Visualizzazione post con etichetta Luca Guadagnino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Guadagnino. Mostra tutti i post

lunedì 29 dicembre 2025

La mia top 10: i migliori film del 2025






10. Wicked: For Good 

Aspettarlo ha scandito meglio il mio 2025. L'attesa è stata più magica del film in sé? Forse. Ma non vivevo un'esperienza cinematografica così sentita dai tempi della saga di Harry Potter.

9. Twinless

La quota indie. Una black comedy sull'incontro tra due solitudini. Perché perfino il lutto diventa qualcosa da invidiare, quando sei solo al mondo. 

8. After The Hunt – Queer

Doppio film, doppio Guadagnino. L'eleganza degli script teatrali contro i trip lisergici dei romanzi di Burroughs, Roberts contro Craig. La provocazione, e la classe, sono comunque di casa.

7. Here

Quest'anno ho salutato la casa in cui sono stato negli ultimi dieci anni. Ho perso il mio gatto, Ciro. Quando sono tornato alla base, a Natale, ho scoperto tutto più estraneo e vuoto; tutti cambiati. L'incanto di Zemeckis mi ha fatto far pace con il divenire inevitabile.

6. I peccatori – Bring Her Back 

Una grande annata per i film di genere. Ma se l'ibrido di Coogler punta già agli Oscar, domando attenzioni e giustizia per l'opera seconda dei Philippou. Sally Hawkins, spaventosa e struggente, è molto più iconica della villain di Weapons








5. L'amore che non muore – Emilia Perez

Due film pazzi, pieni di musica e pallottole volanti, francesissimi. Un cinema che è dinamismo puro, di cui godere sullo schermo più grande possibile. 

4. The Brutalist

Una morality play degna di Scorsese, Coppola, Anderson. Un grande romanzo americano. 

3. Io sono ancora qui

La tragedia dei desaperecidos in un film sulla forza delle donne. Torres nella performance dell'anno. 

2. Una battaglia dopo l'altra 

Il cinema di Paul Thomas Anderson è una cosa meravigliosa. Quando inneggia alla rivoluzione, di più.

1. Train Dreams 

Un film di uomini minuscoli e alberi immensi, filtrato attraverso lo sguardo del cinema di Malick e le voci di Williams, Steinbeck, Haruf, Strout. 

martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

venerdì 25 luglio 2025

I mai recensiti di metà 2025: Queer | Sinners | La città proibita | L'amore che non muore | Io sono ancora qui

Guadagnino torna a filmare l'infilmabile. Non mancano certamente i corpi, in quest'odissea tra le bettole di Città del Messico. Corpi in vetrina, che entrano ed escono nella routine di Lee: ebreo di mezza età che, dietro il fare predatorio, nasconde una sessualità mai metabolizzata. Sappiamo poco del suo passato — plasmato sulla vita di William Burroughs —, che lo perseguita in incubi e visioni. Non si accontenta più del sesso, non con Eugene: il suo ultimo amante è un'ossessione. Può un allucinogeno svelarci i pensieri più inaccessibili del partner? Dietro la patina untuosa e impolverata, al di là dei simbolismi e delle stranezze, Queer è un film di un romanticismo decadente e disperatissimo che racconta — anzi: mostra — la frustrante, compulsiva, struggente tensione verso l'altro. Craig vorrebbe soltanto fondersi con Starkey, formando uno splendido mostro a due teste. Ma non gli resta, invece, che tendere una mano verso la sua schiena nuda e immaginare di carezzargli le costole, di intrecciare le gambe alle sue. Per fortuna, Guadagnino si conferma un maestro indiscusso in materia di desiderio, e perfino quello di questo povero diavolo, inappagato, prende corpo in un cinema dove l'impossibile diventa visibile. Nella solitudine siderale dei dipinti di Hopper, così, puoi affondarci le mani come nel marmo del Bernini. (8)

Sul delta del Mississipi, negli anni Trenta, si mescolano razzismo, superstizione e musica. Influenzato dal cinema di Peele, Ryan Coogler fa dell'horror lo strumento per uno spaccato sociale vivo e palpitante. E ci regala il piano sequenza più memorabile dell'anno, dove passato, presente e futuro si mescolano sulle note di un blues. Ambientato nell'arco di una notte come Dal tramonto all'alba, mostra un gruppo di afroamericani sotto assedio — tra di loro un doppio Michael B. Jordan e un giovane diviso tra fede e chitarra. Fuori: i vampiri capeggiati da Jack O'Connell. Spietati, ma meno del Ku Klux Klan, promettono che la morte sarà il termine di ogni persecuzione. Una festa senza fine. Dolente e scatenato, Coogler commette qualche passo falso. Ma perfino quando inciampa, il suo bel mappazzone — futuro protagonista ai prossimi Oscar — si rialza e balla. La musica è un ponte con l'aldilà e l'invidia dei non-morti, che vorrebbero attardarsi per assistere allo spettacolo dell'alba. Il cinema ha lo stesso potere. E allora ben vengano diavoli e vampiri: che si accomodino in platea, assetati di vite e storie — Sinners ne offre a fiotti. (7,5)

Mainetti fa centro. Di nuovo a Roma, sempre in equilibrio tra comicità e violenza, confeziona uno spettacolo che ha il respiro del cinema internazionale e il sapore della favola. Lungo e ambizioso, mette troppa carne al fuoco. Più che presunzione, però, dietro sembra esserci la stessa generosità che animava Lo chiamavano Jeeg Robot. Quali traffici si nascondono dietro il ristorante cinese del titolo? Cos'hanno in comune un cuoco e un'immigrata che domanda vendetta? A metà tra Kill Bill e Borotalco, tra la Cina del figlio unico e l'Italia multietnica dove i ristoranti stranieri scalzano le trattorie, Mainetti racconta una tenera storia d'amore e l'eterno scontro genitori-figli. Qui, però, ogni conflitto è una coreografia esaltante in cui Yaxi Liu picchia come Jackie Chan. Accanto a lei il dolce Borello, schiavo dell'attività di famiglia, e la coppia Ferilli-Giallini, alle prese con un microcosmo da salvaguardare con mezzi leciti e non. Strabordante e delizioso, La città proibita è un mix che fa tesoro delle differenze culturali e faville con gli ingredienti del suo cast. Chi immaginava che gli spaghetti all'amatriciana potessero mangiarsi anche con le bacchette? Noi, fan della prima ora, sì. (7,5)

Come molte parole della nostra lingua, anche “cinema” ha un'etimologia greca: significa “movimento”. E il secondo film di Lellouche — incompreso a Cannes, ma protagonista di uno straordinario successo in Francia — non arresta mai la sua corsa. Convulso, sanguinoso, romanticissimo, segue il rincorrersi di due protagonisti belli e maledetti. Si conoscono al liceo, ma il loro amore viene interrotto da dieci anni di carcere. Al pari di The Brutalist, L'amore che non muore non soltanto ci ricorda in ogni fotogramma l'energia dell'arte, ma è soprattutto l'ennesimo grande romanzo popolare. Di una generosità strabordante, parte come commedia romantica, sfocia nell'heist movie e sconfina nel musical: merito di una trascinante colonna sonora anni Ottanta e di movimenti di macchina così coreografici da trasformare l'euforia di Exarchopoulos e Civil — questa volta, meno memorabili delle loro controparti giovanili — in danza. A sorpresa, Lellouche trova armonia tra gli opposti e, come il suo protagonista taciturno, si impegna a combinare le parole più belle del dizionario per dichiarare il suo amore a un cinema di nostalgie e pallottole. (8)

Cinque figli, un cane, una domestica, una casa vista mare. I Paiva sono fortunati, e lo sanno. Colti, affiatati, un po' chiassosi, vivono in una Rio de Janeiro dall'aria cosmopolita in cui i cinema danno i capolavori del nostro Antonioni e i giradischi cantano i Beatles. L'idillio, duraturo nonostante la dittatura, finisce quando il capofamiglia viene arrestato: l'ex deputato diventa l'ennesimo desaparecido. Per ottenere il certificato di morte ci vorranno quarant'anni. Nominato a tre Oscar, Io sono ancora qui avrebbe dovuto vincerne il più possibile. Perché quello di Walter Salles è un atto d'accusa dal valore universale. Ma è soprattutto il dramma classico, accorato, magnifico, di una famiglia in cerca di un nuovo ménage domestico mentre l'età dell'innocenza giunge al capolinea. Peggio dei blitz armati, peggio degli interrogatori, c'è soltanto l'attesa di notizie — perfino brutte. Magico il ruolo della matriarca. Fernanda Torres ha la forza di tutte le madri del mondo e, a differenza dello spettatore, non versa mai una lacrima. Aggiusta le bambole delle figlie, cucina perfino per gli aguzzini di suo marito, bandisce la tristezza dalle foto. Mamma-coraggio, fino all'ultimo conserverà la ricetta del perfetto soufflé, i denti da latte dell'ultimogenita e i segreti fondanti dell'esistenza, della resistenza e della gioia. Le famiglie felici si somigliano: chi lo dice? (9)

martedì 31 dicembre 2024

La mia top 10: i migliori film del 2024

10. Joker: Folie à Deux – A noleggio sulle piattaforme

Dopo il primo capitolo, vincitore del Leone d’oro a Venezia, un sequel che scontenta i fan. Per me, è il film più frainteso dell’anno. Ne riparleremo quando diventerà un cult.

9. I Saw the TV Glow – A noleggio sulle piattaforme

Etichettato a torto come horror, è un’allegoria sulla disforia di genere e un’ode alle magie del piccolo schermo. La mia immancabile quota A24.

8. Anora – Attualmente in sala

Una sex worker e il suo sogno. È tutto troppo rocambolesco, tutti parlano troppo forte, ma – complice un’ottima Madison – contiene la scena più esilarante dell’anno, insieme a quella più struggente.

7. Vermiglio – Da febbraio a noleggio e in vendita

Un piccolo grande film, di sguardi parlanti e paesaggi silenti, per la quota: orgoglio italiano. 

6. Wicked – Attualmente in sala

Inclusione, disabilità, specismo. Il tutto, in uno spettacolo spettacolare a prova di gravità.

5. Povere Creature – Disney Plus

Anno bisesto, doppio Lanthimos. Ma se Kinds of Kindness scontenta, si continua a gioire delle sue collaborazioni internazionali. Guidato da una magnifica Stone, è la versione "brat" di Barbie.

4. The Holdovers – Sky

Un professore brontolone, uno studente oppositivo. Possono due solitudini completarsi? Lasciato a bocca asciutta alla stagione dei premi, è il nuovo classico delle feste.

3. Challengers – Amazon Prime Video

Lui, lei, l’altro. Il sudore, la bellezza, i corpi. Guadagnino filma lo sport come se fosse sesso e il sesso come se fosse sport. Elettrizzante, con un'iconica colonna sonora. 

2. The Substance – Attualmente in sala

L'horror per raccontare di standard impossibili e dive sul viale del tramonto. Un canto del cigno, un grido femminista, per rinascere come Demi Moore: da uno squarcio.

1. Estranei – Disney Plus

Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Questa ha il merito e la colpa di avermi fatto addormentare piangendo, con Scott e Mescal che, abbracciati, si trasformano in stelle.

martedì 2 luglio 2024

Musica (d'autore) leggerissima: Challengers | Kinds of Kindness | Hit Man | The Idea of You

Gli elegiaci parlano di militia amoris. L'uomo è un soldato, la donna il comandante. L'amore: una guerra. È così anche per l'ultimo Guadagnino, in cui i sentimenti sono un gioco disputato su un singolare campo di battaglia: quello da tennis. A struggersi sono due campioni con tutto da perdere: soprattutto la stima di una moglie-manager che, sotto gli occhiali da sole, nasconde lo sguardo di una sfinge. Affamato di bellezza, il regista palermitano regala con una commedia sportiva che eccita come un porno e gasa come un film d'azione. I piedi battono al ritmo della colonna sonora elettronica di Reznor e Ross. Gli occhi guizzano, smaniosi, di qua e di là. I rimbalzi della pallina diventano metafora, così, dei rovesci di fortuna e dei cambi di alleanze di un triangolo in cui l'infuocato O'Connor e il vulnerabile Feist gareggiano per Zendaya: dea beffarda, incolume tanto al sex appeal del primo quanto alle lacrime del secondo, che urla di piacere soltanto in caso di vittoria. Teso, muscolare, iper cinetico, Challengers trasforma l'attrazione in spirito agonistico e non rinuncia a dialoghi alleniani dove il tennis diventa l'anticamera del sesso e, dunque, dell'esistenza. Mainstream con audacia, questo Guadagnino in forma smagliante torna felicemente a declinare il desiderio. Non è bastata la parentesi horror di Bones and All a placare la sua brama di corpi umani. Qui è attentissimo alle fronti imperlate, ai nervi tesi, ai muscoli guizzanti. Sulla macchina da presa, piovono gocce di sudore. È tempesta – ma ormonale. È il cinema con la lettera maiuscola – fattosi, nel frattempo, carne soda, madida, palpitante. (9)

Un impiegato vessato dall'infernale datore di lavoro sperimenta una crisi d'identità una volta uscito malauguratamente dalle sue grazie. Un poliziotto riabbraccia la moglie, sopravvissuta a una spedizione in mare attraverso presunti atti di cannibalismo, ma sospetta sia un'impostora. I membri di una setta cercano una giovane dai poteri taumaturgici per riconquistare i favori del loro leader. Cosa succederebbe se il regista del recentissimo Povere creature dirigesse una serie antologica nello stile di Black Mirror? Il risultato è uno Yorgos Lanthimos più indipendente e più colorato, leggero ma in pillole amare, che rinuncia al grandangolo ma non a un cast di sole star: Emma Stone balla ancora, Jesse Plemons vince a Cannes, ma questa volta è Margaret Qualley a stregare. Meno manieristico che in passato, il regista greco confeziona una commedia nera in cui non mancano i lampi di genio e gli eccessi del cinema delle origini, ma la cui struttura episodica prima diverte e infine annoia. Si va alla ricerca, allora, di un comune fil rouge all'interno di storie dentro storie che similmente parlano di relazioni tossiche e people pleasing; che, contemporaneamente, sanno raccontare benissimo l'America odierna e omaggiare l'immancabile tragedia greca. Tra investimenti e dita mozzate, sesso e lacrime, a sorpresa si ride perfino. Ma la sensazione che sia un estenuante esercizio di stile, o una serie TV ancora work in progress, è più forte degli atti di fede dei protagonisti. (6,5)

Un mite professore con collaborazioni occasionali con la polizia viene creduto un sicario. Ma cosa succede quando a ingaggiarlo è la cliente di cui finisce per innamorarsi? Ispirato a una storia vera, il soggetto potrebbe apparire lontano dal cinema di Linklater: cosa hanno in comune il regista di Boyhood e questo incrocio tra la romcom e il thriller? Applaudito a Venezia, Hit Man non è ciò che sembra. Se la trama promette equivoci e sparatorie, sorprenderà scoprire un film ben più intimo, raffinato, pirandelliano. Qualcosa non mi ha convinto nella prima parte, retta interamente da Glen Powell: qui anche sceneggiatore, non mi fa simpatia con il suo faccione, i suoi ammiccamenti, le sue smorfie. E il faccione, gli ammiccamenti, le smorfie trapelano da sotto ogni camuffamento, facendomi credere ben poco al talento di questo novello Ripley. Fittamente dialogato, ambientato soprattutto in interni, il film ha però come uniche scene d'azione gli incalzanti botta e risposta tra i personaggi. Sexy, divertenti, divertiti, regalano grande intrattenimento in una seconda metà in cui, tra un dialogo e l'altro, sorgono pericolosi malintesi e colpi di scena per via della folgorante Adria Arjona: una femme fatale per cui vivere, morire, cambiare. E uccidere? La risposta: ora al cinema, prossimamente su Netflix e il prossimo anno, pronostico, in lizza per la Migliore Sceneggiatura Originale. (7)

Solene, una gallerista d'arte quarantenne, si innamora, ricambiata, di un giovane cantante un tempo apprezzato dalla figlia adolescente. Nato come una fanfiction su Harry Styles, poi diventato bestseller, The Idea of You riesce a essere sorprendentemente credibile: non solo perché i protagonisti sono talmente belli e affiatati da superare qualsiasi differenza d'età, ma perché il regista Michael Showalter, bravissimo in materia di commedie dopo il premiato The Big Sick, eleva a buon cinema un comune vagheggiamento di Wattpad. Certo: è richiesta la massima sospensione dell'incredulità. Ma è impossibile non guardare con un sorriso inebetito gli incontri e le paure di Anne Hathaway e Nicholas Galitzine. Se lui, ormai onnipresente, è qui più convincente del solito, lei si conferma l'erede ufficiale di Audrey Hepburn e Julia Roberts: senza paura di mostrare i primi segni del tempo, è un sole. Speranzosa ma tormentata, la storia d'amore targata Amazon Prime Video dovrà confrontarsi con la sovraesposizione e il sessismo. Perché una madre innamorata deve sempre scegliere tra sé e gli altri? Perché destreggiarsi, ancora, tra chi la considera squallida e chi iconica? Nel solco di Notting Hill, una fiaba romantica con tutti i sacri crismi: surreale ma bella. E più longeva di certe boy band. (7)

venerdì 30 dicembre 2022

Recensione [romanzo e film]: Bones and All, di Camille DeAngelis

 | Bones and All, di Camilla DeAngelis. Mondadori, € 15, pp. 312 |

“A diciassette anni ho iniziato a morire di fame”, canta Florence Welch. “Pensavo che l'amore fosse una specie di vuoto nella pancia”. Per Maren e Lee, a quell'età, l'amore altro non è che sazietà sconsiderata e bulimica. Cannibalismo. Sono venuti presto a capo della loro natura. Lei, ad esempio, l'ha scoperta mangiando la sua babysitter: la madre l'ha trovata infante o poco più in una pozza di sangue, con un osso della donna per ciuccio. È da allora che Maren fugge, sapendo che è destinata a distruggere tutto ciò che ama. Abbandonata dalla madre e in cerca del padre, la protagonista incrocia un proprio simile in viaggio verso il Minnesota. E se ne innamora. Accanto a Lee scoprirà la fallibilità degli adulti, il turbamento del sesso e, soprattutto, i lati oscuri di una America degradante zeppa di stazioni di servizio abbandonate e alienanti centri commerciali. Novelli senzatetto, invisibili agli occhi dei più, i protagonisti viaggiano con il pollice teso per fare l'autostop – i bagagli leggeri, i cuori pesanti. Stare insieme è un misto inestricabile di paura e tenerezza. Il loro percorso, sprovvisto di particolari scene madri, è una strada dritta ma dall'asfalto sbeccato; un intreccio che non punta mai ai colpi di scena, ma all'universalità di una storia che parte dall'horror per raccontare la violenza delle prime volte. Crescere è uno strappo. C'è chi li braccherà, chi invidierà la loro sintonia al punto da implorare di essere mangiato pur di divenire finalmente parte di qualcosa di grande e significativo, chi al luna park riceverà in regalo un peluche di ET – L'extraterrestre. Il loro sentimento, acerbo, è al centro di un romanzo che acerbo lo è altrettanto. L'esordio di Camille DeAngelis ricorda le contaminazioni di Lasciami entrare e Non mi uccidere, ma perde poi la bussola in un epilogo monco e sospeso.

Quella sera ho scoperto che ci sono due tipi di fame. Ce n'è uno che posso soddisfare con gli hamburger e il latte al cioccolato, ma c'è un'altra parte di me che resta in attesa. Può aspettare per mesi, magari anche anni, ma prima o poi dovrò cederle. È come se ci fosse una voragine dentro di me, e quando assume quella forma là c'è soltanto una cosa che la possa riempire.

Per fortuna, pur non traendone il capolavoro decantato da alcuni, Luca Guadagnino ha setacciato i pregi del romanzo Young Adult e li ha potenziati. In una calda estate italiana, d'altronde, un adolescente si masturbava con una pesca mentre la radio cantava Battiato. Ci può forse stupire che l'autore di Chiamami col tuo nome sappia raccontare con delicatezza una storia d'amore e cannibalismo destinata a un pubblico adolescenziale? Senza mai scivolare nel ridicolo a dispetto della sceneggiatura un po' lacunosa, questo Guadagnino non sorprende ma perturba. Ibrido non sempre equilibrato (aveva già fatto qualcosa di simile, e meglio, il francese Raw), Bones and All usa lo splatter per scavare a mani nude tra le incertezze della crescita e tra i segreti di un Paese in cerca di autoaffermazione. I protagonisti, due romantici serial killer, seminano per due ore sospiri, raccapriccio e vittime straziate. Russell, con i suoi grandi occhi da cerbiatto, si lascia condurre dal più smaliziato Chalamet: in sintonia, i due si intrattengono con gli irriconoscibili Stuhlberg e Sevigny mentre fuggono via da un gigioneggiante Rylance. Si leccano a vicenda labbra e ferite. Ma, ancora una volta, si ha la sensazione di conoscere in anticipo le tappe di questo viaggio chiamato crescita; risvolti shock compresi. Restano la bellezza dei movimenti di macchina e quella della gioventù; la fame di pesche, che batte prevedibilmente quella di carne umana; il sole negli occhi, il vento nei capelli. E il sangue sulla faccia.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Hunger

lunedì 28 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie serie TV

10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo. 

9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.

8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.

7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.

6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.


5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.

4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.

3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.

2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.

1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.

martedì 10 novembre 2020

Le serie bellissime dell'autunno: La regina degli scacchi | We are who we are

Si chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti. Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina, poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri: stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna – questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli scacchi porta con sicurezza la corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà valere. (7,5)

Corpi intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano, alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa. Ho seguito We are who we are come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino. Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate, l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome, rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza – per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo” è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino, lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza senza peso – al punto che la maggior parte delle scene sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe limitante, perciò, definire We are who we are un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba, verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli, sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi? Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli alieni e gli angeli. (8,5)

martedì 31 dicembre 2019

[2019] Top 10: i miei film


10. The Nightingale
Ha diviso Venezia in due. E in due, completamente a tradimento, mi ha spaccato il cuore. Una storia di stupro e vendetta girata con ritmi da western. Una tragedia di stranieri in terra straniera, che strazia con la brutalità delle immagini e commuove con la limpidezza del suo canto di libertà.

9. Suspiria
È il primo film che ho visto al cinema quest’anno. È dello stesso regista che nel 2018 ha guadagnato scettro e corona nel mio listone, con la cronaca di un’indimenticabile estate italiana. Potevo forse scordarmi di Guadagnino, anche quando si dà ai remake azzardati; anche quando esagera con troppa carne al fuoco? Il suo horror grigio e femminista è una danza conturbante. Non sarà Argento, ma luccica ugualmente.

8. Eighth Grade – Terza media
Amato in patria da pubblico e critica, in Italia è però un titolo destinato all’anonimato delle piattaforme streaming. Commedia adolescenziale da salvare necessariamente dall’oblio della nostra distribuzione, è una macchina del tempo che funziona lì dove Lady Bird aveva fallito: ricordarci i segni dell’adolescenza – e dell’acne –, attraverso lo sguardo di una protagonista da abbracciare.

7. Il traditore
Unico italiano in lista – degni di menzione, però, anche Martin Eden e Ricordi? –, il film di Bellocchio emoziona per la lucidità di un regista che non sembra avvertire la stanchezza degli ottant’anni. Il suo Buscetta è un personaggio dalla levatura shakespeariana e il mimetismo dell’interprete Pierfrancesco Favino, sempre empatico ma lontano dal santificare i crimini dell’uomo, regala all’attore la performance della carriera.

6. Border – Creature di confine
I troll raccontati dall’autore di Lasciami entrare sono antiestetici, sgraziati, promiscui. Nel fitto dei boschi fanno un sesso strano e si rendono protagonisti di una storia d’amore a tratti raccapricciante, sospesa a metà strada tra mitologia e cronaca. Ma, a ben vedere, quanta bellezza c’è nella loro bruttezza?

5. Ritratto della giovane in fiamme
Il mito che preferisco, quello di Orfeo e Euridice, rivive in una relazione su uno sfondo degno di un’utopia femminista. Lei, pittrice, si scopre attratta dall’altra, modella. Che deve cercare di dipingere a memoria, limitandosi a osservarla. Ma chi osserva non viene forse necessariamente osservato a sua volta? Accordi di sguardi e giochi di ruolo, nel tableau vivant con la sequenza finale più bella che io ricordi.

4. La Favorita
Era il mio favorito alla notte degli Oscar, ma purtroppo è rimasto a bocca asciutta. Non potevo non ricordarlo qui, questo period drama caustico e seducente in cui tre grandi attrici fanno a gara di bravura. E assieme a loro un comparto tecnico – tra regia, montaggio, scenografia, costumi –, che rivaleggia fino all’ultimo sguardo con la precisione chirurgica della sceneggiatura.

3. Dolor y Gloria
La scorsa primavera ho recuperato tanto, tutto Almodovar. E tanto, tutto ho trovato anche nella sua ultima fatica: un testamento spirituale, che trova in Antonio Banderas un eccellente alter-ego e in una storia fortemente autobiografica l’ispirazione per emozionarci ancora. Se la settima arte è soprattutto narrazione, allora questo è cinema allo stato puro.

2. Storia di un matrimonio
Lo ammetto, non l’ho guardato con la giusta attenzione. Durante la visione, infatti, ho pianto fino ad avere la vista appannata. Da figlio di separati, ho visto moltissimo della mia famiglia sgangherata. E nelle interpretazioni di Adam Driver e Scarlett Johansson – come dimenticare le loro liste, come riprendersi dai loro conflitti? –, le migliori interpretazioni dell’anno.

1. Parasite
Australia, Stati Uniti, Italia, Svezia, Francia, Spagna: infine, la Corea. In un 2019 in cui l’universalità del cinema mi ha portato in lungo e in largo, ho deciso di fermarmi a Seul per tirare i remi in barca. L’ultimo capolavoro satirico di Joon-ho, vincitore della Palma d’oro, è una riflessione sociale che parte come una commedia nera e si trasforma poi in un thriller claustrofobico. Perché non c’è niente di più spaventoso dell’essere umano, se costretto a mordere per difendersi.

mercoledì 13 novembre 2019

Recensione: Cercami, di André Aciman

| Cercami, di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |


Elio e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore, nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme: difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché impossibili.

Eppure ci dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel, il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da maschiaccio che in teoria ama la solitudine, ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco, nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio, alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel. Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel –, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver, invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati, Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti, amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle costrizioni di una non-vita.

La musica non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la vita non vissuta. 
Questi tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà. Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante, non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera invidia.
Dall’estate calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.

«Quando vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio, sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro, starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi risponderebbe.»
[...] 
«Che cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E tu che cosa risponderesti?»
«La stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso lo sapete.»
Ognuno tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno, seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito enigmatico, la classica seconda possibilità. 
Cerca qualcosa anche il lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno, che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te 

venerdì 12 luglio 2019

Recensione: Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson

| Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 192 |

Philippe amava Thomas. Erano gli anni del liceo, entusiasmanti e pieni di dubbi. Tanto dipendente il primo quanto riottoso il secondo, non andava a finire come avremmo sperato. Dopo l'exploit di Chiamami col tuo nome, dalla Francia arrivano altri sospiri e altri rimpianti; un'altra storia autobiografica su uno struggimento color seppia, rievocato a decenni di distanza. Il motore di Non mentirmi: un incontro inaspettato nella hall di un albergo di lusso e il conseguente tuffo in un fiume a ritroso – quello della giovinezza. Questa volta, nel secondo capitolo di un'educazione sentimentale di cui non contemplavo ulteriori tappe, la rievocazione parte da uno scatolo stipato di fotografie. Una ritrae il solito Philippe – l'autore stesso – accanto a un ragazzo più grande, con i ricci castani e il fisico da nuotatore. In basso si legge una data. Mancava qualche giorno all'arrivo del Natale e, in compagnia di amici di amici, erano entrambi in vacanza sull'isola di Ré. All'epoca dello scatto c'era già stato del tenero? Un certo Paul Darrigrand è ambientato sul finire degli anni Ottanta.
Lasciati il liceo e Thomas, il ventenne fresco di laurea in marketing si prepara a trascorrere nove mesi a Bordeaux: ha scelto di proseguire con un master, ma specializzarsi significa soprattutto riempire il tempo libero. Ingannarsi con un'occupazione come un'altra, in attesa di diventare adulto. Timido e un po' saccente, al primo giorno di corso incrocia lo sfrontato Paul: che gli si siede davanti in mensa e fa il diavolo a quattro per accompagnarlo sotto casa. Philippe fraintende. Il presunto corteggiatore, infatti, è sposato da ormai quattro anni con l'infermiera Isabelle.

Perché ogni estate finisce. E ogni volta la sensazione è straziante. Quando ero piccolo il segnale me lo dava la morte dei girasoli, il momento in cui le loro teste gialle si annerivano e si inclinavano verso la terra secca, capivo che si avvicinava il ritorno a scuola, che il sole e l'ozio erano ormai agli sgoccioli, e precipitavano in un abisso di malinconia. Ho scritto spesso, dopo, sui fine stagione, sulla scomparsa dell'estate; viene tutto da lì.

Il protagonista, a sorpresa, diventa un ospite fisso in casa loro. Cosa sta cercando di fare l'altro: rassicurare la partner sospettosa o, al contrario, testare l'adorazione del compagno di studi? Ma quell'attrazione all'apparenza tramontata sul nascere ha più di qualche speranza di concretizzarsi, nonostante il lieto fine sia fuori portata. L'amicizia al maschile diventa altro assecondando una provocazione di troppo; il possibile si trasforma in inevitabile. E ci si trova, così, a interpretare un ruolo scomodo: quello dell'amante. Cos'è Philippe: un capriccio? Quella di Paul è omosessualità repressa, o un sentimento elettivo che si nutre dell'intelligenza dell'altro? Lo scrittore è il primo uomo della sua vita o l'ennesimo? 
Il nostro Luca Guadagnino aveva intenzioni simili. Riprendere le avventure amorose di Elio Perlman, in un sequel già annunciato, raccontandocene il destino al college. Reduce dalla lettura del mio secondo Besson, per quanto appassionante sia il risultato, mi sentirei comunque di scoraggiarlo in partenza. Un certo Paul Darrigrand, infatti, non ha né la memorabilità né la magia del capitolo introduttivo: un romanzo di formazione dalla morale universale, al contrario, che profumava di malinconia.

È vero, avevo perso la testa per un uomo irraggiungibile e avevo giocato pericolosamente con la morte. Ma potevo dire che avevo amato ed ero ancora vivo.

Con lo stesso espediente, non contento, l'autore francese ci racconta lo stesso amore in forse: se le bugie del fragile Thomas però commuovevano, la nuova fiamma – un surfista che, dominando le onde, cerca contemporaneamente l'equilibrio personale – non suscita simpatia. Per quanto disconosca qualsiasi moralismo, la mia correttezza rende spesso difficoltoso entrare in storie che parlano con leggerezza di tradimenti coniugali e terzi incomodi – la moglie di lui, Isabelle – condannati a vivere nell'ombra. La cronaca nera, inoltre, ci mette frequentemente lo zampino: l'Aids preoccupa, dando falsi allarmi, ma a Philippe non viene risparmiata in ogni caso una lunghissima degenza. La seconda parte, interamente ambientata nella stanza di un ospedale, segue un protagonista passivo nell'affrontare tanto i sentimenti quanto la malattia; i cicli di cortisone e una lontananza fisica che, da un lato e dall'altro, gli amanti non fanno nessuno sforzo per colmare.
Lo scorcio di mare in copertina mi aveva ingannato. Più pesante e meno spontaneo, il romanzo riesce bene quando racconta l'intimità dei corpi e delle parole. Sa usarne davvero di bellissime, Besson. E sa custodire i segreti. Leccarsi da solo le ferite. Ma non sa, non ancora, che l'amore può essere anche sereno se corrisposto. A differenza della magia della sua prima volta, tuttavia, quest'ultima la si scorderà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Je suis malade