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mercoledì 13 novembre 2024

L'amore secondo Netflix: Nobody Wants This | Heartstopper S03 | One Day

Lui è un rabbino da poco uscito da una lunga relazione e in attesa della promozione della vita. Lei, invece, è l’autrice eternamente single di un popolare podcast sul sesso. Come nel più classico dei boy meets girl degni di questo titolo, i due – per quanto siano agli antipodi – si incontrano e fanno le scintille promesse. Le famiglie e gli amici, intanto, borbottano. Facendo leva sull’ormai abusato effetto nostalgia, Nobody Wants This è giù un successo rinnovato in tempi record per una seconda stagione. La formula, semplice ed efficace, si limita a far innamorare due degli attori più iconici di una generazione fa – e a farci innamorare nuovamente di loro, ormai bellissimi e spiegazzati quarantenni. Peccato che, a dispetto del talento del redivivo Adam Brody e della prezzemolina Kristen Bell, la loro serie sia una comedy innocua, antiquata, alquanto noiosetta (userei gli stessi aggettivi per il film Tutti tranne te, similmente accolto alla stregua di classico istantaneo), che fa parlare di sé soltanto perché i leggendari Seth Cohen e Veronica Mars si scambiano per la prima volta tenerezze. Più che a una serie Netflix di ultima generazione, somiglia a uno di quegli show dei primi anni Duemila rubati agli oziosi pomeriggi adolescenziali di Italia Uno. Che il titolo avesse ragione? (5,5)

Nick e Charlie stanno crescendo. Ormai sedicenni, iniziano a porsi i primi problemi dei grandi: disturbi alimentari, sesso e università tra cui scegliere. Dolcissimi come sempre, anche se più provati che in passato, continuano a essere l’anima di una commedia romantica surreale ma bella, che poco somiglia, purtroppo o per fortuna, all’adolescenza odierna. In un mondo senza bullismo né discriminazioni, questa volta appare eccessivamente forzata la dimensione corale: pur di includere in ogni puntata quei comprimari variopinti, amichevoli, queer, salta puntualmente fuori una festa, un campeggio, un concerto. Non c’erano modi meno macchinosi, mi domando, per riunirli? Nella stagione più ripetitiva e monotona, però, si nasconde a sorpresa anche l’episodio più prezioso delle tre: un gioiello di scrittura e sensibilità – due punti di vista complementari, lo struggimento della lontananza, un corto sperimentale girato la notte di Halloween – che si termina con gli occhi lucidi e il sincero bisogno di averne altrettanti di così ispirati. Sarebbe stato un finale di stagione ben più memorabile da quello scelto dagli sceneggiatori. Per Kit Connor e Joe Locke, nel frattempo, si prospettano carriere in crescita. Quanto toccherà aspettare per ritrovarli? (7)

Li ho conosciuti all'età di quindici anni. Li ho incontrati nuovamente dopo aver spento trenta candeline. Emma e Dexter – una delle mie coppie preferite di sempre – tornano a un decennio di distanza dall'omonimo film. Ci pensa Netflix, che promette maggiore aderenza al romanzo e offre un ottimo trampolino di lancio a due interpreti che faranno strada: Leo Woodal e Amika Mod. Fedelissima al materiale di partenza – a tratti anche troppo –, questa seconda trasposizione ripropone tutti gli elementi del libro cult: meno, purtroppo, la magia tra i protagonisti. Bravi ma troppo acerbi, gli attori mancano di chimica e fanno rimpiangere  Jim Sturgess e Anne Hathaway. Non aiuta il pressappochismo della messa in scena. Nonostante una storia d'amore lunga vent'anni, Emma e Dexter non sembrano invecchiare mai: Woodal, ad esempio, conserverà il ciuffo biondo del primo episodio per tutto il tempo. Nonostante l'iconicità degli anni Ottanta-Novanta, inoltre, non sono riuscito a respirarli: l'algoritmo  appiattisce tutto sotto un'aria patinata e, in nome dell'inclusività, regala al personaggio femminile origini indiane. Ho preferito il romanzo? Assolutamente. E il film – sì sintetico, ma capitanato da un eccezionale duo attoriale? Sì. Ho pianto comunque, arrivando a un epilogo arcinoto? Inutile chiedermelo. Non mi riprenderò mai da questa cotta, né dal crepacuore che ne consegue. (6,5)

sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)