Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)
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venerdì 3 dicembre 2021
Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building
In
fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca
il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce
le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa
e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce
a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da
una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma
imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri
della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera –
racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei
sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli
miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive
in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile
senza però mai propendere per il grottesco. Realistica,
introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia
d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché
stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon,
giganteggiano Margaret Qualley e
Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima
una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma:
le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in
pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si
rompono. (7,5)
Oscar
Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne
saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla
follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi
rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e
tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia,
è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più
disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di
altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di
Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a
emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli
insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain
trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai
Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie
coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più
dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a
questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per
riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di
Master of None –
altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS
Kramer all'italiana prodotto
dall'insospettabile mamma Rai. (6)
Una
famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di
neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel
marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna
da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti
Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i
disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di
perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi
intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti.
Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The
White Lotus fa ridere a denti
stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo.
Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura
– perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi
riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna
sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge
su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra
Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un
ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince
completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della
messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine
Perfect Strangers ma non il
capolavoro annunciato. (7)
Un
attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una
ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un
omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario
uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona
famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati,
di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting.
Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a
creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa
comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici
ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a
Manhattan. Peccato che,
nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo
episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un
inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato
sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda
stagione, Only Murders in the Building resta
in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha
Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I
suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin
Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni
– da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita
scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle
dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco
tutt'altro che indimenticabile. (6,5)
martedì 24 dicembre 2019
And the Golden Globe goes to: Ritratto della giovane in fiamme | Cena con delitto | The Farewell
Si
può fare un ritratto a chi rifiuta di mettersi in posa? Si può
fare un melodramma su una passione che a lungo resta sottintesa? È
la sfida che accetta una pittrice del tardo ‘700: memorizzare i
tratti della figlia della committente e disegnarli in segreto, senza
che la modella se ne accorga. È la sfida corsa da Cèline
Sciamma, non nuova alle riflessioni sui meccanismi della sessualità:
raccontare un amore vissuto a distanza, che quando finalmente si
consuma lascia invidiosi davanti alla sua energia vitale. Sullo
sfondo di uno scenario che ispira meraviglie nel direttore della
fotografia e pensieri suicidi nelle ventenni irrequiete, si consuma
la breve convivenza tra Marianne e Héloise: la prima donna di mondo
che ha conosciuto l’aborto e l’emancipazione; la seconda, mancata
novizia che vorrebbe soltanto correre e nuotare, rifiutando di essere
data in moglie. La pittrice le passeggia accanto, la scruta, la
dipinge a memoria. L’osservazione porta alla venerazione. E la
venerazione, piano, all’amore. Ma osservare implica necessariamente
essere osservati. La collaborazione dipingerà sorrisi sul viso
severo della sposa e getterà le basi per l’evoluzione artistica
della pittrice, sin troppo legata alle convenzioni manualistiche.
L’opera d’arte, nel momento del congedo, apparterrà più
all’artefice o all’acquirente? Il mondo della regista è popolato
da donne che bastano a loro stesse, dove gli uomini sono anonimi
barcaioli che vanno e vengono. Un’isola che non c’è – da eremo
sperduto a parentesi felice, grazie alle suggestioni dell’ultima
arrivata – che ospita un’utopia femminista radicale, che tuttavia
non intimidirà gli spettatori dell’altro sesso. Quieto e
persistente, il sentimento amoroso non esplode mai rumorosamente, ma
vibra come un diapason per l’intera durata, sottoforma di una
tensione costante che, nell’epilogo, si trasforma in struggimento.
All’apparenza algido e rigoroso, Ritratto della giovane in
fiamme è in realtà un film che palpita di smania e curiosità.
Un tableau vivant tridimensionale, che sa sorprendere con scene di
grande erotismo e falò dal fascino stregonesco. Filo conduttore, un
mito intramontabile: perché Orfeo si voltò pur sapendo di perdere
Euridice? La scelta del poeta ebbe la meglio su quella dell’amante:
la poesia, infatti, parrebbe vivere di ricordi e di rimpianti. Io
ricorderò a lungo il rosso e il verde degli abiti delle
protagoniste, il crepitare del fuoco e delle onde, i giochi
prospettici allo specchio, il numero ventotto. E soprattutto quel
finale memorabile, sulle note di Vivaldi, che gareggia con la
bellezza da sindrome di Stendhal delle lacrime di Timothée Chalamet.
(8)
Lo
hanno acclamato come il ritorno in sala dei gialli alla Agatha
Christie. Attesissimo e preceduto da recensioni entusiastiche, Cena
con delitto è forse l’intrattenimento più solido che
troveremo al cinema durante le festività. Ma, per via di aspettative
parzialmente disattese e di un cast non sempre sfruttato al meglio,
il film di Rian Johnson non brilla di luce propria come sarebbe stato
lecito aspettarsi. Al punto che le innumerevoli considerazioni
nella stagione dei premi sfuggono, davanti a un divertissement più
ritmato di 7 sconosciuti a El Royal ma meno esilarante del
survival Finché morte non ci separi. Partiamo con ordine: chi
ha ucciso Christopher Plummer, scrittore rinvenuto con la gola
squarciata? Nella sua magione in stile Cluedo si affollano parenti di
sangue e parenti acquisiti. Tutti, di recente coinvolti in una
discussione col patriarca, sono sospettabili. Il movente: i soldi.
Indaga un inedito Daniel Craig con l’accento del Sud, detective
tanto istrionico quanto poco indispensabile ai fini delle indagini, e
accanto a sé ha una Watson a sorpresa: più degli strepiti della
Collette, della presenza scenica di quella Curtis in sordina o della
mascella scolpita di Evans, infatti, ad avere un ruolo clou è
l’incantevole infermiera Ana De Armas. La vera protagonista della
storia, checché ne dicano i poster. E soprattutto l’unico
personaggio di buon cuore in una storia dominata da intrighi e
macchinazioni. La struttura del mistero – in realtà irrispettosa
del canone classico, che prevedrebbe ambienti ristretti e personaggi
insondabili – si frantuma, svelando un importante colpo di scena a
metà e rinunciando preso alla dimensione corale,all’insegna di
ronde e inseguimenti che appesantiscono la metà esatta del film. Per
fortuna, Johnson ha in serbo un altro colpo di scena per l’epilogo,
ma l’effetto sorpresa manca. Cena con delitto vorrebbe
essere una commedia nera, ma fa soltanto sorridere qui e lì.
Vorrebbe parlare di politica e razzismo, ma il suo far satira punge a
stento. Ben scritto, scorrevole e godibile, trova comunque una
perfetta conclusione in una sequenza finale che, rispetto
all’incipit, cambia totalmente le carte in tavola e i ruoli di
potere. Di ritorno dal cinema, ho pensato a quei dessert rivisti dei
ristoranti stellati (ad esempio, il tiramisù scomposto). Che son
divertenti e gustosi, sì, ma non quanto la ricetta originale. (7)
Lo
scorso anno, alla conquista del boxoffice c’erano gli asiatici del
guilty pleasure Crazy & Rich. A ispirare un nuovo
viaggio da New York all’Oriente, in questa stagione, è
un’occasione meno lieta: una nonna gravemente malata – tumore ai
polmoni –, con cui concedersi qualche ultimo giorno insieme
annullando le distanze. Siamo in Cina. Terra di abbuffate in
compagnia, quartieri in trasformazioni, contraddizioni profonde.
Dove, a una certa età, interviene una strana forma di decoro
nell’affrontare la perdita. I membri della famiglia Wang esprimono
il dolore attraverso urla sguaiate ai funerali, tengono banchetti
sulle tombe con le prelibatezze più amate dal defunto, ma sono
estremamente riservati sull’argomento malattia: l’anziana in fin
di vita, perciò, non dovrà sapere della sua condizione. In nome di
un profondo senso di condivisione, i familiari riuniti per
un’occasione organizzata a tavolino – un matrimonio lampo, che
apre le danze per l’inevitabile funerale – si sobbarcano le
preoccupazioni della nonna nel gesto di generosità definitivo: la
vita, infatti, appartiene più a noi stessi o ai nostri cari? A
giudicare dal temperamento dell’arzilla Zhao Shuzhen, la bugia a
fin di bene ha effetti miracolosi: la matriarca mette bocca sui
dettagli della cerimonia; rimbecca la nuora giapponese; si preoccupa
per la salute altrui; domanda della vita sentimentale della nipote
prediletta. Strappata a un’infanzia in Cina, la giovane Awkwafina –
trentenne a un bivio – reagisce con la stessa espressione per
l’intero film: immusonita e affranta, appare incapace di comunicare
la leggerezza che servirebbe alla causa. Questo è il difetto
dell’indie con gli occhi a mandorla, sempre al crocevia tra farsa e
tragedia, che purtroppo mi ha lasciato indifferente durante la
visione. Presentato come una commedia, in realtà ha protagonisti
piuttosto mesti e non mi ha fatto né ridere né piangere, quando –
da premesse – mi sarei aspettato entrambe le cose. Agrodolce e dai
ritmi lenti, mi è parso più interessante che bello: a essere degni
di stupore sono infatti il senso della vita e della morte del popolo
cinese; le riflessioni sentitissime sulle differenze culturali e le
proprie radici. Benché il titolo alluda a un addio, l’esordio
della fortunata Lula Wang convince più nel suo dare il bentornato .
(6,5)giovedì 19 dicembre 2019
Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi
|
La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp.
400 |
Al
pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato
Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche
mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza
impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla
carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci
un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico
collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il
dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille
intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso.
Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In
pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a
Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un
thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn,
Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno
cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno
complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti
ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella
folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del
protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del
centro. Pietro Gerber – trent’anni, da poco papà, un vago
passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in
ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette
le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda
poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha
voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un
ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le
fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la
verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura
vendicativa. A volte mentono.
Per
un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il
più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un
bambino non sa distinguere la differenza.
Una
chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare
un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall,
fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un
nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e
i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di
un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain
Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life –
al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo
sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli
estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da
seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte
dell’incendio?
Che
si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni
inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così,
la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato
Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano
gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i
manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che
attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le
allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici –
plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità
della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra
rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e
svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri
tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in
tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?
Se
vuoi vivere, devi imparare a morire.
Per
la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà
in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto.
Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la
piacevolezza di una lettura? Vi risponderei di no, ma questo è
il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non
vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa
dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad
alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura
essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in
sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco
definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo
sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di
trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più
tormentato – magari con l’adozione della prima persona,
variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –, il
mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.
Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da
condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità,
letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la
paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia.
L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa
piccola casa stregata in subaffitto.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass
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Tre stelle
lunedì 3 giugno 2019
Recensione: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti
|
Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti. Longanesi, € 18,60, pp. 480 |
Teresa
Battaglia è tornata a guerreggiare. Conosciuta lo
scorso anno, rossa, scorbutica e fuori forma, era la straordinaria
padrona di casa di un romanzo che sul piano dell'intrigo convinceva purtroppo a metà. Confidavo a giusta ragione in un nuovo giallo da
sbrogliare e nella crescita dell'autrice, la già talentuosa Ilaria
Tuti, lì al suo esordio fra i giganti Longanesi. Ho sondato il
terreno, lo abbiamo seminato insieme – io leggendo, lei scrivendo
–, e non ci è voluto molto per godere della fioritura di quei
fiori sopra l'inferno: ai tempi, a mio parere, ancora
in boccio. Non ne farò mistero. Ce ne sono già in
quantità, d'altra parte, in storia che supera la prima per lunghezza e studio:
Ninfa dormiente è la
primavera di Teresa su cui, speranzoso, mi ero sentito di scommettere. Restano gli
sfondi aperti su una natura leopardiana, bella e terribile, e uno
stile dall'impronta straordinariamente femminile che ha qualcosa in
comune con le minuzie e il lirismo del compagno di squadra Mirko
Zilahy. Questa volta c'è un enigma accattivante, ma manca
il cadavere. Il rinvenimento di un ritratto di donna dipinto con il
sangue getta la polizia nello sconforto. C'è la firma in calce,
quella dell'artista Alessio Andrian, ma la modella del mistero deve essere morta da ormai settant'anni e da altrettanti anni,
sfortunatamente, l'artefice dell'opera non emette suono. Dovrebbe esserci minore urgenza nella ricerca della
soluzione. Non c'è un cadavere ancora caldo, infatti, e nessuno che muova a compassione gli agenti accorsi. Ma, a
quasi un secolo di distanza, a sorpresa resta ancora l'affetto di
qualche familiare e un briciolo di vita nella memoria d'elefante di
chi potrebbe chiarire l'identità della musa sacrificata.
Alcune
famiglie hanno grandi storie d'amore o di avventura da raccontare
ai bambini o ai parenti riuniti per le feste. Tante altre hanno un
passato di miseria da centellinare come se la fame fosse ancora
presente. Gli Andrian hanno la Ninfa
e la pazzia di mio zio.
