|Estranei, di
Taichi Yamada.
Nord, € 16, pp. 216 |
Uno
sceneggiatore in crisi sentimentale e creativa, pessimo nel gestire i
rapporti interpersonali – in particolare con le moglie, fidanzatasi
nel frattempo con il migliore amico, e con il figlio universitario –,
sperimenta gli scherzi delle solitudine nel torrido agosto di Tokyo.
La città, calda e trafficata, sembra essersi svuotata. Il condominio
di cui occupa un appartamento al settimo piano, stipato di uffici, si
spopola al calare della sera. Siamo in un romanzo giapponese degli
anni Ottanta, a cui l'omonimo di Andrew Haigh (al cinema da ieri) si
è soltanto liberamente ispirato. Siamo in una storia di fantasmi, a
tratti sorprendentemente horror, in cui la soglia tra vivi e morti sa
farsi labile. Il giorno del compleanno del protagonista coincide con
una festività buddista chiamata O-bon: una ricorrenza in cui, un po'
come il due novembre, si è soliti celebrare i propri defunti. E
parlarci? Tornato a quarant'anni di distanza nel quartiere in cui è
cresciuto, ormai zeppo di cinema dismessi e lotti abbandonati, il
protagonista è ospite di una giovane coppia: dopo un pomeriggio
passato a bere birra e whisky, si congeda da loro e, sul taxi del
ritorno, piange di malinconia. L'uomo e la donna sono i suoi
genitori, morti quando lui aveva dodici anni appena. È la fantasia
del protagonista ad animarli, o c'è qualcosa di soprannaturale in
atto? Una forza mortifera che minaccia di strapparlo alla realtà,
all'insegna di un passato idealizzato in cui può atteggiarsi a
figlio devoto?
Non
sparire, adesso.
Considerato
un maestro del genere in patria, Yamada punta tutto sulla
fascinazione delle atmosfere e su una scrittura lineare, ma capace di
sensazioni ambigue. Vietato aspettarsi lo stesso struggimento del
film omonimo, che già con il trailer ci ha miseramente ridotti in
lacrime. Resta, tuttavia, una profonda tenerezza nel figurarsi il
protagonista bearsi delle mille premure dei familiare; godersi la
quieta gioia mai sperimentata da bambino. Ma qui ci si domanda
costantemente: i genitori redivivi sono spiriti benevoli o demoni
sanguinari? In un limbo su misura dove l'immaginazione viene
preferita alla realtà, l'ossessione per i morti rischierà di
allontanarlo da Kei: una vicina di casa segnata da profonde cicatrici
che, come nel mito di Amore e Psiche, domanda di non essere
osservata alla luce dell'abat-jour. Fiaba cupa e minimalista sulle
leggi imperscrutabili dell'aldilà, la controparte letteraria di
Estranei è come un lungo corridoio angusto. A seconda del
nostro stato d'animo, può ispirare smarrimento o terrore.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Pet Shop Boys – Always On My Mind
Lui,
per metà coreano, è un secchione occhialuto con un inseparabile
bastone da passeggio: da bambino, nell'incidente stradale che uccise
la madre a Mulholland Drive, si ruppe il piede in ventisei punti.
Lei, secondogenita di una facoltosa famiglia ebrea, è una giovane
donna che ha imparato presto a scendere a compromessi per farsi
strada in un mondo di soli uomini. I due si conoscono da bambini,
nella sala giochi di un ospedale. Diventeranno inseparabili. Sembra
l'inizio di una commedia romantica di quelle che piacciono a me,
colte e ciarliere, ma Sam e Sally non si scambieranno mai neppure un
bacio. Per questo, forse, la loro non è una grande fiaba d'amore? Il
nuovo romanzo di Gabrielle Zevin – popolarissimo, a giusta ragione,
sui social – è in realtà molto di più. È la storia di un lungo
sodalizio creativo. È un'ode spassionata alla libertà degli anni
Novanta e alla ricchezza del multiculturalismo. È una vicenda di
profonda devozione. I protagonisti, messi alla prova dalla vita vera,
si costruiscono mondi di fantasia su misura: progettano videogiochi.
Falle
capire che ci sei. E, se puoi, portale un biscotto, un libro, un
film. L'amicizia è un po' come avere un Tamagotchi.
Da
semplice hobby, la loro passione diventerà un mestiere che li
porterà fino a Los Angeles. E Ishigo, quel primo esperimento
ispirato alle xilografie di Hokusai e ai poemi omerici, sarà un
trampolino di lancio verso il sogno americano. Quando le cose si
metteranno male – troppo narcisista Sam, troppo pretenziosa Sally
–, stempererà i malumori Marx: migliore amico e produttore
inizialmente nell'ombra, finirà per diventare il vostro personaggio
del cuore; un po' come Ettore, l'eroe dell'Iliade che ama
citare alla stregua di un mentore. Paragonato a Una vita come tante, Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow regala
ai suoi protagonisti più gioie che dolori, ma similmente riesce a
catturare il tempo che scorre, i rapporti che mutano, il mondo che si
evolve. Forgiati dai loro traumi, Sam e Sally si stimolano,
supportano e aiutano per custodire il senso di meraviglia che ha
guidato i loro primi passi. L'America, nel frattempo, diventerà sì
più inclusiva, ma anche più folle; perderà il senso dell'umorismo
e si perderà nel politicamente corretto; prometterà e, infine, si
negherà. Vittima di un infondato pregiudizio da bontemponi, tacciati
di essere ricettacolo di violenza e alienazione generazionale, i
videogiochi si fanno in questa lettura antidoto contro la solitudine.
Tu
non morirai mai. E, anche se fosse, mi basterebbe ricominciare
un'altra partita.
I
matrimoni omosessuali? Saranno contemplati, ad esempio, prima in un
gioco nello stile di The Sims
che nella Costituzione. Non lasciatevi ingannare dai toni
brillantissimi, dalla copertina colorata, dall'eccezionale
accoglienza online. L'autrice cita nel titolo un celebre monologo di
Shakespeare e, con dolce amarezza, ragiona di eterni ritorni e del
controllo illusorio offerto dalle console. Nella vita vera non
possiamo ripristinare ciò che non va, resettare gli errori. Senza la
possibilità di indossare i panni di un invincibile alter-ego, i
limiti fisici sono destinati a rimanere tali e delle tragedie,
indelebili, non è possibile fare un reset. Nei videogiochi nulla è
mai per sempre, nemmeno la fine. Fuori, al contrario
l'imprevedibilità dell'amore e l'irreparabilità della morte rendono
ogni attimo una sfida. Ma, con un po' di coraggio, si può essere
eroi. Anche senza joystick, anche senza check-point. Almeno per oggi.
Domani, poi, chissà.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Mika – Stardust
Restano
la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua
sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i
secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto.
Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa
folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero
una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il
romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori
internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già
opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è
stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui
Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le
loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E
dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si
parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile
metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra
saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori
stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto.
Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi,
scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha
scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella
sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha
confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento
a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice.
Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a
Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno,
due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività
da zero.
Oltre quelle mura,
oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è
un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e
capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma,
dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel
periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di
colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi,
dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.
Lavoratori
indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto,
Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione
all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di
polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il
passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini,
e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il
mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i
segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di
un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate
a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia,
finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a
un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il
governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è
Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario
e dotato di un pessimo carattere.
L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo
taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere
abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a
usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore
verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli.
Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo
agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli,
rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo,
nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro
d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una
prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due
personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e
nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra
disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti
s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare
legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni
combinati.
«Quando
si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si
ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei
ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.»
Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al
petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco.
«Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo
di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la
fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una
vita che se ne va».
Se
i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito
renderceli memorabili, a non interessarmi è stato
purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per
addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma
anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima
impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a
essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto
apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata
un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche
certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel
male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono
impeccabili, più rischiano di annoiarmi. All’ombra del monte
Pellegrino, nella terra che ha
ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo
e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori
travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula
intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e
scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se
dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo
mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei
limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso.
Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me.
La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare
sordo al suo ruggito.
|Dracul,
di Dacre Stoker e J.D. Barker, Nord Editore, € 18, 60, pp. 470
|
Sono
assolutamente convinto non vi sia dubbio alcuno che i fatti qui
descritti siano accaduti davvero, per quanto incredibili e
incomprensibili appaiono a prima vista.
Nella
prefazione al suo capolavoro, pietra miliare del genere horror,
Bram Stoker spiazzava l'editore scrivendo queste esatte parole.
Verità destabilizzante o trovata commerciale al
passo con le moderne strategie di marketing? Nella Londra del tardo
Ottocento, terrorizzata dal sangue versato a White Chapel dalle
stilettate di Jack Lo Squartatore, meglio non alimentare
ulteriore allarmismo; meglio ricacciare i vampiri fra le pagine della
narrativa di finzione, sei piedi sotto terra. La nota dell'autore
venne censurata, così, assieme alle cento pagine iniziali: smembrato
e ricucito, il manoscritto si trasformò sulla scrivania
dell'editore. Da allora, è stato al centro di un mistero pari per
grandezza soltanto al suo fascino. Centoventi anni dopo risulta
impossibile venirne a capo, districando le speculazioni degli
studiosi dalle ultime volontà dell'autore: pur avendolo letto e
profondamente amato quando non avevo ancora l'età, per esempio, io
stesso non ricordavo che nel romanzo non venisse mai menzionato Vlad
L'Impalatore. Un'intuizione della critica, in cerca dell'identità
del Principe delle Tenebre, poi entrata nell'immaginario collettivo
grazie all'indimenticabile Francis Ford Coppola: il film,
fedelissimo, aveva il nome di Stoker perfino nel titolo, ma si
prendeva licenze poetiche nel tentativo di collocare storicamente la
figura del conte. Com'è nata? Meraviglia che l'idea di
raccontare la genesi dell'opera sia venuta in mente soltanto ora,
francamente, leggendo in una qualsiasi nota biografica dettagli piuttosto sospetti. Vittima di una malattia che da bambino lo condannò a un
isolamento a confine con l'agorafobia, Bram guarì miracolosamente
dopo un comune salasso e alla sua morte, avvenuta a sessantacinque anni, diede disposizioni affinché la sua salma
venisse cremata secondo una pratica all'epoca poco diffusa.
Quale enigma doveva ridurre in cenere insieme alle sue ossa? Dacre
Stoker, suo discendente, firma in coppia con J.D. Barker un omaggio
che a sorpresa si rivela una gemma del gotico. Tutto ha inizio con la
lunga notte di un uomo braccato da voci, ombre e ricordi nel torrione
di un'abbazia sconsacrata: rose bianche, specchi e crocifissi possono tener fuori l'invasore,
non l'inquietudine. Quell'uomo era Bram Stoker, qui personaggio di un
incubo letterario degno dei suoi.
La
gente crede solo a ciò che può comprendere.
In
compagnia della sorella Matilda, da bambino, il protagonista leggeva troppi gialli, si
annoiava, ficcava il naso dove non avrebbe dovuto. Dalla sua soffitta
affacciata su una Dublino prostrata dalla carestia, animava i suoi
pomeriggi grazie alla cronaca nera – cadaveri trafugati per
sperimentazioni scientifiche, stragi domestiche mosse dalla
disperazione – e ai comportamenti inspiegabili dell'affezionata
tata Ellen. Questa Mary Poppins da brivido cambiava ogni giorno il
colore degli occhi, imprevedibili al pari delle sue assenze
frequenti, e nei ritratti appariva sempre diversa. Ma tutto le veniva perdonato, dal momento che aveva imparato a rendersi indispensabile
all'interno di una famiglia popolosissima, e nessuno poteva spingersi
nei meandri della sua camera da letto. Legato a lei da un filo
ostinato, in un rapporto simbiotico che sfida il tempo, Bram le deve
tutto: l'ispirazione e l'eterna dannazione. Al punto da seguirne le
tracce, quindici anni dopo, in compagnia dell'anticonformista Matilda
e del fratello maggiore, Thornley, preoccupato dall'improvvisa follia
della moglie. I bambini cresciuti, come in It,
formano un trio affiatato per illuminare l'oscurità di un'infanzia sospesa nel dubbio. Dopo aver reclutato l'ungherese Arminius
Vambery, gentiluomo con il pallino dell'occulto che ispirò il
personaggio di Van Helsing, gli imprudenti Stoker si accorgeranno di
non essere gli unici sulle tracce dell'ex tata. Ma Ellen, struggente personaggio femminile sbucato quasi da una novella di
Boccaccio, intanto cosa cerca?
Sta
venendo la morte per tutti noi; sarà prodigiosa.
