Il
2025 è appena iniziato, eppure sembrerebbe di aver già trovato la
serie più rappresentativa di quest'anno, e di tanti anni a questa parte. Specchio nero dei tempi che
corrono, M è il figlio del secolo, ma, soprattutto, il padre
di una mostruosa progenie ancora tra noi. Ispirandosi a Scurati, Joe
Wright mette in scena la banalità del male, e le sue origini, come
avrebbe fatto Shakespeare. Accuratissima ma mai didascalica, la serie
Sky lascia sedere in cattedra Mussolini in persona. Seduttivo e
ributtante, carismatico e insicuro, il Duce di un incredibile
Marinelli appare tutto e il contrario di tutto. A metà tra un
personaggio slapstick e il sanguinario Macbeth, ci guida fino al
delitto Matteotti, in una Roma fuligginosa come Birmingham: con lui
Russo, sorprendente partner in crime, e Chichiarelli, fiammeggiante
femme fatale. Se il cast è di soli fuoriclasse, la regia è
arte futurista. Wright coreografa i voltafaccia, la violenza
delle camicie nere, gli assalti come se fossero parte di un musical.
La Storia non è la solita storia. M osa con l'ironia della
tragicommedia per mostrare l'avanzata di un tiranno con poche idee e
molti consiglieri, abilissimo nel tradire tutti — soprattutto sé
stesso — quando il vento soffiava contrario. Perseguitato dai
presagi e dal senso di colpa, Mussolini si svela nel pubblico e nel
privato. E muove un atto d'accusa che nauseerà lo spettatore.
L'indignazione non va a lui, ma a noi stessi, inebetiti davanti al
suo predominio; complici. Il male peggiore è di chi lo compie o di
chi, con le opere e le omissioni, lo nutre? (9)
Certi
amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Succede
proprio così, come nella canzone di Antonello Venditti, anche ad Ana
e Oscar. Si conoscono alla vigilia di Capodanno del 2015, appena
trentenni, e si inseguono per dieci anni. Lei intraprendente
ristoratrice, lui medico nevrotico, non si ameranno con fedeltà per
tutto il tempo. A volte in coppia, altre separatamente, animano con
l'assoluta imprevedibilità dei loro sentimenti la serie del premiato
Rodrigo Sarogoyen. Presentata in anteprima al Festival Venezia e
imperdibile per tutti gli appassionati del cinema di Linklater e
Kechiche, resterà tra le più struggenti dell'anno. Se la struttura
narrativa ricorda l'iconico One
Day,
il resto sembra frutto di una magica improvvisazione. Gli attori
rivelzione Iria del Rio e Francesco Carril, intimi e intensissimi,
sono al centro di dialoghi lunghi interi piani sequenza e di scene di
sesso così dettagliate da sembrare reali. Nel passaggio dai trenta
ai quarant'anni, cambieranno lavoro, partner, città; vivranno lutti,
nascite, perfino la pandemia; guadagneranno un fascino inaspettato,
mentre i capelli si tingono inevitabilmente di grigio. Torneranno
insieme, stavolta per sempre, in vista del faccia a faccia
finale? Sicuramente,
al termine di questo splendido tranche de vie che un po' appartiene
anche a noi, non si scorderanno mai.
(8)
Una
documentarista rischia di perdere sia famiglia che reputazione quando
un’ombra dal passato minaccia di rendere un suo segreto di dominio
pubblico. A sbugiardarla è un romanzo autopubblicato, in cui si
racconta la passione di un’estate lontana finita poi in tragedia.
Ci si può fidare, però, di un narratore bugiardo? E di una donna
spinta al limite? La regia di Alfonso Cuaròn, la fotografia di Emmanuel Lubezki, il cast all
stars
capitanato da Cate Blanchett. Possibile che, dopo l’anteprima al
Festival di Venezia, si sia parlato tanto poco di Disclaimer?
Scarsamente pubblicizzata, è un thriller sull’illusorietà delle
relazioni e sul potere della scrittura, a tratti erotico e a tratti
agghiacciante; una storia di vendette, servite rigorosamente fredde,
dove il vedovo Kevin Kline è talmente magnetico da giganteggiare sul
resto del pur sempre ottimo cast. Tratto dal romanzo di Renée
Knight, bestseller da supermercato coinvolgente ma dozzinale nello
stile, l’adattamento Apple trova l’autorialità che mancava alla
controparte letteraria. Peccato che la patina eccessiva della
confezione, la ridondanza delle voci off e l’esagerato manierismo
della regia rendano il tutto troppo lezioso, anche a discapito
dell'efficace colpo di scena in agguato. Questo asserragliamento da
Oscar avrebbe meritato comunque maggiore attenzione. (7)
Relegata
a leggerissime commedie televisive, Paola Cortellesi prende
finalmente parte al suo film migliore: lo dirige lei. Nazional-popolare, brutale e tenerissimo, sorprende per una scrittura in bilico fra la commedia e
il dramma e per una cifra autoriale già matura. Si parla di
femminismo e discriminazione di genere, di violenza domestica e
conflitto generazionale. C'è ancora domani non è, però,
l'ennesima storia di female empowerment. Delia è il tipico angelo
del focolare. Sempre con il grembiule da cucina,
sempre dimessa, sempre con qualcosa da fare. Corre continuamente, ma
non va mai da nessuna parte. Il suo eroismo sta tutto nel sopportate
a bocca chiusa gli abusi del tirannico Mastandrea. E,
nell'impossibilità di denunciarlo, di trasformare i pestaggi in sequenze musical. La solidarietà femminile c'è, ma è
nelle sporadiche confidenze in cortile; nell'amara consapevolezza di
essere tutte prive di identità. A dar loro voce, ottant'anni dopo, è
la comica romana. Che non urla messaggi progressisti, non forza la
mano con gli anacronismi del politicamente corretto, ma ci fa
sorridere delle sue “piccole donne” grazie alle battute di
Fanelli o alle fantasticherie sulle note di Concato, Dalla,
Silvestri. Cortellesi mette in scena una rivoluzione discreta e, in
un epilogo indimenticabile, celebra un risveglio individuale che si
fa anche collettivo. All'improvviso c'è una ragione per mettere il
rossetto, la camicia nuova, stringere i pugni. C'è un luogo verso cui correre, con una lettera stretta al petto.
Voi correte al cinema. Straordinario nella sua ordinarietà, è
l'esordio più significativo degli ultimi anni. (8,5)
Alice Rohrwacher torna e incanta con una nuova
fiaba bucolica in cui un tormentato Orfeo vive continue catabasi per
riunirsi alla perduta Euridice. A unirli c'è un filo rosso, in una sceneggiatura in cui nessun simbolismo è
lasciato al caso e al mito del poeta che commosse Proserpina si
mescolano le suggestioni di quello di Arianna, salvezza di Teseo fuori dal
labirinto. In una tragicommedia in cui la fotografia fuligginosa e la
colonna sonora anni Ottanta riconfermano quanto prezioso sia il
miscuglio di eccentricità e lirismo del cinema della nostra
Rohrwacher, un ruolo chiave spetta al personaggio di Isabella
Rossellini: qui irriconoscibile, è una nobildonna prigioniera della sua sedia a rotelle, dell'ossessione per
la figlia scomparsa e di una magione che è un colabrodo. In cambio
di qualche lezione di canto, l'anziana tiranneggia su una sua allieva che tratta come sguattera; all'apparenza servizievole,
la giovane nasconde piccoli insospettabili segreti e seduce il
fascinoso Josh O'Connor, tombarolo ospite di una baraccopoli dalle
ore contate. Tutti aggrappati a mondi precari, destinati ora
all'ospizio e ora alla galera, i personaggi rubano e vengono
derubati, si illudono e vengono illusi, inseguendo ciascuno i propri
sogni impossibili. Ma quanto è pericoloso preferire il vecchio al
nuovo; i mausolei ammuffiti alle stazioni trasformate in centri
d'accoglienza da manipoli di donne illuminate? Strambo e incantevole,
forse troppo per un'Italia ostile all'audacia, La chimera
è un apologo pieno di morte che, a sorpresa, si rivela uno dei film
più vitali dell'anno; un tesoro che, come certi luoghi abbandonati,
appartiene un po' a tutti e un po' a nessuno; un sogno agitato sui
seggiolini scomodi di un regionale. Ma un sogno, finalmente,
possibile. (8)
Un intrepido sedicenne con il sogno del rap e dell'Europa intraprende un
estenuante viaggio della speranza dal cuore dell'Africa alle coste
della Sicilia. Dirige Matteo Garrone, la cui bravura è ormai
indiscussa da vent'anni a questa parte. Commuove l'esordiente Seydou
Sarr, che nel primissimo piano finale, come già accaduto a Fonte in
Dogman, entra a gamba tesa nell'olimpo del cinema italiano. Ma
il problema di Io capitano è il seguente: visto il trailer,
purtroppo, visto il film. Le tappe del viaggio del giovane sono tutte
contenute in quei pochi minuti pubblicitari, tra dune e onde,
prigioni e palazzi. L'esperienza umana, preziosa, si fa raramente
anche esperienza cinematografica. E accade soprattutto negli
sporadici momenti in cui il regista romano tralascia le tappe della
sua canonica odissea per sconfinare nei territori visionari della
fiaba. È allora che il film diventa qualcosa di più di
un'edificante lezione di educazione civica, rivelandosi una
riscrittura sorprendente del suo medesimo Pinocchio. Il nostro
eroe dice bugie alla mamma, ha uno sfacciato Lucignolo come compagno
di viaggio, viene derubato e sfruttato innumerevoli volte. Infine
finisce in mare. All'orizzonte c'è la terraferma. O è forse la
sagoma della famelica balena? Per fortuna, sappiamo in anticipo che
diventerà un bambino vero. Anche se qualcuno al governo, oggi, lo
negherebbe strenuamente proprio al sopraggiungere dei titoli di coda.
(7)
Ogni
amicizia è una storia d'amore. Non si può pensare che questo
riflettendo sull'intensità che si annida nei “sovrumani silenzi”
tra Pietro e Bruno; sulla persistenza di un sentimento viscerale, più
che fraterno, costellato di lunghe attese e lunghi sguardi.
Ispirandosi all'omonimo romanzo di Paolo Cognetti, un topo di città
e un topo di campagna uniscono le loro forze – dopo quindici anni
di distanza – per rendere omaggio alla memoria del padre che li ha
formati un po' entrambi. I registi di Alabama Monroe, coppia
tanto nell'arte quanto nella vita, ci portano ad alta quota e
riportano sullo schermo un'altra coppia amatissima: Luca Marinelli e
Alessandro Borghi, che questa volta giocano con gli accenti
dell'estremo nord e recitano con tutta la potenza della loro
fisicità. C'è chi va, c'è chi viene. E c'è chi si aspetta. La
costruzione della loro amicizia, graduale e faticosa, spezza le vene
delle mani. E graduale e faticoso, per qualcuno, potrebbe essere
anche questo film: una scalata lunga due ore, da cui si esce però
con le mani fredde e il cuore caldo. Le otto montagne è
lungo, lento, morbidissimo. Come un abbraccio improvviso, che prima
ti spezza le ossa e poi te le rinsalda insieme – o viceversa. (9)
Dal
classico di Cesare Pavese, un film modernissimo nella sua fedeltà
Proprio come il romanzo che l'ha ispirato, il lungometraggio
dell'ottima Laura Luchetti è un inno alla gioia, alla confusione, al
piacere femminile. All'importanza del perdersi, a volte, per
ritrovarsi. Morbido, delicato e sottilmente erotico, mostra
attraverso le espressioni fuggevoli di un'intensa Yile Vianello –
anche musa di Alice Rohrwacher – i dilemmi di una giovane sarta
scissa fra campagna e città, uomini e donne; le fa da contraltare
l'esordiente Deva Cassel, sì acerba, ma perfetta nell'incarnazione
dell'ambiguo e bellissimo oggetto del desiderio. La bella estate
si prende tutto il tempo che serve. È di una lentezza che avvolge,
proprio come l'abbraccio in balera fra le protagoniste; proprio come
la regia, materna, che veste di silenzi e verità l'unica scena
d'amore. La colonna sonora cresce, così come cresce il personaggio
di Ginia. Le stagioni si avvicendano, ma Torino resta sempre magica
sullo schermo. L'avvento del fascismo è una notizia da tagliare
fuori: basta chiudere le imposte. Piccole magie di un piccolo film,
pieno delle simmetrie gelide della mia città d'adozione e delle
asimmetrie di un caldo corpo in fioritura. (7,5)
Sotto
Natale sono stato a vedere Pinocchio in una
sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno
a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per
mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che
salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto,
nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma
la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e
ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura
fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore
di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio
su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata
versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla
fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto
tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai
ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il
grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da
rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani,
spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il
Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la
voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione
sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna
sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno
il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì
divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e
magia. Diffidate da chi
vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice
peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)
La
fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo,
peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa
tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo
involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare.
Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario,
brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel
suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare?
Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna
parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e
Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una
cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura.
Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto
veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su
tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità
il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però,
s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il
film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una
produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si
guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi.
Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il
messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un
figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia,
tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste
d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più
moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e
triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)
Se
in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli
da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona
ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle
somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino
ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili.
Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona
lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione
elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le
soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore –
faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza
rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si
lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un
personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la
pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e
postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di
discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il
personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli
– protagonista di una corruzione fisica e morale che lo
imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia
dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’
francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende
liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo
letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di
mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre
sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)
Un
bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una
madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e
figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie
perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da
regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where
is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che
tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad
altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley
Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che
non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario:
vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala
danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la
regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca
Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella
– che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto,
sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci
isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può
frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte,
benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo
svegliare. (7,5)
Ci
sono film in cui è impossibile separare le prodezze del comporto
tecnico da una sceneggiatura che poco cattura, poco esalta. È il
caso del Primo re, chiacchierato ritorno al cinema di Matteo Rovere, già
finito sotto silenzio nonostante una serie Sky in produzione. Si parla
delle origini di Roma. E lo si fa in protolatino, conferendo un fascino arcano a ciascun dialogo fra i
bravissimi Alessio Lapice e Alessandro Borghi. I fratelli-nemici
Romolo e Remo, dalla magistrale sequenza d’apertura in poi,
tenteranno di ricongiungersi nonostante la tragedia annidata in un
finale noto. Lontani dall’epica del latino d’età imperiale,
i protagonisti sono tanto gloriosi quanto basici e si scorgono rare
sfumature nei banchi di nebbia, nei corpi a corpi splatter, nelle
notti perenni: il grosso, appunto, lo fa una lingua che suona magica
sulle loro labbra, anche se di magie non può farne. Almeno per
convincere uno spettatore come me, sensibile alle regie ardite ma
anche alla noia diffusa del cinema d’azione. Godibile il minimo,
per quanto all’avanguardia, Il primo re è il solito viaggio
dell’eroe, ma raccontato secondo stilemi che non hanno né grandi
imprese, né antagonisti memorabili. Apprezzabile, purché come
prima pietra di un’impresa maggiore. (6)
Siamo
in una Campania da terzo mondo. Nascosta sotto un cappuccio, con un molosso al seguito, la protagonista gestisce
gli affari di una trafficante di neonati in una landa di extracomunitari e prostitute. Fino a quando non
si scopre incinta. In lei, così, si risveglia il desiderio di fare
la differenza. Come può portare a termine il travaglio? Come può mettere al mondo un innocente in
una folla disumana, fatta eccezione per un giostraio dal cuore d'oro e
una ragazzina zoppa? Prendete la violenza morale di Dogmane
aggiungeteci i palpiti di Roma. Questo presepe
laico ha la crudezza del documentario, infatti, ma sorprende per l’accuratezza delle scenografie e la grazia di una regia
ispiratissima, capace di rintracciare la poesia anche nel totale
squallore. Pina Turco regge il film con la
tempra delle interpreti navigate: le rese dei conti con la spregevole
datrice di lavoro, il giro in giostra alla Truffaut e le
raccomandazioni al nascituro, per altro, le hanno dato man forte nello strapparmi lacrime di rabbia e gratitudine. Peccato non averlo visto
in sala: il ritorno di De Angelis sarebbe finito nel meglio della scorsa annata. Mi ha fatto un male
cane, ma gliene sono riconoscente: ci vizia con un altro
spaccato indimenticabile. Regalando speranze al cinema italiano, e
alle vite prigioniere dei forse. (8)
Passando
da Venezia, Valerio Mieli è tornato con un’altra coppia di
protagonisti memorabili e una storia d’amore ancora meno incasellabile di Dieci inverni. Quale sarebbe il
risultato se Malick potesse mettere mano ai capitoli della nostra
convivenza, montandoli in un flusso di coscienza dei suoi?
Incantevole e sperimentale, Mieli porta al cinema quella che Freud
chiamerebbe libera associazione. Sorretto da una partitura minima, il
suo film è fatto proprio della caotica poesia dei ricordi: quelli
che affiorano all’improvviso, disordinatamente, e accostano senza
un disegno le tessere di una relazione a un crocevia. Il
malinconico Marinelli e l’adorabile Cariddi fanno l’errore di bruciare le tappe. Lei è forse
pronta a rinunciare alla sua allegria per lui? Lui, invece, è pronto a tinteggiare la casa – la stessa
dell’infanzia – per lei? Il melodramma del
regista è della stessa materia ingannevole di cui è fatta
la memoria: ci attingiamo per conoscerci meglio; ci attingiamo, si
spera, per ritrovarci. Lui e lei si rubano il meglio. Si gettano addosso il peggio. Ne
escono svuotati, sfitti. Ma cambiati. In amore ci si influenza e ci
si limita, ci si perdona in nome della nostalgia: di per sé, il
sentimento del passato. Se una relazione, al contrario, è il futuro,
la nostalgia sarà abbastanza per costituirne le fondamenta? Lo è
senz’altro per realizzare un film imperfetto – troppo allungato,
quel finale da orchestra sinfonica – ma unico nel suo genere. (7,5)
Avere
in mano le sorti degli equilibri internazionali e non poterlo dire a
nessuno. È il dramma di un’agile Paola Cortellesi,
costretta a mentire a famiglia e amici pur di salvaguardarli: sebbene
su carta sia una dipendente del ministero, in realtà è un’agente
segreto. Come non dire che è passata a
prendere in ritardo la bambina perché inseguiva criminali in
Marocco? Costretta all’anonimato, osa
durante una rimpatriata fra compagni del liceo: ognuno ha subito un
torto, ognuno si è fatto un nemico, e allora
perché non vendicarli attingendo alle sue risorse? A Milani, regista degli altrettanto gradevoli come Come un gatto in tangenziale e Scusate se esisto, ha fatto bene il
successo precedente. Potendo contare
su un budget maggiore, questa volta realizza una commedia più ricca
e curata, con frequenti cambi di location – nel finale si punta
anche a Siviglia – e un cast popolosissimo, fra comprimari e cameo. Lo spunto è di quelli paradossali, con tanto
d’incursioni alla buona nella spy story, ma risulta credibile
grazie alla performance di una Cortellesi all’altezza di ogni travestimento. Serve forse essere una spia, però, per
combattere la maleducazione del prossimo? Divertente con garbo, Ma cosa ci dice il cervello è un
intrattenimento meno incisivo del precedente ma comunque godibile;
un’avventura che parte dall’assurdo, e si rivela poi
una lodevole lezione di civiltà. (6,5)
Siamo
all’inizio degli anni Novanta. È un'estate euforica, quella dei
mondiali di calcio. Siamo a Roma: città rumorosa e dispersiva, splendida
e orribile insieme, in cui ovunque ci sono feste esclusive;
conversazioni altezzose; nomi altisonanti, reali o inventati.
