Relegata
a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende
finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e
il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di
femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e
conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però,
l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo
del focolare. Sempre con il grembiule da cucina,
sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma
non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate
a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E,
nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è
nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di
essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è
la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la
mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa
sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di
Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla,
Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in
un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si
fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il
rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto.
Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è
l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)
Alice Rohrwacher torna e incanta con una nuova
fiaba bucolica in cui un tormentato Orfeo vive continue catabasi per
riunirsi alla perduta Euridice. A unirli c'è un filo rosso, in una sceneggiatura in cui nessun simbolismo è
lasciato al caso e al mito del poeta che commosse Proserpina si
mescolano le suggestioni di quello di Arianna, salvezza di Teseo fuori dal
labirinto. In una tragicommedia in cui la fotografia fuligginosa e la
colonna sonora anni Ottanta riconfermano quanto prezioso sia il
miscuglio di eccentricità e lirismo del cinema della nostra
Rohrwacher, un ruolo chiave spetta al personaggio di Isabella
Rossellini: qui irriconoscibile, è una nobildonna prigioniera della sua sedia a rotelle, dell'ossessione per
la figlia scomparsa e di una magione che è un colabrodo. In cambio
di qualche lezione di canto, l'anziana tiranneggia su una sua allieva che tratta come sguattera; all'apparenza servizievole,
la giovane nasconde piccoli insospettabili segreti e seduce il
fascinoso Josh O'Connor, tombarolo ospite di una baraccopoli dalle
ore contate. Tutti aggrappati a mondi precari, destinati ora
all'ospizio e ora alla galera, i personaggi rubano e vengono
derubati, si illudono e vengono illusi, inseguendo ciascuno i propri
sogni impossibili. Ma quanto è pericoloso preferire il vecchio al
nuovo; i mausolei ammuffiti alle stazioni trasformate in centri
d'accoglienza da manipoli di donne illuminate? Strambo e incantevole,
forse troppo per un'Italia ostile all'audacia, La chimera
è un apologo pieno di morte che, a sorpresa, si rivela uno dei film
più vitali dell'anno; un tesoro che, come certi luoghi abbandonati,
appartiene un po' a tutti e un po' a nessuno; un sogno agitato sui
seggiolini scomodi di un regionale. Ma un sogno, finalmente,
possibile. (8)
Un intrepido sedicenne con il sogno del rap e dell'Europa intraprende un
estenuante viaggio della speranza dal cuore dell'Africa alle coste
della Sicilia. Dirige Matteo Garrone, la cui bravura è ormai
indiscussa da vent'anni a questa parte. Commuove l'esordiente Seydou
Sarr, che nel primissimo piano finale, come già accaduto a Fonte in
Dogman, entra a gamba tesa nell'olimpo del cinema italiano. Ma
il problema di Io capitano è il seguente: visto il trailer,
purtroppo, visto il film. Le tappe del viaggio del giovane sono tutte
contenute in quei pochi minuti pubblicitari, tra dune e onde,
prigioni e palazzi. L'esperienza umana, preziosa, si fa raramente
anche esperienza cinematografica. E accade soprattutto negli
sporadici momenti in cui il regista romano tralascia le tappe della
sua canonica odissea per sconfinare nei territori visionari della
fiaba. È allora che il film diventa qualcosa di più di
un'edificante lezione di educazione civica, rivelandosi una
riscrittura sorprendente del suo medesimo Pinocchio. Il nostro
eroe dice bugie alla mamma, ha uno sfacciato Lucignolo come compagno
di viaggio, viene derubato e sfruttato innumerevoli volte. Infine
finisce in mare. All'orizzonte c'è la terraferma. O è forse la
sagoma della famelica balena? Per fortuna, sappiamo in anticipo che
diventerà un bambino vero. Anche se qualcuno al governo, oggi, lo
negherebbe strenuamente proprio al sopraggiungere dei titoli di coda.
(7)
Ogni
amicizia è una storia d'amore. Non si può pensare che questo
riflettendo sull'intensità che si annida nei “sovrumani silenzi”
tra Pietro e Bruno; sulla persistenza di un sentimento viscerale, più
che fraterno, costellato di lunghe attese e lunghi sguardi.
Ispirandosi all'omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un topo di città
e un topo di campagna uniscono le loro forze – dopo quindici anni
di distanza – per rendere omaggio alla memoria del padre che li ha
formati un po' entrambi. I registi di Alabama Monroe, coppia
tanto nell'arte quanto nella vita, ci portano ad alta quota e
riportano sullo schermo un'altra coppia amatissima: Luca Marinelli e
Alessandro Borghi, che questa volta giocano con gli accenti
dell'estremo nord e recitano con tutta la potenza della loro
fisicità. C'è chi va, c'è chi viene. E c'è chi si aspetta. La
costruzione della loro amicizia, graduale e faticosa, spezza le vene
delle mani. E graduale e faticoso, per qualcuno, potrebbe essere
anche questo film: una scalata lunga due ore, da cui si esce però
con le mani fredde e il cuore caldo. Le otto montagne è
lungo, lento, morbidissimo. Come un abbraccio improvviso, che prima
ti spezza le ossa e poi te le rinsalda insieme – o viceversa. (9)
Dal
classico di Cesare Pavese, un film modernissimo nella sua fedeltà
Proprio come il romanzo che l'ha ispirato, il lungometraggio
dell'ottima Laura Luchetti è un inno alla gioia, alla confusione, al
piacere femminile. All'importanza del perdersi, a volte, per
ritrovarsi. Morbido, delicato e sottilmente erotico, mostra
attraverso le espressioni fuggevoli di un'intensa Yile Vianello –
anche musa di Alice Rohrwacher – i dilemmi di una giovane sarta
scissa fra campagna e città, uomini e donne; le fa da contraltare
l'esordiente Deva Cassel, sì acerba, ma perfetta nell'incarnazione
dell'ambiguo e bellissimo oggetto del desiderio. La bella estate
si prende tutto il tempo che serve. È di una lentezza che avvolge,
proprio come l'abbraccio in balera fra le protagoniste; proprio come
la regia, materna, che veste di silenzi e verità l'unica scena
d'amore. La colonna sonora cresce, così come cresce il personaggio
di Ginia. Le stagioni si avvicendano, ma Torino resta sempre magica
sullo schermo. L'avvento del fascismo è una notizia da tagliare
fuori: basta chiudere le imposte. Piccole magie di un piccolo film,
pieno delle simmetrie gelide della mia città d'adozione e delle
asimmetrie di un caldo corpo in fioritura. (7,5)
Lei
psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante
la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve
alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia
all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una
giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro
del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce
fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché
profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i
protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh
Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere
insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente
uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e
invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia:
qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice
italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un
giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman
torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge:
superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La
sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve
bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è
Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del
ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da
schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente
un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The
Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che
promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza
grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e
inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà
delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre
l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il
colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso
cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e
l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a
sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel
complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue
con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look
alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da
capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)
L'ho
letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia
ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe
preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno,
Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno
struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici
la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di
incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me
disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava
correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata
questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone
in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata
ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La
trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia
Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di
separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per
l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander,
caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia
ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere
di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della
moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il
promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia,
Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca
il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità
sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e
delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come
soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia
al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della
giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano
soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale?
Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni
giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho
ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al
lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti,
spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)
Lusso,
omicidio, alta finanza. Se l’ambientazione scoraggiava su carta –
l’omonimo romanzo è stato scritto dall’economista Guido Maria
Brera –, la miniserie intriga con il suo cast internazionale e l'aria alla Wall Street. Al posto di Michael Douglas e
Charlie Sheen, però, ci sono due bellissimi che faranno la gioia di
ogni spettatrice. Nella gara di astuzia e fascino tra Patrick Dempsey
e il nostro Alessandro Borghi – quest’ultimo alle prese con la
lingua inglese, dopo le difficoltà del protolatino –, chi
avrà la meglio e chi andrà all’inferno?
Little
Fires Everywhere 18
marzo 2020
La
famiglia perfetta nel quartiere perfetto viene messa a soqquadro
dall’arrivo di un’affittuaria che porta guai. Questa trama,
forse, vi dirà qualcosa. Se n’era parlato di recente, con il
romanzo di Celest Ng rispolverato per l’occasione. A quasi un mese
dalla lettura e del debutto della miniserie, sarà forse giunto il
momento di recuperare? I pareri positivi e le protagoniste
d’eccezione, Reese Whiterspoon e Kerry Washington – due nomi su
cui puntare alla stagione dei premi –, promettono fuoco e fiamme.
The
Undoing
Autunno
2020
Nicole
Kidman non si è stancata delle serie TV. E noi non ci siamo stancati
di lei. Dopo i fasti di Big Little Lies, tornerà rossa e sul
piccolo schermo in un altro thriller prodotto da HBO. Previste per il
mese di maggio, le sei puntate dirette da Susan Bier
sono slittate al prossimo autunno. Nel cast di grido, anche Hugh
Grant e Matilda De Angelis. La storia segue le vicissitudini di una terapista di successo la cui vita va
improvvisamente a rotoli. Se siete curiosi, potreste recuperare il
romanzo: Una famiglia felice.
The
Plot Against America
16
marzo 2020
Un
dramma fantapolitico dai creatori di The Wire. Un cast che
conta Winona Ryder, Zoe Kazan e John Turturro. Uno spunto inquietante, su un futuro alternativo in cui il
nazismo non è mai stato debellato. Per quanto ci siano echi di V
per Vendetta, in realtà, la serie deve tutto al genio del
compianto Philip Roth. Cedere alla comodità della trasposizione o
recuperare il romanzo alla base? Dopo i colpi di fulmine con
Indignazione e Nemesi, avrei paura di lasciarmi
sfuggire un’altra storia monumentale. Insomma, si aspetta di
tornare in libreria.
Normal
People
26
aprile 2020
Connell
e Marianne – amici di letto e qualcosa di più – si amavano
intensamente tra le pagine di Sally Rooney. Inquadrati negli anni del
liceo e dell’università, descrivevano una generazione vicina alla
mia e facevano tornare in mente le coppie storiche delle serie TV.
Quelle che si prendono e si lasciano in continuazione: a differenza
degli spettatori, cieche davanti all’evidenza. L’amore è
nell’aria. È proprio una serie Hulu, quest’anno, che ce li
racconterà. Nonostante il cast di perfetti sconosciuti, ci si
affezionerà ugualmente a queste persone normali?
Defending
Jacob
24
aprile 2020
Un
ragazzino accusato dell’omicidio di un compagno di classe. Un padre
avvocato che, nonostante l’ombra del sospetto, continuerà a
difenderlo. Se il piccolo protagonista è Jaeden Martel, già visto
in It, a interpretare il genitore in toga è un Chris Evans
nel ruolo della maturità. Diretto da Morten Tyldum, il legal
thriller tratto dal romanzo di William Landy promette brividi – non
soltanto di paura – e misteri, sulla scia di We Need to Talk
about Kevin.
Patria 17
maggio 2020
L’ho
acquistato e non ho mai trovato il coraggio di leggerlo, il
best-seller di Fernando Aramburu. Lunghissimo, apprezzatissimo,
temibilissimo. Si parla, infatti, di tematiche che scoraggiano:
politica e terrorismo, per di più in quei Paesi Baschi di cui so
poco e niente. Ma il fatto che ogni evento sia filtrato dallo sguardo
di due famiglie agli antipodi, mi garantiscono molti lettori, rende
tutto fruibile e struggente. Più che degli amici che lo hanno già
letto, senza offesa, ci si fida del trailer della miniserie.
Commovente, abbastanza da favorire il recupero.
High
Fidelity
14
febbraio 2020
Ci
sono quelle serie che passano in sordina. Nonostante il cast, in cui
giganteggia l’ottima Zoe Kravitz. Nonostante un titolo di richiamo:
impossibile, infatti, non pensare al romanzo di Nick Horny e
all’omonimo film cult. Reboot al femminile di una commedia
romantica piena di musica, la serie è stata ben accolta dai pochi
che hanno avuto la fortuna di vederla. Nemmeno i subber, al momento,
ci hanno regalato soddisfazioni. Sarebbe troppo confidare finalmente
nell’arrivo di Hulu in Italia, soprattutto per vedere Zoe raccoglie
l’eredità di John Cusack e di mamma Lisa Bonet?
I
Know This Much is True
10
maggio 2020
La
notte e il giorno. Si chiama così, in Italia, il romanzo di
Wally Lamb. Nessun titolo potrebbe suggerire meglio la differenza tra
una coppia di fratelli di mezza età, divisi dalla malattia mentale
di uno dei due. Come si può crescere così diversi all’interno
della stessa casa? Nel passaggio sul piccolo schermo, le domande
diventano di Mark Ruffalo, che in una performance straordinaria
interpreta entrambi i gemelli. Gli Emmy, a scatola chiusa, hanno già
il loro vincitore.
Se
non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto
attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una
ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la
grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo
soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù,
immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della
fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente
appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse
lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a
sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di
comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema
sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone,
fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi
centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana,
coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza
dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza
l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le
protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i
ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno
al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba
come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori
emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la
prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso
particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che
si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole –
né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a
malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette
anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo
pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente,
carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno
beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già
accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi
sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti?
Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da
spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è
giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro
amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione
irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le
foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e
ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù –
Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella
figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi
spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)
Lo
spunto è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno
del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di
serie. I protagonisti di The Good Place – comedy
fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata
quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati
da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato
guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a
fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più
iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i
problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche
perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha
collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un
errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a
lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato
oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a
soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno
insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese
Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason,
monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di
lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa
serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa
instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i
punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è
difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima
stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un
twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica;
i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’
monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita
tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì, purché
sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un
green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta
sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona
alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita
davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in
prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può
rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una
giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare,
per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la
morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)
Saoirse
Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée
Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig,
ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley,
regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz.
Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma
questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto.
Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire –
trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott
di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la
miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il
bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e
senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in
sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio –
l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le
simpatie dell’Academy.
Pinocchio
25
dicembre 2019
Sono
cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo
preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini:
insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari,
poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno
sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di
otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’
la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante –
questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà
Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa
spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica
domanda: l’ennesimo live action, a che pro?
Cats
Natale
2019
È
uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi,
forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche
autore del Fantasma dell’opera, Evitae Jesus Christ
Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata
dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare.
In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie
alla struggente Memory, è diventato un film a quasi
quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale
– e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom
Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e
Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto
dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o
soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.
Ophelia
28
giugno 2019 (USA)
Essere
o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un
teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su
un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni,
trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo:
quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al
giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello
zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy
Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con
un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di
Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana,
potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.
Vita
& Virginia
13
febbraio 2019 (USA)
Purtroppo
non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie
alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman
da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice,
accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film
di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto
Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando
– caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata
storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West.
Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci
hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che
attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per
la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario
del taglio televisivo del tutto.
Martin
Eden
4
settembre 2019
Dici
Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna
Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni
difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti
accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più
apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la
storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo
giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per
innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in
Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche
nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata
su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo
Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London,
schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno
con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo.
Mademoiselle
29
agosto 2019
Non
è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti
d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario
romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog,
trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica
nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes,
raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è
possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come
giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna,
distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti.
|Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp.
324 |
Immaginate
un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima
e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i
mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico:
l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i
danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto
così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una
dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra
noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre
sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema
d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per
scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti
dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche.
Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era
soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha
perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto
forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale
tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce
perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al
contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e
indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle
apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli
schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare
le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di
illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di
comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza
più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni
ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno
bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young
adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di
punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più
interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino
di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è
un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non
dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte
antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto
plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce
dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione
piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un
preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle
mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno
controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco
attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori
istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul
senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine
da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da
ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello
stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il
sacrificio di un'innocente.
La
vita è breve. E la morte è per sempre.
Delicato
o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters
che funziona molto meglio in sala. Dalla
ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo
dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in
anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una
protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e
film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun,
il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico
adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella
Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro
da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici,
invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati,
o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa
volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può
contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica
gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e
delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima
foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona
senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile
a quello del recente Dark Hall.
Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo
dell'ambiguità di Sei ancora qui è
l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque
superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in
leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Tom,
sopravvissuto alla Grande guerra, si trasferisce a Janus in cerca di
silenzio. Dalla terra ferma, incantata dai suoi modi d'altri tempi,
lo segue la fedele Isabel. I bambini non vogliono arrivare. Il mare
ha la soluzione: una scialuppa alla deriva e, a bordo, una bambina
senza identità. Perché lasciare che tutto quell'amore vada
sprecato? L'apparizione della madre biologica, però, rompe
l'idillio. La bambina è di chi l'ha messa al mondo o di chi ha avuto
cura di lei? L'estate scorsa queste stesse domande mi toglievano il
riposo in spiaggia: sotto l'ombrellone, tentavo di stringere i denti.
Avevo amato la potenza di La luce sugli oceani e,
da lontano, invidiato chi lo aveva visto in anteprima a Venezia. Le
prime recensioni, però, suonavano tutt'altro che rassicuranti.
Personalmente, voce fuori dal coro, mi piace scoprirmi talmente
immerso nella finzione da prenderla come una questione personale.
Così, mesi dopo, mi trovo a remare contro l'aridità della critica.
La luce sugli oceani non
è un film da luci della ribalta: vuole il pomeriggio perfetto e la
casa vuota. La sa lunga Derek Cianfrance in fatto di coppie scoppiate
e bocconi indigeribili. Alla stregua del regista di Blue
Valentine, anche Alicia Vikander
mi ha sempre in pugno: è destino, infatti, che mi faccia disperare
ogni volta. Con lei una ritrovata Rachel Weitz, che con pochi tocchi
svela i retroscena di un'altra pena e di un'altra donna. Ma ago della
bilancia e giudice dall'ingrato compito, un laconico e straordinario
Fassbender. La luce sugli oceani è
una parabola classica, sulle sfumature dell'amore e dell'acqua. Sul
peso specifico del perdono. Fedele al materiale di partenza,
viscerale, a tratti è così pieno che sì, potrebbe sopraffare i
naviganti. Potevano privarlo delle tante
lettere, dei molti pianti, dei troppi tramonti. Eppure, dalle onde
della sua emotività, mi sono lasciato volentieri travolgere. Senza
guardare mai l'orologio. Senza additare i sentimenti, e i melodrammi,
come fuori stagione. (7,5)
Siccome
cinquanta non erano abbastanza, le Sfumature raddoppiano
con un sequel. Si scuriscono, virando al nero. La James, ai ferri
corti con la precedente regista, si affida a uno sceneggiatore di
fiducia – adatta, infatti, il marito in persona – e al tocco del
solido Foley. Si riparte da dove eravamo rimasti. La rottura tra
Anastastia e Christian si rivela soltanto un breve litigio: i due
tornano insieme, qui, e si godono i pregi di fare la pace. Ci si
mettono in mezzo il capo di Anastasia, che attira spasimanti come se
ce l'avesse solo lei; una stalker psicolabile; la tardona Kim
Basinger. Nella prima ora, tra balli in maschera e giochi ammiccanti,
è una commedia sexy che non dispiace: palesa le assurdità già
assodate e una maggiore complicità tra Jamie Dornan e Dakota
Johnson. Mostrare bella gente nuda, però, poco ha a che fare con
l'erotismo. A stuzzicare ci pensano fascette, perle e divaricatori,
ma i protagonisti – incaprettati, bendati, vulnerabili –
finiscono sempre per ripetere la stessa coreografia: lei sotto, lui
sopra col sedere in mostra, dissolvenza. Il trash è godibile quando
dura poco, si sa. Nella seconda parte il film vorrebbe farsi prendere
inutilmente sul serio, e allora dà il peggio del peggio. La colonna
sonora è radiofonica, i comprimari meglio definiti sono gli
addominali di Dornan e la natica sinistra di Dakota, lo si segue
divertiti perché ormai abituati al nonsense. E' così raffazzonato e
insipido, alla fine, che troppo male non gli si vuole. Più dignitoso
del precedente perfino, anche se per un pelo. E, se si parla di vedo-non
vedo, di spogliarelli e lingerie, saprete bene che anche un pelo fa
la sua. (5)
Al
cinema uccidete tutte le persone che volete, ma non toccatemi gli
animali. Pensiero ricorrente, questo, perfino davanti all'horror più
sanguinoso. Figuriamoci se si tratta dell'ultimo film di Lasse
Hallmstrom – lo stesso di Chocolat, svariate trasposizioni
di Nicholas Sparks e, soprattutto, Hachiko. Dopo il trauma
legato all'Akita che non si arrendeva alla perdita del suo padrone, assecondare la
tristezza con Qua la zampa. Sabotato lo scorso inverno dagli
animalisti, nonostante accuse pare belle che cadute, la commedia a
tinte fantastiche dello svedese parte da uno spunto originalissimo:
raccontare non una, ma le tante vite di un cane speciale. Bailey,
infatti, è destinato a reincarnarsi senza dimenticare il
proprio passato – e nell'edizione italiana, purtroppo, la voce
narrante di Gerry Scotti. A volte nasce maschio, a volte femmina. A
volte campa a lungo, altre si spegne presto. Lo ospitano famiglie sul
punto di disfarsi, coppie felici e coppie scoppiate, l'unità cinofila e un canile da cui scappare alla prima occasione.
Abbandonato, usato, amato, cerca uno scopo e non si disfa del
pensiero di Ethan, il suo primo padrone (il KJ Apa di Riverdale
che crescendo diventa Dennis Quaid). La sceneggiatura non
approfondisce un'idea vincente. Un cane che accompagna varie
generazioni, che sperimenta varie esistenze: perché non mostrare
attraverso i suoi occhi un po' di storia americana, come in un
Forrest Gump a quattro zampe? La storia del Paese resta ai
margini. Si accenna alla crisi dei missili, la radio passa Take on
me, i capelli si ingrigiscono. I trailer anticipano troppo. Da
copione Bailey morirà non una, ma innumerevoli volte. C'è un limite
ai pianti di uno spettatore dal dichiarato cuore di pastafrolla? Qua
la zampa, invece, è un intrattenimento per grandi e piccoli che
intenerisce, diverte, e di lacrime, purtroppo o per fortuna, non fa
esagerato abuso. (6)
Una
reunion. I corridoi del liceo che ispirano ricordi a ogni passo. Sono
immancabili quelli legati allo Svedese: un giovanotto che
eccelleva in doti atletiche e carisma. Ha fatto una fine indegna di
lui. Pastorale Americana è
la storia della famiglia che costruì ma non seppe tenere unita. La
maggioranza delle recensioni lette lasciavano intuire un gran
pasticcio. Un dramma in cui il troppo stroppia. Mi ritrovo a essere
in disaccordo, benché tanto faccia la mancata lettura del romanzo di
Roth e la passione per le famiglie infelici a modo loro. Come condensi un capolavoro di cinquecento pagine in un
film di un'ora e quaranta senza sacrificare qualcosa? Temevo mi
scivolasse addosso. Peggio: temevo di non affezionarmi, nell'annunciato riassunto di
una moderna pietra miliare, ai suoi personaggi. Pastorale Americana, per
me, è un dramma classico e arduo, perciò coraggioso. A sobbarcarsi
l'impresa, così come il suo personaggio ingurgita e metabolizza i
dolori di tutti gli altri, un Ewan McGregor che interpreta e per la
prima volta dirige. I doppi impegni lo provano e un po' ne risente la
recitazione. Stanco ma credibile, spinge a rimarchevoli exploit la
Connelly e una antipaticissima Fanning. A fine visione,
ho avuto più voglia ancora di scoprire il romanzo. A fine visione,
soprattutto, io che temevo un film senza peso, ho sentito la pena
inconcepibile di questo uomo buono a cui succedono cose cattive.
Calmo in superficie, Pastorale Americana indugia
nei dettagli essenziali abbastanza da lasciarti intravedere il mare
che si agita sul fondo e il sentore vago della sua originaria
bellezza. (7)
Sophie,
orfana a Londra, viene sottratta al collegio e alla solitudine dalle
mani di un premuroso gigante. Attraverso balzi chilometrici, il
mostro la conduce in una terra di insidie. Peccato che sia
in realtà il più minuto della sua specie. Maltrattato dai propri simili,
imbottiglia sogni e protegge Sophie dai fratelli. l
GGG, classico di Dahl purtroppo mai arrivato nella mia
libreria, trova un nuovo adattamento. Dirige Spielberg, avvalendosi
di una computer grafica non sempre inappuntabile e della voce di un
Mark Rylance fresco di statuetta (qui in versione “Spacco botilia,
ammazzo familia”): subito si mettono in conto nostalgia e occhi
lucidi. Dahl, eppure portato al cinema infinite volte, questa volta
lascia annoiati e delusi: le guance asciutte, al contrario che nel
recente remake del Drago Invisibile, e un senso di irritazione
verso un'eroina antipatica come poche. Il minutaggio, eccessivo,
sfiora le due ore; i toni cupi e i peti da cinepanettone turberanno i
piccoli, lasciando sostanzialmente insoddisfatti anche gli adulti; la
storia, mi dicono fedelissima all'originale, decolla tardi e lascia
straniti in un finale grottesco. Anche più del Canto di Natale secondo Zemeckis, Il GGG risulta
pesante e artificioso. Non abbastanza modesto da passare inosservato.
Non abbastanza importante da meritarsi la tripla “G”
dell'acronimo. (4,5)
Nella
Toscana degli anni '50, un'infermiera cerca di scoprire le ragioni
del mutismo di un bambino. Alla morte della madre, infatti, ha smesso
di parlare. La casa scricchiola e i muri parlano. Raccontano una
storia di amore e perdita che è destino si ripeta. I domestici sono
un enigma, il padrone di casa vede nella protagonista una nuova musa,
gli abiti da cocktail della pianista defunta le stanno a pennello.
Qual è il desiderio del fantasma di Caterina Murino: vendicarsi
dell'ospite o cercare qualcuno che riempia il vuoto che ha lasciato?
Tratto da un romanzo di Silvio Raffo, Voice from the Stone
è una ghost story che ha i suoi
pregi – gli unici, a malincuore – nello splendore delle donne e
dei suoi scorci naturali. Ibrido svogliato e confusionario tra Jane
Eyre e Giro di vite,
ha poche ombre e l'aria di una fiction Rai. Un mistero su carta che,
passando ai fatti, mistero non è. Il film non decolla: ben
confezionato, ma recitato con la noia addosso. Incapace di intrigare,
nonostante la presenza di un inquietante Girone, sfocia
frettolosamente nel melodramma. Scene di passione percepite nel
dormiveglia e il nudo artistico della star di Games of
Thrones – bella come una ninfa
di Botticelli, ma impacciatissima quando si tratta di darsi a pianti
o vaneggiamenti vari – non bastano a trovare un senso a quello che
le pietre non dicono. (5)
Louis
è un bambino sfortunato. Protagonista di incidenti grandi e piccoli,
è sempre stato salvato in corner dal sonno eterno. Fino a quando,
festeggiando il suo compleanno su una scogliera, non cade da una
rupe: è in coma, ma tutt'intorno a lui –
nella sua mente, perfino – il mondo continua. Pare non si sia
trattato di un incidente, questa volta, ma di un tentato omicidio.
Colpa di quel padre violento, fuggito chissà dove? Tratto da un
romanzo finito automaticamente in whishlist, The 9th
Life of Louis Drax è un ibrido
sui generis, inclassificabile, a metà tra il thriller e la favola.
Dirige il discontinuo Alexandre Aja – esordì in Patria, anni fa,
con il bellissimo splatter Alta tensione
– e, lesinando questa volta sulla violenza, conferisce alla
trasposizione un'anima francese. Se da un lato il film ha le
canoniche indagini del dottor Jamie Dornan, qui vittima del fascino e
della lacrime di Sarah Gadon, dall'altra troviamo gli interventi di
un narratore trasognato e un po' crudele, che ha qualcosa dei bambini
prodigio di Jeunet e un patrigno sospetto, che somiglia proprio a
Aaron Paul. Chi desiderava il silenzio del bambino, e perché? Pieno
di volti familiari e stranezze, irrisolto ma molto interessante nel
suo essere di tutto un po', The 9th
Life of Louis Drax è un
Hitchcock ad altezza bambino, che all'inizio confonde e alla fine
potrebbe anche deludere. Loquace e nerissimo com'è, però, mi ha
stranito: cosa non da poco. E la nona vita del piccolo protagonista –
l'ultima, forse – ha in serbo qualche altra sorpresa. (6,5)