L'indagine
e l'introspezione dei personaggi vanno di pari
passo. In perfetta sincronia, Teresa Battaglia e il suo pupillo
Massimo Marini scavano nel torbido, battibeccano e
commuovono. La memoria di lei, che ha paura di
pronunciare la parola Alzheimer e registra la sua giornata
nell'irrinunciabile diario di bordo, fa spesso cilecca. L'umore di
lui, eterno San Tommaso alle prese col pensiero della paternità, è
nerissimo dal giorno in cui la sua ex si è presentata alla porta con un
pancione inequivocabile; neri sono anche gli occhi, qualche volta, se
per scaricare lo stress Marini tira di boxe in palestra. Esiste il gene del male? Davvero alcuni uomini
nascono per essere cattivi genitori?
Teresa, un po' mamma
chioccia e un po' prof arcigna, rimbrotta l'allievo a suon di
parolacce in teneri siparietti e, nonostante gli acciacchi
del corpo tribolato, con prontezza di spirito sprona
e consiglia. Un superiore, intimidito dalle donne che ricoprono
ruoli di potere, vorrebbe fare terra bruciata attorno all'onorata carriera
della Battaglia. Ma lei, che non si accontenta di rifugiarsi nelle
retrovie né di ritrarre le spine del suo umorismo caustico, ha una
squadra – una famiglia – alla quale destinare tutta la sua esperienza. Brava a cacciare i segreti, sarà però anche capace di custodirli fino all'ultimo? Con quel maledetto Alzheimer che a
volte può tornare utile per scordarsi di un tiro mancino, per
perdonare sé stessi, la protagonista si sposta in Val Resia fra
presente e passato. La valle, terra di confine per eccellenza,
rappresenta un'isola genetica e linguistica: gli abitanti, e non è
un espediente d'invenzione, conservano ancora il DNA dei
colonizzatori originali. Orgogliosi e tenaci, nei costumi così come
nel folklore, tentano di preservare la loro alterità – purtroppo,
oggi, c'è la Slovenia a inglobarli – e nel clou della Seconda
guerra mondiale vivevano fra il nemico tedesco e i partigiani
assediati. Durante il regime fascista la violenza era socialmente
accettata: l'assassinio della ragazza del dipinto risale ad allora.
La Storia, quella con la lettera maiuscola, possiede il senso della
giustizia?
Uccidere
una donna che si dice di amare. Era una contraddizione in termini,
quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure
accadeva ogni giorno. L'amore che si fa dramma viene celebrato troppo
stesso. A morire erano sempre le donne. Non è amore. È possesso.
Bisogno di controllo. Donne usate, abusate, lasciate sole e
condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si
trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e
smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di
te.
In
un climax che, senza la frenesia cinematografica dei polizieschi
americani, ama prendersi il tempo necessario e descrivere tutto
minuziosamente – dettagli ambientatili, scientifici e storici: la
cultura enciclopedica di Ilaria è degna di stupore –, i
protagonisti faranno presto i conti con conflitti nei quali ogni
scempio è lecito, rigurgiti intolleranti e, soprattutto, culti di
origine pagana nello stile del cult anni Settanta The
Wicker Man. Con donne del luogo
custodi di canti, erbe e segreti, che intensificano il fascino di
questo atteso ritorno in libreria. La trama, stratificata e
densa quanto la terra nei boschi, ha il potenziale difetto di risultare
troppo macchinosa; il peso delle oltre quattrocento pagine, in un epilogo semiconclusivo, potrebbe avvertirsi. Ma
poco importa: Ilaria Tuti ribadisce a gran voce di avere toni, forma
e contenuto. Ingegno e, eccezionalmente, sentimento.
Insanguinato, nudo, muto, settant'anni prima un giovane pittore e il suo segreto era stati salvati oltre il confine. Il soldato venticinquenne stringeva il suo undicesimo lavoro fra le mani: il più attraente, il più conteso alle aste, perché scomparso nel nulla. Lontano, intanto, il suono di un violino: gli appassionati di Dylan Dog riconosceranno le note del famigerato Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini.
Per ora abbiamo avuto le nostre risposte, ma la valle custodisce altre inquietudini di cui venire a capo. La battaglia di Teresa, fino al prossimo romanzo almeno, è stata una conquista.
Insanguinato, nudo, muto, settant'anni prima un giovane pittore e il suo segreto era stati salvati oltre il confine. Il soldato venticinquenne stringeva il suo undicesimo lavoro fra le mani: il più attraente, il più conteso alle aste, perché scomparso nel nulla. Lontano, intanto, il suono di un violino: gli appassionati di Dylan Dog riconosceranno le note del famigerato Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini.
Per ora abbiamo avuto le nostre risposte, ma la valle custodisce altre inquietudini di cui venire a capo. La battaglia di Teresa, fino al prossimo romanzo almeno, è stata una conquista.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The xx – Crystalised
lunedì 29 aprile 2019
Recensione: Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton
|
Le sette morti di Evelyn Hardcastle, di Stuart Turton. Neri
Pozza, € 18, pp. 526 |
Il
thriller mi piace contemporaneo. Cinematografico, scabroso e cattivo.
Saltando i classici Conan Doyle e Agatha Christie, nel mio
apprendistato di lettore ho bruciato le tappe fondamentali arrivando
in anticipo ai fiumi di sangue e ai detective dalla coscienza
macchiata. Il giallo all'inglese, tutto supposizioni e dita puntate,
insomma, non mi attrae. A meno che, come in questo caso, non presenti
uno splendido incentivo. Sono stati un colpo di genio e uno strappo
alla regola a portarmi nella sala da ballo di Stuart Turton. Un
esordiente ingegnoso e sfacciato che alza l'asticella del rischio,
unendo al rigore di Assassinio sull'Orient-Express i
viaggi temporali di Auguri per la tua morte
e le reincarnazioni new age di Ogni giorno.
Lo stile: di quelli semplici e funzionali, senza grandi fronzoli,
interessati più ai fatti che ai personaggi. Ogni parola dell'autore
britannico, infatti, è al servizio di una storia di rara
complessità: una descrizione in eccesso, una digressione in più,
rischierebbero di ostruire un meccanismo a orologeria che, purtroppo
o per fortuna, bada alla sostanza e non alla forma.
Alle
undici in punto, durante la festa organizzata per il suo ritorno dal
collegio a Parigi, Evelyn Hardcastle si sparerà un colpo in pancia
mentre la notte è squarciata dalle scintille dei fuochi artificiali.
Chi l'ha spinta a tanto? Come si collega il suo destino al delitto di
diciannove anni prima, quando un guardiano e un complice mai
consegnato alla giustizia uccisero a sangue freddo il fratellino
Thomas? Tutti hanno segreti e moventi. Tutti hanno alibi
incrollabili. Tutti hanno scheletri nell'armadio, ben agghindati come
si confà a una festa in maschera. I padroni di casa sono stranamente
assenti. Gli invitati contano il peggio dell'aristocrazia locale:
stupratori, strozzini, spacciatori di laudano, cacciatori e
cacciati.
Questa girandola temporale dalle leggi da scoprire, assurde ma sorprendentemente coerenti, ci fa presto suoi grazie ai capitoli brevi e a una scrittura scorrevolissima, nonostante la narrazione ad ampio respiro a tratti possa mettere alla prova.
Questa girandola temporale dalle leggi da scoprire, assurde ma sorprendentemente coerenti, ci fa presto suoi grazie ai capitoli brevi e a una scrittura scorrevolissima, nonostante la narrazione ad ampio respiro a tratti possa mettere alla prova.
Le
sette morti di Evelyn Hardcastle è
una lettura cervellotica, claustrofobica, forse mai sperimentata
finora. Una macchinazione cosmica dalla mente lucida e il cuore di
ghiaccio con idee fuori dall'ordinario, molto fumo soffiato negli
occhi e innumerevoli comprimari dai ruoli non indispensabili. La
festa organizzata dai tenutari è una commemorazione o un castigo? Il
labirinto rappresentato dalla magione in stato d'abbandono, maestosa
ma sfiorita, è fisico o simbolico? Autentico luogo dell'anima,
Blackheath House è una bolgia infernale che costringe un narratore a
senza identità a un gioco implacabile: risvegliarsi giorno dopo
giorno nel corpo di un ospite diverso, così da acciuffare
l'assassino dall'alto di una fantomatica visione d'insieme.
Quanto
bisogna sentirsi sperduti per lasciare che sia il diavolo a condurci
a casa?
Ora
nei panni di un medico, ora in quelli di un maggiordomo, a volte
rampollo dedito al vizio e altre sbirro squattrinato, il protagonista
fa propri i fardelli dei corpi che lo ospitano – la vecchiaia, il
peso fisico, i pensieri impuri – e rischia di perdersi per sempre.
Ma anche di guadagnare vantaggi, una saggezza aggiunta, per battere
ad armi impari i suoi rivali. Da quando è intrappolato lì, giorni
mesi o anni? Cosa lo muove, l'amore o la vendetta? Può fidarsi di sé
stesso, se non conosce nemmeno il suo nome? Dalle identità degli
altri prende in prestito i pregi e i difetti, l'indole, facendo che
le sue più anime convivano contemporaneamente. Lo stesso misfatto,
così, può essere studiato da punti di vista speculari. Per notare i
dettagli compromettenti, additare il killer e cambiare lo status quo
uscendo dal loop.
Otto
giornate, sessanta capitoli, cinquecentoventi pagine totali. Tre
uniche costanti: la presenza della sfuggente Anna, personaggio fisso
che non compare né fra gli invitati né nel personale di servizio;
il Medico della peste, uomo mascherato che a tempo debito farà da
cicerone e consigliere; il lacchè, sociopatico infallibile che
minaccia di freddare con puntualità ciascuna incarnazione.
Il
futuro non è un avvenimento, amico mio, è una promessa, e non
saremo noi a violarla. È questa la natura della trappola che ci
tiene prigionieri.
Non
servono tutti gli ospiti. Non servono tutte e otto le giornate. Non
servono tutti i figuranti. Inutilmente caotico, senz'altro
eccessivamente affollato, il thriller paranormale è all'altezza
delle proprie ambizioni, ma cavilli, colpi di scena e complessità
strutturali sono insieme un pro e un contro: nel tempo potrebbero
renderlo abbastanza oscuro, infatti, da non farcelo ricordare nel
dettaglio. Abile a confondere i sensi, tuttavia, risulta un'indagine
assolutamente scoppiettante la cui particolarità è un'arma a doppio
taglio. Se Turton la padroneggia con maestria, al contrario potrebbe far
incontrare qualche ostacolo al lettore più incostante: rischieremmo
di perderci, in tal caso, un finale che fa la differenza. Le
sette morti di Evelyn Hardcastle è
una messinscena di maschere impassibili e attori navigati, di conti
da saldare e regole infrante in nome del perdono, che
nell'impensabile scioglimento si arricchisce perfino di riflessioni
dai toni filosofici. Sul perdono. Sull'espiazione. Su gironi
danteschi in cui in fondo non vediamo l'ora di smarrirci, pur di
ritrovarci.
Armatevi
di tempo e pazienza da vendere. Lasciate da un lato penna e taccuino:
le congetture non funzioneranno. Fra pregi e difetti, ne sarà
comunque valsa la pena. Da Blackheath House, se c'è una cosa
garantita, si esce cambiati. Il resto, resta enigma.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Elisa – Labyrinth
giovedì 7 febbraio 2019
Blog Tour "Bianco Letale", di Robert Galbraith: ricapitolando i casi di Cormoran Strike
Editore:
Robert Galbraith
Numero
di pagine: Salani
Prezzo:
€ 24,00
Numero
di pagine: 784
Data
di pubblicazione: 4 febbraio 2019
Sinossi:
Quando
il giovane Billy, in preda a una grande agitazione, irrompe nella sua
agenzia investigativa per denunciare un crimine a cui crede di aver
assistito da piccolo, Cormoran Strike rimane profondamente turbato.
Anche se Billy ha problemi mentali e fatica a ricordare i particolari
concreti, in lui e nel suo racconto c’è qualcosa di sincero. Ma
prima che Strike possa interrogarlo più a fondo, Billy si spaventa e
fugge via. Cercando di scoprire la verità sulla storia di Billy,
Strike e Robin Ellacott – una volta sua assistente, ora sua socia –
seguono una pista tortuosa, che si dipana dai sobborghi di Londra
alle stanze più recondite e segrete del Parlamento, fino a una
suggestiva ma inquietante tenuta di campagna. E se l’indagine si fa
sempre più labirintica, la vita di Strike è tutt’altro che
semplice: la sua rinnovata fama di investigatore privato gli
impedisce di agire nell’ombra come un tempo e il suo rapporto con
Robin è più teso che mai. Lei è senza dubbio indispensabile nel
lavoro dell’agenzia, ma la loro relazione personale è piena di
sottintesi e non detti…
Il
richiamo del cuculo: l'angelo
che non volava.
Ha
avuto inizio tutto da qui. Cormoran cercava una segretaria che ne
sopportasse gli odori, il disordine, i modi burberi; Robin si
spingeva in un vicolo di Londra in cerca di un incarico che la
distraesse da una relazione perfetta solo all'apparenza. Per la loro
fortunatissima collaborazione, e per il nostro istantaneo colpo di
fulmine, galeotto era stato un cadavere: quello della top model Lula
Landry, detta “Cuckoo”, precipitata dal terzo piano del suo
invidiabile appartamento con vista. Suicidio oppure omicidio? Se sei
giovane, bella e hai il mondo dell'alta moda che ti rema contro,
meglio accantonare l'idea della depressione e mettersi alla ricerca
del colpevole. Sarà insospettabile.
Il
baco da seta: l'editoria
uccide.
Dalle
passerelle alle case editrici, meno sfavillanti ma altrettanto
letali, il passo è breve. Tanto era classico e teatrale l'intrigo
del romanzo introduttivo, tanto scandalizza per violenza e causticità
questo secondo tassello. La Rowling si sporca le mani, e a macchiarle
è sangue copioso. Questa volta la vittima è Owen Quine, scrittore
controverso in attesa di pubblicare Bombyx
Mori:
titolo quanto mai programmatico se l'ultimo manoscritto era una bomba
a orologeria pronta a denunciare il peggio dell'editoria britannica.
L'uomo è stato eviscerato, cosparso di acido, condannato alla
medesima fine del protagonista del suo inedito. Tutti lo odiavano,
tutti lo temevano. Investigare sarà meno facile, soprattutto se
salterà fuori senza avvisare una ex di Cormoran a scombinare le
carte in tavola: proprio quando tra lui e Robin, non più semplice segretaria bensì suo braccio destro, iniziava a esserci
finalmente del tenero.
La
via del male: le bugie hanno le gambe... mozze.
Robin,
eterna fidanzata di Matthew, è pronta a fare il grande passo. Seduta
nel solito ufficio, attende forse un mazzo di rose, forse le macchine
fotografiche usa e getta da distribuire agli invitati al matrimonio.
Il corriere, figura chiave nel cuore dei blogger di ogni dove,
malauguratamente la sorprende con una consegna ben diversa: una gamba
mozzata. Il mandante, vecchia conoscenza di Cormoran, mira a far
crollare il detective privato. Se la stampa parla già del ritorno di
Jack Lo Squartatore, la serie con la firma del fittizio Galbraith va
facendosi sempre più pulp e irresistibile: la rosa dei loschi
sospettati, a questo giro, somiglia alla formazione dei cattivissimi
membri della Suicide Squad.
Calendario
3
Febbraio - Aspettando Cormoran - (Desperate
Bookswife - Baba)
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giovedì 13 dicembre 2018
Recensione: Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi
|
Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22,
pp. 400 |
Quest'anno,
prestandosi con grande successo anche al mondo del cinema, l'adorato Donato Carrisi ha guadagnato sul palcoscenico dei David di
Donatello l'ennesimo riconoscimento: quello al
Miglior regista esordiente. A porgergli il premio, fra
orgoglio e incredulità, un ospite d'eccezione: Steven Spielberg, in
quel periodo nelle sale italiane con il nostalgico Ready Player One. Sarà un caso, mi domando adesso, al termine di un romanzo
che proprio di avatar e giochi di ruolo, di una tecnologia che a
volte unisce e altre divide, parla? A indossare il visore, a
impugnare un joystick collegato a insidiose dimensioni virtuali, è
una giocatrice che attendevamo al varco da un po'. Con il vestiario
rigorosamente all black, una cascata di capelli ramati e tagli
profondi su tutto il corpo, non somiglia affatto a una nerd in simbiosi con
la propria console. Lei non scherza né gioca, mai. Nemmeno ora che è
madre della brillante Alice, nemmeno lontana dalle scene del crimine:
vive in una casa isolata in riva al lago, tagliata fuori dal mondo, e non per i capricci dei villeggianti.
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?
Internet
è un'enorme spugna: assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio.
Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli
altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare
leggi e convenzioni. A volte dobbiamo anche indossare una maschera,
ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della
società... In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa
ipocrisia, ma è soltanto un'illusione: ci hanno semplicemente
lasciato soli con i nostri demoni.
Nella
Gotham senza nome che in passato ha già fatto da sfondo a tre
romanzi qualcosa è cambiato: la criminalità è in rapida
diminuzione grazie ai metodi della Shutton, giudice dai tailleur
d'alta sartoria e dal polso di ferro che ha esiliato gang e
malintenzionati nella stessa nebbia che li aveva partoriti. O così
sembra: il male, come la Vasquez, è uno stacanovista che non conosce
riposo. E strappandola a una nuova routine di cibo d'asporto e
gattini da salvare, sottraendole la piccola Alice, la chiama a forza alle
armi. La ricerca sul campo somiglia a una staffetta, a una caccia al
tesoro in cui un indizio tira l'altro, e nel Gioco del suggeritore
si svolge su un duplice binario.
Doppiamente in pericolo, doppiamente in trappola, Mila esplora i
pixel e le zone cieche dell'Altrove aiutata dall'immancabile Berish con cane al guinzaglio, dalle indicazioni di un uomo
nascosto sotto un passamontagna, da un enigmatico bambino con una
maglietta rossa.
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.
Puoi
sfuggire al buio. Ma non può impedire al buio di cercarti.
Il
modus operandi di un serial killer, insegna l'autore pugliese,
somiglia a quello delle nonne alla prese con la torta perfetta. Il
metodo di uno scrittore di bestseller segue regole simili, ferree. Ma
a Donato Carrisi non è mai piaciuto vincere facile, perciò
improvvisa qualche variazione sul tema in un romanzo a cavallo fra il
vecchio (la struttura da serial televisivo, con casi connessi questa
volta in maniera un po' troppo arbitraria) e il nuovo (videogiochi
interattivi come discarica di pulsioni mortifere, mentre
scarseggiano purtroppo i cenni ai finali aperti delle storie
precedenti), anche a rischio di commettere piccole imprecisioni. Se
l'impresa riesce – che sia l'omicidio premeditato o l'altra
pasticceria poco importa –, perché cambiare ricetta?
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Subsonica – Aurora sogna
venerdì 7 dicembre 2018
I ♥ Telefilm: Le terrificanti avventure di Sabrina | American Vandal
Da
bambino mi teneva compagnia due volte al giorno. La mattina a
cartoni, il pomeriggio con le risate registrate delle sitcom. Me la
ricordavo diversa: frizzante e pasticciona, con l'aiuto del petulante
gatto nero di cui cantava la sigla e una casa coloratatissima da
spartire con le zie. Sabrina Spellman è tornata a Greendale. Se
anagraficamente non sembra essere cresciuta – sta per compiere
sedici anni, l'età in cui scegliere da che parte schierarsi –,
hanno subito una rivoluzione drastica il suo armadio e il senso
dell'umorismo. A metà tra l'ingenuo e il seducente, complice il
candore di una Kiernan Shipka perfetta per il ruolo, popola una serie
Netflix dalle marcate tinte fosche ed esplora in profondità una
doppia natura che la espone a scelte fatali. Nata da un mago e da
un'umana, vive sempre sotto la stretta sorveglianza delle zie paterne
– una delle due, Zelda, è una splendida Miranda Otto –, ha
sempre l'ignaro Harvey per eterno fidanzato, ma prima dei pasti eleva
una preghiera al Signore Oscuro e per il suo compleanno gli venderà
l'anima in una foresta infernale. Qualche nostalgico ha
storto il naso davanti alla violenza inaspettata, agli spruzzi di
sangue, all'ironia macabra: gli amanti dell'horror lo hanno trovato
un po' troppo teen, gli amanti del teen un po' troppo horror. Qualcun
altro, invece, ne ha sottolineato le imprecisioni e le incongruenze:
ebbene sì, ci sono chiese sataniste di tutto rispetto là fuori, e
gli adepti non perdonano le libertà creative del team di Roberto
Aguirre-Sacasa. Delle Terrificanti avventure di Sabrina si
è parlato e sparlato sotto Halloween: lo speciale natalizio è già
alle porte e la seconda stagione, confermata a scatola chiusa, è
attesa per il prossimo aprile. In pochi però, nelle chiacchiere
generali, mi hanno detto come fosse. Spalmato in un mese di visione,
senza la minima esigenza di darmi al binge watching, il ritorno di
questa Sabrina non ha creato dipendenza ma mi ha stupito per il
coraggio di osare. Nonostante la trama non riservi niente di nuovo –
un po' di Streghe, un
po' di Buffy, con
tanto di accademia magica che ricorda una Hogwarts gotica –, ne ho
apprezzato l'ottima fattura rétro, la mancanza di cerimonie nel
parlare di sesso e morti violente, piccoli brividi comunque
preferibili a quelli dell'ultimo American Horror Story.
Sabrina si spoglia, taglia gole, pratica esorcismi, assiste ad
orrendi rituali cannibali, sfida la paura del cappio in riti d'iniziazione che vorrebbero farne una martire. Nel quinto episodio, un
autentico gioiellino del filone, un demone del sonno alla Freddy
Krueger gioca con le fobie e le fragilità dei membri della famiglia.
Negli ultimi, invece, gli spettri delle vittime dell'Inquisizione
minacciano vendette trasversali e non sono al sicuro neppure i
coetanei della protagonista – oltre al fidanzato, hanno ruoli
chiave una medium affetta da cecità progressiva e un'aspirante
transgender nelle mire dei bulli. A scuola si consigliano vecchi
film e romanzi proibiti, si fondano club per sole studentesse dove
celebrare il potere della diversità. In poltrona si accolgono
volentieri ammiccamenti, omaggi splatter e suggestioni, con il solo
appunto verso un Salem in sordina e la mancanta leggerezza. Più
spaventosa che magica, la Sabrina per bambini cresciuti non incanta
all'istante, ma l'efficacia del suo filtro d'amore – che vuole
fidelizzarci, stregarci – potrebbe sortire a breve il suo effetto. (7)
È
il giallo meglio costruito in cui vi imbatterete quest'anno.
Originale nella struttura, pieno di suspance e depistaggi,
imprevedibile fino all'ultimo. Ma una serie come American
Vandal – tanto sperimentale da
meritarsi purtroppo due stagioni e basta prima della cancellazione
ufficiale – lì per lì può non chiamare. È
presentata infatti come un falso documentario, ha interpreti
sconosciuti che potrebbero lasciare a torto intendere troppa
amatorialità, presenta spunti assurdi pronti però a farti
ricredere. L'ambiente è quello dei licei americani. L'indagine, che
parte dai confini scolastici e strada facendo arriva lontanissimo, è
svolta dai membri di un club audiovisivo con una telecamera in spalla
e la presunzione di diventare virali durante la ricerca della verità.
Ci illuminano le loro ricostruzioni a tavolino, le lavagne
riassuntive, le congetture a fantasia di chi guarda tanto cinema
d'inchiesta. Ci parlano i testimoni, le vittime e i sospettati in
confessioni formato intervista con la profondità degli studi
antropologici: al vaglio, così, i vizi e le virtù di un'intera
generazione. E l'amara consapevolezza, in una serie che tra le righe
si fa anche politica, di come il paese dei sogni abbia bisogno di
eroi e capri espiatori – alle stesse conclusioni giungeva anche la
caccia alle streghe contro Tonya Harding. Difficile aspettarsi un
simile impegno su carta: American Vandal sceglie
la burla, il paradosso, un'ingannevole leggerezza. Il primo caso
riguarda uno scherzo nel parcheggio degli insegnanti: chi ha
deturpato venti automobili con una bomboletta spray? Nel secondo, più
in grande e forse per questo meno spontaneo, ci si sposta in un
istituto cattolico: i nostri detective per caso sono diventati famosi
nel mentre, possono permettersi attrezzature sofisticate e appoggi
maggiori, ma in fondo li si preferiva alle prime armi. Il caso tuttavia scotta, e seguirlo al solito a cena non è stata affatto un'idea
vincente. Perché qualcuno a mensa ha messo i lassativi nella
limonata? Fra falli scarabocchiati sulle fiancate delle macchine e
diarrea a spruzzi in quantità, le piste di American Vandal
non smettono mai di sorprendere.
Cosa mostriamo agli altri e cosa teniamo per noi? Perché spacciarsi
per qualcuno di diverso su social che la vita sociale,
paradossalmente, l'hanno cancellata a colpi di Mi piace? Quando sposare
in pieno il luogo comune, quando rifiutarlo a beneficio dell'onestà?
