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giovedì 4 novembre 2021

Halloween passa, la paura resta: A Quiet Place 2 | Old | Malignant | A Classic Horror Story | Relic | The Night House

Benché lontano dallo stupore del film introduttivo, il secondo capitolo di A Quiet Place è un sequel senza sorprese ma comunque all'altezza. Con un tassello in meno, la famiglia Abbott fugge in punta di piedi dai mostri che tengono in scacco la civiltà. Questa volta sognano di conoscere i superstiti al di là del mare. Nel frattempo si imbattono in Cillian Murphy, degna spalla della mamma coraggio Emily Blunt. Ma ad avere la meglio sugli adulti sono l'astro nascente Noah Jupe e una coraggiosa Millicent Simmonds, realmente non udente. La trama? Poco risolutiva, sembra l'episodio centrale di una serie TV. Non amplia i confini di quel mondo, non propone un finale chiarificatore: soltanto il flashback in apertura, magnificamente diretto, aggiunge qualcosa a una tipica storia di corse, nascondigli, sobbalzi. Tutti i meriti spettano al buon gusto di John Krasinski. Mentre l'esordio era piccino, più indie e per questo più interessante, questo sembra un survival alla Spielberg. I dettagli disseminati durante la visione, insieme alla raffinatezza da Oscar di raccordi visivi e sonori, ne fanno un seguito non indispensabile ai fini narrativi ma una gran bella opera seconda. (7)

Tre famiglie in villeggiatura vengono indirizzate su una spiaggetta ignota ai più. Ben presto i protagonisti si imbattono in una scoperta sconcertante: laggiù le cellule invecchiano rapidamente. La psicosi collettiva è dietro l'angolo, insieme al pensiero di una macchinazione. Perché sono lì? Chi li ha radunati? Survival horror dallo spunto singolare, il film brilla per le atmosfere iniziali alla Christie, un casting sorprendentemente mirato – soprattutto per trovare rimpiazzi per gli interpreti più giovani – e per un'esagerata sospensione dell'incredulità. I personaggi si muovono come in un reality show. E allo stesso modo alternano confessioni a cuore aperto a svolte indicibilmente trash: nemmeno al Grande Fratello, però, estrarrebbero un tumore con un coltellino a scatto. Partito sotto i migliori auspici, l'ultimo Shyamalan mette in scena la vita e la morte, ma imbarca rovinosamente acqua a causa di uno sviluppo non sempre all'altezza e di un colpo di scena risibile. Dispiace, perché la macchina da presa del regista, stordente e vorticosa, è un meccanismo ben più oleato degli orologi di Old o della sua sceneggiatura pasticciata. (5,5)

In fuga dal terzo capitolo di The Conjuring e atteso al varco con il sequel di Aquaman, James Wan si è ritagliato uno spazio tra un blockbuster e l'altro per questo thriller soprannaturale: più piccolo rispetto ai tasselli delle sue saghe danarose, violentissimo e fieramente vecchio stile. Per una volta non ci sono sobbalzi, ma sangue a fiumi e colpi di scena collaudati. Peccato che Annabelle Wallis, non sempre all'altezza, e comprimari dall'ironia fuori luogo minino parzialmente al risultato. Può lo sprezzo del ridicolo rendere un film efficace? Così parrebbe. Sulle note di Where is my mind, Malignant prende avvio in un ospedale psichiatrico. E si sposta poi ai giorni nostri, nella routine di una protagonista al centro di visioni terrificanti. Un rapporto telepatico la unisce al serial killer di turno: capelli lunghi, trench, viso mostruoso e mosse da film di arti marziali. Un po' Dario Argento, un po' Brian De Palma, Malignant esagera senz'altro con lo splatter, gli effetti speciali e le assurdità. Ma l'appeal anni Ottanta e la solita regia di Wan, autore di razza anche alle prese coi peggiori cliché, divertono da morire. Tra urla insopportabili, piogge perenni, archivi abbandonati e trofei affilati – con tanto di omaggio al primo capitolo di Harry Potter. (7)

