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lunedì 10 marzo 2025

Dal Festival di Venezia allo streaming: M - Il figlio del secolo | Dieci Capodanni | Disclaimer

Il 2025 è appena iniziato, eppure sembrerebbe di aver già trovato la serie più rappresentativa di quest'anno, e di tanti anni a questa parte. Specchio nero dei tempi che corrono, M è il figlio del secolo, ma, soprattutto, il padre di una mostruosa progenie ancora tra noi. Ispirandosi a Scurati, Joe Wright mette in scena la banalità del male, e le sue origini, come avrebbe fatto Shakespeare. Accuratissima ma mai didascalica, la serie Sky lascia sedere in cattedra Mussolini in persona. Seduttivo e ributtante, carismatico e insicuro, il Duce di un incredibile Marinelli appare tutto e il contrario di tutto. A metà tra un personaggio slapstick e il sanguinario Macbeth, ci guida fino al delitto Matteotti, in una Roma fuligginosa come Birmingham: con lui Russo, sorprendente partner in crime, e Chichiarelli, fiammeggiante femme fatale. Se il cast è di soli fuoriclasse, la regia è arte futurista. Wright coreografa i voltafaccia, la violenza delle camicie nere, gli assalti come se fossero parte di un musical. La Storia non è la solita storia. M osa con l'ironia della tragicommedia per mostrare l'avanzata di un tiranno con poche idee e molti consiglieri, abilissimo nel tradire tutti — soprattutto sé stesso — quando il vento soffiava contrario. Perseguitato dai presagi e dal senso di colpa, Mussolini si svela nel pubblico e nel privato. E muove un atto d'accusa che nauseerà lo spettatore. L'indignazione non va a lui, ma a noi stessi, inebetiti davanti al suo predominio; complici. Il male peggiore è di chi lo compie o di chi, con le opere e le omissioni, lo nutre? (9)

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Succede proprio così, come nella canzone di Antonello Venditti, anche ad Ana e Oscar. Si conoscono alla vigilia di Capodanno del 2015, appena trentenni, e si inseguono per dieci anni. Lei intraprendente ristoratrice, lui medico nevrotico, non si ameranno con fedeltà per tutto il tempo. A volte in coppia, altre separatamente, animano con l'assoluta imprevedibilità dei loro sentimenti la serie del premiato Rodrigo Sarogoyen. Presentata in anteprima al Festival Venezia e imperdibile per tutti gli appassionati del cinema di Linklater e Kechiche, resterà tra le più struggenti dell'anno. Se la struttura narrativa ricorda l'iconico One Day, il resto sembra frutto di una magica improvvisazione. Gli attori rivelzione Iria del Rio e Francesco Carril, intimi e intensissimi, sono al centro di dialoghi lunghi interi piani sequenza e di scene di sesso così dettagliate da sembrare reali. Nel passaggio dai trenta ai quarant'anni, cambieranno lavoro, partner, città; vivranno lutti, nascite, perfino la pandemia; guadagneranno un fascino inaspettato, mentre i capelli si tingono inevitabilmente di grigio. Torneranno insieme, stavolta per sempre, in vista del faccia a faccia finale? Sicuramente, al termine di questo splendido tranche de vie che un po' appartiene anche a noi, non si scorderanno mai. (8)

Una documentarista rischia di perdere sia famiglia che reputazione quando un’ombra dal passato minaccia di rendere un suo segreto di dominio pubblico. A sbugiardarla è un romanzo autopubblicato, in cui si racconta la passione di un’estate lontana finita poi in tragedia. Ci si può fidare, però, di un narratore bugiardo? E di una donna spinta al limite? La regia di Alfonso Cuaròn, la fotografia di Emmanuel Lubezki, il cast all stars capitanato da Cate Blanchett. Possibile che, dopo l’anteprima al Festival di Venezia, si sia parlato tanto poco di Disclaimer? Scarsamente pubblicizzata, è un thriller sull’illusorietà delle relazioni e sul potere della scrittura, a tratti erotico e a tratti agghiacciante; una storia di vendette, servite rigorosamente fredde, dove il vedovo Kevin Kline è talmente magnetico da giganteggiare sul resto del pur sempre ottimo cast. Tratto dal romanzo di Renée Knight, bestseller da supermercato coinvolgente ma dozzinale nello stile, l’adattamento Apple trova l’autorialità che mancava alla controparte letteraria. Peccato che la patina eccessiva della confezione, la ridondanza delle voci off e l’esagerato manierismo della regia rendano il tutto troppo lezioso, anche a discapito dell'efficace colpo di scena in agguato. Questo asserragliamento da Oscar avrebbe meritato comunque maggiore attenzione. (7)

venerdì 27 dicembre 2024

Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)

Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta, aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti, silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori, Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante. (7,5)

Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi, quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico. Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te. Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine. (7,5)

Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta, la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic: un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione, sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una star. (8)

mercoledì 11 settembre 2024

La letteratura in streaming: Kaos | Dostoevskij | Feud: Capote vs. The Swans

Cospirazioni, tradimenti coniugali, sangue, famiglie. Esiste forse intrattenimento più contemporaneo e accattivante di quello offerto dalla mitologia greca? A partire da una intuizione elettrizzante, Kaos porta in scena i personaggi più amati del mito calandoli nella Creta odierna. Gli dei esistono, sono tra noi e, come sempre, mettono lo zampino negli affari mortali. C'è chi, però, ha smesso di temerli. Il Zeus di un esilarante Jeff Goldblum trema di rabbia e frustrazione, con la segreta paura di essere esautorato. Chi sta tramando contro di lui? Come può gestire la convivenza forzata tra cretesi e troiani, se ha difficoltà perfino a farsi obbedire dalla gelosissima moglie Era o da Dioniso, il più spiantato dei suoi figli? Saga familiare ultraterrena, eccezionalmente raccontata da un Prometeo già prigioniero, questa prima stagione (confidiamo, per favore, in un tempestivo rinnovo) tira in ballo anche un trio di mortali dal ruolo cruciale: Arianna, figlia del Presidente Minosse, che questa volta non ha bisogno di nessun Teseo; Euridice, stanca di essere cantata dall'egoista musicista Orfeo; Ceneo, ex amazzone con disforia di genere. Profondamente umani nella caratterizzazione, toccanti e in crisi esistenziale, i nostri eroi si muovono tra le Moire e le Erinni, la terra e l'aldilà, con una domanda: si può cambiare un destino già profetizzato? Corali, spassosi, kitsch con gusto, gli episodi non ha bisogno di effetti speciali per incantarci: la magia è nella scrittura di Charlie Covell, che brilla di equilibri indovinati e di un irresistibile humour inglese. Dopo tanti passi falsi, Netflix tira dal cilindro una serie finalmente all'altezza delle aspettative. Kaos, chicca imperdibile, fa con la mitologia quello che Romeo + Giulietta fece con Shakespeare. (7,5)

Dopo il successo di Valeria Golino, anche Fabio e Damiano D'Innocenzo tornano al cinema con una serie TV. Lenti, sgradevoli, più oscuri che mai, i gemelli romani ci mettono alla prova con un crime in due atti in cui qualcuno potrebbe vedere la risposta italiana a True Detective. Sono cinque ore di cinema d'autore. Di quello lento, pesante, disperato, tipico di alcuni festival di nicchia. La scena clou della prima parte? La colonscopia particolareggiata a cui viene sottoposto il protagonista: un cattivo detective, colpito dalle dipendenze e dal fallimento familiare, di cui sondare le viscere per sincerarsi del marcio. Sbirro e assassino, infatti, condividono gli stessi demoni. Il serial killer, ribattezzato Dostoevskij per le lettere nichiliste seminate sulla scena del delitto, diventa l'ossessione del nostro antieroe. La morte può diventare una ragione di vita? Nei polizieschi c'è sempre il momento in cui la polizia si muove nel buio. I D'innocenzo immortalano quel brancolare: i tentennamenti, le ipotesi, i buchi nell'acqua. E in quel buio si scavano la tana, inventando una sfumatura di nero che prima non c'era. L'ultimo atto vola, più spedito, più corale, più incalzante, ma non ci sono notti bianche all'orizzonte. Non sarebbe stato possibile condensare tutto in un film? Sì, ma sarebbero venute meno le sequenze descrittive in cui il Lazio sembra il Midwest; l'amicizia sincera di un commovente Vanni e la hybris di Montesi, giovane leva con tutto da da perdere. Condannato a un'oscurità eterna, Dostoevskij si rivela il nostro Prisoners: un delitto senza castigo in cui la voce bellissima e cavernosa di Timi, qui in stato di grazia, risuona tra le bettole della povera gente, nelle memorie del sottosuolo, nel nostro buio più inconfessabile. (8)

Le parole possono tutto. Perfino uccidere. Lo sapeva bene Truman Capote: reduce dal successo di A sangue freddo, cercava ispirazione per il suo prossimo bestseller tra i salotti e i ristoranti dell'alta borghesia. Cinico e pettegolo, lo scrittore omosessuale era la mascotte di un gruppo di donne facoltose ma infelici: le chiamava i cigni. A conoscenza dei loro più sordidi segreti, lo scrittore le sburgiarderà per scrivere Preghiere esaudite: una di loro, disperata, si toglierà la vita. In cambio della gloria, Capote perderà la loro amicizia. E l'anima. Dopo averci raccontato la lotta tra Crawford e Davis, due dive sul viale del tramonto, la serie antologica torna con la consueta classe a svelarci un altro scandalo americano: questa volta si passa dal cinema all'editoria. Splendidamente diretta da Gus Van Sant, pur contando su un eccezionale cast femminile, la serie è una vetrina per mettere in luce il genio e la sregolatezza dello scrittore in confidenza con James Baldwin e in contrasto con Gore Vidal: già portato al cinema più volte, trova nell'interpretazione di un irriconoscibile Tom Hollander la sua incarnazione più spumeggiante. La qualità è alle stelle. Ma, a differenza della prima stagione, questa appare più rigorosa e meno fruibile dai profani; più un biopic, l'ennesimo, che un prodotto corale e femminista. Splende la sola Naomi Watts, l'amica prediletta, che ci regala una delle performance migliori della sua carriera con il personaggio di una donna divorata dal cancro e dalla nostalgia, ma pur sempre piena di decoro; degno di nota il cameo spettrale di mamma Jessica Lange. Questi cigni vittima della monotonia incantano per eleganza, ma hanno un becco che non morde. Lontani dall'orbita di Capote, con una faida già persa in partenza, faticano a volare. (6)

venerdì 21 giugno 2024

Miniserie fatali: L'arte della gioia | Baby Reindeer | Mary and George

Inganno, sesso, omicidio. Ma, al termine di una lunga catena di nefandezze, ecco sopraggiungere un'incontenibile gioia. Sopravvissuta a un'infanzia verghiana, l'orfana Modesta gioca con le vite altrui. Prima accolta in convento, poi ospitata in un asfissiante palazzo nobiliare, si muove, scandalosa, nel buio seducente della miniserie di Valeria Golino. In arrivo su Sky nel 2025, l'adattamento del romanzo omonimo è in sala per farsi ammirare sul grande schermo. I sei episodi traspongono le prime 150 pagine di un cult che ne conta 500. I primi tre mostrano Modesta alle prese con l'infatuazione per suor Jasmine Trinca: l'erotismo è alle stelle. Gli ultimi si spostano nei salotti del cinema di Ivory, dove una Modesta ancora più machiavellica attenta al potere della principessa Valeria Bruni Tedeschi: esilarante e impietosa, l'attrice franco-italiana si conferma la nostra Streep. A palazzo Brandiforti la protagonista bramerà le carezze della principessina Alma Noce, ma vibrerà di passione a cavallo con Guido Caprino. Sontuoso e liberatorio, folle ed erotico, L'arte della gioia arriva dopo Povere creature e Saltburn, ma li precede nel tempo: il romanzo, infatti, è degli anni Settanta. L'antieroina diretta dall'eccezionale Golino diffida della sua stessa ombra ma ammicca allo spettatore. È la progenie di Bella Baxter e cammina, assetata di mare, nella Catania di inizio Novecento: è il primo passo affinché Barry Keoghan, poi, possa ballare nudo sulla scena del delitto. Piromane, mette a ferro e fuoco le convenzioni sociali e ci regala il ritratto di una nuova ragazza in fiamme: (im)modestamente, si chiama Tecla Insolia. Vent'anni, indimenticabile, senza catene. (8,5)

Siamo vittime e carnefici della società che i nostri padri ci hanno lasciato in eredità. Ma essere maschi non ci rende automaticamente figli del patriarcato. Soffocati da una visione machista della mascolinità, sottoposti a standard di prestanza fisica o coraggio irrealizzabili, viviamo anche noi un segreto senso di inadeguatezza. Anche noi ci sentiamo frangibili. E, a volte, fatichiamo a riconoscerci come vittime. Cosa direbbero in questura se un ragazzo forte e in salute denunciasse gli abusi subiti da una donna, per di più in sovrappeso e di mezza età? Cosa direbbero se questo stesso ragazzo, etero a suo dire, aggiungesse di essere stato stuprato da uno sceneggiatore televisivo? Il cromosoma Y non protegge dalla violenza. Baby Reindeer, la miniserie di cui tutti parlano, è una visione inedita della vulnerabilità maschile. Breve e affilata, racconta l'odissea psicologica di un aspirante comico perseguitato da una stalker. Nel passato di lui, però, si nasconde una vicenda di bugie e vergogna che l'ha condotto in una spirale senza ritorno. Può una psicopatica rispondere al nostro disperato bisogno di attenzioni? Può una violenza lacerarci a tal punto da portare alla luce aspetti di noi mai metabolizzati? Breve, scomodissima e dall'epilogo perturbante, la dark comedy autobiografica del sorprendente Richard Gadd non ha paura di mostrare al pubblico le contraddizioni dei protagonisti. Stratificati, contorti, incoerenti, hanno anime fragili e un ego masochista. Sono due facce dello stesso disagio; l'uno lo specchio dell'altra. Per l'orgasmo hanno bisogno del dolore, per amare hanno bisogno di odiarsi. E la tenerezza? Somiglia ai messaggi, ora patetici, ora minatori, che ci intasano la segreteria telefonica. Per scrittura e interrogativi, per coraggio e reticenza, per bile e catarsi, resterà la serie rivelazione del 2024. (8,5)

Una spietata arrampicatrice sociale alleva il suo secondogenito alla seduzione con un solo obiettivo: farne l'amante prediletto dal re d'Inghilterra. In ballo non ci sono soltanto titoli nobiliari e privilegi, ma perfino una potenziale guerra civile. Ispirato alla storia vera della famiglia Villiers e ambientato nella corte dissoluta di re Giacomo, noto sia per le pessime decisioni in materia di politica estera che per le trasgressioni sessuali, Mary & George è un intrigante dramma in costume in cui le prime quattro puntate promettono un'orgia sfrenata a base di sangue, eccessi, nudità. Il sesso è un gioco tra potenti. Il sesso è un'arma. All'inizio irresistibile, finisce purtroppo per appesantirsi negli ultimi episodi: le macchinazioni dei protagonisti abbandonano la camera da letto, minacciano di condurre a una guerra con gli spagnoli per puro capriccio, e i toni diventano più convenzionali; i ritmi più compassati. L'emergenza politica toglie spazio al vizio. Più accurata del previsto senza però rinunciare a una vena rock 'n roll, la miniserie Sky ha i suoi punti di forza nella magnificenza del comparto tecnico e nel cast. È un piacere vedere gigioneggiare Julianne Moore: mai così divertita e crudele, inanella l'ennesima performance magnetica. Ma mentre Tony Curran è un sovrano tormentato e vulnerabile, non convince l'ormai onnipresente Nicholas Galitzine. Bello sì, ma di una bellezza troppo adolescenziale e contemporanea, stona in una ricostruzione seicentesca ed è sprovvisto del sex appeal richiesto al ruolo. Non memorabile, la miniserie mette però a nudo scandali e personaggi: consigliata agli amanti dei period drama più spicy. (6)

lunedì 25 marzo 2024

Piccolo schermo, grandi star: Supersex | True Detective S04 | Expats | Lezioni di chimica

Quando insegnavo a Ortona, si percepiva l'eco della sua notorietà. Rocco Siffredi era un supereroe. Piace, dunque, la scelta di raccontarlo come il personaggio di un fumetto: il suo potere lo porterà lontano. Lo interpreta Alessandro Borghi, bravissimo nel catturarne l'accento e la risata nasale; impavido, e a giusta ragione, nel nudo. Sentimentale e animalesco, provinciale e cosmopolita, raccoglie le confessioni dell'uomo dietro il pornodivo: Siffredi è stato un funambolo sospeso tra eros e thanatos; uno degli ultimi testimoni di una generazione folle e trasgressiva, cannibalizzata dall'ignoranza verso la malattia (ruba la scena l'amica storica Moana Pozzi, dagli occhi tristi e dalle parole sibilline). Ottimamente recitata, ma didascalica e discontinua, la serie Netflix si affida troppo al talento dei protagonisti. Delude la sceneggiatura, che parla poco di sessualità; molto di famiglie disfunzionali; troppo di piccola criminalità (il fratellastro Giannini ha una storyline inutilmente ampia). Pop ma seriosi, gli episodi non hanno né la malinconia decadente di Shame, né la verità di Pleasure. Risultano superflui nelle tinte crime e frettolosi nell'epilogo. Affascinanti, invece, i personaggi femminili: donne fittizie (fatta eccezione per la moglie Rosa), che incarnano nei corpi e negli sguardi diverse facce del desiderio, dell'amore, dell'intimità. Se la modella Linda Caridi si conferma incantevole, a restare impressa è la cognata Jasmine Trinca: irraggiungibile, è l'occasione mancata, il chiodo fisso, una vittima del maschilismo che ne ha fatto una prostituta anziché una diva. In una storia di “cazzi e pistole”, insomma, hanno la meglio gli occhi delle donne. Bramati, pretesi, mai compresi (a partire da quelli, inflessibili, di una madre in lutto), fotteranno perfino colui che voleva fottere il mondo. (7)

È in Alaska, in un periodo dell'anno in cui la notte si confonde col giorno e il gelo è perpetuo, che prende le mosse la quarta stagione di True Detective. Questa volta è tutta al femminile e le tinte, con tanto di citazione al classico di John Carpenter in apertura, sono ineditamente horror. È pur sempre un poliziesco classico, solido: non aspettatevi il paranormale. I fantasmi sono quelli della solitudine e della malattia mentale. La suggestione è legata al folklore della comunità Inuit. Il caso, spaventoso, ruota attorno alla morte per congelamento di un gruppo di scienziati: analizzavano i ghiacci in cerca di un miracoloso microrganismo. Chi o cosa hanno scomodato con le loro ricerche? Come sono legati all'omicidio irrisolto di una giovane attivista in lotta contro la miniera locale? Indagano la rediviva Foster e la rivelazione Reis: la prima ex mangiatrice di uomini segnata dalla tragedia, l'altra sbirra spirituale e anticonformista, hanno età e metodi agli antipodi. Le uniranno un segreto scomodo, la solidarietà tra donne e una giovane leva da guidare, interpretata da un bravissimo Finn Bennett che, seppure in sordina, ruba spesso la scena alle due giganti. Più lineare e meno prolissa delle stagioni precedenti, si imbastardisce un po'. Accetta le contaminazioni, il femminismo hollywoodiano, le riflessioni ecologiste. I fan coi paraocchi, uomini in maggioranza, la stroncano. Ma, pur non essendo memorabile, si difende benissimo schierando un duo affiatato, ambientazioni affascinanti e, soprattutto, una dimensione familiare e umana che, a dispetto delle temperature artiche, la rendono la stagione più calorosa delle quattro. (7)

Le esistenze di tre donne si intrecciano a Hong Kong. In Cina c'è aria di rivolta. I giovani, barricati sotto gli ombrelli, condividono slogan e canzoni. Sono in rivolta anche le protagoniste (una americana, una indiana, una coreana), che mettono tutto in discussione all'indomani di una tragedia. Meglio tornare indietro o restare? Antipatiche, privilegiate, talmente umane da apparire sgradevoli, sono pessime nei rapporti interpersonali: le colf, viste ora come confidenti e ora come rivali, gestiscono case e famiglie al posto loro. Il quinto episodio, quasi un film a sé stante, si apre ai ritornelli dei manifestanti, alle nostalgie delle domestiche, ai comprimari nell'ombra. I restanti, meravigliosamente diretti da Lulu Wang, costituiscono un reticolo di femminilità a confronto. In questa miniserie, destinata a restare tra le migliori dell'anno, c'è chi ha perduto un figlio, chi non lo vuole, chi lo aspetta ma da un amante occasionale. Dolorosamente bello, il dramma di Expats mostra le risate isteriche in obitorio, gli incantesimi del make-up per nascondere i lividi della violenza domestica, i pianti catartici che spezzano le maledizioni. Amiche per affinità, nemiche per caso, le attrici protagoniste fanno a gara di intensità. E Nicole Kidman, qui struggente mater dolorosa, è così solidale da permettere alle sorprendenti Serayu Rao e Ji-young Yoo di brillare. Inscenato su uno sfondo esotico, il loro ritorno alla vita si interroga sul significato della parola “casa”; riempie i silenzi con le canzoni di Blondie, Adele e degli Abba; insegna che il dolore e il senso di smarrimento, così come certi misteri, non saranno mai archiviati. Ci si può convivere: a patto di non tremare quando non vedremo più la terraferma all'orizzonte. È lungo, il viaggio dell'elaborazione. Ma, costrette insieme a bordo, Nicole e le altre si scopriranno non più straniere a loro stesse. (8)

Cosa ci fa una scienziata alla conduzione di un programma di cucina per casalinghe disperate? Cos'è accaduto affinché una donna solitaria, fredda e razionale si trovasse (autentico scandalo, nei rigidissimi anni Cinquanta) con una figlia a carico e senza un marito? Scopritelo in una serie dolcissima e di buoni sentimenti, di cui invidierete gli outfit dai colori pastello e gli appassionati monologhi sul female empowerment. Certo, a volte la carne al fuoco risulta troppa: femminismo, questione razziale, origini familiari; all'appello c'è perfino un episodio raccontato dal punto di vista di un cagnalone divorato dai sensi di colpa. Ma in Lezione di chimica, dramedy ispirata all'omonimo bestseller edito Rizzoli prontamente finita fra le mie preferite del 2023, l'attrice Premio Oscar Brie Larson si rivela essere una padrona di casa arguta e volitiva, a cui vorrete in fretta un gran bene, e il romantico collega Lewis Pullman una rivelazione ingiustamente snobbata nella stagione dei premi maggiori. La scienza non ha tutte le risposte. In una reazione chimica contano anche l'inevitabile, l'inatteso. E in un incontro, in un amore, conta sempre la predestinazione. La miniserie Apple TV è un chicca per gli spettatori nostalgici di The Marvelous Mrs Maisel, ma anche anche gli orfani inconsolabili di This is us. Ci troverete la stessa energia, la stessa magia. (7,5)

venerdì 1 dicembre 2023

Per trenta minuti: Beef | Tore | The Lovers | Still Up | Heartstopper S02

Lei è artista e mamma: la classica moglie trofeo. Lui è nel ramo delle costruzioni, ma non riesce a costruire una casa per i genitori lontani: nel frattempo fa da padre al fratello minore. I protagonisti si incontrano e si scontrano nel parcheggio di un supermercato. Uno sgarbo da poco creerà una stori di vendetta lunga diversi anni e dieci episodi. Le premesse sembrano quelle di una commedia romantica. Il prosieguo, degno di un un purissimo dramma introspettivo, sfocia perfino nel thriller sparatutto. Beef è una commeda. È un crime. È tutto quello che c'è nel mezzo. È, a oggi, tra le serie dell'anno. Merito di un cast come Dio comanda, in cui Ali Wong e Steven Yeun fanno continuamente a gara di bravura; merito di una sceneggiatura che unisce il nichilismo di un Bojack Horseman a tutta la freschezza del cinema asiatico. Quando fa bene a Hollywood la carica sovversiva delle penne coreane? Un po' fuori posto in Occidente, ognuno alla ricerca del proprio spicchio di sogno americano, i personaggi sono il frutto bacato della società aggressiva dei self-made men. Ai due estremi del ring, benché curiosamente simili nei tormenti, si combattono a sangue. Ma si specchiano, nel frattempo, l'uno nell'altra. Può lo scontro frontale tra due solitudini non rivelarsi mortale? La risposta è in un finale tanto assurdo quanto memorabile, capace di regalare un sorriso commosso all'indomani di un'allucinazione alla Wertmuller. (8)

Tore ha ventisette anni, una sessualità ancora inesplorata, una libertà di cui non sa bene cosa fare. Improvvisamente orfano e indipendente, senza più l'amato padre a fargli da guida, si divide fra il lavoro in una ditta di pompe funebri e una vita sociale fatta di droghe e locali notturni. Cerca l'amore della vita. O, forse, semplicemente sé stesso. Sempre livido, ammaccato, sanguinante, s muove come il Piccolo Principe in una serie svedese brevissima ma folgorante che ha la disperazione tragicomica di Fleabag, la colonna sonora elettro-pop di Euphoria, le riflessioni esistenziali di After Life. Il protagonista conosceva realmente il defunto genitore, che progettava in segreto una nuova vita accanto alla compagna? Perderà la verginità col primo che passa, o aspetterà i comodi del romantico fioraio di turno? Lo faranno riflettere un'amica provata dalla maternità, una vecchina con frequenti istinti suicidi, una drag queen dalla voce struggente, un cane prima ceduto e poi preteso indietro. Protagonista di un racconto di formazione e deformazione, qualche volta si perderà per il gusto di ritrovarsi. Ma non perderà mai il suo incantevole candore, né il ritmo con cui vive questa bellissima giostra di prime volte. (7,5)

Che fine hanno fatto le commedie sentimentali? L'amore è forse passato di moda? Se questa deliziosa miniserie Sky Original fosse stata girata vent'anni fa, il protagonista sarebbe stato il solito Hugh Grant. Vanesio, ambizioso e superficiale, Seamus è un giornalista londinese ben inserito nello star system: la fidanzata è una bionda attrice da rotocalchi e il suo programma TV è stato occhieggiato, pare, da una famosa piattaforma statunitense. A Belfast per un servizio televisivo, fa i conti con le sue origini frastagliate e incontra Janet: lui è in fuga da una gang di teppisti, lei sta per suicidarsi. È l'inizio di un adulterio da nascondere ai tabloid. È il principio di una relazione? Divertente, un po' cinico e, soprattutto, molto romantico, The Lovers è una romcom meravigliosamente recitata dai bellissimi Flynn e Gallagher, in cui si parla di identità, differenze culturali e scheletri nell'armadio all'ombra dei famigerati “troubles” irlandesi. Per fortuna siamo in una commedia, di quelle che facevano una volta. L'unica guerra che conta è quella fra i sessi. L'importante è che finisca bene. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie sentimentali, ci si chiedeva poco fa? Eccone un'altra all'appello. La struttura la conoscete già, no? Lui, affetto da ansia sociale, non esce mai di casa. Qual è il trauma che l'ha segnato al punto da spingerlo a vivere come un recluso e a evitare tutto e tutti, vicini ficcanaso compresi? Lei, mamma piena di energia, ha un compagno premuroso che vorrebbe sposarla e sempre qualcosa da fare. Loro, migliori amici accomunati da un'insonnia che non vuol passare, nelle notti in bianco si fanno reciprocamente compagnia con lunghissime videochiamate. Com'è nata la loro storia? Come finirà? Disponibile su AppleTV, Still Up è una commedia in otto puntate: lieve, a tratti inaspettata, con i bravissimi Antonia Thomas (Misfits) e Craig Roberts (Submarine) a reggere il tutto e i soliti infallibili tempi comici delle serie britanniche a far la differenza. Il finale, sospeso nella friendzone, lascia ben sperare per una una seconda stagione. Danny e Lisa supereranno finalmente il confine fra amore e amicizia? Intanto, la si consiglia a scatola chiusa: è perfetta per scaldarsi il cuore con l'inverno fuori. (7)

Continua la storia d'amore tra Nick e Charlie. Questa volta sono in gita a Parigi e alle prese con una questione importante: come dire a tutti della loro relazione? Immancabile il sostegno di amici e confidente, tutti parte di una grande e colorata famiglia queer: insegnanti compresi. Più che un ritratto veritiero dell'adolescenza oggi, l'autrice e fumettista Alice Oseman continua a dipingere una landa fiabesca dai toni pastello che non c'è, ma che sarebbe bellissimo ci fosse. I suoi liceali non dicono parolacce, non bevono, non sembrano pensare al sesso. Si scambiano lunghi e casti abbracci e combattono il bullismo e i disturbi alimentari a suon di parole, ma senza mai correre realmente ai ripari. Nata come l'antitesi di Euphoria, la seconda stagione di Heartstopper si conferma luminosa, lieve, positiva, di una dolcezza che misteriosamente non viene a noia: anzi, a fine visione ne vorreste ancora, in barattoli, per affrontare il freddo  che ci aspetta. Vero: anche qui, come in Sex Education, tutti appartengono a qualche minoranza, i pochi personaggi etero sono tendenzialmente negativi e nutro seri dubbi sull'efficacia educativa del tutto. Ma mentirei se dicessi di non aver seguito gli episodi con gli occhi a cuore, sentendomi un decennio in meno sulle spalle. Sarebbe auspicabile, un mondo così. Sarebbero belli, quindi anni così. (7,5)

giovedì 27 luglio 2023

Il sesso (Made in Italy), il sogno (Made in Italy), le serie TV (Made in Italy)

Zerocalcare torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo? Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della struggente Strappare lungo i bordi mi srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio. (6,5)


Un'adolescente cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good Mothers è una storia vera che racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben più del patinato Ti mangio il cuore. (7,5)

Avevo letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente, mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria. Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La vita bugiarda degli adulti è una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio – piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria. Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse, come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile lirismo. No, non è L'amica geniale. Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto. (7,5) 

Non era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione: con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro. Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi – sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta, televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)

Sullo sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani, diventa quella di una sexy Signora in giallo con il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere. Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet strizza l'occhio a Dickinson e The Great, ma la vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)

Chi non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura – dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no? Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope, ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica, Call My Agent è un tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris. (7)

mercoledì 9 giugno 2021

Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston

La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)

La famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato. Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro. Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –, trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi – vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva, coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)

Se l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi – lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni. La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me, non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna, amante e spia, persuade il marito con le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento, cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo). Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo, si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia. Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al potere, al passo coi tempi nonostante le guance incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)

Anno che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente, a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti, ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo. (5,5)

sabato 10 aprile 2021

Sulla bocca di tutti: WandaVision | It's a Sin | Speravo de morì prima

Lei, sorridente e con una messa in piega inappuntabile, è la classica mogliettina pronta ad accogliere gli ospiti alla porta. Lui, impiegato sottopagato, si dedica a testa bassa al lavoro d'ufficio ma nasconde un'identità segreta. Lei strega potentissima, lui robot dal cuore d'oro, sono moglie e marito su uno sfondo saltato fuori dagli anni Cinquanta. Cosa hanno da spartire Wanda e Visione – due degli eroi più amati della squadra degli Avangers – con quelle sitcom senza tempo in stile Vita da strega? Cosa ho da spartire io, ancora, nemico giurato delle produzioni Marvel, con la serie più attesa e chiacchierata dei fumetti? Bene a conoscenza degli eventi del MCU grazie agli spoiler frequentissimi di amici e parenti, ho approcciato la serie in nove episodi senza confusione. Perché questo sacrificio? Gli stessi amici e parenti mi dicevano di vincere il pregiudizio e di gettarmi a capofitto in questo esperimento metatelevisivo senza precedenti. Man mano che la famiglia dei protagonisti si amplia – nascono due gemelli; la vicina di casa, Agnes, diventa una presenza fissa –, la serie cambia aspetto. Si avanza dagli anni Cinquanta ai Duemila, passando da Genitori in blue jeans a Malcolm in the Middle. Quale stregoneria è mai questa? Cosa succede nella cittadina di Eastview, protetta da una barriera impenetrabile e da leggi tutte sue? Inutile spendere parole di troppo, gli spoiler sarebbero dietro l'angolo. Tra omaggio luccicante e immancabile thriller a tinte action, WandaVision non è forse il capolavoro di cui si è letto qui e lì – sono troppi i buchi di sceneggiatura e l'epilogo, chiassoso, non mi è all'altezza della raffinatezza del resto –, ma resta in ogni caso una serie deliziosa. È l'anello di congiunzione tra il cinecomic e il film d'autore. È il ritratto sovrumano del più umano dei drammi, ossia l'elaborazione del lutto. È la consacrazione di Elizabeth Olsen, interprete splendida e versatile, accompagnata dal più dimenticabile Paul Bettany. È, sopratutto, uno spassionato atto d'amore verso l'amore e le serie TV: che, ora come non mai, ci salvano dai conflitti, dall'isolamento e, qualche volta, perfino dai noi stessi. (7,5)

Già profetico lo scorso anno, con il distopico Years and Years, Russell T. Davies si conferma la penna più adatta per catturare il meglio e il peggio dei nostri anni matti. Questa volta fa un passo indietro e si guarda alle spalle. Verso un passato che brucia ancora. Dichiaratamente omosessuale, Davies doveva avere la stessa età dei suoi protagonisti quando la paura ha cominciato a monopolizzare le conversazioni di un'intera generazione. Inizialmente sembrava una cosa destinata a sconvolgere soltanto i lontani Stati Uniti. In Inghilterra giovani, sfrenati, continuavano a darsi alla pazza gioia. Succede a Ritchie, aspirante attore che colleziona rapporti a rischio; a Roscoe, in fuga dalle restrizioni della famiglia; a Colin, discreto ma non per questo al sicuro. Unica donna della compagnia, la solerte Jill: un personaggio di una bontà mai vista, devota tanto ai propri coinquilini quanto alla causa gay. Inquadrati nella Londra dei primi anni Ottanta, i protagonisti sono un gruppo di ventenni che fronteggiano l'avvento spaventoso dell'Aids. L'ansia, le bugie, il negazionismo, gli ospedali affollati, i funerali in solitaria, la pulizia ossessiva e maniacale, il terrore viscerale del contatto fisico. Se tutto appare attualmente come non mai, in tempi di emergenza sanitaria, a risollevare gli animi ci pensa una dimensione corale degna di una sitcom bellissima. Qualche storia è a lieto fine, qualcun'altra purtroppo no. Scopriremo di famiglie accoglienti e di altre tenute all'oscuro. Vedremo le conseguenze della malattia – sarcomi, linfomi, perfino demenza – e i mezzi più ignoranti per scongiurarla – bere la propria urina, ingerire il liquido delle batterie. Quanta umanità e quanta follia nei protagonisti. Quanto bene gli ho voluto, nonostante avessero in molti casi il destino segnato. Che fosse una miniserie ironica, ben recitata e scritta benissimo, avrei potuto urlarlo al mondo anche soltanto dopo una manciata di episodi. Ma reduce dal quinto e ultimo, butto via i kleenex stropicciati e vi dico che la miniserie sulla morte ai tempi dell'amore resterà tra le più indimenticabili dell'anno corrente. (8,5)

Il lungo addio di Francesco Totti: l'ottavo re di Roma. Sei episodi dai toni indovinati, a metà strada tra la verve grottesca di Boris e il piglio esistenzialista di Paolo Sorrentino, per il biopic calcistico che non sapevi di stare aspettando. Lontano dal diventare un'agiografia stucchevole di matrice Rai, la serie diretta da Luca Ribuoli si conferma una fiera commedia nazional popolare: leggerissima, ma dotata altresì di una malinconia contagiosa, racconta cosa succede quando le luci dei riflettori stanno per spegnersi e cita con gusto Rocky, L'attimo fuggente e il cinema western di Sergio Leone. Nel mezzo del cammin della sua vita, dopo venticinque anni di onorato servizio, un “Pupone” sulla soglia dei quaranta si prepara a malincuore a riporre gli scarpini al chiodo. E a diventare finalmente uomo. Ma come non assecondare d'altra parte la tentazione tutta umana di inseguire un ultimo derby; un secondo tempo della giovinezza? Al congedo solenne partecipano figuranti d'eccezione – Del Piero, Pirlo, Calabresi, Memphis, Guzzanti –, quei genitori onnipresenti, dolcissimi e un po' cafoni – Guerritore e Colangeli –, i compagni di squadra – l'esilarante Antonio Cassano su tutti, dipinto come una sorta di delirante Lucignolo –, il nemico giurato Spalletti, la Blasi di una preziosissima Greta Scarano. Ma se la serie andata in onda su Sky si rivela essere la sorpresa televisiva di questo 2021 è soprattutto grazie al figlio d'arte Pietro Castellitto: una scommessa vinta. Che ci importa che sia più giovane e meno prestante del Francesco in carne e ossa, se becca a colpo sicuro la parlata strascicata, le smorfie e la capacità di far battute restando serio come Buster Keaton? Re e prigioniero all'interno di una Roma piena di contraddizioni, il capitano giallorosso si lascia raccontare tra pubblico e privato. E in una narrazione fluida, dove i ricordi d'infanzia si mescolano ad autentiche visioni a occhi aperti, segna il goal decisivo conquistando anche l'ammirazione di un profano mai stato all'Olimpico. (7,5)