Le risposte in un thriller con le problematiche dei nostri ragazzi e
gli incastri studiati di Agatha Christie. Un esperimento sociale che
schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei
mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi
osceni, dai purulenti virus intestinali, far nascere i germi di una
piccola rivoluzione. (7,5)lunedì 22 ottobre 2018
Recensione: Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola
| Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola. Longanesi, € 18,60, pp.
304 |
Non
fumo, non bevo, non mangio mai fuori pasto. Di vizi, insomma, grossomodo
non ne ho. Ci sono appuntamenti annuali, però, a cui neanch'io –
studente oculato, lettore paziente – so rinunciare a cuor leggero.
Quando, eppure, dotato di una natura facilmente annoiabile, non mi dedico alla leggera a cose come il binge watching su
Netflix, troppa infatti la paura di averne abbastanza, e di rado in amicizia o in amore tendo il dito, dicendomi che il mio prossimo desidererà poi la proprietà esclusiva di tutto il braccio. Con i
romanzi di Alessia Gazzola, da otto anni a questa parte a prova di
blogger incostante, per fortuna non ho mai corso il rischio, anche
se, in realtà, di rischio ce n'era uno sin dall'inizio: imparare, in
un autunno indefinito, a stare senza. Non abbiamo conosciuto alti e
bassi di sorta; non ci siamo persi di vista come succede negli anni
in cui la vita ci mette lo zampino, né traditi: entrambi, per
l'appunto, distratti e affaccendati; entrambi, davanti a un'altra
macabra avventura, diventati adulti di pari passo. Ho scoperto la
compagnia di Alice appena diciassettenne, mentre io sgomitavo al
liceo e lei si dava ai primi gialli, ai primi incorreggibili
batticuori. Da lì in poi è nata quasi da sé una lunga amicizia che ci ha
colti nella buona e nella cattiva sorte, in forma e derelitti,
matricole e laureandi. Quest'anno, nella tappa fissa in libreria, uno
studente della magistrale con meno due esami all'orizzonte – la
laurea, se tutto va bene, prevista per al massimo aprile –
ha conosciuto un'altra faccia del medico legale ficcanaso, che a
giorni, nonostante la mia indifferenza per la trasposizione tivù,
tornerà anche su Rai Uno.
Caro
destino, è inutile che mi metti alla prova. Non ci casco, non mi
cambierai.
Eccezionalmente,
tuttavia, qualcosa è cambiato. Scalzata dalla propria comfort
zone, la protagonista fa i conti
con le conseguenze di un capriccio un po' infantile dei suoi: delusa
dall'ennesimo sgarbo di Claudio, nel finale di Arabesque aveva fatto domanda di trasferimento. Inconsapevole che la Wally,
direttrice dell'Istituto all'indomani del pensionamento dell'amatissimo
Supremo, cogliesse la palla al balzo per farle imparare la lezione. Che trasferimento sia, allora, anche se nel frattempo il volubile Conforti si sarebbe perfino ravveduto abbracciando dopo
tante titubanze l'idea della convivenza: meta, Domodossola. Il grande Nord è pronto per Alice, decisa anche lì a sventare
l'immancabile mistero di sorta e a dare nuova linfa a una squadra
arrugginita per l'inazione – ricordiamo il dolce Velasco,
innamorato non corrisposto di una Wally finalmente più umana, e il
sornione Malara, PM calabrese che non conosce rifiuti? Quei mesi da
fuori sede, soprattutto, fra disastrose lezioni di sci e malinconici
paesaggi lacustri, sono una punizione o un'opportunità? Con un
futuro lavorativo e sentimentale in forse, per una Alice nuovamente
punto e a capo è tempo di imparare a camminare da sola,
benché le sette ore di distanza da Roma spaventino. Via la voce
conciliante di Lana Del Rey in cuffia: meglio tenere a mente il motto speranzoso di Rossella O'Hara.
Basta considerare l'obitorio e la statistica nemici giurati: a volte,
infatti, la routine somiglia a un porto sicuro. Facile, per di più,
se i guai non si dimenticano di venirci a cercare al nuovo
indirizzo: qual è il prezzo effettivo e simbolico del Beloved Beryl, diamante tanto sfavillante quanto maledetto recuperato prima
nello stomaco di un piccolo rapinatore dell'Est, poi consegnato per sbaglio al sedicente truffatore Alessandro Manzoni?
Non
ho mai pensato che la fiducia fosse un sentimento così volatile. Un
attimo c'è, quello dopo non c'è più. Magari funzionasse così
anche con l'amore.
Da
un lato, così, ci si addentra nell'avidità della famiglia Megretti
Savi, sulle tracce di un ladro alla Cary Grant – attraente,
l'incarnato olivastro, i modi signorili – già noto nella
Capitale. Ma la risoluzione del giallo, a opera di terzi
e ricostruita in quattro e quattr'otto, questa volta non soddisfa. Dall'altro,
invece, leggiamo emozionandoci l'evoluzione del rapporto fra due che
si lasciano e si pigliano come, da tradizione, spetta alle coppie
storiche: Alice sogna a occhi aperti il principe azzurro, peccato che Claudio somigli però più all'orco burbero e villano. A
modo suo, eppure, fra un romanzo e l'altro, ha imparato ad
amarla nonostante lo scarto fra le fantasie di lei e la realtà
dei fatti. A sufficienza? Per Alice, così, sono da mettere in conto
cicatrici in più; una “sindrome da cuore in sospeso” ormai fattasi dolore cronico. E spetta propria a un Claudio inedito –
sapevamo poco, infatti, delle sue origini provinciali, degli sforzi per
conquistare dal niente una camera con vista ai Parioli – un compito talora ingrato: farle male a fin di bene. Aprirle gli occhi,
insegnandole le dosi necessarie di cinismo e disincanto. Per essere
un medico legale migliore, e una giovane donna resistente agli urti. Aggiungete, poi,
i commenti di un'affittuaria impicciona che, in uno spassoso easter
egg, millanta una straordinaria
somiglianza tra Contorti e l'attore Lino Guanciale; una nonna che non
si perde una puntata di Poldark, specchio stando a lei di qualsiasi storia d'amore; l'immagine divertentissima di una Alice intabarrata come Totò e Peppino a Milano, che
davanti a un assortimento a fantasia di cupcake si consola come può
per le nascite, gli sposalizi, le dipartite.
Ricorderò
sempre questo giorno come quello in cui per seguire la mia strada ho
fatto cose assurde. Il momento in cui le sliding doors stanno per
chiudersi e io ho infilato il piede. E le ho riaperte. Certo, la
caviglia mi farà un male cane. Ma le ho riaperte.
Alessia
Gazzola e la sua eroina hanno fatto le valigie e, a giudicare dal
tono dell'arrivederci, potremmo non leggere di loro per un po'. I
diamanti saranno anche i migliori amici di qualcuno, cantava Marilyn,
ma qui sono intanto sette carati a generare amarezze e velenosi scontenti. Si preferisce loro sempre un bel romanzo, a scanso di
delusioni. E si preferiscono i ringraziamenti sinceri di
Alessia e la mancanza di cerimonie di Claudio, che non credono alle
etichette ma alle promesse solenni sì. Soprattutto se fatte ai
lettori, croce sul cuore, e a un'allieva per cui gli esami (autoptici e di coscienza) non finiscono mai.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me
mercoledì 16 maggio 2018
Recensione in anteprima: Lonely Betty, di Joseph Incardona
|
Lonely Betty, di Joseph Incardona. NN Editore, € 12, pp. 110 |
Il
Santo Natale dovrebbe sempre portare la neve. La neve dovrebbe sempre
portare il mistero. Il mistero dovrebbe sempre la verità. Si parte
in questo preciso ordine: una tormenta che sotto le feste fa scendere
le temperature sotto zero, il crimine irrisolto di una triplice
sparizione attraverso il punto di vista di una testimone eccezionale,
il desiderio quasi incidentale di dare giustizia alle piccole e
innocenti vittime che furono. Chi ha ucciso i fratelli Harrys? Dopo
la frenesia delle indagini iniziali, la domanda a proposito del loro
destino ha perso d'urgenza, di importanza, finché un giorno come un
altro non ha semplicemente smesso di riecheggiare. Nella centrale
della polizia; tra le strade battute della Contea di Durham, Maine.
Qualcosa cambia in occasione del centesimo compleanno di Betty
Holmes, chiusa in una casa di riposa – e in un meditabondo silenzio
di tomba – da decenni e decenni. All'improvviso apre bocca e, con
un colpo di teatro da grande attrice, chiede un colloquio con il
tenente John Markham.
Mentre
Sally si allontanava, Betty fissò con intensità la terra coperta di
neve, come se sapesse con esattezza cosa c'era seppellito lì. E
dove.
A
modo loro, sono entrambi i pilastri della comunità: lei
maestra di innumerevoli generazioni di scolari, licenziata per
negligenza in seguito alla scomparsa in sincrono degli ultimi
arrivati in classe; lui vecchio cowboy ormai in pensione, che non ha
abbastanza pazienza per giocare a carte con l'unico nipote o per
stare a sentire storie dell'orrore.
Quello di Joseph Incardona, scrittore di mamma ginevrina e padre italiano, sembrerebbe un incastro dei più classici e consolidati: il passato che torna, e miete un'ultima vittima. A ben vedere, però, non tutto torna in un romanzo che preferisce non prendersi mai troppo sul serio: dalla psichedelica copertina lynchiana alle ambientazioni statunitensi, da qualche nome che ricorre con fare sospetto (Dolores, Carrie, un bambino inquietante chiamato Stephen) ai capitoli a singhiozzo. Meglio degnare di una seconda occhiata i personaggi, allora, che le righe le travalicano e tra le righe, a volte, si accorgono di vivere. Perché questo sbirro incartapecorito ha una figlia stripper e un linguaggio ingiurioso, per di più nel giorno della nascita di Gesù-Cristo-Nostro-Signore; la candida centenaria confinata nella camera 17 risulta razzista, bisbetica, alle prese con una brutta indigestione da purè di patate e ronzii parlanti oltre le palpebre abbassate; la vice sindaco Sarah Marcupanni manderà parzialmente all'aria i festeggiamenti per Betty – un coro di bambini sotto shock, una torta da prendere e buttare, un solenne bouquet scambiato con una corona funebre –, troppo presa a immaginare i baci umidissimi della secondina Savannah.
Quello di Joseph Incardona, scrittore di mamma ginevrina e padre italiano, sembrerebbe un incastro dei più classici e consolidati: il passato che torna, e miete un'ultima vittima. A ben vedere, però, non tutto torna in un romanzo che preferisce non prendersi mai troppo sul serio: dalla psichedelica copertina lynchiana alle ambientazioni statunitensi, da qualche nome che ricorre con fare sospetto (Dolores, Carrie, un bambino inquietante chiamato Stephen) ai capitoli a singhiozzo. Meglio degnare di una seconda occhiata i personaggi, allora, che le righe le travalicano e tra le righe, a volte, si accorgono di vivere. Perché questo sbirro incartapecorito ha una figlia stripper e un linguaggio ingiurioso, per di più nel giorno della nascita di Gesù-Cristo-Nostro-Signore; la candida centenaria confinata nella camera 17 risulta razzista, bisbetica, alle prese con una brutta indigestione da purè di patate e ronzii parlanti oltre le palpebre abbassate; la vice sindaco Sarah Marcupanni manderà parzialmente all'aria i festeggiamenti per Betty – un coro di bambini sotto shock, una torta da prendere e buttare, un solenne bouquet scambiato con una corona funebre –, troppo presa a immaginare i baci umidissimi della secondina Savannah.
Quello,
anche, era la vita, sfiorare il dolore e tirare diritto, senza
voltarsi.
Lonely
Betty ha una scrittura infarcita
di informazioni e parolacce come se piovessero, politiche bisex e
infermiere maggiorate, Stephen King per vicino di casa e forse dramatis persona. E' una folle
fantasia erotica e metaletteraria. Un omaggio e una parodia insieme
(degno della sequenza dell'Overlook Hotel nel bel mezzo del rumoroso
Ready Player One) di uno
scrittore, di un genere, che a pennellate leggere sa realizzare
spassosi bozzetti di vita vissuta e di mystery. Sudditi del Re,
all'appello: questa volta siete chiamati in causa e, vi avviso,
riderete di voi e di Incardona sentendovi perfettamente a casa. Come
tutti i giochi innocenti che prestano fede ai proverbi delle nonne,
questo – sorprendente e dissacrante com'è – ha la saggezza di
durare poco. Peccato, a conti fatti, costi un po' troppo.
Lei
non ha mai sentito dire che la realtà talora supera la finzione?
I
temi corretti dalla maestra Betty riportano in alto la data, anno
scolastico 1958-1959, e le coordinate di una scena del crimine tinta
di bianco Natale. Le lezioni di scrittura creativa suggeriscono, per
imparare a scrivere, di partire da ciò che conosci bene. La
realtà supera la finzione, qui, e la imita.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Bobby Vinton - Mr. Lonely
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