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sabato 12 ottobre 2019

Recensione: I testamenti, di Margaret Atwood

| I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18, pp. 502 |

Sono passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche, che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua prosecuzione ufficiale. La domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è preferibile essere al pari con la programmazione della serie con Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga restituita alla famiglia del Capitano? 

La storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa. 

In una comunità in gran fermento, erosa all’interno da scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza dagli eventi del primo capitolo le voci di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari, nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato come giudice e descrizioni della routine ad Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business della fuga costituiscono ormai la norma. In biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen, Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese: sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’ hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati? 

Piansi? Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva, vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel frattempo, ma ci riuscirò.

Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio. Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo, infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica, meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni, pare, per svelarci l’ovvio.  Prevedibilmente, il prosieguo della storia patisce una pianificazione a tavolino. Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Unstoppable 

mercoledì 28 agosto 2019

I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)

Brutta bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei sogni segreti, dalla visione di Euphoria in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream, quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito, toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e scandaloso, Euphoria non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile, torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla – ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore – ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato, della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un malessere nascosto. Ne subiremo le amare conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul ciglio del burrone. (8)

Tre anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate, in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con la programmazione americana né di badare all’intensità ormai assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più, invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi. Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa franca.  Qualcuno punta al Canada, pretendendo diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere. L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al cambiamento sociale, trasformandosi in una Che Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio – ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza, qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo la bella stagione, il suddetto frutto si rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)

Viene dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate. Come vendere droga online (in fretta) aveva tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto, approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad, un po' di Smetto quando voglio e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista, foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama – che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di dipendenza. (5,5)

sabato 14 luglio 2018

I ♥ Telefilm | The Handmaid's Tale - Stagione 2

Tremate, tremate, le ancelle son tornate. Quanta strada hanno percorso, da dietro i paraocchi della loro inquietante tonaca rossa. Quanti consensi hanno mietuto, imponendosi nella stagione dei premi e in cima al meglio della scorsa annata. Si aveva sinceramente paura, dopo un ciclo di episodi perfetti, di scoprire quale sarebbe stato il passo successivo; come sarebbe stato, staccarsi dalla mano di una Margaret Atwood che ormai aveva finito il suo lavoro lì – il finale della prima stagione corrisponde infatti al finale del romanzo: dunque cosa inventarsi dopo? C'era tutto un mondo da scoprire, e l'impiego della prima persona ne limitava di molto fra le pagine gli scorci, i punti di vista, le vedute panoramiche. C'era da domandarci cosa sarebbe stato della tribolata protagonista dopo quell'ultimo sguardo in camera, all'indomani della fuga. Ci aspettavamo la rivalsa, per quanto banale potesse suonare; la ribellione. La disobbedienza di June, nella serie televisiva che avuto il buon cuore di regalarle un nome di battesimo, purtroppo dura poco: giusto il tempo di pentirsene, di piegarsi. Riposta la sua luciferina aria di sfida, di ritorno a casa Waterford, diventa Offred. Stanca di fare del male agli altri per colpa dell'egoismo di chi si è scoperta intoccabile, galeotta la pancia miracolosa che cresce e cresce. Stanca di scalpitare. Sembra vinta, a tratti, e dire che in chiusura avevamo fantasticato sulla sconfitta dei bastardi. La fuga, poi il ritorno. Le Colonie, poi il ritorno. La ribellione, poi, complice il senso di colpa, sempre e comunque il ritorno. Il fuori resta perciò poco esplorato. Le sollevazioni grandi e piccole non sono che tappe che riportano con violenza aggiunta allo status quo. Ancora meno agevole, ancora più provante che in passato, si ha l'impressione che ci sia troppo in soli tre episodi aggiuntivi che fanno la differenza, che pesano sulla bilancia. I piatti, così, sono meno in equilibrio. Oscillano sotto un peso che quest'anno non conosce nemmeno la tendenza a sdrammatizzare della voce off; l'ironia o il lirismo della colonna sonora rock 'n roll. Una volta pesavano ogni sopruso, ogni abuso, ogni perdita. Adesso si perde il conto dei cambi di ruolo e di umore di una Elisabeth Moss non così amabile; il numero dei tentati suicidi in nome della disperazione, dei falsi allarmi della gravidanza, dei personaggi introdotti e mai più rivisti, di Colonie sbirciate (con tanto di cameo della rediviva Marisa Tomei, a proposito di personaggi inutilizzati) ma alla fine inservibili a livello narrativo. Mancano all'appello i parenti, i mariti, le amiche che ce l'hanno fatta a raggiungere il confine canadese. Gli autentici momenti da brivido, le scene madri, se tutto ambisce invano a restare impresso – sulla pelle d'oca, nel Gotha della TV. Il ritorno di The Handmaid's Tale è ad ampio respiro, e forse per questo più romanzesco, più dispersivo, con sceneggiatori indecisi su quali dettagli o emozioni concentrarsi davvero. Arriva sempre forte, ma purtroppo meno chiaramente. Per le interferenze di storyline senza sbocchi e, tocca ammetterlo, di immani aspettative. Qualcosa cambia in positivo, a ben vedere, dall'ottavo episodio in avanti. Merito della lenta metamoforfosi di una Yvonne Strahovski da Emmy, combattuta fra la fedeltà alla Repubblica e la solidarietà femminile, fra orgoglio e sottomissione (è proprio lei a impugnare una penna rossa, infatti, e a porgerla a Offred, chiamandola finalmente June); delle sfide di una Bledel che non si spezza e della maternità dell'instabile Brewer, che mi ha commosso con una tenerezza che qualche volta guarisce; della fragile e crudele Eden, andata in moglie all'autista Nick, con un falso bigottismo a nascondere tutto l'avventato ardore dei suoi quindici anni. Le ancelle – non soltanto bestie da monta ma anche vacche da latte, in caso il Signore abbia fatto schiudere il loro frutto benedetto – si scambiano i nomi sottovoce. E ammettono fra le proprie fila quest'anno non soltanto il rosso, ma anche il blu, colore delle mogli trofeo di Galaad. Tutte insieme, allora, se vanno in schieramenti compatti e ordinati oltre il punto fermo messo trent'anni fa da una profetica Margaret Atwood. Ma a malincuore non riescono né a superarlo, né a superarsi. (7)

venerdì 29 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le serie TV


10. Fargo  Stagione I
La scoperta tardiva di un cult che si fa a puntate. Tracce permanenti di grandi interpretazioni, black humour e sangue arterioso. Nel bianco della neve. Nella memoria.

9. Big Mouth
Il risveglio degli ormoni e l'esplorazione del corpo proprio e altrui, del porno, delle insidie delle scuole medie. Il sesso, in un cartone animato con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura, su Netflix, volano altissimi. Da lassù, probabilmente ti stranno mostrando il dito medio.

8. The Marvelous Mrs. Maisel
Colori pastello, dialoghi irresistibili e una progonista meravigliosa proprio come da titolo. Scoprire se stessi, e un'inspettata vena comica, dopo un cuore spezzato. Scoprire, se in cerca di un gioiello dell'ultimo minuto, che i coniugi Palladino non sono soltato vecchie repliche su Italia Uno, Rory e Lorelai.

7. Sense8 |  Stagione II
Un girotondo a prova di misantropo. E, finché ti trasmetterà questa armonia, ti sentirai in pace con un mondo più bello, più vario, più possibile.

6. This is us
A cavallo tra una prima stagione meravigliosa e una seconda che ingrana a fatica, riconciliarmi – grazie alla famiglia Pearson – con le emozioni, e le lacrime, che non sentivo più sulla faccia.

5. Feud – Bette and Joan
La storia dei dissapori tra la Crawford e la Davis affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione, un po' seduta spiritica mascherata a festa.

4. Master of None |  I-II
Uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora.

3. Big Little Lies
Non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di sangue, eppure sa risultare esilarante. La commedia nera con le amiche da chick lit si affaccia sul lato oscuro della mezza età e della vita di provincia.

2. BoJack Horseman | I-IV
L'esame di coscienza di una persona in crisi di identità che si sente male da sola e peggio in compagnia. Identica a me, nel percepirsi un collezionista di sbagli: mai abbastanza. Ah, sì. Si parla in realtà di un cavallo un po' patetico, un attore decaduto, che indossa Converse rosse e un pigiama con le mele.

1. The Handmaid's Tale
L'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. La fantascienza che non sembra invenzione. Trionfano la nausea, la riflessione, l'urgenza, Elisabeth Moss. Perdono i bastardi. 

lunedì 26 giugno 2017

I ♥ Telefilm: The Handmaid's Tale - Il racconto dell'ancella

Gli Stati Uniti in cocci. L'avvento di una società patriarcale, teocratica, contro la dissoluzione della nostra epoca e le nascite in calo. Se avevi potere, ora ne hai di più. Se avevi una salute di ferro, ora sei una bambola nelle loro mani. Le donne del futuro si dividono tra mogli trofeo, sguattere, giumente da riproduzione. Gli uomini, invece, tutti padroni e soldati. Il mondo di The Handmaid's Tale ha la freddezza di di Von Trier e i costumi di The Village. Prima pietra miliare di un'autrice in lizza per il Nobel, poi pare poco memorabile film con Natasha Richardson, ha ceduto quest'anno a un piccolo schermo mai tanto grande. All'altezza della sua fama, Il racconto dell'ancella era su carta un distopico attualissimo e scritto con eleganza. Il pregio, ma anche il suo più grande limite: Difred, protagonista tenuta in cattività, dell'inquietante Galaad raccontava il poco che riusciva a scorgere oltre la sua cuffia inamidata. La serie Hulu si ispira fedelmente al romanzo. Gli si allinea e lo supera, a un passo dalla fine. Le trasposizioni di solito sono una riduzione: il film è bello, recita infatti il luogo comune, ma il romanzo è meglio. Il luogo comune, come me, non conosceva il talento di Elisabeth Moss: scoperta clamorosa dai sorrisi spigolosi e gli occhi lucenti; schiava sessuale che tra sé e sé, come rimarca la dissacrante voce off, è in realtà una ribelle. Il luogo comune non immaginava che il Comandante e sua moglie, impersonati dal recidivo Fiennes e una sorprendente Yvonne Strahovski, non somigliassero a due viscidi coniugi in là con gli anni: il fatto che siano entrambi affascinanti padroni di casa, il fatto che Serena debba dividere il marito con una donna meno attraente o intraprendente di lei, contribuisce a sottolinearle l'umanità – nonostante ricoprano il ruolo dei carcerieri – e a rendere più ambiguo il loro triangolo. In dieci episodi che non resteranno tali si indagano a fondo i meccanismi della Repubblica. La serie mostra da punti di vista speculari le origini della distopia; come alcune donne abbiano ricoperto un ruolo centrale perfino nel loro stesso annientamento. Rivela il passato e il futuro di personaggi secondari, inseriti tra le pagine come semplici comparse (la sofferenti Alexis Bledel e Madeline Brewer su tutte, passando per i mariti dati per dispersi e gli autisti che rendono il sesso un'altra cosa). Spiega quello che c'è fuori, oltre il confine canadese. Trent'anni dopo si ha più coraggio nel mostrare i corpi penzolanti, i muri incrostati di sangue rappreso, le percosse con i pungoli elettrici, l'abominio agghiacciante delle mutilazioni genitali. The Handmaid's Tale non ci mette enfasi, e quello destabilizza. Mostra la violenza senza eccedere, con piani sequenza implacabili e atmosfere ovattate – tende vaporose e merletti, salotti inondati di luce naturale. Trent'anni dopo si hanno coraggio in quantità, debiti accorgimenti da prendere, ennesime testimonianze del peggio di cui siamo capaci – l'allarme femminicidio, Donald Trump, il fondamentalismo religioso, gli omossessuali seviziati in Cecenia. Trent'anni dopo, l'arrivo di una fantascienza che non sembra invenzione restituisce a Difred finalmente il nome. Le ancelle avanzano in blocco, indistinguibili: le divise le hanno rese soldati e Feeling Good, in sottofondo, annuncia l'alba di un altro giorno. Trionfano allora la nausea, la riflessione, l'urgenza. Sì, perdono i bastardi. (8,5)

mercoledì 14 giugno 2017

Recensione: Il racconto dell'ancella, di Margaret Atwood

Io sono. Ancora.

Titolo: Il racconto dell'ancella
Autrice: Margaret Atwood
Editore: Ponte alle Grazie
Numero di pagine: 400
Prezzo: € 16,80
Sinossi: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Le poche donne in grado di avere figli, le "ancelle", sono costrette alla procreazione coatta, mentre le altre sono ridotte in schiavitù. Della donna che non ha più nome e ora si chiama Difred, cioè "di Fred", il suo padrone, sappiamo che vive nella Repubblica di Gilead, e che può allontanarsi dalla casa del padrone solo una volta al mese, per andare al mercato. Le merci non sono contrassegnate dai nomi, ma solo da figure, perché alle donne non è più permesso leggere. Apparentemente rassegnata al suo destino, Difred prega di restare incinta, unica speranza di salvezza; ma non ha del tutto perso i ricordi di "prima"...

                                       La recensione
Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista. Racconto, dunque tu esisti.

Ho aspettato a lungo il ritorno in libreria del Racconto dell'ancella. Un romanzo distopico, profetico e disturbante, che sembra stato scritto l'altro giorno nonostante i suoi tre decenni – Margaret Atwood, candidata più volte al Premio Nobel, ci lavorava su durante gli anni dell'Aids e dei morti come mosche. La ristampa ha una fascetta verde: dal romanzo, strilla, è stata tratta la fortunata serie tv. Potrei fingere di averla vista per intero, ma mi mancano la metà degli episodi. La visione turba a tal punto da non tentarmi con l'idea di una maratona. Mettersi in pari, allora, e parlarne in un unico post? Ho deciso, alla fine, che recupererò quel che resta di The Handmaid's Tale senza fretta, poco a poco. Sapendo che non sarà cosa rapida e indolore. Della serie Hulu, nell'attesa, ho visto però quel tanto che basta per darsi ai confronti. Ci sono scene a cui ripenso. Pensieri che mi sorprendono così, all'improvviso, mentre mi dedico a tutt'altro. Conoscevo i personaggi e le regole di questo spaventoso regime totalitario, le adunanze e le cacce alle streghe, ancora prima dell'intercessione dell'autrice. In un futuro che è già qui, sintesi implacabile del peggio di cui il genere umano è capace, gli Stati Uniti hanno smesso di esistere. Non c'è stata nessuna apocalisse. Non immaginate colonne di fumo e detriti, uno scenario da film di fantascienza. L'instaurazione della Repubblica di Galaad – rimedio forzato a una libertà bacchica, a confine con l'anarchia – è stata rapida come un colpo di stato. Uno di quegli avvenimenti epocali di cui non capisci il peso, mentre lo stai vivendo. Gli uomini sono tori da monta e le donne, peccatrici destinate a partorire con dolore, carne da macello. Camminano in fila indiana, due alla volta, annunciate dal frusciare dei vestiti e dai bisbigli delle bocche. A quelle madonnine inquietanti, abusate e vendicative, spetta la continuità della razza in un universo minacciato dalla sterilità. Il parto è un evento da celebrare in pompa magna, l'omicidio politico un deterrente. Sulla via del supermercato, il paniere sotto braccio, c'è infatti il Muro. I preti, i medici e i gay penzolano come ballerini. Coloro che si sono ribellati difendendo a spada tratta Dio, l'aborto e l'amore hanno meritato il cappio al collo. 


Per il Paradiso abbiamo bisogno di Te. L'Inferno ce lo possiamo fare da soli.

Le Ancelle sfilano impassibili e inespressive, sotto il velo da suore in rosso. Senza lacci delle scarpe e senza identità, al bando i libri, proibito l'orgoglio. La protagonista non fa eccezione: indossa un sorriso d'ordinanza su una maschera di cera, ma nel petto ha una voce che esplode forte – l'unico segreto, l'unica arma che le resta. Quale effetto sortisce Il racconto dell'ancella un paio di generazioni dopo? Cosa colpisce, venuto meno l'effetto sorpresa – la serie si sofferma sulle violenze fisiche, approfondisce personaggi e temi qui marginali (il supplizio inflitto all'omosessuale Diglen, ad esempio: una Alexis Bledel da rieducare) – e sperimentata sul piccolo schermo parte della ferocia di Galaad? L'ode a ciò che sopravvive, l'eleganza con cui la Atwood invecchia. Difred, privata del nome e ribattezzata con un patronimico, è la schiava sessuale del Comandante e di sua moglie, Serena. Narratrice vezzosa e puntuale, nella scorsa vita è stata un'amante, una madre e un'amica. Possiede tube di Falloppio funzionanti e un'anima sarcastica. Non dà soddisfazioni. Tra sé e sé è la protagonista, non una vittima sacrificale. Disobbedisce rubando pezzi di burro da usare sul viso e sulle mani, in mancanza della crema idratante: sempre attenta alla propria femminilità; agli sguardi lunghi dell'autista Nick o dei Custodi di guardia, armati di mitraglia; alle lusinghe di un Comandante che, nelle partite clandestine a Scarabeo, sembra trattarla come sua pari. A gambe all'aria Difred fissa il soffitto o la finestra affacciata sul giardino, i tulipani che sbocciano a primavera: liquida con poco il sesso – parla di fottere, mai di stupro – e in quei minuti ripensa agli amici e agli affetti, a una mamma single che non si è piegata. 


Nolite te bastardes carborundorum. 

Scrive come se li avesse in pugno, tutti, o ci fosse la speranza reale di scappare in Canada. Al di là del confine. Lei, prepotentemente, nel Racconto dell'ancella diventa misura di ogni cosa. Tutto è provvisorio – la stanza minuscola nella villa dei padroni, la fertilità delle sue ovaie, un Dio che non presta ascolto –, ma tra queste pagine è padrona di casa e di se stessa. Purtroppo, non del proprio destino. La dignità di Difred rifugge il patos e il pietismo, cerca l'asciuttezza, ma non per questo fa meno male. Il presente è raccontato in presa diretta, squallido e arido com'è; il passato è trasformato in poesia. Per non farsi schiacciare dai bastardi. Per non dimenticarsi. Il racconto dell'ancella è la testimonianza diretta, mutila, di una giovane donna che non sa se metterà al mondo un figlio e se sopravviverà. Una Anna Frank del futuro che ti racconta la vita giorno per giorno, la nostalgia dei periodi migliori – pensiero fisso, oltre i paraocchi della cuffietta bianca –, e domani chi lo sa. La sua ribellione è elaborare. Una confessione a cuore aperto, una rivincita, la testimonianza di un'epoca che non c'è – o forse sì.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Tit It Happens To You