Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty
pleasure è servito.
9. Storia della bambina perduta – Rai Play
Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si
chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.
8. Qui non è Hollywood – Disney Plus
Un agghiacciante caso di cronaca diventa una
miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori
interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.
7. Dostoevskij – Sky
I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a
puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente
tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True
Detective.
6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky
La leggendaria storia degli 883 per
raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo
otto ore, perfetto anche per i non fan.
5. Kaos – Netflix
Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e
potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non
eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola
stagione.
4. The Bad Guy – Amazon Prime Video
La serialità italiana e la mafia: storia di
una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa
commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte
di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.
3. Baby Reindeer – Netflix
Una miniserie shock per svelare il più grande
dei tabù: la vulnerabilità maschile.
2. Expats – Amazon Prime Video
Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma
lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong.
Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.
1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky
È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è
attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti.
Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star.
È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata
anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due
stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo
Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice
coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo.
Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene
incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi
soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di
Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una
rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra
pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma,
nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei
Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast
in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza
e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco
acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non
mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più
cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)
Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima
stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo
giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e
Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta,
aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che
la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il
suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti,
silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La
migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di
un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai
dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano
inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e
una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i
misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori,
Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è
l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza
altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante.
(7,5)
Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma
ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e
sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa
è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata
da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli
D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è
Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da
Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre
nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi,
quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più
intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una
impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il
risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico.
Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli
altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te.
Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine.
(7,5)
Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per
recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da
sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia
per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta,
la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della
musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per
imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo
impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic:
un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione,
sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i
giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al
cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino
Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia
Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che
somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una
star. (8)
Torno
da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando
gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una
volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio:
non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore
molesto è
un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un
tour de force
fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma
immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una
madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata
annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo
domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome
d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle
domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso,
pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era
severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco
delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del
classico di Lewis Carroll.
L'infanzia
è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.
Come
in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta:
una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia
mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi
appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è
all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli
rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci
che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio
respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli
ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni
straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi
restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi
esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai
giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime
improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari,
ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie
di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la
protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro
dalle bugie della memoria?
Dire
è incatenare tempi e spazi perduti.
Ci
sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli
della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare
la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le
speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il
tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono
eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei
successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i
fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi
della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle
smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di
sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di
famiglia.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana
Zerocalcare
torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è
sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si
ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la
spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico
d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per
immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul
destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto
assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto
il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore
e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma
mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro
è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può
permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo?
Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno
filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso
didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per
Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami
travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della
struggente Strappare
lungo i bordi mi
srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio.
(6,5)
Un'adolescente
cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i
loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per
introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora
vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine
insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema
dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good
Mothers è una storia vera che
racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno
civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni
caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a
Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a
Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle
trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla
vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che
comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e
Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza
e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben
più del patinato Ti mangio il cuore.
(7,5)
Avevo
letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente,
mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria.
Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in
realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà
creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La
vita bugiarda degli adulti è
una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look
anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio –
piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria.
Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato
oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano
che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse,
come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le
luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come
noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile
lirismo. No, non è L'amica
geniale.
Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende
facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei
genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli
sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto.
(7,5)
Non
era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione
impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della
tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione:
con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro.
Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai
e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno
accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina
dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi –
sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più
carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita
Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei
silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e
professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a
volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle
scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina
disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma
incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia
è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di
Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta,
televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)
Sullo
sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della
prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia
Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca
prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a
puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani,
diventa quella di una sexy Signora in giallo con
il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere.
Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa
abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora
modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period
drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già
confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet
strizza l'occhio a Dickinson
e The Great, ma la
vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di
partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche
oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a
meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è
mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero
urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e
venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)
Chi
non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere
agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato
in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura –
dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e
stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita
privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt
un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo
vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no?
Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope,
ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino
Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con
l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo
personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si
libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare
pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai
tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve
destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare
d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica,
Call My Agent è un
tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris.
(7)
In
estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a
preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima
peluria. Mi sono innamorato. L'estate
resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da
quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso
a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose
belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto
eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui
gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra
bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri
bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a
settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho
chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni
lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di
un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del
tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato
l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha
sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino:
più vicino a me stesso.
Ho
fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei
dodici anni.
Sono
tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a
credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato,
costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato,
invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan
di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per
un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma.
Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde
della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le
scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi
freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi
nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il
macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui
rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli
altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il
padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua
vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare
nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui
tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre
i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù,
vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del
diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano
risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una
tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione
precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli
adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio
e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo
ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da
cantastorie.
È
a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose
dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?
Il
suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani
famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il
divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e
cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da
sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale
ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il
Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli.
Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza
nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato
e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle
fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni
storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno
custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è
vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò
che non si dimentica non muore mai.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Madame – Aranciata
Il
cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile
all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole,
anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla
speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al
cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior
Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi
di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza
Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo
che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti
di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una
dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi
(anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo.
Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida
femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà
antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La
fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e
ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì,
in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei
saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte
dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile
ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere
antiquato, il film si rivela una morality play amara,
nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi)
di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i
suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della
settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la
perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto,
batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si
esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)
Una
professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in
solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina
e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto
vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena
Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice
Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe
stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per
incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire
fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia
l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto
con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una
scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua
versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi
simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica
della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra
Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –,
concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata
all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria,
avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione,
l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna
alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più
intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto
l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché
infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti
dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida
perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie
Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti,
una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il
passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)
Non
me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non
mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti
dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata
dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della
collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della
TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme)
ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente
Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i
piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del
consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi
stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up
è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni
e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata
Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti
alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano,
procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio
DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo
dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati
al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti
quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati
a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un
quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri
orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)
Cosa
si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo
ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio
Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La
famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è
inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo
rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E
allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di
Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni
mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in
classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a
causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi.
Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si
impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come
potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i
genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività,
questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma
con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il
disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano
puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di
straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della
famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il
loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca
dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso
bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi.
Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove
non arrivano le parole intervengono magicamente l'università
dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)
Qualcuno, non troppo a torto, le ha definite le Lila e Lenù dell'isola di Tenerife. Amiche per la pelle, ma all'occorrenza anche rivali spietatissime, condividono le barbie e le estati. Hanno caratteri spigolosi e, nonostante i loro dieci anni, guardano tutti dall'alto in basso. Ogni giornata è una sfida per primeggiare. Ogni arrivederci è struggente. Appaiate come certi yogurt, forse predestinate, si presentano a noi lettori al termine della scuola per poi salutarci con il sopraggiungere di settembre. Prevedibilmente lasceranno intonso il libro delle vacanze. Hanno troppo da sperimentare, troppo da vivere. Quale sapore hanno l'anice, il caffè o il piccante? È vero che nel bosco vivono streghe che imbrattano di escrementi gli usci delle case? Quanto è spaventoso il sesso, quanto è lontano il mare? Lontane dai residence dei turisti, separati dagli abitanti locali da una specie di strato di pellicola, le piccole protagoniste giocano a fare cose da grandi e puoi immaginarle incedere da lontano tra il gracidare delle rane e il rombare delle betoniere: camminano scortate da uno stuolo di cani randagi e, a ogni passo, si pizzicano le mutande finite nel sedere.
In quel momento, quando il manto di nuvole si apriva in crepe sottili sottili, l'ultima luce del giorno cominciava a trapassare il cielo e tutto diventava d'oro brillante. Mi veniva un'angoscia fortissima al petto, come se mi mancasse il respiro. Io non sapevo mai salutare Isadora. La guardavo come una che dovevo salutarla per molti anni. Ma Isadora mi accompagnava a casa. Mi accompagnava sempre. E poi io accompagnavo lei. E lei accompagnava me. Propio come le confezioni di iogur del negozio, aveva detto lei una volta. Lo aveva detto parlando di noi pensando che non la sentissi, e invece sì. Come le confezioni di iogur che sono sempre a due a due.
La narratrice, soprannominata Shit, vive all'ombra Isora: preda di un'adorazione ossessiva, fagocitante, che un po' somiglia all'amore e un po' a nient'altro. Mentre la prima è duttile e poco intraprendente, l'altra è la reginetta del barrio: nipote della proprietaria dell'unico alimentari in zona, parla senza vergogna ai ragazzi e agli adulti e con il suo sguardo impenetrabile, con i suoi denti infallibili, divora il mondo in maniera bulimica. Shit, però, vorrebbe conoscere anche gli abissi in cui talora sprofonda: dove finisce Isora quando la tristezza è così forte che pensa di farla finita? Immerse in un sudicio canale, qualche volta chiudono gli occhi e pensano al mare: vicino eppure irraggiungibile. Spregiudicato, selvaggio e bellissimo, l'esordio di Andrea Abreu – classe 1995 – somiglia alla lava incandescente che un giorno potrebbe far sprofondare all'inferno l'isola e i suoi abitanti. Sorto all'ombra di un vulcano, il quartiere descritto dall'autrice ha gli odori forti, le feste patronali e i palazzoni abusivi del nostro Sud Italia. Perennemente sormontato da una cappa di basse nuvole grige – il titolo del romanzo si riferisce a questo preciso fenomeno meteorologico –, vive in uno stato di pigra sospensione. Cosa avrà in serbo il cielo: pioggia scrosciante o sole?
Nei giorni che Isora voleva morire sentivo anch'io che volevo morire e lei mi diceva che il modo migliore di morire era riempire d'acqua calda la vasca da bagno fino all'orlo e tagliarsi le vene. Io mi domandavo come faceva a sapere tante cose che io non sapevo e allora diventavo triste perché pensavo che io non avevo una tristezza mia, che la mia tristezza era la sua ma dentro di me, una tristezza come d'imitazione, una tristezza copiata, una tristezza tarocca, quello ero io, perché io non avevo motivi per essere triste ma me li inventavo.
Corrono i primi anni Duemila, gli stessi della mia infanzia. Shit e Isora ascoltano le canzoni degli Aventura con l'mp3, scrivono su Messenger, guardano i Simpson e Walker Texas Ranger, sbraitano contro contro il telegiornale quando la notizia della caduta delle Torri gemelle interrompe i loro intrattenimenti preferiti. Ma si sbucciano anche le ginocchia a sangue, simulano atti sessuali con le bambole, si masturbano con i pennarelli colorati, si inducono il vomito o la dissenteria. Ricordate com'era avere dieci anni, tabù compresi? A differenza di Elena Ferrante, sempre impeccabile, Abreu è incuriosita dalle pelurie, dai fluidi corporei, dal contatto fisico, dalle storture. La scrittura, innovativa, si adegua alla sua voce: la lingua di Pancia d'asino è un esperanto euforico, sgrammaticato, volgare, fatto di uno slang americano scimmiottato alla bell'e meglio e di una punteggiatura spesso assente (bravissima la nostra Ilide Carmignani, chiamata questa volta non a tradurre alla lettera, bensì a inventare). A volte credo di vederla con la coda dell'occhio, Shit. Eccola, mossa da sentimenti spaventosamente adulti, che supera i confini tracciati e insegue il sole. Magari si spingerà oltre il barrio, oltre l'amicizia con Isora, fino alla fine del mondo.
Il mio voto: ★★★★ Il mio consiglio musicale: Gaia – Nuvole di zanzare
Quante
volte lo abbiamo detto? Di alcuni autori leggeremmo tutto, anche la
lista della spesa. In attesa della terza stagione di L'amica
geniale – a febbraio su Rai Uno – e, si spera, del prossimo
romanzo, Elena Ferrante è tornata in libreria con un volumetto dalla
copertina bellissima consigliabile soltanto agli appassionati
accaniti. I margini e il dettato non
contiene gli ingredienti segreti della cena di Natale, no, bensì tre
lezioni universitarie destinate alla cittadinanza di Bologna e un
saggio critico in occasione del settecentenario di Dante Alighieri.
Breve ma densa, destinata a essere fruita in ambito accademico, la
lettura è interessante ma non sempre godibile. A differenza di
L'invenzione occasionale,
che prediligeva al contrario illustrazioni variopinte e toni
piacevolmente informali, l'ultimo libro Edizioni E/O mostra una
Ferrante destinata a un pubblico universitario. Per fortuna resta
comunque traccia dei suoi modi affabulatori, uniti qui a una
scrittura rigorosa e a un bagaglio personale sempre vivissimo.
Così il
romanzo d'amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del
disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando si che
nessuno scoprirà chi è l'assassino. Il romanzo di formazione mi
sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La
bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la
forza disperata del brutto. E i personaggi? Li sento falsi quando
sono di limpida coerenza e mi appassiono a loro quando dicono una
cosa e fanno l'opposto.
Benché protetta
da uno pseudonimo, l'autrice ama raccontarsi. E questa lettura
appassiona proprio allora: negli aneddoti sulla sua infanzia, nei
retroscena dei romanzi più famosi, nei tentativi fallimentari e
nelle insperate rimonte. Autocritica, contraddittoria e smaniosa,
Ferrante si è sempre librata tra due opposti: la scrittura diligente
e quella smarginata, la norma e la frantumaglia. Il suo caos
interiore poteva forse rispettare i margini dei quaderni delle
elementari? Questo conflitto sarà il fondamento della tetralogia.
Lenù e Lila sono l'apollineo e il dionisiaco, l'ordinario e lo
straordinario, e rappresentano un approdo importante: il passaggio
dal solipsismo dei primi romanzi alla scoperta di una coralità, di
“un'altra necessaria”. Chi l'ha ispirata? Sono moltissimi i nomi
da appuntarsi: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson
a Gertrude Stein. In una letteratura appannaggio del sesso maschile,
Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture e
suggestioni differenti.
Le frasi
vere, buone o epocali, cercano sempre una loro strada tra frasi
fatte. E le frasi fatte sono state una volta frasi vere che si sono
scavate una via dentro frasi fatte. In questa catena di operine e
grandi opere, in ogni anello grande o piccolo, c'è duro lavoro e
illuminazioni casuali, fatica e fortuna. La via di Damasco non è una
via ben segnata in quanto deputata alle folgorazioni. È una via come
un'altra su cui, per caso, può capitare, mentre si sgobba e si suda,
di accorgersi di un'altra via possibile.
La
sua voce risuona di una pluralità di voci, dunque, in un gioco tanto
affascinante da apparire quasi stregonesco. Ma anche Dante Alighieri
le ha insegnato qualcosa d'importante sui banchi di scuola:
pionieristico, infatti, il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie
femminili della Divina Commedia e
regalò all'amata Beatrice né leggiadria né gentilezza, bensì un
ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nei
meandri della selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto
d'amore” e un'invidiabile favella. Quali sono stati i primi passi
della scrittrice italiana destinata presto a finire nel novero dei
grandi classici? Chi l'ha formata, e in che modo? Come ha coltivato
la propria vocazione realistica, pur sperimentando nel corso della
carriera il noir, il romanzo sentimentale e l'horror? Annotiamo
titoli, informazioni, passi. Prendiamo diligentemente appunti. La
verità, però, è che ci accontenteremmo di sentire Ferrante
raccontare di Elena a oltranza: lontana dalla cattedra, oltre questa
aura di sfinge inarrivabile.
Leda
è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è
lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze.
Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a
trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si
ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i
rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana –
grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di
sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta
alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di
realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro,
Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda
nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si
prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro
giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda
–, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca;
un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti,
destinata a cambiarle entrambe.
Certe
volte scappare serve a non morire.
Recuperato
in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie
Gyllenhaal, La
figlia oscura contiene
una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma
questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di
François
Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai
inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale
coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri
nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le
insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni
foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono.
Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo
genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso
attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti
del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima
di quel particolare scombussolamento interiore chiamato
“frantumaglia”.
“Perché
hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che
potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per
loro mi impedisse di diventare me stessa”.
Agli
antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della
stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere;
Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti
della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo
intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del
racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che
sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la
solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino
annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote
di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca
semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi –
e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei,
motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle
perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola
|Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 19, pp.
168 |
A
volte i nomi – in questo caso i soprannomi – plasmano il destino.
L'arminuta, letteralmente “colei che ritorna”, non poteva altro
che ripresentarsi in un seguito tanto inaspettato quanto atteso. A
tre anni di distanza dal romanzo vincitore del Premio Campiello,
Donatella Di Pietrantonio riprende le fila di una storia che tutti
noi credevamo conclusa. Ambientato tra la Francia e l'Italia, a
qualche decennio dagli eventi del primo romanzo, Borgo Sud
racconta l'età adulta di un personaggio ancora senza nome. Cresciuta
per tredici anni dai genitori affidatari, la protagonista veniva a
conoscenza della sua famiglia d'origine nel momento di farvi ritorno.
Ultima arrivata, era la meno indispensabile dei sei figli:
un'estranea abituata alla bambagia, all'improvviso a disagio in un
paese anonimo a cinquanta chilometri dal centro principale. L'unica
persona affezionata era Adriana, la sorella minore: le due non si
perderanno mai di vista. Rivendicando un proprio posto nel mondo,
sempre sballottata qui e lì, la protagonista studia prima a Pescara
e poi parte per Grenoble. Quanti chilometri tocca mettere tra sé e
gli altri per reinventarsi? L'unico modo per ricominciare è
l'espatrio? I lacci della famiglia e una chiamata nel cuore della
notte la costringeranno a tornare.
C'era
qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.
Ho
avuto il piacere di partecipare a una diretta Einaudi con altri
cinque blogger e di sentire raccontata questa storia dalla viva voce
dell'autrice. Una professionista sensibile, elegante, discreta,
dotata della generosità d'animo delle persone timide che tra sé e
sé nascondono mondi e virtù. La lettura del romanzo, purtroppo, a
un primo impatto mi ha coinvolto meno del previsto. Giocato su
continui salti temporali, Borgo Sud appartiene
a sorpresa più ad Adriana che all'Arminuta: perfino il titolo,
infatti, allude al quartiere di pescatori in cui la sorella sbandata
e il figlioletto, Vincenzo, si stabiliscono prima di rendersi parte
di un piccolo mistero da risolvere. Dopo aver condiviso brevemente
l'appartamento universitario, le due hanno scelto strade diverse,
quartieri diversi, ma amori parimenti sfortunati. Mentre la maggiore
si è legata a Piero, dentista premuroso ma dagli atteggiamenti
sospetti, Adriana vive l'amore folle per il pescatore Rafael,
braccato dai creditori. Uguali ma diverse, loro malgrado compagne di
sventure coniugali, le protagoniste si amano e si odiano, si prendono
e si lasciano con modalità simili a quelle delle indimenticabili
Lila e Lenù. Da grande estimatore di Elena Ferrante, le analogie
tematiche non mi hanno permesso di apprezzare appieno Borgo
Sud. Il secondo tassello di una
storia di provincia, crescita e abbandono che con un background
diverso avrei trovato appassionante e oggettivamente molto ben
scritto: conoscendo nel dettaglio la tetralogia, invece, mi è parso
minore – per quanto valido comunque – nel confronto. Per
fortuna a fare la differenza ci pensano le ambientazioni inedite, che
conferiscono carattere alla vicenda. È forse la prima volta,
infatti, che mi capita di conoscere così bene gli scenari di un
romanzo. Meravigliosamente letteraria, la città di Pescara
meriterebbe più visibilità nella narrativa contemporanea. Ho
sorriso di nostalgia riconoscendo le cadenze dialettali e i modi di
dire, mi sono illuminato leggendo di festività e piatti tipici, ho
scoperto che la protagonista e suo marito si sono conosciuti
all'università che ho frequentato anch'io.
Mi
trovavo non così lontano da casa mia, eppure era tutto diverso, un
mondo a parte. Di là avevo lasciato un piccolo libro aperto sulle
poesie che amavo, un seminario da preparare, un ordine stabilito;
qui, dove Adriana mi aveva portato, la vita sembrava più vera,
scandalosa e pulsante. Ne ero attratta e spaventata allo stesso
tempo.
Affascinato,
mi sono ripromesso che quando sarà nuovamente possibile spostarsi mi
spingerò tra la riviera e il fiume per cercare la casa di Adriana:
tra lamiere e graffiti, bancali e ormeggi, la intravederò apprendere
le lenzuola in terrazza? Suggestionato dal garbo di Donatella, poi,
ho riflettuto su un aspetto del romanzo che inizialmente mi aveva
lasciato amareggiato: il focus volutamente spostato sul personaggio
di Adriana, con l'Arminuta al contrario lasciata ancora avvolta nella
maledizione della propria inquietudine. Con un audace taglio punk
e un vestito blu, in un microcosmo solidale anche nelle bugie, la
sorella minore è la vera protagonista morale: esercita il fascino
dei personaggi che piacciono perché ribelli. Senza nome, ma non per
questo anonima, l'altra si è riappropriata invece della vita
medio-borghese, dell'istruzione accademica, della presunta solidità
dell'amore: brama l'ordinario. Da ultima arrivata, per ironia della
sorte si troverà a a fare da filtro e da collante. Ad assistere ai
dolori dell'intera famiglia: la dispersione dei fratelli, le sbandate
di Adriana, la malattia della madre biologica... Cosa possediamo e
cosa ci possiede? È possibile fare i bagagli e fuggire dal proprio
sangue? La narrazione frammentaria e le poche pagine non aiutano a
far chiarezza su tutto. Borgo Sud è
un seguito che vorrebbe raccontare “due figlie di nessuna madre,
due scappate di casa”, ma che non riesce a contenerle entrambe. La
morale di fondo è che nonostante le fughe disperate alcune città,
alcune persone, resteranno sempre la nostra casa. Ma in attesa di
rincrociare la penna dell'autrice e di leggere con occhi nuovi questa
storia per la seconda volta, ricorderò più l'odore di aglio sfritto
e salsedine sui vestiti, più lo splendore dell'Adriatico da un
balcone di via Zara – insomma, le suggestioni –, rispetto
al resto.
Il
mio voto: ★★★ Il mio consiglio
musicale: Levante – Sirene
Ho
rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù,
per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una
nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una
specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui
ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non
necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo
conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il
più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del
genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria,
amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le
avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale,
davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù:
dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il
pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il
matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi
accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata
in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova,
Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine
a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.
Ah,
che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e
significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è
costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida
di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il
Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli
uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e
la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante
il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente
attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle
origini dove nel frattempo Lila – brillante
autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli
Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per
un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle
siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel,
al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come
non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due
amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate
dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. Nella prima parte –
un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole
Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila
da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le
dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno
imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di
disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una
seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi –
penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e
diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli
attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio,
fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al
cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica,
dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più
che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en
passant attraverso salti ed ellissi.
Voler
bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a
condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre
avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno
l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza.
Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un
solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche
quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo,
se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e
invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se
no cado giù.
Storia
della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio
sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere
sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale?
Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e
un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare
un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per
iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta –
tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che
contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la
bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune
delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e
deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici
in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi,
ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro
all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue
ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive
china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso
la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno
spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte
ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal
passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai
fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta
sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte
integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella
chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà
salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in
un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio