Sono
uno spettatore che generalmente non si lascia turbare. Jennifer Kent,
già ai tempi del bellissimo esordio, tocca però i tasti giusti. E
al secondo lungometraggio, premiato a Venezia, conferma
il suo ascendente su di me. Tanto The Babadook mi aveva
affascinato, quanto The Nightingale mi ha scosso. Sarà che si
inizia col peggio – uno stupro, l’infanticidio –, per poi
giungere a un epilogo liberatorio, che stempera la sofferenza
in un’alba sull’oceano. In un’Australia trasformata in una
prigione a cielo aperto, un tenente spregevole – un inedito Sam
Claflin, lontano dai soliti film sentimentali – s’invaghisce
di una detenuta irlandese. Il capo di un plotone della morte come può reagire al
rifiuto? Sopravvissuta allo sterminio della famiglia, Clare ricerca
l’aiuto di un aborigeno: entrambi emarginati, i paria troveranno
punti in assonanza in quelle lingue e in quei canti così diversi.
Gli inglesi espropriano, violentano, bruciano, ammazzano. E la
visione non lascia niente di suggerito né di impunito. Il percorso
della coppia, disseminato d’incubi e cadaveri decapitati, risulta
provante e potentissimo, nonostante i discutibili viavai della parte
conclusiva. Classico ma inattaccabile, The Nightingale è
l’epopea western che non avremmo pensato nelle corde della regista;
un horror sui mali della colonizzazione, ambientato in una natura
resa ancora più selvaggia dalla presenza britannica. È uno schiaffo
in faccia per cui ringrazi. Il merito
spetta soprattutto all’interpretazione ribollente di Aisling Franciosi, che
conosce la vendetta ma anche il perdono; che ha seni beffardi che non
smettono di pompare latte; che confida più nelle parole che nella
violenza. La sua commovente collaborazione con Baykali Ganambarr,
indigeno che decifra le orme e il canto degli uccelli, regala un
duetto di rara intensità su un usignolo che non voleva né gabbie né
padroni; che preferiva ruggire anziché cantare. (8)
Stesi
sulla schiena, parlano fitto per dieci minuti. Sono un
padre e una figlia. Lui spiega a lei il sesso e l’amore. Le insegna
che nessuna razza è superiore alle altre. Le tramanda i ricordi di
una mamma da tenere in vita a furia di storie. Le racconta, rivisto e
corretto, il mito dell’arca di Noè. A salvare l’umanità dal
Giudizio Universale è stato davvero un uomo? Sono stretti in una
tenda da campeggio. Sembra una gita nei boschi, ma in realtà è la
fine del mondo. Le donne si sono estinte, non si sa perché, e quella
bambina – vestita da maschietto per camuffarsi – è
un’eccezione alla regola. Il padre, che trasmette infinita
tenerezza, è un uomo di parole e non d’azione. La figlia,
terrorizzata dall’evenienza di un abbandono, vive l’età in cui
inizia a pretendere gonne e giubbotti glitterati. Camminano tra gli
alberi, in cerca di ville o baracche. A volte s’imbattono in
anziani ospitali, altre in bracconieri spietati. Light of My Life,
esordio alla regia di Casey Affleck, non indugia nei sentimentalismi.
Non trasforma la sua giovane protagonista in un canonico simbolo di
resistenza. Per quanto questo atipico survival debba tanto, troppo, a
The Road e I figli degli uomini, l’odissea del minore
degli Affleck ha comunque la sua da dire. Grazie alla voce bassa e
intorpidita dell’interprete che già ci ha commossi con Manchester
by the sea. Attraverso la lentezza di un genere che mostra
poco ma suggerisce tantissimo, parlando più del presente che del
futuro; più di noi che dell’apocalisse. Travolto da un’accusa
per molestie, l’attore e regista fa ammenda con un atto d’amore
al genere femminile lungo un film. Come non credergli, come non
perdonarlo, dopo questa indiscreta lezione di vita e resistenza? (7+)
Mentre
ci si stappa i capelli per Cena con delitto, giallo di cui si
parlerà prossimamente, sotto Halloween – a proposito di feroci
rimpatriate tra parenti serpenti – era già arrivato in sala un bagno di
sangue ad altissima tensione. Una partita a nascondino disputata con
la suspance, dove una Rambo in tulle si emancipa in un battesimo
splatter degno delle migliori regine del brivido. Bella e
carismatica, con un visino che si concede le stesse smorfie di Emma
Stone, la promettente Samara Weaving convola a nozze con uno scapolo
d’oro. Durante la prima notte di nozze, però, la neosposina dovrà vincere una
sfida in particolare per essere accolta in famiglia: sopravvivere.
Con una satira sociale appena accennata, Finché morte non ci
separi somiglia alla versione disimpegnata di Get
Out. Qual è il segreto della famiglia omicida? Ambizione cieca,
o forse c’è lo zampino di Belzebù? I ritmi sono invidiabili,
l’umorismo è di quelli caustici, il divertimento è assicurato. Si
trattiene il fiato. Si maledicono gli antagonisti a ogni comparsata.
Si incita al dente per dente.
Iniziata come una fiaba romantica, la commedia horror culmina con una
perfida luna di miele. Pronti o no, vi vengo a cercare. Ma si è mai
pronti al grande passo? Ai titoli di coda potremmo credere ancor meno nei doveri coniugali, nei legami duraturi, nel lupo che perde il
pelo ma non il vizio: preferendo, almeno sul grande schermo, la morte
all’amore. (7)
C’è
del marcio in Danimarca. C’è chi da quel marcio viene
inevitabilmente corrotto, come Amleto in lotta per la
successione. E c’è chi, invece, quel marcio lo subodora prima di
altri: ovviamente, una donna emancipata e lungimirante. La fidanzata
del personaggio shakespeariano non aveva molta voce in capitolo
nell’opera originale: di lei ricordiamo l’annegamento e,
soprattutto, il capolavoro di Millais che ne fa una ninfa acquatica.
In un’epoca di femminismo e riscrittura, poteva forse mancare la
tragedia filtrata dal punto di vista di Ofelia? All’inizio dama di
compagnia, ci racconta una storia d’amore e vendetta nota ma non
troppo. Piuttosto fedele al Bardo, il film viene rovinato
dall’aggiunta degli ultimi dieci minuti, che lo trasformano in un
calderone di idee di seconda mano, che attingono ora ai veleni di
Romeo e Giulietta, ora ai tradimenti della Dodicesima
notte. Il resto lo fanno le forzature e gli anacronismi; un
rimaneggiamento non richiesto, adatto solo a riscattare la figura
agli occhi delle nuove generazioni. Vicina alla bellezza del pittore
ma lontanissima dalla complessità del personaggio, una Ridley fuori
parte – paradossalmente, convince nelle poche battute che ricalcano
il testo originale – capitana un cast inquadrato dal buon lavoro
del direttore della fotografia, ma che fa storcere il naso per la
parrucca dello zio Clive Owen e il passo falso di Naomi Watts, regina che fa quanto possibile per risultare
credibile. Essere o non essere, è questo il dilemma. Vive la
stessa scissione anche l’adattamento di Claire McCarthy: povero e
frettoloso. (5)
Violet
è una ragazza di belle speranze su un’isola sperduta al largo
delle coste inglesi. Figlia di una genitrice single sommersa dai
debiti, trova un angelo custode in un ex cantate d’opera ridotto a
un clochard solitario: in lei, giovane dalla voce angelica, sembra
vedere l'ombra di un talento cristallino. Brava ma non abbastanza ambiziosa,
protagonista di un talent show, l’adolescente si scopre spaventata
dai bagni di folla e dall’arrivo della puntata finale. Come
fronteggiare le aspettative e la pressione psicologica un ambiente
competitivo? In Teen Spirit, iconico soltanto per il titolo,
c’è l’ascesa di Violet, ma mancano i dubbi, le incertezze, la
battuta d’arresto. Fiaba canonica e un po’ superficiale,
preferisce i toni drammatici a quelli scanzonati e una fotografia
alla Refn, mentre la colonna sonora passa alcuni dei pezzi più ammiccanti delle ultime estati. Restano la regia e il montaggio
accattivanti, a opera del figlio d’arte Max Minghella; la bravura
assodata di Elle Fanning, dotata di una vocalità interessantissima e
sempre perfetta in ruoli che richiedono una bellezza a tratti
angelica, a tratti selvaggia. Telegenico e instagrammabile, con poco
cuore e altrettanta poca grinta, questo musical non ha la stoffa per
la fama. Forse ha l’X Factor – stile, interpretazione, qualche
performance da riascoltare –, ma per renderlo memorabile servirebbe il resto dell’alfabeto. (6)
Un’altra
ragazza di talento, un’altra storia di canto e rivalsa. Si parte
altrove, da lontano. In territori che, all’apparenza, hanno più
che fare con il thriller. Una regia caliginosa ci porta
negli Stati Uniti, nel cuore di una strage scolastica. La giovane
Celeste sopravvive. E canta la sua rinascita fino a diventare una
stella. Ma la sua carriera, inquadrata in tre tappe
fondamentali della formazione, è scandita da tre atti di violenza:
prima la strage, poi il crollo delle Torri Gemelle, infine un
attentato in Turchia. Perseguitata dalla fatalità, la pop star canta
i sogni infantili e il decadimento; l’ambizione e la barbarie.
Simbolo dei più, deve il proprio successo a Dio o a un patto con il
diavolo? Vox Lux, profondo su carta, vorrebbe raccontare
assieme all’evoluzione del personaggio femminile l’involuzione
del panorama musicale. Ma partito sotto i migliori auspici, con la
voce narrante tipica dei documentari, abbandona la cupezza iniziale
per una verbosissima seconda parte. Pretenzioso ma molto ben diretto,
il film di Corbet si articola infatti in una serie di colloqui con la
sorella maggiore di Celeste, la figlia, il manager Jude Law, un
giornalista scandalistico. La colonna sonora è poco
orecchiabile. E la protagonista, interpretata da adulta da una
dimenticabile Portman, incarna il prototipo della celebrità
capricciosa e narcisista, circondata di relazioni fallimentari e
tappe bruciate. Il tutto, in direzione di un epilogo da film-concerto, dove il playback spudorato di Natalie e le coreografie alla
Lady Gaga non sono all’altezza dell’apoteosi istantanea del
personaggio. Lo spettacolo deve continuare. E il film invece? Quando
comincia? (5,5)
Un'autrice
dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di
formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine.
Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non
preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della
pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura
troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca
il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort,
Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno
diretti dal regista del delizioso Brooklynnella
pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival.
Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia
definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?
Che
fine ha fatto Bernadette?
10
ottobre 2019
Che
fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed
Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood,
storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il
regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti.
Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle
pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta
dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve
Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti
arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa
invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical
girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily
We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.
L'uomo
del labirinto
30
ottobre 2019
Si
era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico,
poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A
sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della
Ragazza nella nebbiaconvincevano
ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al
cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai
attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale:
Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza
identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto,
a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al
Suggeritore. Lo
confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi,
Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?
Mio
fratello rincorre i dinosauri
5
settembre 2019
Sono
un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di
famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi
anche sceneggiatore della serie Baby,
ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista,
capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti
regalati dalla convivenza con fratellino dalla
sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage
pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder.
Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in
sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta,
ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e
Rossy de Palma.
Tutto
il mio folle amore
24
ottobre 2019
Sono
un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di
famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco
Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho
sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace
di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati
dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito.
Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto –
troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è
vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se
ti abbraccio non aver paura preferisce
citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro
Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far
montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà
memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.
A
Million Little Pieces
30
agosto 2019 (UK)
Potrebbe
essere il film più interessante della carrellata. Potremmo,
purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto
Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in
particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui
diretto dalla moglie Sam, regista diCinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data
di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è
parlato in lungo e in largo. Spacciato
dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede
quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione;
un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film,
perché stare qui a sindacare?
Il
re
1
novembre 2019
Non
c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata
precedente con la trasposizione in chiave femminista di
Ophelia, il Bardo –
instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala,
anzi su Netflix, con Il re.
Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore
condensa titanicamente sia Enrico IV
sia Enrico V ma schiera
sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di
Twilight avranno
sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui
sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita
reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione
filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche
un rimaneggiamento poco necessario.
Saoirse
Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée
Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig,
ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley,
regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz.
Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma
questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto.
Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire –
trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott
di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la
miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il
bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e
senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in
sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio –
l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le
simpatie dell’Academy.
Pinocchio
25
dicembre 2019
Sono
cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo
preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini:
insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari,
poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno
sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di
otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’
la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante –
questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà
Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa
spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica
domanda: l’ennesimo live action, a che pro?
Cats
Natale
2019
È
uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi,
forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche
autore del Fantasma dell’opera, Evitae Jesus Christ
Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata
dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare.
In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie
alla struggente Memory, è diventato un film a quasi
quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale
– e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom
Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e
Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto
dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o
soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.
Ophelia
28
giugno 2019 (USA)
Essere
o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un
teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su
un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni,
trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo:
quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al
giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello
zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy
Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con
un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di
Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana,
potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.
Vita
& Virginia
13
febbraio 2019 (USA)
Purtroppo
non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie
alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman
da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice,
accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film
di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto
Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando
– caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata
storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West.
Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci
hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che
attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per
la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario
del taglio televisivo del tutto.
Martin
Eden
4
settembre 2019
Dici
Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna
Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni
difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti
accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più
apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la
storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo
giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per
innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in
Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche
nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata
su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo
Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London,
schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno
con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo.
Mademoiselle
29
agosto 2019
Non
è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti
d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario
romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog,
trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica
nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes,
raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è
possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come
giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna,
distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti.
Valentine
Klein, ventotto anni, codardo, attore, si è ribellato alla famiglia
alto-borghese andando a vivere in un casermone affacciato sulla città
senza connotati né nome di un romanzo di Donato Carrisi. Deve
guardarsi attentamente alle spalle, quando rincasa, e schivare le
siringhe nascoste nell'erba alta. Barcamenarsi, ancora, in un
pittoresco vicinato che conta maghe, prostitute, spacciatori e fornai
maneschi, mentre al lavoro non trova pace. Si divide fra tre
occupazioni per sbarcare il lunario – interprete teatrale,
dogsitter, insegnante privato – e si dividerà fra tre donne – la
collega Sarah, la spogliarellista Fara, la pittrice Wendy –, come
il suo animo irrequieto esige. Valentine Klein è un assassino
efferato, ma soltanto a parole. Guai a entrare nella sua lista nera:
ha dato fuoco alla dispotica dirimpettaia, guardato un faretto
schiantarsi in mille pezzi sulla testa del regista, gettato un
nerboruto buttafuori in fondo al fiume, e le cose non sono andate
meglio né a una mamma con cui ha qualche conto in sospeso né ai
suoi allievi irritanti. Frustrato tanto sul palcoscenico quanto in
privato, il protagonista condivide questi cattivi pensieri con
Amleto: il principe shakespeariano a cui presta volta nell'ennesimo
rifacimento, interiorizzando un bellissimo monologo che parla di
spettri, colpe e redenzione. Sì, perché in questa versione del
copione l'eroe tragico accarezza la speranza nell'atto conclusivo:
farà lo stesso anche Valentine, che merita l'assoluzione dei nuovi
inizi?
Credi
davvero che ci siano persone non disturbate a questo mondo? È la
vita che ci disturba, nasciamo già così, scomodati a venire alla
luce, strappati dalla “non esistenza” che era il nostro
nascondiglio caldo. No, tu non sei disturbato più di chiunque altro.
Hai solo più fantasia di tutti noi messi insieme; il tuo talento è
la tua condanna!
La
falena dalle ali d'ombra spartisce con il suo protagonista una
doppia personalità, un doppio fondo, una doppia natura. Diviso in
due e per questo, forse, riuscito a metà. All'efficacia della prima
parte, irresistibile mattanza nello stile di You e American
Psycho, segue la vaghezza della seconda. Che prende avvio
altrove, lontano, e ci racconta un altro aspetto di Valentine, una
storia d'amore che all'inizio disorienta un po'. Dov'è il
sociopatico represso? Dove, il thriller? Ci si sposta a Cape Town, in
una vacanza/fuga in Sudafrica, e qui conosciamo l'espiazione nella
dolcezza di Wendy: il lungo e ozioso soggiorno da innamorati si
conclude con il ritorno dove tutto ha avuto inizio, ma con lei
accanto che intanto arreda un appartamento spoglio e con pazienza
scaccia via gli incubi. Questa volta va in scena Romeo e Giulietta
e Valentine approfitta del piccolo ruolo di Mercuzio per lavorare a
un copione tutto suo. Qual è il confine fra realtà e immaginazione?
Quando un pensiero rompe le dighe e gli argini, riversandosi nel
reale? L'esordiente Francesca Di Maro, attraverso una scrittura
raffinatissima e descrizioni particolareggiate non soltanto
nell'orrore, lavora così a un accurato scavo psicologico in cui gli
estremi della cartella clinica sfuggono e le etichette si confondono.
Il suo protagonista è forse colpevole, se gioca al tristo mietitore
giusto fra sé e sé? La falena dalle ali d'ombra è un
thriller, se la seconda parte subisce tutta un'altra virata con un
certo rammarico degli appassionati del gore, del teatro, delle figure
borderline? Mi domando come sarebbe stata la stessa storia con
qualche taglio strategico qui e lì, senza il contrappeso
dell'entrata in scena di Wendy. Ne avrebbe guadagnato in sveltezza,
per quanto scorrevole risulti comunque, e avrei sentito meno la
nostalgia dei divertentissimi scatti d'ira degli inizi, delle accese
sfumature pulp, stemperate a malincuore man mano che il personaggio
va facendosi tragico, dannato, romantico.
Gli
sembrava di vederla, la sua essenza, fumosa e scura, librarsi dal
corpo come una farfalla notturna; lentamente, con ali spiegate che si
allungavano come ombre deformi sui muri grigi della notte, della sua
notte. Fu in quel momento che diede il titolo all'opera: La falena
dalle ali d'ombra, che altro non era che la sua anima, o addirittura
la rappresentazione di tutte le anime, sorelle gemelle, aliti
identici di un'unità superiore.
Valentine
Klein, ventotto anni, codardo, attore, eppure è un personaggio
carismatico come non ne incrociavo da tempo. Enfatico,
melodrammatico, originalissimo, è un oratore talmente incisivo e
affascinante che trovare la sua compagnia indispensabile è un
attimo. Se non l'empatia, infatti, è assicurata la fascinazione
verso i suoi modi, i suoi mondi, le sue esistenze parallele. Artefice
di omicidi a tinte splatter e di monologhi interiori dalla notevole
levatura drammaturgica, risente a tratti degli equilibri altalenanti
di una farsa satirica dove la finzione – che sia la minuziosa
scrittura di Francesca o il mestiere dell'interprete poco importa –
è bellezza da preservare, anche con la violenza. La falena si brucia
perché attratta dalla luce. Per fortuna non si bruciano i pregi di
un esordio di grande stile ma dalla tessitura incerta, attratto ora
dal troppo di sottotrame, divagazioni e comprimari che sul lungo
tratto stroppiano; ora dal merito delle luci della ribalta.
Silenzio
in sala. Signore e signori, prego, i cellulari spenti. Nessuna foto,
grazie
Si
alza il sipario. Che la luce dei riflettori illumini uno a uno gli
attanti: sette silhouette in nero, William Shakespeare e l'omicidio colposo in scena. Hanno interpretato Macbeth
a Halloween, Romeo e Giulietta durante il ballo in
maschera di Natale, Sogno di una notte di mezza estate con la
mìse succinta dei pigiama party. È arrivato poi il tempo di Giulio
Cesare – dramma storico o tragedia, e con Cesare o Bruto nel
ruolo di autentico protagonista? –, personaggio destinato ad ascendere e cadere
nell'ennesima rilettura in chiave contemporanea. Gli attori in
giacca e cravatta, come nella corsa alle elezioni politiche, e un
tagliacarte per arma del delitto. Di certo non cambia il finale, no; di
certo non cambiano i ruoli in programma.
Quello
che succede con Shakespeare è che lui è così eloquente... Parla
di ciò di cui non si può parlare. Trasforma il dolore e il trionfo
e l'estasi e la rabbia in parole, in qualcosa che possiamo
comprendere. Rende comprensibile l'intero mistero dell'umanità. Si
può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica.
La
Dellecher, istituto con una retta di ventimila dollari e la
crème de la crème nel corpo docenti, è infatti un
microcosmo in cui vigono parti fisse e precari equilibri di potere.
Alla ribalta ecco lo sprezzante Richard, nato con la camicia: cosa succederebbe se
qualcuno gli negasse i riflettori e l'annunciato ruolo dell'eroe?
Seguono Wren, sua cugina, ragazza pallida e cagionevole sbucata da un'epoca di gentilezza incondizionata e principesse
da destare con un bacio; la facoltosa e bellissima Meredith, che per
selezione naturale di Richard è prevedibilmente la ragazza; Filippa,
con frequenti ruoli en travesti, un passato misterioso e un intuito
finissimo, a dispetto del fare laconico; Alexander, giullare vizioso
e carismatico, senza tabù in camera da letto e con il bicchiere sempre pieno alle feste; James, l'alter-ego di Richard e il suo yin: tutti lo amano, e lui magnanimamente ama tutti. Non fa eccezione il
narratore, Oliver: il compagno di stanza fedele e l'ombra
inseparabile, al centro di un'ambigua amicizia dalle inespresse
pulsioni omoerotiche che lo fa sentire graziato per ogni
affettuosa pacca sulla spalla, per ogni momento – o segreto –
condiviso.
Gli
attori sono per natura instabili: creature alchemiche composte di
elementi incendiari, emozione ed ego e invidia. Surriscaldali,
rimestali insieme, e a volte otterrai l'oro. Altre un disastro.
I
sette privilegiati hanno famiglie che non li comprendono fino in
fondo, Per aspera ad astra come motto e i giorni contati per
riuscire a emergere. Siamo agli sgoccioli degli anni Novanta. Sta per
finire il vecchio millennio, assieme al loro ultimo anno di corso.
Tutto ha un equilibrio, tutto un senso: perfino la spocchia, quando
diventa crudeltà verso il prossimo. Come contrastarla, se non con
l'assassinio? Congiurati non soltanto per finzione, allora, ci si
copre le spalle, ci si accusa, ci si condanna in 300 pagine elettrizzanti. Ci si ama e ci si
odia, spesso contemporaneamente. Ci si scopre tutti vicini: dietro le
quinte, nella malasorte.
Non
esiste conforto maggiore della complicità.
Arrivato
in Italia con una copertina dai toni inutilmente seriosi, Non è
colpa della luna è un irresistibile thriller alla Kevin
Williamson che ha scene, non capitoli; atti, non sezioni. Colto nelle
citazioni, elegantissimo benché in linea con lo spirito irrequieto e
giovanile dei romanzi di formazione, l'esordio della talentuosa M.L.
Rio rende perfettamente le ambizioni, le passioni torride,
l'impalcatura e lo spettacolo mirabolante dei loro brutti segreti.
Manca un guizzo alla cronaca di Oliver, fino all'ultimo il
personaggio con meno ombre: spalla drammatica generosa e versatile,
che fa brillare gli altri anche su carta, rimanendoci in parte –
nonostante l'impiego della prima persona – sconosciuto. A non mancare,
ovvio, è il coup de théatre. Quando scoppia il caos in seno alla
compagnia, si crea un posto vacante. E ognuno di loro vorrà
inconsciamente riempirlo, per salvaguardare lo status quo: non c'è
spettacolo, infatti, senza antagonista. Ingredienti indispensabili:
gli omicidi, i segreti, la poesia. Sotto l'incantesimo di uno
Shakespeare che ha i versi e le parole per tutto, sono dunque i benvenuti
gli intrighi proibiti, le vendette trasversali, le passioni omicide.
Gli attori, per deformazione professionale, fanno infatti loro ogni emozione. Saranno chiamati questa volta a recitare il dispiacere, a
recitare l'innocenza. Nuovo ruolo? Quello dei superstiti, alla deriva
nei flutti del sospetto. Quello dei cattivi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Tears for Fears – Everybody Wants to Rule
the World
Ci
sono autori che, romanzo dopo romanzo, diventano amici del blog. Ci
sono appuntamenti in libreria che, anno dopo anno, aspetti. Vanessa
Roggeri, conosciuta con l'apprezzatissimo esordio Il cuore selvatico del gineproe
felicemente ritrovata l'estate successiva alla presentazione di Fiore di fulmine, è
decisamente una di questi. Cresce, cambia – editore, questa volta, passata da
Garzanti a Rizzoli, ma meta mai. Un altro viaggio alle origini, perciò,
in quella Sardegna del passato che fa un po' da terra a sé.
