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mercoledì 21 luglio 2021

Brevi e romantiche: Foodie Love | Master of None S03 | Generazione 56K | Chiamami ancora amore

Lui e lei non hanno un nome. In un'era senza pandemia, si incontrano grazie a una app pensata per gli amanti della buona cucina. Parlano moltissimo, temporeggiano e divagano, ma non si dicono niente l'uno dell'altra. Braccati dai fantasmi delle relazioni passate, ci mettono la bellezza di cinque episodi per scambiarsi un bacio. Bevono cose sofisticate, mangiano squisitezze degne degli chef stellati, si muovono tra Spagna, Italia, Francia e Giappone. Quanto sono connessi stomaco e cervello? E il cuore, in quest'equazione, che ruolo ricopre? Laia Costa, al solito cosmopolita e disinibita, è un'editor che filosofeggia di croste sul cuore che sarebbe meglio non grattare. Il fascinoso Guillermo Pfenning, invece, è un matematico che si è preso un anno sabbatico: si lamenta un po' troppo, e un po' troppo confida nel prossimo. Di loro ci parlano quelle conversazioni che sono un piacere origliare, ma anche le nuvolette che raccolgono i loro pensieri segreti o quelli degli altri avventori. Ciarlieri ma impenetrabili, diretti magnificamente da Isabel Coixet, ispirerebbero un tour gastronomico in tempi migliori di quelli correnti. Esistono davvero quei locali così telegenici, che qui offrono alla coppia fondali incredibili? In un viottolo della Città Eterna c'è forse una gelateria con una filosofa al bancone, che sembra essere proprio la nostra Littizzetto? È il Normal People della generazione successiva. È il Prima dell'alba al tempo degli algoritmi. Ma preferisce citare Secretary, Io e Annie, Hiroshima Mon Amour e spaziare, nella colonna sonora, da Vinicio Capossela a Mina. È loquace, è colto, è spudoratamente sexy, è una gemma preziosa che in piena pandemia mi ha fatto sentire nostalgia del contatto carnale e dei ristoranti assiepati. Guardatelo su Rai Play. Perché Foodie Love insegna che le cose belle – e quelle brutte pure – sono inutili se non condivise con qualcuno di speciale. (8)

Si chiama Master of None. È scritta, diretta e recitata dalla stessa persona: un genio incompreso. Oggi resta la serie più sottovalutata di casa Netflix. Perché recuperarla? Per lo sguardo indie irresistibile, l’ironia raffinata e perché il protagonista Dev, attore aspirante, nella seconda stagione omaggiava il cinema di De Sica e faceva innamorare una Mastronardi radiosa come non mai. Lontano dalle scene per diversi anni, Aziz Ansari è stato travolto da accuse per molestie cadute in quattro e quattr’otto. Ritorna, finalmente, ma questa volta sceglie di starsene in disparte. Di non far parlare di sé e di rendere omaggio proprio a loro, le donne: la terza stagione di Master of None è un gesto per scagionarsi. Lontani anni luce dagli episodi precedenti, più drama che comedy, Istanti d’amore segue gli alti e bassi di una coppia nera e omosessuale mentre l’età adulta e l’orologio biologico seminano nuove prerogative. Come perdonare un tradimento? Cosa fare di quell’invidiabile cottage di design, arredato con simmetrie certosine? A quando, soprattutto, un figlio? La serie spiazzerà i fan. Ne scontenterà più di qualcuno. Ha toni agli antipodi, sembra un dramma di Baumbach. Dev, che ha smesso di fare l’attore e sta perdendo i capelli, vive a casa coi suoi e ha un ruolo marginale. La regia, al solito impeccabile ma glaciale, è fatta di campi lunghissimi, musica operistica e di un claustrofobico 4:3. Contro ogni pronostico, io mi sono abituato in fretta. E ho trovato il primo episodio bello – il focus è su Denise, la migliore amica di Dev –, il quarto un capolavoro – complice la rivelazione Naomie Ackie, che ci guida nel percorso accidentato della fecondazione assistita –, il quinto un agrodolce e bellissimo ritorno alle origini. Si chiama proprio così, questa serie: Maestro in nulla. Ma davanti a tanta bellezza inattesa, davanti a tanta chimica, ancora una volta si fatica a prestar fede alla modestia del titolo. (8)

Può il primo amore avere una seconda possibilità? Daniel e Matilda, compagni di classe alle scuole medie negli anni Novanta, si rincontrano a trent’anni con un appuntamento al buio: peccato che ci sia un equivoco alla base e che lei, restauratrice, stia per convolare a nozze con Enea, regista teatrale dall’adorabile accento britannico. Deluso, il protagonista – che per mestiere sviluppa app d’incontri – si lascia andare ai ricordi d’infanzia e a due voci, tra un passato sfavillante e un presente dubbioso, costruisce tassello dopo tassello questo ritorno di fiamma. L’avvento di internet ha facilitato o complicato le nostre esistenze? Le relazioni: meglio senza modem? La magia dell’isola di Procida e i consigli degli amici di sempre, interpretati dai divertentissimi Fabio Balsamo e Gianluca Fru, faranno la differenza. Da un’idea di Francesco Ebbasta, trentaquattrenne napoletano che ha contribuito al successo dei The Jackal su YouTube, arriva su Netflix la commedia sentimentale di cui il tuo umore storto non sapeva di aver bisogno. Stremati dal caldo e dalla noia del mese di luglio, correte a rifugiarmi negli otto episodi di Generazione 56K. Un tuffo piacevole, nostalgico e leggerissimo nei migliori anni della nostra vita, con uno scenario da cartolina che farebbe l’invidia della Disney Pixar e una coppia rivelazione – i bravi e belli Angelo Spagnoletti e Cristina Cappelli –, che si prende, si lascia e si riprende ancora in mezzo a pile di floppy disk e canzoni degli 883. (7)

Incuriosito da un intenso spot, dove al romanticismo del giorno delle nozze si alternava un ballo in cui i protagonisti non riuscivano neanche a sostenere l’uno lo sguardo dell’altro, ho seguito in diretta le prime due puntate. Da lì non mi sono perso nemmeno gli appuntamenti settimanali successivi. Ci sono una coppia in lotta per l’affido del figlio, piccola promessa del calcio; le ricerche a tappeto degli assistenti sociali; i ricordi di un amore ormai sbiadito. Conoscendo gli standard della TV generalista, sarebbe potuto venirne fuori il classico amarcord. Invece questa fiction in sei puntate è una rissa che, a suo piacimento, colpisce basso. Contemporaneo, moderno, dolorosissimo, ricorda Lacci e Storia di un matrimonio. E a me ha ricordato il tracollo vissuto dalla mia famiglia con una puntualità animale. Può una grande passione cedere il passo a un odio velenoso? Succede a Greta Scarano e Simone Liberati, protagonista di due performance da applausi, al centro di una guerra in cui tutto è lecito: troppo impegnati a ferirsi reciprocamente, purtroppo, non pensano alla reale vittima del conflitto. Il figlio. Lontana dai cliché Rai, scritta bene e recitata meglio ancora, la serie di Giacomo Bendotti e Gianluca Maria Tavarelli ha il coraggio di parlare fuori dai denti d’interruzione di gravidanza, depressione post parto, abusi familiari, fecondazione assistita. È l’anti This is us per antonomasia. I Pearson sono perfetti, i Pearson sono degni d’invidia. Ma la mia famiglia somiglia più a questa. Sfasciata, imperfetta, un po’ cafona. E rivederci ha fatto bene e, insieme, male. (7,5)

giovedì 14 gennaio 2021

Recensione in anteprima: La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli


La pazienza del diavolo, di Roberto Cimpanelli. Marsilio, € 18, pp. 448 |

Arriva oggi in libreria, ma ho avuto il piacere di leggerlo in anteprima. È un signor thriller, ma ho preferito non alimentare ulteriori misteri: quanto mi sia piaciuto – con il suo carico di efferatezze, l'umorismo nero e i personaggi memorabili – l'ho svelato man mano su Instagram, durante i miei aggiornamenti di lettura. L'esordio di Roberto Cimpanelli, produttore e regista cinematografico, è la nuova dipendenza in cui gli amanti del genere non sapevano di incappare. Rocambolesco, oscuro e marcio fino al midollo, è un bagno di sangue degno del miglior Dario Argento che a sorpresa custodisce anche un cuore letterario. In una Roma bella, caotica e truffaldina, popolata di camioncini profumati di porchetta e cinema all'aperto, un serial killer armato di rampino semina morti ammazzati sul lungotevere: le vittime, col cranio trapassato e i bulbi oculari penzoloni, appartengono alla feccia peggiore. Tutte schedate per reati sessuali, dalla pedofilia alla violenza domestica, vengono giustiziate da un vendicatore fedele alla legge del taglione. Ad apparire fuori posto, tuttavia, è l'omicidio di una perpetua nella parrocchia che fu teatro di una strage degli innocenti: chi voleva colpire realmente l'assassino; quei delitti erano forse stati attribuiti alla persona sbagliata, un maestro di musica poi morto suicida? Tre personaggi diversi come il giorno e la notte, vecchi amici separati da un antico senso di colpa, sono chiamati a indagare: l'indagine sarà di quelle poco ortodosse.

