giovedì 26 febbraio 2026

Recensione: La vita giovane, di Mattia Insolia


|La vita giovane, di Mattia Insolia. Mondadori, € 20, pp. 384 |

Serve più coraggio ad andarsene o a restare? L'ho chiesto ai miei studenti, introducendo il finale dei Malavoglia. In classe, con me, c'era una collega di sostegno: anche lei, che per forza di cose si è lasciata il sud alle spalle, ha accolto la domanda con un sussulto. Mentre i nostri ragazzi suonavano più decisi che mai – coraggio, per loro, è prendere e partire –, io e lei ci siamo rivolti un'occhiata incerta. Senza dircelo, abbiamo pensato ai nostri paesi, ormai spopolati; ai nostri genitori, più fragili e segnati ogni volta che torniamo; agli amici rimasti, a cui vorremmo urlare di non accontentarsi, ché il mondo non è tutto lì. Siamo stati coraggiosi. O soltanto più veloci a scappare?

Guarda che un'ultima possibilità possiamo averla tutti. Finché stiamo al mondo, possiamo ancora averla.

Ho trovato gli stessi tarli nell'ultimo romanzo di Mattia Insolia: l'inno di una generazione, la mia, che voleva fare i soldi e salvare il mondo, prima di arenarsi in una stanchezza esistenziale dove dormire è l'unico modo per continuare a sognare. Il protagonista, Teo, da dieci anni a Milano, torna alle origini per il matrimonio degli inseparabili Giorgio e Matilde. Un tempo, insieme a Tommaso (fedele all'autodistruzione), Marta (vittima degli amori sbagliati) e Sofia (il suo più grande atto mancato), formavano un gruppo indissolubile. Laggiù, nella terra di nessuno, i grilli sembrano urlare un lontano misfatto e tutto, benché uguale, è cambiato. Ancora una volta, la provincia italiana fa da sfondo alla ribellione giovanile: il mondo è un parco giochi di sballi facili e i protagonisti, aggrovigliati come cavi elettrici, si preparano a darci la scossa. Insolia, per fortuna, confina le trasgressioni nei flashback e cambia registro, in un romanzo di inedita delicatezza. 

La vita di ora, la vita giovane, mi sarebbe mancata, ma non era per quello che ero in pena. A farmi soffrire era ciò che non avevo mai avuto, o fatto. La vita, sempre di più, ci avrebbe chiuso in quello che saremmo stati, allontanandoci da quello che avremmo potuto essere.

La collera ha lasciato spazio a una bellissima malinconia e, leggendo, mi è passata l'esistenza davanti agli occhi. Di solito, dicono, succede quando muori. Qui, invece, tutto scoppia di vita, e le pagine fanno da cassa di risonanza a noi eterni irrisolti, cresciuti con la Melevisione, la riforma Gelmini, le restrizioni del Covid-19 – e sono talmente già grandi, i nostri dolori, che forse non serviva appesantirli ulteriormente con le dipendenze, gli abusi, il revenge porn, l'autolesionismo. A tratti, la carne al fuoco è troppa. Ma l'autore siciliano conserva la fame dell'esordio, pur mettendo un punto alla rabbia che fu. A differenza del suo Teo, infatti, non reagisce all'imponderabile facendo spallucce. E firma il suo lavoro più sincero, dove non si è mai abbastanza grandi per affrontare la paura del futuro. La vita giovane è un amarcord con il reflusso gastrico delle sbronze tristi. Occhi chiusi, calici alzati, e si balla – scoordinatissimi – per frenare il bisogno di piangere. Adesso, cazzo, rivoglio indietro i miei vent'anni.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro – Incoscienti giovani 

giovedì 19 febbraio 2026

And the Oscar goes to: Hamnet | Sentimental Value | Train Dreams | L'agente segreto

Quando s'incontrano, Agnes Hathaway chiede a un giovane William Shakespeare di raccontarle una storia. Lui sceglie il mito di Orfeo e Euridice, dove il protagonista ha la peggio contro l'aldilà. Si può forse vincere la morte? La domanda torna spesso nell'ultimo Chloé Zhao: l'adattamento di un romanzo che, al cinema, trova una struttura più lineare, il fuoco creativo del teatro, nessuna parola superflua. Sul grande schermo, parlano gli occhi di Jessie Buckley: una forza della natura, affiancata dal sempre malinconico Paul Mescal. Le foglie sussurrano, come in Terence Malick. E gli archi di Max Richter urlano. Come si racconta il più inimmaginabile dei dolori? Di recente, succedeva lo stesso anche in Sentimental Value: lo si mette in scena. Lo strazio di una coppia, in questo modo, diventa lo strazio di tutti. Alla fine, Shakespeare ci è riuscito: a differenza di Orfeo, ha imbrogliato la morte. Hamnet ci ricorda la sua vittoria, e il suo dolore, più grandi: una ferita ancora aperta – e nostra – cinquecento anni dopo. (9)

Per fortuna, le famiglie infelici restano pur sempre infelici a modo loro. Lo sa bene Joaquim Trier – scandinavo, come Ibsen e Bergman –, tornato alle voci off, ai personaggi spigolosi, al talento di Renate Reinsve. Sentimental Value non ha bisogno di stupire: teatrale e rigoroso, è retto unicamente da recitazione e scrittura. Quanto spazio ha la sincerità nella famiglia di un cineasta? È la domanda che si pongono le figlie di un regista, l'immenso Stellan Skarsgard, alla notizia che la loro casa diventerà il set del suo prossimo film. È autobiografico? Lo chiede spesso l'insicura Elle Fanning, fragile stellina di Netflix pronta a fare il salto al cinema d'autore. Ma ogni questione è destinata a essere elusa, in un dramma da camera in cui i sentimenti si tacciono e le lacrime scorrono libere solo in scena. Ci si lascia andare sul set e basta – nel porto franco in cui la vita imita l'arte, l'arte la vita, e i copioni giungono come mani tese. Per capire come elaborare il presente e il passato. E, magari, insieme, affrontare il futuro. (8)

Ci sono quei film che ti riconciliano col mondo. Train Dreams – arrivato in sordina su Netflix, ma, stando a me, il più bello della scorsa annata – è uno di quelli. Impermeabile alla violenza, granitico e taciturno, Joel Edgerton è un taglialegna con il sogno di aprire una segheria accanto alla moglie Felicity Jones. Ultimo esemplare di un piccolo mondo antico, si muove in un'epopea fatta di duro lavoro, lunghi silenzi, rare epifanie. Nel frusciare degli alberi, a volte, i suoi sensi di colpa si trasformeranno in fantasmi. Ma basteranno i racconti del boscaiolo William H. Macy, le conversazioni con la guardia ambientale Kerry Condon, per tornare a far pace con Madre Natura: indifferente come in Leopardi, forse, ma dalla bellezza consolatoria. Lirico, mistico, contemplativo, il western di Clint Bentley è un film di uomini minuscoli e alberi immensi. Una parabola alla Manchester by the Sea, filtrata attraverso il cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. Un cinema pieno di grazia, che non dimentica mai di essere anche letteratura. (10)

Ogni anno, agli Oscar, arriva il film che piace a tutti ma non a me. Quest'anno il mio incompreso resterà L'agente segreto. Premiato prima a Cannes, poi ai Golden Globes, non è il thriller di spionaggio che qualcuno ha giurato fosse. Il protagonista, interpretato dal fascinoso Wagner Moura, è un insegnante universitario dal basso profilo: ha pestato i piedi alla persona sbagliata – il perché si perde nel chiasso del Carnevale di Rio, tra tagli ai finanziamenti pubblici e militari cialtroni – e ha un paio di sicari alle costole. Un po' western, un po' commedia familiare, un po' horror, un po' dramma della memoria, salta senza soluzione di continuità da un genere all'altro e il risultato – doppiamente confusionari per chi, come me, ne sa poco o nulla di storia brasiliana — appare la versione più sbilanciata dell'ultimo Paul Thomas Anderson. Ad aggiustare il tiro è una chiusa circolare, che tira in ballo nastri d'archivio e strizzate d'occhio al cult Lo squalo. Ma servivano 160 minuti? Soprattutto, non sarebbe stato meglio premiare l'universalità di Park Chan-Wook? (6)