Tradizioni vetuste ma irrinunciabili, la legge dell'onore e del
taglione da applicare in privato, un mare splendido e crudele che
elargisce e affama. Fra la costa e l'entroterra, dopo averci
raccontato i marchi del pregiudizio e quelli della tempesta,
l'autrice cagliaritana lascia consumare le piccole e grandi tragedie
della famiglia Derosas: protagonista di una guerra civile prima per
odio, poi per amore. Nel primo dopoguerra, Fortunato e Dolores,
l'inconsolabile vedova di suo cugino, si sono giurati eterna
inimicizia. Il primo: orgoglioso coralliere legato alla terra e alle
onde, a un denaro che non compra tutto. L'altra: mamma di otto figli
e di campi infecondi, in cerca dell'aiuto economico che il parente
acquisito le nega e della giusta occasione per riscattarsi. Il
denaro, diceva l'imperatore Vespasiano, non puzza. Così Dolores,
personaggio di straordinaria tempra morale che ruba con poco la scena
agli altri, fa fruttare il guano di una miniera invasa dai
pipistrelli improvvisandosi imprenditrice di successo. Non
dimentica. Sottrae i figli alla fame, li allena alla rivalsa.
Del secondogenito, Achille, fa uno strumento di vendetta. Deve
sedurre e abbandonare Regina, la figlia illegittima dello storico
rivale. Una diciassettenne tutt'uno con il cielo e la natura, che ha
un fiuto speciale per i coralli e quasi le pinne ai piedi. L'adorata Regina,
magica vedetta sulla coralliera di Fortunato, si innamora
inevitabilmente dello straniero. Un ragazzo che legge fino a farsi
venire le febbri e l'ispirazione e che, nonostante un apprendistato
mirato all'annientamento, sa amare a sua volta.
Io
sono il mare. Il mare è in me.
Le
lettere tracciate sulla sabbia e appuntamenti fugaci su una
spiaggetta inaccessibile saranno l'alfabeto segreto di due amanti con
le stesse antipatie di Montecchi e Capuleti e, soprattutto, lo stesso cognome. Per imparare a leggere. Per imparare a nuotare. Il
rischio c'era, accentuato dalla discutibile copertina rosa
confetto: per fortuna, però, Vanessa Roggerisa
come non finire alla deriva in una regata di melassa. Ben scritto,
dettagliatissimo, il suo ultimo libro ha un faticoso lavoro di
ricerca alle spalle e un intreccio romanzesco, shakespeariano, che tuttavia non regala svolte inattese. In un romanzo con sentimenti da
dramma in musica, con ambientazioni d'altre epoche, la forza della
prima parte deve purtroppo fare i conti con la prevedibilità della
seconda. Troppi soliloqui enfatici tra sé e sé, dialoghi non sempre
all'altezza della perfezione della ricostruzione storica,
personaggi che sbucano macchinosamente ora per trattenere i novelli
Romeo e Giulietta, ora per tentare di separarli.
Il
mare toglie, ti strappa anche l'anima, ma prima o poi ti ridà il
doppio.
La
loro storia è scritta nelle stelle, le contraddizioni di questa
terra sono già state belle che rievocate negli affreschi storici precedenti,
ma l'eleganza dell'autrice – riletta con la solita attenzione, ma senza trovare sorprese – rende comunque un piacere
ritrovarsi. Affacciati entrambi sulle profondità del blu. La vendetta, il
karma, avvolgono le passioni di La cercatrice di corallo in
un turbine che mira all'abisso. Ad acque che celano i tranelli di
bombe inesplose, relitti di un conflitto ancora vicino. Al miraggio
impossibile dei coralli bianchi. Nel dubbio, sapete, non getterei l'ancora qui.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Florence + The Machine – What The Water
Gave Me
La
ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già
conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva
nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra
della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson.
Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle
Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un
momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo
adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha
facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta
però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma
senza crederci. La rivoluzione della
protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui
mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di
vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo
di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e
di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il
cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con
Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva
chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra
l'accettazione e la delusione. (5,5)
Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e
un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della
bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un
racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore
abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i
logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La
ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino
angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary,
la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo
vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va
spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di
casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è
un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante
litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti:
l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo,
beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino
già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente
perfetto, Lady Macbeth
ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga,
ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni
scomodi e aspiranti usurpatori. (7)
Due
degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista
di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un
appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e
orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo
di un giallo sentimentale. La
Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i
ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il
non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una
parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo
manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto,
sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali
rilegge con stile e convinzione
il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del
teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che
tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le
pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e
la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur
non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni –
al contrario della sensazione di assistere alle prove
generali di due professionisti – non ti segue, una
volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)
Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa
gravissima. Quarant'anni dopo, la
perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto
spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella
grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un
paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà
alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il
ritorno a casa di un aviatore, ma attira le
attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello
e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con
quel regista. Con quella trama che attinge a un
best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e,
soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a
stagnare nel dimenticatoio? Svolte
precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei
personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la
grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse
una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene
anche Rooney Mara, esposta a un
destino tristissimo). Il segreto brutto
non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico,
scarsamente equilibrato, restano allora
un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno
Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e
delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede
(sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia
all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica.(5,5)
Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa
sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato,
occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere
d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo
indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto
nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di
un uomo che ha perso il controllo. Prende
le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga
da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i
sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un
clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su
voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E
se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La
finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di
American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le
bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in
superficie. Wakefield,
interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una
visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il
graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a
casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto.
Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché
Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un
altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così
sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si
scorda di te. (6,5)
Chloe
Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas
Mann,
fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di
scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard
Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e
talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché
qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La
mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non
si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non
figura sulle radiografie. L'ospedale
psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah
Cahalan, Brain on Fire è
un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz
intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole
senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a
sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende,
tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi,
senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a
fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)
Sinossi:
La
gravidanza di Trudy è quasi a termine, ma l'evento si prospetta
tutt'altro che lieto per il suo piccolo ospite. Ad attenderlo nella
grande casa di famiglia (e nel letto coniugale) non c'è il legittimo
marito di Trudy e suo futuro padre, John Cairncross, poeta povero e
sconosciuto, innamorato della moglie e della civiltà delle parole,
ma il fratello di lui, il ricco e becero agente immobiliare Claude.
Dalla sua posizione ribaltata e cieca, il nascituro gode nondimeno di
una prospettiva privilegiata sugli eventi in corso, ed è lui a
metterci a parte di una vicenda di lutto e di sospetto dagli echi
assai familiari. Certo, la scena non è quella corrotta e
claustrofobica del castello di Elsinore. Certo, i due cognati
fedifraghi, Trudy e lo zio Claude, non hanno regni nordici cui
aspirare. Piuttosto a far gola ai due vogliosi amanti è l'edificio
georgiano su Hamilton Terrace, decrepito ma d'inestimabile valore,
incautamente ereditato da John, i cui pavimenti luridi e la cui
onnipresente immondizia prendono il posto del marcio in Danimarca. Ma
amletico è il crimine orrendo che il narratore vede (o meglio sente)
arrivare, e amletico è pure il suo inesauribile flusso di pensieri
dubitanti, gli stessi che hanno inaugurato al mondo la danza della
modernità.
La recensione
Una
casa in centro che fa gola a
tanti. Una coppia di amanti che pianifica il
delitto perfetto. A farne le spese, il marito di lei: editore sottostimato e poeta mediocre. Trudy e suo cognato, Claude, brindano e confabulano.
Non sanno che il loro non è un triangolo, bensì un quadrilatero.
Sembrano non pensare al testimone che intanto presta
ascolto. E diventa brillo per osmosi, vive l'imbarazzo
degli amplessi, risponde a tono. Nel guscio è
un thriller classico con un intermediario atipico. L'Amleto
contemporaneo non ha il
pentametro giambico del Bardo, ma i commenti sferzanti di
un narratore bambino. L'infida Trudy, infatti, chiacchiera di
cocktail letali – centrifugato di frutta e antigelo, ad esempio – mentre è in dolce attesa. Mancano due settimane al parto. Ma
il feto, nel buio del ventre, ha pensieri precoci
e un udito finissimo. La pancia di sua madre fa da cassa di risonanza. Nonostante i suoi estimatori mi
sconsigliassero di partire da qui, ho deciso di
prendere ugualmente in prestito l'ultimo romanzo di Ian McEwan –
uno dei maggiori autori viventi, forse, ma precisarlo è superfluo.
Imparare a conoscerlo con la riscrittura di un capolavoro. Farsene un'idea, magari sbagliata, con un
esercizio di stile lungo un omicidio efferato, un travaglio e un
altro po'. Pentito, cercavo scuse per
restituirlo intonso al mittente. Finché non le ho cercate nel
romanzo stesso, le scuse, e intrappolato nel guscio del titolo ci sono finito anch'io.
Merito di un nascituro egocentrico, teatrale e dotto, che ragiona di filosofia e decanta vini francesi. Al buio, allena l'immaginazione e aspetta. Come tutti i figli, si angustia per la fine del matrimonio dei genitori (ma ancora prima di imparare a parlare). Ascolta drammi
radiofonici sulla BBC e, senza smentirsi, si professa combattuto tra
l'essere e il non essere. Ironia della sorte: il narratore è
onnisciente, sì, ma impotente. Nessuno lo sente. Non può far altro che scalciare. Sa di essere indesiderato, di stare per nascere in una
famiglia di pazzi. Gli assassini vogliono fuggire con i soldi e
sbarazzarsi di lui. "Veleno" sarà la sua prima parola. Perché
nascere, rischiando di farlo in carcere? Perché non nascere, se non
per godersi il piacere di una vendetta trasversale? La mente, all'inizio, è una tabula rasa? Nel guscio
ci sono le considerazioni sparse, ora meste e ora esilaranti, di un
piccolo uomo già pentito di stare al mondo. McEwan confeziona una tragicommedia originalissima, di interni borghesi e pagine magistrali.
L'effetto è bizzarro, straniante. Il romanzo gira spesso a vuoto,
ambizioso e autocompiaciuto come sospettavo, ma è scritto talmente bene, ma talmente
bene, che non possiamo fargliene una colpa. L'autore è un
fuoriclasse, e lo sa. Lo sapevo anch'io a scatola chiusa, sulla
fiducia, e questo suo esperimento al buio di voci e spettri, di
scelte che pesano, me ne ha dato prevedibilmente conferma. C'è del
marcio in Danimarca – e in Inghilterra. C'è del marcio nel
superare a nuoto il mare del liquido amniotico, nel rompere il
baccello, trovando ad aspettarci a riva tutto il male del mondo.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Massive Attack – Teardrop
Ho
letto Il piccolo principe quando non avevo l'età. Mi ero
lasciato ingannare dalle poche pagine, dalla semplicità delle
illustrazioni e, a otto anni, più o meno, lo avevo messo da parte
senza cerimonie. Cosa voleva dirmi quell'apologo di fiori vanitosi e animali parlanti, pianeti sperduti
e bambini che, trainati da stormi in volo, si spostano nell'aria? Se
lo chiede anche la protagonista senza nome dell'ultima fatica di Mark
Osborne, ideatore di Kung Fu Panda. Il piccolo principe,
infatti, con cui ho inaugurato al meglio un altro anno di cinema, non
è la trasposizione del capolavoro – da me a lungo
incompreso – di Saint-Exupéry. Un po' ideale seguito e un po'
parafrasi a voce alta, parla di una bambina che ha tante cose in
comune con il me di adesso e con quello di dieci, dodici anni fa:
coscienziosa e indipendente, si è addossata i problemi dei genitori
e il fardello delle alte aspettative di una mamma in carriera, che ha
schematizzato le giornate della figlia su una lavagna grossa così. L'amicizia è giusto una parentesi per l'estate che verrà.
Non è estate, quando si trasferisce nel nuovo quartiere
residenziale, e non è l'Aviatore, un vecchio inventore sui generis,
l'amico che le ci vorrebbe. Oppure sì? Le racconta i suoi viaggi per terra e per mare, i suoi
ricordi di gioventù. L'incontro nel Sahara, ad esempio, con un
bambino biondo caduto da un altro pianeta – un completo verde, una
sciarpa soffiata dal vento, un'amata rosa da cui fare ritorno. Un
mondo a cui trovare un senso, a furia di interrogativi. La storia che
tutti noi, grandi e piccoli, almeno una volta abbiamo sentito,
s'intreccia con quella della nuova protagonista, con un domani
tutto da scrivere, e con quella dell'Aviatore – ormai affaticato,
vecchio – che ha i giorni contati. La bambina, a bordo di un
elicottero sgangherato e in compagnia di una volpe di peluche,
scoprirà cos'è stato del bambino del mistero, dopo sessant'anni. I prodigi dell'animazione invecchiano una figura leggendaria, la rendono adulta,
e mostrano, con occhi lucidi e meravigliati, ciò che c'è stato dopo
l'addio. Cancellano il punto fermo, la fine, e ne scrivono un'altra.
Impresa rischiosa, ma portata a termine con rispetto, che mescola due
stili e, a sorpresa, regala immagini di sconfinata bellezza e brividi
a fior di pelle. La sua sensibilità, poco disneyana, adulta, è
inguaribilmente francese, insieme a una colonna sonora che non si
esprime che nella lingua più musicale e carezzevole che c'è. Come
nel tanto osannato Inside Out, ma per me con maggiore coerenza
di fondo, si parla infatti della paura di crescere e di spiccare il
volo. Dell'ansia di dimenticare sé stessi, strada facendo, e le
promesse fatte alle rose e agli amici cari: allora, un'aspirapolvere
risucchia gli acari e le stelle. La vita vissuta in fretta ci ruba il
cielo dalla finestra. L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui –
con tutti i colori immaginabili, una rilettura discreta e, a prestare
le voci, un cast di signori interpreti – si vede chiaro e tondo. (8)
La
prima sessione estiva della mia vita, l'esame di Storia del Teatro
Inglese e, oltre al manuale di base, un paio di tragedie da leggere
in lingua originale. Più paura per l'impresa – acquisire
familiarità con il suono dei versi cinquecenteschi, avvicinarmi alle
opere di Shakespeare come fossero romanzi – che del prof, uomo
sempre sovrappensiero e chiacchierone, ma preparatissimo. All'esame,
qualcosa come il diciotto luglio, mi aveva dato il la per parlare
della blood imagery in Macbeth. Mi aveva chiesto se,
giovane com'ero, avessi mai visto Shining. “Ha presente le
porte dell'ascensore che si aprono sulla hall dell'Overlook, e da cui
si riversano fiumi e fiumi di sangue? La tragedia più breve del
Bardo è così: splatter.” Quattro atti, l'ascesa di un tiranno: da
uomo d'onore, soldato fedele, a usurpatore. Per amore del denaro e di
una donna. Macbeth è un
fulmine. Un temporale. Un lampo che passa in fretta. Un regno corto,
il suo, che poggia sulla solitudine del sovrano, colpe che offuscano il lume della ragione, un potere che reclama altro
potere. Dalla tragedia, la trasposizione
cinematografica del promettente Kurzel prende la natura crepuscolare
e sanguinaria, l'intramontabile musicalità del pentametro giambico.
I traumi di guerra e i fantasmi dei figli morti prima del tempo, uno
spaccato psicologico che sembra scritto l'altro ieri. Ma anche
l'onirico, il fantastico, con le immancabili streghe all'orizzonte e
misteriosi presagi in rima baciata – un bosco che avanzerà per
rovesciare il protagonista dal trono, la giustizia ristabilita da un
uomo non nato da donna. Macbeth, così,è una visione
che non risulterà agevole ai più, ma anche una trasposizione
solenne, asciutta, meticolosa. Filologicamente accurata. Forse troppo? Kurzel ha un cast di fuoriclasse, il Bardo che sceneggia, una
Scozia naturalmente scenografica. Gli manca, pur nella sua attinenza
al canone originale, il guizzo di uno sguardo nuovo; il compromesso
di un linguaggio fiume, ma arginato, tamponato, per la gioia dello
spettatore che ama molto i conflitti ben coreografati e poco
parole d'altri tempi. Una colonna sonora essenziale,
paesaggi accattivanti e, nell'incipit e nell'epilogo, le spade
sguainate, i cieli rossi di una brughiera di rara
magnificenza. La guerra in slow motion. Il pulviscolo e le scintille
controluce. Al centro, tutto lo Shakespeare che c'è: nudo, crudo,
recitato senza scorciatoie. Il linguaggio aulico, i versi
perfettamente scanditi, i cantucci privati – come a teatro – per
monologhi d'importanza capillare. Lì, i personaggi, rosi dal senso
di colpa, possono dialogare con la loro coscienza sporca. Qui, gli
impeccabili protagonista possono dare sprazzi del meglio di sé: la
follia di un delirante Fassbender; l'intensità di una Cotillard da
applausi, che raccomanda al suo bambino di andare a dormire. Ma il
bambino è morto, arso nella prima sequenza, e dalle sue piccole mani
non va via il sangue versato. Lui, selvatico e passionale, con il physique du role e un connaturato carisma. Lei, francese in
terra straniera, particolarmente sorprendente con una Lady Macbeth
dal viso dolce e dalla sensualità glaciale, l'aria perenne da Madonnina
velata e vendicativa. E quanto possono essere belli, padroni e
complici, i due, nello stesso dramma in costume? (7)
David,
accigliato quarantenne, è stato abbandonato dalla moglie. Il suo
mondo, però, non perdona chi è solo e infelice. Nella
Città, fredda e senza nome, non ci sono che coppie allegre, che per
mano tengono allegri bambini. Ha un mese scarso per trovare una
compagna, altrimenti sarà trasformato, come suo fratello prima di
lui, in un animale a scelta. Luogo neutrale per tentare le ultime combinazioni, un
albergo che provvede al destino sentimentale dei suoi ospiti: usciranno di lì o
in coppia, oppure bestie da soma. A unirli tutti, il countdown che li fa tremare e la caccia ai
Solitari che, come ribelli, vivono nel bosco. Meglio la metamorfosi o
la fuga? Meglio, soprattutto, un albergo in cui ci suggeriscono che
dovremmo appaiarci a tutti i costi, o un'anarchia alternativa dove
l'amore – all'interno del gruppo dissidente – va punito affilando
i coltelli? The Lobster, storia romantica contro le
convenzioni, m'ispirava dall'autunno scorso e, a ben vedere, da molto
prima. Premiato a Cannes, è infatti il primo film in lingua inglese
del regista ateniese Yorgos Lanthimos, che mi sono più volte
promesso e ripromesso di vedere – il controverso Kynodontas, ad
esempio, è stato sulla bocca di tanti a lungo -, ma che mi frenava un po'. Ci voleva l'input di qualche attore di
richiamo – un eccezionale Colin Farrell, Rachel Weisz – e un
genere, in questo caso il distopico, che mi è familiare leggendo.
L'autore greco, che strizza l'occhio a Kubrick e ricorda il cinema rigoroso di Haneke, architetta un futuro che è
sinistro, grottesco, alienante. Turba per la violenza insensata su
uomini e animali, i meccanismi schematici, pensieri che puntellano le coscienze. A una prima parte orginalissima e
tragicomica, ne segue un'altra meno riuscita senz'altro, in cui ogni cosa è allegoria. Io ci penso ancora
adesso a una parafrasi, a come sciogliere i periodi e i nodi
intricati. Potrei pensarci qualche giorno ancora, ma qualcosa sfuggirebbe. E non è un male. The Lobster,
tentativo di fuga di un'aragagosta prigioniera di un acquario grande,
in realtà, quanto il mondo, intenerisce, diverte e disgusta. La malinconia fa paura,
il solitario fa pietà; ci si omologa tutti all'amore, scambiandolo
per illusoria gioia. Si ricercano le cose in comune – sui siti
d'incontri c'è chi si piglia perché ama le passeggiate sulla
spiaggia, in The Lobster chi ha l'epistassi o la miopia,
sintomo vero di affinità elettive – e ci si soffia fumo negli
occhi a turno, per non capire quanto contro natura sia l'amore, se
forzato o condannato, e su quanta pochezza si regga l'idea dell'anima gemella. La solitudine è un diritto, non una colpa. (7,5)
In
un periodo complicato come questo, lo scorso gennaio, avevo trovato
serenità e sorrisi nei programmi culinari in tivù. Ho scoperto infatti che cucinare mi piace e mi rilassa. Ma se mancano il tempo e la fantasia, meglio mettersi comodi e lasciare che chi sa il fatto suo
si metta all'opera. Metteteci un
montaggio forsennato, sfide settimanali e scenate teatrali. In cucina
l'inferno, in sala neanche un tovagliolo fuori posto. Se certe cose
funzionano sul piccolo schermo, perché non al cinema? Dopo il linguaggio colorito e
gli scatti di ira di Gordon Ramsey – e, spostandoci al jazz,
Whiplash – ci volevano adesso uno chef rockstar, una cucina piena zeppa di stelle, la
direzione del produttore di Shameless. Adam Jones, bello e dannato, è una
firma nota della gastronomia, in rehab e in fuga dai debiti. A Londra, in cerca di una terza stella Michelin, si imbatte
in vecchi rivali e in un ambiente ribelle. Lancia piatti e padelle, insulta tutti, spezza il cuore della
sua promettente sous chef e quello di un maitre spagnolo innamorato
perso di lui. In cerca, sempre, della ricetta per
ricominciare. Qual è Il sapore del successo?
Burnt, diretto da John
Wells, è una commedia ai fornelli che punta su ritmi veloci,
interpretazioni maiuscole, cene da gourmet. Un bravissimo Bradley
Cooper può gigioneggiare alla grande,
parlare un fluente francese e regalare l'ennesima prova degna di
nota, con il personaggio di un professionista arrogante,
spregiudicato, bellicoso. Insieme a lui, la romantica Sienna Miller e Daniel Bruhl sono gli unici che non devono fare
la fila per mangiare da re e catturare l'attenzione della macchina da
presa – il cast, infatti, affollato, comprende il nostro
Scamarcio, Omar Sy, Emma Thompson e, in quelli che sono poco più che
cameo, la Thurman e la splendida Alicia Vikander. Burnt ti
prende per il naso e la gola, rapido e brillante,
sebbene ci si aspettasse qualcosa di più. Una scrittura più
mordace e un mix senza grumi. Ma restano l'armonia, le passioni non
corrisposte, il rumore sinfonico di piatti e stoviglie, i colori
basici e gli accenti variegati. L'orchestrazione di un Cooper antipatico ma mattatore, che ha gioco
facile nell'affascinare lo spettatore e nel dare ordini.
Tant'è. Io non ho rinunciato al mio posto a sedere prima del dessert.
(6,5)
David
Lipsky, modesto romanziere e articolista per il Rolling Stones, è
indispettito. Il suo ultimo romanzo è passato inosservato. A
monopolizzare le attenzioni, Infinite Jest. Un volume immenso,
di mille e passa pagine, firmato da uno spiantato trentenne che la
critica, all'unanimità, ritiene il moderno Zola. Decidere di
intervistarlo, dunque, per curiosità e un po' di sano opportunismo:
capire, così, i segreti, le ambizioni e i dolori del compianto David
Foster Wallace, morto suicida, prima del suo estremo mal di vivere.
Ci sono due David che viaggiano nella stessa macchina perciò: uno
guida, l'altro fa domande su domande. Fumano, bevono Coca Cola,
mangiano cibo spazzatura. Uno cerca la notizia e l'altro un migliore
amico, in un viaggio promozionale che dura poco – tre giorni appena
– e che diventa il biopic che
non ti aspettavi sullo scrittore che non conoscevi. L'occhio
inguaribile del cinema indie, i dialoghi brillanti e sinceri, nessun
momento studiato per fare breccia. Eppure The end of the tour,
commedia dai risvolti inevitabilmente malinconici, arriva al
cuore e, nell'andare via, lascia qualcosa in pegno. Retto da due
ottimi protagonisti, il film di James Ponsoldt – già premiato al
Sundance per l'incolore The Spectacular Now – è la breve
storia di un'amicizia al maschile, che parte dall'invidia e arriva
alla scoperta del profondo di un gigante buono, con la casa piena di
cani e psicofarmaci e l'inseparabile bandana, usata a mo' di coperta
di Linus. Sul finire si è indecisi tra la stretta di mano e
l'abbraccio, visibilmente toccati. Segel, familiare volto del piccolo
schermo, è (in)credibile senza sforzi visibili o eccessi; l'antipatico Eisenberg,
invece, interpreta il solito e antipatico Eisenberg, anche se il suo sguardo –
nella sequenza al cinema, per esempio – coincide con quello dello
spettatore medio. Intenerito, affascinato, interessato: come me
mentre leggevo On Writing. Capito, no? Dopo The end of the
tour, ben interpretato, sensibile e a modo suo divertente,
prometto che non mi lascerò intimorire dalla mole e dalla
fama del leggendario Infinite Jest. Voglio leggerlo entro
l'anno: è tra i miei buoni propositi. Così la whishlist si allunga,
e a quella dei film belli e sconosciuti si va ad aggiungere invece un altro significativo tassello. (7,5)