A
prima vista sembrano “le vergini suicide” del film di Sofia
Coppola. Pallide, bellissime, inquietanti: senza paura. Hanno nomi di
quattro lettere ciascuno e un legame viscerale, che misteriosamente
va al di là del sangue. Le hanno unite il bosco e il trauma. Sparite
durante la notte di Capodanno quando erano bambine, furono trovate un
mese dopo nello stesso luogo in cui erano scomparse: nude, con una
cicatrice a mezzaluna alla base del collo. Sane, non salve. Crescendo
si sono allontanate. Grey, bellissima e spregiudicata, posa sulle
copertine di Vogue e mescola l'alta sartoria con l'imbalsamazione;
Vivi, bassista in un gruppo rock, sciupa la sua avvenenza con
piercing e tatuaggi e provoca continuamente; infine c'è Iris, la
minore, che vorrebbe passare disperatamente inosservata ma deve
convivere con i non detti della madre e l'eredità ingombrante delle
sorelle. Di loro si dice che siano sirene, streghe, alieni.
Esercitano una misteriosa fascinazione su uomini e donne. Hanno una
fame vorace, insaziabile. Vengono realmente da mondo ultraterreni, o
hanno forse ereditato la follia del padre, morto suicida?
Eravamo
sorelle. Sentivamo il dolore delle altre. Provocavamo dolore alle
altre. […] Ci difendevamo. Ci mentivamo. Fingevamo di essere più
grandi, diverse: travestirci era un gioco per noi. Ci spiavamo. Ci
possedevamo come oggetti luccicanti. Ci amavamo con furia ardente e
intensa. Furia animale. Furia mostruosa. Le mie sorelle. Il mio
sangue. La mia pelle. Che legame raccapricciante condividevamo.
Dopo
due bellissimi romanzi sulle fragilità del cuore adolescente, una
irricoscibile Krystal Sutherland sposa l'horror a sfondo esoterico e
le atmosfere crepuscolari di Shirley Jackson. Il suo ritorno in
libreria è mellifluo e respingente, bello e spaventoso: un intreccio
di ghirlande e incubi, fanciulle incantevoli e uomini-bestie, che
diventa un'ossessione irrinunciabile una pagina dopo l'altra.
Ambientato tra l'Inghilterra e la Scozia, prende avvio dalla
scomparsa della sorella maggiore alla stregua di un giallo e si
snoda, poi, in una caccia al tesoro senza esclusione di svolte
spiazzanti. A tratti, mette una paura matta. Cosa finisce nella
fessura del divano, dove si annidano monetine e briciole di popcorn?
Cosa si nasconde nelle intercapedini della nostra realtà? È stata
una lettura lontana dalla mia comfort zone soltanto all'apparenza. Le
sorelle Hollow
è un ritorno alle coccole e agli orrori della mia adolescenza. A
quando vivevo per storie così e, in segreto, ne scrivevo di mio
pugno (una l'ho perfino pubblicata).
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Gods & Monsters
Come
in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa
da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor
Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante
che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle
spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti:
peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta
semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della
lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella
multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo.
Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la
diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna.
Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le
donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli
articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella
resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo
firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le
gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli
altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare
alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale,
culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella
seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto
ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da
organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di
bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il
mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici
(la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti
comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i
genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua
protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La
notte scorsa al Telegraph Club è
la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima
del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio
quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una
minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro
pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un
momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello
spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma
bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle
unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è
necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di
gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo
deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: The Ronettes – Be My Baby
Chiacchierato
e altamente instagrammabile, si è imposto – prematuramente –
come novello caso editoriale. Se lo avessi identificato a colpo
d'occhio per ciò che è, ossia l'ennesimo esordio narrativo trainato
dalla popolarità dell'autrice, me ne sarei tenuto distante. Il
pregiudizio mi avrebbe protetto dalla delusione. Ventisettenne senza
arte né parte, sorella di una giovane suicida e compagna di un
pretenzioso accademico, Maia si improvvisa collaboratrice di
un'influencer. Gloria ha diciotto anni e nessun talento, a parte
quello di apparire avvenente in foto. I suoi sorrisi sono vacui, o
forse tristi? Il
profilo dell'altra
rimesta tra le tematiche più disparate (ambientalismo, femminismo,
linguaggio inclusivo, disturbi psichici, revenge porn) come se si
trattasse del cestone delle grandi occasioni: spaccia il suo
rimestare, però, per alta moda e vorrebbe imporsi – invano –
come analisi antropologica. Per riflessioni conturbanti sul potere
illusorio della bellezza nella società dell'apparenza consiglio la
visione di Personal
Shopper
e The
Neon Demon:
i corpi di Kristen Stewart e Elle Fanning, ritratte con toni
horrorifici da due grandi registi, sono indimenticabili. Quelli di
Maia e Gloria, invece, si frantumano tra le schegge di un romanzo che
si interroga sul concetto di identità e, paradossalmente, ne è
sprovvisto.
Non
fatevi ingannare dalla copertina: promette a torto una commedia
romantica. Non
è al momento raggiungibile
è un romanzo piccolo e terapeutico per guarire dall’ossessione che
maggiormente ci attanaglia: la conta spasmodica di Like, followers e
calorie. Trentasei anni e nessun progetto a lungo termine, Vittoria
racconta alla nutrizionista/psicologa la sua dipendenza: ingozzarsi,
di cibo e sguardi. Le basta una foto rubata accanto a un cantante
famoso per trasformare la sua pagina Instagram in una vetrina per
panini con la porchetta, cotolette surgelate, vestiti griffati: il
suo parere, riassunto in una didascalia, è denaro. Arriverà perfino
in TV. A ritroso, il soliloquio di Vittoria pennella il ritratto di
una donna nella morsa della solitudine: ha un nome augurale, ma
macchie d’unto sulla maglia e rapporti irrisolti col sesso
maschile. Connessa con il mondo ma disconnessa da sé stessa,
ricorderà l’equilibrio per andare in bici? Flusso di coscienza
tanto brillante quanto severo, il romanzo di Valentina Farinaccio ha
il respiro dell’autofiction e una specie di lieto fine, benché
sudatissimo, sul palcoscenico più famoso d’Italia. A fine lettura,
ho scritto una dedica in prima pagina e ho regalato la mia copia a
un'amica ritrovata: esaurito su di me il suo potere lenitivo,
quest'elogio al fallimento andava condiviso con il prossimo.
|Radio Silence, Alice Oseman. Mondadori, € 15, ★★★ |
Lei,
rappresentante d’istituto destinata a Oxford, è una macchina di
successi scolastici. Lui, studente laconico ferrato sui logaritmi,
vive all’ombra del popolare migliore amico. Spersonalizzati dalle
divise scolastiche – tutti grigi, tutti uguali –, i protagonisti
di Alice Oseman vivono una doppia vita: quella pubblica e quella
nerd. Frances è una maga delle fan art e, a dispetto delle
aspettative altrui, vorrebbe studiare belle arti. Aled, protetto
dall’anonimato, è invece l’artefice di un misterioso podcast
YouTube sulla bocca di tutti. Mentre gli adulti pretendono
l’eccellenza a ogni costo, i giovani – amici, ma innamorati mai –
si scoprono combattuti tra senso del dovere e vocazione, l’esigenza
di essere invisibili e quella di essere sé stessi. Già autrice
della serie Heartstopper,
Oseman è in libreria con una nuova storia ad alto tasso di
adorabilità: una riflessione agrodolce sulle gabbie del sistema
educativo americano, in cui si parla di abusi psicologici, libertà
di espressione e fluidità sessuale. Bravissima nel maneggiare temi
tanto sensibili, l’autrice si perde però in lungaggini di troppo e
in una scrittura sì immediata, ma senza lampi di interesse. Anche se
fuori target, mi sono goduto le maratone dei film di Sofia Coppola e
Miyazaki sul divano. Ho invidiato le felpe extralarge e le scarpe dai
lacci fluo dei protagonisti. Ho ascoltato con empatia le voci di
Frances e Aled: domandavano di considerarli speciali, non famosi.
Quando
ho finito l'università, non mi si sono aperte porte: soltanto la
terra sotto i piedi. Ero inutile e laureato. La corona d'alloro
seccava su una mensola in camera insieme alla mia voglia di fare.
L'arrivo del lockdown, perciò, non ha modificato la mia routine:
anzi, vedevo il resto del mondo sprofondare finalmente nel mio stesso
immobilismo;
allinearsi al mio passo strascicato. È stato grazie a Cortomiraggi, in prima linea con carrellate di film bellissimi contro la
tristezza, che ho trovato un nome per il malessere che mi affliggeva:
quarter-life crisis.
Perfetto ritrovo generazionale, la pagina Instragram di Elisa
Pellegrino somiglia al suo romanzo d'esordio: una commedia corale
leggerissima nei toni, ma tutt'altro che superficiale negli argomenti, a proposito
del doloroso smarrimento seguito al termine degli studi. Cosa succede
dopo che un professorone in toga ti proclama dottore? Dopo aver
radunato baracca e burattini, tocca ritornare all'ovile con la coda
tra le gambe in attesa che il futuro si compia. Gli alloggi
universitari vengono rimessi sul mercato immobiliare. Gli amici e i
coinquilini si separano, consolandosi con videochiamate su Skype o
appuntamenti saltuari.
Essere
giovani è difficile, è doloroso. Scegliere lo è. Non mi vergogno a
dire che i miei anni più belli sono quelli che sto vivendo ora. Mi
piacerebbe avere meno pancia e più capelli, ma il mio cuore sta
meglio adesso.
I
quattro personaggi di Albicocche al miele non sono l'eccezione
alla regola. L'autrice dedica loro un lungo capitolo a testa e per
ognuno sceglie una stagione dell'anno, un film a tema. Meglio il
romanticismo sognante di Before Sunrise o
il bagno di realismo di Before Midnight?
Intrappolata in una relazione di lunga data e in un noioso lavoro in
azienda, Greta – ragazza con un pessimo rapporto con il proprio
corpo – usa Hawke e Delpy come metro di paragone. Se all'improvviso
sbucasse un'altra terra come in Another Earth,
chi non proverebbe sincero terrore davanti a un ventaglio di infinite
possibilità? È un pensiero di Giulia, leonessa ambiziosa e
all'apparenza realizzata, che comincia a mostrare punti di rottura in
una città più grande di lei. La parabola amara di A
proposito di Davis fa più bene
o più male? Il laconico Diego, non ancora laureato e fermo sulla
soglia della friendzone, temporeggia per paura dei cambiamenti. Gli
errori commessi sono uno stigma indelebile, o dovremmo imparare a
guardarli con affetto alla maniera della vulcanica Frances Ha?
Caterina, musicista in terapia per via di qualche problema irrisolto
con la madre, sogna a occhi aperti un mondo in cui nessuno la faccia
sentire incompresa.
Nell'arte
c'è qualcosa che nella vita manca. C'è una logica anche quando
l'obiettivo è la mancanza di logica, c'è confusione strutturata,
c'è quella parola in quel momento, quel gesto in quella situazione.
Qualcuno ci ha pensato prima, capisce? Nella vita invece non è così
e se ti capita per caso di afferrare qualcosa devi essere preparato a
perderla. […] A volte penso che il cinema mi permetta di capirmi,
di accettare certi meccanismi. La finzione mi serve.
Ricordano
i coinquilini delle sit-com del nostro cuore. Parlano al suon di
citazioni. Filosofeggiano davanti alle pellicole indie. Si
imbarcano negli erasmus, negli stage, nei tirocini non pagati. Vivono
in un perenne stato d'ansia. Aspettano un'occasione per svoltare, e
nel frattempo ti insegnano l'arte della pazienza. Un vecchio legge Il
giovane Holden in treno e,
guardandoli struggersi, affannarsi, ammette di non rimpiangere la
giovinezza. Ma li avvisa di non perdere mai il contatto con la
realtà: che l'arte, oltre che un rifugio sicuro, diventi soprattutto
una porta. Ora angosciati, ora euforici, i personaggi di Elisa hanno
saccheggiato la mia vita e la lista dei miei film preferiti. Si sono
appropriati dei miei turbamenti – dei nostri –, e hanno dato loro
voce in un romanzo forse un po' acerbo, ma indubbiamente speciale e
veritiero. Albicocche al miele
è la lettura giusta nei momenti sbagliati. Impossibile aspettarsi
uno smaccato lieto fine: per ora, purtroppo, non ci tocca. Ma la
consapevolezza di essere parte di una generazione di sfollati, di
talentuosi naufraghi stretti su un'unica barca pericolante, è
stranamente confortante in queste 200 pagine piene di sincerità.
Nella speranza, come diceva qualcun altro, che questo dolore –
insieme a queste ansie, questi film, questi libri, queste serie TV –
ci sarà utile. Un giorno, sì: un giorno.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: The Lumineers – Sleeping on the Floor
Siamo
in un quartiere di Los Angeles dove tutto, all'apparenza, è in ordine.
Ma agli adolescenti, figli di genitori viziosi o obnubilati
dall'alcol, pascolano lungo la costa come bestiole braccate e senza
padrone. Qui, al liceo, si incontrano Bunny e Michael: giovani vicini
di casa uniti ben più che dalle proprietà confinanti. Lei, mite e
accondiscendente per natura, è un bellissimo scherzo della natura
che scoraggia i ragazzi ma fa gola, al contrario, agli allenatori
sportivi: alta quasi due metri, ha un papà-manager privo di
scrupoli, una mamma la cui morte è avvolta dal pettegolezzo e una
forza inusitata – a questo allude il titolo originale, da tradurre letteralmente con La regina del knockout. In una frazione di
secondo spruzzata di sangue, quella brava ragazza potrebbe
trasformarsi in carnefice per difendere il migliore amico. Cosa
sarebbe disposta a fare, infatti, pur di proteggere Michael dalle
malelingue? Lui, sfacciatamente gay, porta l'eyeliner in classe ed è reduce da
un'infanzia dickensiana: separato dalla sorella, affidata nel
frattempo alla madre fresca di galera, spreca il suo potenziale
accademico e rimorchia di nascosto uomini più grandi su Craiglist.
Sentendosi un reietto, reputa impossibile essere amato da un
coetaneo. Mentre Michael è maestro dell'inazione, Bunny al contrario
vibra di una sconcertante volontà di potenza.
Perché
volevamo essere visti così disperatamente? Io la vedevo. Bunny mi
riempiva gli occhi. Ma non era abbastanza e questo non mi feriva più.
Neanche il modo in cui lei amava me era abbastanza. Forse l’amore
non sarebbe mai stato abbastanza.
Formazione
inquieta e pericolosissima, popolata da personaggi spesso
indimenticabili, La nostra furiosa amica è un romanzo Young
Adult a tinte crime che sorprende sin dalla prima pagina: in esergo,
infatti, leggiamo citazioni tratte da Hannah
Arendt e RuPaul. Come si possono conciliare una filosofa tedesca e
un'icona della TV americana, celebre per la sua sfida tra drag queen?
Con uno stile folle e immaginifico, cruento ma pieno di poesia, la
bravissima Rufi Thorpe passa dalle riflessioni ossessive sul bene e
sul male, sulla predestinazione e sul perdono, alle maratone di
reality show che in poltrona mettono finalmente il cuore in pace. Nel
corso della lettura, Bunny deve imparare a essere donna e fuori posto
– a scuola, purtroppo, è solita scusarsi con tutti per lo spazio
che occupa. Michael, invece, a essere uomo e omosessuale.
Eppure
non potevo smettere di stare dalla sua parte. Avrei continuato ad
amarla, anche se mi inorridiva. Avrei continuato ad amarla perché
era mia.
Sullo
sfondo, la cartolina paradisiaca di un luogo lontano da
ogni luccichio: una America alla Bret Easton Ellis, dipinta tra
tragedia greca e MTV generation, erosa nel profondo dalle dipendenze,
dalla violenza domestica, dal bullismo, dall'omofobia. E, perfino,
dall'omicidio. Questa polveriera, che nei sogni incendiari del
protagonista maschile brucia spietatamente fino alle fondamenta, è
connessa a doppio nodo alle scelte di due amici combattuti tra
idealismo e ferocia, incanto e repulsione. Sul lungo tratto, le
decisioni prese d'istinto minacceranno di unirli e dividerli al tempo
stesso. A cosa serviranno le promesse, i “per sempre”, se ci si
mette di mezzo la vita? Ce lo ricorderà un epilogo struggente. Anche
se pesti, ammaccati e guasti, anche se spinti alle corde
dall'incessante divenire del mondo adolescenziale, Bunny e Michael
sono elefanti in un negozio di cristalli orgogliosi della
distruzione che seminano tutt'intorno.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Video Games
|
Blu, di Giorgia Tribuiani. Fazi, € 16, pp. 250 |
Dopo
Guasti, opera prima in cui i cadaveri diventavano opere d'arte
– il tema, macabro ma affascinante, era quello della plastinazione
–, Giorgia Tribuiani torna in libreria alzando l'asticella dello
sperimentalismo, della provocazione, dell'inquietudine. Frammentario,
singhiozzante, disordinato, il nuovo romanzo è un'immersione
letteraria senza capitoli e senza pause, senza respiro. Probabilmente
avrei apprezzato un simile flusso di coscienza a piccole dosi, sul
breve tratto. Blu intriga nella prima parte, invece, e finisce
poi per trascinarsi nella seconda. Fedele a sé stesso, non cambia
registro neanche quando la protagonista sembra man mano
riappropriarsi della propria identità. E, affaticato da uno stile
poco scorrevole e dalle atmosfere asfissianti, sono arrivato al punto
da sperare che finisse il prima possibile: non perché sia una
lettura sconsigliabile, ma perché – cercate gli effetti
collaterali sul bugiardino – potrebbe suscitare spesso frustrazione
e claustrofobia. La mente a soqquadro della protagonista, d'altronde,
non è un posto piacevole in cui soggiornare. Come biasimare chi non
vede l'ora di essere sputato fuori dal suo piccolo mondo matto?
Vorrei
che non piangessi, dici, davvero, ma sai che la solitudine ti infetta
il sangue, e che hai bisogno di (feritoie) ferite per entrare nel
cuore degli altri come una malattia.
Geniale
ed emarginata, smarginata, Ginevra – detta da sempre Blu –
frequenta il liceo artistico ed è una cattiva ragazza. O tale si
percepisce. Un po' vittima, un po' carnefice, avverte il peso del
mondo sulle spalle e si crogiola in antiche ingiustizie. Sporca, ma
in realtà piena di candore, è attratta dal dolore degli altri:
vorrebbe farsi amare portando loro conforto. Figlia di genitori
divorziati, cresciuta in una normalissima cameretta affollata di
peluche e medaglie di nuoto, Blu ha un fidanzato che non la soddisfa
sessualmente e una sorellastra diffidente. Cronicamente insicura,
tiene conto maniacalmente dei respiri, dei battiti di ciglia, dei
getti dell'erogatore del sapone. Ma la sua ultima ossessione,
all'improvviso, è Dora Leoni: un'artista dalla vita sentimentale
scandalosa, che sulla scia di Marina Abramovic si rende protagonista
di performance spiazzanti. È possibile imparare da lei? È possibile
carpirne i segreti, mentre si lava in pubblico in una vasca da bagno
dai piedi leonini? È possibile avvicinarla abbastanza da farsi
notare? Filtrata interamente dall'io caotico di Blu, la trama appare
poco più di un abbozzo evanescente da inseguire fino all'epilogo
aguzzando la vista. Il punto di forza della lettura, ma per me anche
il suo difetto, è un approccio immersivo che o si ama o si odia.
Tutto
ciò che di brutto hai vissuto non è stato che una prova per
arrivare fin qui: l'esclusione, la solitudine, il dolore, nient'altro
che ostacoli da affrontare per godere appieno di questo momento, una
preparazione necessaria per essere scelti da Dora, ora lo sai, e ti
levi in piedi e torni a girare tutte le stampe coi volti e i corpi
dei performer, guardatemi, io sono Blu e sono una di voi.
Delirante,
ipnotico, confusionario, il romanzo raggiunge spaventosi picchi di
erotismo – la masturbazione con una penna, in scene a confine con
l'autolesionismo – e sfocia poi in una storia di attrazione fatale,
con tanto di stalking. Da un lato originalissimo, dall'altro
faticoso, mi è parso un mirabile esercizio di scrittura forse più
godibile nel formato del racconto. La compagnia di Blu è stata
spiacevole, soprattutto in questi giorni di cambiamenti lavorativi, ma
al sollievo per il sopraggiungere dei ringraziamenti finali si è
affiancata anche una vaga tristezza: noi due non siamo andati
d'accordo, no, ma non avrei voluto lasciarla sola. Anche nelle
stramberie, anche negli eccessi, la protagonista è un'adolescente
come tante. Che fa pensieri strani, cupi, scomodi. Chi non ne ha mai
fatti? Chi non ne fa tutt'ora? Giorgia Tribuiani invita all'apertura,
alla condivisione. E ci dice che quando smetteremo di essere isole
disegnate a casaccio sulla tela grigiastra della nostra solitudine,
perfino il dolore tornerà utile come ci prometteva un bellissimo
romanzo di Peter Cameron. Il nostro brutto passato si farà
performance e, allora, finalmente, arriveranno gli applausi.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Madame – Mami Papi
Da
quando sei triste? Quando gli pongono questa domanda, James fa
spallucce. Vorrebbe rispondere che triste lo è da sempre. Paragona
il raggiungimento della felicità a una fatica erculea; essere in
pace con sé stessi gli appare un'impresa agonistica, un po' come
attraversare a nuoto il canale della Manica. Perché questo
pessimismo cosmico, per di più alla tenera età di diciotto anni?
C'entrano forse il divorzio dei genitori, i dubbi legati a una
sessualità ancora inesplorata, la paura di un salto nel vuoto
chiamato futuro? Scuote energicamente la testa. Poco importa se
l'incostante mamma gallerista sia tornata da un viaggio di nozze a
Las Vegas già in procinto di divorziare nuovamente o se il papà
affarista, eterno Peter Pan, inganni lo scorrere del tempo con
qualche ritocchino di chirurgia estetica; poco importa se qualcuno lo
pensi gay, dopo un'adolescenza problematica e solitaria; poco importa
dell'iscrizione a un college esclusivo, se all'improvviso medita di
mollare gli studi per comprare una casetta isolata nel Midwest. James
ha visto crollare le Torri Gemelle senza riportare grossi traumi, è
fisicamente in salute, appartiene alla classe privilegiata che beve
acqua Evian e spende diciotto dollari per un piatto di pasta. Ma in
una metropoli popolata di squali e avvoltoi, percependosi alla
stregua di un coniglio candido e indifeso, prevedibilmente non si
sente a proprio agio. Ci si può sentire soli a New York? A colloquio
con una psicoterapeuta che ha il brutto vizio di rispondere a una
domanda con un'altra domanda, James verrà a capo di un viaggio a
Washington che l'ha condotto sull'orlo del suicidio. Cos'è successo
in gita scolastica? Cosa non è successo?
So
di pensare e di parlare nella stessa lingua, e so che in teoria non
c’è ragione per cui io non possa comunicare i miei pensieri appena
si formano o immediatamente dopo. Eppure la lingua in cui penso e
quella in cui parlo sembra spesso talmente lontane che mi pare
impossibile colmare il vuoto sul momento o anche retroattivamente.
[…] Credo
che nel mio cervello ci sia un setaccio che impedisce un rapido (e
tantomeno simultaneo) travaso di parole. Un po’ come il filtro
nello scarico della vasca da bagno. C’è qualcosa che trattiene i
pensieri nel cervello e così bisogna cavarli a forza, come quegli
schifosi grovigli di capelli bagnati.
Da
quando sei triste? Se me lo chiedessero, risponderei anch'io da
sempre. Anch'io, come James, non avrei altre argomentazioni.
Prendendo in prestito uno dei passi più veritieri scritti da Peter
Cameron, potrei aggiungere che a certe domande non c'è risposta; che
qualche volta le parole non bastano. Un conto è pensarle, le cose, e
un conto è esprimerle a voce alta. Nel passaggio dal cervello alla
bocca si perdono sfumature sostanziali, come nelle traduzioni
simultanee; i contenuti finiscono per suonare ridotti all'osso,
banali. Il disagio di James somiglia al mio. Dal momento che
purtroppo o per fortuna l'identificazione è stata istantanea, ho
finito per affezionarmi a un romanzo destinato a dividere: o lo si ama o lo si odia. Diviso tra frustrazione e speranza, lieve e filosofico
insieme, Un giorno questo dolore ti sarà utile è
composto da episodi e dialoghi giustapposti. Manca una trama
portante, manca perfino un epilogo. Nonostante tutto, avrei voluto
sottolinearlo da cima a fondo, acquistare un diario Smemoranda e
trascrivere a penna le pagine in cui mi sono sentito prima spiato,
poi tradito, infine compreso. Eccomi qui: stimo noiosa la compagnia
dei miei coetanei (James stravede per la nonna); vorrei saltare a
pie' pari le tappe, essere già vecchio e avere il peggio alle spalle
(come nei dipinti di Thomas Cole); mi vanto di usare al meglio modi e
tempi verbali per mettere ordine al caos cosmico (i pensieri sono
intrasponibili, perciò le parole vanno dosate con cura); sui social
ho una vita parallela ben più interessante di quella vera (iscritto
su un sito d'incontri, James si finge colto, di successo e con un
pene di ragguardevoli proporzioni).
A
volte le brutte esperienze aiutano, servono a chiarire che cosa
dobbiamo fare davvero. Forse ti sembro troppo ottimista, ma io penso
che le persone che fanno solo belle esperienze non sono molto
interessanti. Possono essere appagate, e magari a modo loro anche
felici, ma non sono molto profonde. Il difficile è non lasciarsi
abbattere dai momenti brutti. Devi considerarli un dono, un dono
crudele, ma pur sempre un dono.
C'è
qualcosa che non va? Tutto. Niente. La nostra inquietudine misteriosa
è celata dalle acque alte, mentre dall'esterno i più scorgono
soltanto la punta dell'iceberg. Essere nella testa ingarbugliata di
Cameron è un privilegio. Leggere di James è terapeutico. Non è mai
troppo tardi, infatti, per rivivere i propri tormenti adolescenziali.
Non è mai troppo tardi, soprattutto, per auscultarsi e scoprirsi
così degli adorabili disagiati. A diciotto anni lo avrei considerato
uno dei miei romanzi preferiti, ma nella mia vita – prigioniera di
uno di quei loop temporali da film – è cambiato poco da allora.
Sono irrisolto, confuso, incasinato. Alle vecchie ansie se ne sono
aggiunte soltanto di nuove. Ma vado fiero di me e dei dispiaceri
grandi e piccoli che mi hanno reso come sono oggi. A quasi ventisette
anni, dunque, vado dicendo di essermi imbattuto a scoppio ritardato
in una di quelle storie-specchio che riflettono tutte le mie nevrosi;
tutte le mie contraddizioni. E anche se sono un personaggio
alleniano, cinico e fatalista, non smetterò di prestare fede al
titolo. Una frase di Ovidio, una promessa solenne. Perché il dolore
non passerà mai, non c'è guarigione né vaccino – non è mal di
denti, non è Covid –, ma prima o poi si scoprirà una ricchezza
interiore. Vivo con impazienza in attesa di questo giorno, per vantarmi del mio
dolore anziché affannarmi a mettergli una museruola.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Samuele Bersani – En e Xanax
Il
freddo brucia. Lo ha realizzato Isabella, diciannove anni, davanti
alla catastrofe che ha paralizzato il mondo sotto un manto candido.
La neve si è palesata a ottobre. Felicissimi, grandi e piccini
l'hanno scambiata per un miracolo. Poi ha preso il cielo e la terra.
Infine ha mietuto vittime. Sopravvissuta ai familiari, la
protagonista vive con l'unica famiglia che le resta in una chiesa
vuota: cinque sconosciuti di età diverse, a cui si è aggiunto di
recente Giovanni, pasticciere che nel mezzo dell'apocalisse la tenta
con qualche sospiro d'amore. Abbagliante, ma non per questo meno
spaventoso, il futuro immaginato da Laura Bonalumi ha cieli d'acciaio
e lacrime di ghiaccio: i cadaveri di uomini, donne e bambini, a causa
delle basse temperature, sono cristallizzati come in una cella
frigorifera. È un futuro più vicino che mai. Scritto qualche anno
fa ma pubblicato all'alba di una seconda quarantena, Bianco
racconta le convivenze forzate e
i rari momenti di distensione vissuti lo scorso marzo: quando una
festicciola tra le mura domestiche, sporcarsi le mani d'acqua e
farina, aiutavano a sconfiggere l'angoscia. Sempre fedele a sé stessa
ma sempre diversa, l'autrice affronta per la prima volta un genere
internazionale – ho pensato a Snowpiercer
– e risulta sorprendentemente attuale. In maniera convincente, ci
racconta le tensioni e le relazioni. Nonostante i termometri al
collasso, poi, sa come risultare calorosa; come emozionare. Vittima
della nostalgia e dell'incertezza, la sua Isabella è una
protagonista interessante nel suo continuo interrogarsi: l'autrice
conta le sue cicatrici, una per una, e le confronta con quelle degli
altri superstiti. Più attratta dal lato psicologico che dalla
componente thriller, però, la Bonalumi si concede lunghe riflessioni
e brevi incursioni esterne. Ambientato prevalentemente nella
chiesa-rifugio, Bianco ha
atmosfere brillanti e interrogativi importanti sul senso di Dio, ma
altresì il difetto di risultare una lunga introduzione. È
previsto un seguito? I messaggi scritti con la cenere troveranno un
lettore? Isabella e gli altri sono la speranza di un nuovo inizio? Al
pari del pilot di una serie TV, Bianco
intriga e suggestiona – perfino in queste pagine, infatti, i colpi
di tosse preoccupano –, ma per ora lascia a digiuno di avventure al
cardiopalma. Arriveranno nella prossima puntata?
Le
parole che non posso dirti, di Tommy Wallach.
Piemme,
€ 16,50, pp. 272
★★★½
In
cima all'armadio custodisco una pila altissima di romanzi per
ragazzi. Al liceo hanno rappresentato la mia comfort zone per eccellenza. La pila,
purtroppo, è ferma da un po'. Qualche settimana fa sull'armadio se
n'è aggiunto un altro. Una storia d'amore e morte, truce e adorabile
insieme, scritta da un autore già apprezzato in passato.
Ambientato tra Halloween e il due novembre, il nuovo romanzo del
bravo Tommy Wallach mi è parso leggero e saggio: un riappropriarmi di uno
spazio che in fondo è sempre stato mio. L'incipit, da commedia indie, coglie
i due protagonisti nella hall del Palace Hotel. Parker,
diciassettenne chiuso dietro una cortina di silenzio, ha marinato
nuovamente la scuola: è nell'albergo di lusso in cerca di qualche
pollo da spennare. Lei, Zelda, siede da sola con una cascata di
capelli argentati e tutt'intorno un'aura di tristezza perfetta: ha
una borsa piena di soldi, e nel derubarla Parker finisce per smarrire
il taccuino con i suoi pensieri più intimi. Zelda gli fa una
proposta: spendere insieme tutto il denaro; dopodiché, a fine
giornata, lei si suiciderà gettandosi dal Golden Gate. La ragazza
giura di avere 246 anni. Novella Benjamin Button, usa un linguaggio
antiquato, balla il Charleston, si fa scortare in limousine. È
possibile restituire la voglia di vivere a chi ormai è stanco? Il
risultato è uno spassoso tour de forze all'insegna del consumismo,
delle prime volte e delle ultime occasioni. Una riflessione agrodolce
sul senso del tempo, della gioventù e della vita. Entrambi stufi di
stare al mondo, i ragazzi hanno un'inquietudine che li rende unici
nel loro genere: peccato che le tappe della loro storia siano
convenzionali e comuni, per esempio, ai romanzi on the road di John Green. Ma
l'epilogo, insieme alla scrittura dell'autore, per fortuna è tutto fuorché
scontato. È forse la scrittura a trasfigurare l'amore in magia? La
ragazza tentata dall'abisso resterà la storia più bella mai
inventata da Parker? A fine lettura resta il mistero. Resta la
speranza. Restano le parole: speciali soprattutto quando non dette.
Per
via delle oltre cinquecento pagine, ho terminato di leggerlo soltanto
nella prima settimana di settembre. A dispetto delle tempistiche
sbagliate, però, l’esordio di Trent Dalton resterà la lettura con
cui mi piacerà ripensare a quest’estate. Un romanzo variopinto,
cangiante e rocambolesco – sulla crescita e altre avventure –,
con una galleria di personaggi talmente assurdi da essere veri.
Ispirato in parte al vissuto dell’autore, Ragazzo divora
universo è una lunga storia di formazione ambientata tra gli
anni Ottanta e i Novanta, tra i dodici e i diciannove anni del
protagonista: Eli.
Fai
fuori il tempo, prima che lui faccia fuori te.
All’inizio
poco più che un bambino, vanta un mamma fresca di disintossicazione,
un patrigno spacciatore, un papà dalle tendenze suicide pregresse,
un fratello – il geniale Gus – che parla per enigmi tracciando
lettere nell’aria. Il suo babysitter, per di più, non somiglia
certamente a Mary Poppins: si tratta di Slim Halliday, il cosiddetto
«Houdini di Boggo Road», più volte entrato e uscito di prigione
con trovate a dir poco brillanti. Tra ergastolani per amici di penna,
sit-com dopo cena, citazioni di Star Wars e Steinbeck, Eli
cresce con consapevolezze granitiche. C’è qualcosa di speciale
nella sua famiglia, e c’è qualcosa di marcio nello stato del
Queensland. Siamo nel peggiore sobborgo australiano. Le persone
tendono a sparire nel nulla, in strada si scontrano baby gag armate
di machete, le minoranze etniche campano di espedienti: la polizia si
volta dall’altra parte.
Slim
dice che questo libro l’ha aiutato a sopravvivere alla prigione.
Parla degli alti e bassi della vita. La parte negativa è che la vita
è breve e finisce. La parte positiva è che comprende il pane, il
vino e i libri.
Attratto
dalla cronaca nera e ossessionato dalla bontà, Eli sogna il mestiere
di cronista per denunciare il malcostume e per potersi trasferire
lontano dalla provincia. Ma fantastica, divaga, ama i dettagli e le
coloriture liriche: insomma, gli dicono, a mancargli è l’asciuttezza
che si confà allo stile giornalistico. Come frenare però la sua
voce, per di più se ci regala pagine tanto preziose? Perché stare a
sindacare sul suo abuso di figure retoriche, se ha per le mani un
grande scoop? Lo squillo di un misterioso telefono rosso e la
scoperta di un traffico di droga lo portano a incrociare spesso Tytus
Bonz e il suo spietato sicario, Iwan. Non sarebbe meglio cambiare
strada, soprattutto se quel vecchio di bianco vestito – un luminare
nell’ambito delle protesi meccaniche – è un pilastro della
comunità?
Lo
scopo della vita è fare ciò che è giusto, non ciò che è facile.
Sempre
di corsa, sempre in fuga, il protagonista anela fino all’ultimo
alla pace e si specializza nell’arte di tagliare la corda. Il bello
è che pur suscitano le preoccupazioni dei prof e degli assistenti
sociali, pur rendendoci partecipi di una sordida storia di
criminalità e squallore, ci appare una gran brava persona. Un
ragazzo normale. E la sua famiglia strampalata, nel bene e nel male,
finisce per somigliare proprio alle nostre. Con una struttura ciclica
in cui tutto torna per magia, l’autore incanta con un apprendistato
che fa tornare in mente le infanzie miserabili di Dickens e Twain, e
nelle sue sfumature più inquietanti – tunnel degli orrori,
cadaveri mutilati, presunte resurrezioni – il primo King. Certo,
come capita con le narrazioni fluviali, i difetti e le lungaggini non
mancano: la vicenda appare forse troppo dilatata nel tempo e ha una
natura ondivaga, episodica, che ben si adatta alla serie TV di
prossima uscita. Ma tutti noi abbiamo superato l’infanzia con una
specie di disturbo post-traumatico da stress. Si diventa grandi,
infatti, non vivendo: bensì sopravvivendo. Trent Dalton ce l’ha
fatta. Da ragazzino, per sfuggire a pericolosi intrighi alla Breaking
Bad, ha cercato eroi e vie di fuga. Questa sua testimonianza,
tenera e leggendaria, ci racconta il lato ordinario del crimine e
quello, assolutamente straordinario, della maturazione.
Avevo
sedici anni, John Green era il migliore autore dell’universo ed ero
perdutamente innamorato di Alaska Young. Una che accumula libri usati
come fossero gioielli. Una che beve, fuma, impreca. Una che la dà a
tutti ma non si concede mai a nessuno. Uno di quei personaggi che a
una certa età, insomma, segnano l’immaginario: dieci anni dopo non l’ho scordata. Anche se nel frattempo John Green ha scritto
altro, superando il successo del suo esordio indie. Anche se non
sempre l’ho apprezzato, in salute o in malattia. Ho scoperto una
cosa: che la cotta per Alaska è rimasta incorrotta anche sul piccolo
schermo. Oggetto di una miniserie Hulu senza una distribuzione
italiana, il romanzo di formazione ambientato agli inizi del Duemila
funziona alla perfezione anche a episodi con i suoi primi baci, primi
strusciamenti, primi dolori. Purtroppo passata sotto silenzio, la
trasposizione – un gioiellino di scrittura e recitazione – si è
rivelata un impensato terremoto emotivo, capace dal nulla di riaprire
vecchie ferite: a volte erano i segni dei dardi di Cupido, infatti,
altre traumi insuperati. Pur senza meriti stilistici,
Looking for Alaska conquista subito grazie a un’irriverente anima da
canaglia, ma con il procedere della
visione si rivela infine struggente. Quanti prodotti per ragazzi
hanno il coraggio di mettere in scena l’assoluta centralità del
dolore? Quanti sanno trattarlo senza l’intromissione del
politicamente corretto, ma affrontandolo ora da una prospettiva
religiosa, ora da una filosofica? Tutti all’inseguimento di un
Grande Forse, i protagonisti fanno a gara di sbronze e sensi di colpa
– e se sceneggia il veterano Josh Schwartz, piccole e
grandi aggiunte daranno profondità anche ai comprimari: tralasciando
un Charlie Plummer non all’altezza del ruolo di protagonista,
gli applausi sono per Denny Love (uno straordinario Colonnello),
Sofia Vassilieva (la dolcissima Lara), Ron Cephas Jones (il professor
Hyde, qui con un amore omosessuale che emoziona). Tra grasse
risate e pianti torrenziali, ho ricordato perché all’epoca ne
avessi consigliato la lettura in lungo e in largo. E come mai alla
protagonista del mio romanzo, più tardi, avrei dato i tratti dello
sfuggente sogno erotico di Miles, qui interpretata da Kristine
Froseth: bella come Margot Robbie, e per di più già bravissima,
farà strada marciando su nuovi cuori infranti mentre il deejay passa
Fix You. Lo spettatore, proprio come la matricola
protagonista, la osserva e la venera, spaventato da un inquietante
conto alla rovescia che avanza. Alaska Young resterà sempre il
mistero della mia gioventù. E il giallo dei suoi spericolati anni
alla Cobain, tutt’ora, sfavilla fino a farmi lacrimare. (8)
Lo
abbiamo visto sia con The Handmaid’s Tale, sia con Big Little Lies. Pessima idea cavalcare l’onda del successo, se
significa superare a piè pari l’intento originario dell’autore.
Entrambe tratte da bestseller, le due serie TV
hanno guadagnato stagioni aggiunte e perso infinita credibilità.
Quando un romanzo viene annacquato per allungare il proverbiale
brodo, infatti, difficile confidare in buoni risultati. Il
pregiudizio è toccato anche alla seconda stagione di The End of
the F***ing World: ispirata a un fumetto destinato a chiudersi
con una scioccante tragedia finale, la fuga dei due sociopatici più
amati di Netflix poteva forse avere un degno prosieguo? Al di sopra
delle aspettative – pensati senza grandi forzature, ma
assolutamente pretestuosi nello svolgimento – i nuovi otto episodi
risultano sì superflui, ma hanno il merito di non
snaturare la personalità dei personaggi e di allinearsi allo stile della prima stagione. I trascorsi
di Alyssa e James, infatti, li hanno resi più buoni, più umani, più
cresciuti. Purtroppo, anche meno spassosi. Lei,
vestita di bianco, è una sposa in fuga il giorno delle nozze. Lui,
impettito dentro un brutto abito elegante, porta un’urna
sottobraccio di cui non svelerò il contenuto. Bravissimi e subito
iconici, Jessica Barden e Alex Lawther sono diventati
tutt’uno con i loro ruoli: tanto algida lei quanto adorabile lui,
costituiscono una coppia tenera e mal assortita come poche. Per
questo gli si vuol bene. Soprattutto in una stagione a corto di
svolte, che gira in tondo e poi torna sui luoghi della prima, retta soltanto dall’innegabile alchimia del duo. Insieme,
così, superano le incertezze e le lungaggini di una scrittura che
vorrebbe stare al passo ma non può: non abbastanza caustica, non
abbastanza memorabile. Brava altrettanto, qui, è colei che vorrebbe
farli scoppiare: pazza d’amore, Naomi Ackie viaggia
sul sedile posteriore e semina pallottole con incise promesse di morte. Poteva andare meglio. Poteva andare peggio. La
decorosa via di mezzo accontenterà comunque i fan, sempre attratti
dalla ricercata colonna sonora rètro, dalla regia hipster e dalla
promessa di uno spasimatissimo lieto fine. Quest’ultimo non
scontenterà nessuno, giuro. Neanche chi, vagamente deluso, non vorrà
perdonare alla serie di non essere stata di nuovo la fine del mondo. (7)
Ci
sono estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi
svolte.
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi
– non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il
liceo.
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per
metà sull’armadio e l’incertezza più totale
verso un futuro faticoso da mettere a fuoco.
Pur essendo un tipo più
adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho
sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine
dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da
fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in
questi giorni il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in
mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in
attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che
finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi
guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi
accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi
butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls,
scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha
fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha
detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo
gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito
dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo
già, quello di Noi siamo infinito–, dal momento che
l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era.
La noia era la nostra condizione naturale, però la
solitudine era tabù [...] Costa fatica non
sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è
infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola:
quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo
dalla città.
Sedici
anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che
sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di
rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di
ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate
a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma
lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami
sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica
soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta
e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato
descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una
città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io
stesso dopo la separazione dei miei, mentre tentenna sul
pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre
depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma,
al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e
sentimentale.
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le
cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura,
destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho
presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il
trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare
fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico
modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è
fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza
d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un
prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di
quelle bellezze che saresti tentato all’istante di
immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova
con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo
e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann.
La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo
di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con
Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove
estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate
spinte. Charlie accetta.
Ma
le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo
per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare.
Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore
più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le
pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che
precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo
in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di
pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione.
Adatto
a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a
colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur
essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i
rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi,
l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare,
d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una
perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei
dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro
dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei
protagonisti e quelle degli amanti di Verona?
La lettura di Un
dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro
per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di
distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’,
quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel
mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E
se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo
anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano
reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere
qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del
Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e
le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni
Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che
impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si
eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi,
infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?
A
volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la
sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una
canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire
più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più
bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel
disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati…
Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone.
I
negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi
finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti
senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per
l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o
fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito
gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde
il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla
radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela,
purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il
primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà.
Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo,
proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto
d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei
sedici anni. Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine
abbiamo detto sì.
Il
mio voto: ★★★★
Il
consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony
A
bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta.
Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente.
Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per
un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché
balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il
fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non
così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton.
Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo
Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che
storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di
sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica,
corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha
abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i
poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il
mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro
commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti
volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di
essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi.
Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza
direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un
carcere minorile.
Al
mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al
mondo importa solo essere convinto di saperlo.
Questo folle trio è unito da un piano preciso:
realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si
sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una
vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata
di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante
più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una
storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il
suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo
intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca
dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari
l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più
leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse
la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e
dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove
sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono
infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento
che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai
peggiori xenofobi.
Non
è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte,
nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e
riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo
di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi,
e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore
di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne
sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so.
Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla
fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo
noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono
per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so,
vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le
unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.
Per me inferiore al romanzo che
l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a
lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le
poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un
triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la
sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti –
al lezioso D’Avenia. Per quanto questa volta non
mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo
del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire
un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni
gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni
prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il
suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio.
Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una
sperata riconferma. Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi
atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla
piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure
felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo
svincolo.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce
|Norwegian Wood, di Haruki Murakami. Einaudi, € 13, pp. 380 |
È
uno dei maggiori successi orientali di cui si abbia memoria.
Acclamato alla stregua di un moderno classico, paragonato ora a
Charles Dickens e ora a J.D. Salinger, era uno dei buoni propositi di
quest’estate: uno dei tanti romanzi da leggere, uno dei tanti
autori da scoprire dal nuovo. Non essendo la classica lettura da
ombrellone né amando particolarmente i narratori giapponesi, l’ho
affrontato con il timore reverenziale che riservo soltanto ai grandi
scrittori. Qualcuno me ne parlava come del romanzo della vita.
Qualcun altro, invece, lo trovava sopravvalutato e durante la lettura
ammetteva di aver sentito nostalgia del Murakami più surreale. Opera
di un autore già affermato, apprezzato soprattutto per i toni
onirici e hard-boiled dei romanzi precedenti, ha diviso i lettori di
ogni dove come soltanto i successi fanno. E, a trent’anni
dall’uscita, continua a farlo. Come l’ho recepito io? Pesante
nelle tematiche, molto meno nella scrittura, il romanzo sorprende per
un apprezzabilissimo senso dell’ironia e un’attenzione
inaspettata per il calore del corpo umano, per le armonie segrete del
sesso. Lontano dalla pudicizia che di solito si associa al Sol
Levante, denso di riferimenti alla cultura occidentale, è una
passeggiata vitale e gaudente nel cuore di una foresta incontaminata,
nonostante il puntuale sollevarsi della nebbia suggerisca a ogni
passo mestizia e smarrimento. L’autore lo scrisse di getto fra
Atene e Roma, in un tour europeo durato appena tre mesi. Strutturato
in un lungo flashback, con un protagonista ormai quarantenne che,
galeotta la canzone giusta, rivive con la mente le sue storie d’amore
giovanili, mi ha ricordato a tratti l’esuberante intellettualismo
di Chiamami col tuo nome: riferimenti alti e bassi, citazioni
frequenti, personaggi lontani per chilometri e cultura dai ventenni
di oggi ma mossi da una malinconia che alla fine, lentamente,
contagia.
A
volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo.
Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per
me.
La
struttura è di quelle fragili ed essenziali, al punto che si fa
fatica a individuarne il nucleo fondamentale: da copertina, il
triangolo sentimentale fra Watanabe, Naoko e Midori. Lui, descritto
nell’arco di tempo che va dai diciotto ai vent’anni, è lo
studente spiantato e solitario di un collegio maschile: affezionato
alla sua solitudine, studia teatro ma senza passione e, in compagnia
dell’amico Nagasawa – dongiovanni ricco e spietato, che
tradisce platealmente la fidanzata Hatsumi –, rimorchia ragazze
senza trasporto alcuno. Watanabe non sa godere dei piaceri della
carnalità. Non sa amare. Sbarca il lunario vendendo dischi e, nel
privato, si sbottona pochissimo. Attirato segretamente dallo
squilibrio e dalla tristezza, nel caos della rivoluzione studentesca
intrattiene una doppia relazione. Appare perlopiù epistolare quella
con Naoko, la fidanzata storica del migliore amico morto suicida:
ricoverata in una clinica paradisiaca all’ombra dei monti, dove si
confondono medici e pazienti, la giovane fa i conti con violente
allucinazioni auditive e una depressione dalle radici profonde. Il
protagonista, suo unico contatto con il mondo esterno, la aspetta.
-
Può darsi che io non guarisca mai. Mi aspetteresti lo stesso? Ce la
faresti ad aspettarmi dieci anni, vent’anni?
-
Tu hai troppa paura, - dissi. Del buio, dei brutti sogni, del potere
dei morti. Quello che devi fare è dimenticarli, se riesci a
dimenticarli ce la farai sicuramente a guarire.
-
Se riesco, a dimenticare, - disse Naoko scuotendo un po’ la testa.
E
nel mentre? Nel mentre c’è Midori, che è calda, vivissima,
presente: una femminista sfrontata e irresistibile, con le gonne
vertiginose, domande bizzarre sui condizionali inglesi e la
masturbazione, una passione incrollabile per i cinema a luci rosse e
per il cibo, che non rinuncia a mangiare di gusto perfino alla mensa
dell’ospedale. Se la prima è perseguitata dal mal di vivere,
l’altra fa i conti con l’ereditarietà della malattia: suo padre,
un modesto libraio di provincia, sta morendo per un tumore al
cervello, e la stessa tragedia ha colpito anni prima anche la madre.
Il protagonista all’università studia Sofocle ed Euripide. Le
tragedie dei drammaturghi greci – dolorose e ingarbugliate quanto o
più di quelle che accadono ai comprimari – sono sempre risolte
dall’intervento provvidenziale del deus ex machina. In
attesa che un’entità misteriosa dissipi magari anche la cupezza
dei suoi pensieri, Watanabe fa i conti con il senso di colpa dei
superstiti e, come nella tradizione dei migliori romanzi di
formazione, realizza che vivere, in fondo, significa andare avanti e
dimenticare. Altrettanto crescere. A volte la morte divide, ma in
Norwegian Wood eccezionalmente unisce. Il protagonista,
allora, si dà a lunghi colloqui. Come l’acqua, prende la forma del
recipiente che lo ospita e del suo interlocutore. Di domenica, dopo
aver fatto il bucato, Watanabe va a zonzo senza bisogno di parole
superflue e si nutre di dettagli impercettibili – un fermaglio a
forma di farfalla, una lucciola intrappolata in un barattolo, un
incendio spiato su un tetto –, storie di perfetti sconosciuti –
la quarantenne Reiko, il mio personaggio preferito, un’insegnante
di pianoforte con un mignolo che non le obbedisce e una scandalosa
relazione omosessuale con una studentessa tredicenne che ha mandato
all’aria il suo matrimonio –, baci dati o promessi qui e lì.
Diventerò
adulto. Devo farlo. Finora ho sempre pensato che avrei voluto
oscillare in eterno tra i diciassette e i diciott’anni, ma adesso
non lo penso più. Non sono più un ragazzo. Comincio a sentire le
responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho
vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere.
Seguendolo
nel suo cammino, impossibile nasconderlo, a tratti ho provato una
certa insofferenza. Forse, un po’ di noia. Sono un lettore
semplice: mi piacciono storie con inizio, svolgimento e fine. Sono un
lettore appassionato, a cui piacciono le scritture di cuore.
Norwegian Wood è frammentario e ondivago: una reminescenza retta
dalla stessa struttura ballerina dei flussi di coscienza. A tratti, è
distaccato proprio come immaginavo. Ha troppe pagine; soprattutto
troppi suicidi. Ma, a mente fredda, ho collegato la confusione di
libri, dischi dei Beatles, biglietti del cinema, bottiglie di whisky
e cicche di Marlboro come fossero puntini da unire. E in questo
disegno astratto, un collage di intimità spaiate e voci
problematiche, ho imparato a scorgere lo spaccato generazionale di un
Giappone al passo coi tempi e il profilo di personaggi spesso
sgradevoli ma comunque memorabili. Nel finale, bellissimo, la
lettura ha lasciato per fortuna un’eco significativa e l’ombra di
un sorriso dolce-amaro. Come una canzone a me finora non nota del
leggendario quartetto londinese, meno cantabile di altre perché
senza un ritornello orecchiabile, che pagando pegno a Reiko chiediamo
venga suonata ancora e ancora per commuoverci insieme sulle note di
coloro che «capivano tutta la tristezza e la dolcezza di vivere». Sayonara.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The Beatles – Norwegian Wood