
Loro,
Isaac e Mulligan, sono i manager di un golf club acquisito da una
matriarca che sguazza nel torbido: in crisi, riversano l'amore che
resta sul bassotto. Gli altri, Melton e Spaeny, lavorano come
factotum nello stesso club: giovani, belli, innamorati, sgomitano per
la promozione e per l'assistenza sanitaria. Come nella stagione
precedente, tutto parte da una lite furibonda. E, ancora una volta, i
toni vengono portati all'eccesso quando i conflitti personali si
specchiano nei conflitto di classe. Un po' come nell'ultimo
Guadagnino, i boomer sfidano la Gen Z: chi ne uscirà – se non
vincente – almeno più pulito? Cinica, arguta, urlatissima, Beef
può contare su un cast di stelle – anche se è quella del buffo e
struggente Melton, a sorpresa, a brillare più forte – e su una
certezza incrollabile: nessuno batte i coreani, quando si tratta di
rivalsa. Ancora più divertente della prima stagione, ma appesantita
dalle tinte inutilmente crime del finale a Seul, la serie antologica
chiarisce ciò che Materialists non aveva avuto il coraggio di
confessare. Il capitalismo è il grande nemico dell'amore romantico.
I soldi ci cambieranno tutti: cambieranno tutto. Amarsi, però,
significa accettare il peggio del nostro partner: no? (7,5)

Nessuno
è normale se visto da vicino. È la frase che ricorre più spesso in
DTF St. Louis: una delle serie più strane, sfuggenti, belle
di quest'anno. È una commedia nera? È un thriller erotico? È tutto
e il contrario di tutto? Voyeuristica, goffa, volutamente cringe,
racconta il risveglio di un trio di cinquantenni dell'estrema
periferia. Lui, Bateman, è un meteorologo insoddisfatto. L'altro, un
Harbour da Emmy, è un interprete della lingua dei segni che patisce
la disfunzione erettile e i chili di troppo. Tra loro, c'è
Cardellini: la moglie del secondo. C'entrano un'app d'incontri e un
appuntamento in cui scappa il morto. Scritta e diretta da Steven
Conrad, con un cast in stato di grazia, la serie ruota intorno a un
triangolo in cui non mancano né i feticismi né le tenerezze, mentre
indaga il detective Jenkins: chi ama chi, soprattutto quando c'è di
mezzo un'assicurazione sulla vita? Specchio nero della generazione
dei boomer, la serie affronta il supremo dei tabù: quello della
vulnerabilità maschile. E alla fine sarà impossibile non portarsi
nel cuore il protagonista (trovato morto già nel pilot), con il suo bisogno
di essere visto, compreso, desiderato. Anche a costo di accettare un
match con un perfetto sconosciuto. E di spingersi in una piscina
dismessa, in una notte buia e tempestosa. (8)

È
la nuova serie TV del pluripremiato autore di Adolescence.
E tutti, a quest'ora, dovrebbero parlarne. Perché Jack Thorne torna a raccontare l'inferno
privato dei nostri nostri bambini, fragili e feroci. Questa volta, la
riflessione parte dal classico senza tempo di William Golding:
Il signore delle mosche.
Ambientata su un'isola tropicale, in un microcosmo senza regole né
adulti, la miniserie Sky – presto anche su Netflix, dove otterrà
maggiore visibilità – analizza le spaventose dinamiche di potere
che prendono piede tra i superstiti di un disastro aereo. Sono
maschi. Hanno tutti undici anni. Tutto è un gioco: perfino farsi la
guerra. Introspettivo, sanguinoso, angosciante, l'adattamento è un
delirio di onnipotenza dal fascino tribale, in cui gli stridori delle
colonna sonora e la fotografia acida gettano in un incubo che lascia
scioccati e stupefatti. Attuale come non mai a settantadue anni dal
romanzo, questa visione nera e pessimista ti lascia con un dubbio. I
giovani sono speranza, vero? Sono futuro? Ma quale futuro? (7,5)

Lui,
John, è il figlio del compianto Presidente Kennedy: scapolo d'oro in procinto di lanciare una nuova rivista. Lei, Carolyn, è
la promettente pupilla di Calvin Klein: c'è il suo intuito dietro l'ascesa di Kate Moss. Sono glamour, ricchi,
innamorati. Cosa potrebbe andare storto? Ryan Murphy produce una
nuova serie antologica dedicata alle storie d'amore più famose e
sospirate – ci sono già supposizioni su quale sarà la prossima.
Questa, destinata com'è noto alla tragedia, ci trasporta nella magia
degli anni Novanta e nell'inferno della sovraesposizione mediatica. I
paparazzi, già complici della morte di Lady D, uccideranno anche la
relazione tra i protagonisti? C'è qualche lungaggine di troppo. A
tratti, aria patinatissima: da soap opera. Il cast, eppure, è di
quelli delle grandi occasioni (Watts è una Jackie straordinaria,
Gummer la degna figlia di mamma Meryl) e, nell'intendo di far
rivivere il mito e la maledizione della famiglia Kennedy, Love
Story
segna la nascita di due nuove star: Paul Anthony Kelly (ex modello,
esordiente) e Sarah Pidgeon (perfetta nei manierismi, nelle pose, e
con un naso che è già iconico). (7)