Stanotte noi facciamo un giuramento: questo Male che non finisce mai, che non ha pietà di nessuno e che rinnega Dio, rispetta e teme solo chi ha il coraggio di sfarlo con le sue stesse armi. Noi saremo peggiori di lui, danneremo le nostre anime e lo distruggeremo, qualunque cosa sia.

Tormentato da incubi, Herman ha abbandonato il suo ruolo in polizia per dedicarsi a una piccola libreria. Di madre americana e padre italiano, cresciuto nella Nantucket di Melville, si è rifugiato in una quieta routine e nel letto di innumerevoli amanti per sfuggire all'inquietudine. Abituato ormai a barcamenarsi tra la clientela e i pochi dipendenti – l'adorabile Francesca, studentessa universitaria, e sua zia Giulia, ex professoressa dalla bellezza sfiorita –, il protagonista non avrebbe mai immaginato di ricevere a domicilio degli inquietanti DVD: inquadrature in soggettiva, con l'ausilio di una GoPro, dove le mani guantate dell'assassino commettono gli atti più esecrabili. Coinvolto suo malgrado in un nuovo turbine di violenza, Herman si unisce alla vecchia task force: riallaccia i rapporti con l'affezionato Walter, ispettore pronto a volare a Cuba per drammatici problemi di salute, e rivaluta la fedeltà di Gaetano, commissario in età da pensione rimasto da poco vedovo. Roberto Cimpanelli scava nel loro passato, nella loro psiche, nei loro demoni. Con generosità, impreziosisce il suo esordio con tre personaggi che fanno la differenza. Al centro di un'indagine privata, macchiano le loro fedine penali pur di far trionfare la verità. Fragilissimi, si sono rivolti ora alla fede, ora alla psicoterapia per venire a patti con le proprie coscienze. Ma la ricerca del serial killer diventa per loro un'ossessione viscerale, motivante, che rinsalda amicizie tramontate nonché un disperato attaccamento alla vita. Impari a chiamarli per nome, vuoi loro bene, e poco importa la conta delle loro colpe grandi e piccole.

Moby Dick è un falso obiettivo per cacciatori dilettanti: noi siamo un abisso senza fine, noi vaghiamo nelle tenebre.

Anche a costo di diventare un po' prolisso, La pazienza del diavolo si prende tutto il tempo necessario per approfondirli Compressi come pentole a pressione, per fortuna hanno diritto ad allegri momenti di distensione: il segreto di questo romanzo, per me, è un clima cameratesco, virile, godereccio, che aiuterà anche a metabolizzare gli aspetti più indigeribili – e perché no, meno riusciti – dell'epilogo. Partito come un rigoroso giallo all'italiana, il romanzo si apre nel prosieguo a gustosi sprazzi horror – la cognata di Walter, Estrella, ha infatti legami con la Santeria – per poi sfociare brevemente nella spy-story, con la comparsa di un'eminenza grigia con un ruolo clou nel nostro Paese di mezze verità. In quest'esordio, denso ma imperfetto, si ha l'impressione che qualcosa succeda troppo sbrigativamente e che qualche colpo di scena intuibile, al contrario, venga trascinato troppo per le lunghe. In ogni caso, poco importa: animato di desideri perversi e ferocia, La pazienza del diavolo si divora con impazienza grazie allo stile scorrevole di un autore che conosce alla perfezione i meccanismi dell'intrattenimento. Nero come la pece, è sì un luogo orribile, ma è rischiarato dalla giovialità di tre brutti ceffi che non vedo l'ora di incontrare in un secondo capitolo. Il libraio Herman D'Amore, che ha i dilemmi etici di Moby Dick scritti nel destino, conosce come le proprie tasche la lotta tra Achab e la balena; l'ha somatizzata. Chi bracca chi? Chi è il bene, chi il male? Pur sapendo che nell'abisso c'è posto per entrambi, la caccia resta aperta.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Radiohead – I Promise

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

lunedì 15 luglio 2019

Recensione: Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante

| Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante. E/O, p. 384, € 19,50 |

Dopo la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra, bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'. Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici, ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata davvero lungimirante?

Abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi ritrovi più.

Lila, madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti; dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei calcolatori. Per una buona causa, è giusto scendere a compromessi? L'amica, trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da film western. 
Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la comparsa dell'indimenticato Nino?

Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei.

Si parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi – tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare, delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli squilli di un flirt.
Elena Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto bene, alle mie creature; ai figli miei?

Volevo che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta, mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di meglio, voglio che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi sono io se tu non sei brava, chi sono?

Ho terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato, turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un capitolo filler. Ma l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao

lunedì 3 giugno 2019

Recensione: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

| Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti. Longanesi, € 18,60, pp. 480 |

Teresa Battaglia è tornata a guerreggiare. Conosciuta lo scorso anno, rossa, scorbutica e fuori forma, era la straordinaria padrona di casa di un romanzo che sul piano dell'intrigo convinceva purtroppo a metà. Confidavo a giusta ragione in un nuovo giallo da sbrogliare e nella crescita dell'autrice, la già talentuosa Ilaria Tuti, lì al suo esordio fra i giganti Longanesi. Ho sondato il terreno, lo abbiamo seminato insieme – io leggendo, lei scrivendo –, e non ci è voluto molto per godere della fioritura di quei fiori sopra l'inferno: ai tempi, a mio parere, ancora in boccio. Non ne farò mistero. Ce ne sono già in quantità, d'altra parte, in storia che supera la prima per lunghezza e studio: Ninfa dormiente è la primavera di Teresa su cui, speranzoso, mi ero sentito di scommettere. Restano gli sfondi aperti su una natura leopardiana, bella e terribile, e uno stile dall'impronta straordinariamente femminile che ha qualcosa in comune con le minuzie e il lirismo del compagno di squadra Mirko Zilahy. Questa volta c'è un enigma accattivante, ma manca il cadavere. Il rinvenimento di un ritratto di donna dipinto con il sangue getta la polizia nello sconforto. C'è la firma in calce, quella dell'artista Alessio Andrian, ma la modella del mistero deve essere morta da ormai settant'anni e da altrettanti anni, sfortunatamente, l'artefice dell'opera non emette suono. Dovrebbe esserci minore urgenza nella ricerca della soluzione. Non c'è un cadavere ancora caldo, infatti, e nessuno che muova a compassione gli agenti accorsi. Ma, a quasi un secolo di distanza, a sorpresa resta ancora l'affetto di qualche familiare e un briciolo di vita nella memoria d'elefante di chi potrebbe chiarire l'identità della musa sacrificata.

Alcune famiglie hanno grandi storie d'amore o di avventura da raccontare ai bambini o ai parenti riuniti per le feste. Tante altre hanno un passato di miseria da centellinare come se la fame fosse ancora presente. Gli Andrian hanno la Ninfa e la pazzia di mio zio.

L'indagine e l'introspezione dei personaggi vanno di pari passo. In perfetta sincronia, Teresa Battaglia e il suo pupillo Massimo Marini scavano nel torbido, battibeccano e commuovono. La memoria di lei, che ha paura di pronunciare la parola Alzheimer e registra la sua giornata nell'irrinunciabile diario di bordo, fa spesso cilecca. L'umore di lui, eterno San Tommaso alle prese col pensiero della paternità, è nerissimo dal giorno in cui la sua ex si è presentata alla porta con un pancione inequivocabile; neri sono anche gli occhi, qualche volta, se per scaricare lo stress Marini tira di boxe in palestra. Esiste il gene del male? Davvero alcuni uomini nascono per essere cattivi genitori? 
Teresa, un po' mamma chioccia e un po' prof arcigna, rimbrotta l'allievo a suon di parolacce in teneri siparietti e, nonostante gli acciacchi del corpo tribolato, con prontezza di spirito sprona e consiglia. Un superiore, intimidito dalle donne che ricoprono ruoli di potere, vorrebbe fare terra bruciata attorno all'onorata carriera della Battaglia. Ma lei, che non si accontenta di rifugiarsi nelle retrovie né di ritrarre le spine del suo umorismo caustico, ha una squadra – una famiglia – alla quale destinare tutta la sua esperienza. Brava a cacciare i segreti, sarà però anche capace di custodirli fino all'ultimo? Con quel maledetto Alzheimer che a volte può tornare utile per scordarsi di un tiro mancino, per perdonare sé stessi, la protagonista si sposta in Val Resia fra presente e passato. La valle, terra di confine per eccellenza, rappresenta un'isola genetica e linguistica: gli abitanti, e non è un espediente d'invenzione, conservano ancora il DNA dei colonizzatori originali. Orgogliosi e tenaci, nei costumi così come nel folklore, tentano di preservare la loro alterità – purtroppo, oggi, c'è la Slovenia a inglobarli – e nel clou della Seconda guerra mondiale vivevano fra il nemico tedesco e i partigiani assediati. Durante il regime fascista la violenza era socialmente accettata: l'assassinio della ragazza del dipinto risale ad allora. La Storia, quella con la lettera maiuscola, possiede il senso della giustizia?