C'erano
una volta, tanto tempo fa, una contessa innamorata di un contadino
senza arte né parte; un uomo dagli occhi fiammeggianti e con
l'accento con l'est, che si vocifera abbia stretto un patto con il Diavolo; le sciagure della famiglia O'Cuiv, decimata sì ma non
dall'inedia. Rispolverando il piacere delle fiabe folkloristiche e il
gusto per la suggestione dei racconti orali, Dracul è
un'avventura che riprende nei minimi particolari
l'impalcatura del successo di Stoker e, senza tralasciare nulla del
breviario horror – cuori pulsanti nei barattoli di formaldeide,
cadaveri in fuga dagli obitori,
insetti e poteri psichici –, sbarca infine in un villaggio fantasma
in Baviera. Se i pericoli non sono soltanto soprannaturali, meglio
temere il calare delle tenebre o al contrario aspettarlo? Elegante e
rigorosissimo, il romanzo prequel segue passo passo le regole del
Dracula originale. Ne
viene fuori una lettura bellissima, che abbraccia una narrazione ad
ampio respiro e una struttura familiare, fatta com'è di
fitti carteggi, note dattiloscritte e pagine di diario. Dietro la
notte cupa e tempestosa dei proverbi si nasconde un lavoro filologico
credibilissimo, che ha davvero del magico. Quando la curiosità è un
prurito inestinguibile, proteggiti il collo dal bacio dei morsi;
mettiti al riparo. La popolano un conte diverso da quello
che pensavi di conoscere e una storia, in perfetto equilibrio fra
biografia e finzione, che invece non conosci ancora. A casa dovresti
essere al sicuro. Questo brivido vecchio stile picchietta alla
finestra con discrezione, desidera un invito formale per morderti. Ci sono cresciuto, e ne avevo nostalgia. Io, come il giovane Bram, l'ho lasciato entrare.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Annie Lennox - Love Song for a Vampire
L'esistenza
di Aimee Sinclair è finzione scenica. Fasulle le generalità,
illusori i successi lavorativi e sentimentali. Per sua fortuna, però,
ha fatto delle bugie di cui si nutre una professione remunerativa: è
un'attrice sulla cresta dell'onda. Il suo compito, farti pendere
dalle sue labbra. Dopo un lungo apprendistato è riuscita a
soggiogare i fan, costantemente in crescita; un agente che a sorpresa
le ha proposto un provino con David Fincher in persona; il marito
giornalista, Ben, che la venera nonostante l'esagerata gelosia.
Quanto possono stare in equilibrio i castelli
di carta? Pochissimo nel mondo del cinema, fabbrica di sogni e incubi
che in fretta chiude le porte alle sue stelle splendenti. E ancora
meno nel nuovo romanzo della giallista inglese Alice Feeney, maestra
indiscussa dei tracolli coniugali e delle protagoniste inaffidabili.
Non
tutti vogliono essere qualcuno. Alcuni vogliono essere qualcun altro.
Qualche
estate fa mi aveva stregato con Ogni piccola bugia, ingegnosa
opera prima che in quanto a cattiveria rivaleggiava con L'amore bugiardo, e nel fervore generale
ci riprova con un intreccio costruito nuovamente fra passato e
presente, con una donna che ha perso il bandolo delle sue stesse matasse. Tutto ha iniziato quando Ben scompare senza lasciare traccia e
l'agente Alex Croft, poliziotta inutilmente sul piede di guerra come
previsto dal cliché, punta il dito contro quella moglie sotto i
riflettori. Prima per i successi hollywoodiani, poi per i presunti
misfatti. La violenza domestica, infatti, colpisce anche gli uomini:
era forse lei l'aguzzina del giornalista, schiaffeggiato in pubblico
in seguito a una lite al tavolo del ristorante? Lo ha ucciso? Se sì,
lo ha dimenticato per proteggere la propria sanità mentale?
Salteranno fuori corpi dalla dubbia identità, rivali in amore,
stalker a immagine e somiglianza della tormentata Aimee, mentre i
salti temporali ci condurranno implacabilmente nell'infanzia della
protagonista: lì si annidano le prime ambizioni – un paio di
inavvicinabili scarpette rosse in vetrina, come quelle indossate da
Dorothy –, i primi stratagemmi per salvarsi dal provincialismo
irlandese – lezioni di dizioni, favole da ascoltare con il
mangianastri, blockbuster anni Ottanta noleggiati in videocassetta –,
i primi crimini. La norma se sei la figlia di due spiantati
allibratori, Maggie e John, e devi imparare a difenderti con le
maniere cattive dai creditori. Inevitabile se un bel giorno sei stata
sequestrata, ripenso a tal proposito alla lettura del toccante Ellie all'improvviso, e due perfetti
sconosciuti ti hanno intimato di chiamarli mamma e papà.
Sposiamo
chi ci fa da specchio: è il nostro opposto, ma a noi sembra un
riflesso. E, se lui è un mostro, io cosa sono?
Non
si può dire che Alice Feeney sonnecchi sugli allori. Moltissimi i
colpi di scena, nonostante abbia purtroppo intuito il principale a
cento pagine dalla fine, e altrettanti i momenti da pelle d'oca. Il
vademecum di thriller così, sordidi, sanguinosi e malati fino
all'ultimo, esige figure borderline e tabù infranti. Il rischio
corso, in questo caso, è stato quello di ripetersi per paura di fare
peggio che in passato. Simile al romanzo precedente ma più
maldestro, Ogni tuo passo ripropone
con capitoli rapidi e stile accattivante – per gusto personale,
preferisco tuttavia qualche frase ad effetto in meno – scambi di
persona, doppie identità, flashback a raffica. Aveva tutte le carte
in regola per farmi suo ma, pur funzionando senza sbadigli di sorta,
rimesta nei temi caldi del successo precedente e nel classico
repertorio delle narratrici bugiarde, citando più volte sé stesso.
All'ombra di Ogni piccola bugia,
i pregi dell'uno diventano con una punta di dispiacere i difetti
dell'altro. Torna a mentirci, Alice: irretiscici, fallo meglio e di
più. Sperando che a ogni passo, a ogni romanzo, non riprenderai
puntualmente a raccontarci l'ennesima storia in assonanza di donne-mantidi e
relazioni pericolose.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Doris Day – Perhaps, Perhaps, Perhaps
Alle
parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le
usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per
leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo
insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la
voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici
della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i
gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano
coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però
un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani –
che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano
anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei
due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti
negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e
armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti
misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di
Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza
lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa
– e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a
proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della
lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli
che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio
essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo
nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro
che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un
presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un
secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.
Puoi
portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli
intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua
essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un
gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.
C'è
voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il
sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei
predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le
scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le
penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di
giardinaggio e gelati in premio alle
studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti
di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini
italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un
amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata
donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle
adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili
matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha
invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con
l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per
provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante
all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore
naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al
contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la
voce a piacimento.
Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca
sperare.
Con
debiti evidenti versoIl racconto dell'ancella,
tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla
pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che
ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha
soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per
quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle
relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo
può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean
si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il
suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di
Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno
di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere
cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una
scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi
batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top
Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile,
trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con
atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi
vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo
spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo
pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono
nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti:
frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia,
triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e
delle sue conseguenti forzature.
Mostri
non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni
artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono
sempre di saperla più lunga degli altri.
Vox
e la sua sentita crociata
generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un
male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti
simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno
di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence
La
porta socchiusa, l'appartamento in disordine, la paura di
un'irruzione. Ha fatto una cosa strana, il ladro. Ha portato qualcosa
di suo anziché rubare. Dappertutto, oggetti che non ci
appartengono; tracce che portano ad appuntamenti, a notti mai
vissute. Banconote fruscianti nel portafogli, un vestito azzurro di
una taglia in meno nell'armadio, libri coltissimi sul comodino, un
vibratore nel cassetto. Le stranezze si spostano anche fuori, per strada. Dove
sconosciuti ci salutano chiamandoci con un altro nome. Dove qualcuno
pretende il pagamento di un debito, qualcun altro la resa dei conti,
un altro ancora un bacio. Nella vita di Sally Porter,
ventinove anni, c'è un invasore che le ha rubato i figli, i ricordi,
il senso dei giorni: sé stessa. Chi diventa quando i mal di testa si
fanno lancinanti, le difese si abbassano e lei – un ex marito con
il vizietto degli scambi di coppia, due gemelle di cui il tribunale
le ha negato la custodia, traumi familiari che prendono avvio dalla
scomparsa del padre amatissimo – rinuncia alle ancore della realtà?
Voglio
parlare con qualcuno. Uno psichiatra o uno psicologo. Non so quale
dei due, li confondo sempre [...]
Perché nell'ultimo mese ho tentato di uccidermi tre
volte. Perché c'è qualcosa dentro di me che mi costringe a fare
delle cose.
A
luci spente emerge la spietata concorrenza delle altre. Aspiranti
attrici con il sogno di un ruolo di spicco, protagoniste di una gara
senza esclusione di colpi: qualsiasi cosa pur di uscire alla ribalta.
Ci sono Nola, artista del Greenwich Village con amicizie elitarie,
interessi sofisticati e frequenti tendenze suicide; Bella – un nome, una garanzia – per cui sedurre, flirtare,
piacere, sono linfa vitale; la dolcissima Derry, io narrante che
serve ai tavoli con un sorriso trasognato e cerca fra gli avventori
il principe azzurro; infine Jinx, rissosa e vendicativa, che
dissemina sangue e violenza, ossa e cuori spezzati. In comune con la
pudica e superstiziosa Sally, niente se non il corpo. La mente
della protagonista è infatti un labirinto pieno di angoli oscuri. A turno,
dagli anfratti, possono saltare fuori donne diverse. Attratte dalle
debolezze di uomini diversi – il giocatore d'azzardo Todd, il
dongiovanni di mezza età Eliot o lo psichiatra Roger, vittima della
sindrome del burnout. Con idee diverse sulla
religione, il sesso, la morte. Quando diventano inconciliabili, tocca
prenderne atto; intervenire. Ma le personalità di Sally hanno una
coscienza, una storia, un singolare attaccamento a quella vita
spartita in parti disuguali. Se Cartersio aveva ragione – se
cogito, ergo sum – eliminarle non sarebbe forse omicidio? Sul
lettino del terapista, invertire il processo di fissione dando vita a
un Sally in pace con la propria femminilità, con il proprio
candore, con la propria ira: la quinta.
Non
mi sto uccidendo. Sto uccidendo voi. Quando tutto il sangue sarà
uscito dalle mie vene e la mia mente si sarà svuotata, nessuno di
voi esisterà più.
Le
hanno cantante in tanti. Al telefono, dolcemente complicate. Donne
belle perché contraddittorie, volubili, sull'orlo di una crisi di nervi. I loro proverbiali sbalzi d'umore, direbbe
ironicamente qualcuno, diventano patologia nel romanzo di Daniel
Keyes. Lo scrittore e psicologico statunitense, celebre per Fiori
per Algernon e Una stanza piena di gente,
riprende fra le pagine il tema affascinantissimo delle personalità
dissociate. Ne aveva ventiquattro il serial-killer Billy Milligan,
raccontato attraverso un diario psichiatrico che avrebbe
dovuto ispirare un film con Leonardo DiCaprio. Sally ne ha
quattro – la quinta è in fase di costruzione, grazie alle cure del dottor Ash –
e una storia di finzione, scritta da un luminare del campo
che si diverte a intrigare, qui, secondo le regole della suspance.
La
maggior parte di noi ha molte facce, come superfici di un prisma che
riflettono la luce. Io sono diversa. Sono come una perla in una
collana con cinque pendenti.
Non
mancano le trovate brillanti: le confidenze fra Derry e Murphy, il
manichino in posa nella vetrina della
sartoria sotto casa; la libido di Sally che, in una notte di carezze, trasforma
i piaceri della masturbazione in una surreale orgia al femminile. Ma
il processo di accettazione e di guarigione della protagonista appare graduale e realistico, mai spettacolare: come organizzare una cena
per un gruppo di vecchie compagne di scuola eternamente in disaccordo
sulle caratteristiche dell'uomo perfetto, sul ristorante da
scegliere. Come venirsi incontro, sedersi accanto, nei tè con le
bambole da bambina: quando un'assenza ingombrante, le manipolazioni
di adulti di cui sarebbe stato meglio non fidarsi e una gatta di nome
Cenerentola ispirarono amiche immaginarie con una personalità, in
definitiva, più forte di quella di una giovane in frantumi.
