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venerdì 30 dicembre 2022

Recensione [romanzo e film]: Bones and All, di Camille DeAngelis

 | Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |

“A diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso, sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo. C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la bussola in un epilogo monco e sospeso.

Quella sera ho scoperto che ci sono due tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa riempire.

Per fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato (aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw), Bones and All usa lo splatter per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il sangue sulla faccia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger

venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

venerdì 28 giugno 2019

Mr. Ciak: La mia vita con John F. Donovan | Beautiful Boy | Serenity

Il cinema, la sessualità, le mamme. Alla luce del mio recente recupero, impossibile non pensare alla poetica di Pedro Almodòvar: uno dei pochi registi stranieri a non avere mai ceduto alle sirene delle major. Nell'errore, al contrario, è incappato l'adoratissimo Xavier Dolan: il ragazzo prodigio, ormai cresciuto, sognava Hollywood sin dall'infanzia. Il suo sogno americano, non a caso, contiene tracce innumerevoli di lui. Attore bambino con la cameretta tappezzata di poster, tormentato a scuola al suon di insulti omofobici, fa dell'ambizioso Jacob Tremblay il suo alter-ego; trova rifugio, per fortuna, nell'intrattenimento – vengono citati Jumanji, Il giardino segreto, la saga di Harry Potter – e nella venerazione di un teen idol sulla cresta dell'onda. Come starà vivendo il suo mito i giorni di gloria? Partito per l'estero ma sempre nella sua comfort zone, Dolan cerca compromessi che non lo accontentano fino in fondo. Ma la stessa frustrazione, diciamolo subito, non è vissuta anche dagli spettatori. Lontano dal disastro descritto dagli statunitensi, La mia vita con John F. Donovan non è forse l'opera della maturità che si domandava a un regista trentenne ma, benché mainstream, mostra un Dolan che non si tradisce. A differenza dei classici tranche de vie della provincia canadese, il suo ultimo film è un triplice melodramma: macchinoso giacché scrittissimo, scricchiola a causa di una scrittura romanzesca che nel bene e nel male limita i colpi di testa dell'autore. Rivestito di tutto punto, il regista in trasferta porta con sé la coperta di Linus dei temi cari pur rivestendoli con la patina attraente del cinema a stelle e strisce. Mentre la giornalista Thandie Newton prende appunti, assistiamo alla biografia fittizia di una stella emergente che vendette l'anima al successo. Particolarmente coraggiosa, allora, appare la scelta di un Kit Harington a un passo dall'implodere: la star della HBO polemizza con il suo ruolo di mentore del piccolo schermo e, con amara ironia, anticipa le dipendenze che di recente lo hanno condotto in rehab fra un pettegolezzo all'altro. Omosessuale represso, si ritrova nelle canzoni a squarciagola alla radio o nella vasca di mamma: una Saradon invadente quanto la miglior Dorval, a cui si contrappone dall'altra parte una Portman fredda e disattenta. La sceneggiatura è un taglia e cuci a cui neanche il montaggio funambolico riesce a star dietro. Per questioni di minutaggio sono stati tagliati personaggi e passaggi: su tutti, imperdonabile, quello a proposito della nascita di una scandalosa amicizia epistolare che nei fatti non c'è, quando dovrebbe essere invece il cuore della storia. Ma restano quel paio di scene madri da pelle d'oca; una colonna sonora che spazia da Florence ad Adele, dai Verve ai Green Day; un cast esageratamente assortito, con piani narrativi che combaciano purtroppo a fatica con il resto. Il regista canadese fa i conti con le aspettative altrui, la fama precoce e il bullismo subito, in un'altra questione privata che somiglia tanto a una seduta psicoanalitica. In poltrona, emozionati, vogliamo bene alla perseveranza e alla schiettezza mostrate. Peccato che a rendergliene merito, al cinema, fossimo appena in tre. Somigliassero tutti a questo Dolan fuori fuoco, i flop annunciati. (7)

Cosa significa essere il genitore di un tossicodipendente che non vuole lasciarsi salvare? Ispirato alle memorie del giornalista David Sheff, Beautiful Boy racconta la sua coraggiosa odissea accanto al figlio Nic: accettato da sei college alla fine del liceo, in cerca dello svago meritato, il diciassettenne ricade nel tunnel delle dipendenze. Se un dolcissimo Carrell regala ormai più soddisfazioni come attore serio che nei passati ruoli comici, il coprotagonista Chalamet sfoggia lacrime di coccodrillo che vengono presto a noia. Gli ambienti luminosi e confortevoli delle ville alto-borghesi, distanti dai ghetti malfamati dell'immaginario collettivo, incorniciano le levatacce del primo e le notti in bianco del secondo; le ansie, i sospetti innumerevoli e le bugie impenitenti di un adolescente carismatico ma difficile da amare. L'amore di un padre, così, ispira una ricerca sul campo in una tragedia comune a tante, troppe famiglie, con un epilogo per una volta eccezionalmente fortunato. Ma la guarigione, scontata e didascalica, passa attraverso lunghi abbracci, discorsi motivazionali e ricadute snervanti in quanto continue. Depotenziando un dramma familiare già compassato, nonostante i duetti da Actor's Studio, la cui maggiore delusione è attribuibile al lavoro del regista. Dopo il meraviglioso Alabama Monroe, Felix Van Groening usa il marchio di fabbrica di un montaggio frammentario – nel film precedente una poesia contemporanea, qui fonte perenne di sconcentrazione – per girare senza un piano costruttore, al suon dell'invadente colonna sonora indie, un brutto episodio di This is us. In quale vicolo sudicio ripescare Nic; in quale clinica ricoverarlo? Molto meno affannosa, al contrario, la domanda che ci ponevamo all'inizio, sapendo Beautiful Boy tagliato fuori dalla stagione dei premi: perché il cuore freddo di critici e giurati, davanti a un caso di coscienza che – a torto, su carta – ci sembrava struggente? (5,5)

Lui è un lupo di mare con un'amante focosa in ogni porto. Lei, femme fatale poco convincente sin dalla tinta bionda, è una ex in cerca di aiuto contro il marito manesco. Potrebbe sembrare un giallo hitchcockiano, se non fosse per la presenza di un personaggio secondario che proprio non ci si spiega: un omino occhialuto e bizzarro, così fuori posto e dal ruolo così imprevedibile. Su una bellissima isola che non c'è, dove tutti sanno tutto di tutti, si muovono con il pilota automatico personaggi in crisi: irrisolti, incompresi, si consolano ora con il rum a fiumi, ora con i tuffi spericolati dalle scogliere a picco. Nel mentre, pianificano il delitto perfetto o aspettano l'arrivo delle mareggiate. Se la collega Anne Hathaway, qui al suo peggio, è un pesce fuor d'acqua, Matthew McConaughey ha sprezzo dei suoi cinquant'anni portati alla grande: fuma e trinca, praticando l'amore libero, e concede più del solito a favor di telecamera un lato B estraneo alla forza di gravità. La fotografia assolata e il sex appeal dei protagonisti, comunque, non distraggono: il bastonatissimo Serenity, altro film sabotato dalla critica, a volte incappa in scivoloni grossolani o buchi di sceneggiatura grandi quanto voragini; altre nella stranezza di colpi di scena talmente campati in aria da risultare quasi degni di stupore. Alla deriva, senza una meta condivisibile, Steve Knight – altro che ha perso la bussola, dopo il successo di Locke – si dà a una risoluzione tanto inattesa quanto surreale, incoerente con il resto ma toccante a modo suo, in cui il McConaughey nudista sembra tornare a indossare la tuta spaziale del padre di Intestellar. Un po' thriller erotico anni Ottanta, un po' videogioco avventuroso, Serenity finisce per essere un divertente nulla di fatto. Un incrocio bizzarro, difficile da incasellare nel cinema dello sceneggiatore americano e, soprattutto, nella carriera di due premi Oscar. Come hanno potuto abboccare? (5)

lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)