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venerdì 1 marzo 2024

Recensione: Estranei - All of Us Strangers, di Taichi Yamada

| Estranei, di Taichi Yamada. Nord, € 16, pp. 216 |

Uno sceneggiatore in crisi sentimentale e creativa, pessimo nel gestire i rapporti interpersonali – in particolare con le moglie, fidanzatasi nel frattempo con il migliore amico, e con il figlio universitario –, sperimenta gli scherzi delle solitudine nel torrido agosto di Tokyo. La città, calda e trafficata, sembra essersi svuotata. Il condominio di cui occupa un appartamento al settimo piano, stipato di uffici, si spopola al calare della sera. Siamo in un romanzo giapponese degli anni Ottanta, a cui l'omonimo di Andrew Haigh (al cinema da ieri) si è soltanto liberamente ispirato. Siamo in una storia di fantasmi, a tratti sorprendentemente horror, in cui la soglia tra vivi e morti sa farsi labile. Il giorno del compleanno del protagonista coincide con una festività buddista chiamata O-bon: una ricorrenza in cui, un po' come il due novembre, si è soliti celebrare i propri defunti. E parlarci? Tornato a quarant'anni di distanza nel quartiere in cui è cresciuto, ormai zeppo di cinema dismessi e lotti abbandonati, il protagonista è ospite di una giovane coppia: dopo un pomeriggio passato a bere birra e whisky, si congeda da loro e, sul taxi del ritorno, piange di malinconia. L'uomo e la donna sono i suoi genitori, morti quando lui aveva dodici anni appena. È la fantasia del protagonista ad animarli, o c'è qualcosa di soprannaturale in atto? Una forza mortifera che minaccia di strapparlo alla realtà, all'insegna di un passato idealizzato in cui può atteggiarsi a figlio devoto?

Non sparire, adesso.

Considerato un maestro del genere in patria, Yamada punta tutto sulla fascinazione delle atmosfere e su una scrittura lineare, ma capace di sensazioni ambigue. Vietato aspettarsi lo stesso struggimento del film omonimo, che già con il trailer ci ha miseramente ridotti in lacrime. Resta, tuttavia, una profonda tenerezza nel figurarsi il protagonista bearsi delle mille premure dei familiare; godersi la quieta gioia mai sperimentata da bambino. Ma qui ci si domanda costantemente: i genitori redivivi sono spiriti benevoli o demoni sanguinari? In un limbo su misura dove l'immaginazione viene preferita alla realtà, l'ossessione per i morti rischierà di allontanarlo da Kei: una vicina di casa segnata da profonde cicatrici che, come nel mito di Amore e Psiche, domanda di non essere osservata alla luce dell'abat-jour. Fiaba cupa e minimalista sulle leggi imperscrutabili dell'aldilà, la controparte letteraria di Estranei è come un lungo corridoio angusto. A seconda del nostro stato d'animo, può ispirare smarrimento o terrore.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Pet Shop Boys – Always On My Mind

giovedì 29 giugno 2023

Recensione: Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin

| Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, di Gabrielle Zevin. Nord, € 19, pp. 440 |

Lui, per metà coreano, è un secchione occhialuto con un inseparabile bastone da passeggio: da bambino, nell'incidente stradale che uccise la madre a Mulholland Drive, si ruppe il piede in ventisei punti. Lei, secondogenita di una facoltosa famiglia ebrea, è una giovane donna che ha imparato presto a scendere a compromessi per farsi strada in un mondo di soli uomini. I due si conoscono da bambini, nella sala giochi di un ospedale. Diventeranno inseparabili. Sembra l'inizio di una commedia romantica di quelle che piacciono a me, colte e ciarliere, ma Sam e Sally non si scambieranno mai neppure un bacio. Per questo, forse, la loro non è una grande fiaba d'amore? Il nuovo romanzo di Gabrielle Zevin – popolarissimo, a giusta ragione, sui social – è in realtà molto di più. È la storia di un lungo sodalizio creativo. È un'ode spassionata alla libertà degli anni Novanta e alla ricchezza del multiculturalismo. È una vicenda di profonda devozione. I protagonisti, messi alla prova dalla vita vera, si costruiscono mondi di fantasia su misura: progettano videogiochi.

Falle capire che ci sei. E, se puoi, portale un biscotto, un libro, un film. L'amicizia è un po' come avere un Tamagotchi.

Da semplice hobby, la loro passione diventerà un mestiere che li porterà fino a Los Angeles. E Ishigo, quel primo esperimento ispirato alle xilografie di Hokusai e ai poemi omerici, sarà un trampolino di lancio verso il sogno americano. Quando le cose si metteranno male – troppo narcisista Sam, troppo pretenziosa Sally –, stempererà i malumori Marx: migliore amico e produttore inizialmente nell'ombra, finirà per diventare il vostro personaggio del cuore; un po' come Ettore, l'eroe dell'Iliade che ama citare alla stregua di un mentore. Paragonato a Una vita come tante, Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow regala ai suoi protagonisti più gioie che dolori, ma similmente riesce a catturare il tempo che scorre, i rapporti che mutano, il mondo che si evolve. Forgiati dai loro traumi, Sam e Sally si stimolano, supportano e aiutano per custodire il senso di meraviglia che ha guidato i loro primi passi. L'America, nel frattempo, diventerà sì più inclusiva, ma anche più folle; perderà il senso dell'umorismo e si perderà nel politicamente corretto; prometterà e, infine, si negherà. Vittima di un infondato pregiudizio da bontemponi, tacciati di essere ricettacolo di violenza e alienazione generazionale, i videogiochi si fanno in questa lettura antidoto contro la solitudine.

Tu non morirai mai. E, anche se fosse, mi basterebbe ricominciare un'altra partita.

I matrimoni omosessuali? Saranno contemplati, ad esempio, prima in un gioco nello stile di The Sims che nella Costituzione. Non lasciatevi ingannare dai toni brillantissimi, dalla copertina colorata, dall'eccezionale accoglienza online. L'autrice cita nel titolo un celebre monologo di Shakespeare e, con dolce amarezza, ragiona di eterni ritorni e del controllo illusorio offerto dalle console. Nella vita vera non possiamo ripristinare ciò che non va, resettare gli errori. Senza la possibilità di indossare i panni di un invincibile alter-ego, i limiti fisici sono destinati a rimanere tali e delle tragedie, indelebili, non è possibile fare un reset. Nei videogiochi nulla è mai per sempre, nemmeno la fine. Fuori, al contrario l'imprevedibilità dell'amore e l'irreparabilità della morte rendono ogni attimo una sfida. Ma, con un po' di coraggio, si può essere eroi. Anche senza joystick, anche senza check-point. Almeno per oggi. Domani, poi, chissà.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mika – Stardust

venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue

mercoledì 3 luglio 2019

Recensione: Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker

| Dracul, di Dacre Stoker e J.D. Barker, Nord Editore, € 18, 60, pp. 470 |

Sono assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e incomprensibili appaiono a prima vista.

Nella prefazione al suo capolavoro, pietra miliare del genere horror, Bram Stoker spiazzava l'editore scrivendo queste esatte parole. Verità destabilizzante o trovata commerciale al passo con le moderne strategie di marketing? Nella Londra del tardo Ottocento, terrorizzata dal sangue versato a White Chapel dalle stilettate di Jack Lo Squartatore, meglio non alimentare ulteriore allarmismo; meglio ricacciare i vampiri fra le pagine della narrativa di finzione, sei piedi sotto terra. La nota dell'autore venne censurata, così, assieme alle cento pagine iniziali: smembrato e ricucito, il manoscritto si trasformò sulla scrivania dell'editore. Da allora, è stato al centro di un mistero pari per grandezza soltanto al suo fascino. Centoventi anni dopo risulta impossibile venirne a capo, districando le speculazioni degli studiosi dalle ultime volontà dell'autore: pur avendolo letto e profondamente amato quando non avevo ancora l'età, per esempio, io stesso non ricordavo che nel romanzo non venisse mai menzionato Vlad L'Impalatore. Un'intuizione della critica, in cerca dell'identità del Principe delle Tenebre, poi entrata nell'immaginario collettivo grazie all'indimenticabile Francis Ford Coppola: il film, fedelissimo, aveva il nome di Stoker perfino nel titolo, ma si prendeva licenze poetiche nel tentativo di collocare storicamente la figura del conte. Com'è nata? Meraviglia che l'idea di raccontare la genesi dell'opera sia venuta in mente soltanto ora, francamente, leggendo in una qualsiasi nota biografica dettagli piuttosto sospetti.
Vittima di una malattia che da bambino lo condannò a un isolamento a confine con l'agorafobia, Bram guarì miracolosamente dopo un comune salasso e alla sua morte, avvenuta a sessantacinque anni, diede disposizioni affinché la sua salma venisse cremata secondo una pratica all'epoca poco diffusa. Quale enigma doveva ridurre in cenere insieme alle sue ossa? Dacre Stoker, suo discendente, firma in coppia con J.D. Barker un omaggio che a sorpresa si rivela una gemma del gotico. Tutto ha inizio con la lunga notte di un uomo braccato da voci, ombre e ricordi nel torrione di un'abbazia sconsacrata: rose bianche, specchi e crocifissi possono tener fuori l'invasore, non l'inquietudine. Quell'uomo era Bram Stoker, qui personaggio di un incubo letterario degno dei suoi.

La gente crede solo a ciò che può comprendere.

In compagnia della sorella Matilda, da bambino, il protagonista leggeva troppi gialli, si annoiava, ficcava il naso dove non avrebbe dovuto. Dalla sua soffitta affacciata su una Dublino prostrata dalla carestia, animava i suoi pomeriggi grazie alla cronaca nera – cadaveri trafugati per sperimentazioni scientifiche, stragi domestiche mosse dalla disperazione – e ai comportamenti inspiegabili dell'affezionata tata Ellen. Questa Mary Poppins da brivido cambiava ogni giorno il colore degli occhi, imprevedibili al pari delle sue assenze frequenti, e nei ritratti appariva sempre diversa. Ma tutto le veniva perdonato, dal momento che aveva imparato a rendersi indispensabile all'interno di una famiglia popolosissima, e nessuno poteva spingersi nei meandri della sua camera da letto. Legato a lei da un filo ostinato, in un rapporto simbiotico che sfida il tempo, Bram le deve tutto: l'ispirazione e l'eterna dannazione. Al punto da seguirne le tracce, quindici anni dopo, in compagnia dell'anticonformista Matilda e del fratello maggiore, Thornley, preoccupato dall'improvvisa follia della moglie. I bambini cresciuti, come in It, formano un trio affiatato per illuminare l'oscurità di un'infanzia sospesa nel dubbio. Dopo aver reclutato l'ungherese Arminius Vambery, gentiluomo con il pallino dell'occulto che ispirò il personaggio di Van Helsing, gli imprudenti Stoker si accorgeranno di non essere gli unici sulle tracce dell'ex tata. Ma Ellen, struggente personaggio femminile sbucato quasi da una novella di Boccaccio, intanto cosa cerca?

Sta venendo la morte per tutti noi; sarà prodigiosa.

C'erano una volta, tanto tempo fa, una contessa innamorata di un contadino senza arte né parte; un uomo dagli occhi fiammeggianti e con l'accento con l'est, che si vocifera abbia stretto un patto con il Diavolo; le sciagure della famiglia O'Cuiv, decimata sì ma non dall'inedia. Rispolverando il piacere delle fiabe folkloristiche e il gusto per la suggestione dei racconti orali, Dracul è un'avventura che riprende nei minimi particolari l'impalcatura del successo di Stoker e, senza tralasciare nulla del breviario horror – cuori pulsanti nei barattoli di formaldeide, cadaveri in fuga dagli obitori, insetti e poteri psichici –, sbarca infine in un villaggio fantasma in Baviera. Se i pericoli non sono soltanto soprannaturali, meglio temere il calare delle tenebre o al contrario aspettarlo? 
Elegante e rigorosissimo, il romanzo prequel segue passo passo le regole del Dracula originale. Ne viene fuori una lettura bellissima, che abbraccia una narrazione ad ampio respiro e una struttura familiare, fatta com'è di fitti carteggi, note dattiloscritte e pagine di diario. Dietro la notte cupa e tempestosa dei proverbi si nasconde un lavoro filologico credibilissimo, che ha davvero del magico. Quando la curiosità è un prurito inestinguibile, proteggiti il collo dal bacio dei morsi; mettiti al riparo. La popolano un conte diverso da quello che pensavi di conoscere e una storia, in perfetto equilibrio fra biografia e finzione, che invece non conosci ancora. A casa dovresti essere al sicuro. Questo brivido vecchio stile picchietta alla finestra con discrezione, desidera un invito formale per morderti. Ci sono cresciuto, e ne avevo nostalgia. Io, come il giovane Bram, l'ho lasciato entrare.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Annie Lennox - Love Song for a Vampire

venerdì 17 maggio 2019

Recensione: Ogni tuo passo, di Alice Feeney

| Ogni tuo passo, di Alice Feeney. Nord, € 19, pp. 350 |

L'esistenza di Aimee Sinclair è finzione scenica. Fasulle le generalità, illusori i successi lavorativi e sentimentali. Per sua fortuna, però, ha fatto delle bugie di cui si nutre una professione remunerativa: è un'attrice sulla cresta dell'onda. Il suo compito, farti pendere dalle sue labbra. Dopo un lungo apprendistato è riuscita a soggiogare i fan, costantemente in crescita; un agente che a sorpresa le ha proposto un provino con David Fincher in persona; il marito giornalista, Ben, che la venera nonostante l'esagerata gelosia. Quanto possono stare in equilibrio i castelli di carta? Pochissimo nel mondo del cinema, fabbrica di sogni e incubi che in fretta chiude le porte alle sue stelle splendenti. E ancora meno nel nuovo romanzo della giallista inglese Alice Feeney, maestra indiscussa dei tracolli coniugali e delle protagoniste inaffidabili.

Non tutti vogliono essere qualcuno. Alcuni vogliono essere qualcun altro.

Qualche estate fa mi aveva stregato con Ogni piccola bugia, ingegnosa opera prima che in quanto a cattiveria rivaleggiava con L'amore bugiardo, e nel fervore generale ci riprova con un intreccio costruito nuovamente fra passato e presente, con una donna che ha perso il bandolo delle sue stesse matasse. Tutto ha iniziato quando Ben scompare senza lasciare traccia e l'agente Alex Croft, poliziotta inutilmente sul piede di guerra come previsto dal cliché, punta il dito contro quella moglie sotto i riflettori. Prima per i successi hollywoodiani, poi per i presunti misfatti. La violenza domestica, infatti, colpisce anche gli uomini: era forse lei l'aguzzina del giornalista, schiaffeggiato in pubblico in seguito a una lite al tavolo del ristorante? Lo ha ucciso? Se sì, lo ha dimenticato per proteggere la propria sanità mentale? Salteranno fuori corpi dalla dubbia identità, rivali in amore, stalker a immagine e somiglianza della tormentata Aimee, mentre i salti temporali ci condurranno implacabilmente nell'infanzia della protagonista: lì si annidano le prime ambizioni – un paio di inavvicinabili scarpette rosse in vetrina, come quelle indossate da Dorothy –, i primi stratagemmi per salvarsi dal provincialismo irlandese – lezioni di dizioni, favole da ascoltare con il mangianastri, blockbuster anni Ottanta noleggiati in videocassetta –, i primi crimini. La norma se sei la figlia di due spiantati allibratori, Maggie e John, e devi imparare a difenderti con le maniere cattive dai creditori. Inevitabile se un bel giorno sei stata sequestrata, ripenso a tal proposito alla lettura del toccante Ellie all'improvviso, e due perfetti sconosciuti ti hanno intimato di chiamarli mamma e papà.

Sposiamo chi ci fa da specchio: è il nostro opposto, ma a noi sembra un riflesso. E, se lui è un mostro, io cosa sono?

Non si può dire che Alice Feeney sonnecchi sugli allori. Moltissimi i colpi di scena, nonostante abbia purtroppo intuito il principale a cento pagine dalla fine, e altrettanti i momenti da pelle d'oca. Il vademecum di thriller così, sordidi, sanguinosi e malati fino all'ultimo, esige figure borderline e tabù infranti. Il rischio corso, in questo caso, è stato quello di ripetersi per paura di fare peggio che in passato. Simile al romanzo precedente ma più maldestro, Ogni tuo passo ripropone con capitoli rapidi e stile accattivante – per gusto personale, preferisco tuttavia qualche frase ad effetto in meno – scambi di persona, doppie identità, flashback a raffica. Aveva tutte le carte in regola per farmi suo ma, pur funzionando senza sbadigli di sorta, rimesta nei temi caldi del successo precedente e nel classico repertorio delle narratrici bugiarde, citando più volte sé stesso. All'ombra di Ogni piccola bugia, i pregi dell'uno diventano con una punta di dispiacere i difetti dell'altro.
Torna a mentirci, Alice: irretiscici, fallo meglio e di più. Sperando che a ogni passo, a ogni romanzo, non riprenderai puntualmente a raccontarci l'ennesima storia in assonanza di donne-mantidi e relazioni pericolose.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Doris Day – Perhaps, Perhaps, Perhaps

venerdì 5 ottobre 2018

Recensione: Vox, di Christina Dalcher

| Vox, di Christina Dalcher. Nord, € 19, pp. 416 |

Alle parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani – che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa – e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.

Puoi portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.

C'è voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di giardinaggio e gelati in premio alle studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la voce a piacimento.

Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca sperare.

Con debiti evidenti verso Il racconto dell'ancella, tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile, trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti: frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia, triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e delle sue conseguenti forzature.

Mostri non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono sempre di saperla più lunga degli altri.

Vox e la sua sentita crociata generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence

giovedì 5 aprile 2018

Recensione: La quinta Sally, di Daniel Keyes

| La quinta Sally, di Daniel Keyes. Nord, € 16,90, pp. 358 |

La porta socchiusa, l'appartamento in disordine, la paura di un'irruzione. Ha fatto una cosa strana, il ladro. Ha portato qualcosa di suo anziché rubare. Dappertutto, oggetti che non ci appartengono; tracce che portano ad appuntamenti, a notti mai vissute. Banconote fruscianti nel portafogli, un vestito azzurro di una taglia in meno nell'armadio, libri coltissimi sul comodino, un vibratore nel cassetto. Le stranezze si spostano anche fuori, per strada. Dove sconosciuti ci salutano chiamandoci con un altro nome. Dove qualcuno pretende il pagamento di un debito, qualcun altro la resa dei conti, un altro ancora un bacio. Nella vita di Sally Porter, ventinove anni, c'è un invasore che le ha rubato i figli, i ricordi, il senso dei giorni: sé stessa. Chi diventa quando i mal di testa si fanno lancinanti, le difese si abbassano e lei – un ex marito con il vizietto degli scambi di coppia, due gemelle di cui il tribunale le ha negato la custodia, traumi familiari che prendono avvio dalla scomparsa del padre amatissimo – rinuncia alle ancore della realtà?

Voglio parlare con qualcuno. Uno psichiatra o uno psicologo. Non so quale dei due, li confondo sempre [...] Perché nell'ultimo mese ho tentato di uccidermi tre volte. Perché c'è qualcosa dentro di me che mi costringe a fare delle cose.

A luci spente emerge la spietata concorrenza delle altre. Aspiranti attrici con il sogno di un ruolo di spicco, protagoniste di una gara senza esclusione di colpi: qualsiasi cosa pur di uscire alla ribalta. Ci sono Nola, artista del Greenwich Village con amicizie elitarie, interessi sofisticati e frequenti tendenze suicide; Bella – un nome, una garanzia – per cui sedurre, flirtare, piacere, sono linfa vitale; la dolcissima Derry, io narrante che serve ai tavoli con un sorriso trasognato e cerca fra gli avventori il principe azzurro; infine Jinx, rissosa e vendicativa, che dissemina sangue e violenza, ossa e cuori spezzati. In comune con la pudica e superstiziosa Sally, niente se non il corpo. La mente della protagonista è infatti un labirinto pieno di angoli oscuri. A turno, dagli anfratti, possono saltare fuori donne diverse. Attratte dalle debolezze di uomini diversi – il giocatore d'azzardo Todd, il dongiovanni di mezza età Eliot o lo psichiatra Roger, vittima della sindrome del burnout. Con idee diverse sulla religione, il sesso, la morte. Quando diventano inconciliabili, tocca prenderne atto; intervenire. Ma le personalità di Sally hanno una coscienza, una storia, un singolare attaccamento a quella vita spartita in parti disuguali. Se Cartersio aveva ragione – se cogito, ergo sum – eliminarle non sarebbe forse omicidio? Sul lettino del terapista, invertire il processo di fissione dando vita a un Sally in pace con la propria femminilità, con il proprio candore, con la propria ira: la quinta.

Non mi sto uccidendo. Sto uccidendo voi. Quando tutto il sangue sarà uscito dalle mie vene e la mia mente si sarà svuotata, nessuno di voi esisterà più.

Le hanno cantante in tanti. Al telefono, dolcemente complicate. Donne belle perché contraddittorie, volubili, sull'orlo di una crisi di nervi. I loro proverbiali sbalzi d'umore, direbbe ironicamente qualcuno, diventano patologia nel romanzo di Daniel Keyes. Lo scrittore e psicologico statunitense, celebre per Fiori per Algernon e Una stanza piena di gente, riprende fra le pagine il tema affascinantissimo delle personalità dissociate. Ne aveva ventiquattro il serial-killer Billy Milligan, raccontato attraverso un diario psichiatrico che avrebbe dovuto ispirare un film con Leonardo DiCaprio. Sally ne ha quattro – la quinta è in fase di costruzione, grazie alle cure del dottor Ash – e una storia di finzione, scritta da un luminare del campo che si diverte a intrigare, qui, secondo le regole della suspance.

La maggior parte di noi ha molte facce, come superfici di un prisma che riflettono la luce. Io sono diversa. Sono come una perla in una collana con cinque pendenti.

Non mancano le trovate brillanti: le confidenze fra Derry e Murphy, il manichino in posa nella vetrina della sartoria sotto casa; la libido di Sally che, in una notte di carezze, trasforma i piaceri della masturbazione in una surreale orgia al femminile. Ma il processo di accettazione e di guarigione della protagonista appare graduale e realistico, mai spettacolare: come organizzare una cena per un gruppo di vecchie compagne di scuola eternamente in disaccordo sulle caratteristiche dell'uomo perfetto, sul ristorante da scegliere. Come venirsi incontro, sedersi accanto, nei tè con le bambole da bambina: quando un'assenza ingombrante, le manipolazioni di adulti di cui sarebbe stato meglio non fidarsi e una gatta di nome Cenerentola ispirarono amiche immaginarie con una personalità, in definitiva, più forte di quella di una giovane in frantumi. Inquietante come un thriller psicologico ma fondato come il più specialistico dei saggi, La quinta Sally è una seduta (spiritica) con cinque sedie perfettamente in cerchio e il riflesso di altrettanti specchi. Specchi rotti, per trentacinque anni di sfortuna: troppi da espiare. Cosa non fanno, allora, i romanzi belli. Cosa non fa questa nostra testa sconfinata e matta. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elvis Presley – Suspicious Minds

venerdì 23 marzo 2018

Recensione: I segreti di mia sorella, di Nuala Ellwood

| I segreti di mia sorella, di Nuala Ellwood. Nord, € 18,60, pp. 351 |

Nelle nostre case perfette, nei nostri armadi odorosi di lavanda e naftalina, nascondiamo scheletri nell'armadio non dissimili da quelli lasciati a scarnificare nelle fosse comuni, sui campi di battaglia senza gloria. Lo sa bene Kate, ventinove anni, professione giornalista, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente in cui ha lasciato il cuore – a pezzi – e il corpicino di un bambino che le domandava ogni giorno cosa avessero gli inglesi – scontrosi, di poche parole, privilegiati – per cui essere sempre tristi. I bombardamenti alle spalle, il lascito di una madre appena scomparsa davanti: troppo per una mente già fragile e provata. L'accoglienza nella cittadina natale, Herne Bay, non è delle migliori. Pioggia, vento e, a parte il cognato, nessun parente alla stazione: fra lei e la sorella del titolo, Sally, non corre buon sangue, ma fiumi di alcol. E se il ritorno al luogo in cui tutto ha avuto inizio fosse più pericoloso del conflitto ad Aleppo?

La mia vita sarà sempre così d'ora in poi. Perché questo è ciò che mi rimane: un incubo infinito pieno di voci e grida.

Leggere il testamento della matriarca, soffiare via la polvere, significa per Kate venire a capo di una matassa viva e contorta che non riguarda solo lei, ma l'intero albero genealogico dei Rafter. Una famiglia segnata dalla sfortuna, dallo squilibrio, che ha lasciato alle sue giovani figlie una casa in malora, tare genetiche ed enigmi continui. Le bombe nel petto e in testa. La protagonista si convince presto, infatti, che i dirimpettai stiano nascondendo lo sporco sotto il tappeto e un bambino maltrattato nella rimessa. Sarà che la vicina, Fida, ha origini iraquene. Sarà che in mezzo a Kate e Sally c'era un altro bambino, David, morto per annegamento nell'impotenza generale. Sarà che, cresciuta da un padre manesco che ha sempre preferito le moine della secondogenita, la ribelle Kate sa ormai riconoscere il male che sfugge ai più. Anche quando ce l'hanno sotto gli occhi. Peccato che i sonniferi e i calici di vino rosso, la diagnosi di disturbo post traumatico da stress, la rendano una testimone e una narratrice inaffidabile.

T'inventi le cose, Kate. E' più forte di te.

Ma questa è anche la storia dell'altra sorella, a lungo personaggio marginale: pessima madre di un'adolescente in fuga, cattiva moglie di un uomo zerbino, è la prova di come la mela non cada mai lontano dall'albero. Kate e Sally sono così inconciliabili, così diverse, o sono forse voci complementari della stessa storia tragica? Il reciproco risentimento, rimpiazzato dalla tensione. A pagina uno, nel prologo, sappiamo che una delle due morirà. Chi, e per quale mano? Cattivo, torbido, malato, I segreti di mia sorella è un romanzo psicologico che alla prevedibilità di qualche svolta – complici i pochi personaggi, che rendono scarsamente numerosa la rosa dei sospettati – risponde a tempo debito con inquietanti colpi di scena e cambi di prospettiva non annunciati. Mi è sembrato la versione scritta bene e meglio pensata della Ragazza del treno, in cerca di un erede – come se qualche lettore lo domandasse, poi – da qualche anno a questa parte. Un thriller al femminile che ha qualche difetto, qualche piccola forzatura, ma un bel peso. In ballo: emozioni viscerali e vicende scomode. La sua forza, invece, tutta da ricercare in personaggi caratterizzati sin nelle più piccole contraddizioni e in una costruzione che, fino all'ultimo, sa come intrigare. Restano allora i traumi, le ferite aperte. Perché da una guerra, dall'infanzia, non si esce mai completamente incolumi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Bad Wolves – Zombie (The Cranberries)

lunedì 4 settembre 2017

Recensione: Ogni piccola bugia, di Alice Feeney

| Ogni piccola bugia, Alice Feeney. Nord, € 16,90, pp. 324 |

A lungo, la lettura dei thriller mi ha regalato più amarezze che notti in bianco. Con fascette promozionali che urlavano superlativi assoluti e trame scritte con l'escamotage della carta copiativa, andavano scelti con cura maggiore per limitare danni e delusioni. Letto uno, letti tutti. Quanti amori bugiardi, dopo Gillian Flynn? Quante ragazze sui binari, dopo il passaggio – tutt'altro che degno di nota, ma tant'è – del treno Paula Hawkins? Qualcosa è cambiato quest'estate. Sotto l'ombrellone, prima i tranelli della Fidanzata messa in un angolo, poi il cuore sorprendente di Paola Barbato. Dico arrivederci alle giornate lunghe, ai tramonti sul mare, con l'esordio di Alice Feeney. Un thriller psicologico che fa eccezione: per fortuna, un altro. Articolato su tre diversi piani temporali, Ogni piccola bugia racconta il prima e il dopo di Amber Reynolds. Fino a Natale, speaker radiofonica a rischio di licenziamento; un matrimonio in crisi con Paul, autore di best-seller che ha perso parole, ispirazione e il desiderio di diventar padre; una sorella perfetta, Claire, riuscita dove lei ha fallito. Dopo le feste comandante e una notte di neve, di Amber non resta che un guscio semivuoto in un letto d'ospedale: un misterioso incidente d'auto, una pioggia di vetri in frantumi, il coma farmacologico. Nessuno, a parte lei, sa cosa sia successo. Nessuno immagina che la donna attaccata alle macchine stia vegliando notte e giorno, e prestando tacitamente ascolto. Alle ipotesi della polizia. Alle preoccupazioni di medici e infermieri. Alle confidenze troppo intime di Paul e Claire: molto più che cognati?

Siamo fatti tutti di carne e di stelle, ma alla fine diventiamo tutti polvere.
Meglio brillare, finché possiamo.

Della protagonista restano le fragili ricostruzioni a cui dare voce tra il sonno e la veglia e qualche vecchia pagina di diario: la storia di una bambina infelice, trascurata, e di un'amicizia sui banchi di scuola che diventa questione di vita e di morte. Amber, stando a titolo e copertina, spesso mente. Ci vogliono cento pagine per imparare a diffidare; per capire che la tipica narratrice bugiarda, in realtà, è il cuore nero di un atipico romanzo di genere. Ogni piccola bugia sembrava a torto il classico thriller matrimoniale. Alla lentezza dell'inizio – non piatto né mal scritto, ma canonico – seguono capitoli sfuggenti, imprevedibili, in cui si confondono ad arte le voci e le intenzioni. Intricato gioco al femminile, finalmente degno delle trame della famigerata Amy Dunne, ha una affascinante matrioska per protagonista. Amber soffre di disturbi ossessivi-compulsivi. Sospetta di tutto e di tutti. Affida al caminetto le liste per punti e quadernini fitti, che potrebbero spifferare i segreti di fuoco di certe notti. Per tutto il tempo, insieme a un'autrice perfida e profondamente divertita, si prende gioco di te. Chi ha l'ultima parola? Chi dorme davvero?

La gente pensa che il bene e il male siano due opposti, ma non è così: sono l'uno l'immagine riflessa dell'altro su uno specchio infranto.

Sbavato a tratti (non convince, ad esempio, il personaggio di Edward: vecchia fiamma a cui dare una seconda possibilità, un po' per vanità e un po' per ripicca), il romanzo è una bestia di premeditazione e vendette da servire fredde. Una bambola russa dal sorriso stonato, che inquieta nei labirinti di corridoi asettici e sulla striscia dell'asfalto. Se della mancanza di bei thriller non potevo già lamentarmi, mi mancava comunque questa stessa smorfia di stupore; il boccheggiare, con un filo di tachicardia, in un finale che vale la candela. Di quelli che vorresti spifferare a tutti per dire: ci credete, voi, che va così? Di quelli che ti fanno prestare cieca fiducia alle piccole bugie di queste grandi affabulatrici. Facendo il contrario, pagheresti un prezzo salatissimo. E non vedresti con gli stessi occhi chi – sotto osservazione, sotto sospetto – intanto dorme il sonno dei giusti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Wankelmut & Emma Louise - My Head is a Jungle


martedì 4 luglio 2017

Recensione in anteprima: La fidanzata, di Michelle Frances

| La fidanzata, Michelle Frances. Editrice Nord, € 16,90, pp. 445 |


Il thriller è il genere dell'estate. Quattrocento pagine da divorare come fossero l'esatta metà, la tensione alle stelle contro la pigrizia, qualche brivido al sole. Quello dell'esordiente Michelle Frances, in uscita il 6 luglio (ringrazio Barbara per la copia in anteprima), mi è parso l'esemplare perfetto per inaugurare la stagione. In copertina, il fresco ammiccante di una piscina sotterranea. Puoi portare il costume e fare un tuffo nel profondo blu, se passi da Londra e sei ospite della famiglia Cavendish – ricchi da generazioni, raffinatissimi. La villa è territorio esclusivo di Laura, matriarca che non ha mai dovuto temere rivali. Cinquantenne invecchiata con eleganza, è una produttrice televisiva di successo e l'unica presenza femminile nella vita del coccolato Daniel. Questo finché, dalla porta principale e dal quartiere proletario della città, non entra Cherry: agente immobiliare con la metà dei suoi anni e, stretto in un mano, tutto il cuore dell'unico figlio maschio. Porta con sé uno spiffero di vento dall'esterno; le avvisaglie di un uragano. Scattano le cerimonie di sorta, i complimenti sulla fantasia della camicetta e sui gigli in corridoio: all'inizio non mentono. Insieme vanno in vacanza nel sud della Francia. Laura e Cherry si scrutano con sospetto, sapendo che nella vità del giovane medico c'è una donna di troppo. Nuore e suocere sono nemiche giurate: c'è del vero nel luogo comune che le vuole in guerra per contendersi il bene dell'uomo di casa? Nella Fidanzata si parte da dispetti grandi e piccoli, ripicche, bugie innocenti. Quadri e vestiti a brandelli, appuntamenti che saltano. Si cerca di screditare l'altra con mezzi leciti e non, pur di porsi sotto la luce migliore. A un certo punto, non diciamo quando, una delle due oltrepassa il limite in nome di un sadico egoismo. All'altra, allora, resta una vendetta da progettare nel dettaglio, come fosse il matrimonio dell'anno. E, tra le due litiganti, siedono un figlio e un lettore indecisi da che parte stare.

Voglio bene a mio figlio. Era l'unica cosa importante. Anche se stava per fare qualcosa di mostruoso.

La Frances affascina e diverte. Non pasticcia con i punti di vista, al contrario di Paula Hawkins e delle sue mediocri imitatrici. Preferisce una narrazione in terza persona, pratica e scattante. Delle sue protagoniste, così, sappiamo tutto sin dall'inizio: sono un libro aperto. Laura, che sopporta a malincuore la lunga relazione extraconiugale del marito e anni prima ha visto morire la sua primogenita in culla, prova un amore totalizzante per il superstite: è sbagliato desiderare il suo meglio? Cherry, brillante autodidatta, si vergogna della mamma cassiera e del suo accento di ragazza di periferia; in passato c'è stato un fidanzato che non l'ha fatta sentire abbastanza: è un crimine glissare su aneddoti che ci imbarazzano, confidare in una fuga dallo status quo? Comprensibili dal punto di vista umano, psicologicamente riuscitissime, le protagoniste della Frances sono fragili e problematiche, convincenti sotto ogni aspetto. Non si sa per chi tifare, nella loro catfight. Ognuna ha turbe preoccupanti e ragioni insindacabili. Peccato gli esiti non sorprendano in chiusura. La prevedibilità, questa volta, non spiace. Non c'è cosa peggiore di una donna su tutte le furie. Di una mamma chioccia trascurata, di una fidanzata messa da parte. Io leggevo in apnea; gli occhi che rimbalzavano da una versione dei fatti all'altra. Non ci si allontana troppo, infatti, dalle tipiche dinamiche delle attrazioni fatali (con tanto di sfortunato animaletto sacrificato alla causa) e di sentimenti ambigui, diventati questione di vita e di morte nel tempo – ho ripensato alla faida tra Jessica Lange e Gwyneth Paltrow in Obsession, ma la nuotata nell'abisso mi lasciava fantasticare sui sottili giochi prospettici di Ozon e Guadagnino, sobillatori a bordo piscina. Manca l'esclamazione di stupore, il colpo di scena. Ma sono i pregi e i difetti di un romanzo accattivante, facile da leggere ma difficile da architettare, poiché pensato come una partita a carte scoperte. La sola qualità della scrittura, il mondo in ombra delle signore sull'orlo di una crisi di nervi, invogliano a vedere come andrà a finire. Le quattrocento pagine volano. La tensione schizza in alto. Un accenno di pelle d'oca affiora sotto le scottature. Il thriller, anche quando godibile ma imperfetto, resta il genere della mia estate.
Il mio voto: ★★★★ -
Il mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – Don't Let Me Be Misunderstood 

mercoledì 24 maggio 2017

Recensione: Il giorno che aspettiamo, di Jill Santopolo

Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.

Titolo: Il giorno che aspettiamo
Autrice: Jill Santopolo
Editore: Nord
Numero di pagine: 398
Prezzo: 17,60
Sinossi: Una luminosa mattina di fine estate, un ragazzo e una ragazza s’incontrano all’università, a New York, e s’innamorano. Sembra l’inizio di una storia come tante, ma quel giorno è l’11 settembre 2001 e, mentre la città viene avvolta da un sudario di polvere e detriti, Gabe e Lucy si baciano e si scambiano una promessa. E due vite si fondono in un unico destino. Tredici anni dopo, Lucy è a un bivio. E sente la necessità di ripercorrere con Gabe le tappe fondamentali della loro relazione, segnata da scelte che li hanno condotti lungo strade diverse, lungo vite diverse. Scelte che tuttavia non hanno mai reciso il legame profondo che li ha uniti per tutti quegli anni. Così Lucy gli parla dei loro primi mesi insieme. Del loro amore intenso, passionale, unico. In una parola: puro. E poi di come Gabe avesse infranto quella purezza, decidendo di partire, di andarsene da New York per accettare l’incarico di fotografo di guerra in Iraq. Perché lui sentiva di doverlo fare, perché ciò che accadeva nel mondo era più importante di loro. Una scelta che aveva aperto nel cuore di Lucy una ferita che lei pensava non sarebbe guarita mai. E che, invece, era stata curata da Darren, l’uomo che lei avrebbe scelto di sposare. Eppure quella ferita si riapriva ogni volta che Lucy riceveva una mail o una telefonata da Gabe, e ogni singola volta che lo aveva rivisto nel corso degli anni. Poi era arrivata quella volta, era arrivato quel giorno…
                                          La recensione
Dove eravate l'undici settembre? Inutile precisare di quale anno, inutile domandarvi se lo ricordiate oppure no. Io ne avevo sette, di anni, e se lo chiedeste agli altri ragazzi della mia generazione vi trovereste a leggere storie simili tra loro. Guardavamo la Melevisione quando le trasmissioni pomeridiane furono interrotte per fare spazio al caos di una New York sotto assedio. Ricordo il fumo e la gente che saltava giù. Ricordo che non capivo perché i miei genitori, accanto a me, fossero così preoccupati. Dov'erano Gabriel e Lucy, i protagonisti del fortunato esordio di Jill Santopolo? Compagni di corso, si erano ritrovati a saltare una lezione su Shakespeare e scrutare la tragedia dallo stesso tetto. La protagonista associerà sempre quel giorno a lui, che già allora si figurava un novello Steve McCurry. Per un intero decennio, Gabe apparirà e scomparirà dalla sua vita. Innamorato più del suo mestiere di fotoreporter che della donna con la luce nel nome. 
Il romanzo, tutt'altro che stucchevole ma troppo scontato nell'epilogo, parla di sentimenti e terrorismo. Parte dal Ground Zero, passa dal mandato di Obama alla cattura di bin Laden, finisce con la tivù accesa su Gaza. In mezzo: un matrimonio con un uomo che sembra un po' un rimpiazzo, qualche sporadico faccia a faccia, chiamate a qualsiasi ora. Serve una voce amica. Serve una spalla su cui piangere. Serve un custode, un complice, del giorno più brutto (e più bello) del mondo. Lettera indirizzata a Gabriel, il romanzo ha domande retoriche che incalzano e ricordi che si susseguono. Dove sono adesso? Sono felici? Stanno insieme? Il giorno che aspettiamo è sentito, malinconico, ben scritto, ma. Goodreads cita Un giorno (probabilmente, uno dei romanzi della mia vita) e Io prima di te (adorabile, sì, eppure impacciato in presenza del dramma), e purtroppo mi sono mancati i dettagli sostanziali del primo e l'inaspettata freschezza del secondo. Gli amori, memorabili anche al cinema, dell'uno e dell'altro. Durante la lettura, sapete, non ho pensato neanche per un momento che non mi stesse appassionando. Cosa strana, è nel momento in cui mi sono seduto al computer per parlarne che sono affiorate le cose che non mi sono piaciute – e i paragoni di sorta, giuro, non c'entrano. 
Il romanzo prende e ti dà del tu. Non importa infatti il cosa. Importa, piuttosto, il come. E il chi, mi sono chiesto? Ci sono una lei presente e fragile, vivissima, e un lui messo in secondo piano. Gabriel è filtrato, descritto, sconosciuto – girovago incostante e sprezzate del pericolo: un classico. La parte monca di una coppia che resta impressa a metà. Il giorno che aspettiamo si apre con una dedica a Manhattan in prima pagina e una premessa dell'autrice. La Santopolo accenna a una gestazione lunga quattro anni, all'ispirazione derivata dalla fine di una relazione importante. Dell'autrice ho sentito il dolore, la lontananza, la nostalgia. La pena della stessa Lucy, che aspetta e spera, e nel mentre si sposa, mette al mondo due figli e lavora come produttrice di un programma per bambini, confidando invano che il fotografo di guerra si ravveda da sé. Il terrore accelera i battiti e le reazioni, cementifica i rapporti umani. La gente, se spaventata, decide di procreare o di stare insieme: l'amore è il miglior antidoto contro la paura. A colpirmi, il bellissimo senso della narrazione della Santopolo. E l'intimità di una storia che non dovresti origliare, a tratti, tanto che suona vera.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tom Odell - Another Love


domenica 5 febbraio 2017

Recensione: Nel buio della mente, di Paul Tremblay

Ieri mi sono svegliata e, anche se non so perché, conoscevo questa storia, come se fosse qualcosa che avevo sempre avuto in testa. Le storie sono così, a volte. Anche quelle vere.