Inquietante come un thriller psicologico ma fondato come il
più specialistico dei saggi, La quinta Sally
è una seduta (spiritica) con cinque sedie perfettamente in cerchio e
il riflesso di altrettanti specchi. Specchi rotti, per trentacinque
anni di sfortuna: troppi da espiare. Cosa non fanno, allora, i
romanzi belli. Cosa non fa questa nostra testa sconfinata e matta.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Elvis Presley – Suspicious Minds
Nelle
nostre case perfette, nei nostri armadi odorosi di lavanda e
naftalina, nascondiamo scheletri nell'armadio non dissimili da quelli
lasciati a scarnificare nelle fosse comuni, sui campi di battaglia
senza gloria. Lo sa bene Kate, ventinove anni, professione
giornalista, di ritorno da un viaggio in Medio Oriente in cui ha
lasciato il cuore – a pezzi – e il corpicino di un bambino che le
domandava ogni giorno cosa avessero gli inglesi – scontrosi, di
poche parole, privilegiati – per cui essere sempre tristi. I
bombardamenti alle spalle, il lascito di una madre appena scomparsa
davanti: troppo per una mente già fragile e provata. L'accoglienza
nella cittadina natale, Herne Bay, non è delle migliori.
Pioggia, vento e, a parte il cognato, nessun parente alla
stazione: fra lei e la sorella del titolo, Sally, non corre buon sangue, ma fiumi di alcol. E se il ritorno al luogo in cui tutto
ha avuto inizio fosse più pericoloso del conflitto ad Aleppo?
La
mia vita sarà sempre così d'ora in poi. Perché questo è ciò che
mi rimane: un incubo infinito pieno di voci e grida.
Leggere il testamento
della matriarca, soffiare via la polvere, significa per Kate venire a
capo di una matassa viva e contorta che non riguarda solo lei, ma
l'intero albero genealogico dei Rafter. Una famiglia segnata dalla
sfortuna, dallo squilibrio, che ha lasciato alle sue
giovani figlie una casa in malora, tare genetiche ed enigmi continui.
Le bombe nel petto e in testa. La protagonista si convince presto,
infatti, che i dirimpettai stiano nascondendo lo sporco sotto il
tappeto e un bambino maltrattato nella rimessa. Sarà che la vicina,
Fida, ha origini iraquene. Sarà che in mezzo a Kate e Sally c'era un altro
bambino, David, morto per annegamento nell'impotenza generale. Sarà
che, cresciuta da un padre manesco che ha sempre preferito le moine della secondogenita, la ribelle Kate sa ormai
riconoscere il male che sfugge ai più. Anche quando ce l'hanno sotto
gli occhi. Peccato che i sonniferi e i calici di vino rosso, la
diagnosi di disturbo post traumatico da stress, la rendano una
testimone e una narratrice inaffidabile.
T'inventi
le cose, Kate. E' più forte di te.
Ma
questa è anche la storia dell'altra sorella, a lungo personaggio
marginale: pessima madre di un'adolescente in fuga, cattiva moglie di
un uomo zerbino, è la prova di come la mela non cada mai lontano
dall'albero. Kate e Sally sono così inconciliabili, così diverse, o
sono forse voci complementari della stessa storia tragica? Il
reciproco risentimento, rimpiazzato dalla tensione. A pagina uno, nel
prologo, sappiamo che una delle due morirà. Chi, e per quale mano?
Cattivo, torbido, malato, I segreti di mia sorella è
un romanzo psicologico che alla prevedibilità di qualche svolta –
complici i pochi personaggi, che rendono scarsamente numerosa la rosa
dei sospettati – risponde a tempo debito con inquietanti colpi di
scena e cambi di prospettiva non annunciati. Mi è sembrato la
versione scritta bene e meglio pensata della Ragazza del treno, in cerca di un erede –
come se qualche lettore lo domandasse, poi – da qualche anno a
questa parte. Un thriller al femminile che ha qualche difetto,
qualche piccola forzatura, ma un bel peso. In ballo: emozioni viscerali e
vicende scomode. La sua forza, invece, tutta da ricercare in personaggi
caratterizzati sin nelle più piccole contraddizioni e in una costruzione che, fino all'ultimo, sa come intrigare. Restano allora i
traumi, le ferite aperte. Perché da una guerra, dall'infanzia, non si esce
mai completamente incolumi.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Bad Wolves – Zombie (The Cranberries)
A
lungo, la lettura dei thriller mi ha regalato più amarezze che notti
in bianco. Con fascette promozionali che urlavano superlativi assoluti e trame scritte con l'escamotage della carta
copiativa, andavano scelti con cura maggiore per limitare danni
e delusioni. Letto uno, letti tutti. Quanti amori bugiardi, dopo Gillian Flynn? Quante ragazze sui binari, dopo il
passaggio – tutt'altro che degno di nota, ma tant'è – del treno Paula Hawkins? Qualcosa è cambiato quest'estate. Sotto
l'ombrellone, prima i tranelli dellaFidanzatamessa
in un angolo, poi il cuore sorprendente di Paola Barbato. Dico
arrivederci alle giornate lunghe, ai tramonti sul mare, con l'esordio
di Alice Feeney. Un thriller psicologico che fa eccezione:
per fortuna, un altro. Articolato su tre diversi piani temporali,
Ogni piccola bugia raccontail prima e il dopo di Amber
Reynolds. Fino a Natale, speaker radiofonica a rischio di
licenziamento; un matrimonio in crisi con Paul, autore di best-seller che
ha perso parole, ispirazione e il desiderio di diventar padre; una
sorella perfetta, Claire, riuscita dove lei ha fallito.
Dopo le feste comandante e una notte di neve, di Amber non
resta che un guscio semivuoto in un letto d'ospedale: un misterioso
incidente d'auto, una pioggia di vetri in frantumi, il coma farmacologico. Nessuno, a parte lei, sa cosa sia successo. Nessuno
immagina che la donna attaccata alle macchine stia vegliando notte e
giorno, e prestando tacitamente ascolto. Alle ipotesi della polizia. Alle preoccupazioni di medici e infermieri. Alle confidenze troppo intime di
Paul e Claire: molto più che cognati?
Siamo
fatti tutti di carne e di stelle, ma alla fine diventiamo tutti
polvere.
Meglio
brillare, finché possiamo.
Della
protagonista restano le fragili ricostruzioni a cui dare voce tra il
sonno e la veglia e qualche vecchia pagina di diario: la storia di
una bambina infelice, trascurata, e di un'amicizia sui banchi di
scuola che diventa questione di vita e di morte. Amber, stando a
titolo e copertina, spesso mente. Ci vogliono cento
pagine per imparare a diffidare; per capire che la tipica narratrice bugiarda, in realtà, è il cuore nero di un atipico romanzo di
genere. Ogni piccola bugia
sembrava a torto il classico thriller matrimoniale. Alla lentezza
dell'inizio – non piatto né mal scritto, ma canonico – seguono capitoli sfuggenti, imprevedibili, in cui si confondono
ad arte le voci e le intenzioni. Intricato gioco al femminile,
finalmente degno delle trame della famigerata Amy Dunne, ha una
affascinante matrioska per protagonista. Amber soffre di disturbi
ossessivi-compulsivi. Sospetta di tutto e di tutti. Affida al
caminetto le liste per punti e quadernini fitti, che potrebbero
spifferare i segreti di fuoco di certe notti. Per tutto il tempo,
insieme a un'autrice perfida e profondamente divertita, si prende
gioco di te. Chi ha l'ultima parola? Chi dorme davvero?
