venerdì 21 giugno 2024

Miniserie fatali: L'arte della gioia | Baby Reindeer | Mary and George

Inganno, sesso, omicidio. Ma, al termine di una lunga catena di nefandezze, ecco sopraggiungere un'incontenibile gioia. Sopravvissuta a un'infanzia verghiana, l'orfana Modesta gioca con le vite altrui. Prima accolta in convento, poi ospitata in un asfissiante palazzo nobiliare, si muove, scandalosa, nel buio seducente della miniserie di Valeria Golino. In arrivo su Sky nel 2025, l'adattamento del romanzo omonimo è in sala per farsi ammirare sul grande schermo. I sei episodi traspongono le prime 150 pagine di un cult che ne conta 500. I primi tre mostrano Modesta alle prese con l'infatuazione per suor Jasmine Trinca: l'erotismo è alle stelle. Gli ultimi si spostano nei salotti del cinema di Ivory, dove una Modesta ancora più machiavellica attenta al potere della principessa Valeria Bruni Tedeschi: esilarante e impietosa, l'attrice franco-italiana si conferma la nostra Streep. A palazzo Brandiforti la protagonista bramerà le carezze della principessina Alma Noce, ma vibrerà di passione a cavallo con Guido Caprino. Sontuoso e liberatorio, folle ed erotico, L'arte della gioia arriva dopo Povere creature e Saltburn, ma li precede nel tempo: il romanzo, infatti, è degli anni Settanta. L'antieroina diretta dall'eccezionale Golino diffida della sua stessa ombra ma ammicca allo spettatore. È la progenie di Bella Baxter e cammina, assetata di mare, nella Catania di inizio Novecento: è il primo passo affinché Barry Keoghan, poi, possa ballare nudo sulla scena del delitto. Piromane, mette a ferro e fuoco le convenzioni sociali e ci regala il ritratto di una nuova ragazza in fiamme: (im)modestamente, si chiama Tecla Insolia. Vent'anni, indimenticabile, senza catene. (8,5)

Siamo vittime e carnefici della società che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità. Ma essere maschi non ci rende automaticamente figli del patriarcato. Soffocati da una visione machista della mascolinità, sottoposti a standard di prestanza fisica o coraggio irrealizzabili, viviamo anche noi un segreto senso di inadeguatezza. Anche noi ci sentiamo frangibili. E, a volte, fatichiamo a riconoscerci come vittime. Cosa direbbero in questura se un ragazzo forte e in salute denunciasse gli abusi subiti da una donna, per di più in sovrappeso e di mezza età? Cosa direbbero se questo stesso ragazzo, etero a suo dire, aggiungesse di essere stato stuprato da uno sceneggiatore televisivo? Il cromosoma Y non protegge dalla violenza. Baby Reindeer, la miniserie di cui tutti parlano, è una visione inedita della vulnerabilità maschile. Breve e affilata, racconta l'odissea psicologica di un aspirante comico perseguitato da una stalker. Nel passato di lui, però, si nasconde una vicenda di bugie e vergogna che l'ha condotto in una spirale senza ritorno. Può una psicopatica rispondere al nostro disperato bisogno di attenzioni? Può una violenza lacerarci a tal punto da portare alla luce aspetti di noi mai metabolizzati? Breve, scomodissima e dall'epilogo perturbante, la dark comedy autobiografica del sorprendente Richard Gadd non ha paura di mostrare al pubblico le contraddizioni dei protagonisti. Stratificati, contorti, incoerenti, hanno anime fragili e un ego masochista. Sono due facce dello stesso disagio; l'uno lo specchio dell'altra. Per l'orgasmo hanno bisogno del dolore, per amare hanno bisogno di odiarsi. E la tenerezza? Somiglia ai messaggi, ora patetici, ora minatori, che ci intasano la segreteria telefonica. Per scrittura e interrogativi, per coraggio e reticenza, per bile e catarsi, resterà la serie rivelazione del 2024. (8,5)

Una spietata arrampicatrice sociale alleva il suo secondogenito alla seduzione con un solo obiettivo: farne l'amante prediletto dal re d'Inghilterra. In ballo non ci sono soltanto titoli nobiliari e privilegi, ma perfino una potenziale guerra civile. Ispirato alla storia vera della famiglia Villiers e ambientato nella corte dissoluta di re Giacomo, noto sia per le pessime decisioni in materia di politica estera che per le trasgressioni sessuali, Mary & George è un intrigante dramma in costume in cui le prime quattro puntate promettono un'orgia sfrenata a base di sangue, eccessi, nudità. Il sesso è un gioco tra potenti. Il sesso è un'arma. All'inizio irresistibile, finisce purtroppo per appesantirsi negli ultimi episodi: le macchinazioni dei protagonisti abbandonano la camera da letto, minacciano di condurre a una guerra con gli spagnoli per puro capriccio, e i toni diventano più convenzionali; i ritmi più compassati. L'emergenza politica toglie spazio al vizio. Più accurata del previsto senza però rinunciare a una vena rock 'n roll, la miniserie Sky ha i suoi punti di forza nella magnificenza del comparto tecnico e nel cast. È un piacere vedere gigioneggiare Julianne Moore: mai così divertita e crudele, inanella l'ennesima performance magnetica. Ma mentre Tony Curran è un sovrano tormentato e vulnerabile, non convince l'ormai onnipresente Nicholas Galitzine. Bello sì, ma di una bellezza troppo adolescenziale e contemporanea, stona in una ricostruzione seicentesca ed è sprovvisto del sex appeal richiesto al ruolo. Non memorabile, la miniserie mette però a nudo scandali e personaggi: consigliata agli amanti dei period drama più spicy. (6)

giovedì 13 giugno 2024

Recensione: Triste tigre, di Neige Sinno

| Triste tigre, di Neige Sinno. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |

C'era una volta una bambina con il nome di una principessa delle fiabe. Prima di quattro figli, Neige vive un'infanzia avventurosa in una famiglia di alpinisti un po' hippy. La sua innocenza finisce a sette anni: il nuovo marito della madre, un giovane uomo vigoroso e imprevedibile, comincia ad abusare ripetutamente di lei. Neige lo denuncerà soltanto negli anni dell'università: troppo grande la paura che una parola senza ritorno, “stupro”, possa sconvolgere l'idillio. Costretta al silenzio, allevata nella menzogna, rifiuta la psicoterapia e la saggistica: si rifugia in un'appassionata vita interiore; nei mondi della narrativa. Triste tigre, autobiografia di un abuso, è la storia di una bambina che non c'è più. Agghiacciante ma illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, vario e metaletterario, il testo vincitore del Premio Strega Europeo affronta un argomento scabroso da innumerevoli prospettive. Abilissima nel dire l'indicibile, l'autrice rinuncia a qualsivoglia pietismo e indaga con audacia, ferocia e lirismo l'intimità improvvisa fra padri e figli, vittime e carnefici; le zone di grigio in cui si impantanano i pensieri intrusivi, la malagiustizia, l'ironia del destino.

Ho una vita interiore. Una grande, un'infinita vita segreta e interiore e totalmente mia. Ricordo me da piccola, mentre mi dico che, con quello che vivevo, avrei potuto essere rinchiusa dentro una cassa per anni e riuscire comunque a vivere all'interno dei miei pensieri. Io posso vivere qualsiasi cosa e riuscire comunque a prendere un momento per me, a portarmi a passeggio nel mio mondo, quello di dentro.

È più facile ammettere di essere state vittime di un tiranno o di un patetico uomo medio? Ha senso parlare di consenso o piacere, quando a essere oggetto di attenzioni è un bambino? È possibile mettersi nei panni del nostro aguzzino? Sinno, contraria alle narrazioni che umanizzano gli stupratori e rendono astratti i dolori delle vittime, si muove tra attrazione e repulsione in un regno di tenebre: legge avidamente Nabokov; ama uomini di trent'anni più grandi e il sesso orale; accarezza sua figlia e pensa, per una frazione di secondo, a quanto sarebbe semplice lasciare scivolare poco più giù la mano. Tigre e agnello, citando Blake, condividono il medesimo creatore. Chi, potendo scegliere, non si preferirebbe predatore? Neige Sinno è una scrittrice di razza: non una vittima che scrive libri. Offesa dai personaggi letterari sublimati dal sacrificio, rivendica in queste pagine la sua unicità: il diritto di essere vittima. L'autofiction, così, diventa una scelta etica ed estetica che potrebbe spiazzare lettori abituati a narrazioni, e dolori, più lineari. Equilibrista sull'abisso, Sinno veste una camicia di ortica e, a dispetto delle vertigini, non cade mai. Non per questo, però, è incolume. La letteratura non ti salva dal passato: nulla lo fa. Ma può rievocare, oltre al buio viscoso di uno scantinato, la libertà della pioggia in estate. È allora, in un tempo sorprendente perché ciclico, che la nostra piccola principessa può inseguire lucertole e bagnarsi, libera, sotto un acquazzone che lavi via l'afa. E il sangue.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman - Behind the Wall

venerdì 31 maggio 2024

Recensione: Trilogia della città di K., di Agota Kristof

|Trilogia della città di K., di Agota Kristof. Einaudi, € 14, pp. 384 |

Quando ho chiuso Trilogia della città di K, ho sentito il bisogno di sfogliarlo a ritroso. Ho recuperato un foglio volante e ci ho appuntato sopra nomi propri, cronologie, dettagli di un intreccio narrativo che cambia a piacimento e sconvolge. La scrittura è ordine e chiarezza, pensavo a torto. Ho condiviso le mie annotazioni con altri lettori: come me, a fine lettura, dichiaravano confusione. Ma le nostre opinioni sui misteri di Agota Kristof non collimavano. Le interpretazioni sul romanzo, anzi, si moltiplicano; il gioco di specchi si complicava. A chi appartenevano le parole lette? C'era una verità univoca, o la trilogia era una lunga bugia? Quanti erano i narratori inaffidabili: uno o due? Ambientato in un conflitto senza nome, in una città dell'est dall'identità violata dagli invasori stranieri, due gemelli temprano corpo e spirito a un passo dalla frontiera. Disabituati all'amore, alimentano una perversa fascinazione e nutrono uno strano senso della giustizia. In prima persona plurale, documentano le loro giornate sul Grande quaderno nascosto in soffitta. Man mano si passa a una narrazione in terza persona. Nella progressiva messa a fuoco, il periodare si fa articolato, i capitoli si allungano e i gemelli, finalmente distinguibili e collocati su uno sfondo meno favolistico, sperimentano lo struggimento della separazione: in La prova, Lucas resta privo della sua metà e trova consolazione in una famiglia improvvisata, ma capace di tenerezza. Che fine ha fatto l'altro? Il suo nome, anagrammatico, è Claus o Klaus? Intervengono personaggi dal linguaggio sibillino, allegoria di qualcosa di ben più sfuggente. Le identità si sovrappongono e mescolano. La trama si fa più oscura. Quarant'anni dopo, le frontiere si assottigliano e le vicende trovano risoluzione in un racconto a punti di vista alterni. Le ultime pagine rivelano la natura dello strappo, l'origine del trauma. Possiamo fidarci, però, se il titolo recita: La terza menzogna?

Un libro, per triste che sia, non può essere triste come una vita.

Capace di suscitare parimenti curiosità e frustrazione, Kristof è l'attentissima Minosse di un labirinto in cui le nostre tre storie finiscono per sovrapporsi disordinatamente e in cui il gusto della narrazione, qui parente stretta della bugia, prende il sopravvento. Il filo rosso è proprio la scrittura: inseguendone il bandolo, arriveremo in una casa dalle imposte verdi, all'ombra di un noce abbandonato. I protagonisti, al contempo candidi e crudeli, fanno provviste dei prodotti di cancelleria; prendono cartolibrerie in gestione, seducono bibliotecarie con il pallino dei libri proibiti, rievocano un'infanzia scandita dal ticchettio della macchina da scrivere. Uno diventerà prosatore, uno poeta: lo faranno per legittima difesa. La Trilogia è un groviglio che infesta mente e cuore. Non ha una spiegazione né un senso: ne ha molteplici. Se me lo chiedeste oggi, per me teorizza il valore salvifico della finzione contro la brutalità dell'autofiction. È soltanto così che delle pedine inermi, in balia della violenza della Storia e delle istituzioni familiari, possono trasformarsi in soggetti attivi. Eroi della loro personale epopea tragica, vivono disavventure zeppe di morti, amplessi, ardori e mostruosità. Ma la spettacolarità futurista della guerra – macabra ma irresistibile – arde i noiosi salotti borghesi: è soprattutto lì, infatti, che si annidano mine mortali. Se me lo chiedeste domani, invece, chissà. È una storia che cambia pelle. E, nel frattempo, cambia la tua.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Max Richter – On the Nature of Daylight

lunedì 27 maggio 2024

Recensione: I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna


 I giorni di Vetro, di Nicoletta Verna. Einaudi, € 20, pp. 448 |

Per rievocare una guerra maledetta che «ha ammazzato tutti, anche i vivi», Nicoletta Verna diventa medium pur di intercedere con gli spettri di un mondo in fiamme. Dopo un esordio di chirurgica bellezza, è tornata finalmente in libreria con un romanzo d'altre epoche, che si snoda implacabile dal delitto Matteotti alla Liberazione. Nemmeno l'arrivo degli alleati rimarginerà, in conclusione, le voragini. Siamo in una Romagna di balere, concorsi di bellezza e fuoco. Lì, presso il Grand Hotel di Castrocaro, nascerà la Repubblica di Salò. Ma sulle montagne, intanto, un gruppo di fuorilegge è armato fino ai denti per l'idea della libertà. L'autrice, questa volta, intinge la penna nel sangue vivo. Macchia e straborda, e il rosso densissimo non sbiadisce. È una Storia di fantasmi, la sua. La protagonista, dunque, non poteva che essere una creatura liminare come Redenta: sopravvissuta alla polio, accompagnata dalle apparizioni dei fratelli defunti e perseguitata dalla scarogna, si muove sul confine smarginato che separa i vivi dai morti.

La vita vale più di un'idea”. “Dipende da quale vita. E da quale idea”.

Il padre le ha attribuito un nome breve: sarà più semplice inciderlo sulla lapide, quando creperà. Redenta non crepa: si innamora di un futuro partigiano, il sognatore Bruno, ma va in moglie a un gerarca fascista pluridecorato in Abissinia, Vetro. Redenta parla tardi e poco, ma sente forte: e, dentro di sé, in segreto, alimenta una voce assordante. Redenta ha una gamba matta: procede piano, ma arriva dappertutto. Vittima di un marito-orco capace di gesti di raccapricciante sadismo, la giovane donna è prigioniera della fiaba di Barbablù. Rischia la morte anche Iris, la seconda voce narrante del romanzo, ma per perseguire un ideale: dotta e bellissima, ha abbandonato l'insegnamento per amore del leggendario Diaz, il leader partigiano ricercato dal battaglione M. Mentre Redenta subisce la violenza, vivendo ora attese struggenti e ora i morsi della miseria, Iris è in prima linea: leggiamo di lei come se fosse l'eroina di un romanzo di spionaggio, in cui l'energia futurista del conflitto genera un'eccitazione mista a orrore. Sì è mai realmente soggetti attivi, tuttavia, sotto lo schiaffo della storia? È proprio nelle disgrazie che il cuore degli uomini è solito mostrarsi nella sua più nuda verità.

No che non ti ammazza”, avrei voluto dirle. “Purtroppo resti viva. E domani ti ricorderai di questa pena e ti sembrerà che non sia mai finita. Perché il male che patisci una volta lo patisci per sempre”.

Tra nefandezze e amori impossibili, rivalità e confidenze, le protagoniste si scopriranno più vicine del previsto sotto lo sguardo imperscrutabile di uno degli antagonisti più spregevoli della mia memoria di lettore. Indimenticabili per umanità e ferocia, questi Giorni di Vetro in cui «non c'è niente di vero, eppure non c'è niente di falso» sono fusi insieme da un'autrice abile come gli artigiani di Murano. Tra le qualità di Verna, eppure, non c'è la delicatezza. Ha mani pazienti ma pesanti; una lingua di tritolo. Seduta in bilico su una pila di macerie fumanti, sporca di cenere, l'autrice conta i caduti e fa una stima dei danni. Ma nelle sue pagine, benché tragiche, per fortuna non tutto è perduto; non tutte le cause si rivelano perse. Salvare qualcuno significa salvare sé stessi. E le bastarde senza gloria di Castrocaro resisteranno – ed esisteranno – per darci una lezione quanto mai attuale: perfino sotto le bombe, è vietato morire per mano di un amante violento.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Barbara Pravi – Voilà 

giovedì 16 maggio 2024

Recensione: Quella sera dorata, di Peter Cameron

| Quella sera dorata, di Peter Cameron. Adelphi, € 12, pp. 318 |

Peter Cameron scrive i dialoghi più belli del mondo. È il primo pensiero davanti all'arguzia, alla naturalezza e alla classe dei protagonisti di Quella sera dorata: a detta dei conoscitori, forse il romanzo più memorabile dell'autore americano. Ambientato in Uruguay, in un Eden splendido ma segretamente decadente, segue la missione di un dottorando in odore di pubblicazione: Omar, ventotto anni e tante ambizioni confuse, vorrebbe scrivere la bibliografia di Jules Gund, scrittore da poco morto suicida. Gli eredi, tuttavia, negano fermamente il consenso. Spinto da una fidanzata ben più volitiva di lui, l'aspirante autore vola dal Kansas al Sud America come la Dorothy del Mago di Oz. Al termine del sentiero di mattoni gialli lo aspetta la villa di Ochos Rìos, popolata da strampalati abitanti da persuadere. Su cosa fare leva pur di raggiungere l'obiettivo: il proprio fascino naïf o la compassione?

Lo champagne non è mai uno sbaglio.

Dopo aver indagato i tormenti tardo-adolescenziali del protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, a ben vedere vicinissimi a quelli di questo Omar in crisi creativa, Cameron ci delizia con una commedia corale piena di false cortesie e, a dispetto delle conversazioni fittissime, di significativi non detti. Il cast d'insieme comprende: Caroline, la vedova di Gund, ossessionata dal senso di incompiuto della sua vita artistica e matrimoniale; Arden, l'amante, all'apparenza arresasi al ruolo di sfasciafamiglie, ma in realtà desiderosa di innamorarsi ancora; Adam, il fratello omosessuale, che a suon di cinismo nasconde l'amarezza per l'età avanzata e la crisi con Pete, il compagno a cui non sa dare né l'amore né la libertà. Perché si ostinano a restare in quella villa ai confini del mondo, mantenendo integro un assurdo ménage domestico, se il loro collante è ormai venuto meno? Perché la diffidenza verso una biografia autorizzata: paura di cosa potrebbero scoprire del capofamiglia, o di loro stessi?

Sono arrabbiata, Omar, ma questo non esclude l'amore. Le due cose possono coesistere, sai. Sono capace di provare diverse emozioni allo stesso tempo. Sono una persona complessa. La vita è complessa. L'amore è complesso. Non è semplice. Non sono compartimenti stagni.

In anticipo sui tempi, il romanzo ironizza sull'ossessione della verità nella società dell'apparenza — basti pensare al continuo fiorire di biopic sui personaggi dello spettacolo, alla moderna propensione per l'autofiction, ai podcast radiofonici a proposito di crimini e misteri irrisolti — e si sofferma sulle esistenze dei “parenti di”, illuminati di una luce riflessa che non ne dissipa mai a sufficienza le ombre. Purtroppo o per fortuna, quello che succede in Uruguay non resta in Uruguay. Il perturbante arrivo di Omar, infatti, segnerà un prima e un dopo: niente sarà piu lo stesso. Dimenticate, però, le convivenze tossiche dei recenti May December o Saltburn. Lieve, esotico, romanticissimo, Cameron ci culla — e ci cambia — con i calici di rosato, i completi di lino, l'ozioso brusio degli alveari, il profumo soave del glicine in fiore e delle erbe aromatiche. È l'inizio dell'estate. Ci sono le stelle in cielo e, vestiti a festa, ci si attarda a guardarle. Il desiderio espresso? Che ”quella sera dorata” duri in eterno.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ornella Vanoni – Tristezza

venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

lunedì 29 aprile 2024

Recensione: Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai

| Ho qualche domanda da farti, di Rebecca Makkai. Bollati Boringhieri, € 19, pp. 480 |

Come in Le regole del delitto perfetto, un'insegnante dà ai suoi allievi un singolare compito per casa: indagare su un omicidio compiuto trent'anni prima. Come in Only Murders in the Building, l'ossessione per il true crime spinge un gruppo di detective improvvisati a ficcanasare tra i dettagli di una storia di sangue: non andrà bene. Rebecca Makkai torna in libreria, con un thriller perfetto, su carta, per diventare una serie TV. Prolisso e dispersivo, invece, invoglia più a mandare avanti veloce che a fare binge watching. L'intreccio, destinato a dipanarsi in quasi cinquecento pagine ma non a trovare una risoluzione definitiva, gioca con la nostra ossessione per la verità. Davanti a un caso di cronaca nera, siamo tutti voyeur. Non ci rassicurano nemmeno i verdetti. Quando qualcuno viene incriminato, di rado crediamo che giustizia sia realmente stata fatta. Olindo e Rosa sono gli artefici della strage di Erba? Il DNA che inchioda Bossetti è stato sistemato ad arte sulla biancheria di Yara? Amanda Knox, col suo visino d'angelo, ce la conta davvero giusta? Per quanto immaginario, il giallo di Makkai parla dell'ennesima vittima di femminicidio: Thalia, sedici anni, fu trovata riversa nella piscina della scuola.

Solo perché non riesci a immaginare qualcuno che fa qualcosa non significa che non ne sia capace.

Correvano gli anni Novanta. Gli adolescenti consacravano altari a Kurt Cobain e gli assassini erano puntualmente afroamericani: così è stato per Omar, preparatore sportivo, condannato per l'omicidio dell'adolescente. Si tratta di un caso di mala giustizia? Bodie Kane, ex allieva della Granby ormai celebrare nell'ambito della critica cinematografica, torna sulla scena del crimine. Divorziata e irrisolta, rivive il passato a ogni passo, con la speranza di cambiarlo. I suoi vecchi professori sono ancora in carica. I ricordi delle amiche e dei conoscenti, dei bulli e delle spasimanti bruciano ancora nell'orgoglio. Per fortuna sono cambiati i rapporti di genere, anche se l'ondata me-too travolge anche l'ex marito. Per fortuna sono cambiati gli adolescenti, più schierati. L'autrice si impelaga in un romanzo che ha troppa carne al fuoco. Il giallo passa presto in secondo piano, appesantito dalle stoccate femministe; dalle shitstorm su Twitter a proposito di molestie e razzismo; dalle riflessioni su un falso Eden, provinciale ed elitario quanto il sistema giudiziario americano. Cara Makkai, anch'io ho qualche domanda da farti. Perché dilungarsi con le relazioni sentimentali della protagonista? Perché il continuo rivolgersi a Bloch, professore di teatro sotto sospetto, senza mai farlo comparire in scena? Perché lasciare spazio alle teorie del complotto, ai dati, alle statistiche, se la riapertura del processo avviene a porte chiuse? Logorroica, tergiversi e impieghi fiumi di parole per distoglierci dalla povertà della tua inchiesta. Inefficace come thriller, il tuo ultimo romanzo può funzionare soltanto se letto in chiave amarcord. Più che un maxiprocesso, infatti, è una pizzata di classe in cui tutti parlano troppo e troppo forte mescolando gossip e tragedie alle foto d'epoca. Per essere al centro dell'attenzione, e dei disastri. Per sentirsi vivi.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sophie Ellis-Bextor - Murder on the Dancefloor