Tre aspiranti sceneggiatori – un siciliano, un toscano, una romana
– sono indagati per la morte di un produttore, Giancarlo Giannini,
precipitato con la macchina nel Tevere. Sembra l’imitazione
del peggiore Sorrentino. Ma, amaramente, siamo invece al cospetto
dell’ultimo film di Paolo Virzì: accolto nel migliore dei casi con
freddezza, nel peggiore con stroncature spietate, è di ritorno dalla
traversata americana diElla & John. Da bravo illuso, da
bravo fan, ho preferito non dare troppo credito alle stroncature: ho
fatto male. Storia mal recitata di giovinezze ambiziose, carriere
bruciate e grandi speranze, Notti magiche saccheggia i salotti della Grande bellezza e i triangoli del cinema
di Truffaut. Il risultato è inqualificabile, non
all’altezza delle citazioni e inutilmente ridondante, con
un miscuglio di generi incomprensibile. Un giallo stinto,
che nelle sue notti non trova magia. (4,5)
Un
altro film che parla di film. Un’altra Roma di
parvenu e donne fatali. Richelmy,
scrittore dalle sfumature imprevedibili, accetta che il villain di un
esilarante Barbareschi – accanto a lui, le pericolose Bellè
e Gerini: quest’ultima con una scena di nudo già iconica –
realizza la trasposizione del suo esordio: il risultato è disastroso. Come
salvare un film maledetto se non con tanta pessima pubblicità? L’ingegnosa strategia, ahimè, non ha riguardato
questo DolceRoma, passato a torto in sordina. Volutamente
esagerato e meta inematografico, rompe la quarta parte e spazia fra
i generi: un po’ commedia nera, un po’ noir, mescola verità e
finzione, realtà e aspettative. Venirne a capo, insieme a un bel
cast, è uno spasso. L’ottimo Resinaro s’ispira alla
regie forsennate di Ritchie e Boyle, e la sfrontatezza dell’impresa
fa del film un videoclip psichedelico – non
bello, ma fighissimo – visto di rado. Questa
Roma dolcissima e metropolitana, di luci al neon e rapimenti
inventati, per fortuna sa come non risultare stucchevole. Ma punge, a
tratti, come un’ape che a torto sembrava amichevole, quando invece
difendeva il proverbiale posto al sole. (7)
Cos’hanno
in comune Gassman e Bentivoglio, sesso a
parte? Tanto cafone il primo quanto snob il secondo, s’innamorano
nonostante le differenze. Ma come conciliare le famiglie, all’oscuro
della sessualità dei genitori? Si va insieme in villeggiatura,
e sarà la catastrofe annunciata. Il
problema sono i figli – su tutti, una straordinaria Trinca:
nevrotica e abbandonata – o i protagonisti stessi, opposti
destinati ad attrarsi solo per un po’? Riuscitissima commedia dei
caratteri, Croce e delizia diverte facilmente con le
contrapposizioni, i cliché, il conflitto ideologico e generazionale.
Lo fa con più emozione del previsto, schierando in campo alcuni dei
migliori attori di casa nostra – raramente, eppure, si sono
prestati in passato alla commedia brillante – e riproponendo il
sodalizio Godano-Steigerwaltz, già superiore alle aspettative in
Moglie e marito. Per rovinare tutto una famiglia media ha
forse bisogno dello shock di un outing fuori tempo massimo? No, lo fa
naturalmente. Evviva i film che sanno raccontarlo
senza pretese e con uno sguardo alle unioni civili. Evviva Simone
Godano, che al secondo film ci delizia davvero. (7)
Lui
è un aspirante cantautore. Lei è una hippy di
ritorno in patria. Lui segue lei a Roma, mettendo i suoi sogni in
pausa, e si reinventa intanto autore frustrato di jingle televisivi. Patiranno
l’imborghesimento e la città, amandosi, odiandosi e riprendendosi.
Ci sono di mezzo le ambizioni di La La Land, da premettere qui all’amore; una gelosia che ispira tanghi alla Moulin Rouge
nelle balere di borgata; campi e controcampi, nel finale, che
ricordano gli sguardi sui tetti di Across the universe. Se Michele Riondino, convincente anche dal punto di vista vocale, fa sempre una discreta figura, lo stesso non può dirsi purtroppo di una Laura Chiatti antipaticissima e dalla dizione robotica. E il regista
Marco Danieli, invece, passato dall’impegno di La ragazza del mondo
al musical in salsa italiana? Trainato interamente dalle canzoni
sempiterne di Battisti, Un’avventura è un esperimento
singolare. Ma, a dispetto dell’idea apprezzabile e della validità
del comparto tecnico, risulta goffo e didascalico soprattutto nella
parte musicale: imperdonabile, soprattutto, l’amatorialità del
montaggio sonoro. Si canta (molto), si balla (poco), si sguazza in un
mare di nostalgia (a tratti). Come in ogni avventura, memorabile o
meno, degna di questo nome. (5,5)
Saoirse
Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée
Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig,
ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley,
regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz.
Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma
questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto.
Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire –
trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott
di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la
miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il
bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e
senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in
sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio –
l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le
simpatie dell’Academy.
Pinocchio
25
dicembre 2019
Sono
cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo
preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini:
insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari,
poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno
sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di
otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’
la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante –
questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà
Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa
spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica
domanda: l’ennesimo live action, a che pro?
Cats
Natale
2019
È
uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi,
forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche
autore del Fantasma dell’opera, Evitae Jesus Christ
Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata
dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare.
In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie
alla struggente Memory, è diventato un film a quasi
quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale
– e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom
Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e
Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto
dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o
soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.
Ophelia
28
giugno 2019 (USA)
Essere
o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un
teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su
un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni,
trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo:
quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al
giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello
zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy
Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con
un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di
Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana,
potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.
Vita
& Virginia
13
febbraio 2019 (USA)
Purtroppo
non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie
alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman
da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice,
accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film
di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto
Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando
– caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata
storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West.
Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci
hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che
attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per
la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario
del taglio televisivo del tutto.
Martin
Eden
4
settembre 2019
Dici
Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna
Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni
difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti
accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più
apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la
storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo
giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per
innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in
Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche
nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata
su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo
Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London,
schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno
con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo.
Mademoiselle
29
agosto 2019
Non
è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti
d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario
romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog,
trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica
nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes,
raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è
possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come
giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna,
distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti.
Aspettavo
Donato Carrisi nel fitto del bosco, al varco. Nato in origine come sceneggiatura, il
best-seller che corteggiava i meccanismi dei thriller anni Novanta è diventato un film per mano del suo stesso
autore, qui atteso per la prova del nove. Assiepata dai paparazzi, l'immaginaria Avechot è una
fortezza in cui nessuno entra e nessuno esce. Sembra un indovinello,
quasi: chi ha rapito la sedicenne Mary Lou, così come trent'anni fa
ci si domandava che fine avesse fatto Laura Palmer. Il teatrale Toni
Servillo, a colloquio con lo psichiatra Jean Reno e la spietata
cronista Galatea Renzi – unica interprete femminile convincente, tocca ammetterlo, accanto all'irriconoscibile Scacchi –,
richiama i giornalisti in paese e gli spettatori in sala. Se l'agente
in questione è però un irresistibile sciacallo per cui la verità è un optional, l'indagine diventa una messa in scena:
caccia alle streghe ai danni del mite e intenso Alessio Boni, capro
espiatorio al posto sbagliato nel momento sbagliato. La
ragazza nella nebbia, nerissimo e verisimile, racconta un
voyeurismo all'estremo, le trasmissioni che investono sul dolore e le
ronde notturne, gli interrogatori a destra e a manca, che diventano presto coreografia a effetto. La morte si fa spettacolo al tempo dei
mass media. La suspance, in Italia, non è solo Dario Argento. Via le
soggettive e le mani che stringono coltelli. Via
il gore, i detective improvvisati, i finali semplici. Dato il
minutaggio, si sentiva forse la necessità di qualche sforbiciata qui
e lì – soprattutto per gli stilemi televisivi con cui
vengono introdotte le vicende di Boni –, ma le lungaggini di sorta
sono il peccato di vanità di un genitore che vuole troppo bene alla
sua creatura per cambiarla. Puntando sul fascino naturale delle
atmosfere, su un intrigo di punti di vista che convince più che su
carta, Carrisi svecchia il genere e lo riporta in sala. Con
l'accuratezza della scrittura che ho già ampiamente sperimentato in
passato – i backstage preferiti alla violenza della scena del
crimine, i colpi di scena ben ponderati. Con un gusto internazionale, già maturo, che si nota nella cura della messa in camera e nella varietà dei referenti (il rigore del
giallo scandinavo, ma anche l'umanità di Vinterberg). Strano ma vero: c'era bisogno della
nebbia, nel thriller all'italiana, per tornare a vedere la luce. (7+)
Siede
al solito posto. In vetrina, al tavolo in fondo. Distinto,
elegantissimo, con un misterioso taccuino davanti e una tazza di
caffè sempre piena. A ben vedere, questa volta, l'uomo – forse
Satana, forse un angelo custode – sembra diverso; ha lo sguardo
meno sornione di un silenzioso Valerio Mastandrea. Cambiano, anche se
di poco, gli scenari. L'insegna luminosa, il juke box nell'angolo che
suona Fausto Leali e Sunny, l'Italia fuori. Cambiano i volti –
di casa nostra, numerosi, eppure non ce n'è uno che appaia fuori
posto – che si avvicendano al tavolo, sebbene restino
sostanzialmente immutate le storie, i drammi, i desideri. Un Giallini in cagnesco vorrebbe riconquistare la fiducia del ribelle
Muccino, suor Rohrwacher cerca Dio ma incontra il non vedente Borghi,
Papaleo deve proteggere la bambina minacciata da Marchioni, la
Lazzarini mette bombe come cura per l'Alzheimer e l'infelice Puccini
fa scoppiare coppie in nome dell'egoismo e dell'amore. Al centro di
significativi siparietti, dietro il biancone, Sabrina Ferilli:
cameriera in bilico sui tacchi alti che, assieme allo spettatore, si
chiede chi sia, cosa faccia, quel genio della lampada in grado di
realizzare qualsiasi desiderio in cambio della tua anima. The Booth at the End, serie sperimentale che parlava di misfatti e
miracoli su sfondi fissi, scopre il cinema e la tentazione del
remake. Dopoi fasti di
Perfetti sconosciuti –
singolare colpo di genio, sospetteremmo col senno di poi –
un Genovese forse già a corto
di idee si affida alla
brillante idea di qualcun altro. Se le due stagioni con Xander
Berkeley avevano atmosfere accoglienti, familiari, il restauro poco
necessario di questa tavola calda ai confini della realtà la
mostra più fumosa, elegante, notturna. Non manca qualche nuovo
incastro, qualche nuova richiesta, qualche difetto – la meccanicità
delle dissolvenze in nero, nonostante la grande precisione della
regia, e l'utilizzo di una colonna sonora che vorrebbe enfatizzare
invano svolte ed emozioni. Per il resto, nessuna aggiunta sul menu.
Ogni azione ha pro e contro. Tutti, corruttibili nel profondo, un
prezzo da pagare. Ciascuna riproposizione tanto fedele all'originale,
tanto pedissequa, presentia i difetti soprattutto delle copie carbone che
funzionano, magari, ma non osano affatto. Attento a ciò che desideri,
si dice: potrebbe avverarsi. Attento alla ricerca di un cinema
eticamente impegnato, di uno spunto degno del successo di una
commedia nera fa: caro Genovese, potrebbe intrappolarti. (6,5)
Milton,
Giorgio, Fulvia. Il malinconico che parla l'inglese, il bello dai
pigiami di seta, la civetta che prima promette e poi si nega. Un
triangolo sentimentale in erba, accennato appena, nell'afa della
campagna torinese. La guerra all'improvviso, poi separarsi – non
per l'amore per Fulvia, ma per quello di Patria. Rivedere la casa in
cui si sono conosciuti, con i partigiani che inseguono i fascisti
nella nebbia delle Langhe, accende nel protagonista i ricordi.
E il dubbio. Giorgio e Fulvia si sono amati alle sue spalle? Si parte
alla ricerca dell'amico d'infanzia, caduto in mano alle camicie nere.
Liberarlo, o almeno tentare, in nome di una questione privata. Dopo
Shakespeare e Boccaccio, i Fratelli Taviani adattano Fenoglio: un
romanzo breve, irrisolto, postumo, sospeso nella bruma e
nell'incompiutezza di una pagina a metà. Trasposizione snella e
fedele, con microscopiche aggiunte da apprezzare e una corsa finale
che manca purtroppo dello slancio vitale, il dramma bellico dei
registi pisani – presentato prima a Toronto, poi a Roma – è
sommesso, intimo, lattiginoso. Troppo. I dialoghi teatrali si
susseguono meccanicamente, rigidamente. Mancano, nel finale
soprattutto, l'ardore, il tarlo che rode, la passione. Potremmo
chiederci dove sia il pathos, a questo punto, se soltanto la freddezza del tutto non
fosse un tentativo di rendere sul grande schermo la scrittura cruda e
secca di un narratore che non amava i fronzoli e il tanto rumore per
nulla. Dramma italiano inconsueto perché senza urla né lacrime,
originale cronaca di una guerra senza più sangue da mostrare, ha un
Marinelli dallo sguardo naturalmente malinconico e una
Bellè che ammicca svelando le mutandine sui rami dei ciliegi in
fiore. Accanto ai due, già insieme nel sopravvalutato Principe Libero, un
manipolo di volti da fiction – giovani, sbarbati: una generazione
perduta – per una guerra mostrata per vie traverse. Se ne
apprezzano, infatti, le sequenze liriche (la bambina che va a
dormire come se nulla fosse fra i cadaveri dei propri cari, l'assolo
del percussionista impazzito, l'esecuzione di Riccio). Più il taglio
stilistico (fotografia e scenografie, bellissime, e Somewhere
Over the Rainbow a fare da spettrare leitmotiv) che l'umanità.
Ripulita del sangue, del fango, della pioggia battente, la crociata
di Milton la si segue sì, ma senza entrarci mai per davvero. (6)
Cristiano
Caccamo e Salvatore Esposito, aspiranti attori a Berlino, decidono di
convolare a nozze. Il problema, annunciarlo a casa
durante le vacanze di Pasqua: in un sud Italia chiuso ai migranti e
al nuovo.
Facilissimo, infatti, vivere alla luce del sole nel capoluogo
tedesco; condividere un appartamentino con la Del Bufalo, spassosa
ereditiera, e un Abbrescia in transizione. L'outing è solo l'inizio,
se la mamma dal pugno di ferro di una strepitosa Monica Guerritore,
facendosi beffa dell'intolleranza del marito Abatantuono, sogna un
grosso grasso matrimonio gay. In un suggestivo borgo medievale, si
susseguono le vicende e gli sketch della godibilissima commedia di
Alessandro Genovese, sul delicato tema delle unioni civili.
Semiserio, buono di cuore e innegabilmente un po' buonista, Puoi
baciare lo sposo è nel suo
complesso ben recitato e diretto, con tanto di scena musical in
chiusura. Il difetto: una scrittura frettolosa, dalle idee non del
tutto sfruttate, che piace e diverte nonostante le sbavature a
un passo dal finale. Lì, in un epilogo troncato di netto, tutti i
limiti e l'inspiegata fretta dei suoi novanta minuti di durata. Lontano dalla
poesia di Mine Vaganti e,
con un sospiro di sollievo, dalle arie da cinepanettone mancato di
Io che amo solo te, il film a
tinte arcobaleno è meno sciocco di quanto appaia. Non così
disimpegnato negli intenti – lodevoli più in teoria che in
pratica – e popolato da allegre macchiette a cui, fra il boss di
Gomorra che scopre
l'autoironia e un conducente di autobus en travesti, si vuol bene a
prima vista. Sarà per questo – il romanticismo delle soggettive
iniziali, la spensieratezza diffusa a manciate generose – che è
purtroppo impossibile perdonargli l'amarezza lasciata dalla chiusa.
Coi fiori d'arancio e i confetti, noi preferivamo un'altra fetta di
dessert. Un'altra risata leggera leggera, prima dei titoli di coda.
(5,5)
Mollo, con uno sguardo indie che conquista e l'alchimia di due
personaggi vivissimi, parla d'appartenenza
e istinto, di omogenitorialità, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano
grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre.
Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa.
9.
Tito e gli alieni
Al
Torino Film Festival l'universo qualche volta risponde. E ha la voce
delle commedie fantascientifiche, quelle un po' americane e un po'
napoletane, con un po' di Little
Miss Sunshine
e un po' di Her,
e delle persone che hai amato e sempre amerai. Lontane dagli occhi, lassù tra le stelle, ma mai dal cuore.
8.
A Monster Calls - Sette minuti dopo la mezzanotte
Un'esagerata
cura del lato visivo senza però scordarsi la commozione. Un angelo
custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del
cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa.
7.
Blade Runner 2049
A
caccia di replicanti, e della loro progenie segreta – un po' frutto
dell'amore, un po' dei calcoli della scienza. A caccia di sequel
felicissimi, e di film da guardare con occhi grandì così –
che non siano poi miracolosi come gli eredi di Deckard e Rachael,
troppo perfetti per scoprirsi anche emozionali, poco
importa se al cospetto di un capolavoro visivo tanto straordinario.
6.
Arrival
L'ennesimo
tassello di quella fantascienza minimal, umanista, in cui l'elemento
perturbante – in questo caso, un'invasione di eptapodi venuti in
pace – è un'ottima scusa per parlare di noi. Al
pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di
una coppia e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine,
studia chi gli ha aperto la porta. Spingendoci o scoppiare, o a
riconciliarci.
5.
Moonlight
Storia distante per contesto, ma dal respiro universale. L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante
cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha
insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la
pelle nera di blu. Nell'amore, che è casa.
4.
A Ghost Story
Il
fantasma con la sindrome di abbandono commuove e angoscia. Sotto il
lenzuolo nessuno può vederlo piangere. Domandare al vuoto cosmico
che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere.
3.
The Florida Project
I
piccoli di Sean Baker non dovrebbero diventare mai adulti. Se il
dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del
pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e
puntano all'arcobaleno. A riprendersi l'infanzia che finalmente spetta a noi,
bambini grandi.
2.
Manchester By The Sea
Straziante via crucis, sullo sfondo di città di mare che a dicembre
soffrono l'abbandono. Mentre il lutto si scioglie e la speranza,
chissà, fa primavera
1.
La La Land
Una
bolla di sapone, una campana di vetro, una dimensione dell'anima. Una
fiaba postmoderna, acre, incastonata nella miracolosa cornice di un
“se”. Il cinema che unisce e perdura. Quello con la lettera
maiuscola.
Al
liceo, di malavoglia, imparavo a memoria i versi dell'Orlando
Furioso. Le donne, i cavalieri, l'arme e gli amori, le
audaci imprese. Di Ariosto, anni dopo, ricordo l'avventura di
Astolfo sulla luna ben più delle passioni della contesissima
Angelica. In sella all'ippogrifo del mito, il cavaliere volava in
cerca dell'ingegno che l'amico Orlando aveva smarrito: racchiuso in
un'ampolla e della stessa consistenza di un liquido sottile e
scivoloso. Facile lasciarselo sfuggire dalle mani, dalla testa, se
pazzi d'amore e di gelosia. All'università, anche se per vie
traverse, sono arrivato a leggere il romanzo postumo di Beppe
Fenoglio – in questi giorni, potreste incrociare il titolo su un
poster del vostro multisala di fiducia: è diventato un film dei
Fratelli Taviani, con Luca Marinelli per protagonista. Come il
paladino di Carlo Magno, anche Milton ha perso la testa. Vive una
doppia guerra, combattuta dentro e fuori se stesso. Vaga senza meta
da una parte all'altra di quelle Langhe cupe, sotto assedio, di una
storia breve e appassionata mossa da violente forze centripete.
Galeotti, ora come allora, una ragazza impossibile e un rivale
inatteso.
