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venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue