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giovedì 22 gennaio 2026

Recensione: Middlesex, di Jeffrey Eugenides

| Middlesex, di Jeffrey Eugenides. Mondadori, € 16, pp. 612 |

Cos'è che determina chi siamo? I nostri cromosomi, la maniera in cui ci hanno educati, le nostre radici? È una domanda, questa, che riecheggia in ogni storia di crescita. Ma in quella di Jeffrey Eugenides – un classico moderno insignito del Pulitzer – un po' di più. A raccontarla è un narratore dalla doppia natura, cresciuto come una bambina prima di abbracciare un'identità di genere maschile. A causa di un gene imprevedibile, rimasto sopito per oltre due secoli, Calliope, negli anni della pubertà, si scopre intersessuale.

Gli eventi davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita per esempio, e la morte. L'amore. E ciò che l'amore ci lascia in eredità ancora prima che nasciamo.

Ha lunghi capelli a schermarne il viso, tratti spigolosi, mestruazioni che tardano ad arrivare. Oggetto d'attrazione sia per i maschi che per le femmine, a volte cavia e a volte splendida creatura mitologica, Cal racconta la propria storia a ritroso, dipanandola come un filo di seta. I toni, epici e brillantissimi insieme, ricalcano quelli dei poemi omerici, omaggiando il mito platonico dell'anima gemella e mescolando la hybris alla scienza. A conoscenza non soltanto dei retroscena del suo stesso concepimento, ma anche di ogni piccolo segreto familiare, l'onnisciente Cal rievoca la relazione incestuosa tra i suoi nonni – Lefty e Desdemona, in fuga dalla dissoluzione dell'Impero ottomano –, il matrimonio tra i genitori – Milton e Tessie, cugini di primo grado –, i turbamenti di una Detroit stravolta prima dal fordismo, poi dalle rivolte razziali, infine dall'arrivo dei ristoranti in serie.

Ho l'impressione di sentirti, lettore. È l'unico genere di intimità che mi mette a mio agio. Noi due, soli, nell'oscurità.

Benché al centro di una sorprendente ascesa sociale, gli Stephanides sono forse maledetti? Middlesex è la storia della donna che visse due volte e, soprattutto, della sua grossa grassa famiglia greca. Un romanzo fluviale, esilarante, coltissimo, il cui cuore ibrido batte a metà tra la tragedia classica e il sogno americano, Gabriel Garcìa Màrquez e Nathan Hill. Proprio come i suoi avi, anche Cal viaggerà in cerca di un nuovo centro di gravità. Ad attenderlo c'è una San Francisco notturna, tentacolare e affascinante, dove la già fiorente comunità LGBTQIA+ gli infonderà il coraggio necessario per esistere senza giustificarsi. Perché, a volte, è possibile trovare armonia anche nella disarmonia. Senza essere “uno”, per sentirsi completi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Chappel Roan – Pink Pony Club

martedì 15 luglio 2025

Recensione: La radice del male, di Adam Rapp

| La radice del male, di Adam Rapp. NN Editore, € 22, pp. 544 |

Anni Cinquanta. Elmira, New York. Una modesta casetta costruita all'ombra di un sicomoro, gli infissi verde pisello e l'eco delle campane della vicina chiesa di San Giovanni. Una famiglia come tante. Numerosi, repubblicani, cattolici, i Larkin —un padre silenzioso, una madre devota, sei figli — cenano con un ritratto di Gesù in cucina. Molti dei protagonisti perderanno comunque la retta via. Come nelle grandi saghe familiari, seguiamo i loro trionfi e le loro sciagure fino ai giorni nostri. Dalla presidenza di Roosevelt al secondo mandato di Obama, passando per la guerra in Vietnam, l'AIDS, l'abolizione della sedia elettrica. Ogni capitolo, a punti di vista alterni, è una finestra aperta sulle loro esistenze. A scandirle sono la musica, il football, la cronaca nera.

Siamo tutti qui per poco più che un battito di ciglia, come i polli e le termiti, e se davvero c'è un Dio, è che che se ne frega di noi.

Myra, la primogenita, è un'infermiera impiegata nel braccio della morte: cresce da sola il figlio Ronan e non perde mai la grazia struggente con cui, a tredici anni, scriveva lettere d'amore al Giovane Holden. Fiona, spregiudicata e sessualmente promiscua, si oppone all'accudimento di Joan — la sorella disabile — per inseguire la carriera di attrice. Alec, la pecora nera con un passato da chierichetto, fugge per tutto il Midwest — mai dall'oscurità annidata in sé stesso — lasciandosi alle spalle cartoline macabre e altre briciole nella speranza di essere trovato. Nel frattempo, succede la vita. Splendida e imprevedibile, a volte beffarda, diventa materia viva nelle mani di Adam Rapp. Subito paragonato a leggende della scrittura, possiede la quiete grandezza della grande narrativa americana. La prosa è senza fronzoli. L'intreccio, epico e semplice al tempo stesso, è un gioco di prestigio dove le figurine di football e le prime edizioni del capolavoro di Salinger vengono trasmesse di madre in figlio. Cosa erediteremo, invece, dai nostri padri?

Siamo tutti condannati a essere quello che siamo.

Se lo domanda proprio Ronan, aspirante drammaturgo a New York, che ha ereditato dagli uomini della famiglia gli occhi infossati e i lupi nella testa. La criminalità è una tara genetica? Il serial killer John Wayne Gacy potremmo essere noi? Come nella Derry di Stephen King, qualcosa di malvagio si annida nel sottosuolo americano. La violenza è dappertutto. Nel ragazzo che flirta con te alla tavola calda. Nell'ubriacone molesto della lavanderia a gettoni. Nel prete che paga il tuo silenzio a furia di regali costosi. Nella luce del garage, che ti ordina di sterminate i tuoi cari con un martello. In mezzo a tutto questo male, tuttavia, è impossibile non volere a queste tre generazioni di Larkin tutto il bene del mondo. Anche se, a guardare bene, negli occhi infossati dei figli si intravede ancora il riflesso di quel martello. Sempre lì, sotto il lavandino della cucina. In attesa.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – The Sound of Silence

martedì 6 maggio 2025

Recensione: Il giorno dell'ape, di Paul Murray

| Il giorno dell'ape, di Paul Murray. Einaudi, € 22, pp. 664 |

A casa Barnes non c'è nessuna foto incorniciata a ricordare il matrimonio tra Imelda e Dickie. La colpa è di un'ape che la mattina delle nozze si intrufolò sotto il velo, pizzicando il viso alla sposa. Come può nascere una famiglia felice sotto simili auspici? Siamo in Irlanda. La crisi economica ha intaccato la fortuna dei protagonisti, condannandoli al declassamento, ma non la magia del folklore locale. C'è chi legge i fondi di caffè, chi vede cani neri all'alba delle dipartite più tragiche, chi pensa che alle cerimonie i fantasmi si mescolino agli invitati. Mai trascurare i segni. È l'assunto di partenza del romanzo più chiacchierato dell'anno — per qualcuno, già il migliore. Sempre scorrevole e appassionante, nonostante la mole minacciose, è per me più debitore alla HBO che alle saghe di Jonathan Franzen.

I tempi cambiano, dice Victor. E poi tornano com'erano prima.

Strutturato come una serie TV dal complesso montaggio alternato — immancabili, a tratti forzatamente, le tematiche dettate dall'algoritmo: privilegio bianco, omosessualità, ambientalismo —, Il giorno dell'ape restituisce i punti di vista dei diversi membri della famiglia, senza renderceli amabili a tutti i costi. Ci sono Cassie, la figlia adolescente, ossessionata dai confronti con la migliore amica bella e facoltosa; PJ, il timido secondogenito vittima della disattenzione degli adulti. Poi Imelda, l'indimenticabile madre, che in un flusso di coscienza si racconta come una novella Miss Havisham: sopravvissuta a un'infanzia miserabile, si è resa protagonista di una sudata scalata sociale con il solo passaporto della bellezza. Peccato che alla morte di Frank, il promesso sposo stella del calcio gaelico, sia finita insieme al fratello del defunto. Quanto ci si può sentire soli in un matrimonio? È la domanda che si pone infine anche Dickie — il padre dei suoi figli, il rimpiazzo —, che vende automobili ma preferisce andare in bicicletta e nasconde un ammanco nei conti, un segreto negli anni universitari, un bunker nel bosco.

