemente al
vaglio da un governo che intanto tutto spia, seguono svogliatamente
lezioni proiettati sulle lavagne digitali, consegnano videocompiti
scopiazzati qui e lì, si descrivono alla classe con appositi trailer
di presentazione: in molti casi, hanno lasciato l'asilo a dodici
anni.
Non
ve lo dirò mai abbastanza: voi non dovete avere idee! Ormai, i libri
sono estinti e questo rischio non lo correte più, ma a ogni angolo,
a ogni svolta un'idea è in agguato! Vi sembrerà piccola, ingenua,
insignificante... Un'innocua trasgressione, una passioncella... […]
È una bomba! È un mostro pronto a divorarvi, a rovinarvi la vita, a
impedirvi ogni felicità!
Help,
la protagonista, non è l'eccezione alla regola: un abbondare di
tatuaggi indelebili – rami fioriti sulle braccia, segni di
punteggiatura sui polpacci muscolosi – e un appartamento al quinto
piano, circondato perennemente da ponteggi e impalcature, che
raggiunge per sfida con cavi e rampini. Ha sprezzo del pericolo e
dell'autorità, e qualche volta puoi vederla sfrecciare o
arrampicarsi con il suo inimitabile giubbotto: un capo acquistato dal
cinese all'angolo, con il disegno di un drago sulla schiena.
L'amicizia con Farenàit, l'ultima arrivata in classe, è l'ennesimo
rischio da correre: perché la ragazza, nascosta dietro le sciarpe
ingombranti, ama le ragazze e le fotografie dei defunti. A Napoli non
si legge, infatti, e la morte è un tabù: nessuno ne parla, nessuno
presiede ai funerali dei propri cari. Figurarsi allora la follia di
trafugare la tomba di una sconosciuta per pura curiosità. E di
scoprire nella cassa da morto cinquanta libri proibiti: i migliori, a
memoria d'uomo, prima che la narrativa e la saggistica sparissero dai
nostri radar. Sfrontata, autoironica, semplicemente irresistibile,
Non leggerai è l'avventura
di due ragazze che sperimentano così un linguaggio segreto. Si
infatuano della vampira Carmilla, diffidano dal Grande Fratello di
Orwell, sognano i tesori di Stevenson, identificano i concittadini
sgraditi con gli usurai di Dostoevskij, sognano le attrazioni fatali
di Cime tempestose,
parafrasano il Bardo nei corridoi. La letteratura – una ribellione
contro l'inerzia, uno schiaffo all'apatia – le invoglia a nutrire
idee tutte loro. E le mette nei guai.
Ma
cosa ci piace? Il divieto che affrontiamo o le storie che leggiamo?
Il
lessico forbito e quei congiuntivi azzeccati potrebbero suonare
sospettosi alle orecchie di due antiquari senza scrupoli o a quelle
di Cazzimma, figlio del temibile camorrista O'Russ, a capo di una
baby gang che coordina l'intera delinquenza minore. Essere attratti
dal proibito, però, inevitabilmente significa anche quello: ficcare
il naso nei libri polverosi, e lasciarsi sedurre da prose per cui
vivere o morire. La prima volta dell'affermata Antonella Cilento con
la narrativa per ragazzi, all'interno di una nuova collana da tenere
d'occhio, è una chicca da non lasciarsi sfuggire. Una satira per
ogni età, ricca di fantasia, che parla ora il dialetto stretto di
Elena Ferrante, ora il linguaggio della ribellione secondo Ray
Bradbury. Ha uno stile scoppiettante, un manipolo di personaggi che
fan subito simpatia e un'estetica a metà fra quella dei Manetti Bros
e l'animazione di Alessandro Rak. Tutto si è ribaltato. I giovani
scappano altrove, gli adulti fanno lavori da pischelli, le nonne
governano la casa armate di cucchiarella e aiutano a sbarcare il
lunario attingendo alla pensione. Ipnotizzati dai cellulari, ignari
di cosa siano l'inchiostro o perfino la pellicola, i ragazzi del
futuro – tristemente simili ai troppi Millenials che oggi si
sognano star di Instagram – hanno trasformato le catacombe in
discoteche e rinunciato di buon grado alla privacy. I bibliotecari
sono novelli terroristi. Lo spirito d'iniziativa, il male nel mondo.
Una
società che vive stando allo specchio muore.
A
distanziarci da questa Italia futuribile ci sono davvero tre
generazioni? È possibile contare su un destino alternativo, senza
trasferirsi in invidiabili bunker o salpare per isole esotiche? Meno
cupa dei colleghi scrittori che ci hanno raccontato catastrofe
ambientali o donne al macello sotto il giogo dei padroni uomini, ma
non per questo meno preoccupante, la leggerezza di Antonella Cilento
ci fornisce una via di fuga in anticipo attraverso lo strumento
migliore. Un libro sui libri, che fa allungare all'inverosimile le
whishlist – che vergogna: al momento ho letto pochissimi dei titoli
rinvenuti nella cassa da Help e Farenàit – e andare ancora più
orgogliosi di essere topi di biblioteca, parte di una specie ormai in
via d'estinzione. Se la fame vien mangiando, infatti, la voglia di
mettersi in salvo vien leggendo.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Ligabue – G come Giungla
|La terra dei figli, Gipi. Coconino Press. Fandango Editore, € 10, pp.
288 |
La
fine del mondo ha confini precisi. È cosa da metropoli americana, da
deserto del Nevada. In Italia nemmeno l'apocalisse si prende la briga
di fare tappa: il Vaticano, corsia preferenziale dell'Altissimo, ci
guarda le spalle; le ristrettezze economiche e politicanti senza
voglia di guerreggiare ci proteggono dalle armi batteriologiche,
dalle alleanze sbagliate, da meteore inghiottite in un sol boccone
dalle buche del manto stradale. Ma in un futuro post-apocalittico già
alle porte, a giudicare dai connotati familiari della
tragedia, è successo: noi, abitanti frustrati e rancorosi della
contraddittoria Terra dei Cachi, ci siamo estinti in massa. O quasi.
La
penisola è diventata una palude stagnante di acque fetide e
velenose. In nome della miseria ci si contende la pelliccia di un
cane ucciso a bastonate, pannocchie e carote come fossero beni di
lusso. Il cannibalismo è un tabù ormai sfatato, le rare donne fan gola
agli adepti di un Dio crudele, leggi inequivocabili regolano nel
dettaglio la routine delle comunità superstiti. I protagonisti
sono i membri di una famiglia di soli uomini: un padre severissimo,
che ha educato la propria prole all'atarassia, e i
suoi due figli. Fratelli opposti quanto il giorno e la notte – il
primogenito un po' matto, l'altro una roccia che osa urlare la
propria commozione soltanto sott'acqua –, con una mamma morta di
parto e un prima difficile da immaginare. Le case avevano il
riscaldamento centralizzato, il frigorifero pieno, animali domestici
accoccolati sui tappeti: possibile, si domandano increduli?
C'era
una volta un padre che voleva proteggere i figli. Renderli forti in
ogni modo possibile. Anche facendosi odiare.
Un
po' Hansel e Gretel, un po' eroi di un racconto pulp di Niccolò Ammaniti,
gli invincibili protagonisti devono cavarsela da soli quando viene meno la loro guida: quel genitore dal cuore segretamente fragile, che si
confessava spesso in un diario e condivideva qualche notte d'amore
con una donna ai margini ribattezzata la Strega. In che modo scoprire
i misteri di quel taccuino chiazzato di lacrime – illeggibile per
via dell'analfabetismo e dell'usura – se imparare a leggere non è
mai stato necessario? Cosa farsene di una terra derelitta che, sin dal titolo, spetta a bambini affamati di verità? Per venirne a
capo non basta inforcare un paio di occhiali rubati, persuadere il
prossimo con le cattive, torchiare un innocente fino ad annegarlo. È
questo infatti il motore di un viaggio che li porterà prima nella
fattoria di un'amorevole coppia di gemelli deformi, poi nelle grinfie
di una setta religiosa alla The Wicker Man: l'ossessione
divorante verso quel lascito da decifrare, che per tutto il tempo
simboleggia l'interiorità di un padre chiuso a riccio e la
cultura da salvaguardare. Fatto di picchi di umorismo beffardo, fughe
rocambolesche e comprimari impeccabili, La terra dei figli ha
una lingua che nello stile sovversivo di Patrick Ness mescola il
dialetto toscano all'inglese informatico; un immaginario super pop –
gli antagonisti, pensate, indossano T-Shirt degli Eagles o dei
Nirvana –; un milione di modi in cui uccidere o farsi uccidere,
sperimentare il brivido della vendetta o la quiete della pietà.
«Tu
da quanto tempo non ti fidi di qualcuno?»
«Da
un po', per questo sono ancora viva.»
I
silenzi contemplativi abbondano, al pari delle brutture sanguinarie e
della spossatezza fisica. E all'orizzonte si delinea uno scenario
acquitrinoso che non ha bisogno di effetti speciali, fuoco e fiamme, per inquietare nel profondo: la luna, nel cielo notturno, sembra la
bocca di un pozzo. Si lavora allora sui dettagli psicologici, sulle
linee frastagliate dei volti e delle ossa: si lavora a togliere. Si
imparano ad apprezzare pagina per pagina il clamore dei bianchi, il
graffio rabbioso dei neri, le perle racchiuse in baloon compilati a
mano libera. Si parla, sì, di graphic novel: eccezione alla regola
resa possibile dai prezzi vantaggiosi della Biblioteca della
Repubblica e dalla fama straordinaria di un artista arrivato perfino
al premio Strega. Come recensire Gipi, in questo periodo anche in sala con il suo secondo lungometraggio, io che eppure non ho mai scritto di
fumetti prima d'ora? Impressionato dalla potenza espressiva della
lettura, dalle suggestioni di un autore con la lettera maiuscola, non
mi sono posto affatto il problema. Ho scritto così come mi è venuto, a
gomito, di una scoperta bellissima e di un futuro post-apocalittico
già alle porte. Quello in cui la speranza è custodita nelle carezze
e nelle domande apprensive delle donne; nell'incertezza del guado.
Quello in cui poter ammettere con l'emozione in gola che la mia
prima volta con la nona arte – e con Gipi no, non sarà l'ultima:
in edicola ho preso a scatola chiusa già i volumi successivi – non
la scorderò mai.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The National - About Today
Alle
parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le
usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per
leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo
insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la
voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici
della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i
gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano
coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però
un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani –
che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano
anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei
due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti
negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e
armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti
misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di
Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza
lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa
– e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a
proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della
lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli
che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio
essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo
nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro
che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un
presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un
secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.
Puoi
portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli
intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua
essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un
gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.
C'è
voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il
sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei
predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le
scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le
penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di
giardinaggio e gelati in premio alle
studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti
di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini
italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un
amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata
donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle
adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili
matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha
invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con
l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per
provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante
all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore
naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al
contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la
voce a piacimento.
Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca
sperare.
Con
debiti evidenti versoIl racconto dell'ancella,
tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla
pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che
ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha
soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per
quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle
relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo
può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean
si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il
suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di
Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno
di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere
cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una
scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi
batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top
Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile,
trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con
atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi
vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo
spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo
pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono
nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti:
frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia,
triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e
delle sue conseguenti forzature.
Mostri
non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni
artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono
sempre di saperla più lunga degli altri.
Vox
e la sua sentita crociata
generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un
male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti
simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno
di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence
Tremate,
tremate, le ancelle son tornate. Quanta strada hanno percorso, da
dietro i paraocchi della loro inquietante tonaca rossa. Quanti
consensi hanno mietuto, imponendosi nella stagione dei premi e in
cima al meglio della scorsa annata. Si aveva sinceramente paura, dopo
un ciclo di episodi perfetti, di scoprire quale sarebbe stato il
passo successivo; come
sarebbe stato, staccarsi dalla mano di una Margaret Atwood che ormai
aveva finito il suo lavoro lì – il finale della prima stagione
corrisponde infatti al finale del romanzo: dunque cosa inventarsi
dopo? C'era tutto un mondo da scoprire, e l'impiego della prima
persona ne limitava di molto fra le pagine gli scorci, i punti di
vista, le vedute panoramiche. C'era da domandarci cosa sarebbe stato
della tribolata protagonista dopo quell'ultimo sguardo in camera,
all'indomani della fuga. Ci aspettavamo la rivalsa, per quanto banale
potesse suonare; la ribellione. La disobbedienza di June, nella serie
televisiva che avuto il buon cuore di regalarle un nome di battesimo,
purtroppo dura poco: giusto il tempo di pentirsene, di piegarsi.
Riposta la sua luciferina aria di sfida, di ritorno a casa Waterford, diventa Offred. Stanca di fare del male agli altri per colpa
dell'egoismo di chi si è scoperta intoccabile, galeotta la pancia
miracolosa che cresce e cresce. Stanca di scalpitare. Sembra vinta, a
tratti, e dire che in chiusura avevamo fantasticato sulla sconfitta
dei bastardi. La fuga, poi il ritorno. Le Colonie, poi il ritorno. La
ribellione, poi, complice il senso di colpa, sempre e comunque il
ritorno. Il fuori resta perciò poco esplorato. Le
sollevazioni grandi e piccole non sono che tappe che riportano con violenza aggiunta allo status quo. Ancora meno agevole, ancora
più provante che in passato, si ha l'impressione che ci sia troppo
in soli tre episodi aggiuntivi che fanno la differenza, che pesano sulla bilancia. I piatti, così, sono meno in
equilibrio. Oscillano sotto un peso che quest'anno non conosce
nemmeno la tendenza a sdrammatizzare della voce
off; l'ironia o il lirismo della colonna sonora rock 'n roll.