“E
cose allegre non ne traduci mai?” “Mai”. “E perchè?”
“Nemmeno mi vengono sott'occhio. Credo che scappino da me, le cose
allegre.”
Probabilmente
però, figlio di un macellaio di paese e accanito lettore di
letteratura americana, Fenoglio – come il suo protagonista,
partigiano nel 1943 – ai sospiri e alle rime del ciclo carolingio
non dovette pensare mai. Una questione privata,
incompiuto e parzialmente autobiografico, è il racconto di
un'ossessione che fa infangare le suole degli stivali e impazzire
l'ago della bussola. Si inizia e si finisce con i piedi in moto, un
ritmo marziale, e la nebbia. Quella che si posa come un drappo
pesante e confonde i percorsi, le intenzioni, i contorni. La guerra,
vissuta in prima persona, non è soltanto fuoco e rumore, ma
disorientamento. La violenza – dei sentimenti, dei gesti – ti fa
brancolare. Ti travia. C'è la nebbia, sì, quando Milton indugia
all'ingresso della villa di Fulvia. Lui di una bellezza spiacevole,
malinconica, con un talento per la scrittura e le lingue straniere,
due occhi assolutamente spiazzanti e troppo in comune con me. Lei,
irresistibile civetta con i vestiti leggeri, una sigaretta tra le
labbra e infiniti balli sulle note della Garland. Tra loro c'era
Giorgio, aitante figlio di papà contro cui Milton nulla ha mai
potuto: perché suo unico e migliore amico, perché sconfitto in
partenza.
Io
non sopporto più di non ballare mai con te.
Il
conflitto interrompe il loro triangolo. La resistenza e una domestica
con la lingua lunga portano poi dubbi su dubbi. Dov'è adesso Fulvia?
Lei e Giorgio, soprattutto, si sono amati per tutto il tempo alle sue
spalle? Ha inizio, così, una ricerca che minaccia di interrompersi
con la notizia che l'amico dal pigiama di seta – ora, ufficialmente
rivale – è caduto in mano ai fascisti. Milton non si arrende,
invece, e parte da qui. I suoi compagni non sanno che non è
questione di eroismo, bensì di cuore. Sempre in allerta, tra
calorosi gesti d'ospitalità e il cameratismo con commilitoni con cui
scambiarsi soprannomi e aneddoti, Fenoglio e il suo Milton
abbandonano il lirismo dei primi due capitoli per un prosieguo meno
godibile, secco e quasi spionistico, con il bellissimo contrappunto
della gelosia di lui tra le righe. Gli altri personaggi, mai presenti
in scena se non attraverso il ricordo, accompagnano l'affannarsi
solitario e disperato del partigiano.
Sono
sempre lo stesso, Fulvia. Ho fatto tanto, ho camminato tanto... Sono
scappato e ho inseguito. Mi sono sentito vivo come non mai e mi son
visto morto. Ho riso e ho pianto. Ho ucciso un uomo, a caldo. Ne ho
visti uccidere, a freddo, moltissimi. Ma io sono sempre lo stesso.
In
Una questione privata, per
fortuna, si parla più del cuore che del fucile, nonostante la
frenesia e la crudeltà prendano il sopravvento in un finale
misterioso che finale non è. Per me, eppure, è perfetto così.
L'anti-eroe dello scrittore piemontese cerca un ostaggio per fare a
cambio con Giorgio. Un senso all'amore suo e alla guerra degli altri.
Cerca in lungo e in largo, bagnandosi nella pioggia e rotolando sui
fianchi delle colline, per il gusto di continuare a correre e cercare
ancora. Per la paura di morire fermandosi. Di scomparire al levarsi
di una foschia densa, imperitura, costante, in cui si trattiene il
respiro peggio che sotto il fuoco incrociato della trincea. E forse
trova tutto, Giorgio e Fulvia, un senso e il ristoro, il coraggio di
frenare finalmente la sua corsa, da qualche parte oltre la nebbia. Da
qualche parte, oltre l'arcobaleno.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Fabrizio De Andrè - La canzone dell'amore
perduto
Non
inizierò nella solita maniera. Quando mi hanno proposto Homecoming
non ho protestato. Spider-Man, infatti,fa eccezione
in tutte le salse. Sentivo come mie le sfortune, la timidezza e le
porte in faccia di Peter Parker ancora prima di incrociare,
crescendo, avversità, musi lunghi e sonori no.
Certo, da buon nostalgico, il Peter che intendo io è quello della
trilogia di Raimi – checché se ne dica, però, ho sempre trovato
generosissima dal punto di vista emotivo la serie tronca con Andrew Garfield. Fa eccezione, a modo suo, anche l'adolescente
di Jon Watts: meno me, meno solitario, ma tre lustri e cinque film
dopo non chiedevamo altri copia-incolla. Il nostro eroe di quartiere, sprovveduto e pasticcione, si mette sulla strada di un
contrabbandiere di armi iper-tecnologiche. In ballo meno del solito,
in questo reboot umoristico e ben scritto, a confine con il teen
movie – da cui prende in prestito gli amori non corrisposti, i
buffi amici nerd e, purtroppo, quell'esagerazione tutta americana di
inserire minoranze etniche a sproposito in nome del politicamente
corretto (che passi Zendaya nei panni dell'amata, ma non un Flash
Thompson guatemalteco e sprovvisto del physique du role). La gara di
decathlon o acciuffare i cattivi? Il prom o sventare un piano criminale? Homecoming ti
precede, sa dove andrai a parare, e si difende con autoironia: i
commenti a proposito della bella zia Marisa Tomei non si contano; il
protagonista, per molti troppo giovane, è ribattezzato
“Bimbo ragno”; Keaton ritrova le ali dopo Birdman
ma coglie in contropiede, sul
finale, con un gustoso colpo di scena. Riuscito apprendistato per
entrare tra gli Avengers e
nelle grazie di spettatori scettici, l'ennesimo Spider-Man
sceglie la spensieratezza dell'adolescenza e tutto l'entusiasmo di
cui Tom Holland è capace. Da grandi poteri, questa volta, piccole responsabilità. Ma, a quindici anni, sarebbe un peccato bruciare le tappe. (7)
Samuele
crede nello skateboard e nell'amore. Quando conosce Alice, capisce
che è quella giusta. Ancora al liceo e con un futuro che spaventa, fa i conti con il diventare genitore. Questione di disattenzione. Questione di genetica:
i suoi, infatti, l'hanno avuto alla stessa età. Darsi alla fuga, come suggerisce
l'esilarante papà Marinelli? Provarci, come consiglia mamma Trinca? L'esordiente
Ludovico Tersigni, con una spontaneità che non si insegna, resiste: non vuole che anche quel
bambino, come lui, si senta un errore di gioventù. Ispirato
all'omonimo romanzo di Nick Hornby, Slam è una commedia
adolescenziale ma non troppo; un altro volto felice di un cinema che
desidera dedicarsi a progetti nuovi. Le gravidanze indesiderate, un
protagonista dubbioso, Roma: stessi temi del recente Piuma.
