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lunedì 30 dicembre 2024

La mia top 10: Le migliori serie TV del 2024

10. Rivals – Disney Plus

Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty pleasure è servito.

9. Storia della bambina perduta – Rai Play

Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.

8. Qui non è Hollywood – Disney Plus

Un agghiacciante caso di cronaca diventa una miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.

7. Dostoevskij – Sky

I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True Detective.

6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky

La leggendaria storia degli 883 per raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo otto ore, perfetto anche per i non fan.

5. Kaos – Netflix

Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola stagione.

4. The Bad Guy – Amazon Prime Video

La serialità italiana e la mafia: storia di una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.

3. Baby Reindeer – Netflix

Una miniserie shock per svelare il più grande dei tabù: la vulnerabilità maschile.

2. Expats – Amazon Prime Video

Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong. Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.

1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky

È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti. Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star. 

venerdì 27 dicembre 2024

Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)

Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta, aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti, silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori, Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante. (7,5)

Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi, quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico. Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te. Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine. (7,5)

Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta, la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic: un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione, sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una star. (8)

mercoledì 27 dicembre 2023

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

| L'amore molesto, di Elena Ferrante. E/O, pp. 176, € 11 |

Torno da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio: non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore molesto è un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un tour de force fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso, pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del classico di Lewis Carroll.

L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.

Come in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta: una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari, ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro dalle bugie della memoria?

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ci sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana

giovedì 27 luglio 2023

Il sesso (Made in Italy), il sogno (Made in Italy), le serie TV (Made in Italy)

Zerocalcare torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo? Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della struggente Strappare lungo i bordi mi srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio. (6,5)


Un'adolescente cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good Mothers è una storia vera che racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben più del patinato Ti mangio il cuore. (7,5)

Avevo letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente, mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria. Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La vita bugiarda degli adulti è una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio – piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria. Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse, come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile lirismo. No, non è L'amica geniale. Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto. (7,5) 

Non era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione: con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro. Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi – sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta, televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)

Sullo sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani, diventa quella di una sexy Signora in giallo con il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere. Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet strizza l'occhio a Dickinson e The Great, ma la vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)

Chi non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura – dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no? Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope, ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica, Call My Agent è un tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris. (7)

giovedì 6 luglio 2023

Recensione: Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti

| Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti. Mondadori, € 20, pp. 367 |

In estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima peluria. Mi sono innamorato. L'estate resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino: più vicino a me stesso.

Ho fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei dodici anni.

Sono tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato, costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato, invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma. Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù, vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da cantastorie.

È a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?

Il suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli. Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò che non si dimentica non muore mai.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Aranciata

venerdì 18 febbraio 2022

And the Oscar goes to: La fiera delle illusioni | The Lost Daughter | Don't Look Up | CODA

Il cinema di Guillermo Del Toro è il Paese dei balocchi. Irresistibile all'apparenza, ha sempre nascosto un cuore buio. Ma le sue favole, anche quando contaminate dall'horror, non hanno mai rinunciato alla speranza: spesso, a portarla, era la morte stessa. Il suo ritorno al cinema, passato talmente inosservato che la nomination al Miglior Film è parsa un fulmine a ciel sereno, sorprende anche senza colpi di scena. È un Del Toro senza magie. È un Del Toro senza speranza Adattamento dell'omonimo romanzo, racconta l'ascesa e la caduta di un Bradley Cooper più bravo che mai: in fuga dai sensi di colpa, si rifugia prima tra gli artisti di un circo itinerante; successivamente, accompagnato da una dolcissima Rooney Mara, punta a mettere in pratica i trucchi appresi (anzi, rubati) presso riccastri affascinati dal mentalismo. Come non soccombere però alla seduzione di Cate Blanchett, perfida femme fatale esperta di psicologia e spiritismo? Diviso in due metà antitetiche, unite dalla beffarda chiusa circolare, La fiera delle illusioni inizia come un'epopea alla Steinbeck e ammalia, poi, con le atmosfere da noir: lo zampino del regista è lì, in un'estetica ineccepibile, e nella resa agrodolce della vita dei saltimbanchi (la giostra dei cavalli ispira romanticismo, ma la sorte dell'uomo bestia, intanto, fa raggelare). Al di là di uno stile ormai perfettamente riconoscibile, glissando sui cliché di un genere antiquato, il film si rivela una morality play amara, nichilista, dalla puntualità spaventosa. A muovere i passi (falsi) di Cooper è l'amore (per chi?), o la disperazione? Cosa spinge i suoi facoltosi clienti, invece, a lasciarsi illudere? Metafora della settima arte, forse la fabbrica di menzogne per antonomasia, è la perdita dell'innocenza di un autore Premio Oscar. Nel suo petto, batte un cuore nerissimo. E dal Paese dei balocchi, questa volta, si esce trasformati tutti in asini raglianti. (7,5)

Una professoressa di mezza età trascorre le vacanze al mare in solitaria. Qui viene attratta da una giovane mamma, dalla sua bambina e dalla bambola di lei: suggestionata dall'incontro, mette inconsciamente in moto vecchi e dolorosi ricordi. La trama di uno dei primi romanzi di Elena Ferrante, all'apparenza elementare, era in realtà materia incandescente difficile da maneggiare. Ci voleva qualcuno coraggio come l'attrice Maggie Gyllenhaal, qui al suo esordio alla regia, che forse sarebbe stata una scelta ben più giusta della solita Olivia Colman per incarnare le fragilità della protagonista femminile. Per non uscire fuori dai margini, Gyllenhaal rischia pochissimo (cambia l'ambientazione: non più l'Italia, ma la Grecia) e adatta il tutto con fedeltà filologica. Ma mentre il romanzo è sottile, una scheggia perfetta, il film si trasforma per eccesso di zelo nella sua versione più densa, caotica e pesante. Pur conservando i vaghi simbolismi horror, la regista rinuncia all'aura perturbante e saffica della vicenda – leggendo avevo pensato a un incrocio bollente tra Swimming Pool e Chiamami col tuo nome –, concentrandosi sui flashback di gioventù: per quanto la candidata all'Oscar Jessie Buckley si confermi un'interprete straordinaria, avremmo voluto vedere più Datoka Johnson. Motore dell'azione, l'attrice delle Sfumature di grigio ha poche battute e nessuna alchimia con il personaggio di Leda, che su carta immaginavo più intrigante e sensuale di questa Colman un po' goffa sotto l'ombrellone. Si può trarre un film da una storia pressoché infilmabile? Può una sceneggiatura sciogliere i non detti dell'inconscio? Qualcuno come Jane Campion, spietata e morbida perfino nel suo ultimo western, avrebbe osato il miracolo. Maggie Gyllenhaal, per quanto audace nelle scelte – ricordiamo, infatti, una carriera attoriale costellata di piccoli ruoli scandalosi –, fa il passo più lungo della gamba e non si dimostra all'altezza. (6)

Non me ne frega niente, cantava Levante, se il mondo crolla e non mi prende. La stessa indifferenza avvolge i protagonisti dell'ultima commedia di Adam McKay. Minacciata dall'arrivo di un cometa, la Terra ha cinque mesi prima della collisione: gli scienziati DiCaprio (bollato come il più sexy della TV) e Lawrence (vittima di una caccia alle streghe a colpi di meme) ci hanno avvisati. Peccato che, tra uno scandalo della Presidente Streep, le disavventure sentimentali della pop star Ariana Grande e i piani megalomani di un novello Steve Jobs, a nessuno importi dell'umanità. Se nell'era del consumismo tutto può essere monetizzato, chi ci salverà da noi stessi? Lungi dall'essere il miglior film del 2021, Don't Look Up è il più rappresentativo per ridere di gusto dei nostri folli anni e dei nostri folli coinquilini in quest'immensa casa blu chiamata Terra. Di quelli che negano ottusamente l'evidenza, anche davanti alle fosse riempite dal Covid-19; di quelli che minimizzano, procrastinano, inquinano; di quelli, stolti, che quando il saggio DiCaprio indica la luna (anzi, la cometa) guardano tuttalpiù il suo dito teso. Un cast di nomi altisonanti, per fortuna tutti adoperati al meglio, ci bacchetta prontamente in due ore tanto inquietanti quanto deliziose. L'apocalisse è già qui, ma siamo troppo impegnati a guardare altrove. Tranquilli: non è niente di serio, grazie a un quarto di Xanax e a una sceneggiatura originale (si fa per dire: si limita a mettere in fila i nostri cliché, i nostri orrori, il nostro peggio) già in odore di Oscar. (7)

Cosa si prova a essere l'unica persona udente in una famiglia di sordi? Lo ha raccontato Claudia Durastanti in un libro finalista al premio Strega e, ancora prima, un film francese di qualche anno fa: La famiglia Belier. Grande successo di pubblico e critica, si è inevitabilmente prestato a un remake americano. A sorpresa, l'ennesimo rifacimento non richiesto ha stravinto anche all'ultimo Sundance. E allora meglio concedere un'opportunità a CODA (acronimo di Child of Deaf Adults), diventato uno dei protagonisti della stagione dei premi. Ruby, diciassette anni, ha una doppia vita. Ogni mattina sale come mozzo su un peschereccio per poi appisolarsi in classe. Sbeffeggiata dai coetanei, in casa è comunque a disagio a causa di quei familiari rumorosi, libertini, imbarazzanti. Sordi. Destinata a seguire le loro orme nell'attività di famiglia, la giovane si impensierisce quando scopre un talento inespresso: la musica. Ma come potrebbe una carriera da cantante non apparire un affronto verso i genitori? Di buoni sentimenti, perfetto in tempi di inclusività, questo remake prende molti degli sketch comici del film originale, ma con un convincente alternarsi dei punti di vista approfondisce il disagio vissuto dai protagonisti. Nonostante gli occhi (lucidi) siano puntati sul talento di Emilia Jones, attrice emergente di straordinaria empatia, c'è spazio anche per gli altri membri della famiglia. Per le loro paure, per il legittimo egoismo, per il loro drammatico isolamento. Apparentemente esclusi dalla ricerca dell'indipendenza della secondogenita, provano tuttavia il doloroso bisogno di capirla. Questa volta non si chiamano Belier, ma Rossi. Non parlano francese (be', si fa per dire), ma inglese. E lì dove non arrivano le parole intervengono magicamente l'università dei gesti, delle canzoni e un'emozione chiamata cinema. (7,5)

venerdì 28 gennaio 2022

Recensione: Pancia d'asino, di Andrea Abreu

 
Pancia d'asino, di Andrea Abreu. € 15, pp. 150 |

Qualcuno, non troppo a torto, le ha definite le Lila e Lenù dell'isola di Tenerife. Amiche per la pelle, ma all'occorrenza anche rivali spietatissime, condividono le barbie e le estati. Hanno caratteri spigolosi e, nonostante i loro dieci anni, guardano tutti dall'alto in basso. Ogni giornata è una sfida per primeggiare. Ogni arrivederci è struggente. Appaiate come certi yogurt, forse predestinate, si presentano a noi lettori al termine della scuola per poi salutarci con il sopraggiungere di settembre. Prevedibilmente lasceranno intonso il libro delle vacanze. Hanno troppo da sperimentare, troppo da vivere. Quale sapore hanno l'anice, il caffè o il piccante? È vero che nel bosco vivono streghe che imbrattano di escrementi gli usci delle case? Quanto è spaventoso il sesso, quanto è lontano il mare? Lontane dai residence dei turisti, separati dagli abitanti locali da una specie di strato di pellicola, le piccole protagoniste giocano a fare cose da grandi e puoi immaginarle incedere da lontano tra il gracidare delle rane e il rombare delle betoniere: camminano scortate da uno stuolo di cani randagi e, a ogni passo, si pizzicano le mutande finite nel sedere.

In quel momento, quando il manto di nuvole si apriva in crepe sottili sottili, l'ultima luce del giorno cominciava a trapassare il cielo e tutto diventava d'oro brillante. Mi veniva un'angoscia fortissima al petto, come se mi mancasse il respiro. Io non sapevo mai salutare Isadora. La guardavo come una che dovevo salutarla per molti anni. Ma Isadora mi accompagnava a casa. Mi accompagnava sempre. E poi io accompagnavo lei. E lei accompagnava me. Propio come le confezioni di iogur del negozio, aveva detto lei una volta. Lo aveva detto parlando di noi pensando che non la sentissi, e invece sì. Come le confezioni di iogur che sono sempre a due a due.

La narratrice, soprannominata Shit, vive all'ombra Isora: preda di un'adorazione ossessiva, fagocitante, che un po' somiglia all'amore e un po' a nient'altro. Mentre la prima è duttile e poco intraprendente, l'altra è la reginetta del barrio: nipote della proprietaria dell'unico alimentari in zona, parla senza vergogna ai ragazzi e agli adulti e con il suo sguardo impenetrabile, con i suoi denti infallibili, divora il mondo in maniera bulimica. Shit, però, vorrebbe conoscere anche gli abissi in cui talora sprofonda: dove finisce Isora quando la tristezza è così forte che pensa di farla finita? Immerse in un sudicio canale, qualche volta chiudono gli occhi e pensano al mare: vicino eppure irraggiungibile. Spregiudicato, selvaggio e bellissimo, l'esordio di Andrea Abreu – classe 1995 – somiglia alla lava incandescente che un giorno potrebbe far sprofondare all'inferno l'isola e i suoi abitanti. Sorto all'ombra di un vulcano, il quartiere descritto dall'autrice ha gli odori forti, le feste patronali e i palazzoni abusivi del nostro Sud Italia. Perennemente sormontato da una cappa di basse nuvole grige – il titolo del romanzo si riferisce a questo preciso fenomeno meteorologico –, vive in uno stato di pigra sospensione. Cosa avrà in serbo il cielo: pioggia scrosciante o sole?

Nei giorni che Isora voleva morire sentivo anch'io che volevo morire e lei mi diceva che il modo migliore di morire era riempire d'acqua calda la vasca da bagno fino all'orlo e tagliarsi le vene. Io mi domandavo come faceva a sapere tante cose che io non sapevo e allora diventavo triste perché pensavo che io non avevo una tristezza mia, che la mia tristezza era la sua ma dentro di me, una tristezza come d'imitazione, una tristezza copiata, una tristezza tarocca, quello ero io, perché io non avevo motivi per essere triste ma me li inventavo.

Corrono i primi anni Duemila, gli stessi della mia infanzia. Shit e Isora ascoltano le canzoni degli Aventura con l'mp3, scrivono su Messenger, guardano i Simpson e Walker Texas Ranger, sbraitano contro contro il telegiornale quando la notizia della caduta delle Torri gemelle interrompe i loro intrattenimenti preferiti. Ma si sbucciano anche le ginocchia a sangue, simulano atti sessuali con le bambole, si masturbano con i pennarelli colorati, si inducono il vomito o la dissenteria. Ricordate com'era avere dieci anni, tabù compresi? A differenza di Elena Ferrante, sempre impeccabile, Abreu è incuriosita dalle pelurie, dai fluidi corporei, dal contatto fisico, dalle storture. La scrittura, innovativa, si adegua alla sua voce: la lingua di Pancia d'asino è un esperanto euforico, sgrammaticato, volgare, fatto di uno slang americano scimmiottato alla bell'e meglio e di una punteggiatura spesso assente (bravissima la nostra Ilide Carmignani, chiamata questa volta non a tradurre alla lettera, bensì a inventare). A volte credo di vederla con la coda dell'occhio, Shit. Eccola, mossa da sentimenti spaventosamente adulti, che supera i confini tracciati e insegue il sole. Magari si spingerà oltre il barrio, oltre l'amicizia con Isora, fino alla fine del mondo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Gaia – Nuvole di zanzare

mercoledì 12 gennaio 2022

Recensione: I margini e il dettato, di Elena Ferrante

| I margini e il dettato, di Elena Ferrante. E/O, € 15, pp. 154 |

Quante volte lo abbiamo detto? Di alcuni autori leggeremmo tutto, anche la lista della spesa. In attesa della terza stagione di L'amica geniale – a febbraio su Rai Uno – e, si spera, del prossimo romanzo, Elena Ferrante è tornata in libreria con un volumetto dalla copertina bellissima consigliabile soltanto agli appassionati accaniti. I margini e il dettato non contiene gli ingredienti segreti della cena di Natale, no, bensì tre lezioni universitarie destinate alla cittadinanza di Bologna e un saggio critico in occasione del settecentenario di Dante Alighieri. Breve ma densa, destinata a essere fruita in ambito accademico, la lettura è interessante ma non sempre godibile. A differenza di L'invenzione occasionale, che prediligeva al contrario illustrazioni variopinte e toni piacevolmente informali, l'ultimo libro Edizioni E/O mostra una Ferrante destinata a un pubblico universitario. Per fortuna resta comunque traccia dei suoi modi affabulatori, uniti qui a una scrittura rigorosa e a un bagaglio personale sempre vivissimo.

Così il romanzo d'amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando si che nessuno scoprirà chi è l'assassino. Il romanzo di formazione mi sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la forza disperata del brutto. E i personaggi? Li sento falsi quando sono di limpida coerenza e mi appassiono a loro quando dicono una cosa e fanno l'opposto.

Benché protetta da uno pseudonimo, l'autrice ama raccontarsi. E questa lettura appassiona proprio allora: negli aneddoti sulla sua infanzia, nei retroscena dei romanzi più famosi, nei tentativi fallimentari e nelle insperate rimonte. Autocritica, contraddittoria e smaniosa, Ferrante si è sempre librata tra due opposti: la scrittura diligente e quella smarginata, la norma e la frantumaglia. Il suo caos interiore poteva forse rispettare i margini dei quaderni delle elementari? Questo conflitto sarà il fondamento della tetralogia. Lenù e Lila sono l'apollineo e il dionisiaco, l'ordinario e lo straordinario, e rappresentano un approdo importante: il passaggio dal solipsismo dei primi romanzi alla scoperta di una coralità, di “un'altra necessaria”. Chi l'ha ispirata? Sono moltissimi i nomi da appuntarsi: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson a Gertrude Stein. In una letteratura appannaggio del sesso maschile, Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture e suggestioni differenti.

Le frasi vere, buone o epocali, cercano sempre una loro strada tra frasi fatte. E le frasi fatte sono state una volta frasi vere che si sono scavate una via dentro frasi fatte. In questa catena di operine e grandi opere, in ogni anello grande o piccolo, c'è duro lavoro e illuminazioni casuali, fatica e fortuna. La via di Damasco non è una via ben segnata in quanto deputata alle folgorazioni. È una via come un'altra su cui, per caso, può capitare, mentre si sgobba e si suda, di accorgersi di un'altra via possibile.

La sua voce risuona di una pluralità di voci, dunque, in un gioco tanto affascinante da apparire quasi stregonesco. Ma anche Dante Alighieri le ha insegnato qualcosa d'importante sui banchi di scuola: pionieristico, infatti, il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie femminili della Divina Commedia e regalò all'amata Beatrice né leggiadria né gentilezza, bensì un ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nei meandri della selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto d'amore” e un'invidiabile favella. Quali sono stati i primi passi della scrittrice italiana destinata presto a finire nel novero dei grandi classici? Chi l'ha formata, e in che modo? Come ha coltivato la propria vocazione realistica, pur sperimentando nel corso della carriera il noir, il romanzo sentimentale e l'horror? Annotiamo titoli, informazioni, passi. Prendiamo diligentemente appunti. La verità, però, è che ci accontenteremmo di sentire Ferrante raccontare di Elena a oltranza: lontana dalla cattedra, oltre questa aura di sfinge inarrivabile.

martedì 17 agosto 2021

Recensione: La figlia oscura, di Elena Ferrante

 
| La figlia oscura, di Elena Ferrante. E/O, € 9,90, pp. 145 |

Leda è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze. Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana – grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro, Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda –, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca; un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti, destinata a cambiarle entrambe.

Certe volte scappare serve a non morire.

Recuperato in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura contiene una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di François Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima di quel particolare scombussolamento interiore chiamato “frantumaglia”.

Perché hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Agli antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere; Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi – e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei, motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

giovedì 12 novembre 2020

Recensione: Borgo Sud, di Donatella di Pietrantonio


| Borgo Sud, di Donatella Di Pietrantonio. Einaudi, € 19, pp. 168 |

A volte i nomi – in questo caso i soprannomi – plasmano il destino. L'arminuta, letteralmente “colei che ritorna”, non poteva altro che ripresentarsi in un seguito tanto inaspettato quanto atteso. A tre anni di distanza dal romanzo vincitore del Premio Campiello, Donatella Di Pietrantonio riprende le fila di una storia che tutti noi credevamo conclusa. Ambientato tra la Francia e l'Italia, a qualche decennio dagli eventi del primo romanzo, Borgo Sud racconta l'età adulta di un personaggio ancora senza nome. Cresciuta per tredici anni dai genitori affidatari, la protagonista veniva a conoscenza della sua famiglia d'origine nel momento di farvi ritorno. Ultima arrivata, era la meno indispensabile dei sei figli: un'estranea abituata alla bambagia, all'improvviso a disagio in un paese anonimo a cinquanta chilometri dal centro principale. L'unica persona affezionata era Adriana, la sorella minore: le due non si perderanno mai di vista. Rivendicando un proprio posto nel mondo, sempre sballottata qui e lì, la protagonista studia prima a Pescara e poi parte per Grenoble. Quanti chilometri tocca mettere tra sé e gli altri per reinventarsi? L'unico modo per ricominciare è l'espatrio? I lacci della famiglia e una chiamata nel cuore della notte la costringeranno a tornare.

C'era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni.

Ho avuto il piacere di partecipare a una diretta Einaudi con altri cinque blogger e di sentire raccontata questa storia dalla viva voce dell'autrice. Una professionista sensibile, elegante, discreta, dotata della generosità d'animo delle persone timide che tra sé e sé nascondono mondi e virtù. La lettura del romanzo, purtroppo, a un primo impatto mi ha coinvolto meno del previsto. Giocato su continui salti temporali, Borgo Sud appartiene a sorpresa più ad Adriana che all'Arminuta: perfino il titolo, infatti, allude al quartiere di pescatori in cui la sorella sbandata e il figlioletto, Vincenzo, si stabiliscono prima di rendersi parte di un piccolo mistero da risolvere. Dopo aver condiviso brevemente l'appartamento universitario, le due hanno scelto strade diverse, quartieri diversi, ma amori parimenti sfortunati. Mentre la maggiore si è legata a Piero, dentista premuroso ma dagli atteggiamenti sospetti, Adriana vive l'amore folle per il pescatore Rafael, braccato dai creditori. Uguali ma diverse, loro malgrado compagne di sventure coniugali, le protagoniste si amano e si odiano, si prendono e si lasciano con modalità simili a quelle delle indimenticabili Lila e Lenù. Da grande estimatore di Elena Ferrante, le analogie tematiche non mi hanno permesso di apprezzare appieno Borgo Sud. Il secondo tassello di una storia di provincia, crescita e abbandono che con un background diverso avrei trovato appassionante e oggettivamente molto ben scritto: conoscendo nel dettaglio la tetralogia, invece, mi è parso minore – per quanto valido comunque – nel confronto. Per fortuna a fare la differenza ci pensano le ambientazioni inedite, che conferiscono carattere alla vicenda. È forse la prima volta, infatti, che mi capita di conoscere così bene gli scenari di un romanzo. Meravigliosamente letteraria, la città di Pescara meriterebbe più visibilità nella narrativa contemporanea. Ho sorriso di nostalgia riconoscendo le cadenze dialettali e i modi di dire, mi sono illuminato leggendo di festività e piatti tipici, ho scoperto che la protagonista e suo marito si sono conosciuti all'università che ho frequentato anch'io.

Mi trovavo non così lontano da casa mia, eppure era tutto diverso, un mondo a parte. Di là avevo lasciato un piccolo libro aperto sulle poesie che amavo, un seminario da preparare, un ordine stabilito; qui, dove Adriana mi aveva portato, la vita sembrava più vera, scandalosa e pulsante. Ne ero attratta e spaventata allo stesso tempo.

Affascinato, mi sono ripromesso che quando sarà nuovamente possibile spostarsi mi spingerò tra la riviera e il fiume per cercare la casa di Adriana: tra lamiere e graffiti, bancali e ormeggi, la intravederò apprendere le lenzuola in terrazza? Suggestionato dal garbo di Donatella, poi, ho riflettuto su un aspetto del romanzo che inizialmente mi aveva lasciato amareggiato: il focus volutamente spostato sul personaggio di Adriana, con l'Arminuta al contrario lasciata ancora avvolta nella maledizione della propria inquietudine. Con un audace taglio punk e un vestito blu, in un microcosmo solidale anche nelle bugie, la sorella minore è la vera protagonista morale: esercita il fascino dei personaggi che piacciono perché ribelli. Senza nome, ma non per questo anonima, l'altra si è riappropriata invece della vita medio-borghese, dell'istruzione accademica, della presunta solidità dell'amore: brama l'ordinario. Da ultima arrivata, per ironia della sorte si troverà a a fare da filtro e da collante. Ad assistere ai dolori dell'intera famiglia: la dispersione dei fratelli, le sbandate di Adriana, la malattia della madre biologica... Cosa possediamo e cosa ci possiede? È possibile fare i bagagli e fuggire dal proprio sangue? La narrazione frammentaria e le poche pagine non aiutano a far chiarezza su tutto. Borgo Sud è un seguito che vorrebbe raccontare “due figlie di nessuna madre, due scappate di casa”, ma che non riesce a contenerle entrambe. La morale di fondo è che nonostante le fughe disperate alcune città, alcune persone, resteranno sempre la nostra casa. Ma in attesa di rincrociare la penna dell'autrice e di leggere con occhi nuovi questa storia per la seconda volta, ricorderò più l'odore di aglio sfritto e salsedine sui vestiti, più lo splendore dell'Adriatico da un balcone di via Zara – insomma, le suggestioni –, rispetto al resto.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Levante – Sirene 

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio