Visualizzazione post con etichetta Period Drama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Period Drama. Mostra tutti i post

sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)

lunedì 2 dicembre 2019

I ❤️ Telefilm: Dickinson | AHS: 1984 | Atypical S03

È un esperimento di quelli che o si amano, o si odiano.  Maleducata, autoironica, postmoderna, la serie Apple gioca con l’incontro-scontro tra corsetti e musica elettronica, con tanto di parolacce, visioni psichedeliche, festini a base di oppiacei. Al passo coi tempi, scherza sul binge e sul sexting:  cosa ci siamo inventati noi, infatti, se nell’Ottocento le pubblicazioni a puntate di Dickens erano l’equivalente delle serie da non spoilerare agli amici e gli autoritratti senza veli, regalati al cascamorto sbagliato, potevano diventare materia di pettegolezzo? Questo sfondo lontanissimo dall’immaginario dei period drama – per fortuna – si rivela la cornice ideale per parlare di una poetessa femminista, bisessuale, libera come l’aria. La giovane Dickinson flirta con la morte, sogna di vedere il circo e i vulcani, vede l’innamorata convolare a nozze con suo fratello, si lega a un mentore sfortunato. Forse inutile specificarlo, si scontra puntualmente con la mamma casalinga – Jane Krakowski: sempre sinonimo di risate assicurate – e con il padre, politico tanto accomodante in privato quanto severo in pubblico. I toni dissacranti di questa commedia adolescenziale raggiungono un ottimo equilibrio soprattutto negli episodi centrali: gemme di scrittura e regia, che soltanto di rado ci fanno distrarre pur di ammirare il gusto di costumi e scenografie. Dickinson, confermata per una seconda stagione, è una visione sorprendente. Ti affezioni a protagonisti e comprimari, rischiando di commuoverti nel finale. Ti dici meravigliato per l’insospettabile verosimiglianza della serie, che permette nel mentre di scoprire le migliori poesie di Emily – traboccanti di erotismo, tematiche macabre e spiritualità, compaiono sullo schermo in caratteri dorati – o di viaggiare nel tempo conoscendo ora le pose di Thoreau, ora l’ambizione della Alcott. Ti scopri innamorato della gamma espressiva di una Heilee Steinfeld da Golden Globe: esilarante nei momenti comici e potentissima in quelli di raccoglimento, l’attrice e cantante ha una passionalità che renderebbe orgogliosa la stessa autrice. Emily è stata capita. L’ho capita qui. Nella produzione in costume che scalcia, pur di uscire dai banchi di scuola e dalle sue gonne pesanti. Nel mix che, dopo Luhrmann e Coppola, istruisce elettrizzando. Dickinson: centonovanta anni e non sentirli. (7,5)

Ambientazioni lacustri, una scalmanata comitiva di amici, quattro assassini, tre piani temporali. Dopo il fallimento della stagione precedente, un imbarazzante crossover che scontentava fan e detrattori, American Horror Story torna seguendo la scia insanguinata di Venerdì 13 e la retromania dilagante, ormai prassi da Stranger Things in poi, qui proposta in verità senza grande spirito di iniziativa. Ryan Murphy si diverte a prendere in prestito il meglio e il peggio di quel filone cinematografico. Ossia: protagonisti insopportabili, sangue a litri, sesso e colpi di scena a raffica. La serie antologica che ha sempre avuto il gusto per l’eccesso nella lista dei difetti, come se la cava omaggiando un sottogenere già trash di per sé? Benché troppo kitsch per essere vero, fra lezioni di aerobica, capelli cotonati e canzoni a tema, il fritto misto di Murphy e company sceglie quest’anno di viversela con assoluta leggerezza e nel segno dell’autoironia. Abbandonando sia la politica statunitense che i crossover, 1984 torna ai toni sopra le righe della sottovalutata Scream Queens. Il risultato è una nona stagione nient’affatto memorabile, ma che in fondo potrebbe suscitare la benevolenza sia dei nostalgici sia di coloro che ricercano colpevolissimi guilty pleasure. Ci sono infatti stralci di cronaca nera – gli omicidi del Night Stalker, trasformato dagli sceneggiatori in un satanista dalle mille vite –, le leggende da falò – le gesta di Mister Tintinnio, accanto a terreni maledetti dove gli spiriti non trovano pace –, le presenze incorreggibilmente pop – la solita Emma Roberts, troppo specializzata nei ruoli di ape regina per convincere come fanciulla indifesa, e la coppia inedita costituita dai simpatici Matthew Morris e Billie Lourd. Ricordati di noi. Lo implorano questi fantasmi. Lo pretendono gli anni Ottanta. (6,5)

Farebbe bene a cambiare titolo. Non più Atypical ma I Gardner, in assonanza con le sit-com che hanno fatto la storia della televisione. Le si augura, infatti, lo stesso futuro. Arrivata già al terzo anno, più corale che mai, la serie Netflix sulla sindrome di Asperger riesce ancora a intenerire e appassionare. Anzi, se lo chiedeste a me, vi direi probabilmente che questi dieci episodi sono i migliori girati finora. La cosa ha davvero del miracoloso: perché sono uno spettatore incostante e l’ennesimo soggiorno a casa di Sam poteva trovarmi con la mente altrove. Contro ogni pronostico, invece, Atypical mi fa suo. Davanti allo schermo, con gli occhi a cuoricino, sorrido e mi emoziono grazie a un intrattenimento vecchio stile che ha dalla sua qualcosa che non passa mai di moda: un cast ben assortito. E qui, dal primo all’ultimo, i personaggi funzionano proprio tutti. Talmente vivi e contraddittori, a volte, che è impossibile non criticarne le scelte oppure trovarli antipatici. L’imprevedibile Sam, alle prese con la routine del college, è il collante per le storie degli altri. Mamma e papà, separati in casa dopo il tradimento della Leight, sono fermi a un bivio: il divorzio è più semplice del perdono? La sorella minore, Casey, si interroga sulla propria sessualità: attratta dalla coetanea Izzie, rischia di mettere da parte Evan, anche noto come il personaggio più adorabile del piccolo schermo. Si possono amare due persone contemporaneamente? Da non dimenticare, infine, Paige e Zahid: spalle comiche insostituibili, la fidanzata e il migliore amico del protagonista lasciano spazio a sorprendenti momenti di fragilità, con lei che subisce l’emarginazione delle matricole e lui traviato, invece, dalla relazione con la ragazza sbagliata. Ognuno o quasi avrà il suo lieto fine. Potremo sentirci nuovamente parte della famiglia, in attesa che dai piani alti arrivi la conferma di una quarta stagione? Lo speriamo, sì, prendendo in prestito dai pinguini studiati da Sam la fedeltà incondizionata, la pazienza e il senso di appartenenza. Le feste mi mettono di malumore, si sa: ho sempre paura di tornare a casa. Posso avere ancora i Gardner, per favore? In alternativa, mi trasferisco al Polo Sud. (7+)

lunedì 19 novembre 2018

I ♥ Telefilm: AHS Apocalypse | I Medici. Lorenzo il Magnifico

Quando si è in caduta libera non resta che un ultimo gesto disperato: tornare alle origini. American Horror Story, da otto anni a questa parte, ha sempre avuto dalla sua ambizioni e difetti esagerati. Dalle case infestate al circo, passando attraverso gli istitutiti di igiene mentale e la politica contemporanea, ha saputo rinnovarsi nel bene e nel male. Prendendo una china sfortunata da cui, tra spettatori che danno forfait e mancati successi nella stagione dei premi, anche gli autori non avranno visto ritorno. Quest'anno si ripiega perciò sulla furbizia, in mancanza di idee brillanti; e a sorpresa, pensate un po', ci si trova a rivalutare in positivo anche le caotiche Hotel, Roanoke e Cult. Si parla di un futuro prossimo in cui, all'indomani di un'apocalisse ordita da una coppia di hacker sopra le righe e l'Anticristo, i sopravvissuti vivono in un bunker arredato come una fortezza medievale: sono parte dell'èlite – un'ereditiera, una presentatrice tivù, una gloria del cinema horror – e per capriccio hanno portato laggiù amanti, parrucchieri e domestiche. Nei primi episodi assistiamo a una convivenza claustrofobica fatta di strepiti, regole ferree e tracolli psicologici. Dal terzo in poi, forse l'unico degno di nota, un ribaltamento a sorpresa trasforma Apocalypse in quello che era stato preventivamente annunciato: un crossover. Non vi dico come né perché – i nessi, fidatevi, sono futilissimi – ma scendono in campo le streghe di Coven, stagione da me tutt'altro che apprezzata, per salvare le sorti della serie e sconfiggere un Diavolo in terra agghindato a metà tra Lady Oscar e un cattivo di Twilight. Che fine aveva fatto la Congrega al femminile e come ha potuto ingannare la morte? Cos'è stato di Michael Langdon, il bambino infernale concepito alla fine di Murder House? Le streghe hanno trovato la passata formazione e cercano la nuova Suprema: appaiono sprecate, a tal proposito, le partecipazioni in sordina di Farmiga, Rabe e Bassett, se a lungo rubano la scena le battute salaci delle sempre straordinarie Sarah Paulson e Frances Conroy. L'incursione sui luoghi maledetti della stagione introduttiva è d'obbligo, ma l'effetto nostalgia fa sorridere senza compiere miracoli: un inchino al cameo di Jessica Lange, il rischio glicemia per il tardivo lieto fine degli amatissimi Tate e Violet, e subito si scappa a far guerra contro l'Anticristo – con una piccola tappa in quell'Hotel Cortez senza più tracce di Lady Gaga. Veli pietosi sui flashback nella Russia dei Romanoff, su una Bates in versione Terminator, sulle trasformazioni camaleontiche di un Peters che cambia pelle ma resta svestito di ruoli memorabili. Compitino presuntuoso e stucchevole, impunemente trash, l'ultimo American Horror Story sembra l'opera di un feticista dello show che si sognava sceneggiatore improvvisato: il risultato, godibile ma spesso involontariamente comico, è una fanfiction fine a se stessa che regala alla premiata ditta di Murphy la sua annata peggiore. Bisogna forse auspicarsi conflagrazioni da fine del mondo per far tabula rasa dello sfacelo in corso? (5)

Dopo l'approccio negativo con la prima stagione e qualche pregiudizio di troppo, lo scorso anno avevo evitato senza rimpianti il soggiorno nella corte più raffinata d'Italia. Non ho conosciuto il Cosimo di Richard Madden, così, né assistito alla progettazione della famosa cupola di Brunelleschi. Qualcuno mi consigliava di tornare sui miei passi, ma la pigrizia e la scarsa attrazione verso le produzioni in costume hanno sempre avuto la meglio sull'idea passeggera di recuperare la fortunata collaborazione tra Rai e Stati Uniti. Approfittando della natura antologica della serie kolossal, non so nemmeno io perché, ogni martedì sera per quattro settimane mi sono ritrovato ad assistere agli intrighi e ai sospiri di due generazioni successive di Medici. Cosimo e Contessina, ancora rimpianti, si sono trasformati in leggenda nel ricordo del popolo toscano. L'antico splendore, però, ha un prezzo salatissimo. Se le strutture desiderate dall'illustre avo sono ancora solide e inattaccabili, lo stesso non può dirsi del potere della famiglia. Fra la secolare rivalità con i Pazzi di Sean Bean – questa volta, statene certi, non passerà a miglior vita troppo presto –, le trattative con gli Sforza e i disperati tentativi di procurarsi i favori di papa Raoul Bova, gli sconvolgimenti sono nell'aria. Con l'arte e la poesia messe ai margini, abbondano le alleanze politiche e matrimoniali, e voltafaccia di cui si finisce per perdere il conto. Il risultato finale non annoia né coinvolge, grazie o a causa delle trame arzigogolate e di parentesi romantiche rubate a man bassa a uno sceneggiato per signore. C'è la volitiva Clarice, non la classica moglie oggetto, desiderosa di imporsi ai danni della fatale e pessima Alessandra Mastronardi. Ci sono i biondissimi Bradley James e Matilda Lutz – rispettivamente Giuliano e Simonetta, in posa per un capolavoro pittorico dell'amico Botticelli –, amanti appassionati nonostante il matrimonio oppressivo e la salute cagionevole di lei; la sorella minore Aurora Ruffino, invece, è innamorata del nemico giurato come in una riscrittura di Romeo e Giulietta. A prendere le redini di tutto con un colpo di stato è il giovane Lorenzo, amato dalle donne e odiato dai restanti altri: il britannico Daniel Sharman, che già rubava la scena in Teen Wolf per una bellezza e una mascella fuori dal comune, si conferma il migliore di un cast miscellaneo – poco convincente, in definitiva, l'interazione fra voti internazionali e nostrani, con gli ultimi penalizzati dal doppiaggio scadente – insieme a Matteo Martari, antagonista dal fascino sinistro. Impossibile farsi bastare l'opulenza di scenografie, costumi, trucco e parrucco. E no, non contano nemmeno la sigla di Skin o le scene di nudo audaci per la prima serata. Avrebbero giovato una sceneggiatura meno romanzata e più solida, i ritmi sostenuti proposti negli episodi conclusivi: I Medici, tocca riconoscerglielo, è una serie che per fortuna migliora strada facendo. Fino a un finale appassionato e violento – la congiura dei Pazzi non poteva che essere il logico congedo –, dove l'azione e il sangue delle vittime sacrificali trionfano sui languori da Harmony e i buchi di una sceneggiatura che distingue fra figli e figliastri. Nella programmatica scena di chiusura, culmine perfetto, arriva infatti la Primavera a rianimare in time lapse una tela squarciata. E assieme a lei, allora, fioriscono le speranze per un prosieguo da attendere perfino con un briciolo di curiosità aggiunta. (6,5)

venerdì 10 novembre 2017

I ♥ Telefilm: Alias Grace | The Booth at the End

Grace ha violato il quinto comandamento. Ha ucciso. Condannata all'ergastolo, ha evitato l'impiccagione per il beneficio del dubbio. Immigrata irlandese poco più che adolescente, avrebbe massacrato i padroni di casa con la complicità di un garzone. Un giovane psichiatra, quindici anni dopo, la interroga. La verità sfugge. La protagonista taglia e cuce, inventa e soggioga, si difende con parole studiatissime, lo seduce. Con il suo viso angelico, coi suoi misteri insolvibili, diventa un'ossessione. Sarà innocente o colpevole? O l'una e l'altra cosa, se scrive Margaret Atwood, sceneggia Sarah Pauley, dirige Mary Harron e le piccole sfumature, sì, contano? Period drama in sei puntate, senza particolari guizzi ma con un cuore bugiardo fino all'ultimo, Alias Grace inquieta e confonde. Ha i suoi difetti in qualche svolta soap di troppo – il prevedibile transfert vissuto da un imbambolato Edward Holcroft, eppure intenso amante di Ben Whishaw in London Spy, o il doppio ruolo del furfante Zachary Levi – e in un epilogo accelerato, dopo qualche episodio a metà scorso invece a rilento. Ispirata a una storia vera ma con una fortissima matrice letteraria alla base, la miniserie della regista di American Psycho si muove sul filo. La coerenza, sacrificata per fedeltà assoluta a una protagonista manipolatrice: Sarah Gadon, assassina impenetrabile e incantevole. Paranormale, follia, o forse semplice menzogna? E quel finale ambiguo, che svela e non svela: sospeso o inconcludente? Gli sguardi in camera che tanto mi avrebbero fatto dannare l'anima in un'ora e trenta, i puntini di sospensione, a lungo hanno invece finito per infastidirmi. A volte, soprattutto in un tocco femminile impossibile da fraintendere, Alias Grace somiglia alla Maurier di My Cousin Rachel: una caccia alle streghe guidata dal pregiudizio dei tempi, dalla misoginia, in cui l'essere donne era il vero crimine da scontare. Altre a un Gone Girl in costume, in cui a una protagonista messa con le spalle al muro spetta l'ultima parola. Altre ancora, e lì non convince chi come me non apprezza il genere, a un feuilleton che sacrifica il dramma giudiziario, la seduzione del doppio gioco, in nome di una classica storia di orfane sfortunate e grandi soprusi. Di The Handmaid's Tale, inevitabile metro di paragone, mancano purtroppo la sorpresa, lo spessore, la doppiezza. E dalla penna della Atwood – per un soffio, mancato premio Nobel – quest'anno ci si aspettava l'impossibile en plein. (6)

Siede nell'angolo più estremo di una tavola calda. L'uomo, un affascinante cinquantenne con la giacca elegante e il taccuino sempre aperto, non abbandona il suo posto fino all'orario di chiusura. In un bar ai confini della realtà,  il protagonista fa accomodare davanti a sé interlocutori innumerevoli. Presta ascolto, prende nota. Ci sono uomini e donne, anziani e perfino qualche bambino. Ognuno brama disperatamente qualcosa. Una famiglia unita, la bellezza, l'eterna giovinezza, il denaro, l'amore, Dio. L'uomo senza nome, che ha le premure di un analista e i poteri del genio della lampada, può esaudire le loro richieste in cambio di un prezzo salatissimo. Ci si vende l'anima con il furto a mano armata, le stragi in piazza, l'infanticidio, la tortura, il concepimento di un figlio indesiderato, la corruzione da cui non sono esenti né gli agenti di polizia né le spose di Cristo. Mi ha dato il suo biglietto da visita Paolo Genovese: forse a corto di buone idee dopo il successo del magnifico Perfetti Sconosciuti, forse sinceramente interessato a farci riscoprire una piccola serie dal grande potenziale. Le due stagioni di The Booth at the End – in totale, dieci episodi di venti minuti ciascuno – spaventano con i loro spunti faustiani, degni delle ispirazioni di Black Mirror, ma si trasformano in qualcosa di impercettibilmente diverso pur non tradendo l'originalità del menù. Restano il leggero umorismo nero e i dilemmi etici. Il meglio e il peggio degli avventori rievocato a voce, se non ci si può allontanare da quello scenario fisso. A cavallo di una stagione e l'altra, invece, le costanti sono questa misteriosa cameriera che sa molto più di quanto crediamo; una ragazza riportata in vita dall'egoismo del padre in lutto; lo straordinario Xander Berkeley, forse un diavolo spregevole o forse la personificazione del nostro angelo custode, che rischia di rimanere a tal punto invischiato nei drammi mortali da non poter più rinunciare alla loro compagnia. E da scoprire bricioli di mortalità, di moralità, perfino in sé stesso. The Booth at the End ha richieste tremende e una delicatezza conciliante. L'uomo spinge i suoi clienti l'uno tra le braccia dell'altro con incastri perfetti, per combattere la solitudine e l'infelicità. A volte si incontrano, trovano il lieto fine. Altre cozzano, collidono, in tragedie agghiaccianti già predette e scritte sul suo fedele quadernino. Qualcuno, in una tavola calda qualsiasi, ha il potere di esaudire i tuoi peggiori desideri. Ti spinge al limite, ti ascolta arrabbiarti per quello che non hai. Nel mentre – proprio quando progetti ordigni esplosivi, rapimenti, cuori spezzati, remake italiani – ti ravvedi, magari, e ti accorgi del bicchiere mezzo pieno; di ciò che hai già. (7,5)

venerdì 4 dicembre 2015

Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettato

Si parlava, a proposito dell'entusiasmante Kingsman, di spie. Il lavoro che sognavo di fare, da bambino, affascinato dai tanti viaggi e dall'eleganza dello smoking. Dalla capacità, ricordo, che avevano di atterrare sempre in piedi, come succede ai gatti. Sono diventato, crescendo, uno che però non ama il cinema d'azione. Mi annoio lì dove, in genere, dovrebbe scattare l'applauso – gli occhi sbarrati, i piedi che scalpitano nelle scarpe. Finché, almeno, l'improbabile Daniel Craig – biondo, segaligno, sarcastico – non ha sostituito Pierce Brosnan, il Bond della mia infanzia a cui non mi ero mai appassionato davvero. Uno splendido inizio con Casino Royale; il dimenticabile – e infatti l'ho dimenticato – Quantum of Solace; il picco con Skyfall, denso e autoriale, che si era inserito ai vertici delle migliori visioni della sua annata. Non è passato molto. Tre anni, attesa ragionevolissima, con la promessa di grandi arrivi e grandi ritorni. Il maestro Sam Mendes di nuovo alla regia, per il ventiquattresimo 007. Forse l'ultimo, e l'epilogo lo lascia bene intendere, con il Craig che permise ai profani di avvicinarsi alla spia di Fleming. Com'è questo Spectre, visto solo adesso per i ritardi delle proiezioni nella mia città, ma rigorosamente al cinema? Un film lungo ma piacevole, che intrattiene senza annoiare e il cui massimo difetto è uno soltanto. Lo stesso che ricade su Writing's On The Wall: brano di apertura nostalgico e bondiano nel dna che ha la sfortuna, purtroppo, di arrivare dopo la hit di Adele. Spectre si muove nell'ombra del predecessore, Skyfall, e prova – con un cantante dalla vocalità similmente elegante, con strascichi emotivi che riecheggiano – a rinnovare i fuochi d'artificio. Bond raccoglieva l'eredità del Cavaliere oscuro, si immalinconiva, vestendosi a lutto, e il suo personaggio diventava pensieroso. Maturo, dopo generazioni e generazioni. In Spectre, Craig è in forma ma ha il volto segnato: quasi cinquantenne – l'attore, il personaggio – pensa al pensionamento e, con rimpianto, alle donne della sua vita: Vesper Lynd, mai dimenticata, e la compianta M. Il film, dall'incipit accattivante, si apre con un piano sequenza straordinario a Città del Messico. Seguono un inseguimento spericolato a Roma, che finisce con un tuffo nel Tevere, e botte e corteggiamenti, in treno, che omaggiano Hitchcock. Per tutto il tempo, c'è quel senso di addio, forte. Più forte senz'altro delle scene d'azione, coreografate nel dettaglio, e di una trama molto debole, a cui manca il guizzo. Lo si nota nei cattivi – Dave Bautista, rubato al ring, e un Cristoph Waltz tutto preso a interpretare il sopravvalutato ruolo di Cristoph Waltz – e nelle amanti – una Monica Bellucci che ci ricorda le sue scarse doti recitative e quella bellezza che non tramonta; una Léa Seydoux troppo scialba per rimpiazzare la Green, nei cuori nostri e in quello della spia, e giustificare un radicale cambio di vita. Ciliegine sulla torta, però, i comprimari – su tutti, Moneypenny e Q, a cui si vuole tanto bene – e la percezione del tempo che passa. Un beverone salutista, al posto del classico martini “agitato, non mescolato”; l'Aston Martin che chissà se passa la revisione, al prossimo giro; un Craig impeccabile ma che, nelle interviste, senza girarci attorno, si dice stanco morto di questa vita spericolata. Meglio ricordarlo che salta giù dai tetti, annienta il crimine e sistema i gemelli della camicia, prima di pensare a dispensare amore alle sue dame in pericolo. Saggio fermarsi qui, anche se poteva essere meglio - o peggio. (7)

Becca e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Sono bambini responsabili e spigliati e, a malincuore, sono cresciuti in fretta. Sua madre, la stessa che aveva tagliato i ponti con la famiglia in nome dell'amore, è stata abbandonata dall'uomo della sua vita. Lasciare che lei torni a essere felice, accanto al nuovo compagno, comporta un piccolo sacrificio: ad esempio, una settimana con quei nonni da scoprire da zero. Una fattoria isolata, una casa che si sveglia al tramonto, una telecamera per immortalare la felice riconciliazione - e qualcos'altro. Cosa succede alla nonna durante la notte? Perché c'è l'obbligo di tenersi alla larga dalla cantina? The Visit, commedia horror che sfrutta il found footage e la paura verso ciò che dovrebbe essere rassicurante – un tempo erano i clown, adesso i miei adorati vecchietti -, è il ritorno di Shyamalan alla macchina da presa. Uno che, dopo un esordio che aveva fatto gridare al miracolo, arrivato al misterioso The Village, ha però collezionato flop su flop. A sfavore del suo nuovo film, una tecnica che mi ha stufato e risvolti semplici. Però, a sorpresa, The Visit è un gradito ritorno alla base. Lontano dai fasti dei vecchi film, ma estraneo alle note stridenti degli ultimi. Da prendere così com'è, ma carinissimo. Lo spunto ricorda il miglior racconto del Re e la telecamera traballante ha una sua ragione d'essere, in mano a due protagonisti dalla bella faccia tosta, che ci divertono, ci preoccupano e ci colpiscono con moderazione. I toni sono lievi, inadatti a chi cerca un horror nudo e crudo, e Shyamalan fa bene, ma latita – all'appello mancano la sua strana spiritualità, il lato fantastico. Firma, però, una sorta di favola mistery – a rendere instabili i due anziani sono possessioni demoniache o i realistici mali raccontati in Amour? - e, dalla sua, ha scene vagamente disgustose che fanno tanto ridacchiare, protagonisti convincenti – in particolare, Deanna Dunagan, inquietante nonna hippie – e una chiusa, con un colpo di scena e subito dopo il perdono, a modo suo anche toccante. La riscrittura non dichiarata di Hansel e Gretel trova uno Shyamalan insolito, disimpegnato per precisa intenzione, e un pubblico molto favorevole: un'avventura di ragazzini intraprendenti e cattivi da cartone animato – penso a un Disturbia per l'infanzia – che sarà modesta sì, ma va oltre le previsioni iniziali e sta bene col Natale imminente. (6,5)

Sono amici stretti, giovani cadetti tornati a casa per l'estate. In un'enorme residenza inglese, studiano – e, di rimando, vengono studiati – la sorella del loro compagno. Com'è testarda la giovane che, in una casa di frivolezze, lotta per il diritto allo studio e si sogna scrittrice. Come possono non innamorarsi dell'orgogliosa Vera il cagionevole Victor e il sensibile Roland, che compone sonetti? L'inizio di Testament Of Youth – in Italia, passato direttamente su Sky, come Generazione Perduta – sembra sbucato da quel quadro famosissimo di Manet. Rampolli allegri, colti, distesi su un prato in compagnia di una ragazza che, bella e estroversa, li affascina tutti. L'idillio c'è – Vera sceglie il poeta e, per un po', i due si godono passeggiate nel verde e la speranza delle nozze – ma subito si rompe. La realtà entra, nella campagna incontaminata, con i titoli sui giornali e la leva obbligatoria. Scoppia la Grande Guerra. Gli aerei, all'orizzonte, al posto di Oxford e dell'amore. Quanti strazi può contenere una sola esistenza? Quanto può essere triste un melodramma, quanto equilibrata una produzione BBC, senza che le tragedie sembrino troppe o l'emozione venga svilita? Testament Of Youth, nel nostro paese trattato alla stregua di un film televisivo ma ribattezzato, per una volta, con un titolo forse anche migliore, impiega due ore appena per riassumere una storia vera – quella della a me sconosciuta Vera Brittain, autrice e attivista – e, con il suo gusto pittorico e un cast di professionisti, riesce a non sfigurare accanto a Espiazione e Una lunga domenica di passioni, per me tra i migliori titoli sul tema. James Kent, che si è fatto le ossa con tante mini-serie, prende da Wright e Jeunet l'eleganza della confezione, la fotografia curata, i sentimenti intensi. Ma se Testament Of Youth scuote molto, anche di più, è perché i titoli di coda ne rafforzano la già forte verosimiglianza e perché a raccontarsi è l'unica sopravvissuta a una generazione di vittime, impersonata dalla rivelazione dell'anno. Alicia Vikander, prossimamente agli Oscar, poco ma sicuro, per The Danish Girl, è una inumana macchina di emozioni. Non si strugge due volte allo stesso modo, espressiva e bellissima, e nel mentre quanto ci commuove? Insieme all'atipica olandese, strana per i capelli corvini e un accento british perfetto, i soliti grandi nomi della scuola inglese – West, la Watson, la Richardson – e giovani conoscenze telefilmiche – il promettente Egerton; quegli Harrington e Morgan intimiditi ma accettabili. Il memoir della Brittain, portato al cinema, ha tanta umanità e rispetto. Il conflitto visto da tre prospettive diverse – il soldato, la volontaria, il nemico tedesco che muore proprio come il nostro amico inglese: spaventosi, a tal proposito, gli sguardi in camera dei singoli protagonisti – e la vita che, nelle trincee e nelle stazioni affollate, ci ricorda che le donne sono d'acciaio e che si sopravvive a tutto. Perfino a noi stessi. (7,5)

Non ci è voluto molto affinché un successo editoriale diventasse un successo cinematografico. Questo il destino di Io che amo solo te, bestseller di Luca Bianchini, che per una settimana e qualcosa è stato campione di incassi. Da meridionale doc, avevo trovato il romanzo omonimo piacevole, ma disseminato di innocui cliché sull'estremo sud: la nostra famosa ospitalità, le grandi abbuffate, gli scorci suggestivi e, nelle occasioni importanti, quella voglia di fare che spesso è ai confini del kitsch. Aveva gli occhi del torinese che parla di una Puglia che ha visto solo in vacanza. Meglio aveva fatto un turco, Ferzan Ozpetek, in quel Mine Vaganti che era stato un fantastico ritorno alla commedia all'italiana. Quel libro con lo stesso titolo di un'intramontabile canzone un po' lo ricordava, con i parenti serpenti, gli outing, le bugie a tavola. Sul grande schermo, sarebbe stata altrettanto forte la somiglianza? Con Scamarcio nuovamente a bordo, un ricco – ma male assortito, in definitiva – cast, lo sfondo di quella Polignano così affascinante in Spring, mi auguravo di sì. Ma Ponti non è Ozpetek e, tradotto in immagini, lo stile fresco di Bianchini risulta impalpabile: guardando la trasposizione cinematografica, la matrice letteraria si perde. Io che amo solo te è scorrevole, ma privo di stile: televisivo e senza particolari meriti. Occasione persa se, con toni simili e un identico protagonista, ci si poteva giocare la carta di una riscrittura, quasi, del film più bello del regista di La finestra di fronte. Amori presenti e passati – due innamorati di vecchia data allo stesso matrimonio, ma come consuoceri – si incrociano. Quella che avevo definito una nostralgica taranta dell'amore perduto, però, diventa una folcloristica barzelletta sul meridione, in cui la presenza della splendida Maria Pia Calzone – accanto a lei non spiccano i soliti volti di casa nostra, bensì una esilarante Riccobono e il giovane Eugenio Franceschini, qui omosessuale in cerca di una fidanzata di copertura – tenta, come può, di bilanciare i disastri di una pessima voce narrante e i cameo trash – Salvi, la Amoroso. Comunque modesto di suo, con attori che talvolta non si sforzano nemmeno di far proprio l'accento barese e comportamenti assurdamente sopra le righe, Io che amo solo te sembra una specie di cinepanettone “all stars” giunto in anticipo. (5)

Anne Hathaway, nella commedia che avrebbe definitavamente lanciato una fortunata carriera nata sotto i castelli Disney, abbandonava una limousine in corsa quando il suo capo spietato, la superba Meryl Streep, ammetteva che le due – ambiziose e stacanoviste – avevano, in realtà, molto in comune. E la famiglia? E l'amore? Dopo tanti anni e un premio Oscar, la Hathaway – tornata fisicamente in forma, all'indomani della breve e struggente prova in Les Misèrables – interpreta Joules: direttrice di un'azienda di shopping online che, devota alla causa, tenta come meglio può di rimanere a galla, tra orari improponibili, concorrenza mostruosa, marito e figlia. Finché, da donna in crisi, trova aiuto e sollievo nell'assunzione di un collaboratore un po' particolare: Ben – vedovo e pensionato, eppure giovane dentro -, infatti, sarà la sua ancora di salvataggio. Il Robert De Niro più in parte dell'ultimo periodo, un angelo custode in giacca e cravatta, darà infatti lezioni gratuite di garbo, benevolenza e stile, in una redazione da mettere in sesto e in uno scontro generazionale, a tratti, nostalgico e divertente. Lo stagista inaspettato, nuova fatica di Nancy Meyers, regina di un certo fare cinema e parziale erede di Nora Ephron, è una commedia innocua che, per un gioco di rimandi più o meno voluti, somiglia a Il diavolo veste Prada, pur non avendone il cinismo, il piglio, l'aria iconica. Senza infamia e senza lode, si direbbe, visto un epilogo classico e immagini laccate, ma non troppo. Ma quale infamia può esserci, con due grandi attori che fanno conoscenza e se la ridono di gusto, due ore dai ritmi perfetti, un senso di bontà diffuso? Una commedia sofisticata, fieramente vecchio stile, dove gli anziani sono i nuovi giovani, le mamme i nuovi papà e le passate assistenti di capi diabolici nuovi boss aperti alle istanze del prossimo. (6)

giovedì 1 ottobre 2015

I ♥ Telefilm: Scandal I-IV, Faking It II, Impastor, Lady Chatterley's Lover

Scandal
Stagione I-IV
I fan di vecchia data, quando vengono a sapere che tu, spettatore compulsivo, non fai parte della loro cricca dicono, sdegnati: non segui Scaldal?, scandalo. Antichi filosofi orientali, invece, lasciavano ai posteri un aforisma che suonava così: tira più un pelo di Olivia Pope – un nome, una garanzia – che un carro di buoi. Così questo recupero da fare si è fatto, in un'estate che mi ha visto poco impegnato ma molto diligente. In un mese e mezzo, in realtà, in cui i più che mi dicevano “ma davvero non guardi Scandal?" hanno avuto la mia riconoscenza e anche un po' del mio odio. Una volta iniziato – complice il brutto tempo dell'ultimo periodo, quattro stagioni arretrate, altri titoli in pausa per le vacanze – non vuole occhi che per lui. Piace perché è ben scritto, impreziosito da interpreti e caratteristi sopra la media, pensato come un compromesso tra il thriller politico e un irrinunciabile guilty pleasure. Lo immaginavo all'inizio serioso, serial su avvocati scrupolosi in giacca e cravatta, ma ai tempi del colpo di fulmine con How to get away with murder – sempre della Shonda che non delude – mi avevano assicurato, al contrario, fosse la quintessenza del trash intelligente. E Scandal rigido e convenzionale non lo è mai; trash raramente. Eclatante e audace sì, ma alla maniera di quell'autrice di cui ho imparato ad apprezzare il gusto e il piglio originale, anche se ci sono cose che continuano a non piacermi. Scandal mi ha coinvolto e sconvolto come chiarivano le premesse e giuravano le promesse, ma – all'inizio, almeno: poi ci ho fatto l'abitudine – a convincermi di meno era proprio la decantata Olivia. L'idolo delle spettatrici; la donna che tutte loro vorrebbero essere da grande. Troppi pianti, troppi bronci, per quella Kerry Washington, impeccabile e splendida nei suoi completi avorio, che a volte, palla che rimbalza tra un innamorato e l'altro, si mostra vulnerabile in una maniera che è in contrasto con i suoi pochi scrupoli e i metodi non convenzionali. Qualcosa di simile succede con Viola Davis, fresca di Emmy: mostrarsi umana, vulnerabile, significa togliersi trucco e parrucca, piangere? Non mi convince il modo che ha la Rhymes di mostrare la fragilità delle sue eroine: una donna che parla di donne potrebbe fare assai meglio. Con gli occhi lucidi e i sospiri affranti, sembrano tante adolescenti: atteggiamento che poco si confà a due vincenti, a due leonesse. Possibile renderle vicine e lontane insieme, senza melò? Ma questa non è solo la storia di una professionista spregiudicata che, tra verità e inganno, fa perdere la testa al Presidente degli Stati Uniti in persona e a Jake, capo del B613. Si parla di avvocati difensori, i più affiatati e costosi che incontrerai, e dei loro facoltosi clienti: statisti, agenti segreti, re. La squadra dei "gladiatori in doppio petto" non conosce sconfitte o tentennamenti: da Huck, hacker e assassino dal commovente passato, a Quinn, allieva brillante, passando per la civettuola Abby e per il dandy Harrison, nessun attore fuori fuoco, nessuna falla. I miei personaggi preferiti, accanto al tenero psicopatico dalla doppia vita, quelli al centro dei rapporti sentimentali più credibili: Mellie, subdola e pungente First Lady che rinascerà spesso dalle ceneri; Cyrus, braccio destro di Fitz che, parlando d'amore, compone con James, di professione giornalista investigativo, una realistica coppia omosessuale di mezza età, non in perfetta forma fisica e mossa dal forte desiderio di adozione. Nella prima stagione: la presunta tresca tra il Presidente e una sua segretaria; vecchia storia che si ripete? Nella seconda, la verità su Quinn e i brogli elettoriali. Nella terza, notizie sulla famiglia di Olivia – ha, infatti, due magnifici mostri per genitori – e sulla gioventù di Fitz: nel frattempo, ci si prepara alle prossime elezioni, e tutto sembra lecito, se in ballo c'è la vittoria finale. Nella quarta, invece, Olivia come Elena di Troia: la bella per cui fare scoppiare una guerra? Scandal va visto, decisamente. Ideale e accattivante hobby che ha tanto pepe e, a volte, un po' di zucchero superfluo che, tutto sommato, si perdona: la folle dipendenza vale la vaga glicemia dei primi tempi. (7/8)

Faking It 
Stagione II
Nel liceo delle pari opportunità, luogo colorato e irrealistico in cui a capo delle cheerleader c'è una ragazza intersessuale e leader degli studenti è un gay rubacuori pieno di smanie, Karma e Amy si erano finte innamorate per la popolarità. Regine del ballo e idoli delle masse, avevano scoperto che le bugie ti portano alla pubblica gogna o, se hai sedici anni, a una storia d'amore che nessuno aveva previsto. Tra le due, poteva esserci l'amicizia e qualcosa di più? Faking It, lo scorso anno, imprevisto e leggero com'era, si era rivelato materiale per una spassosa teen comedy a episodi. Protagoniste bellissime, comprimari utili, un modo nuovo per parlare di diversità che – al cinema o in televisione – sono inserite puntualmente con buonismo, come il decalogo del politicamente corretto prevede. Nella scuola di Faking It – che ricordo, tempo fa, di avere definito un'allegra distopia – personaggi altrove marginali sono alla riscossa e figure tradizionali siedono, invece, ai margini. Immaginate un mondo sottosopra in cui, per essere accettato, devi avere una tua particolarità. Quel buono spunto, nonostante poligoni amorosi e nuovi ingressi, non si perde in una seconda stagione discontinua perché divisa in due parti. La prima, terminata a dicembre. La seconda, invece, iniziata e finita nove mesi dopo per un attacco hacker che non ha preso di mira, questa volta, i nudi di Jennifer Lawrence ma le puntate rimanenti di una storia sempre e comunque piacevole. E' successo, a un certo punto, che la curiosa Amy sia finita a letto, per ripicca, con Liam, l'amato di Karma. Se l'amica non può amarla, potrà forse perdonarla? Mentre da quelle parti si fa all'amore e alla guerra, un preside dittatore vorrebbe rendere la Hester High una scuola normale e i comprimari, tra cotte mostruose e relazioni illecite, vivono nuove disavventure sentimentali. Faking It, parlando di quel che chiede il corpo e di quel che suggerisce in segreto il cuore, di esperimenti e friendzone, continua a essere spontaneo e sexy. Cosa ne pensate del sesso a tre? E la bisessualità sarà verità o leggenda? (7)

Impastor
Stagione I
In questa estate rapida e indolore, con le serie più attese in vacanza e le serate in compagnia delle maratone di Scandal, mi sarò concesso probabilmente solo una novità Avevo bisogno di una comedy breve e fresca per riempire i tempi morti, ma venti minuti di risate e astinenza dalla serietà sembrano difficili da trovare: tra pilot che non decollavano e sitcom che, dopo pochi episodi, avevano già un destino fallimentare, è spuntato poi Impastor. Che, a sorpresa, mi ha abbandonato solo da poco. Ha resistito, alla fine, e ho resistito anch'io. La serie che ha fatto il suo debutto su Tv Land e che, per condotta scorretta, ha fatto borbottare i cattolici più ferventi gira e rigira attorno a uno scambio di identità e a tutti gli imprevisti del caso. Quando Buddy, irresponsabile e pieno di guai, vorrebbe suicidarsi per sfuggire al pugno di ferro dei suoi temibili aguzzini, ecco che gli si presenta un'occasione irripetibile: prendere in prestito la vita dell'uomo che, nel tentativo di salvarlo, è scivolato in acqua e non è più tornato a galla. Chi lo cercherebbe mai, in una comunità in cui tutti sono in attesa di una nuova guida spirituale? Buddy – pastore impostore – fingerà perciò di essere chi non è: un omosessuale in cerca dell'anima gemella e, soprattutto, un sacerdote dalla fede incorruttibile. Commedia americana a puntate, colorita e poco brillante, ma all'occorrenza divertentissima, Impastor funziona come può. I sospetti dei parrocchiani, le attenzioni di una lei bellissima e di un lui che invece aspetta e spera, le ondate migratorie – in paese – di sicari armati fino ai denti. Un po' Big Mama e un po' Il missionario, non farà la storia della televisione ma con il caldo, il tempo libero e la concorrenza di serie mediocri ha avuto, per poco, la sua da dire: sempre sottoforma di battuta di spirito, politicamente scorretta nelle intenzioni ma, in pratica, mai davvero provocatoria. Punto in più, inoltre, per il protagonista. Un Michael Rosenbaum, il Lex Luthor del mio caro Smallville sotto Crescina, che fa piacere rivedere. (6+)

Lady Chatterley's Lover
Film TV
Il classico dell'erotismo che aveva suscitato infinito scalpore, torna in televisione. La storia che tutti conoscono, sotto lo sguardo casto e puro della BBC, ha qui un inizio veloce, un epilogo affrettato e una metà in cui c'era tutto il tempo per dirsi e darsi. I primi minuti riassumono a grandi linee la nascita e la morte dell'unione dei coniugi Chatterley: il colpo di fulmine e un matrimonio in grande stile; il ritorno dalla guerra, ma con la dignità e il fisico a pezzi. Nel frattempo, così, Constance dà inizio a una storia di sesso con il guardiacaccia della tenuta. La televisione inglese, sinonimo di grazia e eleganza, questa volta toppa. L'ultimo Lady Chatterley's Lover, semplificato e ripulito, ha l'aria poco ricercata di una fiction Rai e limiti grandi. Uno dei titoli più osteggiati ha un amaro destino nelle mani della BBC, puntuale ma scolastica, allergica alle debolezze della carne e ai segreti della camera da letto. Il loro ultimo prodotto è una riscrittura pudica e algida, senza il languore dei corpi e il fuoco. C'è più pelle in vista ma prevedibilmente manca il bestiale, il primitivo, il bisogno basico che ha reso Connie e Oliver degni di memoria. Compitino insoddisfacente, televisivo rispetto a standard solitamente elevati, dalla resa discutibile e dal cast mediocre. Se il Richard Madden che fu il Principe Azzurro in Cinderella, nonché presenza fissa in Games of Thrones, se la cava – è bello, ombroso, e il suo personaggio di poche parole non fa pesare le poche espressioni -, fa assai peggio Holliday Grainger. Anche lei nella recente fiaba di Branagh – ma in veste di sorellastra maligna; vista, comunque, in Posh – esibisce una recitazione innaturale, melodrammatica come nel muto del passatato, e l'antipatico nasino all'insù proprio non aiuta. Un riassunto, dunque, per chi volesse sapere com'è che finisce – e deludente è anche il finale rose e fiori – e non avesse tempo di recuperare un romanzo che intimorisce. Da parte mia, il desiderio di un recupero ci sarebbe pure. Anche se mi assicurano una lettura lenta, con poco per cui valga la pena scandalizzarsi, al giorno d'oggi, e noia a volontà. (5)

lunedì 24 agosto 2015

Mr. Ciak: la romcom che non conoscevi, che c'è al cinema, period drama per un perfetto accento british

A San Lorenzo non ho visto stelle, ma questa estate che finisce esaudisce un altro desiderio, per me che dalla trilogia di Linklater in poi sono sempre sulle tracce dei film che dico io. Parlati a lungo, vissuti in fretta, noti poco. Dopo chicche varie, arriva Before We Go a chiudere il cerchio. Dalla sua, una copertina che lascia intendere che lì ci sia tutto quel che mi piace e un titolo in assonanza con Prima dell'alba. Brooke, prima di andare via – ha perso il treno, infatti, la sua Prada è stata rubata e deve arrivare a casa veloce, perché ha lasciato sul letto una lettera d'addio di cui si è pentita –, incontra Nick in stazione. Trombettista di strada che aiuta senza pretendere niente in cambio quella mezza turista persa. Ci si emoziona e ci si stupisce, con una o due scene da incorniciare – la telefonata a sé stessi, loro che compilano uno di quei questionari degli alberghi per parlare in realtà di com'è stato conoscersi; e poi metteteci la gentilezza magica di Serendipity e un musicista spiantato che trascina dietro il suo strumento come in Once – e un cast che non ti aspetti. Accanto alla bionda Alice Eve, che già in passato ho scoperto capace, Chris Evans – qui anche regista. Cosa ci farà mai l'adone dei cinecomic nei miei film – miei, poi, anche se nella vita odio parlare, camminare, sbottonarmi con gli estranei? Una bella figura. Lui e Alice, infatti, visti da vicino non sono poi troppo inarrivabili ma, caspita, sono bravi. Entrambi col cuore altrove, entrambi dimentichi di essere belli come divi: niente scintille in hotel, ma passeggiate perché si cerca sempre qualcosa – la borsa sottratta, denaro, riparo – e quattro chiacchiere per scoprisi. Con le verità di cui questo cinema è capace, la notte newyorkese che porta consiglio, l'arrivederci al mattino. Tutte uguali e tutte diverse, le commedie così hanno le storie vere che la City ispira e occasioni che vengono a bussarci al cuore nei momenti sbagliati. Immancabili toni da videoclip – e dunque canzoni non da meno – e protagonisti – che siano però solo e soltanto due – dai sorrisi giovani. Tutti della stessa pasta segreta, sono film che avranno sempre la loro da dire. E, come mi ha suggerito la solita Lisa di fiducia in chat, noi fedelissimi staremo lì ad ascoltare. (7,5)

Avete notato quante sorprese la cara commedia alternativamente romantica sta dando, a noi appassionati di chiacchiere fino al mattino, amori lampo e piglio indie? Copenhagen inizia col solito giro, rassicurante e orecchiabile. Ragazzo conosce ragazza. Lingue diverse, età distanti, una città sullo sfondo che visiteresti seduta stante. Direzione: una capitale in cui non sapevi neanche di volere scappare, lassù, nella magica Danimarca, e una chicca di esordio. Mark Raso, giovanissimo, prende un giovanissimo protagonista anglofono – il Gethin Anthony visto in Aquarius e Games of Thrones - e lo rende uno di quei turisti cascamorti e immaturi. Ma l'irresponsabile William, sulle tracce di un rinnegato nonno nazista, s'imbatte nell'adolescente Effy, interpretata da Frederikke Dahl Hansen – a dispetto del nome impronunciabile, bella (e maggiorenne). In una caccia al tesoro, all'insegna dei luoghi simbolo e dei segreti dietro i sorrisi di padri sempre corrucciati, i due andranno in bicicletta, faranno cose, vedranno gente. Copenhagen è il sogno di una mattinata di mezza estate, spigliato e riflessivo, con casupole da presepe dipinte a mano, sanpietrini che fanno saltellare la sella sotto il sedere, protagonisti carini e a proprio agio l'uno con l'altra. Poco di nicchia e troppo adorabile, ha i piedi in due mari – e in una sola scarpa – e la rigenerante freschezza che deve soffiare lì. Nel punto in cui convergono acque altrimenti estranee e, giusto in mezzo, c'è come un'isoletta. Percorsa, a piedi, da un uomo che isola non è. (7,5)

A prima vista, un film sentimentale tutto palpiti. Invece il dramma musicale di Ami Canaan Mann ha un dolce non so che, sua fortuna allo scorso Festival di Venezia. La storia ha un lui sempre in viaggio e una lei che è tornata all'ovile. Si innamorano, mentre fuori fiocca, Ryan sfiora l'idea di un acquisto che non può permettersi e Jackie torna a pizzicare le corde di una chitarra. A unirli, cose che mi piacciono: la neve, i treni, il destino, la malinconia del folk. Più di qualche segreto del mio Once. Un regalo fatto senza pretendere niente in cambio, uno di quei sentimenti purissimi che capitano alle persone giuste nei momenti sbagliati. Possono avere quella “e” arricciata ad unirli giusto per un po': l'amore è una tappa. Regia convenzionale, colonna sonora giusta e due ottimi protagonisti. Katherine Heigl, cantante mediocre ma con una versatilità che mostra sia possibile, per lei, una carriera al di là della stupida commedia americana; Ben Barnes, con il bel visino che tutti hanno presente e una voce con un graffio interessantissimo, finalmente per mostare che sa. Emozionante e discreto, banale ma onesto, come quel genere musicale che si canta le cose in corpo, ti dà uno di quei rari pizzichii alla bocca dello stomaco. Con le mani fredde e il cuore caldo. (6,5)

Testare l'ultima creazione di Nathan è il compito di Caleb, programmatore che raggiunge un solitario inventore sulla sua isola privata. Oggetto del lavoro del protagonista, Ava: macchina loquace e seducente, dall'acume spiccato e dalle fattezze di donna. Chi studia chi, nell'esordio alla regia di Garland – uno che fa la fantascienza minimalista che piace a me e lavora coi grandi? In Ex Machina – classico non solo nel titolo  – si crea un mènage domestico che ha le tensioni e le dinamiche del thriller psicologico. Piace per gli infiniti spunti che, virtù e difetto insieme, stimolano l'attenzione fino a disperderla. Freddo di cuore, sangue e aspetto esteriore, funziona a lungo, assemblato con sole parti di qualità e giovani promesse: Domhan Gleeson, romantico protagonista di About Time; un Oscar Isaac strepitoso, nelle vesti di un amichevole antagonista che patisce i danni di alcolismo e spirito di onnipotenza; una Alica Vikander - olandese dall'agenda ormai piena, che, robotica con l'aiuto di qualche effetto visivo e con un nudo integrale capace di mostrarla bella come mamma l'ha fatta - che ha il personaggio che resta impresso. C'è tanto di buono e inevitabilmente si preferisce concentrarsi sulla trama, per non perdere il filo; ancora più della scienza e dell'etica, delle molte suggestioni sparse, si ricorderà per un epilogo abbastanza prevedibile – cattivo e già visto - che ha qualcosa che convince sfortunatamente a metà. (7)

Mistero grande, le scelte dei titolisti nostrani. Traduzioni libere, stravolgimenti o, in casi più rari, la creazione di filoni cinematografici composti da commedie che, all'improvviso, si ritrovano con il titolo in assonanza. Dopo i due Come ammazzare il capo e il successivo Come ti spaccio la famigliaVacation si aggiunge alla tribù dei “Come”. E, come nei precedenti capitoli di questa saga per caso, la storia poco nuova dei Griswold – famiglia on the road, che con un furgoncino made in Albania che punta verso un luna park, passando da fantasmi del passato, luoghi turistici, lontani parenti – assicura le risate rumorose che sono nei patti. Non bisogna arrivare al parco divertimenti per goderselo, il divertimento puro, se prendi due coniugi in crisi, un fratello maggiore che subisce le angherie di un fratello più piccolo e tappe impreviste qui e lì. In un cast meno ricco del solito, ma altrettanto in armonia, fa da Cicerone l'eroe della trilogia di The Hangover, Ed Helms, e esilaranti sono due cameo soprattutto: un superdotato Chris Hemsworth, magnificamente autoironico, e – da The Walking Dead – un inquietante Daryl, quasi uscito da Radio Killer. Se l'estate sfortunatamente va via, diciamole addio così; un'altra risata garantita, un'ultima vacanza. (6,5)

Bathsheba è una proprietaria terriera, capace di cordinare il lavoro dei suoi operai e di districarsi tra triangoli amorosi: amata da un fattore, corteggiata da un galantuomo, sedotta da un soldato, a chi concederà la sua mano? Stilisticamente non meno degno dell'Orgoglio e pregiudizo di Wright, abbiamo una regia di miracoloso perfezionismo e una trama che procede per accumulo e, dopo un inizio in equilibrio, va di fretta in una seconda metà carica di colpi di cuore. Colpa di tagli – inevitabili, con un classico di cinquecento pagine - che sottolineano le forzature nelle trame e colpa, un po', di schermaglie condensate che, a volte, gli fanno ironicamente meritare un titolo alternativo: Via dalla pazza frienzone. Però c'è che è un regalo alle donne pensato dagli uomini. Scritto da Hardy – noto per la sua misoginia -, ha gli intrecci di una commedia ottocentesca che ci aspetteremo più da Jane Austen. Inoltre, diretto da Thomas Vinterberg – braccio destro di Von Trier, impavido danese -, non rinuncia all'aria eterea da raffinatissima produzione BBC. Fotografia calda, colonna sonora da brividi, attori di gran classe. Da Carey Mulligan (chi avrà mai le fossette più dolci del reame), civettuola e intelligente, passando per l'onnipresente Schoenaerts, verso cui il minutaggio è maggiormente benevolo, fino a includere un sempre ottimo Michael Sheen - e a chi non dà fascino aggiunto, poi, una curata barba sale e pepe? (7-) 

Sabine De Barra, anticonformista e orgogliosa, viene incaricata da un fedele collaboratore di Luigi XIV di curare i lavori presso i giardini di Versailles. Con un progetto che li vorrà sempre più vicini, tra i due sboccerà del tenero. Alan Rickman, talentuoso davanti alla macchina da presa e non a proprio agio alla regia, dirige – e interpreta – una commedia in costume che si segue senza noie e senza interesse. Privo di orpelli in eccesso ma altresì di classe, Le regole del caos è scritto, diretto e interpretato con il pilota automatico. Passa inosservato il lavoro degli affidabili caratteristi Rickman e Tucci, insieme a quello di protagonisti che non brillano, al centro di sguardi languidi a cui manca il feeling. Kate Winslet è prevedibilmente all'altezza della situazione, ma pizzi e gonne ampie la rallentano e la ingrassano. Shoenaerts, con un viso che si presta ormai al dipinto settecentesco, appare inebetito e tormentato dal capello lungo. Per una Versailles più originale, si dovrà aspettare Luigi XVI. La Coppola e Marie Antoinette. (4,5)

Jane Eyre, dopo aver smascherato Rochester, scappava nella brughiera. Così iniziava l'ultima trasposizione di un capolavoro. Quest'anno, dopo averla ricordata in Gemma Bovery, squisita commedia francese, torna un'altra "madama". E anche questo film sceglie di partire dalla fine. I dettagli di una storia che nessuno ignora sfilano perciò nel giusto ordine e coi ritmi giusti. Con il citato Jane Eyre ha inoltre in comune l'eleganza dei costumi, il religioso accompagnamento del piano, una regia che osa qualche guizzo, il partire dalla fine; soprattutto, la presenza di una splendida Mia Wasikowska – sempre più intensa – nelle vesti dell'eponima eroina. La Wasikowska affascina con quel misto di freddezza e passione che solo lei possiede. Ma la trama è di per sé maggiormente indigesta, i tanti amanti non hanno né la bellezza né il talento di Fassbender – una parola per un Ezra Miller non al meglio – e, accanto alla stella di Mia, brilla soltanto uno spietato Ifans. Rigoroso, distaccato, puntuale. Così tanto che ci si domanda: è sì ben fatto, ma perché riproporlo ancora, se manca una chiave di lettura? (6)