Immagino che chiunque lo vorrebbe. Essere come gli altri. Ma nessuno è come gli altri. È questa la cosa che abbiamo in comune. Siamo tutti diversi, ma pensiamo tutti che gli altri siano uguali, disse. Se ce lo insegnassero a scuola, il mondo sarebbe un posto più felice, credo.

I capitoli sono personalizzati, lunghi, quasi indipendenti, se non fosse per sottili simmetrie interne rintracciabili soprattutto col senno di poi. Fino a un passo dell'epilogo, i Barnes sono irraggiungibili gli uni agli altri: barricati nelle loro rispettive solitudini. A stringerli insieme sarà un finale fortemente sospeso, angoscioso e polifonico, dove misteriose forze centripete sembreranno volerli nello stesso posto, nella stessa notte di lampi. Se ne scriverà in lungo e in largo: benissimo e malissimo, come capita soltanto ai bestseller. Io stesso, nel corso della lettura, ho rimproverato il manierismo della scrittura e gli ammiccamenti di troppo, tra dialoghi senza virgolette e tematiche calde non sempre approfondite a dovere. Sono sottigliezze, però, nell'ottica di un romanzo che, per il resto, è un invidiabile congegno a orologeria retto interamente dalla bravura di Paul Murray. Con stile acido e brillante, anche capace delle concitazione del thriller, lo scrittore irlandese firma una tragicommedia sull'impossibilità di tornare alla normalità quando la carrozza della fiaba torna a trasformarsi in zucca. Alluvioni, siccità, animali in via d'estinzione: il mondo è alla deriva, e le nostre famiglie ne sono lo specchio esatto. Lo scoiattolo rosso non si trova; la serenità familiare altrettanto. Entrambi appartengono, forse, a un mondo che non esiste più. È possibile però costruire un rifugio contro disastro, chiamarlo “casa”, quando il disastro siamo noi?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: The National – Sleep Well Beast 

sabato 24 ottobre 2020

Piccoli brividi Netflix: The Haunting of Bly Manor | Qualcuno deve morire

Un detto dice che si è soliti tornare lì dove si è stati bene. All'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House – senza rivali, la serie più bella della sua annata –, come rinunciare a un nuovo invito nella casa degli orrori di Mike Flanagan? L'autore e regista americano cambia domicilio e, nella migliore tradizione delle serie antologiche, cambia radicalmente scenario. Le sue presenze inquietanti e romantiche, infatti, si trasferiscono nella campagna inglese degli anni Ottanta: a Bly Manor. Mentre la prima stagione si proponeva di adattare in chiave contemporanea il gotico di Shirley Jackson, la seconda si cimenta col classico dei classici – Giro di vite di Henry James –, in questi giorni al cinema con l'ennesimo mediocre remake. L'originalità, insomma, non abita qui. E a sorpresa la serie è più fedele del previsto al modello di partenza: abbiamo una giovane istitutrice, due bambini pestiferi, il fantasma di una vecchia storia d'amore che si tinge di mistero. Se come me conoscete la storia originale, non regalerà sorprese di sorta scoprire il perché delle stranezze del piccolo Miles. Flanagan, per fortuna, ci distrae dalla prevedibilità ampliando il cast dei comprimari. Popolosa, corale e profondamente umana, la serie racconta le esistenze e i dolori di tutti gli abitanti della magione: dalla domestica al cuoco, dall'autista alla sfortunata insegnante precedente. Nonostante la capienza, Bly Manor potrà contenere tutti i loro tormenti? Ci provano nove lunghi episodi, così, che vorrebbero essere molto più che una canonica storia di fenomeni paranormali. Ma la serie finisce per perdersi in sottotrame superflue, in monologhi artificiosi e ridondanti, in una scrittura stanca e frammentaria non supportata dalla regia televisiva: Flanagan dirige soltanto il pilot, e si vede. La suspance è mal gestita. Le ombre, discrete e marginali, non fanno mai paura. Recitato con troppa enfasi – brave la scream queen Victoria Pedretti e l'invecchiata Carla Gugino, pessimo il tenebroso Oliver Jackson-Cohen –, questo puzzle dispersivo trova una bella chiosa, però, negli episodi otto e nove. Tra il fascinoso bianco e nero dell'episodio in flashback e un epilogo dolcissimo, che lascia letteralmente commossi, The Haunting of Bly Manor piace più parlando dell'umano che del soprannaturale. Ma a proposito di sentimenti sospesi, elaborazioni, attese infinite e leggi cosmiche, vi saprà dire meglio e di più lo splendido A Ghost Story: il resto è dèjà vu. (6)

Dal cast radunato ordinatamente sul poster, sembrerebbe un giallo all'inglese nello stile del recente Cena con delitto. Invece è spagnolo e, a dispetto del titolo, non muore nessuno fino al terzo e ultimo episodio. Né mystery a orologeria né spudorata soap opera, Qualcuno deve morire gioca a carte scoperte gli incastri e le combinazioni di quelle piccole saghe familiari fatte di segreti, tradimenti e sensi di colpa, sullo sfondo della Spagna degli anni cinquanta e della sanguinosa ma scenografica caccia al piccione. La trama è presto detta: come in Teorema di Pierpaolo Pasolini, una famiglia integerrima viene messa in crisi dall'arrivo di un ospite perturbante. Bello, ambiguo e chiacchierato, il ballerino messicano è un caro amico del primogenito. Il giovane protagonista si invaghisce di lui, e lo stesso succede alla madre e alla promessa sposa. Ma il ballerino chi ama davvero? Cosa cerca per il proprio futuro? Un poligono sentimentale alla Xavier Dolan è nobilitato dalle scenografie elegantissime e dal particolare contesto storico: il regime di Francisco Franco. Prevedibile ma dal forte impatto emotivo, la serie tocca le corde giuste quando mostra la spada di Damocle che pende sul collo del capofamiglia, direttore di uno spaventoso manicomio: deve rinchiudere lì il figlio amatissimo, bollato come invertito dal pettegolezzo generale? Con grande discrezione, Qualcuno deve morire non miete vittime inutili – se non nell'epilogo, il vero tasto dolente: brutale, gratuito, frettoloso – ma mostra un'attenzione emozionante verso la sorte di comunisti e omosessuali in pieno regime fascista. L'inossidabile Carmen Maura, qui particolarmente spregevole, è la matriarca; Ester Exposito, già vista in Elite, è l'antipatica fidanzata a un bivio; mente lo sconosciuto Alejandro Speitzer, protagonista di un monologo dolorosissimo, sorprende con la performance più sfumata. Più adatta a un film che a una miniserie, la storia si rivela essere – purtroppo o per fortuna – più sobria del previsto, ma per tre ore intrattiene con un crescendo piuttosto coinvolgente. Dopo averlo conosciuto qui, sono curioso di scoprire la penna di Manolo Caro – anche regista dell'ennesimo remake estero di Perfetti sconosciuti – in La casa de las flores: l'intrattenimento trash di cui non sapevo di avere il bisogno. (6,5)

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue

lunedì 15 luglio 2019

Recensione: Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante

| Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante. E/O, p. 384, € 19,50 |

Dopo la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra, bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'. Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici, ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata davvero lungimirante?

Abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi ritrovi più.

Lila, madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti; dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei calcolatori. Per una buona causa, è giusto scendere a compromessi? L'amica, trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da film western. 
Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la comparsa dell'indimenticato Nino?

Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei.

Si parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi – tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare, delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli squilli di un flirt.
Elena Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto bene, alle mie creature; ai figli miei?

Volevo che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta, mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di meglio, voglio che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi sono io se tu non sei brava, chi sono?

Ho terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato, turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un capitolo filler. Ma l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao