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sabato 21 dicembre 2019

Mr. Ciak: The Nightingale, Light of My Life, Ready or Not, Ophelia, Teen Spirit, Vox Lux

Sono uno spettatore che generalmente non si lascia turbare. Jennifer Kent, già ai tempi del bellissimo esordio, tocca però i tasti giusti. E al secondo lungometraggio, premiato a Venezia, conferma il suo ascendente su di me. Tanto The Babadook mi aveva affascinato, quanto The Nightingale mi ha scosso. Sarà che si inizia col peggio – uno stupro, l’infanticidio –, per poi giungere a un epilogo liberatorio, che stempera la sofferenza in un’alba sull’oceano. In un’Australia trasformata in una prigione a cielo aperto, un tenente spregevole – un inedito Sam Claflin, lontano dai soliti film sentimentali –  s’invaghisce di una detenuta irlandese. Il capo di un plotone della morte come può reagire al rifiuto? Sopravvissuta allo sterminio della famiglia, Clare ricerca l’aiuto di un aborigeno: entrambi emarginati, i paria troveranno punti in assonanza in quelle lingue e in quei canti così diversi. Gli inglesi espropriano, violentano, bruciano, ammazzano. E la visione non lascia niente di suggerito né di impunito. Il percorso della coppia, disseminato d’incubi e cadaveri decapitati, risulta provante e potentissimo, nonostante i discutibili viavai della parte conclusiva. Classico ma inattaccabile, The Nightingale è l’epopea western che non avremmo pensato nelle corde della regista; un horror sui mali della colonizzazione, ambientato in una natura resa ancora più selvaggia dalla presenza britannica. È uno schiaffo in faccia per cui ringrazi. Il merito spetta soprattutto all’interpretazione ribollente di Aisling Franciosi, che conosce la vendetta ma anche il perdono; che ha seni beffardi che non smettono di pompare latte; che confida più nelle parole che nella violenza. La sua commovente collaborazione con Baykali Ganambarr, indigeno che decifra le orme e il canto degli uccelli, regala un duetto di rara intensità su un usignolo che non voleva né gabbie né padroni; che preferiva ruggire anziché cantare. (8)

Stesi sulla schiena, parlano fitto per dieci minuti. Sono un padre e una figlia. Lui spiega a lei il sesso e l’amore. Le insegna che nessuna razza è superiore alle altre. Le tramanda i ricordi di una mamma da tenere in vita a furia di storie. Le racconta, rivisto e corretto, il mito dell’arca di Noè. A salvare l’umanità dal Giudizio Universale è stato davvero un uomo? Sono stretti in una tenda da campeggio. Sembra una gita nei boschi, ma in realtà è la fine del mondo. Le donne si sono estinte, non si sa perché, e quella bambina – vestita da maschietto per camuffarsi – è un’eccezione alla regola. Il padre, che trasmette infinita tenerezza, è un uomo di parole e non d’azione. La figlia, terrorizzata dall’evenienza di un abbandono, vive l’età in cui inizia a pretendere gonne e giubbotti glitterati. Camminano tra gli alberi, in cerca di ville o baracche. A volte s’imbattono in anziani ospitali, altre in bracconieri spietati. Light of My Life, esordio alla regia di Casey Affleck, non indugia nei sentimentalismi. Non trasforma la sua giovane protagonista in un canonico simbolo di resistenza. Per quanto questo atipico survival debba tanto, troppo, a The Road e I figli degli uomini, l’odissea del minore degli Affleck ha comunque la sua da dire. Grazie alla voce bassa e intorpidita dell’interprete che già ci ha commossi con Manchester by the sea. Attraverso la lentezza di un genere che mostra poco ma suggerisce tantissimo, parlando più del presente che del futuro; più di noi che dell’apocalisse. Travolto da un’accusa per molestie, l’attore e regista fa ammenda con un atto d’amore al genere femminile lungo un film. Come non credergli, come non perdonarlo, dopo questa indiscreta lezione di vita e resistenza? (7+)

Mentre ci si stappa i capelli per Cena con delitto, giallo di cui si parlerà prossimamente, sotto Halloween – a proposito di feroci rimpatriate tra parenti serpenti – era già arrivato in sala un bagno di sangue ad altissima tensione. Una partita a nascondino disputata con la suspance, dove una Rambo in tulle si emancipa in un battesimo splatter degno delle migliori regine del brivido. Bella e carismatica, con un visino che si concede le stesse smorfie di Emma Stone, la promettente Samara Weaving convola a nozze con uno scapolo d’oro. Durante la prima notte di nozze, però, la neosposina dovrà vincere una sfida in particolare per essere accolta in famiglia: sopravvivere. Con una satira sociale appena accennata, Finché morte non ci separi somiglia alla versione disimpegnata di Get Out. Qual è il segreto della famiglia omicida? Ambizione cieca, o forse c’è lo zampino di Belzebù? I ritmi sono invidiabili, l’umorismo è di quelli caustici, il divertimento è assicurato. Si trattiene il fiato. Si maledicono gli antagonisti a ogni comparsata. Si incita al dente per dente. Iniziata come una fiaba romantica, la commedia horror culmina con una perfida luna di miele. Pronti o no, vi vengo a cercare. Ma si è mai pronti al grande passo? Ai titoli di coda potremmo credere ancor meno nei doveri coniugali, nei legami duraturi, nel lupo che perde il pelo ma non il vizio: preferendo, almeno sul grande schermo, la morte all’amore.  (7)

C’è del marcio in Danimarca. C’è chi da quel marcio viene inevitabilmente corrotto, come Amleto in lotta per la successione. E c’è chi, invece, quel marcio lo subodora prima di altri: ovviamente, una donna emancipata e lungimirante. La fidanzata del personaggio shakespeariano non aveva molta voce in capitolo nell’opera originale: di lei ricordiamo l’annegamento e, soprattutto, il capolavoro di Millais che ne fa una ninfa acquatica. In un’epoca di femminismo e riscrittura, poteva forse mancare la tragedia filtrata dal punto di vista di Ofelia? All’inizio dama di compagnia, ci racconta una storia d’amore e vendetta nota ma non troppo. Piuttosto fedele al Bardo, il film viene rovinato dall’aggiunta degli ultimi dieci minuti, che lo trasformano in un calderone di idee di seconda mano, che attingono ora ai veleni di Romeo e Giulietta, ora ai tradimenti della Dodicesima notte. Il resto lo fanno le forzature e gli anacronismi; un rimaneggiamento non richiesto, adatto solo a riscattare la figura agli occhi delle nuove generazioni. Vicina alla bellezza del pittore ma lontanissima dalla complessità del personaggio, una Ridley fuori parte – paradossalmente, convince nelle poche battute che ricalcano il testo originale – capitana un cast inquadrato dal buon lavoro del direttore della fotografia, ma che fa storcere il naso per la parrucca dello zio Clive Owen e il passo falso di Naomi Watts, regina che fa quanto possibile per risultare credibile. Essere o non essere, è questo il dilemma. Vive la stessa scissione anche l’adattamento di Claire McCarthy: povero e frettoloso. (5)

Violet è una ragazza di belle speranze su un’isola sperduta al largo delle coste inglesi. Figlia di una genitrice single sommersa dai debiti, trova un angelo custode in un ex cantate d’opera ridotto a un clochard solitario: in lei, giovane dalla voce angelica, sembra vedere l'ombra di un talento cristallino. Brava ma non abbastanza ambiziosa, protagonista di un talent show, l’adolescente si scopre spaventata dai bagni di folla e dall’arrivo della puntata finale. Come fronteggiare le aspettative e la pressione psicologica un ambiente competitivo? In Teen Spirit, iconico soltanto per il titolo, c’è l’ascesa di Violet, ma mancano i dubbi, le incertezze, la battuta d’arresto. Fiaba canonica e un po’ superficiale, preferisce i toni drammatici a quelli scanzonati e una fotografia alla Refn, mentre la colonna sonora passa alcuni dei pezzi più ammiccanti delle ultime estati. Restano la regia e il montaggio accattivanti, a opera del figlio d’arte Max Minghella; la bravura assodata di Elle Fanning, dotata di una vocalità interessantissima e sempre perfetta in ruoli che richiedono una bellezza a tratti angelica, a tratti selvaggia. Telegenico e instagrammabile, con poco cuore e altrettanta poca grinta, questo musical non ha la stoffa per la fama. Forse ha l’X Factor – stile, interpretazione, qualche performance da riascoltare –, ma per renderlo memorabile servirebbe il resto dell’alfabeto. (6)

Un’altra ragazza di talento, un’altra storia di canto e rivalsa. Si parte altrove, da lontano. In territori che, all’apparenza, hanno più che fare con il thriller. Una regia caliginosa ci porta negli Stati Uniti, nel cuore di una strage scolastica. La giovane Celeste sopravvive. E canta la sua rinascita fino a diventare una stella. Ma la sua carriera, inquadrata in tre tappe fondamentali della formazione, è scandita da tre atti di violenza: prima la strage, poi il crollo delle Torri Gemelle, infine un attentato in Turchia. Perseguitata dalla fatalità, la pop star canta i sogni infantili e il decadimento; l’ambizione e la barbarie. Simbolo dei più, deve il proprio successo a Dio o a un patto con il diavolo? Vox Lux, profondo su carta, vorrebbe raccontare assieme all’evoluzione del personaggio femminile l’involuzione del panorama musicale. Ma partito sotto i migliori auspici, con la voce narrante tipica dei documentari, abbandona la cupezza iniziale per una verbosissima seconda parte. Pretenzioso ma molto ben diretto, il film di Corbet si articola infatti in una serie di colloqui con la sorella maggiore di Celeste, la figlia, il manager Jude Law, un giornalista scandalistico. La colonna sonora è poco orecchiabile. E la protagonista, interpretata da adulta da una dimenticabile Portman, incarna il prototipo della celebrità capricciosa e narcisista, circondata di relazioni fallimentari e tappe bruciate. Il tutto, in direzione di un epilogo da film-concerto, dove il playback spudorato di Natalie e le coreografie alla Lady Gaga non sono all’altezza dell’apoteosi istantanea del personaggio. Lo spettacolo deve continuare. E il film invece? Quando comincia? (5,5)

venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

sabato 24 agosto 2019

I film che leggeremo: grandi classici

Little Women
25 dicembre 2019 (USA)
Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig, ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley, regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz. Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto. Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire – trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio – l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le simpatie dell’Academy.


Pinocchio
25 dicembre 2019
Sono cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini: insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari, poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’ la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante – questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica domanda: l’ennesimo live action, a che pro?


Cats
Natale 2019
È uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi, forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche autore del Fantasma dell’opera, Evita e Jesus Christ Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare. In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie alla struggente Memory, è diventato un film a quasi quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale – e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.


Ophelia
28 giugno 2019 (USA)
Essere o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni, trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo: quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana, potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.


Vita & Virginia
13 febbraio 2019 (USA)
Purtroppo non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice, accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando – caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West. Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario del taglio televisivo del tutto.


Martin Eden
4 settembre 2019
Dici Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London, schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo. 


Mademoiselle
29 agosto 2019
Non è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog, trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes, raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna, distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti. 

lunedì 4 febbraio 2019

Recensione: La falena dalle ali d'ombra, di Francesca Di Maro

| La falena dalle ali d'ombra, di Francesca Di Maro. Bookabook, € 16, pp. 400 |

Valentine Klein, ventotto anni, codardo, attore, si è ribellato alla famiglia alto-borghese andando a vivere in un casermone affacciato sulla città senza connotati né nome di un romanzo di Donato Carrisi. Deve guardarsi attentamente alle spalle, quando rincasa, e schivare le siringhe nascoste nell'erba alta. Barcamenarsi, ancora, in un pittoresco vicinato che conta maghe, prostitute, spacciatori e fornai maneschi, mentre al lavoro non trova pace. Si divide fra tre occupazioni per sbarcare il lunario – interprete teatrale, dogsitter, insegnante privato – e si dividerà fra tre donne – la collega Sarah, la spogliarellista Fara, la pittrice Wendy –, come il suo animo irrequieto esige. Valentine Klein è un assassino efferato, ma soltanto a parole. Guai a entrare nella sua lista nera: ha dato fuoco alla dispotica dirimpettaia, guardato un faretto schiantarsi in mille pezzi sulla testa del regista, gettato un nerboruto buttafuori in fondo al fiume, e le cose non sono andate meglio né a una mamma con cui ha qualche conto in sospeso né ai suoi allievi irritanti. Frustrato tanto sul palcoscenico quanto in privato, il protagonista condivide questi cattivi pensieri con Amleto: il principe shakespeariano a cui presta volta nell'ennesimo rifacimento, interiorizzando un bellissimo monologo che parla di spettri, colpe e redenzione. Sì, perché in questa versione del copione l'eroe tragico accarezza la speranza nell'atto conclusivo: farà lo stesso anche Valentine, che merita l'assoluzione dei nuovi inizi?

Credi davvero che ci siano persone non disturbate a questo mondo? È la vita che ci disturba, nasciamo già così, scomodati a venire alla luce, strappati dalla “non esistenza” che era il nostro nascondiglio caldo. No, tu non sei disturbato più di chiunque altro. Hai solo più fantasia di tutti noi messi insieme; il tuo talento è la tua condanna!

La falena dalle ali d'ombra spartisce con il suo protagonista una doppia personalità, un doppio fondo, una doppia natura. Diviso in due e per questo, forse, riuscito a metà. All'efficacia della prima parte, irresistibile mattanza nello stile di You e American Psycho, segue la vaghezza della seconda. Che prende avvio altrove, lontano, e ci racconta un altro aspetto di Valentine, una storia d'amore che all'inizio disorienta un po'. Dov'è il sociopatico represso? Dove, il thriller? Ci si sposta a Cape Town, in una vacanza/fuga in Sudafrica, e qui conosciamo l'espiazione nella dolcezza di Wendy: il lungo e ozioso soggiorno da innamorati si conclude con il ritorno dove tutto ha avuto inizio, ma con lei accanto che intanto arreda un appartamento spoglio e con pazienza scaccia via gli incubi. Questa volta va in scena Romeo e Giulietta e Valentine approfitta del piccolo ruolo di Mercuzio per lavorare a un copione tutto suo. Qual è il confine fra realtà e immaginazione? Quando un pensiero rompe le dighe e gli argini, riversandosi nel reale? L'esordiente Francesca Di Maro, attraverso una scrittura raffinatissima e descrizioni particolareggiate non soltanto nell'orrore, lavora così a un accurato scavo psicologico in cui gli estremi della cartella clinica sfuggono e le etichette si confondono. Il suo protagonista è forse colpevole, se gioca al tristo mietitore giusto fra sé e sé? La falena dalle ali d'ombra è un thriller, se la seconda parte subisce tutta un'altra virata con un certo rammarico degli appassionati del gore, del teatro, delle figure borderline? Mi domando come sarebbe stata la stessa storia con qualche taglio strategico qui e lì, senza il contrappeso dell'entrata in scena di Wendy. Ne avrebbe guadagnato in sveltezza, per quanto scorrevole risulti comunque, e avrei sentito meno la nostalgia dei divertentissimi scatti d'ira degli inizi, delle accese sfumature pulp, stemperate a malincuore man mano che il personaggio va facendosi tragico, dannato, romantico.

Gli sembrava di vederla, la sua essenza, fumosa e scura, librarsi dal corpo come una farfalla notturna; lentamente, con ali spiegate che si allungavano come ombre deformi sui muri grigi della notte, della sua notte. Fu in quel momento che diede il titolo all'opera: La falena dalle ali d'ombra, che altro non era che la sua anima, o addirittura la rappresentazione di tutte le anime, sorelle gemelle, aliti identici di un'unità superiore.

Valentine Klein, ventotto anni, codardo, attore, eppure è un personaggio carismatico come non ne incrociavo da tempo. Enfatico, melodrammatico, originalissimo, è un oratore talmente incisivo e affascinante che trovare la sua compagnia indispensabile è un attimo. Se non l'empatia, infatti, è assicurata la fascinazione verso i suoi modi, i suoi mondi, le sue esistenze parallele. Artefice di omicidi a tinte splatter e di monologhi interiori dalla notevole levatura drammaturgica, risente a tratti degli equilibri altalenanti di una farsa satirica dove la finzione – che sia la minuziosa scrittura di Francesca o il mestiere dell'interprete poco importa – è bellezza da preservare, anche con la violenza. La falena si brucia perché attratta dalla luce. Per fortuna non si bruciano i pregi di un esordio di grande stile ma dalla tessitura incerta, attratto ora dal troppo di sottotrame, divagazioni e comprimari che sul lungo tratto stroppiano; ora dal merito delle luci della ribalta.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The xx – Fiction

lunedì 20 agosto 2018

Recensione: Non è colpa della luna, di M.L. Rio

| Non è colpa della luna, di M.L. Rio. Frassinelli, € 19,90 pp. 316 |

Silenzio in sala. Signore e signori, prego, i cellulari spenti. Nessuna foto, grazie
Si alza il sipario. Che la luce dei riflettori illumini uno a uno gli attanti: sette silhouette in nero, William Shakespeare e l'omicidio colposo in scena. Hanno interpretato Macbeth a Halloween, Romeo e Giulietta durante il ballo in maschera di Natale, Sogno di una notte di mezza estate con la mìse succinta dei pigiama party. È arrivato poi il tempo di Giulio Cesare – dramma storico o tragedia, e con Cesare o Bruto nel ruolo di autentico protagonista? –, personaggio destinato ad ascendere e cadere nell'ennesima rilettura in chiave contemporanea. Gli attori in giacca e cravatta, come nella corsa alle elezioni politiche, e un tagliacarte per arma del delitto. Di certo non cambia il finale, no; di certo non cambiano i ruoli in programma.

Quello che succede con Shakespeare è che lui è così eloquente... Parla di ciò di cui non si può parlare. Trasforma il dolore e il trionfo e l'estasi e la rabbia in parole, in qualcosa che possiamo comprendere. Rende comprensibile l'intero mistero dell'umanità. Si può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica.

La Dellecher, istituto con una retta di ventimila dollari e la crème de la crème nel corpo docenti, è infatti un microcosmo in cui vigono parti fisse e precari equilibri di potere. Alla ribalta ecco lo sprezzante Richard, nato con la camicia: cosa succederebbe se qualcuno gli negasse i riflettori e l'annunciato ruolo dell'eroe? Seguono Wren, sua cugina, ragazza pallida e cagionevole sbucata da un'epoca di gentilezza incondizionata e principesse da destare con un bacio; la facoltosa e bellissima Meredith, che per selezione naturale di Richard è prevedibilmente la ragazza; Filippa, con frequenti ruoli en travesti, un passato misterioso e un intuito finissimo, a dispetto del fare laconico; Alexander, giullare vizioso e carismatico, senza tabù in camera da letto e con il bicchiere sempre pieno alle feste; James, l'alter-ego di Richard e il suo yin: tutti lo amano, e lui magnanimamente ama tutti. Non fa eccezione il narratore, Oliver: il compagno di stanza fedele e l'ombra inseparabile, al centro di un'ambigua amicizia dalle inespresse pulsioni omoerotiche che lo fa sentire graziato per ogni affettuosa pacca sulla spalla, per ogni momento – o segreto – condiviso.

Gli attori sono per natura instabili: creature alchemiche composte di elementi incendiari, emozione ed ego e invidia. Surriscaldali, rimestali insieme, e a volte otterrai l'oro. Altre un disastro.

I sette privilegiati hanno famiglie che non li comprendono fino in fondo, Per aspera ad astra come motto e i giorni contati per riuscire a emergere. Siamo agli sgoccioli degli anni Novanta. Sta per finire il vecchio millennio, assieme al loro ultimo anno di corso. Tutto ha un equilibrio, tutto un senso: perfino la spocchia, quando diventa crudeltà verso il prossimo. Come contrastarla, se non con l'assassinio? Congiurati non soltanto per finzione, allora, ci si copre le spalle, ci si accusa, ci si condanna in 300 pagine elettrizzanti. Ci si ama e ci si odia, spesso contemporaneamente. Ci si scopre tutti vicini: dietro le quinte, nella malasorte.

Non esiste conforto maggiore della complicità.

Arrivato in Italia con una copertina dai toni inutilmente seriosi, Non è colpa della luna è un irresistibile thriller alla Kevin Williamson che ha scene, non capitoli; atti, non sezioni. Colto nelle citazioni, elegantissimo benché in linea con lo spirito irrequieto e giovanile dei romanzi di formazione, l'esordio della talentuosa M.L. Rio rende perfettamente le ambizioni, le passioni torride, l'impalcatura e lo spettacolo mirabolante dei loro brutti segreti. Manca un guizzo alla cronaca di Oliver, fino all'ultimo il personaggio con meno ombre: spalla drammatica generosa e versatile, che fa brillare gli altri anche su carta, rimanendoci in parte – nonostante l'impiego della prima persona – sconosciuto. A non mancare, ovvio, è il coup de théatre. Quando scoppia il caos in seno alla compagnia, si crea un posto vacante. E ognuno di loro vorrà inconsciamente riempirlo, per salvaguardare lo status quo: non c'è spettacolo, infatti, senza antagonista. Ingredienti indispensabili: gli omicidi, i segreti, la poesia. Sotto l'incantesimo di uno Shakespeare che ha i versi e le parole per tutto, sono dunque i benvenuti gli intrighi proibiti, le vendette trasversali, le passioni omicide. Gli attori, per deformazione professionale, fanno infatti loro ogni emozione. Saranno chiamati questa volta a recitare il dispiacere, a recitare l'innocenza. Nuovo ruolo? Quello dei superstiti, alla deriva nei flutti del sospetto. Quello dei cattivi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tears for Fears – Everybody Wants to Rule the World

venerdì 9 febbraio 2018

Recensione: La cercatrice di corallo, di Vanessa Roggeri

| La cercatrice di corallo, di Vanessa Roggeri. Rizzoli, € 18, pp. 318 |

Ci sono autori che, romanzo dopo romanzo, diventano amici del blog. Ci sono appuntamenti in libreria che, anno dopo anno, aspetti. Vanessa Roggeri, conosciuta con l'apprezzatissimo esordio Il cuore selvatico del ginepro e felicemente ritrovata l'estate successiva alla presentazione di Fiore di fulmine, è decisamente una di questi. Cresce, cambia – editore, questa volta, passata da Garzanti a Rizzoli, ma meta mai. Un altro viaggio alle origini, perciò, in quella Sardegna del passato che fa un po' da terra a sé. Tradizioni vetuste ma irrinunciabili, la legge dell'onore e del taglione da applicare in privato, un mare splendido e crudele che elargisce e affama. Fra la costa e l'entroterra, dopo averci raccontato i marchi del pregiudizio e quelli della tempesta, l'autrice cagliaritana lascia consumare le piccole e grandi tragedie della famiglia Derosas: protagonista di una guerra civile prima per odio, poi per amore. Nel primo dopoguerra, Fortunato e Dolores, l'inconsolabile vedova di suo cugino, si sono giurati eterna inimicizia. Il primo: orgoglioso coralliere legato alla terra e alle onde, a un denaro che non compra tutto. L'altra: mamma di otto figli e di campi infecondi, in cerca dell'aiuto economico che il parente acquisito le nega e della giusta occasione per riscattarsi. Il denaro, diceva l'imperatore Vespasiano, non puzza. Così Dolores, personaggio di straordinaria tempra morale che ruba con poco la scena agli altri, fa fruttare il guano di una miniera invasa dai pipistrelli improvvisandosi imprenditrice di successo. Non dimentica. Sottrae i figli alla fame, li allena alla rivalsa. Del secondogenito, Achille, fa uno strumento di vendetta. Deve sedurre e abbandonare Regina, la figlia illegittima dello storico rivale. Una diciassettenne tutt'uno con il cielo e la natura, che ha un fiuto speciale per i coralli e quasi le pinne ai piedi. L'adorata Regina, magica vedetta sulla coralliera di Fortunato, si innamora inevitabilmente dello straniero. Un ragazzo che legge fino a farsi venire le febbri e l'ispirazione e che, nonostante un apprendistato mirato all'annientamento, sa amare a sua volta.

Io sono il mare. Il mare è in me.

Le lettere tracciate sulla sabbia e appuntamenti fugaci su una spiaggetta inaccessibile saranno l'alfabeto segreto di due amanti con le stesse antipatie di Montecchi e Capuleti e, soprattutto, lo stesso cognome. Per imparare a leggere. Per imparare a nuotare. 
Il rischio c'era, accentuato dalla discutibile copertina rosa confetto: per fortuna, però, Vanessa Roggeri sa come non finire alla deriva in una regata di melassa. Ben scritto, dettagliatissimo, il suo ultimo libro ha un faticoso lavoro di ricerca alle spalle e un intreccio romanzesco, shakespeariano, che tuttavia non regala svolte inattese. In un romanzo con sentimenti da dramma in musica, con ambientazioni d'altre epoche, la forza della prima parte deve purtroppo fare i conti con la prevedibilità della seconda. Troppi soliloqui enfatici tra sé e sé, dialoghi non sempre all'altezza della perfezione della ricostruzione storica, personaggi che sbucano macchinosamente ora per trattenere i novelli Romeo e Giulietta, ora per tentare di separarli.

