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lunedì 11 novembre 2019

I ♥ Telefilm: BoJack Horseman S06 | The Kominsky Method S02 | Shameless S09 | Extravergine

Scoperta appena qualche anno fa, si è imposta subito come una delle serie del cuore. BoJack Horseman, infatti, non è soltanto l’ennesimo esempio di un’animazione per adulti che parla alla maniera dei grandi autori. È uno stato d’animo. È uno stile di vita. Tutto finisce, e a volte è sacrosanto così: la parentesi della  serie Netflix, destinata a concludersi in un secondo arco di episodi previsto per gennaio, sta per chiudersi. Degnamente? Difficile dirlo, dal poco che si è visto; bello sperarlo. La visione di questi otto episodi non è stata particolarmente consolante, anzi, costituiscono l’intermezzo più trascurabile di un colpo di fulmine lungo sei stagioni. Cos’è successo? Purtroppo niente di che. Il nostro anti-eroe sta cercando di fare ammenda: ormai in riabilitazione, rivanga gli sbagli passati e soprattutto il giallo della scomparsa di Sarah Lynne. Ma il suo piangersi addosso, questa volta, irrita e annoia. Le cose vanno meglio per Princess Carolyne e Todd, che insieme si prendono cura di un’adorabile cucciolo di porcospino: tenerezza a parte, però, le svolte narrative latitano. Allora ci si consola con Diane e Mr. Peanutbutter: benché non più in coppia, i due rubano la scena con i momenti più appassionanti – lei a Chicago con un nuovo compagno. lui in attesa di convolare a nozze. Il resto? Scenette giustapposte in cui la scrittura si rivela a digiuno di guizzi, con personaggi fuori forma e un’emozione che – fatta eccezione per il settimo episodio, per me il degno finale di questa midseason  – ci si nega. Non dispero. In quel di Holliwoo siamo abituati agli scoop, ai colpi di scena, ai rovesci di fortuna. Ma l’amarezza di questa piccola delusione basta a farmi dire: inutile compiangerlo, BoJack forse ha davvero esaurito gli spunti.

Relegata in quattro e quattr’otto a comedy da seguire durante i pasti, The Kominsky Method di lì a poco si sarebbe divertita a prendermi in contropiede. La solita serie su un paio di adorabili brontoloni alle prese con gli acciacchi della terza età, infatti, avrebbe conquistato i Golden Globe tra sorpresa e scetticismo. Possibile che l’avessi presa sotto gamba? Non lo saprò mai, immagino, ma ho fatto pace con Sandy e Norman grazie a una seconda stagione finalmente all’altezza. Un ritorno di fiamma che somiglia proprio al mancato colpo di fulmine dello scorso anno. La formula, eppure, resta invariata. Ma succede che l’insegnante di recitazione Michael Douglas, sempre affascinantissimo ma allarmato qui da nuove problematiche di salute, riveli un’umanità dolente che non ti saresti aspettato: più bendisposto verso il prossimo, dice sì all’amicizia con una donna e al fidanzato sessantenne della figlia Mandy, interpretato da un irresistibile Paul Reiser. Succede, ancora, che il sarcastico e rancoroso Alan Arkin faccia pace con la figlia alcolista – è uscita definitivamente dal tunnel? – e con lo spettro della moglie Eileen, destinata a far posto a una splendida fidanzata di gioventù. La scrittura di Lorre è più profonda e divertente che mai, e si fa dell’invidiabile autoironia sul mestiere dell’attore – tanto spazio agli allievi di Sandy, con monologhi tratti dalle migliori pièce e un’apparizione del premio Oscar Allison Janney – e perfino sulla comicità tipica delle sitcom – a scuola di recitazione non si portano soltanto pezzi tratti da Il dubbio o Apocalypse Now, infatti, ma anche gli sketch di Due uomini e mezzo. Finalmente a fuoco, brillante come non avevo creduto in passato, The Kominsky Method ha un cast che cresce e una scrittura di qualità. No, non è la classica storia sugli anziani brontoloni. Da ora posso garantirlo anch’io. Per ravvedersi non serve aspettare la saggezza della senilità. (7,5)

