Quando
s'incontrano, Agnes Hathaway chiede a un giovane William
Shakespeare di raccontarle una storia. Lui sceglie il mito di Orfeo e
Euridice, dove il protagonista ha la peggio
contro l'aldilà. Si può forse vincere la morte? La domanda torna
spesso nell'ultimo Chloé Zhao: l'adattamento di un romanzo
che, al cinema, trova una struttura più lineare, il fuoco creativo
del teatro, nessuna parola superflua. Sul grande schermo, parlano gli
occhi di Jessie Buckley: una forza della natura, affiancata dal
sempre malinconico Paul Mescal. Le foglie sussurrano, come in Terence
Malick. E gli archi di Max Richter urlano. Come si racconta il più
inimmaginabile dei dolori? Di recente, succedeva lo stesso anche in
Sentimental Value: lo si mette in scena. Lo strazio di una
coppia, in questo modo, diventa lo strazio di tutti. Alla fine,
Shakespeare ci è riuscito: a differenza di Orfeo, ha imbrogliato la
morte. Hamnet ci ricorda la sua vittoria, e il suo dolore, più
grandi: una ferita ancora aperta – e nostra – cinquecento anni
dopo. (9)
Per
fortuna, le famiglie infelici restano pur sempre infelici a modo loro. Lo
sa bene Joaquim Trier – scandinavo, come Ibsen e Bergman –,
tornato alle voci off, ai personaggi spigolosi, al talento di Renate
Reinsve. Sentimental Value non ha bisogno di stupire: teatrale
e rigoroso, è retto unicamente da recitazione e scrittura. Quanto
spazio ha la sincerità nella famiglia di un cineasta? È la domanda
che si pongono le figlie di un regista, l'immenso Stellan Skarsgard,
alla notizia che la loro casa diventerà il set del suo prossimo
film. È autobiografico? Lo chiede spesso l'insicura Elle Fanning, fragile stellina di Netflix pronta a fare il salto al cinema d'autore. Ma
ogni questione è destinata a essere elusa, in un dramma da camera in
cui i sentimenti si tacciono e le lacrime scorrono libere solo in
scena. Ci si lascia andare sul set e basta – nel porto franco in
cui la vita imita l'arte, l'arte la vita, e i copioni giungono come
mani tese. Per capire come elaborare il presente e il passato. E,
magari, insieme, affrontare il futuro. (8)
Ci
sono quei film che ti riconciliano col mondo. Train Dreams –
arrivato in sordina su Netflix, ma, stando a me, il più bello della
scorsa annata – è uno di quelli. Impermeabile alla violenza, granitico e taciturno, Joel Edgerton è un taglialegna
con il sogno di aprire una segheria accanto alla moglie Felicity
Jones. Ultimo esemplare di un piccolo mondo antico, si muove in
un'epopea fatta di duro lavoro, lunghi silenzi, rare epifanie. Nel
frusciare degli alberi, a volte, i suoi sensi di colpa si
trasformeranno in fantasmi. Ma basteranno i racconti del boscaiolo
William H. Macy, le conversazioni con la guardia ambientale Kerry
Condon, per tornare a far pace con Madre Natura: indifferente come in Leopardi, forse, ma dalla bellezza consolatoria.
Lirico, mistico, contemplativo, il western di Clint Bentley è un
film di uomini minuscoli e alberi immensi. Una parabola alla
Manchester by the Sea, filtrata attraverso il cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf,
Strout. Un cinema pieno di grazia, che non
dimentica mai di essere anche letteratura. (10)
Ogni
anno, agli Oscar, arriva il film che piace a tutti ma non a me.
Quest'anno il mio incompreso resterà L'agente segreto.
Premiato prima a Cannes, poi ai Golden Globes, non è il thriller di spionaggio che qualcuno ha
giurato fosse. Il protagonista, interpretato dal fascinoso
Wagner Moura, è un insegnante universitario dal basso profilo: ha pestato i piedi
alla persona sbagliata – il perché si perde nel chiasso del
Carnevale di Rio, tra tagli ai finanziamenti pubblici e militari
cialtroni – e ha un paio di sicari alle costole. Un po' western, un
po' commedia familiare, un po' horror, un po' dramma della memoria,
salta senza soluzione di continuità da un genere all'altro e il
risultato – doppiamente confusionari per chi, come me, ne sa poco o
nulla di storia brasiliana — appare la versione più sbilanciata
dell'ultimo Paul Thomas Anderson. Ad aggiustare il tiro è una chiusa
circolare, che tira in ballo nastri d'archivio e strizzate d'occhio al cult Lo squalo. Ma servivano 160 minuti? Soprattutto,
non sarebbe stato meglio premiare l'universalità di Park Chan-Wook? (6)



