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martedì 2 luglio 2024

Musica (d'autore) leggerissima: Challengers | Kinds of Kindness | Hit Man | The Idea of You

Gli elegiaci parlano di militia amoris. L'uomo è un soldato, la donna il comandante. L'amore: una guerra. È così anche per l'ultimo Guadagnino, in cui i sentimenti sono un gioco disputato su un singolare campo di battaglia: quello da tennis. A struggersi sono due campioni con tutto da perdere: soprattutto la stima di una moglie-manager che, sotto gli occhiali da sole, nasconde lo sguardo di una sfinge. Affamato di bellezza, il regista palermitano regala con una commedia sportiva che eccita come un porno e gasa come un film d'azione. I piedi battono al ritmo della colonna sonora elettronica di Reznor e Ross. Gli occhi guizzano, smaniosi, di qua e di là. I rimbalzi della pallina diventano metafora, così, dei rovesci di fortuna e dei cambi di alleanze di un triangolo in cui l'infuocato O'Connor e il vulnerabile Feist gareggiano per Zendaya: dea beffarda, incolume tanto al sex appeal del primo quanto alle lacrime del secondo, che urla di piacere soltanto in caso di vittoria. Teso, muscolare, iper cinetico, Challengers trasforma l'attrazione in spirito agonistico e non rinuncia a dialoghi alleniani dove il tennis diventa l'anticamera del sesso e, dunque, dell'esistenza. Mainstream con audacia, questo Guadagnino in forma smagliante torna felicemente a declinare il desiderio. Non è bastata la parentesi horror di Bones and All a placare la sua brama di corpi umani. Qui è attentissimo alle fronti imperlate, ai nervi tesi, ai muscoli guizzanti. Sulla macchina da presa, piovono gocce di sudore. È tempesta – ma ormonale. È il cinema con la lettera maiuscola – fattosi, nel frattempo, carne soda, madida, palpitante. (9)

Un impiegato vessato dall'infernale datore di lavoro sperimenta una crisi d'identità una volta uscito malauguratamente dalle sue grazie. Un poliziotto riabbraccia la moglie, sopravvissuta a una spedizione in mare attraverso presunti atti di cannibalismo, ma sospetta sia un'impostora. I membri di una setta cercano una giovane dai poteri taumaturgici per riconquistare i favori del loro leader. Cosa succederebbe se il regista del recentissimo Povere creature dirigesse una serie antologica nello stile di Black Mirror? Il risultato è uno Yorgos Lanthimos più indipendente e più colorato, leggero ma in pillole amare, che rinuncia al grandangolo ma non a un cast di sole star: Emma Stone balla ancora, Jesse Plemons vince a Cannes, ma questa volta è Margaret Qualley a stregare. Meno manieristico che in passato, il regista greco confeziona una commedia nera in cui non mancano i lampi di genio e gli eccessi del cinema delle origini, ma la cui struttura episodica prima diverte e infine annoia. Si va alla ricerca, allora, di un comune fil rouge all'interno di storie dentro storie che similmente parlano di relazioni tossiche e people pleasing; che, contemporaneamente, sanno raccontare benissimo l'America odierna e omaggiare l'immancabile tragedia greca. Tra investimenti e dita mozzate, sesso e lacrime, a sorpresa si ride perfino. Ma la sensazione che sia un estenuante esercizio di stile, o una serie TV ancora work in progress, è più forte degli atti di fede dei protagonisti. (6,5)

Un mite professore con collaborazioni occasionali con la polizia viene creduto un sicario. Ma cosa succede quando a ingaggiarlo è la cliente di cui finisce per innamorarsi? Ispirato a una storia vera, il soggetto potrebbe apparire lontano dal cinema di Linklater: cosa hanno in comune il regista di Boyhood e questo incrocio tra la romcom e il thriller? Applaudito a Venezia, Hit Man non è ciò che sembra. Se la trama promette equivoci e sparatorie, sorprenderà scoprire un film ben più intimo, raffinato, pirandelliano. Qualcosa non mi ha convinto nella prima parte, retta interamente da Glen Powell: qui anche sceneggiatore, non mi fa simpatia con il suo faccione, i suoi ammiccamenti, le sue smorfie. E il faccione, gli ammiccamenti, le smorfie trapelano da sotto ogni camuffamento, facendomi credere ben poco al talento di questo novello Ripley. Fittamente dialogato, ambientato soprattutto in interni, il film ha però come uniche scene d'azione gli incalzanti botta e risposta tra i personaggi. Sexy, divertenti, divertiti, regalano grande intrattenimento in una seconda metà in cui, tra un dialogo e l'altro, sorgono pericolosi malintesi e colpi di scena per via della folgorante Adria Arjona: una femme fatale per cui vivere, morire, cambiare. E uccidere? La risposta: ora al cinema, prossimamente su Netflix e il prossimo anno, pronostico, in lizza per la Migliore Sceneggiatura Originale. (7)

Solene, una gallerista d'arte quarantenne, si innamora, ricambiata, di un giovane cantante un tempo apprezzato dalla figlia adolescente. Nato come una fanfiction su Harry Styles, poi diventato bestseller, The Idea of You riesce a essere sorprendentemente credibile: non solo perché i protagonisti sono talmente belli e affiatati da superare qualsiasi differenza d'età, ma perché il regista Michael Showalter, bravissimo in materia di commedie dopo il premiato The Big Sick, eleva a buon cinema un comune vagheggiamento di Wattpad. Certo: è richiesta la massima sospensione dell'incredulità. Ma è impossibile non guardare con un sorriso inebetito gli incontri e le paure di Anne Hathaway e Nicholas Galitzine. Se lui, ormai onnipresente, è qui più convincente del solito, lei si conferma l'erede ufficiale di Audrey Hepburn e Julia Roberts: senza paura di mostrare i primi segni del tempo, è un sole. Speranzosa ma tormentata, la storia d'amore targata Amazon Prime Video dovrà confrontarsi con la sovraesposizione e il sessismo. Perché una madre innamorata deve sempre scegliere tra sé e gli altri? Perché destreggiarsi, ancora, tra chi la considera squallida e chi iconica? Nel solco di Notting Hill, una fiaba romantica con tutti i sacri crismi: surreale ma bella. E più longeva di certe boy band. (7)

venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

lunedì 27 giugno 2016

Mr. Ciak: Tutti vogliono qualcosa, Altruisti si diventa, The Nice Guys, Money Monster, Cell

Richard Linklater è un grandioso cantore di amori, vite e gioventù. Anche quando, come in questo caso, non sembra. Anche quando, distante dagli amanti della trilogia di Prima dell’alba e dall’esistenza in presa diretta del miracoloso Boyhood, lontano dagli impegni, confeziona una commedia generazionale che somiglia a Tutti vogliono qualcosa: il titolo di una canzone dei Van Halen, le matricole di una confraternita sullo sfondo dei fortunati anni ’80 e, tra le righe e le risate, una verità universalmente valida. I giovani e l’inquietudine; la fatica del crescere. Questo, in un film al maschile disimpegnato e godereccio, ma spensierato solo in apparenza, che sembra raccogliere l’eredità di La vita è un sogno (non l’ho visto: rimedierò) e cominciare lì dove l’avventura del giovane Mason finiva: l’arrivo al college. Uno di quei film, forse, che piaceranno più alla critica che al pubblico: ai fedelissimi di Linklater, senz’altro. Ci vuole sforzo, inventiva e un pizzico di fiducia, infatti, nel prenderlo sul serio: nel vederci altro, o almeno un po’, dietro le feste di Animal House, gli sportivi sopra le righe di Blue Mountain State e i bagordi di un American Pie nella macchina del tempo. Parla di feste, feste e feste; dei tre giorni che precedono l’inizio delle lezioni; di una promessa del baseball che, iniziato agli eccessi e all’ozio della vita in autonomia, si rende conto, lì, di essere uno dei tanti, e non il migliore. Spassoso e nostalgico, Tutti vogliono qualcosa ha bei colori, belle tracce, belle facce – e, anche talent scout, il regista punta su stelle del piccolo schermo, nemmeno le più luminose del firmamento, che non ti aspetteresti. L’ingenuo Blake Jenner (Glee), il competitivo Tyler Hoechlin (Teen Wolf), l’esilarante Glen Powell (Scream Queens) e i loro soci vanno a caccia di ragazze in pista, filosofeggiano se sfatti, vestono jeans sfrangiati e camicie sgargianti, vivono a pieno l’euforia di una generazione lontana da loro, giovani leve, e da noi, spettatori del nuovo millennio. Ma contagiati comunque dal buonumore; dal senso di estati che dureranno per sempre. Brilli, valenti, speranzosi e affiatati, per due ore che scorrono indisturbate, tanto quanto gli studenti senza compiti per casa e senza progetti a lungo termine del Linklater più estivo – l’uscita a giugno, infatti, calza a pennello – su piazza. (7)

Ben, quarantacinque anni e un peso inconcepibile sulla coscienza, ha una moglie che lo assilla con le carte del divorzio, ricordi spiacevoli e una straordinaria propensione al bene. Vuole rendersi utile, trovale uno scopo, all’indomani di un lutto che l’ha spezzato, ma non vinto. La sua missione quotidiana, improvvisamente, somiglia a Trevor: ventenne in carrozzella, che si descrive come “bello e fico” - la modestia vien dunque da sé -, e ha la distrofia muscolare e una mamma preoccupatissima a troncargli la gioventù. Molto prosaicamente – e il contratto lo specifica -, Ben dovrà pulirgli il sedere e assisterlo, nelle sue giornate sprecate in soggiorno, tra commenti sozzi sulle presentatrici tivù, scherzi di dubbio gusto, litigi frequenti. Un giovane senza autonomia, un adulto senza senso: squadra tristanzuola, ma non troppo; improbabile di certo. In The Fundamental of Caring – Altruisti si diventa, produzione Netflix e chiare atmosfere da Sundance, sono proprio l’indipendenza e il perdono che si cercano, e magari sono la tappa successiva di un tenero ed esilarante viaggio on the road all’insegna dei desideri di Trevor: fare pipì all’impiedi, guardare il buco più profondo d’America, darsi al sesso orale con Katy Perry. Lungo il tragitto, però, accanto a una sconclusionata donna in dolce attesa, un’altra stellina del pop: Selena Gomez, ribelle e in fuga da casa. Mio carissimo Trevor, farai forse lo schizzinoso? Sono dettagli. E sono i dettagli – e i protagonisti - che contano in una commedia su ruote che fa il verso a Quasi amici e s’ispira a un romanzo del da noi inedito Jonathan Evison: libera, scorretta e un filino toccante. Vento di ponente nei territori del dolore, se seriosità e tragedie non hanno un invito formale. Sì, invece, a scaramucce, parolacce e buoni propositi di ripiego, con l’intenso Paul Rudd e l’adorabile Craig Roberts. Il resto: soste vietate e tante stupidaggini sul pensare positivo, che dette così, da loro, suonano assolutamente convincenti. Tant’è vero che, giunti a destinazione, spiace scendere e fare ciao. (7)

Una macchina sbanda, sulle colline di Hollywood, e finisce dritta dritta nel soggiorno di un bambino un po' vispo. Alla guida, morta, una pornostar che lui conosce dettagliatamente. La prima di tante morti sospette, quella, legate al mondo del cinema a luci rosse: roghi misteriosi, addetti ai lavori giustiziati e, adesso, una giovane ribelle in fuga. Sulle sue tracce – che ruolo avrà, infatti, in tutto ciò? - due detective privati. Uno senza licenza, l'altro con una vispa bambina a carico. Healy è massiccio e manesco; March è scaltro, segaligno e urla fortissimo. Agli antipodi, inizialmente, sono l'uno il nemico dell'altro, prima di allearsi. Il loro collante, la piccola Holly – che avrà fatto incetta di storie alla Nancy Drew – e omicidi legati al sicario Matt Bomer e alla potente Kim Basinger. Un chiacchierone Ryan Gosling le prende e un Russel Crowe dalla taglia forte, forse per la parte o forse semplicemente per la sua buona forchetta, le dà, in un buddy movie vecchio stampo che cita i nostri Bud Spencer e Terence Hill, Starsky e Hutch, con il desiderio di fare di questa strana coppia, magari, un'altra storica strana coppia. Ci sarà riuscito il buon Shane Black, legato alla serie di Arma Letale e già regista di Kiss Kiss Bang Bang, che similmente mescolava il giallo e la commedia al maschile? La critica ne è entusiasta, il pubblico ride. Io, intrattenuto ad arte per due ore e divertito il giusto, ho trovato loro perfetti, accattivante lo stile, gustosissimo l'intreccio. Ma, come accade con i film leggeri e leggerissimi, senza strascichi: lì per lì. Il ricordo di questi “bravi ragazzi” - il Bello e la Bestia – non resterà con me a lungo, e forse è svanito già. In poltrona, nel famoso lì per lì di cui sopra, non siamo stati stretti, tra poderose pacche sulla spalla, scazzottate, schizzi di sangue e sorrisi rilassati. Carino, molto; finché dura, almeno. (6,5)

Lee Gates, presentatore da strapazzo, nel suo seguitissimo show televisivo dà consigli a chi, investendo, spera di arricchirsi all'improvviso. Imbroglione che accenna passi di ballo e grossi sorrisi, però, di finanza e dintorni ne capisce il minimo indispensabile. Legge il gobbo alla lettera e, nelle orecchie, ha i suggerimenti di Patty, regista che ha tutto sotto controllo. O quasi. In diretta, infatti, vivono un incubo – che, sotto sotto, è il sogno di tutti coloro che sognano le impennate dello share, gli ascolti alle stelle, gli spettatori in visibilio. Kyle, giovane padre che ha perso i suoi pochi risparmi, armato di esplosivi, pistole e tanta disperazione, entra in studio e tiene Gates sotto tiro. A telecamere accese, racconta la sua storia; denuncia. E, dalla parte del torto, pian piano si sposta in quella della ragione. Le sue frecciate, i suoi sospetti, puntano a un imprenditore emergente e a sparizioni di denaro immotivate. La polizia è già fuori, l'accusato è al di sopra di ogni sospetto. Come finirà? Dopo lo spigliato La grande scommessa e l'emotivo 99 Homes, una professionale Jodie Foster – nonostante la sua regia senza guizzi, un po' televisiva – ci parla della recessione e di una Wall Street in caduta libera in questo Money Monster. Leggero, a sorpresa, ma per il resto ben poco sorprendente. Indeciso sui toni, non troppo caustico né troppo impegnato, ricorda Live! e il recente El desconocido, visto, piaciucchiato e snobbato. Mi tocca rivalutarlo, quel thriller spagnolo su un banchiere fraudolento in linea con un burattinaio truffato, all'indomani di un prodotto come questo, fatto di nomi altisonanti e scarso mordente. Se fa piacere, dopo Skins, vedere un O’Connell sempre più lanciato, Clooney e la Roberts – lui esagerato e lei, per ragioni di copione, sciatta – abbracciano ruoli interpretati in tempi recenti. E gli occhi dello spettatore, in prove attoriali senza sforzo e in risvolti telefonati, nonostante un ritmo forsennato e una Foster che fa tanto piacere ritrovare, passano oltre senza indugiare. (6)

Dieci anni fa, Stephen King firmava Cell. Uno spunto interessante, sì, ma, a detta di tutti, non un capolavoro. Di certo, non un romanzo degno di una trasposizione tutta sua. Soprattutto, non così in ritardo. Il Re, infatti, giocava con cannibalismo e tecnologia, prima che i social ci rendessero dipendenti, che la tivù ci proponesse appuntamenti settimanali con i non-morti di The Walking Dead, che qualcuno – per altre vie, sotto nomi diversi – s’impossessasse dell’idea, rielaborandola. E sono dieci anni, quindi, che la trasposizione cinematografica di Cell fa parlare di sé, ma non decolla. Eli Roth alla regia, oppure tra i produttori esecutivi? Film, o riduzione televisiva? Il 2016, anno in cui King ha subito un trattamento quantomeno dignitoso con la miniserie 22.11.63, vede il progetto andare in porto e, in sordina, giungere al cinema. D’estate. Stagione per eccellenza degli horror da poco. Il ritardo è imperdonabile; la curiosità è scarsa anche se si è fan sfegatati come me; il cast è buono, ma promette un compitino fatto di fretta. Nonostante tutto, però, Cell si rivela ben peggiore del previsto: inconcludente, inservibile, noiosissimo. Dopo un incipit piuttosto efficace in  un aeroporto contagiato dalla pazzia, e già lì, per bruttezza, spiccavano i titoli di testa, il film segue il viaggio di un inebetito John Cusack e di un insopportabile Samuel L. Jackson in cerca del figlio del primo. Lungo il cammino, giovani sopravvissuti – la nota meno dolente è Isabelle Fuhrman, bollata come promettente sin dai tempi di Orphan – e uomini e donne che hanno perso il senno. La violenza scarseggia, i dialoghi vorrebbero conferire invano intimità a una pellicola senza perché e, dando una spolverata a vecchi ricordi, giurerei che tanto, tra le pagine, andasse diversamente. Ennesimo caso in cui, passando sul grande schermo, Stephen King viene massacrato, Cell è un’operazione fuori tempo massimo, indesiderata, che, nel fatale passaggio, combina forse più disastri dell’ennesima, incomprensibile apocalisse. (3)

domenica 2 novembre 2014

Mr Ciak #48: Boyhood, The Judge, Guardiani della Galassia, You're not you - Qualcosa di buono


Ci ho pensato su tornando in macchina, per le strade vuote della mia città. Pensavo a Boyhood, visto in un pomeriggio in cui avevo tre ore a disposizione, e facevo confusione. Sovrapponevo cose, confondevo volti. Il protagonista aveva la mia faccia, e nelle sue foto ricordo c'ero un po' anch'io. Il nuovo film dell'intrepido Richard Linklater è la storia di una vita. La mia. Perché il suo film lo guardi e lo possiedi, egoisticamente e orgogliosamente. Quel film è tuo, e di quelli che l'hanno visto, e di quelli che lo vedranno. Non ti tradisce però. Si acciambella nei petti di chi gli presta attenzione, ti si avvolge al collo come la sciarpa di lana della tua nonna preferita, ti fa sentire un essere speciale. Qualcuno non solo ha avuto cura di te. Qualcuno ti ha osservato, per tutti quegli anni, e ti ha regalato il frutto più vero della settima arte. Una pellicola che dura dodici anni. Una foto magica, come quelle in Harry Potter, capace di muoversi impercettibilmente e di svilupparsi mentre non guardi, incastonata in una cornice. L'attimo dopo, così, sei già uomo. I capelli si scuriscono, i nasi si allungano, la pelle ospita colonie di brufoli, i tratti si affinano o si induriscono, il pomo d'adamo sale a galla e la voce cambia a tal punto che, al telefono, quando chiedono di te, non ti riconoscono più. C'è un che di miracoloso quando le telecamere riprendono l'inchiostro della notte scivolare nel rosa dell'alba. Catturano i segreti della creazione, come quando in documentari che non guardi spesso si coglie il frusciare di un fiore che sboccia, la rottura di una crisalide che libera una farfalla, il letargo di un bruco che si sveglierà di lì a poco con un paio d'ali ai piedi. Colui che seguì la maturazione di un'indimenticabile coppia di innamorati nella trilogia iniziata con Prima dell'alba, ci propone uno di quei film che hanno il primato di essere irripetibili. Non vedrò mai più qualcosa come Boyhood, e mi sento fortunato. Penso, infatti, che questo film rappresenti uno dei più generosi regali fatti a una generazione cresciuta ai tempi della crisi economica, della solitudine condivisa pubblicamente sui social, delle stelle avverse. Siamo sfortunati, ma potremmo dire che c'eravamo. Quando non succedeva niente di che, ma quel niente di che ci fu chi seppe renderlo oro e diamante. Boyhood è universale. Un racconto di crescita per tutti quelli che sono cresciuti; per tutti. Ma leggo che il protagonista è del 1994, come me, e penso che abbiamo vissuto, negli stessi anni, le stesse cose. Quale spettatore può dire lo stesso? C'è molto più che comune empatia. C'è il fatto che io ho viaggiato nel tempo e che guardando Mason ho guardato me stesso, ma con quel misto di distacco e tenerezza che non possedevo nei miei riguardi. I nostri cammini, affacciati sugli stessi identici anni. Che impressione strana: lo sfaldarsi della monolitica convinzione di essere incompresi e soli, quando si ha quell'età. Invece c'era chi, per tutto il tempo, capiva. Boyhood non parla di niente; è un occhio blu che si apre e si chiude sulla vita di Mason e su quella di una famiglia turbolenta ma non troppo, inquadrata nell'incedere degli anni e delle mode. Si va a dormire bambini e ci si sveglia adolescenti, magari altrove. In una città diversa, con una mamma che ha un compagno diverso ma che poi si rivela uguale al precedente, con una sorella maggiore che un giorno canta Oops! I did it again (e arrivano le elementari) e l'altro, arrivato un decennio dopo, l'ultima hit di Lady Gaga (è tempo della gita in primo superiore: la mia in Grecia, e la vostra?), passando dai commenti sulla saga di J.K Rowling a colazione alle speculazioni sull'amore romantico in Twilight. E c'è chi a tavola fischietta un pezzo di quel High School Musical che hanno dato su Disney Channel e a cui tu, che frequenti le scuole medie, proprio non sai resistere. E c'è quella bambina che ti dice che anche se hai tagliato, su imposizione altrui, i capelli a zero sei carino uguale e ti chiede Mi ami o no? sui quaderni di scuola, mentre mamma e papà – divorziati, sì, ma su certe cose in magica sintonia – decidono di farti un discorso sul sesso e le protezioni, ché non vogliono diventare nonni così presto. Patricia Arquette, bravissima, è una mamma che sperimenta tagli e colori, fidanzati e delusioni: una donna saggia e premurosa, che ingrassa e invecchia male, ma che porta nelle sue rughe ostentate i segni di un tempo che è volato. Ethan Hawke, necessario e onnipresente, era stato un Jesse invecchiato con più garbo della sua bionda Celine in Before Midnight: qui padre divorziato ma volenteroso, dà calore, bontà e ironia a un personaggio che ingrigisce restando giovane dentro. Boyhood, soprattutto, è la condivisione con il grande pubblico dell'infanzia di Ellar Coltrane: ventenne che fece amicizia con la macchina da presa a sei anni su un prato rimasto verde con la Yellow dei Coldplay sullo sfondo, intramontabile ora come allora. Un'infanzia maneggiata coi guanti bianchi a cui si invidia l'aura miracolosa che la regia da premio Oscar di Linklater riesce a conferire, battendo il tempo al suo stesso gioco e cogliendo sullo schermo l'attimo, mentre l'attimo coglieva noi. Non siate un limite per voi stessi; non uscitevene con un non è il mio genere. Questo è un film d'autore di cui gli autori siete voi: guardatevelo con qualcuno a cui volete bene. Come me, che l'ho guardato con mio fratello: perché siamo cresciuti insieme, e i nostri due anni di differenza erano pochi. Abbiamo litigato con lo sguardo e a parole. Io asserivo che lui fosse l'equivalente della sorella rompipalle e lui il contrario, nel Boyhood delle nostre coincidenti infanzie. Ma va bene. Andava bene litigarcelo: il telecomando, e un miracolo simile. Una storia epica nella sua semplicità. Non recitata, ma vissuta fino in fondo. Bellissima e infinita com'è. (10)

Tornare nella città che ci siamo lasciati alle spalle, ma vittoriosi, nonostante la perdita di una mamma. Sbandierare ai quattro venti una carriera d'avvocato tutta successi e glissare su un matrimonio fallimentare di cui tutti, però, sanno già tutto. Hank Palmer, in aula, difende chi è disposto a pagare di più: generalmente, colpevoli pieni di verdoni. Questo fa di lui un cinico essere umano, ma un temuto e stimato professionista. Questo fa di lui la fotocopia di suo padre: ma guai mortali ad ammetterlo. Un padre con cui non parla, un nonno che la nipote non conosce, un vedovo in frantumi sospettato d'omicidio: un vecchio uomo di legge accusato, in una notte confusa, di averla infranta. L'uccisione di un delinquente a piede libero: giusta o sbagliata; voluta o non voluta? L'avvocato si avvicina al giudice in panchina, il figliol prodigo al padre, in un film in perfetto equilibrio tra il dramma e la commedia, con una durata di due ore e venti che non si fa temere (e sentire) neanche per un attimo. Possibile, questo, se a guidarlo è il regista di cose leggerissime come Due single a nozze e se a pilotare il dramma giudiziario non è un barboso professionista qualsiasi in toga, ma Robert Downey Jr. Non che a me lui faccia poi tanta simpatia, ma prima di Iron Man c'è stato un essere umano imperfetto e, soprattutto, un potenziale grande attore. Qui si vedono, nei sorrisi bianchi e negli atteggiamenti da cinquantenne piacione, anche le ombre. Sicuro, affascinante, da prendere a schiaffi, si copre di imbarazzi che fanno piegare in due dalle risate e, risoluto e straziante, è al centro di testa a testa potentissimi. Botte verbali da orbi. Grazie a dialoghi scritti a regola d'arte, che tirano in ballo un tanto che non risulta mai troppo, e a una spalla eccezionale: un Robert Duvall problematico e commovente, ma anche viscidamente ironico, per me in odore di Oscar. Loro, piccoli titani contro una giuria di spettatori paganti che non partecipa emotivamente ma fa di più. Spiccano anche Jeremy Strong, nel ruolo del tenero fratello minore affetto da handicap, e una Vera Farmiga non al massimo, ma d'incanto: occhio al suo ingresso con la Blaire di Gossip Girl, perché ci sarà da ridere di gusto. Insomma: da tempo, alla fine di un film, non me ne uscivo con un “bello” dei miei, per dire un po' tutto. Un aggettivo tondo tondo, semplice semplice, che uso di rado senza affiancargli un “ma”. The Judge è un'americanata, sì, però di raro e lampante valore, con due mostri di carisma e professionalità al comando – chi al bancone degli imputati, chi dall'altra parte – e sottotrame che a volte prendono, altre no. La chiusa, con una versione da brividi di The Scientist, fa venire voglia di starsene seduti al buio, in sala, per tutti i titoli di coda. (7,5)

Non faceva per me. Ecco il problema. Ho voluto vederlo, però, perché tutti ne parlavano – e bene – e la curiosità c'era. Cosa aveva Guardians of the Galaxy in più, rispetto agli altri film Marvel in circolazione? Risposta: niente. La trama la conoscerà già chi ha familiarità coi fumetti, ma in verità è la stessa: sempre. Un manipolo scapestrato di eroi in lotta contro un super cattivo che vuole annientare un mondo non troppo diverso dal nostro. Il motivo non ha granchè importanza, francamente, e a qualche giorno dalla visione non lo ricordo. Il protagonista: un umano rapito da una navicella aliena, da bambino, dopo la morte della mamma malata. Dagli anni ottanta al futuro, con una lettera da scartare e un mangianastri pieno di tracce favolose da proteggere a costo della vita. Indubbiamente, i personaggi si fanno notare. Chiassosi, sinceramente simpatici, non originalissimi, ma tutto sommato piacevoli. Quelli che si ricordano sono quelli animati al computer, idoli dei bambini (e miei!) già a fine visione: il procione Rocket, doppiato da un Bradley Cooper sicuro e professionale alle prese con lo spassoso animaletto, e Groot, una pianta antropomorfa che ha le fattezze di Vin Diesel e una sola battuta nel copione: “Io sono Groot”. A sorpresa, convince molto anche l'atleta della WWE Dave Bautista, massiccio, autoironico, duttile. I protagonisti: una Zoe Saldana che blu, verde o nera, è sempre un gran vedere e Christ Pratt, attore destinato a lungo al ruolo di comprimario che, inspiegabilmente in forma, a una certa età, ottiene il ruolo davvero ambito. La sua trasformazione fisica, che da cicciottelo lo vuole muscoloso e aitante, è impressionante, ma ha poco a che fare con il film: che il nostro eroe fosse un fusto o meno, poco ci cambiava. Comunque aspetto anch'io una proposta cinematografica per diventare figo. Marvel, ti aspetto. Tu però aspettami. Il cast è ben assortito e amalgamato – tra volti nuovi, voci note e illustri comparse – e sono chicche da cogliere i richiami a film e a tormentoni dei più “tamarri” e travolgenti dei nostri anni. La colonna sonora vintage è da custodire, ma il film, anche se godibilissimo, non lo degnerei di una seconda visione. Carino, spensierato e tutto, ma non esilarante come dicevano, né imperdibile come l'otto punto cinque di media lasciava intuire. Un intrattenimento tutto effetti speciali per tutta la famiglia. Tipica la prima cosa, dato il genere; meno la seconda. Padri e figli andranno d'accordo su cosa andare a vedere senza contrattare. (6)

Ci sia abitua all'avere tutto. La perfezione oltre l'uscio di casa. E quando dal tutto si passa al niente, il salto è più difficile, lungo e impegnativo ancora. Questa è la storia di una trentacinquenne che perde tanto e che, a causa della SLA, rischia di perdersi. Kate faceva la pianista, voleva un figlio, voleva la vita dei suoi sogni accanto a un uomo che è accanto a lei da quindici anni. Lo è stato nella buona sorte. Quando la salute le si ritorce contro, da un momento all'altro, è disposto ad esserlo anche nella cattiva? Una richiesta forte, un sacrificio grandissimo. Bisogna farsi aiutare da una come Bec; ma chi aiuta lei non si sa. Lei, ventenne o poco più, è un disastro: non cucina, salta da un letto all'altro, beve e fuma troppo, non sa amare gli altri. You're not you è una libera versione al femminile di Quasi amici, per quei lettori – magari – che hanno amato Io prima di te (che poi io non l'ho letto mica, ma mia mamma è stata così tempestiva da spoilerarmelo, al tempo. Grazie, mà.) La storia di una donna che non sa fare nulla e di un'altra che, come di pietra, non può fare nulla. Un rapporto di lavoro che diventa amicizia, quando il corpo ti lascia, la famiglia prende le distanze, e la malattia viene raccontata come si fa nella commedia americana. La tristezza, ovvia, che si stempera strada facendo - sbaglio dopo sbaglio, casino dopo casino. Hilary Swank, convincente e matura, in una prova che insieme alla sua malattia degenera e si complica all'infinito, è ancora una volta alle prese con una questione di vita o di morte. Emmy Rossum, con la simpatia e la problematicità mostrate in Shameless, si scopre sempre più in gamba ed intensa. Dovremmo vederla più spesso al cinema, perché ha talento. Anche dietro quel microfono che la blocca, per copione. Una pellicola non indispensabile, ma tutt'altro che ricattatoria: delicata, briosa, tragicamente tenera. Manca qualcosa, e cosa? Una lacrima finale. Ma è un bene. Il cinema del dolore sta scoprendo la leggerezza. (6,5)