Il mare toglie, ti strappa anche l'anima, ma prima o poi ti ridà il doppio.

La loro storia è scritta nelle stelle, le contraddizioni di questa terra sono già state belle che rievocate negli affreschi storici precedenti, ma l'eleganza dell'autrice – riletta con la solita attenzione, ma senza trovare sorprese – rende comunque un piacere ritrovarsi. Affacciati entrambi sulle profondità del blu. La vendetta, il karma, avvolgono le passioni di La cercatrice di corallo in un turbine che mira all'abisso. Ad acque che celano i tranelli di bombe inesplose, relitti di un conflitto ancora vicino. Al miraggio impossibile dei coralli bianchi. Nel dubbio, sapete, non getterei l'ancora qui.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – What The Water Gave Me

venerdì 8 settembre 2017

Mr. Ciak: Romanzi al cinema #2

La ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson. Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma senza crederci. La rivoluzione della protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra l'accettazione e la delusione. (5,5)

Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary, la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti: l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo, beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente perfetto, Lady Macbeth ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga, ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni scomodi e aspiranti usurpatori. (7)

Due degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo di un giallo sentimentale. La Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto, sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali rilegge con stile e convinzione il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni – al contrario della sensazione di assistere alle prove generali di due professionisti – non ti segue, una volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)

Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa gravissima. Quarant'anni dopo, la perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il ritorno a casa di un aviatore, ma attira le attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con quel regista. Con quella trama che attinge a un best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e, soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a stagnare nel dimenticatoio? Svolte precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene anche Rooney Mara, esposta a un destino tristissimo). Il segreto brutto non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico, scarsamente equilibrato, restano allora un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede (sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica. (5,5)

Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato, occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di un uomo che ha perso il controllo. Prende le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in superficie. Wakefield, interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto. Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si scorda di te. (6,5)

Chloe Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas Mann, fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non figura sulle radiografie. L'ospedale psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah Cahalan, Brain on Fire è un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende, tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi, senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)

giovedì 18 maggio 2017

Recensione: Nel guscio, di Ian McEwan

Non voglio nascere, mai.

Titolo: Nel guscio
Autore: Ian McEwan
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 18,00
Sinossi: La gravidanza di Trudy è quasi a termine, ma l'evento si prospetta tutt'altro che lieto per il suo piccolo ospite. Ad attenderlo nella grande casa di famiglia (e nel letto coniugale) non c'è il legittimo marito di Trudy e suo futuro padre, John Cairncross, poeta povero e sconosciuto, innamorato della moglie e della civiltà delle parole, ma il fratello di lui, il ricco e becero agente immobiliare Claude. Dalla sua posizione ribaltata e cieca, il nascituro gode nondimeno di una prospettiva privilegiata sugli eventi in corso, ed è lui a metterci a parte di una vicenda di lutto e di sospetto dagli echi assai familiari. Certo, la scena non è quella corrotta e claustrofobica del castello di Elsinore. Certo, i due cognati fedifraghi, Trudy e lo zio Claude, non hanno regni nordici cui aspirare. Piuttosto a far gola ai due vogliosi amanti è l'edificio georgiano su Hamilton Terrace, decrepito ma d'inestimabile valore, incautamente ereditato da John, i cui pavimenti luridi e la cui onnipresente immondizia prendono il posto del marcio in Danimarca. Ma amletico è il crimine orrendo che il narratore vede (o meglio sente) arrivare, e amletico è pure il suo inesauribile flusso di pensieri dubitanti, gli stessi che hanno inaugurato al mondo la danza della modernità.
                                     La recensione
Una casa in centro che fa gola a tanti. Una coppia di amanti che pianifica il delitto perfetto. A farne le spese, il marito di lei: editore sottostimato e poeta mediocre. Trudy e suo cognato, Claude, brindano e confabulano. Non sanno che il loro non è un triangolo, bensì un quadrilatero. Sembrano non pensare al testimone che intanto presta ascolto. E diventa brillo per osmosi, vive l'imbarazzo degli amplessi, risponde a tono. Nel guscio è un thriller classico con un intermediario atipico. L'Amleto contemporaneo non ha il pentametro giambico del Bardo, ma i commenti sferzanti di un narratore bambino. L'infida Trudy, infatti, chiacchiera di cocktail letali – centrifugato di frutta e antigelo, ad esempio – mentre è in dolce attesa. Mancano due settimane al parto. Ma il feto, nel buio del ventre, ha pensieri precoci e un udito finissimo. La pancia di sua madre fa da cassa di risonanza. Nonostante i suoi estimatori mi sconsigliassero di partire da qui, ho deciso di prendere ugualmente in prestito l'ultimo romanzo di Ian McEwan – uno dei maggiori autori viventi, forse, ma precisarlo è superfluo. Imparare a conoscerlo con la riscrittura di un capolavoro. Farsene un'idea, magari sbagliata, con un esercizio di stile lungo un omicidio efferato, un travaglio e un altro po'. Pentito, cercavo scuse per restituirlo intonso al mittente. Finché non le ho cercate nel romanzo stesso, le scuse, e intrappolato nel guscio del titolo ci sono finito anch'io. Merito di un nascituro egocentrico, teatrale e dotto, che ragiona di filosofia e decanta vini francesi. Al buio, allena l'immaginazione e aspetta. Come tutti i figli, si angustia per la fine del matrimonio dei genitori (ma ancora prima di imparare a parlare). Ascolta drammi radiofonici sulla BBC e, senza smentirsi, si professa combattuto tra l'essere e il non essere. Ironia della sorte: il narratore è onnisciente, sì, ma impotente. Nessuno lo sente. Non può far altro che scalciare. Sa di essere indesiderato, di stare per nascere in una famiglia di pazzi. Gli assassini vogliono fuggire con i soldi e sbarazzarsi di lui. "Veleno" sarà la sua prima parola. Perché nascere, rischiando di farlo in carcere? Perché non nascere, se non per godersi il piacere di una vendetta trasversale? La mente, all'inizio, è una tabula rasa? Nel guscio ci sono le considerazioni sparse, ora meste e ora esilaranti, di un piccolo uomo già pentito di stare al mondo. McEwan confeziona una tragicommedia originalissima, di interni borghesi e pagine magistrali. L'effetto è bizzarro, straniante. Il romanzo gira spesso a vuoto, ambizioso e autocompiaciuto come sospettavo, ma è scritto talmente bene, ma talmente bene, che non possiamo fargliene una colpa. L'autore è un fuoriclasse, e lo sa. Lo sapevo anch'io a scatola chiusa, sulla fiducia, e questo suo esperimento al buio di voci e spettri, di scelte che pesano, me ne ha dato prevedibilmente conferma. C'è del marcio in Danimarca – e in Inghilterra. C'è del marcio nel superare a nuoto il mare del liquido amniotico, nel rompere il baccello, trovando ad aspettarci a riva tutto il male del mondo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Massive Attack – Teardrop

mercoledì 27 gennaio 2016

Mr. Ciak: Il piccolo principe, Macbeth, The Lobster, Il sapore del successo, The End of the Tour

Ho letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe, infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po' parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa: coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà. Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis, l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito, s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato, vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche, scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta, e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra. Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui – con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)

La prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame, qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se, giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di una donna. Macbeth è un fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto, il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro potere. Dalla tragedia, la trasposizione cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico. I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un uomo non nato da donna. Macbeth, così, è una visione che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale, paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo, recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)

David, accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo. L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster, tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande, in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura, il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia, sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)

In un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo si metta all'opera. Metteteci un montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz, Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per ricominciare. Qual è Il sapore del successo? Burnt, diretto da John Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci, interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley Cooper può gigioneggiare alla grande, parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di nota, con il personaggio di un professionista arrogante, spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti prende per il naso e la gola, rapido e brillante, sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini. Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert. (6,5)

David Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso, di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo: capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere. Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola, mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena – e che diventa il biopic che non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour, commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg, invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo – nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente, prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga, e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)