Uccidere una donna che si dice di amare. Era una contraddizione in termini, quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure accadeva ogni giorno. L'amore che si fa dramma viene celebrato troppo stesso. A morire erano sempre le donne. Non è amore. È possesso. Bisogno di controllo. Donne usate, abusate, lasciate sole e condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di te.

In un climax che, senza la frenesia cinematografica dei polizieschi americani, ama prendersi il tempo necessario e descrivere tutto minuziosamente – dettagli ambientatili, scientifici e storici: la cultura enciclopedica di Ilaria è degna di stupore –, i protagonisti faranno presto i conti con conflitti nei quali ogni scempio è lecito, rigurgiti intolleranti e, soprattutto, culti di origine pagana nello stile del cult anni Settanta The Wicker Man. Con donne del luogo custodi di canti, erbe e segreti, che intensificano il fascino di questo atteso ritorno in libreria. La trama, stratificata e densa quanto la terra nei boschi, ha il potenziale difetto di risultare troppo macchinosa; il peso delle oltre quattrocento pagine, in un epilogo semiconclusivo, potrebbe avvertirsi. Ma poco importa: Ilaria Tuti ribadisce a gran voce di avere toni, forma e contenuto. Ingegno e, eccezionalmente, sentimento. 
Insanguinato, nudo, muto, settant'anni prima un giovane pittore e il suo segreto era stati salvati oltre il confine. Il soldato venticinquenne stringeva il suo undicesimo lavoro fra le mani: il più attraente, il più conteso alle aste, perché scomparso nel nulla. Lontano, intanto, il suono di un violino: gli appassionati di Dylan Dog riconosceranno le note del famigerato Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini. 
Per ora abbiamo avuto le nostre risposte, ma la valle custodisce altre inquietudini di cui venire a capo. La battaglia di Teresa, fino al prossimo romanzo almeno, è stata una conquista.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The xx – Crystalised

giovedì 7 febbraio 2019

Blog Tour "Bianco Letale", di Robert Galbraith: ricapitolando i casi di Cormoran Strike


Amici, è ufficiale. Cormoran e Robin sono finalmente tornati. È passato ormai un po' da quando, durante il primo anno all'università, avevo divorato nella mia stanzetta da matricola la loro indagine introduttiva, scoprendo una Rowling divertita e perfettamente credibile nelle vesti di novella Agatha Christie: serviva forse uno pseudonimo maschile a farcene dimenticare la connaturata classe? Se tra me e la serie televisiva prodotta dalla BBC purtroppo non è scattata la scintilla e gli altri esperimenti della mamma di Harry Potter non piacciano affatto – Animali fantastici, dico a te, che con il tuo secondo capitolo ci hai regalato uno dei peggiori film dello scorso anno –, comunque resta una certezza: questa volta si intitola Bianco letale, sfiora le ottocento pagine per rendere meno doloroso l'inevitabile arrivederci e ha il pregio di fugare la nostra curiosità, si spera, attraverso un altro caso al cardiopalma. Facendo il conto alla rovescia per gustarmelo – in questo periodo preme la scrittura della tesi, e a malincuore risulta sconsigliato dedicarsi a letture tanto corpose lavorando a pieno regime: il romanzo, però, è già pronto sul mio comodino e vi ricordo il Review Party l'11–, nella mia tappa del blog tour a tema ricapitolo insieme a voi i casi precedenti. Pronti, via!

Titolo: Bianco Letale
Editore: Robert Galbraith
Numero di pagine: Salani
Prezzo: € 24,00
Numero di pagine: 784
Data di pubblicazione: 4 febbraio 2019
Sinossi: Quando il giovane Billy, in preda a una grande agitazione, irrompe nella sua agenzia investigativa per denunciare un crimine a cui crede di aver assistito da piccolo, Cormoran Strike rimane profondamente turbato. Anche se Billy ha problemi mentali e fatica a ricordare i particolari concreti, in lui e nel suo racconto c’è qualcosa di sincero. Ma prima che Strike possa interrogarlo più a fondo, Billy si spaventa e fugge via. Cercando di scoprire la verità sulla storia di Billy, Strike e Robin Ellacott – una volta sua assistente, ora sua socia – seguono una pista tortuosa, che si dipana dai sobborghi di Londra alle stanze più recondite e segrete del Parlamento, fino a una suggestiva ma inquietante tenuta di campagna. E se l’indagine si fa sempre più labirintica, la vita di Strike è tutt’altro che semplice: la sua rinnovata fama di investigatore privato gli impedisce di agire nell’ombra come un tempo e il suo rapporto con Robin è più teso che mai. Lei è senza dubbio indispensabile nel lavoro dell’agenzia, ma la loro relazione personale è piena di sottintesi e non detti…

Il richiamo del cuculo: l'angelo che non volava.
Ha avuto inizio tutto da qui. Cormoran cercava una segretaria che ne sopportasse gli odori, il disordine, i modi burberi; Robin si spingeva in un vicolo di Londra in cerca di un incarico che la distraesse da una relazione perfetta solo all'apparenza. Per la loro fortunatissima collaborazione, e per il nostro istantaneo colpo di fulmine, galeotto era stato un cadavere: quello della top model Lula Landry, detta “Cuckoo”, precipitata dal terzo piano del suo invidiabile appartamento con vista. Suicidio oppure omicidio? Se sei giovane, bella e hai il mondo dell'alta moda che ti rema contro, meglio accantonare l'idea della depressione e mettersi alla ricerca del colpevole. Sarà insospettabile.

Il baco da seta: l'editoria uccide.
Dalle passerelle alle case editrici, meno sfavillanti ma altrettanto letali, il passo è breve. Tanto era classico e teatrale l'intrigo del romanzo introduttivo, tanto scandalizza per violenza e causticità questo secondo tassello. La Rowling si sporca le mani, e a macchiarle è sangue copioso. Questa volta la vittima è Owen Quine, scrittore controverso in attesa di pubblicare Bombyx Mori: titolo quanto mai programmatico se l'ultimo manoscritto era una bomba a orologeria pronta a denunciare il peggio dell'editoria britannica. L'uomo è stato eviscerato, cosparso di acido, condannato alla medesima fine del protagonista del suo inedito. Tutti lo odiavano, tutti lo temevano. Investigare sarà meno facile, soprattutto se salterà fuori senza avvisare una ex di Cormoran a scombinare le carte in tavola: proprio quando tra lui e Robin, non più semplice segretaria bensì suo braccio destro, iniziava a esserci finalmente del tenero.

La via del male: le bugie hanno le gambe... mozze.
Robin, eterna fidanzata di Matthew, è pronta a fare il grande passo. Seduta nel solito ufficio, attende forse un mazzo di rose, forse le macchine fotografiche usa e getta da distribuire agli invitati al matrimonio. Il corriere, figura chiave nel cuore dei blogger di ogni dove, malauguratamente la sorprende con una consegna ben diversa: una gamba mozzata. Il mandante, vecchia conoscenza di Cormoran, mira a far crollare il detective privato. Se la stampa parla già del ritorno di Jack Lo Squartatore, la serie con la firma del fittizio Galbraith va facendosi sempre più pulp e irresistibile: la rosa dei loschi sospettati, a questo giro, somiglia alla formazione dei cattivissimi membri della Suicide Squad.

Calendario
3 Febbraio - Aspettando Cormoran - (Desperate Bookswife - Baba) 
4 Febbraio - Dove eravamo rimasti? (L'ennesimo Book Blog
5 Febbraio - Chi sono Cormoran e Robin? (La Tana di una Booklover)
6 Febbraio - Serie Noir. Perché leggere Roberth Galbraith (Un libro per amico
7 Febbraio - Ricapitolando i casi Di Cormoran Strike (Diario di una dipendenza)
8 Febbraio - E la Serie? Dal libro agli schermi della BBC (La tana di una booklover)
9 Febbraio - Londra e l'ambientazione per un giallo (Desperate Bookswife - Nadia)

lunedì 14 gennaio 2019

Recensione: Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante

Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante. E/O, € 19,50, pp. 480 |

Dopo anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti, fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante. Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate, così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose novelle.

