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sabato 30 gennaio 2021

Recensione: La saga di Vigdis, di Sigrid Undset

| La saga di Vidgis, di Sigrid Undset. Utopia, € 18, pp. 170 |

Ho finito di leggere questo romanzo durante la mia supplenza in quinta liceo. I ragazzi stavano facendo il compito di latino. Terminando La saga di Vigdis, opera di un'autrice Premio Nobel per la Letteratura nel 1928, ho pensato proprio ai banchi di scuola. All'ora di epica negli anni del ginnasio. Alla letteratura latina e greca del liceo. Quando in poco spazio – quello esiguo di una versione, quello di una melodiosa strofa in endecasillabi – erano condensati mondi interi, lunghe avventure per terra e per mare. Questo succede anche nell'ultima pubblicazione Utopia, precedentemente arrivata in libreria con Iperborea. Una storia d'onore e vendetta, d'amore e morte, che si dipana nell'arco di un ventennio di lotte ma che su carta dura 170 pagine appena. I capitoli sono snelli; lo stile di Sigrid Undset è semplice e immediato; il linguaggio – fatto di epiteti infraintendibili e attributi altisonanti – ricorda le particolarità dei racconti tramandati a voce. Della narrativa orale, però, il romanzo presenza anche i limiti: alcuni episodi appaiono dettagliatissimi, altri vengono riassunti sbrigativamente; alcune digressioni lasciano spazio a canzoni e miti popolari, a discapito poi di eventi condensati con furia.

Ora sono come un uccello che si dibatte a terra con le ali spezzate. Non può più allontanarsi da dove è caduto e non può vedere più in là del sangue che ha versato. Se cerco di ricordare il passato, mi viene in mente solo il presente. Se ripenso al tempo in cui ero allegra e spensierata, mi sembra solo una premessa per questa fine.

Ambientato tra Islanda e Norvegia, finestra su una cultura lontanissima dalla nostra, il romanzo si è rivelato un'appassionante gita fuori porta. Anziché intimorirmi – per via dei nomi di battesimo impronunciabili, dei luoghi remoti da ricercare uno a uno sull'atlante per meglio orientarmi –, mi ha affascinato dall'inizio alla fine. Oltre le colonne d'Ercole dei miei limiti, lì dove le leggende pagane abbracciano quelle cattoliche, ho letto del colpo di fulmine tra i protagonisti. Ljot, mercante ospite di un fattore, s'innamora della figlia di quest'ultimo: lei ricambia. Ma, ingelosito dalle voci di un presunto tradimento, fa propria la giovane on la forza. Sedotta e violentata, abbandonata nell'onta, Vigdis partorisce un figlio che cresce al suon di botte e rancori. Agli antipodi della barricata, i protagonisti vivono soltanto per rincontrarsi e per riaffrontarsi faccia a faccia. Sono furenti. Sono stati traditi. Nonostante tutto, a modo loro, restano innamorati.

Ma io amo la voglia scura che l'altra aveva tra i seni più di tutta la bellezza di Leikny. E amai di più lei quando mi colpì alla gola col suo coltello di quanto ami Leikny quando mi getta le braccia al collo. Ero meno infelice quando erravo d'inverno sulle montagne di Dovre pensando alla sua maledizione di quanto non lo sia quando torno a Skomedal e so che Leikny mi accoglierà con parole affettuose sulla porta di casa. Preferirei essere dilaniato dagli artigli di un orso bianco che saperla fra le braccia di Kare.

Divorato dal senso di colpa per lo stupro, Ljot è un'anima in pena incapace di perdonare sé stesso: ai successi professionali corrispondono le sciagure private; il suo matrimonio è avvelenato dai dissapori e la sua prole perseguitata dalla sfortuna. Reduce da peregrinazioni disperate, in fuga da una casa in fiamme, Vigdis diventa invece una novella Penelope capace di mediare tra pretendenti e usurpatori: donna di straordinaria resilienza, dispone alleanze; temporeggia; si affranca dichiarandosi padrona del proprio destino. Entrambi immorali, benché nobili d'animo, i protagonisti alimentano le braci di un sentimento sfuggente, viscerale, che nasconde ancora un'ultima scintilla. Sono concessi ritorni di fiamma, però, nell'epica brutale dell'autrice? Tra duelli, diaspore e travestimenti, La saga di Vigdis è una storia d'altri tempi. La cronaca di un amore lungo una vita e una vendetta, che a sorpresa apparirà più moderna del previsto nell'era televisiva di Game of Thrones. È un ritorno sui banchi di scuola, all'ora di epica. Questa volta, per appassionarsi a pulsioni ataviche e a moti femministi ante-litteram, non servirà la parafrasi.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Enya - Only Time 

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

| Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax. 
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

mercoledì 14 giugno 2017

Recensione: Il racconto dell'ancella, di Margaret Atwood

Io sono. Ancora.

Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Editore: Ponte alle Grazie
Numero di pagine: 400
Prezzo: € 16,80
Sinossi: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...

                                       La recensione
Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Ho aspettato a lungo il ritorno in libreria del Racconto dell'ancella. Un romanzo distopico, profetico e disturbante, che sembra stato scritto l'altro giorno nonostante i suoi tre decenni – Margaret Atwood, candidata più volte al Premio Nobel, ci lavorava su durante gli anni dell'Aids e dei morti come mosche. La ristampa ha una fascetta verde: dal romanzo, strilla, è stata tratta la fortunata serie tv. Potrei fingere di averla vista per intero, ma mi mancano la metà degli episodi. La visione turba a tal punto da non tentarmi con l'idea di una maratona. Mettersi in pari, allora, e parlarne in un unico post? Ho deciso, alla fine, che recupererò quel che resta di The Handmaid's Tale senza fretta, poco a poco. Sapendo che non sarà cosa rapida e indolore. Della serie Hulu, nell'attesa, ho visto però quel tanto che basta per darsi ai confronti. Ci sono scene a cui ripenso. Pensieri che mi sorprendono così, all'improvviso, mentre mi dedico a tutt'altro. Conoscevo i personaggi e le regole di questo spaventoso regime totalitario, le adunanze e le cacce alle streghe, ancora prima dell'intercessione dell'autrice. In un futuro che è già qui, sintesi implacabile del peggio di cui il genere umano è capace, gli Stati Uniti hanno smesso di esistere. Non c'è stata nessuna apocalisse. Non immaginate colonne di fumo e detriti, uno scenario da film di fantascienza. L'instaurazione della Repubblica di Galaad – rimedio forzato a una libertà bacchica, a confine con l'anarchia – è stata rapida come un colpo di stato. Uno di quegli avvenimenti epocali di cui non capisci il peso, mentre lo stai vivendo. Gli uomini sono tori da monta e le donne, peccatrici destinate a partorire con dolore, carne da macello. Camminano in fila indiana, due alla volta, annunciate dal frusciare dei vestiti e dai bisbigli delle bocche. A quelle madonnine inquietanti, abusate e vendicative, spetta la continuità della razza in un universo minacciato dalla sterilità. Il parto è un evento da celebrare in pompa magna, l'omicidio politico un deterrente. Sulla via del supermercato, il paniere sotto braccio, c'è infatti il Muro. I preti, i medici e i gay penzolano come ballerini. Coloro che si sono ribellati difendendo a spada tratta Dio, l'aborto e l'amore hanno meritato il cappio al collo. 


Per il Paradiso abbiamo bisogno di Te. L'Inferno ce lo possiamo fare da soli.

Le Ancelle sfilano impassibili e inespressive, sotto il velo da suore in rosso. Senza lacci delle scarpe e senza identità, al bando i libri, proibito l'orgoglio. La protagonista non fa eccezione: indossa un sorriso d'ordinanza su una maschera di cera, ma nel petto ha una voce che esplode forte – l'unico segreto, l'unica arma che le resta. Quale effetto sortisce Il racconto dell'ancella un paio di generazioni dopo? Cosa colpisce, venuto meno l'effetto sorpresa – la serie si sofferma sulle violenze fisiche, approfondisce personaggi e temi qui marginali (il supplizio inflitto all'omosessuale Diglen, ad esempio: una Alexis Bledel da rieducare) – e sperimentata sul piccolo schermo parte della ferocia di Galaad? L'ode a ciò che sopravvive, l'eleganza con cui la Atwood invecchia. Difred, privata del nome e ribattezzata con un patronimico, è la schiava sessuale del Comandante e di sua moglie, Serena. Narratrice vezzosa e puntuale, nella scorsa vita è stata un'amante, una madre e un'amica. Possiede tube di Falloppio funzionanti e un'anima sarcastica. Non dà soddisfazioni. Tra sé e sé è la protagonista, non una vittima sacrificale. Disobbedisce rubando pezzi di burro da usare sul viso e sulle mani, in mancanza della crema idratante: sempre attenta alla propria femminilità; agli sguardi lunghi dell'autista Nick o dei Custodi di guardia, armati di mitraglia; alle lusinghe di un Comandante che, nelle partite clandestine a Scarabeo, sembra trattarla come sua pari. A gambe all'aria Difred fissa il soffitto o la finestra affacciata sul giardino, i tulipani che sbocciano a primavera: liquida con poco il sesso – parla di fottere, mai di stupro – e in quei minuti ripensa agli amici e agli affetti, a una mamma single che non si è piegata. 


Nolite te bastardes carborundorum. 

Scrive come se li avesse in pugno, tutti, o ci fosse la speranza reale di scappare in Canada. Al di là del confine. Lei, prepotentemente, nel Racconto dell'ancella diventa misura di ogni cosa. Tutto è provvisorio – la stanza minuscola nella villa dei padroni, la fertilità delle sue ovaie, un Dio che non presta ascolto –, ma tra queste pagine è padrona di casa e di se stessa. Purtroppo, non del proprio destino. La dignità di Difred rifugge il patos e il pietismo, cerca l'asciuttezza, ma non per questo fa meno male. Il presente è raccontato in presa diretta, squallido e arido com'è; il passato è trasformato in poesia. Per non farsi schiacciare dai bastardi. Per non dimenticarsi. Il racconto dell'ancella è la testimonianza diretta, mutila, di una giovane donna che non sa se metterà al mondo un figlio e se sopravviverà. Una Anna Frank del futuro che ti racconta la vita giorno per giorno, la nostalgia dei periodi migliori – pensiero fisso, oltre i paraocchi della cuffietta bianca –, e domani chi lo sa. La sua ribellione è elaborare. Una confessione a cuore aperto, una rivincita, la testimonianza di un'epoca che non c'è – o forse sì.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Tit It Happens To You