La
gente pensa che il bene e il male siano due opposti, ma non è così:
sono l'uno l'immagine riflessa dell'altro su uno specchio infranto.
Sbavato
a tratti (non convince, ad esempio, il personaggio di Edward:
vecchia fiamma a cui dare una seconda possibilità, un po' per vanità
e un po' per ripicca), il romanzo è una bestia di premeditazione e
vendette da servire fredde. Una bambola russa dal sorriso stonato,
che inquieta nei labirinti di corridoi asettici e sulla striscia dell'asfalto. Se della mancanza di bei thriller non potevo già
lamentarmi, mi mancava comunque questa stessa smorfia di stupore; il
boccheggiare, con un filo di tachicardia, in un finale che vale la
candela. Di quelli che vorresti spifferare a tutti per dire: ci
credete, voi, che va così? Di quelli che ti fanno prestare cieca
fiducia alle piccole bugie di queste grandi affabulatrici. Facendo il contrario, pagheresti un prezzo salatissimo. E non vedresti con gli
stessi occhi chi – sotto osservazione, sotto sospetto – intanto
dorme il sonno dei giusti.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Wankelmut & Emma Louise - My Head is a Jungle
|
La fidanzata,
Michelle Frances. Editrice Nord, € 16,90, pp. 445 |
Il
thriller è il genere dell'estate. Quattrocento pagine da divorare
come fossero l'esatta metà, la tensione alle stelle contro la
pigrizia, qualche brivido al sole. Quello dell'esordiente Michelle
Frances, in uscita il 6 luglio (ringrazio Barbara per la copia in anteprima), mi è parso l'esemplare perfetto per inaugurare la
stagione. In copertina, il fresco ammiccante di una piscina
sotterranea. Puoi portare il costume e fare un tuffo nel profondo
blu, se passi da Londra e sei ospite della famiglia Cavendish –
ricchi da generazioni, raffinatissimi. La villa è territorio esclusivo di Laura, matriarca che non ha mai
dovuto temere rivali. Cinquantenne invecchiata con eleganza,
è una produttrice televisiva di successo e l'unica presenza
femminile nella vita del coccolato Daniel. Questo finché, dalla
porta principale e dal quartiere proletario della città, non entra
Cherry: agente immobiliare con la metà dei suoi anni e, stretto in
un mano, tutto il cuore dell'unico figlio maschio. Porta con sé uno spiffero di
vento dall'esterno; le avvisaglie di un uragano. Scattano le cerimonie
di sorta, i complimenti sulla fantasia della camicetta e sui gigli
in corridoio: all'inizio non mentono. Insieme vanno in
vacanza nel sud della Francia. Laura e Cherry si scrutano con
sospetto, sapendo che nella vità del giovane medico c'è una donna
di troppo. Nuore e suocere sono nemiche giurate: c'è del
vero nel luogo comune che le vuole in guerra per contendersi il bene
dell'uomo di casa? Nella Fidanzata si
parte da dispetti grandi e piccoli, ripicche, bugie innocenti. Quadri
e vestiti a brandelli, appuntamenti che saltano. Si cerca di
screditare l'altra con mezzi leciti e non, pur di porsi sotto la luce
migliore. A un certo punto, non diciamo quando, una delle due
oltrepassa il limite in nome di un sadico egoismo. All'altra, allora,
resta una vendetta da progettare nel dettaglio, come fosse il matrimonio dell'anno. E, tra le due litiganti, siedono un
figlio e un lettore indecisi da che parte stare.
Voglio
bene a mio figlio. Era l'unica cosa importante. Anche se
stava per fare qualcosa di mostruoso.
La
Frances affascina e diverte. Non pasticcia con i punti di vista, al
contrario di Paula Hawkins e delle sue mediocri imitatrici. Preferisce
una narrazione in terza persona, pratica e scattante. Delle sue
protagoniste, così, sappiamo tutto sin dall'inizio: sono un libro
aperto. Laura, che sopporta a malincuore la lunga relazione
extraconiugale del marito e anni prima ha visto morire la sua
primogenita in culla, prova un amore totalizzante per il
superstite: è sbagliato desiderare il suo meglio? Cherry,
brillante autodidatta, si vergogna della mamma cassiera e
del suo accento di ragazza di periferia; in passato c'è stato un fidanzato che non l'ha fatta sentire abbastanza: è un crimine
glissare su aneddoti che ci imbarazzano, confidare in una fuga dallo
status quo? Comprensibili dal punto di vista umano,
psicologicamente riuscitissime, le protagoniste della Frances sono
fragili e problematiche, convincenti sotto ogni aspetto. Non
si sa per chi tifare, nella loro catfight. Ognuna ha turbe
preoccupanti e ragioni insindacabili. Peccato gli esiti non
sorprendano in chiusura. La prevedibilità, questa volta, non spiace. Non c'è cosa
peggiore di una donna su tutte le furie. Di una mamma chioccia
trascurata, di una fidanzata messa da parte. Io leggevo in apnea; gli
occhi che rimbalzavano da una versione dei fatti all'altra. Non ci si
allontana troppo, infatti, dalle tipiche dinamiche delle attrazioni fatali
(con tanto di sfortunato animaletto sacrificato alla causa) e di
sentimenti ambigui, diventati questione di vita e di
morte nel tempo – ho ripensato alla faida tra Jessica Lange e Gwyneth Paltrow
in Obsession, ma la
nuotata nell'abisso mi lasciava fantasticare sui sottili giochi
prospettici di Ozon e Guadagnino, sobillatori a bordo
piscina. Manca l'esclamazione di stupore, il colpo di scena. Ma sono
i pregi e i difetti di un romanzo accattivante, facile da leggere ma
difficile da architettare, poiché pensato come una partita a
carte scoperte. La sola qualità della scrittura, il mondo in ombra
delle signore sull'orlo di una crisi di nervi, invogliano a vedere come andrà a finire. Le quattrocento pagine volano. La tensione schizza in alto.