Da un decennio ho una costante. Vive nello squallore della periferia di Chicago, risponde al nome di casa Gallagher. Ma ogni relazione conosce momenti di riflessioni, crisi, attimi che attentano al desiderio. Tra me e Shameless è successo con la nona stagione. Ho iniziato a vederla seguendo la programmazione americana e l’ho abbandonata presto, cosa mai accaduta. Colpa di attori importanti che abbandonavano il cast. Colpa, soprattutto, dell’impressione che non avessero tutti i torti: questa banda di matti, ormai, si trascina. Ma con un anno di ritardo sono tornato alla loro porta. Da dirmi avevano poco ugualmente, già, ma la verità è che mi mancavano da morire. Ian, il primo del cast a tagliare la corda, esce presto di scena e indossa la divisa da carcerato; Lip cerca l’equilibrio interiore e le solite ragazze già impegnate; Frank esagera al solito con trovate strampalate e raggiri – questa volta ha una terapeuta bipolare da ingravidare –, e assieme a lui fanno altrettanto Veronica e Kevin. Vere mattatrici della scena sono allora Debbie e Fiona. Se la prima, matura  e volitiva, si assume le responsabilità che spetterebbero al capofamiglia, l’altra ci ricasca: uomini bastardi, piani fallimentari, alcol e droghe. Degna erede di suo padre, si copre di ferite e ridicolo; diventa insopportabile. Ma permette a Emmy Rossum, altra colonna della serie che ci dice addio, di congedarsi con una performance ingiustamente passata in sordina. La decima stagiona va in onda in questi giorni in patria, con una nuova sigla e qualche posto in meno a tavola. Pace è stata fatta, forse, ma non ho fretta. Che la fine sia vicina o meno – sarebbe auspicabile salutare i Gallagher al decimo anniversario –, tornerò in periferia non per curiosità ma per nostalgia. (7)

Si chiama Dafne Amoroso, ha trent’anni e lavora in una redazione alla moda. Vorrebbe scrivere di libri, ma pare che in una Milano tinta di rosa nessuno legga più. Il sesso, al contrario, incuriosisce e solletica. Galeotto un equivoco a tinte bollenti, la protagonista cambia disciplina: dalle novità in libreria ai segreti della camera da letto, senza prima passare dal via. Dafne ha un segreto di cui si vergogna un po’. È ancora vergine. La conoscenza di un bel fotografo potrebbe rendere semplice colmare l’imbarazzante lacuna, ma una ragazza romantica e di sani principi può forse dare cuore e corpo al primo arrivato? Un appuntamento ogni settimana, venti minuti a episodio, volti freschi e la regia di una professionista scoperta con il visionario Riccardo va all’inferno. Capitanato dall’adorabile Lodovica Comello e diretto da Roberta Torre, appassionata di simmetrie ipnotiche e tinte lisergiche, Extravergine avrebbe potuto essere la commedia d’autore che mancava all’Italia. Annunciata come un incrocio tra Bridget Jones e Sex and The City, non ha né l’ironia della single londinese né la sfacciataggine delle amiche di New York. Si lascia seguire, soprattutto per le trovate visive della Torre e le smorfie della bella conduttrice TV – il rischio che stufino entrambe, però, spesso c’è –, ma in dieci episodi leggerissimi troviamo un’idea piacevole e nessuna identità precisa. Il genere chick-lit infatti neanche a puntate, nemmeno in Italia, può permettersi tutto questo candore o una scrittura dai ritmi svogliati. Riuscirà Dafne a perde la verginità, magari incontrando anche il principe azzurro? Dopo aver trovato risposta alla domanda – comunque non abbastanza solida per costituire le fondamenta di una serie TV –, niente ci impedirà di cambiare canale. (5,5)

