Lei è artista e mamma: la classica moglie trofeo. Lui è nel ramo delle costruzioni, ma non riesce a costruire una casa per i genitori lontani: nel frattempo fa da padre al fratello minore. I protagonisti si incontrano e si scontrano nel parcheggio di un supermercato. Uno sgarbo da poco creerà una stori di vendetta lunga diversi anni e dieci episodi. Le premesse sembrano quelle di una commedia romantica. Il prosieguo, degno di un un purissimo dramma introspettivo, sfocia perfino nel thriller sparatutto. Beef è una commeda. È un crime. È tutto quello che c'è nel mezzo. È, a oggi, tra le serie dell'anno. Merito di un cast come Dio comanda, in cui Ali Wong e Steven Yeun fanno continuamente a gara di bravura; merito di una sceneggiatura che unisce il nichilismo di un Bojack Horseman a tutta la freschezza del cinema asiatico. Quando fa bene a Hollywood la carica sovversiva delle penne coreane? Un po' fuori posto in Occidente, ognuno alla ricerca del proprio spicchio di sogno americano, i personaggi sono il frutto bacato della società aggressiva dei self-made men. Ai due estremi del ring, benché curiosamente simili nei tormenti, si combattono a sangue. Ma si specchiano, nel frattempo, l'uno nell'altra. Può lo scontro frontale tra due solitudini non rivelarsi mortale? La risposta è in un finale tanto assurdo quanto memorabile, capace di regalare un sorriso commosso all'indomani di un'allucinazione alla Wertmuller. (8)
Sapete,
la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di
Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit
della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic;
quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a
un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che
l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al
guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini
purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte
precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza
tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e
maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e
molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche
in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po'
dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di
un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel
cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice
partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è
troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel
melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di
Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana,
interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il
compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al
rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è
un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin
nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore.
Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a
cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse
ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa,
emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia:
ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano
dalla sua. (7)
Lei
è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un
allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se
pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted,
siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a
proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è
un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi,
a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di
una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a
cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al
piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più
pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda,
prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per
portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi
componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso,
qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo –
che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni
premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le
contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal
al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti
ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente
umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di
bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione
dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi
giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata?
– e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima
affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della
protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che
passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker
ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due
estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro
le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo
mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i
geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe
richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati.
(8)
Quanto
conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy
Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra
epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana
a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace
proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati
del Diavolo veste Prada
per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può
essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti
con la voce stridula della diva di Cantando sotto la
pioggia, allora tutto può
succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara
disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una
sorta di Big al tempo
dei body shaming. La Schumer non cambia di
una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano
crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo
pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio
e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti,
di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo
italiano, Come ti divento bella è
una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con
una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer
da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per
fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano
troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)
Quanto
conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora
una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa
nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di
Younger, le bugie le
spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso
curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra
con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra.
Ricomincio da me,
ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina
incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali,
presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette
la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di
una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che
rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica,
invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore
richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata,
è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare,
all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella
anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è
un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo
pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi
veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di
genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)
Dopo
tanto, iniziare come preferisco io. Il ragazzo incontra la ragazza.
James, seduto da solo al tavolo della mensa, conosce la scostante
Alyssa, ultima arrivata. Lei, annoiata da tutto e tutti, da una
famiglia allargata di cui non può sentirsi più parte, vorrebbe
fuggire via – e nel silenzioso coetaneo dalla macchina
perfettamente funzionante ha individuato un ideale compagno di
viaggio. Lui, psicopatico senza se e senza ma, dopo un'infanzia
passata a seviziare animali randagi, ha deciso di passare agli esseri
umani: perché non partire proprio da quella ragazza che, dal nulla,
gli si è gettata fra le braccia? Succede che partono, sulle tracce
del papà truffatore di lei. Succede che il male, prima in teoria e
poi in pratica, lo sperimentano davvero strada facendo. Assieme a
quella tenerezza, a quella specie d'amore che amore non è, che né
l'uno né l'altra – troppo anaffettivi, troppo fuori –
contemplavano in partenza. Alyssa, alla cieca, si affida a un
aspirante serial killer. James, somigliante al protagonista
di Atypical ma con in aggiunta la vena di sadismo
di Bates Motel, sente presto di non poter fare a meno
della compagnia di un'attaccabrighe per natura. Acuto, violento,
dolcissimo, The End of the F***ing World è la
commedia adolescenziale che si veste di nero. Una scoperta su ruote
divorata in tempi record, con i personaggi assurdi a cui mi affeziono
per principio, le tavole calde dei boy meets girl di cui non avrò
mai abbastanza, una sognante colonna sonora sottratta per rapina a
mano armata alla grazia degli anni Cinquanta. Bonnie e Clyde, al
giorno d'oggi, hanno grosse questioni irrisolte con mamma e papà.
Sfoggiano camicie hawaiane super kitsch e tinte biondo platino. Hanno
i volti freschi degli ottimi Jessica Barden e Alex Lawther, il
pulp del fumetto d'origine, il mondo intero contro. Se si innamorano,
complici d'omicidio e braccati, chi lo sa. Ma di loro, strambi e
adorabili, mi sono innamorato un po' io. Perché fanno ridere, fan
preoccupare, dall'inizio alla fine: la stessa che purtroppo cala
presto dall'alto, sorprendendoli come a metà della corsa. In patria,
hanno fatto poco rumore per disseminare veleni, cadaveri e cuori infranti. Le cose, da questo mese, potrebbero andare diversamente su
un Netflix non sempre all'altezza delle proprie produzioni originali,
vero, ma generoso Mecenate. Sperando vivamente che la fine del titolo
sia soltanto l'inizio della loro avventura. E, sì, di una c***o
di fantastica storia d'amore. (7,5)
Quanto
è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo
pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla
dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata
che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un
personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso
viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per
aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli
per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del
supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark
Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi
e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le
schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere
lo sguardo altrove; lui è uscito di
casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile
ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente –
attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi
per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di
mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un
poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa:
viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle
musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox
pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e
presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia
d'amore da Prima dell'alba
in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo,
personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto –
Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim
deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi
discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay,
eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è
ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però
la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una
magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è
scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si
abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si
fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che
scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è
più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i
sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano
il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)
I
coniugi Warren, cacciatori del paranormale, hanno prestato le loro
storie del terrore al cinema già qualche
estate fa. Ne era venuto fuori l'efficace The Conjuring:
uno dei maggiori successi di quella stagione cinematografica e, a
memoria, forse l'horror più valido. In una solita ma solida ghost
story, lo spirito di James Wan – giovane portento – faceva la
differenza sostanziale. E il già visto, portato in scena da lui, era
così sinistro, così affascinante, da cancellare ogni dèjà vu. Nel
suo cinema, quella macchina da presa che piroetta, trema e impenna
era ed è lo spettro più inquietante. Anche qui, in un sequel che su
carta non sembrava indispensabile, si dà alle danze e ai manierismi:
l'orrore, se elegantissimo, incanta. Il prologo, che arriva subito al
dunque, vuole i protagonisti impegnati presso una famigerata casa
infestata: cos'è successo a Amityville? Da lì, il successo
mediatico, i talk show e, infine, uno spinoso ingaggio nella
periferia londinese. E i cieli in tempesta, le foglie spazzate dal
vento, la pioggia battente e le nebbie quanto si prestano al
gioco delle evocazioni spiritiche? Il caso, già affrontato in una miniserie dello scorso palinsesto, è quello
di Enfield: una madre single e i suoi bambini, terrorizzati da un distruttivo poltergeist. Speculazione o verità? Il caso Enfield,
meticolosa ricostruzione storica e persuasivo intrattenimento, è un
sequel all'altezza. Un horror della vecchia guardia, con
spifferi, sobbalzi e letti che cigolano, parco di splatter e copioso
nella scrittura. Due ore: tante, per una pellicola del filone. Eppure
scorrono perfette, dispensando momenti di quotidianità (i gesti
romantici tra Wilson e la Farmiga, ottimi; i drammi di una
famiglia misera e tribolata; Elvis strimpellato in soggiorno per
tornare a sorridere) e brividi adeguati (splendida la sequenza dei
crocifissi rovesciati in sincrono, ad esempio, e che inquietudine
questa monaca che infesta i corridoi kitsch). Troppa distensione
nella chiusa però, anche se sembra una promessa di equilibrio: un
terzo capitolo sì, ma non per forza. Solo se ci saranno paure
recondite, storie vere in cui frode e occulto si mischiano, i guizzi
di Wan. Che in un gioco di prestigio, in un'altra estate, tira fuori
dal mazzo la carta vincente. E assuefatti, dunque impreparati,
veniamo tirati su da una sorprendente riconferma; da un rumore in
cantina che suona molto sospetto. C'è del buono – e anche un po' di
buonismo – nel male in visita a Londra nord. (7,5)
Un
incidente stradale, un piccolo sopravvissuto, un libro di fiabe
sempre appresso. Come vivere cinque anni nel bel mezzo della natura incontaminata? Se lo domandano Grace e il suo compagno,
all'indomani del ritrovamento del misterioso Pete in boschi
minacciati dall'abbattimento. Chi è l'Elliot da cui il bambino vuole
disperatamente tornare? Un frutto della sua immaginazione, o una
leggenda diventata realtà? Il drago invisibile
del titolo è verde, affettuoso, paterno e, generazioni fa, lo
abbiamo già conosciuto. Era a disegni, buffo e con un ciuffo rosa in
testa, similissimo al Prezzemolo della Sammontana,
e avevo preso in prestito il suo film alla biblioteca comunale
insieme a mio fratello. Una videocassetta che risultava sgangherata e
fuori moda anche al tempo; io, che non avevo in me lo spirito del
rigattiere, nato a vent'anni dall'uscita, non avevo troppo
apprezzato. Ho visto il remake con pochi ricordi in mente e, a far da
pendant, poche aspettative. Spiazzato, invece, mi sono scoperto preso
e perfino commosso, letteralmente, da un intrattenimento da bollino
verde: lineare, sì, ma educativo e toccante, in anni in cui si parla
di diritti, normalità e famiglie alternative. Come in Room,
spettinato e sperduto, il bambino fa il suo ingresso nel mondo – e
male non si trova, in realtà – ma con il suo amico, nel verde, lui
aveva tutto quel che desiderava. Difficile spiegarlo a chi è
spaventato dall'ignoto, a chi abbatte alberi secolari e spezza
amicizie straordinarie. E nel tentativo, tra fughe, ripensamenti e
salvataggi, dove il mostro è quello capace di reale umanità, Il
drago invisibile ci regala una
fiaba vecchio stile realizzata con dolcezza, ben recitata, in cui
Elliot – anche se con la solita computer grafica, che elimina la
poesia del tratto a matita – ha l'espressività dei nostri amici a quattro
zampe e dello Sdentato di Dragon Trainer.
(6,5)
Doris,
ultrasessantenne trasognata e inesperta, accumula cianfrusaglie in
maniera compulsiva nella sua casetta fuori mano e in quella casetta lì ci vive con una madre che ha bisogno di lei.
Cosa succede se la genitrice muore e lei, non è
più una giovincella, si ritrova a camminare sulle proprie gambe? Com'è cominciare a vivere nell'età in cui,
tra acciacchi e uncinetto, pensione e vedovanza, tutte le sue
coetanee si danno già per spacciate? Deliziosa
favola hipster, il film va in fermento con romantiche visioni da
Harmony e malinconiche riflessioni sulle esistenze che,
sfortunatamente, sbocciano tardi. Perché il prossimo ha avuto la
precedenza, e i sessant'anni sono perfetti per imbrogliare Cupido,
rompere coppie a tradimento e godersi i pregi dell'egoismo. Che
importa se spii un tuo giovane collega, lui al momento è
in una relazione complicata e, in fondo, potresti tranquillamente essere sua madre? Chi dice che una vecchietta, una di quelle
per cui al cinema stravedo, non può mollare cose come le
liste, il giardinaggio, gli ultimi giri di boa, i lasciti, per darsi
a pensieri da giovani, come una ristrutturazione radicale o l'amore
impossibile? Il collega in questione è identico e preciso al Max
Greenfield di New Girl e,
negli inarrestabili sogni ad occhi aperti della protagonista,
ricambia il suo sentimento e appare come un cavaliere senza macchia:
l'epilogo le chiederà forse di svegliarsi? Sotto gli occhiali a
fondo di bottiglia, c'è
una straordinaria Sally Field. Colorata prozia di Bridget Jones e
versione indie e newyorkese della cugina francese Odette Tolumonde,
l'ex moglie di Mrs. Doubtfire
brilla per autoironia, grazia e fragilità, e la sua prova è così fresca in questi caldi rimasugli di stagione
da sperare di vederla (ma sarà troppo tardi o troppo presto?) ai
prossimi Golden Globes. Realtà e immaginazione, voli pindarici e
dolorosi ritorni alla base si confondono, in Hello, my name
is Doris. E lei si presenta sin
dal titolo: timida e in tiro, educatissima. Ma, in realtà, il piacere
dell'incontro è tutto nostro. (7)
Kate
e Lisa sono l'una l'opposto dell'altra. Una bionda, l'altra mora; la
prima audace, la seconda coscienziosa. Sono sorelle. E, per
dimenticare una delusione amorosa, partono all'insegna del Messico.
Grande attrazione per i turisti, le immersioni: in una gabbia, al
sicuro dagli squali, potranno immortalare e scandagliare la barriera
corallina. Ma una fune si spezza, la gabbia scivola sul fondo e
l'aria nel serbatoio è in lento esaurimento. Il predatore degli
oceani le punta, prede perfette, ma le sciabole del pescecane non
sono il solo pericolo a quarantasette metri dalla superficie. Se
anche riuscissero a nuotare fin lassù, la decompressione potrebbe
ucciderle. E al freddo, in fin di vita, la lucidità potrebbe presto
abbandonarle. In the deep, prodotto dalla Dimension e
dal francese Alexandre Aja, non ha trovato spazio in sala sulla scia
del discreto, ma dimenticabile The Shallows. E che peccato.
Compensano all'assenza del bikini della splendida e
insanguinata Blake Lively, però, l'ottima fattura, tanto realismo e l'ansia a mille. Carne in scatola per lo squalo, Mandy Moore e Claire Hoult (vista in The Vampire Diaries), emozionanti e spaventatissime. Scordatevi la consueta rivalsa delle scream queens,
che rovesciano la situazione impugliando gli arpioni; appendete due
pezzi, esagerazioni e sangue pazzo al chiodo; e guardate, a metà
strada tra The Descent e Gravity, come corre la storia,
la claustrofobia si fa strada e l'ossigeno scarseggia. E l'epilogo
del survival horror di Johannes Roberts, drammatico e angoscioso, è
l'ultima goccia in un mare di terrore. La tensione traboccherà. (7)
Qualche
anno fa, matricola, mi vidi condiviso sulla bacheca un video – un
corto cinematografico di pochi minuti – da una compagna di
corso che avevo conosciuto a lezione parlando di film dell'orrore.
Aperto senza sapere bene cosa aspettarmi, a bruciapelo, lo avevo
trovato agghiacciante: si spegneva l'abat-jour e saliva un brivido
lungo la schiena. Lights Out, cliccatissimo, non ci ha messo
molto a diventare un film: prevedibilmente, il primo di un
franchising. Chi era la donna spettrale che appariva spegnendo la
luce e scompariva riaccendendola? Su di lei, affetta da
fotosensibilità e invischiata in un'amicizia ossessiva anche
nell'aldilà, la più tipica – e prevedibile – delle ghost story
estive. Perché perseguita i familiari di una stravolta Maria Bello,
fortemente depressa, e compare nei momenti di difficoltà? Vanno in
cerca di risposte la scontrosa Teresa Palmer, accompagnata da un
fratellino fastidiosamente saccente e da un fidanzato inservibile. E se
le domande allettano e, su carta, il mostro di Lights Out
terrorizza facendo leva
sull'ancestrale timore del buio, le sentenze sono imbarazzanti e gli
unici sobbalzi dipendevano dal molesto viavai di Ciro, il mio gatto,
nel corridoio. Il problema è una vicenda tra le mura domestiche che
fa acqua, mica paura, e l'immagine di un Attrazione fatale
paranormale che insegna che le
amicizie troppo intime, e le infiltrazioni infernali, minano alla
famiglia tradizionale e alle otto ore di sonno. (4,5)