Lei, sorridente e con una messa in piega inappuntabile, è la classica mogliettina pronta ad accogliere gli ospiti alla porta. Lui, impiegato sottopagato, si dedica a testa bassa al lavoro d'ufficio ma nasconde un'identità segreta. Lei strega potentissima, lui robot dal cuore d'oro, sono moglie e marito su uno sfondo saltato fuori dagli anni Cinquanta. Cosa hanno da spartire Wanda e Visione – due degli eroi più amati della squadra degli Avangers – con quelle sitcom senza tempo in stile Vita da strega? Cosa ho da spartire io, ancora, nemico giurato delle produzioni Marvel, con la serie più attesa e chiacchierata dei fumetti? Bene a conoscenza degli eventi del MCU grazie agli spoiler frequentissimi di amici e parenti, ho approcciato la serie in nove episodi senza confusione. Perché questo sacrificio? Gli stessi amici e parenti mi dicevano di vincere il pregiudizio e di gettarmi a capofitto in questo esperimento metatelevisivo senza precedenti. Man mano che la famiglia dei protagonisti si amplia – nascono due gemelli; la vicina di casa, Agnes, diventa una presenza fissa –, la serie cambia aspetto. Si avanza dagli anni Cinquanta ai Duemila, passando da Genitori in blue jeans a Malcolm in the Middle. Quale stregoneria è mai questa? Cosa succede nella cittadina di Eastview, protetta da una barriera impenetrabile e da leggi tutte sue? Inutile spendere parole di troppo, gli spoiler sarebbero dietro l'angolo. Tra omaggio luccicante e immancabile thriller a tinte action, WandaVision non è forse il capolavoro di cui si è letto qui e lì – sono troppi i buchi di sceneggiatura e l'epilogo, chiassoso, non mi è all'altezza della raffinatezza del resto –, ma resta in ogni caso una serie deliziosa. È l'anello di congiunzione tra il cinecomic e il film d'autore. È il ritratto sovrumano del più umano dei drammi, ossia l'elaborazione del lutto. È la consacrazione di Elizabeth Olsen, interprete splendida e versatile, accompagnata dal più dimenticabile Paul Bettany. È, sopratutto, uno spassionato atto d'amore verso l'amore e le serie TV: che, ora come non mai, ci salvano dai conflitti, dall'isolamento e, qualche volta, perfino dai noi stessi. (7,5)
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sabato 10 aprile 2021
Sulla bocca di tutti: WandaVision | It's a Sin | Speravo de morì prima
Già
profetico lo scorso anno, con il distopico Years and Years, Russell T. Davies si conferma la penna più adatta per
catturare il meglio e il peggio dei nostri anni matti. Questa volta fa un passo indietro
e si guarda alle spalle. Verso un passato che brucia ancora.
Dichiaratamente omosessuale, Davies doveva avere la
stessa età dei suoi protagonisti quando la paura ha cominciato a
monopolizzare le conversazioni di un'intera generazione. Inizialmente
sembrava una cosa destinata a sconvolgere soltanto i lontani Stati
Uniti. In Inghilterra giovani, sfrenati, continuavano a
darsi alla pazza gioia. Succede a Ritchie, aspirante
attore che colleziona rapporti a rischio; a Roscoe, in fuga dalle
restrizioni della famiglia; a Colin, discreto ma non per
questo al sicuro. Unica donna della compagnia, la solerte Jill: un
personaggio di una bontà mai vista, devota tanto ai propri
coinquilini quanto alla causa gay. Inquadrati nella Londra dei primi
anni Ottanta, i protagonisti sono un gruppo di ventenni che
fronteggiano l'avvento
spaventoso dell'Aids. L'ansia, le bugie, il negazionismo, gli
ospedali affollati, i funerali in solitaria, la pulizia ossessiva e
maniacale, il terrore viscerale del contatto fisico. Se tutto appare
attualmente come non mai, in tempi di emergenza sanitaria, a
risollevare gli animi ci pensa una dimensione corale
degna di una sitcom bellissima. Qualche storia è a lieto fine,
qualcun'altra purtroppo no. Scopriremo di famiglie accoglienti e di
altre tenute all'oscuro. Vedremo le
conseguenze della malattia – sarcomi, linfomi, perfino demenza –
e i mezzi più ignoranti per scongiurarla – bere la propria urina,
ingerire il liquido delle batterie. Quanta umanità e quanta follia
nei protagonisti. Quanto bene gli ho voluto, nonostante avessero in
molti casi il destino segnato. Che fosse una miniserie ironica,
ben recitata e scritta benissimo, avrei potuto urlarlo al mondo anche
soltanto dopo una manciata di episodi. Ma reduce dal quinto e ultimo,
butto via i kleenex stropicciati e vi dico che la miniserie sulla
morte ai tempi dell'amore resterà tra le più indimenticabili
dell'anno corrente. (8,5)
Il
lungo addio di Francesco Totti: l'ottavo re di Roma. Sei
episodi dai toni indovinati, a metà strada tra la
verve grottesca di Boris e il piglio esistenzialista di Paolo
Sorrentino, per il biopic calcistico che non sapevi di stare
aspettando. Lontano dal
diventare un'agiografia stucchevole di matrice Rai, la serie diretta da Luca Ribuoli si conferma una fiera commedia
nazional popolare: leggerissima, ma dotata altresì di una malinconia
contagiosa, racconta cosa succede quando le luci dei riflettori
stanno per spegnersi e cita con gusto Rocky, L'attimo
fuggente e il cinema western di Sergio Leone. Nel mezzo del
cammin della sua vita, dopo venticinque anni di onorato servizio, un
“Pupone” sulla soglia dei quaranta si prepara a malincuore a
riporre gli scarpini al chiodo. E a diventare finalmente uomo. Ma
come non assecondare d'altra parte la tentazione tutta umana di
inseguire un ultimo derby; un secondo tempo della giovinezza? Al
congedo solenne partecipano figuranti d'eccezione – Del Piero,
Pirlo, Calabresi, Memphis, Guzzanti –, quei genitori onnipresenti,
dolcissimi e un po' cafoni – Guerritore e Colangeli –, i compagni
di squadra – l'esilarante Antonio Cassano su tutti, dipinto come
una sorta di delirante Lucignolo –, il nemico giurato Spalletti, la Blasi di una preziosissima Greta Scarano. Ma se la
serie andata in onda su Sky si rivela essere la sorpresa televisiva
di questo 2021 è soprattutto grazie al figlio d'arte Pietro
Castellitto: una scommessa vinta. Che ci importa che sia più giovane
e meno prestante del Francesco in carne e ossa, se becca a colpo
sicuro la parlata strascicata, le smorfie e la capacità di far battute restando serio come Buster
Keaton? Re e prigioniero all'interno di una Roma piena di
contraddizioni, il capitano giallorosso si
lascia raccontare tra pubblico e privato. E in una narrazione fluida,
dove i ricordi d'infanzia si mescolano ad autentiche visioni a occhi
aperti, segna il goal decisivo conquistando anche l'ammirazione di un
profano mai stato all'Olimpico. (7,5)
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lunedì 26 agosto 2019
Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel
Non
è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come
questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono
presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che
Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal
MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per
volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì,
perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del
nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che
mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di
Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice
l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà
l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del
film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non
ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per
costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare
l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento
galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un
esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è
una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al
tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From
Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo
imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi
e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con
noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits.
(6,5)
Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry
Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma
non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le
si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di
scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi
intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i
profani perderanno facilmente il bandolo della matass in
preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il
secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia
più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di
personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro
cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità,
né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer,
caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in
parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe
Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude
Law. (4,5)
Avevo
già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante
probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso,
per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho
aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma –
come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di
sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli
di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca
rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però,
grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca
fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel
mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la
trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per
inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia
s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou
della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della
già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone
della collega ma incanta più per l’accento, per la
bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale
ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical
del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si
lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi –
troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a
quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film
che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con
affetto. (5,5)
Quanti
segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei
record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da
rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda
nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di
genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la
Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia.
Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da
cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a
voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical
perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha
lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare
– e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei
flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini,
con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto
brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we
go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone
all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come
contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe
scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la
sua leggerezza benefica. (6,5)
Scoperta
recente, la serie di Dragon Trainer mi è
subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni
Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al
cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi
della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto
una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che
parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo
padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e
dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti,
questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro
rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in
passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di
riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e
sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi
alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel
mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra
impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e
altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica
di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o
proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio
voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar
andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)
I
protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in
una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza
di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali,
tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli,
personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy –
unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una
chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi
alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate,
tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller
psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in
spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione
fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass
rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti
colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd,
alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi
seguito non richiesto. (5)
Era
stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese,
data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato
essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il
progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal
taglio femminista, che piace all’autore in persona per la
colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon
Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali:
compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler –
erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi
dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco
stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera,
uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina
bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le
braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo
l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e
rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la
personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo
spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto
la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)
È
alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del
capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia
slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani.
Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il
sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più
surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per
tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata
dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva
sul loop temporale del film precedente: generato non dalla
provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende
l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui
non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare:
sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un
aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia
perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati.
Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno
al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a
giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica –
lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi
di paura che in passato scarseggiavano. (7)
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domenica 24 febbraio 2019
Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Copia originale | At Eternity's Gate | Spider-Man: Un nuovo universo | Gli Incredibili 2
Ci
sono biopic e biopic. Quelli sui personaggi da santificare
inutilmente e quelli
su mine vaganti da assolvere. Copia
originale, forse l'unica
sorpresa nella piattezza di questi Oscar, è parte della
seconda categoria. Chi era Lee Israel? Biografa misantropa, idealista e gattara, non credeva né nel
proprio talento né nell'amore. Rispondeva a tono, si vestiva male,
non meritava ingaggi o buoni amici. Finché non sono state le soluzioni,
gli altri, a trovare lei: prima una lettera d'autore rinvenuta in un volume
della biblioteca, e da lì la folle idea di falsificare epistole in
serie sfruttando il proprio sapere enciclopedico; poi l'affinità
istantanea con un inglese eccentrico e irresponsabile, l'istrione
Richard E. Grant, che non sa prendersi cura degli animali domestici,
proteggersi dai rischi dell'Aids o dalle domande dei
federali, eppure risulta un'indispensabile spalla comica. In un
mondo di sedicenti Tom Clancy, autori svenduti alla logica del bestseller, Lee era la pecora nera: costretta infine a
esporsi, a metterci la faccia, ma in maniera impensata. A restituirci
l'orgoglio, l'umanità e le storture di una truffatrice sui generis
con una coscienza tutta sua, è la rivelazione Melissa McCarthy:
senza mai strafare, l'attrice comica sposa il cinema
impegnato in un passaggio naturalissimo, portando con sé
una fisicità irresistibile e quello sguardo già insospettabilmente
comunicativo nei film più goderecci. In una New York alleniana,
colta e piena di note jazz, c'era una storia che la falsaria non ci
aveva ancora spifferato: la sua. Ne viene fuori una commedia
dall'impalcatura esile, ma con una scrittura elegante, sardonica e
perfino commovente: Copia originale
non conosce redenzione, e quello è il bello. Marielle Heller tocca
con un crime che sfugge alle definizioni, spiritoso e ritmato com'è,
e consacra una grande interprete. Mette in luce uno dei tanti
caratteristi a corto di ruoli memorabili. Ci regala abili duetti attoriali e
scorci sui sordidi meccanismi editoriali, a cui in particolare i lettori non potranno restare indifferenti. Alcune emozioni,
alcune simpatie, non si simulano a comando. Alcune criminali vanno
perdonate a occhi chiusi. Alcune copie, come in questo caso, sono
migliori dell'originale. (7,5)
Film
belli come un quadro. Come un quadro di Van Gogh, nello
specifico. Un arista irrequieto, dannato e intrigante, che non poteva
non meritarsi un biopic errabondo, malinconico e criptico come
questo: non necessario, forse, ma all'altezza dell'omaggio. Il
pittore è ad Arles: in cerca dell'essenza della natura, alza
il gomito, scaccia i bambini molesti e attende visite per
scacciare la solitudine che ha nel cuore. Non sono abbastanza
frequenti gli incontri con il fratello, un commovente Rupert Friend.
Non è abbastanza lunga l'amicizia con Gaugin, di ritorno dal Madagascar. La fine dell'Impressionismo ha
portato gli artisti a rielaborare il rapporto fra pittura e realtà,
e Van Gogh sognerebbe di creare un movimento intellettuale, di
circondarsi di ospiti pur di non patire la sindrome d'abbandono. Sappiamo che in un raptus si taglierà via
l'orecchio e lo offrirà in dono al collega Oscar Isaac. Sappiamo che
fine farà: merito dell'irripetibile Loving Vincent. Sulle
soglie dell'eternità non
aggiunge niente di rilevante al mito dell'uomo, non fa chiarezza
sulle modalità della sua dipartita, ma coglie lo
spirito di un personaggio che affascina ancora: benché
indagato a più riprese, proposto e riproposto. Pensavo che il
film perdesse in partenza la sfida di eguagliare la bellezza del
capolavoro d'animazione, e invece ammalia e rattrista con le sue
lunghe passeggiate nel verde e i suoi colloqui ancora più lunghi,
dal gusto teatrale. Julian Schnabel ci mette una regia da maestro,
che fra soggettive, primissimi piani e un uso marcato della macchina
a mano permette una totale immersione sensoriale: i veri
coprotagonisti, perciò, saranno gli steli d'erba, le
nuvole, il vento e la luce. Un invasamento panico,
insomma, retto da un Dafoe gigantesco e dolente, con attimi di
impagabile spensieratezza e monologhi struggenti.
Intenso, al punto che a volte si fa fatica a reggerne gli occhi grandi e spiritati; le farneticazioni dai toni messianici.
Infarcita di riflessioni estetiche e filosofiche non per tutti, con una seconda parte un po' didascalica, la visione è
lenta, perturbante, istruttiva. Per guardare attraverso gli occhi di Vincent i
demoni, i desideri, i parti creativi, e condividere con lui un
fardello pesante. Per sbirciare, dalla soglia del cinema, uno spiraglio
d'eterno. (7)
Hanno
ucciso l'Uomo Ragno, chi sia stato non si sa. Lo cantava Max Pezzali
e alla fine è successo davvero: il supereroe è morto. Questo,
almeno, accade nella Brooklyn di Miles Morales: adolescente goffo e
adorabile, con il pallino dei graffiti, un padre poliziotto e un
affezionato zio pigmalione. Al risveglio, un giorno, si accorge che
c'è qualcosa che non va: colpa dei misteriosi terremoti che fanno
tremare l'intera città, oppure del morso di un ragno nei tunnel
della metropolitana? Il protagonista pensa sia l'arrivo della
pubertà, invece sono i superpoteri. È finito in un fumetto. In una
dimensione in cui il famoso Peter Parker non ce l'ha fatta, morto
sotto i colpi di un Kingpin al solito violento e sentimentale, Miles
ha l'onere di sostituirlo: il compito, distruggere la creazione di
un villain che
scherza con i piani temporali e il destino.
Al punto che, contemporaneamente, si daranno appuntamento nella
cameretta di Miles gli Spider-Man di tutti i multiversi immaginabili:
le conseguenze sapranno come entusiasmare, attraverso
quest'apprendistato spassosissimo. Un trio di ottimi registi,
utilizzando il meglio di cui l'animazione è capace, ha proposto
sotto Natale un'irresistibile variazione sul tema; una curiosa storia
delle origini che, in nome di uno spirito malinconico e giocoso
insieme, fa faville con gli stili e le teorie quantistiche. Vengono
rivoluzionate le identità e i connotati di comprimari e antagonisti
– su tutti zia May, armatrice bad-ass,
e un Peter fresco di divorzio – e ci si prende gioco con
originalità di sequel, remake e reboot, pasticciando a fantasia con
intelligenza e colore. Nonostante un epilogo eccessivamente caotico,
che conferma il mio scarso feeling con un genere fatto di esplosioni,
onde d'urto e laseroni, Un
nuovo universo convince
appassionati e profani con un'orgia di citazioni nerd e grandi
poteri, da cui puntualmente derivano grandi responsabilità: colpi di
scena ben dosati, una tecnica all'avanguardia, un cuore eccezionale.
Grazie a un eroe vulnerabile e alla mano, che mi piaceva già
interpretato da Maguire, Garfield e Holland. E che qui torna a
conquistare in tutte le salse, in ogni universo possibile. (7,5)
Avevo
dieci anni, amavo già poco i supereroi e l'animazione digitale, e il
soggiorno presso la famiglia Parr mi era piaciuto ma non troppo. Avrò
collezionato ai tempi qualche gadget dalle merendine, adesivi o
calamite a tema, eppure la tentazione di vederlo una seconda volta
non mi ha mai tentato. Sono passati quindici anni dagli Incredibili,
e perché aspettare tanto per un sequel fuori tempo massimo? Per
insindacabile volontà degli sceneggiatori, i protagonisti non sono
cresciuti nel mentre. Non si sono allontanati di un passo degli
eventi del film introduttivo. È cambiato il target, tuttavia; sono
cambiati gli spettatori, all'epoca bambini e adesso pressoché adulti. Gli
aggiornamenti, presenti a piccole dosi, non sono dei più felici: la
dimensione corale scarseggia, purtroppo, e l'arrivo di una nuova
ondata di femminismo ha fatto sì che questa volta sia Mrs Fantastic
a ricoprire un ruolo di potere, mentre per il consorte in fermo ci
sono i pannolini di Jack-Jack, i compiti di matematica di Flash, i
sospiri d'amore di Violetta. Visivamente accattivante, offre due ore
che non pesano, nonostante la sensazione di assistere a semplici
scenette giustapposte, e un discreto intrattenimento ad alto budget.
Ci si è presi del tempo, però, senza una giustificazione valida.
Mi ripeto: quindici anni, e per cosa? Verrebbe da chiederselo ancora
e ancora, sì, davanti a una trama semplice e prevedibilissima e alle aspettative dei fan, sostanzialmente mal riposte. E io,
che fan non ero né lo sono diventato? Gli Incredibili 2 non sorprende, non volta pagina,
non matura, e cerca invano di tenere a freno un potere e un
potenziale – mi ha illuminato la mostra Pixar a cui ho assistito a
Roma lo scorso gennaio – che neppure il bravissimo Brad Bird, alla regia, sa
padroneggiare. (5,5)
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lunedì 24 dicembre 2018
I ♥ Telefilm: L'amica geniale | Kidding | Daredevil S03
Le
abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate.
Perfino io, fermo per ragioni sconosciute al primo romanzo. E le
abbiamo riconosciute a colpo d'occhio con commozione nella serie che
doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, tiriamo un
sospiro di sollievo, non ha deluso le attese. Sono nate in un rione
alle porte di Napoli. Non parlavano italiano fluentemente, solo
dialetto stretto. Erano scapigliate, vestite di poco e ambizione: a
volte amiche del cuore, altre nemiche giurate. Quanta strada hanno
fatto. Prima nelle librerie di tutto il mondo, poi in anteprima a Venezia: ora sul piccolo schermo di casa nostra, e con
cifre record, nell'evento televisivo che ha compiuto il miracolo.
Dare loro un volto, un passo spedito, riuscendo a rendere giustizia
tanto alla nostra immaginazione quanto alla loro grandezza. Siamo
nella Napoli del secondo dopoguerra, la stessa di De Filippo: i
Solara e i Carracci si fanno guerra; le donne abbandonate lanciano stoviglie come la
sceneggiata comanda; i padri padroni picchiano, i
giovani sparano, le ragazze accettano a malincuore il
destino di angeli del focolare. In queste atmosfere violente,
rischiarate a sprazzi dai bagliori di una striscia blu all'orizzonte
o dalle ripetizioni di Latino sui gradini polverosi, si muovono tra
l'infanzia e l'adolescenza Lenù e Lila: la prima contemplatrice che
poco si sbottona, ma che eppure ha uno sguardo talmente parlante da
rendere superflua la voce narrante di Alba Rohrwacher; l'altra,
invece, coetanea sfortunata ma prodigiosa – nell'impossibilità di
diventare la nuova Jo March si reinventa infatti imprenditrice – che da
piccola prende a sassate i maschi, da adulta li fa
capitombolare con lo sguardo di chi non dà soddisfazioni. Dirige Costanzo, producono Rai e HBO, e l'ardimento è di casa. Al pari dell'ultimo Cuaròn, la
serie è un tranche de vie senza apparenti guizzi che, con la
scusa di un'amicizia da rivangare, racconta uno spaccato di Italia a metà tra i coming of age e le cronache
agrodolci delle nostre nonne. Abbonderanno dunque i silenzi, gli
sguardi profondi – le esordienti Margherita Mazzucco e Gaia Girace,
senza scordarci delle controparti infantili Elisa del Genio e
Ludovica Nasti, sono meravigliose –, assieme a sequenze censurate
poiché di una franchezza scomoda e di una poesia a cui il pubblico
generalista è disabituato. Il dialetto regala immediatezza, la
colonna sonora di Max Richter i brividi consueti, e la messa in scena
– con tanto di citazioni a Rossellini o ai languori di
Guadagnino – presenta gli scorci spigolosi di una tela di De
Chirico. Si parla di ruoli: quanto contano il genere, l'istruzione e
la buona sorte? A volte il talento non basta. Serve fortuna, e
conquistarla richiede compromessi inammissibili per uno spirito
orgoglioso. A volte non basta nemmeno la fama, se vivere di
rendita non aggrada. Elena Ferrante ha tutto: la fiducia dei migliori
addetti ai lavori e una schiera fittissima di affezionati. Già al
cinema grazie a Martone, Faenza e prossimamente Maggie Gyllenhaal, la
scrittrice del mistero conferma in otto episodi la sua energia vitale
e il fascino di un microcosmo che voleva farsi costruire tassello
per tassello, filmare da un regista d'eccezione, per renderci prigionieri di un quartiere – di una dipendenza nuova – senza vie
di fuga. Storia del nuovo cognome è già sul mio comodino.
(8)
Ogni
mito d'infanzia nasconde degli scheletri nell'armadio. Pensate ad
esempio a Michael Jackson o Bill Cosby. Ai sospetti, alle accuse,
alla fine del sogno. Purtroppo o per fortuna sulla reputazione di Mr.
Pickles – Tonio Cartonio, ma con marionette
annesse – non c'è la macchia dello scandalo. È stato vittima di
un incidente nemmeno dipeso da lui, che era perfettamente
presente a sé stesso, ancorato alla cintura di sicurezza, in regola
col bollo e l'assicurazione: chi gli viaggiava accanto, però, non ce
l'ha fatta. Suo figlio è morto. Come sentirsi ancora il
papà d'America senza? Come fingere l'allegria quando i brutti pensieri abbondano? Jeff ha un altro figlio, finito nel tunnel della
dipendenza a soli dodici anni; una Judy Greer fedifraga che d'un
tratto vuole andare a convivere con l'amante; la
sorella artista Catherine Keener con un marito omosessuale in odore
di outing; il papà-socio Frank Langella con programmi alternativi
per il loro show. Nel momento del bisogno, così, tutti
si reinventano per dimenticare; tutti vogliono
rimpiazzare un conduttore sprovvisto della verve di un tempo. Non
sarebbe l'ora di aprire gli occhi ai bambini sulle delusioni in
agguato, i miracoli dell'ascolto, i qui pro quo del sesso? Se lo
chiede disperatamente un Jim Carrey di nuovo in forma smagliante:
torna sulle scene in un ruolo che ha tanto di autobiografico, buffo e
vulnerabile come solo lui sa, e rinnova su Showtime il
vincente sodalizio con Michel Gondry. Il regista francese, qui principalmente impegnato come
produttore, ci mette l'intensità del cinema indie, un po' di
stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori. Le leggi della
messa in onda vogliono rubare al protagonista i sentimenti, perfino
l'identità: spersonalizzato, trasformato ora in un videogioco, ora
in un giocattolo parlante, Carrey è sull'orlo del collasso. Innamorarsi nel mentre di una malata terminale, nutrire
un'amicizia epistolare con un condannato a morte, elargire consigli e
donazioni anche all'automobilista incrimianto non sono un'idea
troppo brillante. La furia omicida o la rivalsa di chi infine
riprende in mano le redini sono nell'aria. Il precipizio è lì, a un
passo, ma Mr. Pickles insegna che giù dalla cascata si apre spesso
un miracoloso paracadute. Quanto deve durare l'illusione?
Soprattutto, quand'è che lo spettacolo deve continuare? Non sono
tematiche queste, non sono serie TV – per qualità e impegno –, con cui
scherzare. (7)
Troppo
con i piedi per terra per prestar fede ai supereroi, mi piace però
credere nelle eccezioni alla regola e nelle buone intenzioni.
Nell'arco di un paio di stagioni ho creduto al trionfo e alla
caduta di un giustiziere con il mondo contro: folle –
anzi, cieco –, e per quello amatissimo da pubblico e critica. Meno
da Netflix, che dall'oggi al domani ha
deciso di non rinnovarlo nelle proteste generali. Riapprocciarlo
allora in ritardo, con parsimonia, e a sorpresa trovarsi davanti una
stagione senza sbavature né parentesi da sciogliere. Che fine ha
fatto Matt Murdock, avvocato di giorno e paladino di notte? Non è in
un'aula di tribunale né nel suo appartamento sfitto. Il suo studio
ha chiuso i battenti e, in tredici episodi, non indosserà mai la
tuta rossa. Prima creduto morto, poi etichettato come nemico
pubblico, si conferma un vigilante atipico perché dolente e umano:
l'eroe che piace a chi non apprezza l'universo Marvel. In
crisi d'identità, si muove nel sospetto come il
Cavaliere di Nolan. Ci sono cose della sua infanzia che non sospetta. Ci sono torti, crimini, che vanno scontati
ammazzando e non davanti a un giudice. La fede nel Diritto lo ha
tradito, lo ha tradito anche Dio. Mentre il collega Foggy ambisce
alla carica di procuratore e Karen fa i conti con mani
macchiate di sangue, il potente Fisk ha trovato l'ennesima
scappatoia dalla galera. Agli arresti domiciliari in una safe house
che ha tutta l'aria di un hotel a cinque stelle, tiene in scacco a
suon di ricatti e vendette perfino l'FBI: tutti sono
corruttibili – soprattutto Nadeem, agente con famiglia a carico, e
Bullseye, nemesi dalla mira perfetta. Sfiduciato, ateo
all'improvviso, Daredevil frequenza le chiese – a curarlo è una
suora con un segreto scomodo – e si interroga sui passi fatti, su
quelli da fare. Uccidere per la prima volta un uomo, o rimetterlo in manette con il rischio che di lì a
poco s'imbatta in un altro secondino da assoldare? La serie di Goddard conferma di non avere né effetti speciali né prodigi
mirabolanti. Non ha i superpoteri – sanguina, sfoggia i
lividi e i punti di sutura –, ma è super. Una granitica crime
story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva,
gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione
noir assolutamente atipica per il genere. Così come
atipiche continuano a essere le scazzottate in piano sequenza,
l'intensità di Cox e D'Onofrio nei ruoli della vita
– sorprendente il villain di Wilson Bethel, bello che non ballava
in Hearts of Dixie –, le polemiche per la cancellazione
immerita. Sì, perché Daredevil purtroppo si chiude qui. Con
il numero perfetto, il tre, e il migliore dei congedi:
giù la maschera, fino a svelarci il suo volto più tormentato. E per
questo più autentico. (8)
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domenica 3 dicembre 2017
Mr. Ciak - Torino Film Festival: Darkest Hour, Mary Shelley, Professor Marston and The Wonder Women
Mali estremi
richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto.
Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A
chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il
peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale
patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro,
essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione
pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi
infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente
di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del
politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi.
Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa
voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al
solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei
sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water.
Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen,
moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola
Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di
interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che
in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della
battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa
eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con
il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori.
All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di
un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile,
bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott
Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua
figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà
sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i
virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in
sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli –
per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)
Figlia
di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo
poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri.
Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane
Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta
di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto –
la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per
stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati,
vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e,
senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e
pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica
vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary
Shelley,
romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è
uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi
nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni
volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman
dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile
sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom
Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi
bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa
Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un
figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una
pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di
pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e
le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista.
Frankenstein
nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una
giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi
struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome
di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai
continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già
sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia
la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima
le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore
totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori
capolavori. (7)
Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e
affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si
piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la
studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua
bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A
quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera
da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di
voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane,
i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la
macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della
vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie –
il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù
dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo
ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po'
succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come
metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e
altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo
convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità
e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle
capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso
di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria
Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su
famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un
felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi
melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche
lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato
che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga
di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un
erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le
briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a
mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia
notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e
maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza.
Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la
biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non
convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda
moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla –
quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in
sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di
sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro
invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia
parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri
sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel
raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i
toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)mercoledì 10 maggio 2017
Mr. Ciak: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore
Conor
ha una mamma che si sta spegnendo, una nonna che non sa come
prendersi cura di lui e un padre lontano, americano, che se n'è lavato le mani. Ha tredici anni. Se avete letto la fiaba di Patrick Ness, saprete già cosa succede: un
tiglio sbuca dal terreno e raggiunge la casa del
protagonista. Gli occhi fiammeggianti, la voce di Liam
Neeson e tre storie dal mancato lieto fine. Qual è
la verità contenuta nella quarta, quella che soltanto il protagonista conosce? A Monster Calls, metafora
struggente e originale, si fa cinema grazie allo spagnolo Bayona: uno
che prima con gli spettri di Orphanage,
poi con le onde anomale di The Impossible,
sa colpire. Trasposizione curata e fedele, si conferma
una meditazione sentita sull'elaborazione, gli stati della malattia e
il lutto. Come in Ness, si evitano le frasi fatte e alla violenza dei
bulli si risponde con la violenza. Si
distruggono le cose, le case, e nelle tazze rotte e nelle finestre
smantellate si cerca invano una specie di sollievo. Il dolore è
furia cieca. E' un mostro che ti strappa dal letto e ti espone al gelo dei mancati lieti fine. Aggrapparsi
all'illusione o
abbandonarsi all'inevitabile? Durante la visione, ho
trovato gli stessi spunti di riflessione e la stessa rabbia. Si
piange, molto, e si impara la lezione insieme a un ragazzino che
sta metabolizzando il tutto. La dolcezza di Felicity Jones incontra
il rigore di mamma Sigourney Weaver, e la fiaba sposa i prodigi di una computer grafica che avrei dosato con più
parsimonia. Le fiabe del mostro, infatti, sono mostrate con
un'animazione troppo roboante che qui e lì tende a distrarre. Tra
le pagine, invece, fioccavano bellissimi disegni in bianco e nero:
l'essenzialità di cui un film già così intenso, così carico,
avrebbe avuto bisogno. A Monster Calls si
prende esagerata cura del lato visivo, ma non scorda il cuore. E te
lo restituisce sciupato, come un foglio di carta con uno schizzo a matita sopra: un angelo custode che si fa mostro,
di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa. (7,5)
Un
weekend da passare con i genitori di lei. Sbucare dal nulla, presentarsi come il fidanzato ufficiale, ma con l'aggiunta
dell'effetto sorpresa. Loro sono bianchissimi, tu no, e la tua
ragazza ha deciso di non dirglielo con la scusa del politicamente
corretto. Gli assalti della polizia raccontano un'altra storia però.
L'intolleranza è virale. Grazie al piano sequenza iniziale sappiamo
di non essere in presenza di una riscrittura di Indovina chi viene
a cena. Sappiamo che Get Out è un horror - uno di quelli acclamatissimi, sopravvalutati senz'altro, che
al botteghino fanno furore. Cosa andrà per il verso storto
nella storia d'amore tra Chris e Rose, se le presentazioni non hanno
creato ansie e imbarazzi - non più del solito? Una riunione
annuale, ospitata in giardino, piena di cibo e parenti molesti.
Domandano al protagonista (un Daniel Kaluuya dalla faccia di gomma) se gli afroamericani siano più bravi a letto, più forti nelle
competizioni, se si sentano più alla moda con Obama presidente per due mandati. Solo i domestici hanno la pelle del suo stesso colore: strani e ingessati, sono i custodi dei segreti
di famiglia. L'horror di Peele, regista che viene dal mondo
del cinema comico, è popolato da zii sui generis e inserti
grotteschi. L'inquietudine è la padrona di casa, il rumore
di un cucchiaio che picchia contro una tazzina da tè fa gelare il
sangue, ma si è combattuti tra domande e ghigni davanti alle
stranezze di una mamma ipnotista e un papà chirurgo. Divertentissimo e
claustrofobico, intelligente nel suo copia-incolla, Get Out è
attuale nel messaggio ma mai serioso. A tratti, manca della crudeltà
che ci si aspetterebbe: la realtà, soprattutto nell'epilogo,
serberebbe di certo orrori maggiori. Con cenni alla Fabbrica delle mogli, ha fughe per la
libertà annunciate sin dal titolo e un agghiacciante bingo a fine
pasto. Dotato di un lampante sottotesto politico, appare dunque una
satira – il prodotto giusto nell'anno sbagliato – in cui tutto è
a rovescio. Ipotizzando un nuovo arianesimo, tra le righe, e il
ritorno ai demoni dello schiavismo. (7)
Qualche
anno fa, complici i pareri della rete, avevo visto I guardiani
della galassia. Cinecomic fracassone con splendida colonna sonora e trama da poco, mi era sembrato
tale e quale agli altri del filone – non l'eccezione alla regola, se preferisci altro e magari soffri di una
qualche forma di daltonismo (per distinguere un personaggio
dall'altro, occhio, tocca affidarsi unicamente ai colori a fantasia della loro pelle). Avendo rimosso la visione del primo, trovavo
tutt'altro che indispensabile concedermi il secondo capitolo. Mi è
toccato accompagnare papà: uno che il cinema in solitudine non lo concepisce. In una sala non particolarmente
partecipe ho visto un sequel che in fondo mi ha divertito: di certo più dell'altro, visto in una distratta visione domestica. Seduto in poltrona non
mi annoio, anche se due ore e sedici sono troppe. Seduto in
poltrona, dove tutto è più bello e più grande, guardo a cuor
leggero anche cose che non fanno al caso mio. I guardiani della
galassia è come lo immagini. Tutto luci ed esplosioni, tutto botte da orbi e rumori. Che dovresti dire, nel bene e nel male, che non sia
intuibile? La trama, ma non azzardatevi a chiedermela domani, ruota
attorno alla scoperta della natura semidivina di Star-Lord: un Pratt eclissato dal carisma di Kurt Russel, che
vorrebbe antipaticamente apparire bello e simpatico a tutti i costi. Il Groot danzerino
in apertura, il procione che si credeva un boss e un
indelicato Batista, vera rivelazione della pellicola, sono la
causa delle risate più sguaiate – non mancano i cameo folli, poi,
tra i vari Stallone, Hasselhoff e Stan Lee. Contano più i legami di
sangue o chi, senza nulla in cambio, ha abbracciato le nostre
battaglie perse? Meglio la guida del burbero Youndu o l'affinità con un padre redivivo? Possono la Saldana e
la Gillan, sorelle agli antipodi, odiarsi?
Rumoroso, veloce e un po'
stucchevole per via di quella sua morale tipicamente disneyana, ha
momenti spassosi e in cuffia un Cat Stevens da brividi. Il resto,
un falso cuore di ricotta (spoiler: in CGI pure quello) sullo sfondo di
indistinguibili ammutinamenti intergalattici. Papà, dalla sua, è d'accordo. Cosa non si fa per la famiglia?
(6,5)
Assayas,
nel bellissimo Sils
Maria,
ci aveva mostrato l'intensità di Kristen Stewart. L'attrice, lontana dallo sfarvallio dei vampiri di Twilight,
conquistava il premio César. Il regista che ha il pregio di avercela
mostrata nel pieno delle sue potenzialità poteva rinunciare a lei
nel suo lavoro successivo? Americana a
Parigi, la Stewart è ancora una volta l'assistente di una donna
capricciosa. Personal
Shopper significa
fare la spola tra faccende da poco e lunghe attese. Acquistare abiti
firmati su commissione, indossarli di nascosto per il brivido del
proibito, e tormentarsi in completa solitudine. Maureen non ha mai
smesso di piangere la morte del fratello: erano medium, complici,
gemelli. Aspetta da allora un suo segno dall'aldilà. Aguzza le
orecchie e mette in pausa la propria esistenza. Ma la fidanzata del
defunto ha trovato un altro amore. E la sua casa, forse infestata o
forse no, è già sul mercato. Una Stewart sempre padrona della
scena, arruffata ma bellissima, è in cerca di scricchiolii
significativi e della propria identità – un look definito, una
sessualità inesplorata, un lavoro che la appaghi. Interroga le
stanze buie. A testa bassa, studia i messaggi di uno sconosciuto che
incalzano sul suo cellulare. Occultismo, stalking, un omicidio a
metà e, infine, un viaggio. Una confusione di uomini eleganti e
fantasmi, hall e atelier, mentre il motorino semina il traffico e i
dettagli si annebbiano. Maureen, per tutto il tempo, è perseguitata
da malintenzionato o da uno spirito? A infrangere i bicchieri è quel
fratello desideroso di comunicare o il nervosismo di una giovane
insonne? Domande retoriche, inappagate, che fanno parte del mistero
di Personal
Shopper – fascinoso
e frustrante. Un dramma metafisico, dalle atmosfere hitchcockiane, che
riflette sulla malinconia dei sopravvissuti senza darci le giuste
chiavi di lettura. Chiedendo, forse, un'esagerata sospensione
dell'incredulità. Le certezze, quando tutto è astrazione, sono una
classe sconfinata, la tensione alle stelle per l'insospettabile
trillo di WhatsApp, le cuciture impercettibili sulla silhouette di
una attrice che cresce. (6,5)
Il
ritorno di Pif. Una conferma in cui riponevo fiducia, in un
anno – quello passato – in cui gli italiani hanno saputo stupirci con storie confezionate
con cura e cuore. Non faceva eccezione la serie ispirata
all'opera prima del regista. La mafia uccide d'estate,
tra fiaba e cronaca, toccava anche a puntate. Fedele al suo
percorso, legato alla sua terra, Diliberto è tornato con In guerra
per amore. Con lui: un asino
volante, le ricostruzioni dei borghi degli anni '40 e una
fidanzata bella come Miriam Leone. Pif torna, sì, e veste ancora i panni di un Giammarresi. Ancora, si parla di
mafia. Ma la si affronta partendo da lontano: dalle origini, da New
York. Arturo, travolto da vicende rocambolesche e comprimari buffi –
su tutti, la strana coppia (di fatto) formata da un cieco e uno
zoppo –, fa da spettatore all'avanzata degli alleati. Ma
i tedeschi erano forse il male maggiore, se il loro arrivo porta all'amara restaurazione dello status quo ante? In guerra per amore è una commedia più ambiziosa del
previsto: troppo, nonostante la nobiltà delle intenzioni.
Se il comparto tecnico è di tutto rispetto, la sceneggiatura rivela
innumerevoli ingenuità. Partiamo da una storia d'amore superflua, che da
titolo apparirebbe invece centrale. Abbracciamo, poi, coprotagonisti pieni
di potenziale e sketch comici fini a loro stessi. Quante
storie? Quanta carne al fuoco? In guerra per amore è
fatto meglio del precedente, ma è meno convincente. Storie che
cominciano senza finire, rimanendo sospese. L'amore: nella messa in
scena e, per dirlo storpiando una canzone, mai nell'aria. Anche se,
difettoso e tutto, leggero ma mica tanto, gli si vuol bene comunque.
(6)mercoledì 22 marzo 2017
Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings
Con
una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il
capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che,
sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra
cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle
stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le
canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove
sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura
in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La
Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla
scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e
opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo,
l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina
femminista venuta prima di qualsiasi Moana.
Lo fa cantando e ballando, e con una morale
nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di
Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma
Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne
espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti
disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che
cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto,
della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta
quasi traccia).
La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella
prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati
dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella
seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello
storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta
e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe -
quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la
poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta
attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)
Puntualmente,
quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il
film di turno come fosse l'eccezione alla
regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini,
sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è
l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio
padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a
sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a
vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati,
o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso
un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono
rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a
Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto
per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di
distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che
mescola polvere e malinconia. Un Léon che
passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace.
Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento
dei saluti. Mi ci sono affezionato nel
mentre, io. Cose che suggeriva il titolo,
perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di
maggiore intimità. Jackman è granitico, ma
mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che
in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non
quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i
titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla
porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan
è così che mi piacerà
ricordarlo. Con un
assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un
omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)
Per
anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza.
Poi è successo Mommy. Una visione è bastata
per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania?
Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di
Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi.
Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra;
una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il
viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno
spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo,
chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il
protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio
aspettare il dessert per stemperare l'amarezza?
Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea
Din Tei, che eppure il montaggio
sa incasellare a regola d'arte – lo
portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di
comprimari in stato di grazia. A tavola siede
l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a
sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del
testo, Dolan realizza un dramma che bello lo
è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è
collaudato e il regista, castigato, ci si
muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a
volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi
suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si
stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il
disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto
scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un
ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle
spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)
Mai
avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in
faccia non esercitava timore su un ottenne dei
primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando
non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il
cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si
riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono
cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a
tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei
pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia
di Rings vede la classica coppia di innamorati –
la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il
potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare
un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la
scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista,
guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio.
Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più
freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri
passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca
non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi
spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo,
la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del
filmato originale. Rings, come da previsione, non è
indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non
crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la
spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se
l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più
dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva
sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi
nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei
telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a
sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+)
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giovedì 25 febbraio 2016
Mr. Ciak: Deadpool, Freeheld, Pride and Prejudice and Zombies, La Quinta Onda
Non
sono un fan del cinecomic: anzi, nei riguardi del genere mi fingo
snob e indifferente. Non sono amico, nella vita di tutti i giorni, di
chi gioca a fare lo spiritoso a tutti i costi: detesto in automatico
chi tutti trovano simpatico e, nei film, faccio il tifo per i musoni.
Almeno hanno una personalità e un vestiario total black, che non
guasta. Cosa ci faccio, dunque, un giovedì sera, al primo spettacolo
di questo Deadpool, che forse era vietato ai minori e forse
no, forse era un fumettone come tanti e forse no, che forse avrebbe
potuto sorprendermi e forse no? L'impressione, a pelle, che il
mercenario chiacchierone – lo stesso che, pare, non si sappia bene
di quale sponda sia; quello che non vuole unirsi all'allegra brigata
degli X-Men e che, rompendo la quarta parete, chiacchiera
spesso con i suoi spettatori – fosse più come Kick Ass,
outsider indipendente e sarcastico, che un personaggio di Stan Lee,
inconsueto giusto all'apparenza. Partono i titoli di coda, che hanno sì del geniale, e pian piano conosciamo il pimpante
Wade, la sua sexy ragazza e la malattia che l'ha reso un supereroe.
Ma guai a chiamarlo così. Perché Deadpool è "antieroe" che si
definisce, semmai, e perché tra i suoi compiti – oltre quello di
recuperare l'amata rapita e di combattere il crimine organizzato –
c'è quello di trovare il folle scienziato dall'accento british e
costringerlo a dargli una faccia nuova. Non ha una
nobile missione, interessi politici in ballo, una dolce zia da
proteggere: con la bellissima Vanessa c'è stato il sesso, tanto e
fantasioso, ma solo dopo l'amore vero. Invasioni di spot televisivi,
articoli e clip, ci promettevano a questo punto grasse risate, il politicamente
scorretto, la Marvel che non ti aspettavi. Il cinecomic
finto-alternativo di Tim Miller, invece, riesce a stento a far
sorridere: americanissimo, intraducibile, becero. Ci si
limita a: oh, ecco le chiappe di Ryan Reynolds: quanto osa. O ancora: oh, ha fatto un'allusione e un'altra ancora: ammazza, com'è
trasgressivo. Dalla sua, la sbarazzina colonna sonora anni '80, i
comprimari buffi – il tassista dal cuore spezzato, l'amico barista,
la coinquilina cieca – e la furbizia degli affabulatori.
Sottraetegli, però, le freddure e i fardelli del pessimo doppiaggio
italiano – il cattivo chi è, Joe Bastianich in persona? Di un personaggio
eccessivo, sboccato e irresistibile su carta, resta allora una dimenticabile
oretta e mezza, in cui perlopiù se la cantano e se la suonano:
eppure, altrove, mi fanno ridere il nonsense, le citazioni, il
triviale. Qui, invece, le brutture e le parolacce lasciano il
tempo che trovano, il divieto ai minori non ha motivo d'essere e
tutto l'ambaradan pubblicitario, che ci prometteva il sesso e il
sangue, si è rivelato il più ingannevole specchietto per le
allodole. Quando il trailer, dunque, ha più idee del film in sé. (5)
Nessuno
sa come viveva la detective Laurel prima della malattia. Un tumore ai polmoni,
fulminante. L'abbandono di quel lavoro che la appassionava e l'emergere di una persona accanto a lei che né i colleghi, né i concittadini conoscevano
bene. Stacy non è semplicemente la sua coinquilina: si sono
conosciute un anno prima, hanno messo su una modesta casetta, hanno
comprato un cane. Si sono volute bene e adesso, nel momento più
buio, continuano a volersene. Ma ecco, con l'emergere di quella
doppia verità – il cancro, l'omosessualità -, i retroscena di un
ambiente sessista e le falle del sistema giudiziario americano. Un tema quantomai attuale, questo, in giorni di
chiacchiere vuote e pubbliche manifestazioni di ignoranza. Il Family
Day contro le Unioni Civili, le scritte sul Pirellone che si
oppongono alla nuova normalità. E io che mi auguravo che al Circo Massimo aprissero le gabbie, oppure che con una sommossa, con un tranello, si proiettassero
in mezzo alle false famiglie felici le sequenze clou del recente Freeheld. Un film sulla fragilità
del corpo, l'indissolubilità del pregiudizio, la purezza del
sentimento. Anche se il tema – importantissimo – è più grande, questa volta, di un cinema impegnato ma
standard. Unioni Civili? Si è favorevoli, inutile dirlo, perché
di mezzo c'è l'amore. Magari, Ennis e Jack non facevano quella finaccia lì. Magari, Adele e Emma non si
lasciavano così, su due piedi. Ma alcuni l'amore non lo capiscono, e può starci, ma in ballo non c'è solo il matrimonio, il passeggiare alla luce del sole, le adozioni di cui i più parlano e sparlano. In
Freeheld, infatti, ci sono anche le scartoffie, i cavilli
tecnici, una legge da aggiornare. Per ricevere la pensione di lei,
quando Laurel – dopo ventitrè anni di servizio – morirà. Per
non dovere abbandonare una casa costruita insieme, come se la giovane Stacy
fosse un'estranea qualsiasi. Per poterne farle visita all'ospedale e
dire sì, sono una sua familiare: a tutti gli effetti. Tratto da
un'intensa e illuminante storia vera, Freeheld scende in
piazza e si batte per l'uguaglianza – nei diritti come nei doveri,
nell'amore. Visione che mi ha commosso ma che non ricorderò a lungo. Imprescindibile, ma non per uno
spumeggiante Carrell, né per uno Shannon ineditamente magnanimo. Non
per una Julianne Moore di grande sensibilità e bravura, né per la partner
Ellen Page che, dopo l'outing di qualche anno fa, è vittima del
cliché. Ma imprescindibile, appunto, a
testimonianza che l'amore, anche se a volte deve un po' imbrogliare,
smuovere le acque, vince su tutto e tutti. E che l'unica vergogna, ora e per sempre, sarà ostacolarlo. (6,5)
E'
cosa universamente nota che i personaggi e, di conseguenza, i romanzi
di Jane Austen, a lungo, almeno, non mi abbiano ispirato ammirazione
e simpatia. Anzi. Colpa di una conoscenza preliminare iniziata con
Emma, leziosa e attaccabrighe, e di storie d'amore e etichetta
più indirizzate a un pubblico femminile. Penso, infatti, che i
romanzi non abbiano un sesso, e per capire che c'era altro, al di là
dei sospiri e dei matrimoni combinati, mi è servito l'esame di
Letteratura Inglese, due Sessioni Estive fa. Me ne sono fatto un'idea
meno superficiale e la cara Jane l'ho capita, sì, ma ci siamo
limitati a incrociarci sul grande o sul piccolo schermo,
all'occorrenza. Prendere il suo Orgoglio e pregiudizio e
stravolgerlo completamente, operazione blasfema per i più, a me non
sembrava dunque cosa chissà quanto azzardata. E se le belle e
affiatate sorelle Bennet, un giorno, incontrassero gli zombie? L'idea
è passata prima in testa allo scrittore Seth-Smith Grahame, in
libreria, e poi in sala. Pride and Prejudice and Zombies, parodia
horror dalla gestazione assai travagliata e destinata, negli anni, a
una serie sfortunata di rimandi – all'inizio, infatti, Hollywood
voleva la Portman nel cast e O'Russell alla regia -, può, pur
facendo il verso a un capolavoro intramontabile, lasciarsi guardare
con piacere, attenzione e credibilità? Il film di Burr Steers, a
sorpresa, è semiserio e curato nei dettagli – truppo e parrucco,
dico, ghigni mostruosi e effetti splatter compresi -, con
un'impensata accuratezza filologica, soprattutto nella prima ora. La
Elizabeth dell'incantevole e fiera Lily James conosce l'etichetta, le
arti marziali, il ballo di coppia. E' bene educata, in età da
marito, abbastanza istruita per rispondere a tono al Darcy del poco
carismatico Sam Riley e per respingere schiere di redivivi. Ma una
fanciulla, in sé, quante risorse può avere, di grazia? Può essere
elegante e battagliera, preziosa e selvaggia insieme? Le battute sono
spesso identiche – si parla di sentimenti, uguaglianza tra sessi,
virus mortali – e, alla dichiarazione d'amore più celebre della
letteratura, seguono attizzatoi puntati, un corpo a corpo tra lui e
lei. Per una volta, dalla mia, avrei gradito più genuina stupidità:
Pride and Prejudice and Zombies non vuole far ridere, si
dilunga anche un po' e, con il pilota automatico delle più classiche
produzioni britanniche, ha poche botte di fantasia – oltretutto,
assicurate dalla presenza di un esilarante e esagerato Matt Smith.
Per me, che non amo la versione originale, la fin toppa attinenza al
testo ha rovinato la pazza idea che c'era alla base. (Quasi) la
solita trasposizione, ma dalla chiave di lettura parzialmente inedita.
Poteva essere meglio o peggio, be', dipende dai punti di vista, ma
questi inglesi – nel cast, gli immancabili Dance, Booth, Houston e
Lena Headey – sono fin troppo a modo, glamour, per darsi al trash che
cercavo io. (6)
Il
mondo che tutti noi conosciamo cambia nel momento in cui un'astronave
di altri pianeti oscura i cieli degli Stati Uniti. Se ne sta lì,
ferma, e gli alieni non si mischiano agli uomini. Verranno forse in
pace? L'invasione, lenta e graduale, è iniziata nel momento in cui i
dispositivi elettronici ci hanno abbandonato: si vive al buio,
all'indomani della prima onda. Poi i fiumi e i mari si ribellano,
rompendo gli argini ed erodendo le coste, e infine i volatili
diffondono una pestilenza che stermina la maggioranza degli adulti.
L'ultima ondata arriva e trova Cassie, sedici anni, sola e armata
fino ai denti. In una mano il fugile, nell'altra un orso di
peluche. Due genitori sepolti, un fratello minore da ritrovare,
imparare a sparare a bruciapelo: gli invasori, gli altri,
sono uguali a noi. Da una parte, la sua ricerca e l'incontro con un
misterioso e premuroso coetaneo che vive nei boschi. Dall'altra, la
vita del piccolo Sammy in un campo militare. Se gli adulti non ce
l'hanno fatta, i bambini devono infatti imparare in fretta l'arte
della guerra. Con lui c'è Zombie, un adolescente ferito che
nell'invasione ha perso la famiglia e l'identità, e un cattivo
tenente che non guarda in faccia a nessuno. I ragazzini uccidono e
vengono uccisi, l'innocenza si perde premendo il grilletto e gli
extraterrestri, silenziosi e discreti usurpatori, ci ricordano le
nostre, di invasioni massive, quando cercavamo terre promesse, posti
al sole e nuovi continenti. Sembrerebbe, su carta, l'erede lampo di
Hunger Games: una protagonista tenace, la violenza che non fa
eccezioni, una trilogia in corso di pubblicazione. Sembrerebbe, con a
bordo una giovane attrice che è un cavallo di razza, che
lo sci-fi del bravissimo Rick Yancey, al cinema, abbia trovato la sua
dimensione ideale. Con il condizionale però. Perché La quinta
onda, trasposizione frettolosa e tiratissima di un romanzo che
qualche anno fa mi aveva molto sorpreso, racconta una storia che è
la stessa del libro che l'ha ispirato, ma che non è la
stessa. Banalizzata e ridotta ai minimi termini, diventa un
intrattenimento modesto ed essenziale, che lascia a casa i tratti
distintivi dei mondi avventuosi di Yancey – l'ironia, la crudeltà,
tre punti di vista sapientemente resi – e poco stupisce, con un
lato visivo curato a sufficienza e una sceneggiatura ridotta
all'osso: un taglio netto ai dialoghi e alla caratterizzazione dei protagonisti, le navicelle di un District 9
e gli amori impossibili post
Twilight.
Né brutto né bello, rimarrà quasi sicuramente figlio unico e
finirà diritto nel mio personale dimenticatoio: un limbo di film
visti e scordati senza remore, di occasioni perse in partenza. Quando
la logica del guadagno facile vince sul bisogno di una trasposizione,
e ci perdono la potenza, la tensione e un po' anche il cinema. (5,5)
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