venerdì 28 agosto 2026

Recensione: La valle dell'Eden, di John Steinbeck


 | La valle dell'Eden, di John Steinbeck. Bompiani, € 16, pp. 784 |

Sono devoto al potere delle storie. Amo i romanzi in cui succedono le cose, le scritture al servizio dei fatti, la magica illusione di poter confondere la vita dei personaggi con la mia. Sotto questo punto di vista, La valle dell'Eden è la storia delle storie. Epico ma intimo, monumentale eppure scorrevolissimo, trasforma la valle del fiume Salinas nel cuore del mondo e quel terreno roccioso, da spartirsi coi coyote, nella Terra promessa. Qual è il segreto di un classico di settantaquattro anni, con impresso in copertina lo sguardo fiammeggiante di James Dean? A rivelarcelo è Lee, un servitore cinese colto e lungimirante, troppo fedele al padrone per aprire la libreria da sempre sognata. I miti biblici, spiega durante la lettura, sono eterni poiché universali: archetipi dove il sesso e la virtù, la vendetta e il potere, costituiscono la prima pietra del nostro DNA. Steinbeck è stato la mia Bibbia. In questo inno dedicato ai diseredati e ai ricchi di spirito, canta di un paradiso maledetto e di una felicità da costruire un tassello dopo l'altro. Tra la fine dell'Ottocento e la Grande guerra, infatti, era necessario ascendere socialmente per comprarsi l'amore, la dignità, la stima. E un destino alternativo?

La traduzione dell'American Standard ordina agli uomini di trionfare sul peccato e il peccato lo si può chiamare ignoranza. Quella di King James fa una promessa, con il suo “lo dominerai”, nel senso che l'uomo sicuramente trionferà sul peccato. Ma la parola ebraica timshel - “Tu puoi” - quella dà una possibilità. È forse la parola più importante del mondo. Quella che dice che la strada è aperta. Quella che ributta le cose sull'uomo. Perché, se “tu puoi”... è vero amche che “tu non puoi”.

Nel mezzo della corsa all'Ovest, due famiglie arrivano laggiù per un futuro di abbondanza. Samuel Hamilton, irlandese, è padre di nove figli: la terra, per lui, non ha segreti, e la affronta con la fantasia e il cuore di chi sa che siamo polvere di stelle. Adam Task viene dal Connecticut, è padre dei gemelli Caleb e Aaron, ha molti soldi ma scarso spirito imprenditoriale: l'abbandono della moglie Cathy – sociopatica, piromane, pluriomicida, prima prostituta e infine maitresse: un'antagonista indimenticabile – lo ha marchiato, condannandolo a compiere sempre gli stessi errori. Anche i figli della coppia saranno in lotta, proprio come Adam lo era stato col fratello Charles: al centro della contesa, l'amore di un padre anaffettivo e quello della medesima ragazza - Abra, l'antitesi di Cathy. Quelli di Steinbeck sono uomini d'altri tempi. Scavano pozzi, costruiscono mulini, coltivano fagioli. Polverosi e spiegazzati, tuttavia, sono capaci di una gentilezza commovente e pregano che le loro grosse mani callose, sempre libere del sangue, possano raccogliere le azalee. A volte meschini, altri generosi, camminano a notte fonda per non azzuffarsi e si confessano a vicenda il terrore di scoprirsi dalla parte sbagliata della storia.

Le bastava bere la bottiglia intera e lei sarebbe rimpicciolita ancora e scomparsa e avrebbe cessato di esistere. E la cosa migliore di tutte era che, quando avesse smesso di essere, non sarebbe mai stata. Quella era la sua certezza più cara.

All'incirca lì, dove tre generazioni di personaggi straordinari hanno deciso di intrecciare i loro destini, era stato esiliato anche Caino dopo l'assassinio di Abele. L'antico testamento dedica a lui quindici versi appena. Steinbeck, invece, lo mette a processo in oltre settecento pagine. E, a sorpresa, lo assolve con una parola-mondo: timshel, tu puoi. L'uomo non è prigioniero del proprio sangue. È libero di scegliere, ricordare, perfino dimenticare. Artefice del proprio destino e, per questo, pari agli dèi. Nella valle di Salinas cresce di tutto, ma soprattutto la convinzione che qualcosa possa sempre rinascere. Perché “siamo animali meravigliosi”. E capolavori così esistono proprio per ricordarcelo.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Work Song - Hozier

martedì 4 agosto 2026

Grandi nomi, grande hype: Odissea | Pecore sotto copertura | Il diavolo veste Prada 2 | La cronologia dell'acqua

È la storia che mi ha insegnato ad amare le storie. Per fortuna, Nolan non è Petersen; Odissea non è Troy. Più fedele del previsto all'originale, si avvale di diversi narratori e accenna perfino a Clitemnestra, passando per il sacrificio di Ifigenia. Inevitabilmente, però, fa sua anche la struttura episodica del poema. Nonostante il montaggio, le tappe del viaggio appaiono schematiche e ripetitive. Qualcuna sorprende (Circe: un'immensa Morton), qualcuna manca (Nausicaa, sostituta da una Calipso da spot), qualcuna delude (Polifemo, Scilla e Cariddi sono spogli di qualsiasi componente horror – e perché il ciclope muto?). L'Ulisse di Damon non è più “nessuno”. Sprovvisto dell'atteggiamento sornione dell'eroe, è un reduce segnato dal conflitto: perfino gli dei, nell'intuizione più interessante, appaiono proiezioni del PTSD. Provatissimo, si muove in un adattamento che avrebbe funzionato meglio a puntate. Ma l'obiettivo, raggiungere una Hathaway da Oscar, viene centrato nella parte migliore: quel ritorno a casa che soltanto lo scorso anno, però, aveva già raccontato Uberto Pasolini (e con più sangue). Ciò che resta di tanto hype e di altrettante polemiche è un evento di cui godere sullo schermo migliore che c'è. Un film grande che, pur senza deludere, non diventa un grande film. Odisseo, tracotante quanto il suo regista, avrebbe comunque benedetto tanta ambizione. (7)

Essere una pecora. Espressione idiomatica di cui i sinonimi più diffusi sono: essere pavido, sciocco, smemorato. A sorpresa, il film per famiglie di Kyle Balda – il primo live action in una carriera altrimenti votata all'animazione: qui sceneggia il premiato Craig Mazin – rovescia il cliché. E fa di un gregge il protagonista di un giallo all'inglese dove il candore della favola Babe - Maialino coraggioso incontra i sospettati sopra le righe di Cena con delitto. Chi ha ucciso il pastore interpretato dal solito Hugh Jackman? Indagano le sue amatissime pecore, cresciute nel più verde dei pascoli e con le storie della buonanotte di Agatha Christie. Tenero e colorato, ma anche solidissimo nell'intreccio, Pecore sotto copertura è arrivato infine su Amazon Prime Video per parlare del rapporto tra uomo e natura, dei pregi e dei difetti della vita comunitaria (a tratti, dolorosamente esclusiva), dell'immortalità conferita dal ricordo (anche se, a volte, sarebbe ben più semplice dimenticare). Ci si può commuovere fino alla lacrime per un film su un gregge in CGI? Sì. E lo si può anche scoprire tra i più inattesi – e belli – dell'anno corrente. (8)

La sorpresa è che, in un mondo di sequel senza trama e schiavi della nostalgia, Il diavolo veste Prada ha ancora qualcosa da dire. Il giornalismo è in crisi, il formato cartaceo in via d'estinzione, l'abuso dell'intelligenza artificiale è ormai dietro l'angolo. La leggendaria rivista Runway è in pericolo. E Anne Hathaway e Emily Blunt, qui complici a dispetto dei passati dissapori, fanno squadra per salvarlo. A mancare del tutto, perciò, non è la storia: è l'iconicità. In questo secondo capitolo non c'è ritmo, non c'è cattiveria, non ci sono colori: perfino la fotografia è spenta. Meryl Streep torna a vestire Prada, ma ripone gli artigli. Miranda ha una nuova assistente ferrata sulla body positivity, vola in Economy e avanza in una sceneggiatura macchinosa, che la trascina di città in città come in un film di James Bond. I fidanzati sono meno tossici (ma più inutili, così come i nuovi comprimari) e l'aura da fiaba cede il passo a un film sì più adulto, ma meno sognante. Lontani i tempi in cui un milione di ragazze avrebbero ucciso per quel lavoro. L'editoria è morente, e sul mobbing non si scherza più. Ma questo bagno di realtà – e nel politically correct? – crea una patina opaca su una commedia che ci piaceva tanto proprio perché brillantissima. (5)

È possibile annegare nelle profondità di sé stessi? A domandarselo è stata Lidia Yuknavitch – scrittrice ed ex nuotatrice – in un'autobiografia a cuore aperto in cui la rinascita passava attraverso gli abusi familiari, gli eccessi di stupefacenti, il sesso promiscuo. Troviamo tutti gli ingredienti del suo memoir – sudore, sangue, cloro – in un esordio alla regia che, proprio come il testo alla base, non è per tutti i palati. Soltanto qualcuno come Kristen Stewart avrebbe potuto dirigere questo adattamento: un'anti-diva spregiudicata e senza paura, alle prese con lo scavo psicologico di una nuova outsider. La cronologia dell'acqua è un film in frantumi su una giovane donna a pezzi. Arduo, sensoriale e rarefatto al contempo, affascina e respinge: troppo sperimentale, troppo carico di amanti e dolori, e con troppo corpo messo in scena. Eppure, non c'era davvero altra maniera per raccontare una storia simile. La sempre sottovalutata Imogen Poots impersona la protagonista dall'adolescenza all'età adulta, e regala una delle performance più potenti dell'anno accanto ai comprimari Thora Birch (la sorella maggiore) e Jim Belushi (il pigmalione). Loro sono teneri, tenerissimi, in un dramma umano che colpisce dove la carne è più debole. E dove l'acqua è più alta. (7+)