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lunedì 11 febbraio 2019

I ♥ Telefilm: Sex Education | La compagnia del cigno | The Kominsky Method

Ai miei tempi c'era la serie di American Pie in videoteca o Melissa P. sfogliata di soppiatto al supermercato. Alle scuole medie un po' di sesso lo si vedeva o leggeva così: con la pudicizia verso il tabù. Molto più fortunati possono dirsi gli adolescenti di oggi: seduti al primo banco, attentissimi, prendono appunti e sollevano dubbi esistenziali a lezione da Sex Education. La versione live action di Big Mouth, essenzialmente, che attinge a tratti a Skins, a tratti al recente The End of the F***ng World. Siamo nel solito liceo di provincia e il solito sedicenne imbranato – Asa Butterfield, cresciuto bene dopo la benedizione artistica di Martin Scorsese – fa i conti con l'imbarazzo della mamma sessuologa e la cotta per una ragazza con la fama da bulla. Perché non mettere a frutto un'infanzia passata a sentir parlare di sesso per racimolare qualche soldo, tagliare il cordone ombelicale che lo lega alla sempre fascinosa Gillian Anderson e, se tutto va bene, conquistare l'erede lampo di Margot Robbie? A scuola c'è chi apre troppo le gambe e chi non le apre abbastanza. Chi sogna in segreto un'esperienza omosessuale, chi simula l'orgasmo, chi non si prende cura a sufficienza delle proprie zone erogene. Chi ce l'ha piccolo, chi ce l'ha grande, chi non ce l'ha depilata alla brasiliana. Otis, sotto lauto compenso, ha una risposta per tutto, ma non per il suo cuore misterioso. Né per l'inibizione verso la masturbazione, suo grande cruccio, che gli rende di conseguenza difficile anche il contatto fisico. Scorretta, boccaccesca, nuda e cruda, Sex Education non si fa mancare davvero nulla. Dà quello che promette, fra amplessi sbirciati e grasse risate, ma il risultato sorprende per buon gusto e misura. Modernissima ma con un accurato stile anni Ottanta, l'ultima commedia Netflix gioca con furbizia e impensata grazia le proprie carte vincenti. E fa bene, perché la semplicità, il prendi di qua e il prendi di là dai teen drama di ogni dove, si sposa bene con un cast dalla faccia pulita e una scrittura che, lasciati a sbollire i bassi istinti, a sorpresa scalda il cuore. Con le cliniche per l'aborto dagli Smiths in sottofondo. Con gli amici gay che non disdegnano i travestimenti e, per solidarietà, ti spingono a vestirti come Hedwig oppure a ballare un lento in pista. Con la revisione in chiave politicamente scorretta di un femminismo meno banale al suon di: «È la mia vagina!». C'è del vero nel luogo comune: non esiste sesso senza amore. (7+)

Alle medie adoravo High School Musical: conoscevo tutta la colonna sonora, inutile nascondersi, e l'altro giorno meditavo l'idea di un rewatch in nome della nostalgia canaglia. Alle superiori è stata la volta di Glee: serie subito cult, sfortunatamente in caduta libera dopo la collezione iniziale di plausi e premi in patria. Quest'anno, invece, scartato Rise, contro tutti i pronostici gli ho preferito La compagnia del cigno: una scusa per far fruttare il chiacchierato canone Rai e una bella occasione per portare la musica classica in prima serata, realizzando una serie per gli adolescenti di oggi e di ieri. Ivan Cotroneo, già con Un bacio autore di grande sensibilità, conferma di possedere un tocco delicato e nel suo piccolo fa magie con un cast di reali studenti del conservatorio chiamati per la prima volta a suonare, cantare e recitare. Qualcuno, per altro, con ottimi risultati: benché il protagonista sia Leonardo Mazzarotto, studente sopravvissuto al terremoto di Amatrice in fuga dal disturbo post-traumatico, spicca per spigliatezza il personaggio irresistibile di Hildegard De Stefano, un'ipovedente che spezza cuori a destra e a manca e si fa beffe del politicamente corretto. Il titolo: il nome di un gruppo WhatsApp che ha radunato gli emarginati e i talenti incompresi dell'orchestra di un Alessio Boni non meno spietato di J.K. Simmons. Di giorno direttore d'orchestra con i modi da canaglia, di notte giustiziere accanto ad Anna Valle per vendicare una figlia vittima d'omicidio stradale, Boni divide la scena con valenti addetti ai lavoro (Giovanna Mezzogiorno, mamma saggia ed evanescente morta nei crolli; Alessandro Roja, spumeggiante zio gay una spanna sugli altri), partecipazioni trash (i cameo di Mika e Michele Bravi; Marco Bocci che scimmiotta con ironia il Bernal di Mozart in the Jungle) e giovani leve. Peccato che la lunghezza degli episodi, gli inserti musical mal realizzati e la fotografia di un irriconoscibile Luca Bigazzi intrappolino la serie in stilemi televisivi che, a tratti, vedasi la stucchevole gita ad Amatrice del finale, cancellano i pregi diffusi al suon di nasi da storcere. Si apprezzano comunque le buonissime intenzioni, le ambientazioni milanesi, il tentativo di opporsi con la controprogrammazione al pessimo Adrian, e tanto basta per dirsi contenti. In attesa di un ritorno con gli stessi drammi vincenti, ma meno auto-tune nei ritornelli, più cura alla regia e altrettante armonizzazioni. (6,5)

Si conoscono da metà delle loro vite, e sono vite lunghe. Uno attore di scarso successo a capo di un'accademia di recitazione, l'altro suo fedelissimo manager. Il mondo del cinema, però, fra strizzate d'occhio e grandi nomi fatti tanto per vanteria, resta sullo sfondo. Si sceglie di parlare d'altro: delle gioie e dei dolori condivisi, della salute che va e che viene, dei segreti della terza età. Non si smette di fare sesso a settant'anni, lo sa bene il sempre affascinante Michael Douglas, che nelle sfilate sui Red Carpet continua a non stonare con Catherine Zeta-Jones accanto. Non si smette di considerare i propri figli alieni, lo ribadisce uno struggente Alan Arkin alle prese con il vuoto della vedovanza – ogni tanto, eppure, eccolo confidarsi con lo spettro della moglie in camera da letto – e con le bizze della figlia, alcolizzata da scortare in rehab. Aggiungete qualche vecchio problema familiare e nuove fiamme, la prostata che fa i capricci sotto le mani indelicate dell'urologo De Vito, l'amore altalenante ra due irresistibili brontoloni che nonostante tutto non si stancano mai della reciproca compagnia. Otterrete, così, The Kominsky Method: ultima fatica di un Chuck Lorre che gioca pedine fortunate e agli scorsi Golden Globe, complici due straordinari mattatori per fiore all'occhiello, sbaraglia una concorrenza agguerrita. Imprevedibilmente e, se lo chiedete a me, non troppo meritatamente. Vista agli inizi di dicembre durante i pasti, la serie è stata una compagnia rapida e indolore di cui parlare soltanto a vittoria avvenuta. Prima, infatti, non mi aveva tentato il bisogno di abbinare i soliti aggettivi, di raccontarvi la solita comedy agrodolce, per la quale a torto non vedevo un futuro. La seconda stagione è già stata confermata ai piani alti e questa strana coppia non smette di mietere consensi in rete (chiedetelo a Lisa, ad esempio, gerontofila doc). Affezionato all'umorismo nero di Vicious non meno che alla galanteria di The Old Man and the Gun, invece, io mi sono scoperto lontano dall'ironia più godereccia di Lorre; da una serie sulla settima arte a cui il cinema manca, strano ma vero, che nel giorno giusto potrebbe forse strapparvi più lacrime che risate. (6,5)