«Non volevo che mi vedessi.»
«Gli altri ti possono vedere e io no?»
«Degli altri non m'importa, di te sì.»

Se moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo – Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da educare. 
Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni immediatamente successivi. 
All'una tocca accettare a malincuore le leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel negozio a Piazza dei Martiri, i privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della “smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al mare – quando non è lei l'anima della festa. 
Quanta verità c'era in quella frase, leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io? Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù – raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione, confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione, infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del quartiere: vittime dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i seni.

Anche se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.

Via gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità, e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza. Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi fare a metà di tutto.

Com'è facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari. Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].

Rispetto al primo romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione. Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai familiare. 
Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e lontano: irraggiungibile? 
Storia del nuovo cognome è il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Nada – Senza un perché

giovedì 13 dicembre 2018

Recensione: Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi

| Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Quest'anno, prestandosi con grande successo anche al mondo del cinema, l'adorato Donato Carrisi ha guadagnato sul palcoscenico dei David di Donatello l'ennesimo riconoscimento: quello al Miglior regista esordiente. A porgergli il premio, fra orgoglio e incredulità, un ospite d'eccezione: Steven Spielberg, in quel periodo nelle sale italiane con il nostalgico Ready Player One. Sarà un caso, mi domando adesso, al termine di un romanzo che proprio di avatar e giochi di ruolo, di una tecnologia che a volte unisce e altre divide, parla? A indossare il visore, a impugnare un joystick collegato a insidiose dimensioni virtuali, è una giocatrice che attendevamo al varco da un po'. Con il vestiario rigorosamente all black, una cascata di capelli ramati e tagli profondi su tutto il corpo, non somiglia affatto a una nerd in simbiosi con la propria console. Lei non scherza né gioca, mai. Nemmeno ora che è madre della brillante Alice, nemmeno lontana dalle scene del crimine: vive in una casa isolata in riva al lago, tagliata fuori dal mondo, e non per i capricci dei villeggianti. 
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?

Internet è un'enorme spugna: assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio. Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare leggi e convenzioni. A volte dobbiamo anche indossare una maschera, ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della società... In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa ipocrisia, ma è soltanto un'illusione: ci hanno semplicemente lasciato soli con i nostri demoni.

Nella Gotham senza nome che in passato ha già fatto da sfondo a tre romanzi qualcosa è cambiato: la criminalità è in rapida diminuzione grazie ai metodi della Shutton, giudice dai tailleur d'alta sartoria e dal polso di ferro che ha esiliato gang e malintenzionati nella stessa nebbia che li aveva partoriti. O così sembra: il male, come la Vasquez, è uno stacanovista che non conosce riposo. E strappandola a una nuova routine di cibo d'asporto e gattini da salvare, sottraendole la piccola Alice, la chiama a forza alle armi. La ricerca sul campo somiglia a una staffetta, a una caccia al tesoro in cui un indizio tira l'altro, e nel Gioco del suggeritore si svolge su un duplice binario. Doppiamente in pericolo, doppiamente in trappola, Mila esplora i pixel e le zone cieche dell'Altrove aiutata dall'immancabile Berish con cane al guinzaglio, dalle indicazioni di un uomo nascosto sotto un passamontagna, da un enigmatico bambino con una maglietta rossa. 
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.

Puoi sfuggire al buio. Ma non può impedire al buio di cercarti.

Il modus operandi di un serial killer, insegna l'autore pugliese, somiglia a quello delle nonne alla prese con la torta perfetta. Il metodo di uno scrittore di bestseller segue regole simili, ferree. Ma a Donato Carrisi non è mai piaciuto vincere facile, perciò improvvisa qualche variazione sul tema in un romanzo a cavallo fra il vecchio (la struttura da serial televisivo, con casi connessi questa volta in maniera un po' troppo arbitraria) e il nuovo (videogiochi interattivi come discarica di pulsioni mortifere, mentre scarseggiano purtroppo i cenni ai finali aperti delle storie precedenti), anche a rischio di commettere piccole imprecisioni. Se l'impresa riesce – che sia l'omicidio premeditato o l'altra pasticceria poco importa –, perché cambiare ricetta? 
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Aurora sogna