Un accenno di pelle d'oca affiora sotto le scottature. Il thriller,
anche quando godibile ma imperfetto, resta il genere della mia
estate.
Il
mio voto: ★★★★ -
Il
mio consiglio musicale: Cyndi Lauper – Don't Let Me Be
Misunderstood
Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.
Titolo:
Il giorno che aspettiamo
Autrice:
Jill Santopolo
Editore:
Nord
Numero
di pagine: 398
Prezzo:
17,60
Sinossi:
Una
luminosa mattina di fine estate, un ragazzo e una ragazza
s’incontrano all’università, a New York, e s’innamorano.
Sembra l’inizio di una storia come tante, ma quel giorno è l’11
settembre 2001 e, mentre la città viene avvolta da un sudario di
polvere e detriti, Gabe e Lucy si baciano e si scambiano una
promessa. E due vite si fondono in un unico destino. Tredici anni
dopo, Lucy è a un bivio. E sente la necessità di ripercorrere con
Gabe le tappe fondamentali della loro relazione, segnata da scelte
che li hanno condotti lungo strade diverse, lungo vite diverse.
Scelte che tuttavia non hanno mai reciso il legame profondo che li ha
uniti per tutti quegli anni. Così Lucy gli parla dei loro primi mesi
insieme. Del loro amore intenso, passionale, unico. In una parola:
puro. E poi di come Gabe avesse infranto quella purezza, decidendo di
partire, di andarsene da New York per accettare l’incarico di
fotografo di guerra in Iraq. Perché lui sentiva di doverlo fare,
perché ciò che accadeva nel mondo era più importante di loro. Una
scelta che aveva aperto nel cuore di Lucy una ferita che lei pensava
non sarebbe guarita mai. E che, invece, era stata curata da Darren,
l’uomo che lei avrebbe scelto di sposare. Eppure quella ferita si
riapriva ogni volta che Lucy riceveva una mail o una telefonata da
Gabe, e ogni singola volta che lo aveva rivisto nel corso degli anni.
Poi era arrivata quella volta, era arrivato quel giorno…
La recensione
Dove
eravate l'undici settembre? Inutile precisare di quale anno, inutile
domandarvi se lo ricordiate oppure no. Io ne avevo sette, di anni, e
se lo chiedeste agli altri ragazzi della mia generazione vi
trovereste a leggere storie simili tra loro. Guardavamo la
Melevisione quando le trasmissioni pomeridiane furono interrotte per fare spazio al caos di una New York sotto assedio.
Ricordo il fumo e la gente che saltava giù. Ricordo che non capivo
perché i miei genitori, accanto a me, fossero così preoccupati.
Dov'erano Gabriel e Lucy, i protagonisti del fortunato esordio
di Jill Santopolo? Compagni di corso, si erano ritrovati a saltare
una lezione su Shakespeare e scrutare la tragedia dallo stesso tetto. La protagonista associerà sempre quel giorno a lui, che già
allora si figurava un novello Steve McCurry. Per un
intero decennio, Gabe apparirà e scomparirà dalla sua vita.
Innamorato più del suo mestiere di fotoreporter che della donna con la luce nel nome.
Il
romanzo, tutt'altro che stucchevole ma troppo scontato nell'epilogo,
parla di sentimenti e terrorismo. Parte dal Ground Zero, passa dal mandato di Obama alla cattura di bin Laden, finisce con la tivù accesa su Gaza. In
mezzo: un matrimonio con un uomo che sembra un po' un rimpiazzo, qualche
sporadico faccia a faccia, chiamate a qualsiasi ora. Serve una voce
amica. Serve una spalla su cui piangere. Serve un custode, un
complice, del giorno più brutto (e più bello) del mondo. Lettera
indirizzata a Gabriel, il romanzo ha domande retoriche che
incalzano e ricordi che si susseguono. Dove sono adesso? Sono felici?
Stanno insieme? Il giorno che aspettiamo
è sentito, malinconico, ben scritto, ma. Goodreads cita Un giorno(probabilmente, uno dei romanzi
della mia vita) e Io prima di te
(adorabile, sì, eppure impacciato in presenza del dramma), e purtroppo mi sono mancati i
dettagli sostanziali del primo e l'inaspettata freschezza del secondo. Gli amori, memorabili anche al cinema, dell'uno e
dell'altro. Durante la lettura, sapete, non ho pensato neanche per un
momento che non mi stesse appassionando. Cosa strana, è nel
momento in cui mi sono seduto al computer per parlarne che sono
affiorate le cose che non mi sono piaciute – e i paragoni di sorta,
giuro, non c'entrano.
Il romanzo
prende e ti dà del tu. Non importa infatti il cosa.
Importa, piuttosto, il
come. E il chi, mi
sono chiesto? Ci sono una lei presente e fragile, vivissima, e
un lui messo in secondo piano. Gabriel è filtrato, descritto,
sconosciuto – girovago incostante e sprezzate del pericolo: un
classico. La parte monca di una coppia che resta impressa a
metà. Il giorno che aspettiamo si apre con una dedica a
Manhattan in prima pagina e una premessa dell'autrice. La Santopolo
accenna a una gestazione lunga quattro anni, all'ispirazione derivata
dalla fine di una relazione importante. Dell'autrice ho sentito il
dolore, la lontananza, la nostalgia. La pena della stessa Lucy, che
aspetta e spera, e nel mentre si sposa, mette al mondo due figli e
lavora come produttrice di un programma per bambini, confidando invano che il fotografo di guerra si ravveda da sé. Il terrore accelera i
battiti e le reazioni, cementifica i rapporti umani. La gente, se
spaventata, decide di procreare o di stare insieme: l'amore è
il miglior antidoto contro la paura. A colpirmi, il bellissimo senso
della narrazione della Santopolo. E l'intimità di una storia che non
dovresti origliare, a tratti, tanto che suona vera.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Tom Odell - Another Love
Ieri
mi sono svegliata e, anche se non so perché, conoscevo questa
storia, come se fosse qualcosa che avevo sempre avuto in testa. Le
storie sono così, a volte. Anche quelle vere.