Il titolo mette subito le cose in chiaro. Prendete, perciò, il solito gruppetto variegato. Aggiungete un incidente. Dal nulla, fate sbucare una casa nel bosco. L'horror sanguinoso e leggero, immancabile nelle serate con gli amici, è servito. Ma niente è come sembra. Serve coraggio a dedicarsi al cinema di genere in Italia. Non troppo implicitamente, Roberto De Feo ce lo lascia intuire dopo i titoli di coda. Dopo The Nest, il regista torna al genere e lo omaggia, lo scompone, lo destruttura. Piacevole e divertito, può contare su un buon cast – la protagonista è Matilda Lutz – e sul colpo di scena del finale: chiacchierato sul web, per me non è abbastanza appagante da giustificare le citazioni sparse. Peccato. Perché c'è una riflessione sul fare cinema che brilla per ironia e acidità. Ma la sensazione è che oltre i cottage di Evil Dead, le sirene di Silent Hill, le soffitte di Hereditary, le tavolate di Midsommar e i fantocci di Wicker Man, De Feo abbia inventato poco. Quando citerà meno gli altri e più sé stesso, diventerà bravissimo. Per ora il divertimento è assicurato, ma solo per patiti del genere. (6,5)

Tre donne, tre generazioni, una rimpatriata forza. Per prendersi cura dell’anziana matriarca. Per provvedere a una casa troppo spaziosa per una persona sola, dove la muffa ha messo vistose metastasi. È scontro tra mamma e figlia. La prima visita le case di riposo. L’altra, idealista, vorrebbe trasferirsi per assistere la fragile vecchina. Davanti alle stranezze crescenti della nonna, però, le decisioni saranno fatali. Le pareti si restringono, si anneriscono. La casa diventa un labirinto pieno di post-it dall’oblio. Horror femminile dalle parti di The Babadook, Relic è uno di quei prodotti festivalieri dalla sensibilità spiccata e dai ritmi lenti. È colpa dell’Alzheimer o di un’entità oscura? Non vi rovinerò la sorpresa, ma la presa di coscienza delle protagoniste – insipida la Mortimer, bravissime Heathcote e Nevin – sarà dolorosa eppure delicata. Relic parla del decadimento fisico e mentale. Della senilità, della solitudine, dell’inevitabile. Il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino lo amava, l’odore delle case dei vecchi. Ma questa volta, in questo film, non c’è niente che spaventi di più. Il paranormale non ci tocca, perché lontano dalla norma. Ma quest’orrore è reale. Quest’orrore, presto o tardi, saremo noi. C’è forse scampo alla vecchiaia? (7,5)

Beth, insegnante perseguitata dalla tragedia sin dall'adolescenza, ha un ennesimo dolore con cui fare i conti: il suicidio del marito architetto. In una casa troppo grande per una donna sola, viene a conoscenza di segreti e stranezze. Perché Owen era ossessionato da donne identiche a lei? Cosa nasconde, soprattutto, la casa speculare costruita dall'altra parte del lago? Fatto di lunghi silenzi infranti, stanze vuote e sguardi smarriti, The Night House ricorda le atmosfere del recentissimo L'uomo invisibile. Lento e notturno, più vicino al thriller psicologico che all'horror, finisce per somigliare un po' alle Verità nascoste. Dramma sull'elaborazione mascherato da ghost story, si confronta con il tema del doppio; affascina e confonde, raccontando una storia arcinota attraverso una prospettiva differente. Ma i risvolti finali sono prevedibili e il maggiore colpo di scena appare liquidato in fretta. Occasione parzialmente mancata, intrattiene comunque grazie ai misteri delle sue case-labirinto e alla bravura dell'eccezionale anfitriona: Rebecca Hall, combattuta tra terrore e nostalgia bruciante. (6,5)