Una volta pesavano ogni sopruso, ogni abuso, ogni perdita. Adesso si
perde il conto dei cambi di ruolo e di umore di una Elisabeth Moss
non così amabile; il numero dei tentati suicidi in nome della
disperazione, dei falsi allarmi della gravidanza, dei personaggi
introdotti e mai più rivisti, di Colonie sbirciate (con tanto di
cameo della rediviva Marisa Tomei, a proposito di personaggi inutilizzati) ma
alla fine inservibili a livello narrativo. Mancano all'appello i
parenti, i mariti, le amiche che ce l'hanno fatta a raggiungere il
confine canadese. Gli autentici momenti da brivido, le scene madri,
se tutto ambisce invano a restare impresso – sulla pelle d'oca, nel
Gotha della TV. Il ritorno di The Handmaid's Tale è
ad ampio respiro, e forse per questo più romanzesco, più
dispersivo, con sceneggiatori indecisi su quali dettagli o emozioni
concentrarsi davvero. Arriva sempre forte, ma purtroppo meno
chiaramente. Per le interferenze di storyline senza sbocchi e, tocca
ammetterlo, di immani aspettative. Qualcosa cambia in
positivo, a ben vedere, dall'ottavo episodio in avanti. Merito della
lenta metamoforfosi di una Yvonne Strahovski da Emmy, combattuta fra
la fedeltà alla Repubblica e la solidarietà femminile, fra orgoglio
e sottomissione (è proprio lei a impugnare una penna rossa, infatti, e a
porgerla a Offred, chiamandola finalmente June); delle sfide di una
Bledel che non si spezza e della maternità dell'instabile Brewer,
che mi ha commosso con una tenerezza che qualche volta guarisce;
della fragile e crudele Eden, andata in moglie all'autista Nick, con
un falso bigottismo a nascondere tutto l'avventato ardore dei
suoi quindici anni. Le ancelle – non soltanto bestie da monta ma
anche vacche da latte, in caso il Signore abbia fatto schiudere il
loro frutto benedetto – si scambiano i nomi sottovoce. E
ammettono fra le proprie fila quest'anno non soltanto il rosso, ma
anche il blu, colore delle mogli trofeo di Galaad. Tutte insieme, allora, se vanno in schieramenti compatti e ordinati oltre
il punto fermo messo trent'anni fa da una profetica Margaret Atwood. Ma a malincuore non riescono né a superarlo, né a superarsi. (7)
Adam
Costello, diciotto anni, ha una famiglia che se la cava così così,
una ragazza che non lo merita e grossi problemi di
meteorismo. Sua madre, ex impiegata in banca senza uno straccio di
entrata fissa, non ha l'età per rimettersi in gioco nello spietato
campo del lavoro né per ricostruire un'autostima malandata dopo la
scomparsa del marito, forse morto suicida o forse semplicemente
scappato in un posto in cui sono maggiori la domanda e l'offerta. La
sorella minore, Nattie, mette invece all'asta l'infanzia e i peluche
di sempre nella speranza di crescere in fretta, di dare loro una mano
in più. Le soluzioni, se vittime di una crisi economica senza
precedenti e abili con tempere e carboncini, sono due: affittare
l'altro ramo della casa ai membri superstiti della famiglia Marsh,
altrettanto al verde e con una secondogenita la cui vista ci fa
battere fortissimo il cuore; iscriversi a un ricco concorso su
consiglio di un insegnante d'arte pieno di spirito d'iniziativa,
probabilmente il solo vero adulto in un mondo di gente che confonde la
maturità anagrafica con la saggezza. Dissacrante, agrodolce, senza
una facile morale di fondo o un finale netto, Paesaggio con mano
invisibile racconta gli amori
brevissimi, la prigionia di mutui lunghi tutta la vita, le famiglie
allargate ai tempi di una recessione che fa strage dei proverbiali
sogni americani. È l'equivalente su carta di quegli
adorati film indie – un ritorno al neorealismo, se vogliamo – che
parlano con leggerezza degli attimi insignificanti, degli istanti
risolutivi, di noi ai margini. Quello realizzato dal bravissimo
Matthew Tobin Anderson, non a caso autore cult dell'introvabile Feed,
è il ritratto di un'adolescenza con variazione sul tema:
l'apocalisse fuori.
Sii
te stesso. Racconta la nostra storia. Di' la verità. È questo che
vince nell'arte: la verità.
Ve
lo avrà giù annunciato la copertina: gli extraterrestri sono in
mezzo a noi. Sono venuti a invaderci, sì, ma in pace: civili,
diplomatici, geniali. Sinistre presenze che assomigliano più agli
eptapodi di Arrival che
agli usurpatori dell'Invasione degli ultracorpi,
hanno promesso agli uomini cure prodigiose, autentici capolavori dal
riciclo dei rifiuti e una tecnologia che farebbe apparire obsoleto
perfino Steve Jobs. Negare all'umanità i loro servigi, o
assecondarli nonostante l'altezza del prezzo da pagare? I vuuv ci
hanno reso in fretta tutti inutili, tutti disoccupati: si pensi per
analogia all'avvento delle catene di montaggio, alla forza-lavoro del
proletariato rimpiazzata infine dall'efficienza delle macchine.
All'ordine del giorno, così, gli attentati contro le autorità e le
proteste; una competitività maleducata che, in una guerra fra
poveri, dà la colpa alla concorrenza dell'immigrato messicano (lo sa
bene, da sotto il toupet paglierino, Donald Trump). C'è qualcosa,
però, che l'infinita conoscenza degli alieni non contempla: l'amore,
e la perdita di tempo che comportano le passeggiate romantiche, i
tramonti per due, baciarsi alla francese. Che ne sanno loro, che si
riproducono per gemmazione e hanno una passione esagerata per gli
anni Cinquanta? Adam e Chloe, la fidanzata-coinquilina, si sono
ingegnati: dare in pasto ai vuuv la loro relazione, mostrandosi
innamoratissimi sotto lauto compenso in una sorta di reality show a
tema Grease. Le
macchine con gli alettoni, i drive-in, i frappé condivisi e le
smancerie abbondano: anche quando l'amore passa – lei si invaghisce
di un bellimbusto all'ultimo anno di liceo, che scolpisce statue a
colpi di motosega e non la imbarazza con le conseguenze tragicomiche
della Sindrome di Merrick –, ma il bisogno di sbarcare il lunario,
di fingersi coppia, resta.
A
volte si crede che la vista dall'alto possa infondere un senso di
dominio e di potere; e poi invece scopri che ti fa soltanto capire
quanto in realtà è stata piccola la tua vita.
Il
povero Adam, spesso farneticante per la febbre a quaranta e il
bisogno urgentissimo della toilette, è impegnato su un doppio
fronte. Da un lato, combattuto tra intimità ed esibizionismo, truffa
gli spettatori extraterrestri accanto a quella coetanea che d'un
tratto non gli appare più incantevole come una Madonnina
rinascimentale. Dall'altro, lo tenta l'idea di dipingere per quel
concorso intergalattico l'America com'è e non come sarebbe bello che
fosse: anche se i vuuv, turisti in un paese straniero, ne sanno poco
d'amore, di religione, e meno ancora di arte. I capitoli di Paesaggio
con mano invisibile avranno
perciò i titoli o le didascalie dei lavori del protagonista: dipinti
alla Hopper, intrisi di solitudine, per cogliere a colpo d'occhio il
cambiamento tutt'attorno – i ricchi sulle case fluttuanti delle
fiabe, i poveri che elemosinano il lieto fine su cumuli di curricula
e pattume. Nel tentativo di familiarizzare con il capitalismo del
futuro, allora, finire per somigliare ai membri della classe
dominante – imparare la loro lingua di fruscii impercettibili,
imitarne le brutte teste glabre –, o opporsi?
La
mano invisibile che guida le nostre opere, le nostre azioni, i nostri
mercati non potrà raggiungergi laggiù. Fuori dallo spazio e dal
tempo, dal tempo e dallo spazio, non ci sarà più alcuna distanza
tra noi e i nostri desideri.
La
mano invisibile: quella di cui parlavano gli economisti
settecenteschi; quella di dio, forse, che ha lasciato la terra
sfitta, a beneficio di nuovi e molesti ospiti (che maggiorano i
prezzi, sporcano, fanno i loro porci comodi). Cosa ci rende
incontrovertibilmente umani? Non siamo solo rock 'n roll: c'è,
infatti, chi osa ballare su un ritmo alternativo, il proprio. Non siamo
tutti natura morta su tela: c'è chi sceglie la realtà, non
l'evasione delle bugie. Pur scrivendo di semplice – be', si fa per
dire – fantascienza.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: 4 Non Blondes – What's Up