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domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi

lunedì 24 dicembre 2018

I ♥ Telefilm: L'amica geniale | Kidding | Daredevil S03

Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. Perfino io, fermo per ragioni sconosciute al primo romanzo. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio con commozione nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, tiriamo un sospiro di sollievo, non ha deluso le attese. Sono nate in un rione alle porte di Napoli. Non parlavano italiano fluentemente, solo dialetto stretto. Erano scapigliate, vestite di poco e ambizione: a volte amiche del cuore, altre nemiche giurate. Quanta strada hanno fatto. Prima nelle librerie di tutto il mondo, poi in anteprima a Venezia: ora sul piccolo schermo di casa nostra, e con cifre record, nell'evento televisivo che ha compiuto il miracolo. Dare loro un volto, un passo spedito, riuscendo a rendere giustizia tanto alla nostra immaginazione quanto alla loro grandezza. Siamo nella Napoli del secondo dopoguerra, la stessa di De Filippo: i Solara e i Carracci si fanno guerra; le donne abbandonate lanciano stoviglie come la sceneggiata comanda; i padri padroni picchiano, i giovani sparano, le ragazze accettano a malincuore il destino di angeli del focolare. In queste atmosfere violente, rischiarate a sprazzi dai bagliori di una striscia blu all'orizzonte o dalle ripetizioni di Latino sui gradini polverosi, si muovono tra l'infanzia e l'adolescenza Lenù e Lila: la prima contemplatrice che poco si sbottona, ma che eppure ha uno sguardo talmente parlante da rendere superflua la voce narrante di Alba Rohrwacher; l'altra, invece, coetanea sfortunata ma prodigiosa – nell'impossibilità di diventare la nuova Jo March si reinventa infatti imprenditrice – che da piccola prende a sassate i maschi, da adulta li fa capitombolare con lo sguardo di chi non dà soddisfazioni. Dirige Costanzo, producono Rai e HBO, e l'ardimento è di casa. Al pari dell'ultimo Cuaròn, la serie è un tranche de vie senza apparenti guizzi che, con la scusa di un'amicizia da rivangare, racconta uno spaccato di Italia a metà tra i coming of age e le cronache agrodolci delle nostre nonne. Abbonderanno dunque i silenzi, gli sguardi profondi – le esordienti Margherita Mazzucco e Gaia Girace, senza scordarci delle controparti infantili Elisa del Genio e Ludovica Nasti, sono meravigliose –, assieme a sequenze censurate poiché di una franchezza scomoda e di una poesia a cui il pubblico generalista è disabituato. Il dialetto regala immediatezza, la colonna sonora di Max Richter i brividi consueti, e la messa in scena – con tanto di citazioni a Rossellini o ai languori di Guadagnino – presenta gli scorci spigolosi di una tela di De Chirico. Si parla di ruoli: quanto contano il genere, l'istruzione e la buona sorte? A volte il talento non basta. Serve fortuna, e conquistarla richiede compromessi inammissibili per uno spirito orgoglioso. A volte non basta nemmeno la fama, se vivere di rendita non aggrada. Elena Ferrante ha tutto: la fiducia dei migliori addetti ai lavori e una schiera fittissima di affezionati. Già al cinema grazie a Martone, Faenza e prossimamente Maggie Gyllenhaal, la scrittrice del mistero conferma in otto episodi la sua energia vitale e il fascino di un microcosmo che voleva farsi costruire tassello per tassello, filmare da un regista d'eccezione, per renderci prigionieri di un quartiere – di una dipendenza nuova – senza vie di fuga. Storia del nuovo cognome è già sul mio comodino. (8)

Ogni mito d'infanzia nasconde degli scheletri nell'armadio. Pensate ad esempio a Michael Jackson o Bill Cosby. Ai sospetti, alle accuse, alla fine del sogno. Purtroppo o per fortuna sulla reputazione di Mr. Pickles – Tonio Cartonio, ma con marionette annesse – non c'è la macchia dello scandalo. È stato vittima di un incidente nemmeno dipeso da lui, che era perfettamente presente a sé stesso, ancorato alla cintura di sicurezza, in regola col bollo e l'assicurazione: chi gli viaggiava accanto, però, non ce l'ha fatta. Suo figlio è morto. Come sentirsi ancora il papà d'America senza? Come fingere l'allegria quando i brutti pensieri abbondano? Jeff ha un altro figlio, finito nel tunnel della dipendenza a soli dodici anni; una Judy Greer fedifraga che d'un tratto vuole andare a convivere con l'amante; la sorella artista Catherine Keener con un marito omosessuale in odore di outing; il papà-socio Frank Langella con programmi alternativi per il loro show. Nel momento del bisogno, così, tutti si reinventano per dimenticare; tutti vogliono rimpiazzare un conduttore sprovvisto della verve di un tempo. Non sarebbe l'ora di aprire gli occhi ai bambini sulle delusioni in agguato, i miracoli dell'ascolto, i qui pro quo del sesso? Se lo chiede disperatamente un Jim Carrey di nuovo in forma smagliante: torna sulle scene in un ruolo che ha tanto di autobiografico, buffo e vulnerabile come solo lui sa, e rinnova su Showtime il vincente sodalizio con Michel Gondry. Il regista francese, qui principalmente impegnato come produttore, ci mette l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori. Le leggi della messa in onda vogliono rubare al protagonista i sentimenti, perfino l'identità: spersonalizzato, trasformato ora in un videogioco, ora in un giocattolo parlante, Carrey è sull'orlo del collasso. Innamorarsi nel mentre di una malata terminale, nutrire un'amicizia epistolare con un condannato a morte, elargire consigli e donazioni anche all'automobilista incrimianto non sono un'idea troppo brillante. La furia omicida o la rivalsa di chi infine riprende in mano le redini sono nell'aria. Il precipizio è lì, a un passo, ma Mr. Pickles insegna che giù dalla cascata si apre spesso un miracoloso paracadute. Quanto deve durare l'illusione? Soprattutto, quand'è che lo spettacolo deve continuare? Non sono tematiche queste, non sono serie TV – per qualità e impegno –, con cui scherzare. (7)

Troppo con i piedi per terra per prestar fede ai supereroi, mi piace però credere nelle eccezioni alla regola e nelle buone intenzioni. Nell'arco di un paio di stagioni ho creduto al trionfo e alla caduta di un giustiziere con il mondo contro: folle – anzi, cieco –, e per quello amatissimo da pubblico e critica. Meno da Netflix, che dall'oggi al domani ha deciso di non rinnovarlo nelle proteste generali. Riapprocciarlo allora in ritardo, con parsimonia, e a sorpresa trovarsi davanti una stagione senza sbavature né parentesi da sciogliere. Che fine ha fatto Matt Murdock, avvocato di giorno e paladino di notte? Non è in un'aula di tribunale né nel suo appartamento sfitto. Il suo studio ha chiuso i battenti e, in tredici episodi, non indosserà mai la tuta rossa. Prima creduto morto, poi etichettato come nemico pubblico, si conferma un vigilante atipico perché dolente e umano: l'eroe che piace a chi non apprezza l'universo Marvel. In crisi d'identità, si muove nel sospetto come il Cavaliere di Nolan. Ci sono cose della sua infanzia che non sospetta. Ci sono torti, crimini, che vanno scontati ammazzando e non davanti a un giudice. La fede nel Diritto lo ha tradito, lo ha tradito anche Dio. Mentre il collega Foggy ambisce alla carica di procuratore e Karen fa i conti con mani macchiate di sangue, il potente Fisk ha trovato l'ennesima scappatoia dalla galera. Agli arresti domiciliari in una safe house che ha tutta l'aria di un hotel a cinque stelle, tiene in scacco a suon di ricatti e vendette perfino l'FBI: tutti sono corruttibili – soprattutto Nadeem, agente con famiglia a carico, e Bullseye, nemesi dalla mira perfetta. Sfiduciato, ateo all'improvviso, Daredevil frequenza le chiese – a curarlo è una suora con un segreto scomodo – e si interroga sui passi fatti, su quelli da fare. Uccidere per la prima volta un uomo, o rimetterlo in manette con il rischio che di lì a poco s'imbatta in un altro secondino da assoldare? La serie di Goddard conferma di non avere né effetti speciali né prodigi mirabolanti. Non ha i superpoteri – sanguina, sfoggia i lividi e i punti di sutura –, ma è super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir assolutamente atipica per il genere. Così come atipiche continuano a essere le scazzottate in piano sequenza, l'intensità di Cox e D'Onofrio nei ruoli della vita – sorprendente il villain di Wilson Bethel, bello che non ballava in Hearts of Dixie –, le polemiche per la cancellazione immerita. Sì, perché Daredevil purtroppo si chiude qui. Con il numero perfetto, il tre, e il migliore dei congedi: giù la maschera, fino a svelarci il suo volto più tormentato. E per questo più autentico. (8)

mercoledì 30 marzo 2016

I ♥ Telefilm: Daredevil II | Younger II

Io odio i supereroi. O, più correttamente, dovrei dire che li odiavo? Li odiavo un po' meno già qualche settimana fa, con il nostro Lo chiamavano Jeeg Robot in sala, e la conversione è stata definitiva e fatale, pare, con la seconda stagione di Daredevil. Non che lo scorso anno, contro ogni pronostico, il paladino di Hell's Kitchen non mi avesse fatto suo del tutto, imponendosi sul podio di 365 giorni di attento zapping. Erano forse un caso i dialoghi densi, le performance di un cast  amalgamato, l'uso modico della a me ostile computer grafica e i corpo a corpo ripresi in piano sequenza? Domanda retorica con risposta negativa, la mia, però io sono come San Tommaso. Sapete già. Preferisco tenermi il dubbio e, appena posso, ci metto il naso, il dito e tutto l'impegno del mondo, per guardare tredici episodi in due giorni e qualcosa. Perché alte aspettative generano cocenti delusioni, la stampa estera non ne scriveva con toni accalorati e il pericolo pasticcio toglieva a me il sonno e agli sceneggiatori, tra i più valenti, l'equilibrio conquistato. Di questi tempi, è affollata la Grande Mela. Con il caldo insostenibile delle estati newyorkesi, la frutta va a male – tenendomi ben stretta la metafora -, il crimine prolifera e sui tetti, all'ombra dello skyline, Daredevil, suo malgrado, recluta aspiranti apprendisti e violenti antieroi. Avevamo conosciuto Matt Murdock, cieco dall'infanzia, e i suoi collaboratori, il simpatico Foggy e la curiosa Karen, con un galante tiranno ad aizzare contro di loro il male e le sue propaggini. Con Kingpin - magnifica nemesi - in galera, qualcuno si preoccupava e qualcuno meno. Personalmente, ero tra coloro che si domandavano quanto avrebbe perso la serie senza il suo fiore all'occhiello. Altri bramavano la novità: nuove gatte da pelare e, magari, una dose di ritmo aggiunta. In realtà, non atteso, farà anche qui una significativa comparsa delle sue – no, l'arancione dei galeotti non lo sfina –, ma al suo tanto parlare si contrapporranno le sparatorie di The Punisher e i seducenti raggiri di Elektra. Più azione, ma non troppa da lasciarmi un passo indietro. Ombre sull'idillio tra Murdock e Nelson e scottanti dilemmi sul fronte sentimentale: Karen Page, sveglia e bellissima solo come Deborah Ann Woll sa, non vuole essere solo un'amica né una semplice segretaria, proprio mentre dal passato di Matt torna una fiamma che non si è estinta. Seduta in salotto, spregiudicata e con l'accento “posh” delle classi alte, una Elektra con le fattezze della francese Elodie Yung: l'indiscreto fascino di una sociopatica che conosce tutti i punti deboli, perfino quelli per fare breccia in un cuore. Non bisogna mettersi comodi, però, con Frank Castle in libertà: il braccio violento della legge ha una tragedia familiare che conosciamo a fondo e le medaglie di una missione in Afghanistan. In un granitico Jon Bernthal, però, trova l'umanità, il timore e le smorfie di un De Niro “toro scatenato." I toni e le suggestioni sono senza fine: un legal thriller, con The Punisher sul banco degli imputati e un vigilante in borghese a difendere la sua innocenza; le missioni quasi bondiane, con una femme fatale doppiogiochista che ci trascina a party che richiedono il papillon e l'abito da sera; le risse e il sangue a fiumi di un dramma carcerario alla Cella 211. Infine, una spruzzata del paranormal che non ti aspetti. Ricordate Spider-Man 3, inconsapevole di quanto il troppo stroppiasse, che pastrocchio fosse? Un po', temevo quello. Il ritorno di un Daredevil pragmatico, adulto e dinamico non smentisce però attese e buoni propositi e, anche se è presto per tirare le somme, si conferma una spanna superiore a tutto quello che in tre, quattro mesi abbiamo visto in tivù. Merito di un marchio che miete consensi su consensi e che, in equilibrio perfetto, pensa personaggi e situazioni davanti ai quali non sapresti cosa scegliere, nell'evenienza che qualcuno ti domandasse: ma tu, di questa stagione affollata, chi hai preferito? E merito, in parte, di un Charlie Cox perfetto, con gli occhi buoni e il fisico scolpito, raro mix, che inciampa contro i pugni degli avversari e lungo la strada che porta a un bivio cruciale: il suo amore di gioventù lo esorta ad affacciarsi sul lato oscuro, il suo furente alter-ego gli instilla il dubbio che tra la loro natura non ci sia poi differenza. Predicherà bene e razzolerà male, e quel famoso bivio susciterà nell'eroe che sanguina e piange, prega e osteggia la violenza, una riflessione a confine tra l'etica e la morale: è giusto uccidere, e quando? Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. Al buio, ascoltiamone il respiro, il battito del cuore. Badiamo allo sguainare delle spade. E se i parametri vitali mancassero, nel momento in cui la giustizia – e l'umanità – sembrerebbe perduta e il dato tratto, preparati a parare colpi proibiti. Li ricambierai: sì o no? (8)

Di solito, dalle mie parti, comedy come questa hanno vita breve: il tempo del pilot e via nel dimenticatoio. Ma Younger, innocua e freschissima, lo scorso anno è stata più fortunata di serie a essa simili. Con New York, gli ambienti patinati, le svolte così paradossali da divertire a colpo sicuro. Anche quest'anno, in primavera, è tornata a farmi compagnia. Anche quest'anno non ha grossi meriti o grosse pecche – è cambiata poco, il che non è un male – e se la cava con un sei e mezzo e un arrivederci all'anno venturo o, se non altro, a quando avrò bisogno di sciogliere quel famoso nodo tra cuore e stomaco. Il titolo, tradotto alla lettera, dice tutto: il dramma di Liza è quello di non essere giovane abbastanza. Occasioni lavorative che scarseggiano, i giovani che con le milf non vogliono una storia importante, gli Stati Uniti che non sono un Paese per vecchi. Una bugia a fin di bene per sistemarsi perciò: Liza ha ottimi geni, un fisico snello, buone referenze. Fingersi ventiseienni è un attimo. Quindici anni in meno le assicurano il lavoro e il ragazzo che sognava, un appartamento a Brooklyn e più di qualche grattacapo. L'avevamo lasciata con lei che rivelava al toy boy la sua verità e con una specie di lieto fine: amor – e trucco abbandonate – omnia vincit. Il creatore di Sex & The City e 90210 ci dice, però, che nella vita della sua protagonista c'è ancora qualcosa da sistemare. Kelsey, una rediviva Hilary Duff, sta per sposarsi. La figlia, ribelle e in Erasmus, è tornata all'ovile: come presentarle Josh, quel fidanzato che ha praticamente la sua stessa età? E dove collocarlo, Josh, in un triangolo che coinvolge un ex marito tornato con la coda tra le gambe e un maturo direttore editoriale? Le domande di Liza fanno sorridere, al solito, e al solito Younger ci propone l'happy ending, amicizia e amori al tempo dei Social e uno sfondo stimolante. In casa editrice, infatti, ci sono nuovi titoli da lanciare – e tutti strizzano l'occhio a quello che effettivamente troviamo sugli scaffali: gli erotici da strapazzo, i memoriali della star di Instagram, le saghe in cui gli autori – onnipotenti, barbuti, erotomani – fanno fuori tutti i personaggi possibili. Qualche serie come Younger, ogni tanto, ci sta: sì. Un riempitivo quando non si ha a disposizione qualcosa di meglio, lo scacciapensieri tra un impegno e l'altro, la comedy che passa e va, e tu non la senti. Vola, con i suoi venti minuti canonici, i toni soft, le situazioni mondane in cui tutti sono forse un po' troppo belli ma, stranamente, ti risultano simpatici lo stesso. Quante serie come Younger ci sono però? Né brutte né belle, carine, che ogni anno ti promettono – chi più e chi meno – lo stesso pacchetto, ora con accessori inclusi e ora esclusi nel prezzo? Tante, e qual è il trucco nello sceglierne una? In realtà, il trucco non c'è. Ti capita davanti e non la molli, per abitutine, inerzia o quel che vi pare. Per i libri e la città che non dorme. (6,5)