giovedì 23 gennaio 2020

Serie TV da brivido: Dracula | Servant

Benché sia il Principe delle tenebre, ha più di qualche tallone d’Achille. Le corone d’aglio, i crocifissi, gli usci chiusi, l’acqua santa. Ma tra le sue paure, a giudicare dalla quantità impareggiabile di trasposizione cinematografiche e televisive, non c’è quella del remake: il male più grande del nostro millennio. Tornato nuovamente sul piccolo schermo, l’incubo di Bram Stoker si reinventa per forza di cose. Era il minimo, infatti, svecchiarsi; stupire con una riscrittura radicale ma stranamente rispettosa, che in tre puntate di novanta minuti omaggia tre generi cinematografici distinti – l’horror, il giallo classico, la fantascienza fatta di viaggi nel tempo – grazie alla vena ironica e un po’ dissacrante degli sceneggiatori di Sherlock e Doctor Who. All’inizio fedelissima, la miniserie inglese prende avvio con l’arrivo di Jonathan Harker in Transilvania: ci sono nebbie e torrioni, pipistrelli e apparizioni spaventose, ma già cambiano i rapporti di potere e le relazioni tra i personaggi. La romantica Mina, ad esempio, è ridotta a una comparsa marginale; Val Helsing è suora e donna, e ama sfidare il famigerato vampiro con conversazioni tanto esistenzialiste quanto sardoniche. Cosa c’è di più sexy degli incontri-scontri tra menti affini? Strada facendo, conosciamo prima i passeggeri sfortunati di una nave diretta a Londra, poi i pro e i contro della modernità: come se la cavano i mostri famelici con i siti d’incontri, le vittime reclamate tra le influencer più popolari e fobie annose, soprattutto, di cui venire finalmente a capo? Preceduto dall’indignazione dei fan e affrontato con basse aspettative, Dracula si è rivelato in realtà un gustosissimo divertissement. Aggiornamento non richiesto ma autoironico e cialtrone, ha un animo che non ti aspetteresti tanto trash e seduttore. Emblematica la scelta dell’attore protagonista: il danese Claes Bang è bellissimo, carismatico e sornione; forse uno dei casting più azzeccati di sempre, per via della somiglianza con Lugosi e della leggerezza che rende irresistibili i duetti con la collega Dolly Wells. Inadatto a chi non ama l’eccesso di sangue o umorismo nero, la creatura apocrifa di Moffat e Gatiss  omaggia i generi letterari – si pensi alla Christie –, gli antecedenti più illustri – su tutti il Dracula interpretato da Christopher Lee –, i personaggi iconici – vano aspettarsi i soliti Renfield e Lucy. Non abbiate paura però: qui si sorride tanto, a canini stretti, e mai per caso. (6,5)

È una sera di pioggia e cattivi presagi. Il citofono di una ricca casa di Philadelphia trilla per annunciare l’arrivo di una misteriosa sconosciuta: laconica e d’altri tempi, sarà la tata del piccolo della famiglia. Un tesoro di bambino, che nella sua culla si limita a sorridere: non fa i capricci, non piange, non costringe i genitori a levatacce. Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che quella casa nasconda dal primo all’ultimo episodio tragedie e segreti; colpi di scena che si annunciano sin dal pilot, e gettano luci sinistre su ogni personaggio, figuranti inclusi. Cosa nasconde Leanne, babysitter dedita in silenzio a riti occulti e autoflagellazione? Cos’ha Jericho, neonato da battezzare nell’immediato? Perché il padre chef ha perso all’improvviso il senso dell’olfatto e la madre, giornalista trasognata ai limiti della stupidità, fa fatica a elaborare il dramma di una notte? Prodotto dall’inaffidabile M. Night Shyamalan e già atteso per la seconda stagione, Servant ci fa tirare un sospiro di sollievo: il regista indiano che ci ha abituati un po’ a c olpi di fulmine, un po’ a disastri, questa volta non rovina il buono con spiegoni farraginosi o twist discutibili. Sorprendentemente calma e pacata, elegantissima, la serie preferisce infatti muoversi all’ombra della trilogia del Condominio di Polanski: interni signorili e soffocanti, che mostrano raffinatezze culinarie e insidie; vicini di casa decisamente sospetti; enigmi che conducono sia all’horror esoterico che al thriller psicologico. I primissimi piani, le ottime performance del cast – la ventenne Nell Tiger Free va tenuta d’occhio – e il senso d’ambiguità costante, poi, fanno il resto. Peccato soltanto per quel decimo episodio arrivato troppo in fretta, da cui ci saremmo aspettati qualche spiegazione in più: in rete, per fortuna, non sono mancate le teorie e i chiarimenti; le riprese del prosieguo, proprio in questi giorni, sono già in corso d’opera. Vivamente consigliata agli amanti del genere, Servant è una serie d’autore che spiazza soprattutto grazie al colpo di scena più singolare: il regista del Sesto senso, a oggi, non ha mandato tutto a gambe all’aria.  Viva le serie TV. Più stagioni ci saranno, più saranno rimandati a domani – non senza timore – i fasti o i disastri della famiglia Turner. (7+)

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)

giovedì 9 febbraio 2017

Mr. Ciak: Split, A spasso con Bob, Allied, Other People, L'estate addosso

Sono passati quasi vent'anni dai trionfi del Sesto Senso. Cos'è stato di Shyamalan, per alcuni prodigio e per altri meteora? Dalla mia, lo scorso anno, avevo già apprezzato il più che dignitoso The Visit. Troppo sottovalutato quello, mi trovo ad ammettere, e troppo sopravvalutato questo. Split si dilunga, ti sconcentrata con il cambio degli scenari e, fino alla fine, annoiato, aspetti di trovare il bandolo della matassa. Parti con le ipotesi più difficili e astruse, allora, perché il regista ha un debole per i finali spiazzanti e in rete accennavano a un gran colpo di scena, ma la piattezza dell'intreccio ti delude. Il twist, infatti, non riguarda gli esiti di Split né giustifica gli inefficaci salti qui e lì: è un cameo, non vi anticipo di chi, che ho trovato trashissimo. Per me, quindi, neanche questa volta è fumata bianca. Grigiastra, tutt'al più, come lo sono questi lungometraggi né brutti né belli, né intelligenti né ovvi. Sul successo futuro di Anya Taylor-Joy, vista nel ben più rimarchevole The Witch, metterei la mano sul fuoco: è una giovane Mia Wasikowska, per intensità, ma sta meglio della collega con le canottiere attillate. James McAvoy gigioneggia a ruota libera, non raggiungendo mai i livelli della camaleontica Tatiana Maslany: la colpa, di un doppiaggio che appiattisce e di una recitazione che tende involontariamente alla clownerie. Il suo villain, unico e memorabile su carta, risulta più buffo che inquietante. E delle innumerevoli personalità annunciate sul poster ne conosciamo appena un paio. Poteva essere grande come dicono, Split. Non sorprende mai, invece: è un thriller classico, con prigionieri e aguzzini. Quello che ti aspetti e, in fondo, non volevi rivedere. (5,5)

La storia del musicista di strada e del gatto che gli ha salvato la vita. L'hanno mostrata i video su YouTube, ci hanno scritto sopra una serie di libri. L'amicizia tra i due ha ispirato una fiaba inglese che può sembrare buonista, dall'esterno, ma che a fine visione mi è parsa necessaria. Perché anch'io ho un trovatello che ci ha fatto il piacere di restare. Perché, di mio, ho la tendenza a lasciarmi ispirare e commuovere da queste storie che parlano della bellezza delle seconde possibilità. La vicenda di James è quella di tanti ragazzi ai margini delle nostre città: giovani che le cattive compagnie logorano. Con una famiglia che gli ha voltato le spalle e la strada come casa, è un tossicodipendente che suona nelle piazze per sbarcare il lunario. L'angelo custode ha le fattezze di un gatto rosso che si impossessa del suo appartamento provvisorio e gli cambia l'esistenza da così a così. Se c'è un musetto simpatico nei paraggi, infatti, siamo tutti disposti a concedere un'occhiata a chi sa prendersene cura. James ha il frigo vuoto, ma cede le sue scatolette di tonno all'ospite e, con lui accanto, lotta contro le crisi di astinenza. Volendo bene a un'altra anima, impara a rispettare anche se stesso. Parla uno che gattaro lo è da premesse, ma che dai film con gli amici animali non si fa incantare: sull'ultimo, l'indifendibile Una vita da gatto, ho glissato. A spasso con Bob ha un piglio indie, un'ottima colonna sonora, un'innamorata dai capelli rosa e tanta voglia di cambiarti, se non la vita, almeno una domenica triste. Luke Treadaway è perfetto nella sua fragilità, con l'aggiunta di un notevolissimo talento musicale; il gatto Bob, protagonista della sua stessa autobiografia, è un'adorabile star del cinema che non ha mai bisogno dell'aiuto della computer grafica. Esordiente a quattro zampe, ma anche regista segreto di un film che ha il suo nome e il potere di farti avere fiducia nel mondo. Diciamolo, conoscendo la volubilità dei nostri animali: chi crede alla storia che fossero gli addetti ai lavori a dirigere lui, anziché il contrario? (7)

Max e Marianne si incontrano nella Casablanca dei primi anni '40. La loro missione: assassinare l'ambasciatore tedesco. Alleati, si scoprono vicinissimi anche a sipario calato. A separarli, il dubbio: Marianne è dalla parte del nemico? Metterla alla prova, fingere e, in caso di alto tradimento, giustiziarla con le proprie mani. Scrive Knight, dirige Zemeckis e l'imbolsito Brad Pitt, con una Cotillard più bella che mai, recita e fa parlare gli amanti del gossip. Dietro il melodramma bellico che avrebbe fatto cessare il chiacchierato idillio tra lui e Angelina, però, l'ombra del nemico e quella di una critica poco convinta. Su Allied hanno sparato a zero. Pitt, già cacciatore di nazisti per Tarantino, è pigro e tirato; la trama è didascalica; l'epilogo, nonostante un'indubbia tensione emotiva, ti lascia senza ricordi duraturi. Allied fa il verso a film immortali – Casablanca, L'ombra del dubbio – e, pur nel suo citazionismo, nel suo rimanere fedele e classico, non è all'eternità che punta. Volontariamente, ho intuito. Un Zemeckis coreografico e languido si diverte molto, e il suo ultimo film, da vedere con i giusti occhi, è così preso dai rimandi da affascinare senza aggiungere niente al tema. E mi diverto, io, se in presenza di cose belle. Che i bei film non vivano solo di quelle, poi, siam d'accordo. Coinvolgente, antirealistico, sospirato, Allied è una spy-story matrimoniale con le stesse fattezze della Cotillard: elegante e charmant, anche se più impegnata su altri fronti. Un omaggio a un'epoca d'oro che rivive nelle scenografie impeccabili, nelle scene roboanti e sospirate – l'amore nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, il travaglio sotto i bombardamenti, la tragedia conclusiva – e nei doppi giochi di femme fatale parigine, che fanno la gioia e i dolori di spettatori e sarti. (6,5)

Le altre persone. Quelle che David, parte di una coppia aperta, potrebbe frequentare se solo volesse. Quelle lontane, sconosciute, a cui di solito capitano le disgrazie. Purtroppo è arrivato il turno del protagonista per l'infelicità: gli tocca convivere con una disastrosa situazione sentimentale e con la madre morente, nella provinciale Sacramento. Commediografo in cerca di fama e fortuna, David ha ventinove anni e tanta pena nel cuore; due sorelle minori; un padre premuroso, che tuttavia si ostina a negare la sua sessualità; una genitrice moderna e generosa, dalla risata sempre pronta, che suo malgrado sta soccombendo al male peggiore. Other People, che nel 2016 ha aperto il Sundance, racconta il ritorno del protagonista all'ovile: un soggiorno lungo un anno, tra spettacoli di cabaret tristanzuoli e bocconi amari. Jesse Plemons, frustrato e nevrotico, visto più in tivù che al cinema, è bravissimo; un'orgogliosa e stravolta Molly Shannon, storica comica del Saturday Night Live, strazia quasi nel suo primo ruolo drammatico. Con la malattia lasciata ai margini e l'umorismo aspro del cinema indie, nella commedia d'esordio di Chris Kelly si sorride spesso e amaramente. Conto alla rovescia inesorabile e più doloroso del previsto, Other People è un Please Like Me vestito a lutto, che scorre leggerissimo ma non senza pensieri ingombranti. Soprattutto, che certifica i classici pregiudizi dell'Academy: cieca davanti alla grande intensità dei protagonisti di piccoli film come questo. (7)

Marco vola negli Stati Uniti con i tremila euro dell'assicurazione. Sua compagna di viaggio, la saccente Maria. Dovranno dividere lo stesso letto e convivere con un'affiatata coppia omosessuale. Ma Matt e Paul vincono lo scetticismo della provinciale figlia di papà. Le farà cambiare idea anche Marco, innamorato non corrisposto? Posso spezzare una lancia in favore dell'Estate addosso, sì? Negativamente prevenuto, gli rimproveravo la regia di un Muccino che ormai non ha più l'età; personaggi privilegiati, che vivono un dispendioso viaggio della maturità; tutto il male che a Venezia gli avevano detto. Chiariamolo subito: ha uno spunto impercettibile, una banale voce narrante, una parentesi gay che sembra uscita da una sceneggiata e una Matilda Lutz che ha un visino troppo grazioso, un inglese troppo perfetto, per augurare il peggio al suo irritante personaggio. Però mi ha ricordato un Come te nessuno mai on the road, Brando Pacitto lo si invidia un po' per i giri in ottima compagnia e un po' per lo splendido panorama, l'epilogo amarissimo è triste come un'estate che finisce. Dopo una lunga serie di melodrammi incolore, Muccino mi ha sorpreso con una commedia corale leggera, giovane, in armonia. Dove ci sono pronunce fluide, albe, amori impossibili, un Jovanotti che si sente meno di quanto pensassi e, il giorno dopo, un risveglio disincantato. Quello che resta in America resta in America. Un Bertolucci avrà raccontato poligoni simili, giungendo spesso alle stesse riflessioni. Ma in Io ballo da sola o in The Dreamers c'erano più autorialità, più spessore, più carne tenera pizzicata. Soprattutto, un nome che pesa nei titoli di coda. Se non ci fosse stato quello di Muccino, in una versione di L'estate addosso eppure tale e quale a questa, non avremmo respirato più volentieri e senza pregiudizio questa stessa libertà? (6,5)