martedì 31 marzo 2026

Recensione: Ho paura torero, di Petro Lemebel

| Ho paura torero, di Pedro Lemebel. Feltrinelli,€ 17, pp. 208 |

Lei, la Fata dell'angolo, è un travestito di mezza età con pochi capelli in testa ma molto grilli. Leggiadra come un colibrì, ricama tovaglie per le moglie dei gerarchi e, a dispetto della terza elementare, si esprime in poesia. Lui, Carlos, rischia la vita in un'eterna corrida: sta architettando un attentato per rovesciare la dittatura. L'obiettivo è Pinochet, qui fragile e dispotico, affiancato da una First Lady che gli rimprovera continuamente il muso troppo lungo e le divise troppo grigie.

Mi fai stare bene; quando sono con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio del circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Che altro vorresti? Che mi ami un pochino. Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza.

Mentre fuori fioccano barricate e perquisizioni, i protagonisti - più simili del previsto, tra nomi fittizi e un gergo rubato al cinema hollywoodiano - si scoprono complici nello spazio angusto di una soffitta. La Fata viene ingannata da Carlos, in realtà interessato solo a un nascondiglio sicuro, o preferisce lasciarsi ingannare? La progressiva sinistra, un giorno, vedrebbe forse di buon occhio la loro vicinanza? Indimenticabile, la protagonista trasforma ogni fantasia in un film e, in pieno coprifuoco, lascia che la radio trasmetta esclusivamente canzoni d'amore.

Come si guarda qualcuno che non si rivedrà mai più? Come si fa a dimenticare quello che non si è mai posseduto? Così, semplicemente.

Nel romanzo cult di Pedro Lemebel, degno delle atmosfere del miglior Almodovar, le descrizioni, i pensieri e i dialoghi dei personaggi diventano lo spartito di un bolero malinconico. Un flusso vario e ininterrotto, allergico al disincanto, che riflette di consapevolezza – politica, etica, sessuale – perfino nell'inferno dei lacrimogeni. Sensuale, ironico, struggente, Ho paura torero dissemina centrini ricamati sulle casse stipate di armi e marcia davanti agli autoblindo con un cappello giallo canarino in testa. In un'epoca in cui tutto è proibito, ma ogni cosa, eppure, sembra ancora possibile, il romanzo trasforma un sentimento clandestino in una sfacciata bandiera arcobaleno. Siamo a Santiago del Cile, nell'autunno del 1986. È il momento peggiore per sognare l'amore. È il migliore. Forse, è l'unico.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Loretta Goggi – Maledetta primavera

lunedì 16 marzo 2026

Recensione: Il custode, di Niccolò Ammaniti

| Il custode, di Niccolò Ammaniti. Einaudi, € 176, pp. 16,50 |

Ha ispirato tutto e tutti: me compreso. Ogni romanzo è un evento. Ogni anno è segnato dall'attesa del suo ritorno. Dopo La vita intimasottotono, ma dall'inedito punto di vista femminile – l'amatissimo Niccolò Ammaniti torna al sud, alle storie brevi, alla narrativa di genere. Muovendosi tra la fiaba nera e il pulp, ci apre le porte della famiglia Vasciaveo. Marmisti in un borgo siciliano fatto di palazzine diseguali, campi riarsi e acque torbide, nascondono da duecento anni un segreto nel bagno di servizio e una collaborazione con la mafia cinese.

Non bisogna fidarsi della felicità: come lo zucchero caramellato, esiste per essere spezzata.

Nilo, il narratore tredicenne, è cresciuto nel silenzio di una casa piena di regole. Il lavoro dev'essere sempre pulito, senza strascichi. Le stanze in penombra. Il bagno serrato con tre lucchetti. A indurlo a trasgredire sono le ultime arrivate in città: Arianna, fatale modella di Onlyfans braccata dagli assistenti sociali e da un truce manager, e sua figlia Saskia, bambina in attesa che il padre ciclista torni a reclamarla. Come sempre, alcune immagini perturbano: cinema purissimo. C'è una testa d'uomo conservata nell'armadio, sul fondo della scatola del Pandoro. E dal bagno, notte e giorno, si avverte il picchiettio incessante di un paio di tacchi: per prendere sonno, in casa, sono necessari i sonniferi. Ma l'impressione è che Il custode – in definitiva, più di un racconto e meno di un romanzo – sia un divertissement per i fan della prima ora: ci sono idee e ritmo da vendere, ma la struttura appare piuttosto raffazzonata.

Nilo, noi siamo fatti di quello che siamo e di quello che vorremmo essere. Una parte senza l'altra non esiste, come il dritto e il rovescio di una maglietta.

All'età di Nilo, mi sarei divertito da morire - e in parte è successo anche a trentadue anni, benché abbia qualche pretesa di più. E non è escluso che, un giorno, complice un intreccio a cavallo tra crimine e mitologia, lo leggerò in classe ai miei studenti più giovani. Ma qui, oggi, dichiaro un po' di delusione davanti a un immaginario riproposto senza grandi variazioni sul tema. È il cuore mitologico del libro a restare intrigante: come nel mito di Medusa, tutto ruota attorno a una verità che sarebbe meglio non guardare negli occhi. Certe storie funzionano così: ci pietrificano per un attimo, poi svaniscono. Questa volta, a malincuore, l'incantesimo dura meno del previsto.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Kailee Morgue - Medusa

martedì 10 marzo 2026

Recensione: Non scrivere di me, di Veronica Raimo

| Non scrivere di me, di Veronica Raimo. Einaudi, € 18, pp. 160 |

Si può essere vittima dell'amore che abbiamo a lungo inseguito? Dopo averci fatti sorridere con Niente di vero, Veronica Raimo torna in libreria con un romanzo caustico, sottile, brutale. La sua scrittura, chirurgica alle prese con l'onestà della prima persona, dà corpo e cervello al dolore più divorante: quello inespresso. La protagonista, una trentacinquenne senza nome, ha amato l'attore Dennis May - icona del cinema indie incapace di bissare il successo dell'esordio - dell'amore tenero e un po' patetico delle fan devote. Aveva perfino il suo poster sul letto. Ora è sepolto in cantina, insieme alle prove del crimine. E lui, da ciò che raccontano le testate online, è morto suicida.

Tutto quello che non ho mai fatto, tutto quello che non sono stata, è tutto quello che sono.

Dopo quattordici incontri nelle camere d'albergo, è legittimo percepire una specie di vedovanza? Quel gesto estremo nasconde il senso di colpa per quanto accaduto nell'ultimo di quegli incontri? Su Dennis, la protagonista avrebbe dovuto scrivere una tesi in Storia del cinema. Ma non si è mai laureata, di scrivere ha smesso, e non è nemmeno riuscita a farla finita: con le sue poesie vendute ai turisti si spacciava per Sylvia Plath, senza però averne né il talento né la fermezza. Eterna incompiuta, abita una Roma che pare un limbo e, tra egocentrismo e vergogna, fa una disamina degli atti mancati, delle frequentazioni discutibili, delle occasioni perse.

Posso tornare lì anche ora. È tutto presente, vivido, come le cose che non esistono più e per questo esistono sempre.

Per un'illusione di ordine, trova rifugio negli automatismi del lavoro di cameriera. Ma è soltanto Raimo a rassettare il suo caos interiore, restituendole consapevolezza delle violenze subite, dei disturbi ossessivi, delle attese. Lui pretendeva l'adorazione che gli negava la critica; lei, con un abito di lamè scoperto sulla schiena, si sognava il suo “più uno” a Venezia. Si può andare gelosi perfino dell'unicità di un trauma? Perfetto per chi al cinema ha amato Sorry, Baby, Non scrivere di me si muove nelle ferite mal rimarginate. E nelle contraddizioni di una donna che, al contempo, spera e ha paura che la memoria di Dennis sia infangata. Quando una favola alla Notting Hill diventa un incubo, però, non resta che asciugarsi le lacrime con un tovagliolo sporco di supplì. E scriverne. L'affrancamento passa dalla penna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Angelica Bove – Mattone