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martedì 1 ottobre 2024

Recensione: Elizabeth, di Ken Greenhall

| Elizabeth di Ken Greenhall. Adelphi, € 19, pp. 173 |

Seduta in soffitta, a gambe incrociate, studia il suo riflesso allo specchio. Bellissima, mostra più dei suoi quattordici anni. La minigonna mette in mostra le gambe tornite e una ferita ancora fresca: è il morso di un ragno. Dall'altra parte della finestra New York è una foresta di grattacieli. All'improvviso sullo specchio si proietta l'immagine di un'altra donna: proviene da un'altra epoca, il Cinquecento, e da un'altra dimensione. Ha inizio, così, un dialogo strano e perturbante tra due generazioni lontane; tra un'allieva e la sua guida. Come si diventa una strega? Elizabeth è un'alunna provetta. Responsabile della tragica morte dei genitori, ha uno zio per amante e un'istitutrice inglese che pende dalle sue labbra. Nessuno — lettore compreso — può resistere ai suoi desideri mostruosi e alla sua oscura libidine. La seduzione è un'arma. Fin dove si spingerebbe per imparare a tracciare formule magiche con il suo rossetto scarlatto?

Tutti abbiamo diritto ai nostri segreti. Potremo forse affrontare il mondo con un minimo di sicurezza, senza la giusta dose di conoscenza non condivisa? La conoscenza di ciò che succede tra due persone nel buio di una stanza?

Accolta in un'antica famiglia di armatori navali, vivrà un soggiorno da brividi nella casa di Coenties Slip: vi seminerà turbamento e scompiglio. Come in ogni gotico degno di questo nome, non possono mancare all'appello stanze piene di specchi; feroci animali domestici contro cui accucciarsi per prendere sonno; un omicidio consumato con un candelabro d'argento. Ken Greenhall, contemporaneo di Shirley Jackson, debutta in Italia a dieci anni dalla sua morte con un teen horror esile ma dalle atmosfere suggestive, delirante nel contenuto ma elegantissimo nella forma. Al di sopra del bene e del male, contorto e sessualmente ambiguo, il romanzo è un covo di desideri inconfessabili su una ninfetta irrequieta: dietro il fare provocante, però, come ogni adolescente, sogna di vivere una vita straordinaria o un amore che appaia meno soffocante dell'odio. Abbraccerà la sua eredità o la avverserà? L'epilogo, frettoloso, lascia con la sensazione che nella giovinezza della protagonista ci saranno altri misfatti, altri colpi di fulmine, altre scoperte. Quanto sarebbe soddisfacente saperne di più, leggerla ancora? Come l'antieroina di Goliarda Sapienza, costi quel che costi, Elisabeth punterà a ottenere la sua personale parte di gioia. Sarà, però, la dannazione dei più. La lettura del vostro prossimo Halloween è presto servita.

Il mio voto: ★★★

Il mio consiglio musicale: Rettore – Il Cobra

giovedì 4 novembre 2021

Halloween passa, la paura resta: A Quiet Place 2 | Old | Malignant | A Classic Horror Story | Relic | The Night House

Benché lontano dallo stupore del film introduttivo, il secondo capitolo di A Quiet Place è un sequel senza sorprese ma comunque all'altezza. Con un tassello in meno, la famiglia Abbott fugge in punta di piedi dai mostri che tengono in scacco la civiltà. Questa volta sognano di conoscere i superstiti al di là del mare. Nel frattempo si imbattono in Cillian Murphy, degna spalla della mamma coraggio Emily Blunt. Ma ad avere la meglio sugli adulti sono l'astro nascente Noah Jupe e una coraggiosa Millicent Simmonds, realmente non udente. La trama? Poco risolutiva, sembra l'episodio centrale di una serie TV. Non amplia i confini di quel mondo, non propone un finale chiarificatore: soltanto il flashback in apertura, magnificamente diretto, aggiunge qualcosa a una tipica storia di corse, nascondigli, sobbalzi. Tutti i meriti spettano al buon gusto di John Krasinski. Mentre l'esordio era piccino, più indie e per questo più interessante, questo sembra un survival alla Spielberg. I dettagli disseminati durante la visione, insieme alla raffinatezza da Oscar di raccordi visivi e sonori, ne fanno un seguito non indispensabile ai fini narrativi ma una gran bella opera seconda. (7)

Tre famiglie in villeggiatura vengono indirizzate su una spiaggetta ignota ai più. Ben presto i protagonisti si imbattono in una scoperta sconcertante: laggiù le cellule invecchiano rapidamente. La psicosi collettiva è dietro l'angolo, insieme al pensiero di una macchinazione. Perché sono lì? Chi li ha radunati? Survival horror dallo spunto singolare, il film brilla per le atmosfere iniziali alla Christie, un casting sorprendentemente mirato – soprattutto per trovare rimpiazzi per gli interpreti più giovani – e per un'esagerata sospensione dell'incredulità. I personaggi si muovono come in un reality show. E allo stesso modo alternano confessioni a cuore aperto a svolte indicibilmente trash: nemmeno al Grande Fratello, però, estrarrebbero un tumore con un coltellino a scatto. Partito sotto i migliori auspici, l'ultimo Shyamalan mette in scena la vita e la morte, ma imbarca rovinosamente acqua a causa di uno sviluppo non sempre all'altezza e di un colpo di scena risibile. Dispiace, perché la macchina da presa del regista, stordente e vorticosa, è un meccanismo ben più oleato degli orologi di Old o della sua sceneggiatura pasticciata. (5,5)

In fuga dal terzo capitolo di The Conjuring e atteso al varco con il sequel di Aquaman, James Wan si è ritagliato uno spazio tra un blockbuster e l'altro per questo thriller soprannaturale: più piccolo rispetto ai tasselli delle sue saghe danarose, violentissimo e fieramente vecchio stile. Per una volta non ci sono sobbalzi, ma sangue a fiumi e colpi di scena collaudati. Peccato che Annabelle Wallis, non sempre all'altezza, e comprimari dall'ironia fuori luogo minino parzialmente al risultato. Può lo sprezzo del ridicolo rendere un film efficace? Così parrebbe. Sulle note di Where is my mind, Malignant prende avvio in un ospedale psichiatrico. E si sposta poi ai giorni nostri, nella routine di una protagonista al centro di visioni terrificanti. Un rapporto telepatico la unisce al serial killer di turno: capelli lunghi, trench, viso mostruoso e mosse da film di arti marziali. Un po' Dario Argento, un po' Brian De Palma, Malignant esagera senz'altro con lo splatter, gli effetti speciali e le assurdità. Ma l'appeal anni Ottanta e la solita regia di Wan, autore di razza anche alle prese coi peggiori cliché, divertono da morire. Tra urla insopportabili, piogge perenni, archivi abbandonati e trofei affilati – con tanto di omaggio al primo capitolo di Harry Potter. (7)

Il titolo mette subito le cose in chiaro. Prendete, perciò, il solito gruppetto variegato. Aggiungete un incidente. Dal nulla, fate sbucare una casa nel bosco. L'horror sanguinoso e leggero, immancabile nelle serate con gli amici, è servito. Ma niente è come sembra. Serve coraggio a dedicarsi al cinema di genere in Italia. Non troppo implicitamente, Roberto De Feo ce lo lascia intuire dopo i titoli di coda. Dopo The Nest, il regista torna al genere e lo omaggia, lo scompone, lo destruttura. Piacevole e divertito, può contare su un buon cast – la protagonista è Matilda Lutz – e sul colpo di scena del finale: chiacchierato sul web, per me non è abbastanza appagante da giustificare le citazioni sparse. Peccato. Perché c'è una riflessione sul fare cinema che brilla per ironia e acidità. Ma la sensazione è che oltre i cottage di Evil Dead, le sirene di Silent Hill, le soffitte di Hereditary, le tavolate di Midsommar e i fantocci di Wicker Man, De Feo abbia inventato poco. Quando citerà meno gli altri e più sé stesso, diventerà bravissimo. Per ora il divertimento è assicurato, ma solo per patiti del genere. (6,5)

Tre donne, tre generazioni, una rimpatriata forza. Per prendersi cura dell’anziana matriarca. Per provvedere a una casa troppo spaziosa per una persona sola, dove la muffa ha messo vistose metastasi. È scontro tra mamma e figlia. La prima visita le case di riposo. L’altra, idealista, vorrebbe trasferirsi per assistere la fragile vecchina. Davanti alle stranezze crescenti della nonna, però, le decisioni saranno fatali. Le pareti si restringono, si anneriscono. La casa diventa un labirinto pieno di post-it dall’oblio. Horror femminile dalle parti di The Babadook, Relic è uno di quei prodotti festivalieri dalla sensibilità spiccata e dai ritmi lenti. È colpa dell’Alzheimer o di un’entità oscura? Non vi rovinerò la sorpresa, ma la presa di coscienza delle protagoniste – insipida la Mortimer, bravissime Heathcote e Nevin – sarà dolorosa eppure delicata. Relic parla del decadimento fisico e mentale. Della senilità, della solitudine, dell’inevitabile. Il Jep Gambardella di Paolo Sorrentino lo amava, l’odore delle case dei vecchi. Ma questa volta, in questo film, non c’è niente che spaventi di più. Il paranormale non ci tocca, perché lontano dalla norma. Ma quest’orrore è reale. Quest’orrore, presto o tardi, saremo noi. C’è forse scampo alla vecchiaia? (7,5)

Beth, insegnante perseguitata dalla tragedia sin dall'adolescenza, ha un ennesimo dolore con cui fare i conti: il suicidio del marito architetto. In una casa troppo grande per una donna sola, viene a conoscenza di segreti e stranezze. Perché Owen era ossessionato da donne identiche a lei? Cosa nasconde, soprattutto, la casa speculare costruita dall'altra parte del lago? Fatto di lunghi silenzi infranti, stanze vuote e sguardi smarriti, The Night House ricorda le atmosfere del recentissimo L'uomo invisibile. Lento e notturno, più vicino al thriller psicologico che all'horror, finisce per somigliare un po' alle Verità nascoste. Dramma sull'elaborazione mascherato da ghost story, si confronta con il tema del doppio; affascina e confonde, raccontando una storia arcinota attraverso una prospettiva differente. Ma i risvolti finali sono prevedibili e il maggiore colpo di scena appare liquidato in fretta. Occasione parzialmente mancata, intrattiene comunque grazie ai misteri delle sue case-labirinto e alla bravura dell'eccezionale anfitriona: Rebecca Hall, combattuta tra terrore e nostalgia bruciante. (6,5)

giovedì 31 ottobre 2019

Mr. Ciak: Scary Stories to Tell in the Dark, Crawl, Eli, Wounds e altri horror per il tuo Halloween

Corrono gli anni dei film di Romero e del Vietnam. È la notte del trentuno e tre amici inseparabili, in compagnia dell’ultimo arrivato, l’hanno fatta grossa. In fuga dai bulli, si rifugiano dove nessuno andrebbe a fare dolcetto o scherzetto: una casa infestata. C’entrano una bambina prigioniera nello scantinato e il classico libro scritto con sangue umano, che pagina dopo pagina svela nuove vittime fra i giovani protagonisti. Si animano gli spaventapasseri nei campi di grano. I ragni sbucano sottopelle. Corpi disarticolati attentano dietro le sbarre e, nei lunghi corridoi degli ospedali, aspettano i mostri. Perfetto per Halloween, Scary Stories to Tell in the Dark attirerà in sala il pubblico più rumoroso – gli adolescenti – e gli spettatori affezionati al culto di Stranger Things. Pensato per intrattenere i Millennial, il ritorno al cinema del regista diThe Autopsy of Jane Doe segue la moda delle antologie a tema e della retromania dilagante. Il risultato, leggerissimo e con un sottotesto politico dal retrogusto agrodolce, somiglia a un’indagine vecchio stile della Misteri e affini. Prodotte da Guillermo Del Toro, le più popolari storie da falò prendono vita per raccontarcene infine una non così inedita. Di quelle da sussurrare al buio, ma da vedere senza il bisogno della luce accesa. Non spaventeranno, infatti, neppure i giovanissimi. (6)

Cose da non fare in caso d’uragano: passare a casa di tuo padre per chiedergli se è tutto bene su consiglio della sorella maggiore. E scoprire che è ferito in cantina, in balia di onde anomale e di rettili primordiali – con tanto di dolce cagnolina da salvare. Per quanto non sia un amante di questi horror acquatici nello stile di Paradise Beach, Crawl sa come diventare un’appassionantissima declinazione del genere home invasion. Può vantare un’invidiabile gestione dell’alta tensione, senza esagerare con arti mutilati, effetti splatter e sobbalzi; effetti visivi di gran livello; una prova convincente da parte della protagonista, la sfortunata Kaya Scodelario. Il merito maggiore, però, spetta alla regia di Alexandre Aja: nonostante qualche passo falso commesso in passato, finalmente sotto l’egida del produttore Sam Raimi, il francese torna a ricordarci di saperci fare in fatto di morti ammazzati e nefandezze a fantasia. C’è poco altro sotto la superficie, a parte il classico rapporto conflittuale padre-figlia, ma Crawl – umido e claustrofobico, senza tregua – fa il suo dovere. Prima di comprare una casa accanto alla palude, da oggi ci penseremo su due volte. E consulteremo più attentamente il bollettino meteorologico. (7)

Una coppia di genitori disperati si affida a un farmaco sperimentale per salvare il loro bambino, allergico al mondo esterno. L’ultima spiaggia, una clinica privata perduta nelle nebbie, somiglia proprio a una casa stregata. E ben presto il paziente inizia a mostrare segni di debolezza fisica e psicologica, stranezze. Sono le controindicazioni della terapia, o c’è dell’altro? Protagonista della versione horror di Noi siamo tutto, Eli sarà messo in allerta da una coetanea: dall’istituto, infatti, sono passati bambini simili a lui – senza mai uscirne. Atipica ghost story coprodotta dalla Paramount, può contare su un’ottima atmosfera, buone interpretazioni femminili – Kelly Reilly e Lili Taylor, sempre piacevoli da ritrovare –, piccoli grandi indizi all’insegna di un finale che fa fuoco e fiamme. L’effetto sorpresa è assicurato in molti casi, ma personalmente avevo indovinato il colpo di scena in anticipo. La visione, per fortuna, non ne perde affatto in gradevolezza, risultando un intrattenimento molto più godibile della media. Una variazione sul tema forse abusata ma affrontata da una prospettiva opposta, in cui i bambini in pericolo hanno nomi in assonanza con la parola “lie” e per sopravvivere al mondo servono bugie e anticorpi. (6,5)

Non ci si poteva aspettare altro da Babak Anvari, regista iraniano già amato-odiato ai tempi di Under The Shadow. Tornato al Sundance con il suo primo film statunitense, lascia l’Oriente per New Orleans ma non rinuncia alla suggestione. Horror di difficile comprensione, Wounds racconta delle ferite metaforiche di Armie Hammer: perdigiorno alcolista e traditore, diviso tra Dakota Johnson e Zezie Beetz. In ordine sparso lo affliggono: un’invasione di scarafaggi, escoriazioni di natura misteriosa, messaggi di morte recapitati da sconosciuti. Che lo si voglia leggere come un ordinario racconto di possessione soprannaturale o allegoria di qualcos’altro – un disagio che serpeggia nel profondo della coppia, la dipendenza da alcol –, Wounds si rivela un interessantissimo prodotto festivaliero. Spiazzante e audace, a metà fra Kafka e Bukowski, garantisce un delirio acustico e visivo capace di dividere il pubblico. Il protagonista, immerso totalmente nelle sue ricerche pur di dare un senso a un’esistenza vuota, troverà l’illuminazione o la disfatta? Restano più domande che risposte. Tante interpretazioni: tutte valide e tutte sbagliate. Troppo impenetrabile, l’ho seguito spinto da una fascinazione morbosa. L’ho compreso a sprazzi e con il senno di poi. Ma mi è piaciuto, sì, o almeno credo. (7)

Costretta a ritirarsi per la decenza della madre, una violoncellista di talento si rimbocca le maniche pur di riprendersi il posto che le spetta. In un territorio ostile, la protagonista scopre di avere una rivale: entra in competizione con lei, ma ne è attratta. Possibile frenare le scene bollenti se si parla delle bellissime Allison Williams e Logan Browning? Sexy e ributtante, sconsigliato agli ipocondriaci, The Perfection parte con un sofisticato prologo a Shangai e ci conduce poi verso l’ultima frontiera della competizione. Impossibile comprendere in anticipo dove andrà a parare. Altrettanto frenare le domande e il raccapriccio davanti agli efferati cambi di scenario, rotta e protagonista – chi è la buona e chi la cattiva, e dalla scuola di cui sono entrambe le stelle sarebbe meglio far di tutto per entrare oppure uscire? Mix febbricitante ma irresistibile, The Perfection fa il suo sporco lavoro con colpi di scena a raffica, un montaggio pazzo, sequenze di disfacimento fisico e morale. Il thriller di Shepard prende le mosse sulla scia del Cigno nero, per poi trasformarsi in un bagno di emoglobina a tinte trash, su cui pattinano personaggi chiamati alle vendette trasversali e ai duetti folli. Voi saprete contenere succhi gastrici, divertimento e orrore? (7,5)

Dopo Shining soltanto Stephen King, qui in collaborazione con il figlio Joe Hill, poteva immaginare un labirinto tanto singolare. Dopo The Cube soltanto il sottovalutato Natali, abilissimo ma a corto di progetti, poteva renderlo così claustrofobico. Partito sotto i migliori auspici, infatti, Nell’erba alta contava su uno spunto originalissimo e un regista a proprio agio con ambienti asfittici e relazioni torbide. Cosa ci fanno la famiglia dell’inquietante agente immobiliare Patrick Wilson e una ragazza incinta di sei mesi, in viaggio con il fratello, in un singolare dedalo verde dove il tempo e lo spazio hanno leggi imperscrutabili? Se al centro del labirinto c’è anche un misterioso monolite, le battute sull’erba – quanta ne hanno fumata per inventare questo guazzabuglio indigeribile? – potrebbero sprecarsi durante la visione. Trip senza fine, sontuoso dal punto di vista visivo, il racconto del Re diventa un horror psicologico dal pollice verde e dagli spunti oscuri. Servivano francamente qualche chiarimento in più e qualche sacrificio stucchevole in meno. Impossibile uscirne sani e salvi. E venirne a capo? Nel dubbio, cambiate strada all’ultimo minuto e, sul tema riti pagani e natura, guardate Apostle. (5)

Il medico Gleeson, la matriarca Rampling, i figli Ruth Wilson e Will Poulter. Dirige Lenny Abrahmson. Alla base: un gotico firmato da Sarah Waters, di recente portata anche a Cannes da  Park Chan-wook. Possibile, date le premesse, che L’ospite sia stato destinato in Italia direttamente allo streaming? Il perché, dato un film senza grandi demeriti, resta un mistero. Tragedia familiare dalle atmosfere angoscianti, racconta della fascinazione del protagonista verso una casa in rovina: anziché fuggire, ne è attratto – galeotti l’amore verso la primogenita da trarre in salvo e i ricordi di un’infanzia trascorsa, al contrario, in completa povertà. Immerso in scenari che ricordano il soggiorno a Hill House, il film britannico fa proprie psicosi, malanni ereditari, stanze anguste. Il paranormale ci metterà lo zampino soltanto nell’ultima mezz’ora, con porte sbattute all’improvviso, scampanellate notturne, scritte sui muri. Austero sotto ogni punto di vista, dal cast superbo alle scenografia, ha ritmi lentissimi e una regia ora incantevole, ora asfissiante. Non meritava l’oblio, però, nonostante una chiusa frettolosa. Somiglia proprio, infatti, a una di quelle magioni in rovina che conservano a sorpresa il loro fascino polveroso. (7)

Cresciuto dalla mamma single, James è un piccolo lord, pettinato con la riga di lato e sempre ben vestito. Senza amici, ha paura de ragni e di ricominciare altrove dopo un trasferimento improvviso. E non deve assolutamente giocare nei pressi della voragine che si apre al centro del bosco dietro casa. Disobbedisce, ovvio, e niente sarà più lo stesso. Ma le stranezze, crescenti giorno dopo giorno, le percepisce soltanto una mamma sull’orlo di una crisi nervosa o sono forse reali? Forte dei paragoni ingannevoli con The Babadook e della notevole somiglianza tra il bambino e Haley Joel Osment, The Hole è un horror a basso budget che raggiunge il massimo risultato con il minimo sforzo. Discreta macchina di tensione, con un’ottima interprete nel ruolo di protagonista, a ben vedere ha però un’introspezione psicologica appena accennata – il difetto maggiore è che manca di qualsiasi doppiezza o ambiguità – e una trama, con tanto di finale mordi e fuggi nelle grotte di The Descents, che rimesta alla cieca nel mito dei changeling e nei classici horror di ragazzini maligni e madri al limite. Non gli si vuol male, ma avremmo tutti fatti a meno della distribuzione in sala o dei confronti con una regista, Jennifer Kent, contro i cliché. (5,5)

Un’altra mamma single, un altro bambino con amici che stanno sulle dita di una mano. L’evasione non avviene grazie alle scorribande nei boschi, bensì con un giocattolo che già conosciamo tutti: l’iconico Chucky, incubo di generazioni vicine e lontane. Ritornato in un remake non richiesto, il rimodernamento della bambola infernale preferisce concentrarsi sulla dimensione infantile anziché su quella orrorifica. Il rinnovo generazionale, per fortuna, chiama comunque all’appello omicidi sanguinosissimi e un doppiatore d’eccezione, Mark Hamill, ad animare un villain per il resto non troppo convincente dal punto di vista estetico. Al tempo di Stranger Things e Black Mirror, i bambini sono ricettivi e gli adulti appaiono ciechi davanti all’evidenza; la crudeltà di Chucky non dipende da una possessione demoniaca, bensì da un malfunzionamento tecnologico. Preceduta da un geniale battage pubblicitario che faceva a pezzi i personaggi di Toy Story, la nuova Bambola assassina è una commedia nera scoppiettante ma prevedibile dall’inizio alla fine. Ben recita, capace di indovinare target ed equilibri, resta poco incisiva ma tanto è bastato a far gridare all’eccezione alla regola pubblico e critica, al cospetto di un remake al passo con i tempi. Ma se il gioco cambia estetica, le regole restano le stesse. (6)

Nell’era segnata dall’influenza dei cinecomic, ne sa qualcosa il caro Martin Scorsese, quanto poteva essere geniale un’idea del genere: prendere un eroe dei fumetti, amato da grandi e piccini, e trasformarlo questa volta nell’antagonista della storia. Il coraggioso Clark Kent, così, sbarcato da un pianeta lontano e adottato da una famiglia di amorevoli campagnoli, si trasforma in un bambino sfrenato e dispotico: respinto da una coetanea, irritato dalle bugie dei genitori, minaccia di usare i suoi poteri per i fini peggiori. Esisterà anche qui l’equivalente della kryptonite? Tipica storia sulle origini di un atipico supereroe, a Brightburn si chiedeva poco. Amaramente, il film prodotto da James Gunn osa dare perfino meno del previsto. Di scarsissime pretese, con un svolgimento indegno dell’assunto di base, ha un cast non di primo taglio – fa eccezione giusto Elizabeth Banks – e un Omen dotato di raggi laser negli occhi, meno carismatico e più caciarone dell’infante diabolico del classico di Richard Donner. Inutile accanirsi ulteriormente: questo volo nel lato oscuro lo abbiamo già scordato. (4)

lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)

mercoledì 14 novembre 2018

Recensione: I due esorcisti, di Ray Russell

| I due esorcisti, di Ray Russell. TEA, € 14, pp. 206 |

I venti funesti di Halloween sono passati così come sono arrivati. Nelle vetrine del cinese all'angolo brillano già le luminarie natalizie. Tra una cosa e l'altra, questa volta, sono rimasto un po' indietro: la zucca da buttare con un groppo in gola nell'umido organico – è stata la prima incisa da me, l'ho chiamata Belinda –, il mancato biglietto per il reboot di John Carpenter in sala, la recensione di un romanzo rispolverato in una sera di candele tremolanti e castagne tenute in caldo. Fino al mese scorso inedito in Italia, I due esorcisti ha preceduto di un decennio buono romanzi cult come L'esorcista e Rosemary's Baby. I titoli venuti dopo, non facciamone mistero, lo hanno raggiunto e abbondantemente superato in fretta. Nell'inedito di Ray Russell – scomparso vent'anni fa e nel mentre diventato autore cult per Stephen King e Guillermo Del Toro –, c'è tuttavia del pionieristico: molto di lodevole. Un'ironia affilata e un gusto per il satirico, ad esempio, che nei primi anni Sessanta facevan sì che lo scrittore parlasse e sparlasse senza peli sulla lingua di ciò che di più sacro esistesse per l'americano medio: la Chiesa e la famiglia. 

Non potremmo dire che gli attuali psicoanalisti, credendo di curare scientificamente i loro pazienti, stanno invece praticando in maniera inconsapevole un moderno esorcismo che scaccia effettivamente e letteralmente il diavolo dai corpi dei loro pazienti? Danno alla cosa un altro nome, ricorrono a rituali e termini differenti e si rifiutano di riconoscere il Diabolus quando lo vedono, certo, ma questo si spiega semplicemente rifacendosi a Baudelaire. È così che vuole il demonio. La migliore astuzia del diavolo sta nel convincerci che non esiste.

Siamo al St. Michael: parrocchia che appare decorosa ma provinciale agli occhi del nuovo parroco, abituato alle migliori frequentazioni e alle peggiori calunnie. Padre Sargent, bello e chiacchierato, è approdato in città perché in fuga da uno scandalo. Peccava infatti di eccessiva vanità e, di tanto in tanto, alzava un po' troppo il gomito. O una retrocessione o la scomunica, gli hanno intimato, proponendogli di sostituire un sacerdote destinato ad altre greggi. Forse perché promosso, forse perché in procinto di scappare da qualcosa di losco: l'influenza di Susan Garth. La sedicenne, orfana di madre, rifugge la vista del crocifisso, si spoglia in pubblico attirando sguardi libidinosi, pecca di cattiva condotta. Le servirebbe uno psichiatra, ma un padre burbero e omertoso la porta invece in canonica. Da lì i parrocchiani sentiranno urla e risate indecorose, il frastuono dei vetri infranti, l'odore dello scandalo. Non sanno che c'è un logorante esorcismo in corso né che Sargent – la barba sfatta e tentazioni dappertutto – è affiancato dal Vescovo Crimmings in persona. All'appello non possono mancare vomito, turpiloquio e mutilazioni corporee. Ma il rito, per fortuna, questa volta è fatto più di parole che di brutture. Mentre la mano dell'Altissimo minaccia all'esterno fulmini e saette con un temporale da apocalisse biblica, fra le mura sacre si è tutti presi da un assedio di cui sono ignari i pettegoli e i complottisti della città. Una prova di forza disputata da sacerdoti di generazioni opposte: il primo scettico e con gli scritti di Kafka e Baudelaire sul comodino, l'altro dal credo incrollabile. All'inizio, eppure, scartano l'ipotesi di una possessione demoniaca. Forse che in fondo non credano nel Diavolo, e dunque in Dio? Il bene e il male, infatti, sono facce complementari della stessa medaglia. 

L'omicida e la vittima si guardarono l'un l'altro con una certa comprensione e, in quel frangente, compresero per la prima volta la più profonda, terribile ed eterna verità della dannazione: che non distingue tra colui che commette l'atto colpevole e colui che in cuor suo desidera sia commesso.

Ben scritto ma sconsigliato a chi in cerca di brividi facili, I due esorcisti doveva risultare senz'altro provocatorio per l'epoca: i vizi privati del clero messi alla berlina, la denuncia della violenza fra le mura domestiche, le prime controversie sessuali e nessuna risposta consolante racchiusa nell'epilogo. Le pagine son poche, la suspance abbonda. Merito dei salti equilibrati da un personaggio all'altro e di un'inattesa dimensione corale. Dei capitoli lapidari e accattivanti, conditi da dialoghi fiume e tracce di psicoanalisi. Di una struttura variabile che, alla maniera degli autori moderni, vive sospesa fra psicologia ed esoterismo, questo mondo e l'altro. Quanto è sottile la linea che li separa, tocca chiedersi, se l'autore chiude il romanzo con un inquietante aneddoto biografico? Il ronzare di quattro mosconi sbucati dal nulla gli diede il tormento, pare, proprio nella stesura del capitolo clou: un frullare di ali, uno sfregare di zampette che lasciano suggestionati al pensiero di questo presunto sabotaggio. Ben più della lettura di un horror che paura non me ne ha fatta, no, ma in compenso mi ha regalato un'importante lezione di filosofia morale sulla fede, il libero arbitrio, la natura spinosa del peccato.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – Black Celebration

lunedì 29 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Ghost Stories, Hounds of Love, The Domestics, Slender Man, The End?

Un investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma bello intitolato Ghost Stories: bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella, senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto, sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile, per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche. Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia, una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween. Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie regole. (7)

Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)

In un futuro imprecisato qualcuno ha voluto raderci al suolo. I sopravvissuti, ridotti a selvaggi armati di asce e disperazione, si sono divisi in squadriglie agghindate di tutto punto – ognuna ha uno stile distintivo, un simbolo – e in guerra fra loro. Voci fuori dal coro, i civili di cui parla il titolo. Persone senza bandiera, e per questo cacciate indistintamente da tutti. La coppia in crisi composta dagli ostinati Tyler Hoechlin e Kate Bosworth, bellissimi anche quando sporchi e rattoppati, cerca di raggiungere la famiglia di lei nella ridente Milwaukee: un viaggio in macchina di poche ore da breve, con l'apocalisse fuori, si trasforma in odissea. La loro terapia per tornare ad amarsi, così, somiglia a una lotta alla sopravvivenza: da un lato loro, dall'altro tutti gli altri, indistinguibili fra alleati di fortuna e nemici giurati. Sopravvivranno? Più di qualcuno tenta di allontanarli dalla meta a suon di speronamenti e spari a bruciapelo; qualcun altro, invece, ci scommette perfino sopra. Nonostante gli manchino la delicatezza della dimensione familiare di A Quiet Place e un po' di ordine nelle dinamiche e nei partizionamenti, il sottovalutato The Domestics è un intrattenimento frenetico e di buon livello; un thriller distopico che cita espressamente il capolavoro di Kubrick in un dialogo, ma preferisce puntare senza troppe pretese agli inseguimenti tribali di Mad Max o al gusto dello spettacolo di The Purge. In un'implacabile declinazione del genere home invasione, non ci sarà mai pace né per i coniugi braccati né per lo spettatore. Su ruote, infatti, mancano confini e tregue; manca una casa – o meglio, un'unica casa – da profanare mascherati da belve. (6,5)

Ogni generazione ha il suo Uomo nero. Negli anni Ottanta c'erano state le nenie allo specchio di Candy Man e gli incubi di Freddy Krueger. Nei Novanta sono spuntati i riccioli rossi di It. Per i ragazzini dei primi Duemila c'è stata Samara, e si è giunti infine alle fobie dei Millennials: in particolare, dal web, si è andata diffondendo la superstizione verso questa figura elegante e longilinea, i cui misfatti sono sfociati nella cronaca nera. In suo nome, leggevo, qualche adolescente americana ha ucciso o si è uccisa. Tutto per il culto di Slender Man: un'ossessione mediatica che, a scatola chiusa, affascina. L'inquietante protagonista delle creeypasta seduce e soggioga, si diffonde a macchia d'olio: come una storia fattasi in fretta leggenda, come un virus da debellare. Da lì le controversie per un film prima boicottato, poi censurato a furia di tagli. Da lì la storia di quattro amiche che evocano la creatura, rischiando di intraprendere un percorso senza ritorno. Colpa dei suddetti tagli, allora, le falle di una sceneggiatura insensata? Si spiegherebbero così i difetti di una pellicola rabberciata alla bell'e meglio, che in principio aveva forse l'ambizione di raccontare, se non le origini del mostro, almeno l'alienazione, le relazioni e le ansie di una gioventù che non ha niente di sano, niente di genuino. Peccato che, a ben vedere, non siano gli unici contro. Lavorazione travagliata a parte, Slender Man resta un teen horror al di sotto del minimo sindacale: lui ridotto a un dissennatore mostrato troppo e troppo presto; le attrici – ricordiamo la King di The Kissing Booth – un gruppo anonimo di influenzabili vergini suicide. La scrittura vive di inesattezze e luoghi comuni. Regia e fotografia, a tratti decorose, sembrano prendere le migliori stranezze dalle sequenze deliranti della videocassetta di The Ring nell'impossibilità, purtroppo, di farle poi convergere in un intreccio dotato di inizio, svolgimento e fine. Parabola dubbia su una generazione fragile e volubile, antipaticissima, Slender Man e i suoi adepti non hanno né la paura né la fantasia. Tutto, tanto, è un pigro remake delle annate precedenti: giovinezza interrotta compresa. (4)

È l'imminente apocalisse, eppure ha inizio come un giorno qualunque per uno yuppie come tanti: giacca e cravatta, amanti segrete, sottoposti maltrattati, un ascensore da prendere per salire ai proverbiali piani alti. Ma qualcosa s'inceppa a metà strada, e lui rimane intrappolato lì: con l'insopportabile compagnia di se stesso e gli zombie fuori. In un esame di coscienza che avrebbe potuto farsi, in teoria, interessante film dell'orrore. Amatoriale, serioso, senza alcuna ironia, l'esordio alla regia di Misischia è un esperimento che si prende troppo sul serio, quando non ne avrebbe né i mezzi né le possibilità. Piuttosto scadente, e non per la regia televisiva; non per i trucchi artigianali ma discreti o il sangue incontenibile; non per un cast poverissimo, capitanato da un Roja non all'altezza dei one man show di Reynolds, Franco o Redford. Semplicemente, perché annoia da morire. Cade a picco, così, appesantito com'è dal già visto; dalla piattezza della scrittura, che poco conserva del brio dei Manetti Bros; da spazi ristretti che da un lato nascondono le ristrettezze del budget, dall'altro favoriscono gli sbadigli e le occhiate frequenti all'orologio. E spiace, sì, per la sua riuscita: cattiva non perché si tratti di una modesta opera prima nostrana con tutti i limiti del caso, ma perché The End? sa proprio di stantio. Quando, a dispetto del titolo, avrebbe potuto essere per ironia della sorte l'inizio di un felice sperimentare. (5)

venerdì 26 ottobre 2018

Recensione [Romanzo e film]: Sei ancora qui, di Daniel Waters

| Sei ancora qui, di Daniel Waters. Sperling Kupfer, € 17,90, pp. 324 |

Immaginate un'esplosione pari, per perdite e conseguenze, a quelle di Hiroshima e Nagasaki. All'attentato al World Trade Center. I sopravvissuti e i mass media, a distanza di sei anni, ne parlano con un nome generico: l'Evento. Cosa sia successo esattamente, quanto grandi siano stati i danni, non lo sapremo mai. Ma immaginate, appunto, un'onda d'urto così potente, così distruttiva, da strappare il velo fra una dimensione e l'altra. È da quel momento che i morti camminano tra noi. Presenze onnipresenti e impalpabili, benché non sempre sinistre, che popolano i giardini, le biblioteche e i cinema d'essai. Qualcuno le ignora, qualcuno le teme, qualcuno le studia per scoprire da un'osservazione diretta tutti gli sporchi segreti dell'aldilà, fra spiegazioni ora metafisiche, ora scientifiche. Veronica Calder, sedici anni e un look da aspirante ribelle, era soltanto una bambina ai tempi ma, proprio come i suoi coetanei, ha perso qualcosa nell'esplosione: il padre, che ogni mattina sotto forma di ectoplasma appare al tavolo della cucina con il suo giornale tra le mani; l'innocenza. Spregiudicata e disincantata, preferisce perciò vivere il presente con tanto di relazioni occasionali, al contrario di una mamma affetta da disturbo post-traumatico, e indagare insieme al curioso amico Kirk sul motivo di quelle apparizioni in aumento. Alcuni redivivi sono intrappolati negli schemi della routine, altri cercano pur nel loro limbo di sbrogliare le immancabili questioni irrisolte, altri ancora tentano invece di illuminare i superstiti sui pericoli imminenti. Cosa cerca di comunicare Ben, il fantasma che popola il bagno di una Veronica senza più privacy al risveglio? Perché un serial killer che colpisce ogni ventinove febbraio vorrebbe fare di lei, nata proprio in un anno bisestile, la prossima vittima? Sei ancora qui, young adult dotato su carta di uno spunto vincente e di una polifonia di punti di vista – accanto a quello della sedicenne, ben più interessanti risultano essere quello del fugace Ben e di un assassino di cui si conoscono immediatamente identità e moventi –, è un'arma a doppio taglio. La grande originalità dell'idea, se non dallo sviluppo in sé, è stata purtroppo tradita dalla forte antipatia dei giovani personaggi, al centro di relazioni affatto plausibili e di un'indagine sul campo che, nel finale, li conduce dritti dritti nella tela dell'omicida; da una coppia di aspiranti investigatori piuttosto male assortita, consolidatasi per una ragione piuttosto risibile e innamoratasi in un momento imprecisato senza un preciso perché, con cui è stato difficile entrare in sintonia. Alle mosse irrazionali degli adolescenti, per fortuna, sanno controbilanciare gli stati d'animo e le nostalgie degli adulti. Poco attratti dagli spauracchi e dai misteri pericolosi, dagli amori istantanei, ragionano piuttosto sull'inviolabilità dei ricordi e sul senso del lutto. A volte da elaborare piano, attraverso una routine da cui sganciarsi a malincuore e a piccolissimi passi; altre da ingannare con l'omicidio rituale, se un caro estinto, in quello stesso errare di anime, ha modo di reincarnarsi attraverso il sacrificio di un'innocente.

La vita è breve. E la morte è per sempre.

Delicato o più probabilmente indeciso sul da farsi, scrive un Daniel Waters che funziona molto meglio in sala. Dalla ricerca delle cause dell'Evento ai silenzi assennati sul ruolo dell'assassino – fra le pagine, ribadisco, ne conoscevamo in anticipo il nome –, passando poi per la caratterizzazione di una protagonista meno popolare e disinibita, le differenze tra romanzo e film abbondano. Dopo il mediocre Midnight Sun, il regista Scott Speer firma un altro adattamento per un pubblico adolescenziale, con un altro ruolo clou per la prezzemolina Bella Thorne – bella di nome e di fatto, sì, sotto il frangettone scuro da outsider e le canottiere semitrasparenti: per le spettatrici, invece, occhio a Thomas Elms, enigmatica presenza in boxer attillati, o al professore di un Dermot Mulroney felicemente invecchiato. Questa volta, oltre a un'attrice feticcio dall'indiscreto appeal, Speer può contare anche su un accattivante lato visivo e su una fotografica gotica, che si compiace della gran quantità di comparse macabre e delle continue interazioni con le scenografie nevose. Per l'ottima foggia e il predominio delle tinte orrorifiche, così, gli si perdona senza rancori anche quel finale sentimentale e aperto, troppo simile a quello del recente Dark Hall. Modifica più, modifica meno, la trasposizione sul filo dell'ambiguità di Sei ancora qui è l'eccezione alla regola che vorrebbe i romanzi sempre e comunque superiori ai rimaneggiamenti. Da recuperare per un Halloween in leggerezza, sempre che lo troviate ancora lì, in sala.
Il romanzo: ★★½ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: Unions – Close My Eyes