È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)
venerdì 27 dicembre 2024
Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno
lunedì 28 dicembre 2020
[2020] Top 10: Le mie serie TV
10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo.
9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.
8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.
7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.
6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.
5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.
4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.
3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.
2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.
1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.
sabato 21 marzo 2020
Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place
Se
non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto
attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una
ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la
grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo
soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù,
immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della
fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente
appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse
lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a
sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di
comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema
sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone,
fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi
centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana,
coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza
dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza
l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le
protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i
ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno
al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba
come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori
emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la
prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso
particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che
si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole –
né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a
malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette
anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo
pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente,
carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno
beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già
accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi
sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti?
Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da
spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è
giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro
amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione
irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le
foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e
ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù –
Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella
figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi
spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)lunedì 15 luglio 2019
Recensione: Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante
Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la comparsa dell'indimenticato Nino?
venerdì 8 marzo 2019
Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me
Sapete,
la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di
Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit
della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic;
quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a
un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che
l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al
guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini
purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte
precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza
tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e
maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e
molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche
in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po'
dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di
un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel
cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice
partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è
troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel
melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di
Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana,
interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il
compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al
rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è
un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin
nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore.
Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a
cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse
ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa,
emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia:
ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano
dalla sua. (7)
Lei
è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un
allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se
pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted,
siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a
proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è
un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi,
a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di
una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a
cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al
piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più
pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda,
prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per
portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi
componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso,
qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo –
che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni
premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le
contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal
al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti
ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente
umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di
bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione
dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi
giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata?
– e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima
affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della
protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che
passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker
ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due
estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro
le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo
mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i
geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe
richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati.
(8)
Quanto
conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy
Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra
epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana
a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace
proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati
del Diavolo veste Prada
per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può
essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti
con la voce stridula della diva di Cantando sotto la
pioggia, allora tutto può
succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara
disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una
sorta di Big al tempo
dei body shaming. La Schumer non cambia di
una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano
crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo
pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio
e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti,
di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo
italiano, Come ti divento bella è
una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con
una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer
da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per
fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano
troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)
Quanto
conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora
una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa
nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di
Younger, le bugie le
spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso
curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra
con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra.
Ricomincio da me,
ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina
incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali,
presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette
la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di
una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che
rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica,
invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore
richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata,
è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare,
all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella
anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è
un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo
pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi
veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di
genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)lunedì 11 febbraio 2019
I ♥ Telefilm: Sex Education | La compagnia del cigno | The Kominsky Method
Si
conoscono da metà delle loro vite, e sono vite lunghe. Uno attore di
scarso successo a capo di un'accademia di recitazione, l'altro suo
fedelissimo manager. Il mondo del cinema, però, fra strizzate
d'occhio e grandi nomi fatti tanto per vanteria, resta sullo sfondo. Si sceglie di parlare d'altro: delle
gioie e dei dolori condivisi, della salute che va e che viene, dei
segreti della terza età. Non si smette di fare sesso a settant'anni,
lo sa bene il sempre affascinante Michael Douglas, che nelle sfilate
sui Red Carpet continua a non stonare con Catherine Zeta-Jones
accanto. Non si smette di considerare i propri figli alieni, lo
ribadisce uno struggente Alan Arkin alle prese con il vuoto della
vedovanza – ogni tanto, eppure, eccolo confidarsi con lo spettro
della moglie in camera da letto – e con le bizze della figlia, alcolizzata da scortare in rehab. Aggiungete
qualche vecchio problema familiare e nuove fiamme, la prostata che fa
i capricci sotto le mani indelicate dell'urologo De Vito, l'amore
altalenante ra due irresistibili brontoloni che nonostante tutto non
si stancano mai della reciproca compagnia. Otterrete, così, The
Kominsky Method: ultima fatica
di un Chuck Lorre che gioca pedine fortunate e agli scorsi Golden
Globe, complici due straordinari mattatori per fiore all'occhiello,
sbaraglia una concorrenza agguerrita. Imprevedibilmente e, se lo
chiedete a me, non troppo meritatamente. Vista agli inizi di dicembre
durante i pasti, la serie è stata una compagnia rapida e indolore di cui
parlare soltanto a vittoria avvenuta. Prima, infatti, non mi aveva tentato il bisogno di abbinare i soliti aggettivi, di
raccontarvi la solita comedy agrodolce, per la quale a torto non
vedevo un futuro. La seconda stagione è già stata confermata ai
piani alti e questa strana coppia non smette di mietere consensi in
rete (chiedetelo a Lisa, ad esempio, gerontofila doc). Affezionato
all'umorismo nero di Vicious non
meno che alla galanteria di The Old Man and the Gun, invece, io mi sono
scoperto lontano dall'ironia più godereccia di Lorre; da una serie
sulla settima arte a cui il cinema manca, strano ma vero, che nel
giorno giusto potrebbe forse strapparvi più lacrime che risate.
(6,5)lunedì 14 gennaio 2019
Recensione: Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante
Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni immediatamente successivi.
All'una tocca accettare a malincuore le leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel negozio a Piazza dei Martiri, i privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della “smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al mare – quando non è lei l'anima della festa.
Quanta verità c'era in quella frase, leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io? Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù – raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione, confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione, infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del quartiere: vittime dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i seni.
Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e lontano: irraggiungibile?
Storia del nuovo cognome è il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
lunedì 24 dicembre 2018
I ♥ Telefilm: L'amica geniale | Kidding | Daredevil S03
Ogni
mito d'infanzia nasconde degli scheletri nell'armadio. Pensate ad
esempio a Michael Jackson o Bill Cosby. Ai sospetti, alle accuse,
alla fine del sogno. Purtroppo o per fortuna sulla reputazione di Mr.
Pickles – Tonio Cartonio, ma con marionette
annesse – non c'è la macchia dello scandalo. È stato vittima di
un incidente nemmeno dipeso da lui, che era perfettamente
presente a sé stesso, ancorato alla cintura di sicurezza, in regola
col bollo e l'assicurazione: chi gli viaggiava accanto, però, non ce
l'ha fatta. Suo figlio è morto. Come sentirsi ancora il
papà d'America senza? Come fingere l'allegria quando i brutti pensieri abbondano? Jeff ha un altro figlio, finito nel tunnel della
dipendenza a soli dodici anni; una Judy Greer fedifraga che d'un
tratto vuole andare a convivere con l'amante; la
sorella artista Catherine Keener con un marito omosessuale in odore
di outing; il papà-socio Frank Langella con programmi alternativi
per il loro show. Nel momento del bisogno, così, tutti
si reinventano per dimenticare; tutti vogliono
rimpiazzare un conduttore sprovvisto della verve di un tempo. Non
sarebbe l'ora di aprire gli occhi ai bambini sulle delusioni in
agguato, i miracoli dell'ascolto, i qui pro quo del sesso? Se lo
chiede disperatamente un Jim Carrey di nuovo in forma smagliante:
torna sulle scene in un ruolo che ha tanto di autobiografico, buffo e
vulnerabile come solo lui sa, e rinnova su Showtime il
vincente sodalizio con Michel Gondry. Il regista francese, qui principalmente impegnato come
produttore, ci mette l'intensità del cinema indie, un po' di
stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori. Le leggi della
messa in onda vogliono rubare al protagonista i sentimenti, perfino
l'identità: spersonalizzato, trasformato ora in un videogioco, ora
in un giocattolo parlante, Carrey è sull'orlo del collasso. Innamorarsi nel mentre di una malata terminale, nutrire
un'amicizia epistolare con un condannato a morte, elargire consigli e
donazioni anche all'automobilista incrimianto non sono un'idea
troppo brillante. La furia omicida o la rivalsa di chi infine
riprende in mano le redini sono nell'aria. Il precipizio è lì, a un
passo, ma Mr. Pickles insegna che giù dalla cascata si apre spesso
un miracoloso paracadute. Quanto deve durare l'illusione?
Soprattutto, quand'è che lo spettacolo deve continuare? Non sono
tematiche queste, non sono serie TV – per qualità e impegno –, con cui
scherzare. (7)
Troppo
con i piedi per terra per prestar fede ai supereroi, mi piace però
credere nelle eccezioni alla regola e nelle buone intenzioni.
Nell'arco di un paio di stagioni ho creduto al trionfo e alla
caduta di un giustiziere con il mondo contro: folle –
anzi, cieco –, e per quello amatissimo da pubblico e critica. Meno
da Netflix, che dall'oggi al domani ha
deciso di non rinnovarlo nelle proteste generali. Riapprocciarlo
allora in ritardo, con parsimonia, e a sorpresa trovarsi davanti una
stagione senza sbavature né parentesi da sciogliere. Che fine ha
fatto Matt Murdock, avvocato di giorno e paladino di notte? Non è in
un'aula di tribunale né nel suo appartamento sfitto. Il suo studio
ha chiuso i battenti e, in tredici episodi, non indosserà mai la
tuta rossa. Prima creduto morto, poi etichettato come nemico
pubblico, si conferma un vigilante atipico perché dolente e umano:
l'eroe che piace a chi non apprezza l'universo Marvel. In
crisi d'identità, si muove nel sospetto come il
Cavaliere di Nolan. Ci sono cose della sua infanzia che non sospetta. Ci sono torti, crimini, che vanno scontati
ammazzando e non davanti a un giudice. La fede nel Diritto lo ha
tradito, lo ha tradito anche Dio. Mentre il collega Foggy ambisce
alla carica di procuratore e Karen fa i conti con mani
macchiate di sangue, il potente Fisk ha trovato l'ennesima
scappatoia dalla galera. Agli arresti domiciliari in una safe house
che ha tutta l'aria di un hotel a cinque stelle, tiene in scacco a
suon di ricatti e vendette perfino l'FBI: tutti sono
corruttibili – soprattutto Nadeem, agente con famiglia a carico, e
Bullseye, nemesi dalla mira perfetta. Sfiduciato, ateo
all'improvviso, Daredevil frequenza le chiese – a curarlo è una
suora con un segreto scomodo – e si interroga sui passi fatti, su
quelli da fare. Uccidere per la prima volta un uomo, o rimetterlo in manette con il rischio che di lì a
poco s'imbatta in un altro secondino da assoldare? La serie di Goddard conferma di non avere né effetti speciali né prodigi
mirabolanti. Non ha i superpoteri – sanguina, sfoggia i
lividi e i punti di sutura –, ma è super. Una granitica crime
story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva,
gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione
noir assolutamente atipica per il genere. Così come
atipiche continuano a essere le scazzottate in piano sequenza,
l'intensità di Cox e D'Onofrio nei ruoli della vita
– sorprendente il villain di Wilson Bethel, bello che non ballava
in Hearts of Dixie –, le polemiche per la cancellazione
immerita. Sì, perché Daredevil purtroppo si chiude qui. Con
il numero perfetto, il tre, e il migliore dei congedi:
giù la maschera, fino a svelarci il suo volto più tormentato. E per
questo più autentico. (8)lunedì 19 novembre 2018
I ♥ Telefilm: AHS Apocalypse | I Medici. Lorenzo il Magnifico
Quando
si è in caduta libera non resta che un ultimo gesto disperato:
tornare alle origini. American Horror Story, da otto anni a
questa parte, ha sempre avuto dalla sua ambizioni e difetti
esagerati. Dalle case infestate al circo, passando attraverso gli
istitutiti di igiene mentale e la politica contemporanea, ha saputo
rinnovarsi nel bene e nel male. Prendendo una china sfortunata da
cui, tra spettatori che danno forfait e mancati successi nella
stagione dei premi, anche gli autori non avranno
visto ritorno. Quest'anno si ripiega perciò sulla furbizia, in
mancanza di idee brillanti; e a sorpresa, pensate un po', ci si trova a rivalutare in positivo anche le caotiche Hotel,
Roanoke e Cult.
Si parla di un futuro prossimo in cui, all'indomani di un'apocalisse
ordita da una coppia di hacker sopra le righe e l'Anticristo, i
sopravvissuti vivono in un bunker arredato come una fortezza
medievale: sono parte dell'èlite – un'ereditiera, una
presentatrice tivù, una gloria del cinema horror – e per capriccio
hanno portato laggiù amanti, parrucchieri e domestiche.
Nei primi episodi assistiamo a una convivenza claustrofobica fatta di
strepiti, regole ferree e tracolli psicologici. Dal terzo in poi,
forse l'unico degno di nota, un ribaltamento a sorpresa trasforma
Apocalypse in quello
che era stato preventivamente annunciato: un crossover. Non vi dico
come né perché – i nessi, fidatevi, sono futilissimi – ma
scendono in campo le streghe di Coven,
stagione da me tutt'altro che apprezzata, per salvare le sorti della
serie e sconfiggere un Diavolo in terra agghindato a metà tra Lady
Oscar e un cattivo di
Twilight. Che fine
aveva fatto la Congrega al femminile e come ha potuto ingannare la morte? Cos'è
stato di Michael Langdon, il bambino infernale concepito
alla fine di Murder House?
Le streghe hanno trovato la passata formazione e cercano la nuova
Suprema: appaiono sprecate, a tal proposito, le partecipazioni in
sordina di Farmiga, Rabe e Bassett, se a lungo rubano la scena le
battute salaci delle sempre straordinarie Sarah Paulson e Frances
Conroy. L'incursione sui luoghi maledetti della stagione introduttiva
è d'obbligo, ma l'effetto nostalgia fa sorridere senza compiere miracoli: un inchino al cameo di Jessica Lange,
il rischio glicemia per il tardivo lieto fine degli amatissimi Tate e
Violet, e subito si scappa a far guerra contro l'Anticristo – con
una piccola tappa in quell'Hotel Cortez senza più tracce di Lady
Gaga. Veli pietosi sui flashback nella Russia dei Romanoff, su una
Bates in versione Terminator, sulle trasformazioni camaleontiche di
un Peters che cambia pelle ma resta svestito di ruoli memorabili.
Compitino presuntuoso e stucchevole, impunemente trash, l'ultimo
American Horror Story
sembra l'opera di un feticista dello show che si sognava sceneggiatore improvvisato: il risultato, godibile ma spesso
involontariamente comico, è una fanfiction fine a se stessa che
regala alla premiata ditta di Murphy la sua annata peggiore. Bisogna
forse auspicarsi conflagrazioni da fine del mondo per far tabula
rasa dello sfacelo in corso? (5)
Dopo
l'approccio negativo con la prima stagione e qualche pregiudizio di
troppo, lo scorso anno avevo evitato senza rimpianti il soggiorno
nella corte più raffinata d'Italia. Non ho conosciuto il Cosimo di
Richard Madden, così, né assistito alla progettazione della famosa
cupola di Brunelleschi. Qualcuno mi consigliava di tornare sui miei
passi, ma la pigrizia e la scarsa attrazione verso le produzioni in
costume hanno sempre avuto la meglio sull'idea passeggera di
recuperare la fortunata collaborazione tra Rai e Stati Uniti.
Approfittando della natura antologica della serie kolossal, non so
nemmeno io perché, ogni martedì sera per quattro settimane mi
sono ritrovato ad assistere agli intrighi e ai sospiri di due
generazioni successive di Medici. Cosimo e Contessina, ancora
rimpianti, si sono trasformati in leggenda nel ricordo del popolo
toscano. L'antico splendore, però, ha un prezzo salatissimo. Se le
strutture desiderate dall'illustre avo sono ancora solide e
inattaccabili, lo stesso non può dirsi del potere della famiglia. Fra la secolare rivalità con i Pazzi di Sean Bean – questa volta,
statene certi, non passerà a miglior vita troppo presto –, le trattative con gli Sforza e i disperati tentativi di
procurarsi i favori di papa Raoul Bova, gli sconvolgimenti sono
nell'aria. Con l'arte e la poesia messe ai margini, abbondano le
alleanze politiche e matrimoniali, e voltafaccia di cui si
finisce per perdere il conto. Il risultato finale non annoia né
coinvolge, grazie o a causa delle trame arzigogolate e di parentesi
romantiche rubate a man bassa a uno sceneggiato per signore. C'è la
volitiva Clarice, non la classica moglie oggetto, desiderosa di
imporsi ai danni della fatale e pessima Alessandra Mastronardi. Ci
sono i biondissimi Bradley James e Matilda Lutz – rispettivamente
Giuliano e Simonetta, in posa per un capolavoro pittorico dell'amico
Botticelli –, amanti appassionati nonostante il matrimonio
oppressivo e la salute cagionevole di lei; la sorella minore Aurora Ruffino, invece, è innamorata del nemico
giurato come in una riscrittura di Romeo e Giulietta. A
prendere le redini di tutto con un colpo di stato è il giovane
Lorenzo, amato dalle donne e odiato dai restanti altri: il britannico
Daniel Sharman, che già rubava la scena in Teen Wolf per una
bellezza e una mascella fuori dal comune, si conferma il migliore di
un cast miscellaneo – poco convincente, in definitiva, l'interazione
fra voti internazionali e nostrani, con gli ultimi penalizzati dal
doppiaggio scadente – insieme a Matteo Martari, antagonista dal
fascino sinistro. Impossibile farsi bastare l'opulenza di
scenografie, costumi, trucco e parrucco. E no, non contano nemmeno
la sigla di Skin o le scene di nudo audaci per
la prima serata. Avrebbero giovato una sceneggiatura meno romanzata e
più solida, i ritmi sostenuti proposti negli episodi conclusivi: I
Medici, tocca riconoscerglielo,
è una serie che per fortuna migliora strada facendo. Fino a un
finale appassionato e violento – la congiura dei Pazzi non poteva
che essere il logico congedo –, dove l'azione e il sangue delle
vittime sacrificali trionfano sui languori da Harmony e i buchi di
una sceneggiatura che distingue fra figli e figliastri. Nella
programmatica scena di chiusura, culmine perfetto, arriva infatti la
Primavera a rianimare in time lapse una tela squarciata. E
assieme a lei, allora, fioriscono le speranze per un prosieguo da
attendere perfino con un briciolo di curiosità aggiunta. (6,5)