Titolo:
Nel buio della mente
Autore:
Paul Tremblay
Editore:
Nord
Numero
di pagine: 360
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
John
Barrett è un uomo concreto, di quelli che credono solo a ciò che si
può vedere e toccare con mano. Ma, da quando Marjorie, la figlia
quattordicenne, ha mostrato i primi sintomi di un grave disturbo
mentale, John è disposto a credere a qualsiasi cosa pur di aiutarla
a guarire. E, siccome finora nessuna terapia si è rivelata efficace,
a John non resta che affidarsi a padre Wanderly, il quale è convinto
che la ragazza non sia affatto malata, bensì posseduta e che perciò
debba essere sottoposta a esorcismo. Inoltre padre Walderly ha preso
contatto con un'emittente televisiva che vorrebbe filmare la famiglia
Barrett e coprirebbe tutte le spese, comprese le parcelle mediche che
John non può permettersi di saldare. John accetta… Sono passati
quindici anni da allora, eppure tutti ricordano ancora l'ultimo
episodio della Possessione, il controverso reality show che si era
concluso con tre morti e un'unica sopravvissuta: Merry Barrett, che
all'epoca aveva appena otto anni. Tutti lo ricordano, eppure nessuno
sa cosa sia successo davvero quella notte. Per alcuni, è stata tutta
in messa in scena. Altri pensano che il vero folle fosse John Barrett
e che sia lui il colpevole della strage. Per fare luce sulla vicenda,
la giornalista Rachel Nevil decide di intervistare Merry Barrett.
Però, più Merry va avanti nel suo racconto, più Rachel si rende
conto che riscostruire quella tragedia è come inoltrarsi lungo un
cammino costellato di inganni, segreti e tradimenti. Un cammino in
cui a ogni passo si rischia di perdersi negli oscuri recessi della
mente umana…
La recensione
Una
famiglia come tante, i Barrett. Una casa nel New England, con il
classico fazzoletto di terra. Due adulti che litigano, di tanto in
tanto. Due figlie a cui pensare. E i pensieri diventano tanti,
troppi, se il padre perde il posto fisso e la figlia maggiore,
Marjorie, si ammala. Turpiloquio, pesanti recriminatorie, gesti
avventati. Per qualcuno, avvisaglie di squilibri mentali:
schizofrenia. Per altri, ad esempio quel genitore che si è rifugiato
nella fede, si tratta invece di possessione. Se credi in Dio, non
puoi negare il suo opposto. Se hai cresciuto un'adolescente perfetta,
non puoi che giustificare a modo tuo questa sua improvvisa ferocia.
Le cure psichiatriche stentano a dare speranze, i soldi scarseggiano
e, per disperazione, si cede alla tentazione del piccolo schermo. Si
aprono le porte a una troupe televisiva che, tra ricostruzioni con un
cast di professionisti e interviste, ricercherà le radici della
stranezza di Marjorie e immortalerà l'odissea dei Barrett.
Non finirà bene. A raccontare la storia che gli spettatori americani
hanno visto in Possessione, fittizio reality show, l'unica
sopravvissuta: la piccola Merry, ormai donna. C'è una giornalista
che, vent'anni dopo, vuole capire cosa sia successo dopo i titoli di
coda. Perché il capofamiglia ha commesso una carneficina? La
quattordicenne era vittima di un demone, o soltanto dei fantasmi che
aveva in testa?
Nel buio della mente mi è arrivato tra le
mani con la speranza di colmare una mia mancanza. Sono cresciuto
senza avere nessuna paura dei film horror. Ho letto Stephen King
prestissimo e ho visto L'esorcista, qui apertamente citato,
quando non avevo ancora l'età. Parlando di romanzi, esclusi un paio di grandi classici della letteratura gotica e tutto ciò che il Re ha
firmato, ho invece qualche lacuna. In libreria ho thriller, gialli
all'inglese, polizieschi, ma poche storie da brivido. Soprattutto
come queste, sospese tra psicologia e paranormale: capaci, di per sé,
di profonda suggestione. Il primo romanzo giunto in Italia
dell'acclamato Paul Tremblay, già vincitore del premio Bram Stoker,
ha uno spunto risaputo e una struttura particolare. Accanto alla
confessione della sopravvissuta, troviamo i post di un blog dedicato
alla cultura pop, in cui si analizzano nel dettaglio orrori veri e
inventati. Chiodo fisso della admin, quel reality che destabilizzò e
divise il pubblico. Merry, che in prima persona rievoca la sua
infanzia, ha i tratti della narratrice inaffidabile. Come tutte le
bambine di otto anni di questo mondo, d'altronde. Si sente messa in
un angolo. Si sente trascurata, perché
Marjorie e le sue storie truci monopolizzano l'attenzione. Glissa,
così, sui dettagli compromettenti; ritocca a
fantasia. A lei va imputata la fretta di alcuni punti e la lentezza
di altri, in cui emergono gli hobby innocenti e le prime crepe.
Marjorie entra di nascosto nella sua stanza mentre dorme.
La tormenta
con racconti infantili e inquietanti, di città annegate nella
melassa e case stritolate dall'edera. Di quella famiglia non così
perfetta hanno parlato tutti e ovunque. Cosa ricorda davvero la
narratrice? Cos'ha invece visto, letto o ascoltato, per poi
confondere verità e finzione? Nel buio della mente è
violento, coinvolgente, ambiguo. Sospeso fra generi e intenzioni. In
bilico, ma raramente in pericolo. Non rispetta le regole, i patti
narrativi. Lascia a te il compito di metterlo a fuoco, di
interpretare i segni e colmare le falle. Ti abbandona con varie
chiavi di lettura, e potrebbero essere tutte giuste così come tutte
sbagliate. Paul Tremblay è abilissimo nel gestire un punto di
vista femminile e l'alta tensione. Il suo libro, una chicca da
consigliare ai cinefili, contiene segreti da rivelare e palesi omaggi
al genere – temperature in picchiata, vomito a fiotti,
masturbazione, linguaggio scurrile. I suoi debiti maggiori sono verso
il capolavoro di William Peter Blatty, scomparso proprio il mese
scorso, e le telecamere instabili del found footage. Penso,
soprattutto, all'ultima stagione di American Horror Story:
un finto alternarsi di sopravvissuti e figuranti, sui luoghi della
misteriosa Roanoke. Ma, tra le righe, il romanzo e il suo
autore riflettono su come i mass media enfatizzino il dolore e
falsifichino a lungo andare i ricordi. Descrivono la tragedia
annunciata della famiglia borghese tipo. Se il non detto affascina
fino alla fine, però, sulla carta tanto quanto al cinema, i cenni e
i richiami dichiarati costituiscono un pro e un contro insieme. A
rischio, l'originalità. Ma Nel buio della
mente spaventa, soprattutto se
studiare ti costringe a leggerlo prima di andare a dormire, e
l'inquietudine è un pregio che ha la meglio sugli spettri di Regan e
altri difetti.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Pixies – Where is my mind?