Cos'ha Slam che il teen movie di Johnson non aveva? Una
scrittura fresca e intelligente, che conserva la voce narrante di Tony Hawk e
si diverte un mondo a giocare con i salti temporali della struttura
(Sam si sveglia, a volte, e sono passati mesi o anni: deve rimettersi
al passo e scoprire, in fondo, che non ha nessun rimpianto); un cast
perfetto, di giovani leve e promesse mantenute; i toni semiseri, i
dilemmi realistici, che rendono gli esiti non così scontati. Dirige
con energia Andrea Molaioli, braccio destro di Moretti e autore del
celebrato La ragazza del lago, e si vede. Produce Netflix.
Certo: avremmo voluto più Marinelli e meno finali su finali; una
durata più contenuta. Certo: sorridenti e leggeri, spensierati
ancora per poco, ci si getta a colpo sicuro lungo una rampa. Si salta
in alto, magari si vola. E si atterra in piedi, in un rumore familiare di
ruote e risate. (6,5)
La
serie di Alien è cara a una generazione che non è la mia.
Negli anni mi sono dedicato al recupero di capitoli originali, sequel
e spin-off, senza però mai farne miei personali oggetti di culto. Covenant, a voler essere
precisi, è il sequel di Prometheus: un Ridley Scott non al
suo meglio, una mitologia confusa e poco accattivante ma, con il
senno di poi, non il disastro annunciato. Lo stesso, purtroppo, non
vale per la regata fantascientifica arrivata in sala la scorsa
primavera. Di Convenant dicevano il peggio e io non ci
credevo. La solita critica, poco convinta in partenza. I fan
dell'indimenticabile Ripley, difficili da rabbonire. Avevano ragione
loro: Covenant è brutto. Perché girarci attorno? In due ore
che si avvertono tutte nella loro pesantezza, i soliti astronauti
risvegliati prima del tempo cercano tracce di vita umana sul pianeta
in cui i personaggi del film passato, ovviamente già belli che rimossi, hanno
lasciato lo scalpo. Un team anonimo e senza leader carismatici rischia di portare a bordo la solita piaga
contagiosa. Alla piattezza della prima mezz'ora, rispondono qualche
sprazzo di violenza e un doppio Fassbender – e per
quanto sia bravo, per quanto faccia comunque piacere vederlo all'opera,
dispiace quest'anno la scelta di progetti inutili quanto o più
di questo. Covenant
annoia e irrita. In giro, ha trovato le cattive parole che
merita: il blockbuster che si atteggia a cinema d'autore e non riesce a essere né una cosa né l'altra, infatti, è un mostro della
peggior specie. Freddarlo al mio "via". (4)
Una.
Non come l'articolo indeterminativo, ma come il
nome di battesimo di una donna che, un giorno qualsiasi, guida fino a una fabbrica in cui si trema per i tagli al personale.
Deve incontrare un uomo, mostra una foto. Lui ha cambiato
identità, è sposato, ma il destino l'ha rintracciato ugualmente. I due
hanno una questione in sospeso. Un tempo sono stati al centro di un
amore sconveniente, di un'ossessione che perdura. Quando lei aveva tredici anni e lui, adulto, era il suo vicino di casa. Di
cosa parliamo quando parliamo di pedofilia? La bambina ingenua e
l'orco cattivo, con la cronologia del computer piena di brutture. Ci
figuriamo la manipolazione, lo stupro. E se quel vicino,
condannato a quattro anni di carcere, non avesse mai guardato un
altro innocente con malizia? E se la bambina, infatuata ma lucida,
avesse voluto seguirlo in una fuga volontaria oltre la Manica?
In Una, dramma fedelissimo alla propria natura teatrale, il presunto aguzzino
incontra la presunta vittima. L'aggettivo, per dire che sfugge ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per dire che
agli occhi della giustizia c'è un colpevole ma non un cattivo, e che
il faccia a faccia tra questi strani amanti intriga e destabilizza.
Camminano come animali in gabbia, lungo un confine impercettibile.
Non si sa cosa vogliano. Soprattutto, non si sa con chi
schierarsi. Il tema, spinoso, è
discusso con ambiguità. Così tanta che si resta in
piedi, confusi, all'insegna di un finale sospeso di quelli che
piacciono a me. Parlano fuori dai denti di sesso, e arrivano a un
passo così dal farlo. Si rimproverano di essersi rovinati la vita.
Tentano di andare avanti, di confrontarsi, perché non si sono mai
mossi di un passo dal giorno del processo – lei sopraffatta da una mamma
chioccia, lui sempre sul chi va là. Chi dei due ha
avuto la peggio? Di cosa la
fragile e seducente Rooney Mara, per molti in odore di nomination,
accusa un contrito Ben Mendelson: mi hai rubato l'adolescenza, o
perché mi hai lasciato sola? (7)
New
York. Dove le luci dei grattacieli sono più numerose delle stelle.
Dylan crede di poterle leggere. Vede schemi ovunque. Portano a Grand
Central; a un balletto in cui conosce Sarah, gallerista nata il suo stesso
giorno. A cosa vogliono condurlo le simmetrie?
Cosa succede quando l'orologio fa il suo giro e, sulla città, una stella muore?
Thriller romantico dagli spunti suggestivi, 2:22 crea
una piacevole suspance che si rivela disattesa solo in parte. Più
modesto nell'architettura che nella resa, il film sembra poggiarsi su
quei paradossi temporali, su quella fantascienza discreta di viaggi
nel tempo e amori a scorrimento veloce, che da queste parti trovano
sempre un angolino tutto loro. Più Storia
d'inverno che Premonition,
più sospiri passeggeri che sceneggiature a orologeria, il boy meets
girl a incastro ha protagonisti belli in modo assurdo e un triangolo
sentimentale che non convince, per l'improponibile taglio di capelli
del terz'uomo e l'andare a puntare tanto, se non tutto, su un
melodramma in rewind. In 2:22,
il ticchettio e le scie chimiche portano su scene del crimine
passate, teorie di eterni ritorni, coincidenze che fan parlare di
reincarnazioni. Credi che il colpo di fumine sia una storia già
scritta? Credi che il destino abbia un piano alternativo per te e per
lei, o che il futuro sia tabula rasa? Poco accattivanti ma
sufficienti le risposte. Scontato, infatti, che due come Huisman e la
Palmer, ora e per sempre, si somiglino e si piglino. Senza additare i
déjà vu della sceneggiatura: semplicemente, è selezione naturale.
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