Titolo: Nel buio della mente
Autore: Paul Tremblay
Editore: Nord
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 16,90
Sinossi: John Barrett è un uomo concreto, di quelli che credono solo a ciò che si può vedere e toccare con mano. Ma, da quando Marjorie, la figlia quattordicenne, ha mostrato i primi sintomi di un grave disturbo mentale, John è disposto a credere a qualsiasi cosa pur di aiutarla a guarire. E, siccome finora nessuna terapia si è rivelata efficace, a John non resta che affidarsi a padre Wanderly, il quale è convinto che la ragazza non sia affatto malata, bensì posseduta e che perciò debba essere sottoposta a esorcismo. Inoltre padre Walderly ha preso contatto con un'emittente televisiva che vorrebbe filmare la famiglia Barrett e coprirebbe tutte le spese, comprese le parcelle mediche che John non può permettersi di saldare. John accetta… Sono passati quindici anni da allora, eppure tutti ricordano ancora l'ultimo episodio della Possessione, il controverso reality show che si era concluso con tre morti e un'unica sopravvissuta: Merry Barrett, che all'epoca aveva appena otto anni. Tutti lo ricordano, eppure nessuno sa cosa sia successo davvero quella notte. Per alcuni, è stata tutta in messa in scena. Altri pensano che il vero folle fosse John Barrett e che sia lui il colpevole della strage. Per fare luce sulla vicenda, la giornalista Rachel Nevil decide di intervistare Merry Barrett. Però, più Merry va avanti nel suo racconto, più Rachel si rende conto che riscostruire quella tragedia è come inoltrarsi lungo un cammino costellato di inganni, segreti e tradimenti. Un cammino in cui a ogni passo si rischia di perdersi negli oscuri recessi della mente umana…
                                                La recensione
Una famiglia come tante, i Barrett. Una casa nel New England, con il classico fazzoletto di terra. Due adulti che litigano, di tanto in tanto. Due figlie a cui pensare. E i pensieri diventano tanti, troppi, se il padre perde il posto fisso e la figlia maggiore, Marjorie, si ammala. Turpiloquio, pesanti recriminatorie, gesti avventati. Per qualcuno, avvisaglie di squilibri mentali: schizofrenia. Per altri, ad esempio quel genitore che si è rifugiato nella fede, si tratta invece di possessione. Se credi in Dio, non puoi negare il suo opposto. Se hai cresciuto un'adolescente perfetta, non puoi che giustificare a modo tuo questa sua improvvisa ferocia. Le cure psichiatriche stentano a dare speranze, i soldi scarseggiano e, per disperazione, si cede alla tentazione del piccolo schermo. Si aprono le porte a una troupe televisiva che, tra ricostruzioni con un cast di professionisti e interviste, ricercherà le radici della stranezza di Marjorie e immortalerà l'odissea dei Barrett. Non finirà bene. A raccontare la storia che gli spettatori americani hanno visto in Possessione, fittizio reality show, l'unica sopravvissuta: la piccola Merry, ormai donna. C'è una giornalista che, vent'anni dopo, vuole capire cosa sia successo dopo i titoli di coda. Perché il capofamiglia ha commesso una carneficina? La quattordicenne era vittima di un demone, o soltanto dei fantasmi che aveva in testa? 
Nel buio della mente mi è arrivato tra le mani con la speranza di colmare una mia mancanza. Sono cresciuto senza avere nessuna paura dei film horror. Ho letto Stephen King prestissimo e ho visto L'esorcista, qui apertamente citato, quando non avevo ancora l'età. Parlando di romanzi, esclusi un paio di grandi classici della letteratura gotica e tutto ciò che il Re ha firmato, ho invece qualche lacuna. In libreria ho thriller, gialli all'inglese, polizieschi, ma poche storie da brivido. Soprattutto come queste, sospese tra psicologia e paranormale: capaci, di per sé, di profonda suggestione. Il primo romanzo giunto in Italia dell'acclamato Paul Tremblay, già vincitore del premio Bram Stoker, ha uno spunto risaputo e una struttura particolare. Accanto alla confessione della sopravvissuta, troviamo i post di un blog dedicato alla cultura pop, in cui si analizzano nel dettaglio orrori veri e inventati. Chiodo fisso della admin, quel reality che destabilizzò e divise il pubblico. Merry, che in prima persona rievoca la sua infanzia, ha i tratti della narratrice inaffidabile. Come tutte le bambine di otto anni di questo mondo, d'altronde. Si sente messa in un angolo. Si sente trascurata, perché Marjorie e le sue storie truci monopolizzano l'attenzione. Glissa, così, sui dettagli compromettenti; ritocca a fantasia. A lei va imputata la fretta di alcuni punti e la lentezza di altri, in cui emergono gli hobby innocenti e le prime crepe. Marjorie entra di nascosto nella sua stanza mentre dorme. 
La tormenta con racconti infantili e inquietanti, di città annegate nella melassa e case stritolate dall'edera. Di quella famiglia non così perfetta hanno parlato tutti e ovunque. Cosa ricorda davvero la narratrice? Cos'ha invece visto, letto o ascoltato, per poi confondere verità e finzione? Nel buio della mente è violento, coinvolgente, ambiguo. Sospeso fra generi e intenzioni. In bilico, ma raramente in pericolo. Non rispetta le regole, i patti narrativi. Lascia a te il compito di metterlo a fuoco, di interpretare i segni e colmare le falle. Ti abbandona con varie chiavi di lettura, e potrebbero essere tutte giuste così come tutte sbagliate. Paul Tremblay è abilissimo nel gestire un punto di vista femminile e l'alta tensione. Il suo libro, una chicca da consigliare ai cinefili, contiene segreti da rivelare e palesi omaggi al genere – temperature in picchiata, vomito a fiotti, masturbazione, linguaggio scurrile. I suoi debiti maggiori sono verso il capolavoro di William Peter Blatty, scomparso proprio il mese scorso, e le telecamere instabili del found footage. Penso, soprattutto, all'ultima stagione di American Horror Story: un finto alternarsi di sopravvissuti e figuranti, sui luoghi della misteriosa Roanoke. Ma, tra le righe, il romanzo e il suo autore riflettono su come i mass media enfatizzino il dolore e falsifichino a lungo andare i ricordi. Descrivono la tragedia annunciata della famiglia borghese tipo. Se il non detto affascina fino alla fine, però, sulla carta tanto quanto al cinema, i cenni e i richiami dichiarati costituiscono un pro e un contro insieme. A rischio, l'originalità. Ma Nel buio della mente spaventa, soprattutto se studiare ti costringe a leggerlo prima di andare a dormire, e l'inquietudine è un pregio che ha la meglio sugli spettri di Regan e altri difetti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pixies – Where is my mind?