lunedì 24 dicembre 2018

I ♥ Telefilm: L'amica geniale | Kidding | Daredevil S03

Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. Perfino io, fermo per ragioni sconosciute al primo romanzo. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio con commozione nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, tiriamo un sospiro di sollievo, non ha deluso le attese. Sono nate in un rione alle porte di Napoli. Non parlavano italiano fluentemente, solo dialetto stretto. Erano scapigliate, vestite di poco e ambizione: a volte amiche del cuore, altre nemiche giurate. Quanta strada hanno fatto. Prima nelle librerie di tutto il mondo, poi in anteprima a Venezia: ora sul piccolo schermo di casa nostra, e con cifre record, nell'evento televisivo che ha compiuto il miracolo. Dare loro un volto, un passo spedito, riuscendo a rendere giustizia tanto alla nostra immaginazione quanto alla loro grandezza. Siamo nella Napoli del secondo dopoguerra, la stessa di De Filippo: i Solara e i Carracci si fanno guerra; le donne abbandonate lanciano stoviglie come la sceneggiata comanda; i padri padroni picchiano, i giovani sparano, le ragazze accettano a malincuore il destino di angeli del focolare. In queste atmosfere violente, rischiarate a sprazzi dai bagliori di una striscia blu all'orizzonte o dalle ripetizioni di Latino sui gradini polverosi, si muovono tra l'infanzia e l'adolescenza Lenù e Lila: la prima contemplatrice che poco si sbottona, ma che eppure ha uno sguardo talmente parlante da rendere superflua la voce narrante di Alba Rohrwacher; l'altra, invece, coetanea sfortunata ma prodigiosa – nell'impossibilità di diventare la nuova Jo March si reinventa infatti imprenditrice – che da piccola prende a sassate i maschi, da adulta li fa capitombolare con lo sguardo di chi non dà soddisfazioni. Dirige Costanzo, producono Rai e HBO, e l'ardimento è di casa. Al pari dell'ultimo Cuaròn, la serie è un tranche de vie senza apparenti guizzi che, con la scusa di un'amicizia da rivangare, racconta uno spaccato di Italia a metà tra i coming of age e le cronache agrodolci delle nostre nonne. Abbonderanno dunque i silenzi, gli sguardi profondi – le esordienti Margherita Mazzucco e Gaia Girace, senza scordarci delle controparti infantili Elisa del Genio e Ludovica Nasti, sono meravigliose –, assieme a sequenze censurate poiché di una franchezza scomoda e di una poesia a cui il pubblico generalista è disabituato. Il dialetto regala immediatezza, la colonna sonora di Max Richter i brividi consueti, e la messa in scena – con tanto di citazioni a Rossellini o ai languori di Guadagnino – presenta gli scorci spigolosi di una tela di De Chirico. Si parla di ruoli: quanto contano il genere, l'istruzione e la buona sorte? A volte il talento non basta. Serve fortuna, e conquistarla richiede compromessi inammissibili per uno spirito orgoglioso. A volte non basta nemmeno la fama, se vivere di rendita non aggrada. Elena Ferrante ha tutto: la fiducia dei migliori addetti ai lavori e una schiera fittissima di affezionati. Già al cinema grazie a Martone, Faenza e prossimamente Maggie Gyllenhaal, la scrittrice del mistero conferma in otto episodi la sua energia vitale e il fascino di un microcosmo che voleva farsi costruire tassello per tassello, filmare da un regista d'eccezione, per renderci prigionieri di un quartiere – di una dipendenza nuova – senza vie di fuga. Storia del nuovo cognome è già sul mio comodino. (8)

Ogni mito d'infanzia nasconde degli scheletri nell'armadio. Pensate ad esempio a Michael Jackson o Bill Cosby. Ai sospetti, alle accuse, alla fine del sogno. Purtroppo o per fortuna sulla reputazione di Mr. Pickles – Tonio Cartonio, ma con marionette annesse – non c'è la macchia dello scandalo. È stato vittima di un incidente nemmeno dipeso da lui, che era perfettamente presente a sé stesso, ancorato alla cintura di sicurezza, in regola col bollo e l'assicurazione: chi gli viaggiava accanto, però, non ce l'ha fatta. Suo figlio è morto. Come sentirsi ancora il papà d'America senza? Come fingere l'allegria quando i brutti pensieri abbondano? Jeff ha un altro figlio, finito nel tunnel della dipendenza a soli dodici anni; una Judy Greer fedifraga che d'un tratto vuole andare a convivere con l'amante; la sorella artista Catherine Keener con un marito omosessuale in odore di outing; il papà-socio Frank Langella con programmi alternativi per il loro show. Nel momento del bisogno, così, tutti si reinventano per dimenticare; tutti vogliono rimpiazzare un conduttore sprovvisto della verve di un tempo. Non sarebbe l'ora di aprire gli occhi ai bambini sulle delusioni in agguato, i miracoli dell'ascolto, i qui pro quo del sesso? Se lo chiede disperatamente un Jim Carrey di nuovo in forma smagliante: torna sulle scene in un ruolo che ha tanto di autobiografico, buffo e vulnerabile come solo lui sa, e rinnova su Showtime il vincente sodalizio con Michel Gondry. Il regista francese, qui principalmente impegnato come produttore, ci mette l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori. Le leggi della messa in onda vogliono rubare al protagonista i sentimenti, perfino l'identità: spersonalizzato, trasformato ora in un videogioco, ora in un giocattolo parlante, Carrey è sull'orlo del collasso. Innamorarsi nel mentre di una malata terminale, nutrire un'amicizia epistolare con un condannato a morte, elargire consigli e donazioni anche all'automobilista incrimianto non sono un'idea troppo brillante. La furia omicida o la rivalsa di chi infine riprende in mano le redini sono nell'aria. Il precipizio è lì, a un passo, ma Mr. Pickles insegna che giù dalla cascata si apre spesso un miracoloso paracadute. Quanto deve durare l'illusione? Soprattutto, quand'è che lo spettacolo deve continuare? Non sono tematiche queste, non sono serie TV – per qualità e impegno –, con cui scherzare. (7)

Troppo con i piedi per terra per prestar fede ai supereroi, mi piace però credere nelle eccezioni alla regola e nelle buone intenzioni. Nell'arco di un paio di stagioni ho creduto al trionfo e alla caduta di un giustiziere con il mondo contro: folle – anzi, cieco –, e per quello amatissimo da pubblico e critica. Meno da Netflix, che dall'oggi al domani ha deciso di non rinnovarlo nelle proteste generali. Riapprocciarlo allora in ritardo, con parsimonia, e a sorpresa trovarsi davanti una stagione senza sbavature né parentesi da sciogliere. Che fine ha fatto Matt Murdock, avvocato di giorno e paladino di notte? Non è in un'aula di tribunale né nel suo appartamento sfitto. Il suo studio ha chiuso i battenti e, in tredici episodi, non indosserà mai la tuta rossa. Prima creduto morto, poi etichettato come nemico pubblico, si conferma un vigilante atipico perché dolente e umano: l'eroe che piace a chi non apprezza l'universo Marvel. In crisi d'identità, si muove nel sospetto come il Cavaliere di Nolan. Ci sono cose della sua infanzia che non sospetta. Ci sono torti, crimini, che vanno scontati ammazzando e non davanti a un giudice. La fede nel Diritto lo ha tradito, lo ha tradito anche Dio. Mentre il collega Foggy ambisce alla carica di procuratore e Karen fa i conti con mani macchiate di sangue, il potente Fisk ha trovato l'ennesima scappatoia dalla galera. Agli arresti domiciliari in una safe house che ha tutta l'aria di un hotel a cinque stelle, tiene in scacco a suon di ricatti e vendette perfino l'FBI: tutti sono corruttibili – soprattutto Nadeem, agente con famiglia a carico, e Bullseye, nemesi dalla mira perfetta. Sfiduciato, ateo all'improvviso, Daredevil frequenza le chiese – a curarlo è una suora con un segreto scomodo – e si interroga sui passi fatti, su quelli da fare. Uccidere per la prima volta un uomo, o rimetterlo in manette con il rischio che di lì a poco s'imbatta in un altro secondino da assoldare? La serie di Goddard conferma di non avere né effetti speciali né prodigi mirabolanti. Non ha i superpoteri – sanguina, sfoggia i lividi e i punti di sutura –, ma è super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir assolutamente atipica per il genere. Così come atipiche continuano a essere le scazzottate in piano sequenza, l'intensità di Cox e D'Onofrio nei ruoli della vita – sorprendente il villain di Wilson Bethel, bello che non ballava in Hearts of Dixie –, le polemiche per la cancellazione immerita. Sì, perché Daredevil purtroppo si chiude qui. Con il numero perfetto, il tre, e il migliore dei congedi: giù la maschera, fino a svelarci il suo volto più tormentato. E per questo più autentico. (8)

lunedì 15 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Élite | The Affair S04

Indossano le divise inamidate e le facce da schiaffi dei rampolli di Gossip Girl. Condividono i legami pericolosi e i segreti di How to get away with murder. Si parla di sesso e stupefacenti come in Skins, e non si ha paura di esporre generosamente i corpi o di rivolgersi all'occorrenza allo spacciatore di fiducia. È da una versione meno politicamente corretta di Tredici, però, che si prendono in prestito il cadavere di un'adolescente scomoda e tabù a fantasia. L'enorme differenza è che non siamo né nell'Upper East Side né in una serie a tesi pensata per un pubblico di adolescenti pudibondi. A spalancarsi, infatti, sono le porte di una scuola privata spagnola in cui non esistono censure o benpensanti. Si assisterà agli intrighi e agli amori dei teen drama di ogni dove, quindi, ma calcando la mano. Spesso esagerando non poco, vero, fra omosessualità e fondamentalismo religioso, truffe e gravidanze in forse, zuffe e discriminazione. Ma sono uno spettatore che rinnega talora le mezze misure e, se si tratta di guilty pleasure, pretendo siano così: divertenti e svergognati. Dopo La casa di carta, Netflix e la Spagna sono pronti a mostrarci lo scoppio della rivoluzione in un laccatissimo microcosmo impreparato all'ingresso del proletariato. A scuola ci sono tre nuovi studenti da scrutare con la puzza sotto il naso, infatti, e vengono dai bassi fondi: il timido cameriere Samuel nasconde un fratello galeotto e una cotta per una ragazza impossibile; Cristian, belloccio pronto a svendersi in cambio di un posto al sole, si lascia coinvolgere in un allettante mènage à trois da una coppia di fidanzatini in crisi, pronti a contenderselo per infantile capriccio; Nadia, musulmana praticante, indossa il velo a lezione, diventa l'oggetto di una scommessa erotica alla Cruel Intentions e protegge un fratello gay (in coppia proprio con un tennista della stessa scuola) dalle reazioni repressive di una famiglia troppo religiosa. Li unisce, li divide e li fa scoppiare, gettando prima il sasso e nascondendo poi la mano, la sfuggente Marina: sedicenne ribelle che si trasforma pian piano in vittima imperfetta, con una doppiezza e un'ambiguità che la collega Hannah Baker – capro espiatorio come lei – probabilmente si sognerebbe. Chi l'ha uccisa? Anzi, maestra di frequenti inimicizie quale era, chi l'avrebbe voluta viva? Gli spagnoli si confermano insuperabili con il giallo e gli eccessi delle telenovelas: alla combinazione tra le due cose, al trash che crea dipendenza vera, perciò non si resiste. Ricco, sfrontato, a nudo, Elite scotta per forma e contenuto, rivelandosi con malizia ben più colpevole delle serie affini. I suoi capi di imputazione: detenzione e spaccio, falsa testimonianza, omicidio colposo, atti osceni in luogo pubblico. Che dopo questi otto episodi introduttivi, allora, torni presto in aula: magari sexy e recidivo proprio come lo abbiamo conosciuto, pronti a dichiararlo l'imbattibile guilty pleasure di questa annata. (7)

Riallacciare i ponti con The Affair senza prima passare dalla terza stagione, definita disastrosa da spettatori di fiducia che, come me, avevano apprezzato per due anni consecutivi questo dramma che sempre di sesso, voltafaccia e menzogne parlava. L'ho fatto, sì, in nome di una serie che sembrava essere ritornata fortunatamente agli antichi fasti, sui propri passi, violando una regola non scritta nel manuale degli spettatori seriali: mai barare. C'era il senso di colpa. C'era il presentimento che mi mancassero i nessi logici, le basi, avendo saltato quasi per intero il precedente arco di episodi. Più forte, però, era il desiderio di qualcosa di valido, di qualcosa di ben scritto, se su altri fronti le incensatissime Sharp Objects e Maniac deludevano. Ho fatto bene, decisamente, e da qui sorge una domanda quanto mai piena di sconcerto: perché il passato scivolone, con un pessimo Fraser nel cast e nuove parentesi affatto convincenti, responsabile forse di aver fatto abbandonare a tanti un prodotto che a sorpresa aveva ancora molto da dare? Sono passati un numero imprecisato di anni dai fatti della prima stagione. Sono cambiati i partner, le città, il numero dei figli a carico, la conformazione delle famiglie. A restare è una struttura bipartita che mostra i quattro protagonisti allo specchio, al bivio: ognuno con una propria storia, ognuno con una versione dei fatti. Partiamo da Dominic West, lasciato prima dalla moglie e poi dall'amante, che dopo un best-seller e il carcere scopre la vocazione all'insegnamento e si trasferisce a Los Angeles per il bene di figli che, tuttavia, poco lo considerano: sarà uno studente talentuoso e ribelle a motivarlo, quando tutto sembra perso. Maura Tierney, la ex livorosa, fa invece i conti con la malattia del nuovo compagno – il chirurgo Vic, personaggio a cui si vuole un gran bene – e le tentazioni di Emily Browning, libertina vicina di casa. Ruth Wilson, da sempre donna fragile e problematica, ha avuto intanto un'altra bambina, frequenta un altro uomo – Ben, reduce di guerra perfino più fragile e problematico di lei – e, colta sull'orlo dell'abisso, rischia purtroppo di oltrepassare il punto di non ritorno. Questa, però, è la stagione per eccellenza di un Joshua Jackson in cerca di rivalsa e di se stesso: ora tradito, ora traditore, tenta di esorcizzare lo spettro del primo amore e, attraverso cinque compiti da portare a termine, di dire addio al ricordo di una Alison irraggiungibile. Che fine ha fatto quella Wilson ferita nell'anima, presenza evanescente sin dal primo episodio? In un viaggio a tre verso Princeton nasce un'impensata collaborazione tra West e Jackson, storici rivali costretti a riporre l'ascia di guerra per la donna a cui entrambi tengono ancora. Ci sono meno rancori, meno bugie, ma ugualmente tanti segreti. Scarseggia il sesso spinto, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti (il nono episodio è uno shock) e a qualche rara caduta di stile (vedasi i padri che ritornano per un trapianto di reni, oppure le gravidanze inattese) grazie a una coralità compatta, prima dislocata e poi d'improvviso riunita, galeotta una Alison che fa da mastice e mistero. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso, con un sospiro di sollievo, può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato nel profondo, io davo già per persa. Chiodo scaccia chiodo: lo sanno bene i protagonisti, tentati dall'idea della pace. E così, allo stesso modo, un grande ritorno scaccia al suon di dialoghi intensi e prove viscerali un errore di percorso che, a proposito di The Affair, ci era parso un tradimento imperdonabile. (7,5)

lunedì 12 febbraio 2018

I ♥ Telefilm: Shameless VIII | Lovesick III

Lo scorso inverno avevamo lasciato i Gallagher in forma smagliante, nonostante piangessero (ma non troppo) la morte di un loro familiare. Una pecorella smarrita tornata all'ovile giusto il tempo di esalare l'ultimo respiro e, con la sua eredità, metterli per l'ennesima volta nei pasticci. Fedelissimi perché senza alcuna possibilità di fuga, rieccoli. Con situazioni sentimentali ora in pausa, ora archiviate, e il pensiero fisso di diventare indipendenti svoltando. In quell'angolo di Chicago, però, il terreno resta infertile; gli impulsi sbagliati. Se ne vanno così in cerca di soluzioni alternative, con le buone o con le cattive. Di altri polli da spennare. La famiglia Gallagher perde il pelo, ma non il vizio. Non perde lo smalto, no, ma qualcosa comunque non funziona con la solita scorrevolezza. Frank, ripulito e nato a nuova vita, scopre che la legalità e il posto fisso hanno le ore contate; Fiona, imprenditrice improvvisata, riscuote affitti, combatte contro truffe furbissime e inquilini maleducati; Ian, ufficialmente single, diventa accanito attivista della comunità gay per riconquistare un ragazzo impossibile; Lip, meccanico, fa da sportello d'ascolto agli alcolisti anonimi, a volte con successo e altre meno; Carl, invaghito, potrebbe precludere il suo futuro alla scuola militare; l'antipatica Debbie, a onor del vero non più così antipatica, impara a prendersi le sue responsabilità di ragazza madre e perfino Liam, il piccolo di casa, comincia ad avere diritto a una storyline tutta sua. Fuori, all'Alibi, Kevin e Ronnie continuano intanto il triangolo di sesso e sopraffazione con la mitica Svetlana, pronta sfortunatamente a dare forfait, pare, nella stagione che verrà. Scritto bene, interpretato da attori ormai inscindibili dai loro svergognati personaggi, Shameless resta godibilissimo. Ma, questa volta, ho lasciato che i dodici episodi si accumulassero un po' svogliatamente. Ma, questa volta, la serie che non ha vergogna rischiava di non avere davvero grosse novità. La formula resta la solita, e probabilmente al solito mi piacerebbe, ma dopo otto anni insieme inizia a farsi sentire una certa ripetitività; una certa stanchezza. Shameless mi farà sempre ridere da matti. A modo suo, ne uscirà sempre bene: canaglia che cade, ma in piedi. “Sempre”, però, è un tempo troppo lungo per uno spettatore incostante come me. Anche se si parla di qualcuno come i Gallagher, sospetto. (7)

Erano stati necessari due anni, un cambio radicale di titolo ed emittente, affinché le ex ragazze di Lovesick – precedentemente noto come Scrotal Recall – tornassero ad ascoltare le confessioni di Dylan. Un romantico inglesino dalla chioma bionda e il cuore d'oro che le aveva amate tutte, a modo suo, nonostante il sospetto di aver trasmesso una malattia venerea a più di qualcuna di loro nel mentre. Della prima stagione, originalissima, avevo sentito subito la mancanza. La seconda, eppure così attesa, mi era parsa ripetitiva, strascicata: una delusione bruciante. La terza non la aspettavo, almeno non tanto presto. Su Netflix, ritroviamo i soliti volti noti. Il simpatico ma patetico Angus, che si innamora facilmente e facilmente viene abbandonato a sé stesso. Luke, il dongiovanni bisognoso che, per forza di cose, si scopre cotto di quell'amica di letto che non vuole legami. Dylan ed Evie, finalmente insieme dopo sette anni di amicizia e tre stagioni fatte di lunghi tira e molla, di tempismo sbagliato. Ci si ritrova insieme nella stessa casa. Con coppie che scoppiano, segreti di famiglia, ricordi a cadenza casuale. Delicato ma stanco, purtroppo quasi noioso, l'ormai anonimo Lovesick è divententato definitivamente accompagnamento di sotttofondo. Non fa ridere, non fa piangere, ma conserva la vaga simpatia che ispirano certe compagnie quando sono ben assortite. Il protagonista, in cerca della cura, del perdono, dell'anima gemella, non ha più la clamidia. Non ha più i fantasmi delle donne del Natale passato. Non ha più, su lungo tratto, quell'umorismo british che ai tempi mi era parso irresistibile; bassi pruriti, o ulteriori dettagli da aggiungere. Guarito dalla sua infenzione, dal suo mal d'amore, è congedato qui senza una visita di controllo. Senza, con tutta la simpatia di questo mondo, ulteriori chance. Scomparsi i sintomi, scomparsa l'originalità. (5,5)

venerdì 6 gennaio 2017

I ♥ Telefilm: Shameless VII, Westworld, Scream Queens II

Anno bisesto, anno funesto. Nonostante il male, però, il 2016 appena passato ci ha regalato ben due stagioni in compagnia degli adorati Gallagher: una in inverno, una in autunno. Per trascorrere così i mesi più inclementi, quelli più freddi, con quella che resta la mia serie preferita. Shameless, nonostante l'innegabile sensazione di brodo allungato qui e lì, infatti non stanca mai. Lontane dai fasti della quarta – con una Emmy Rossum al massimo e il magone perpetuo -, quinta e sesta ci avevano mostrato una famiglia troppo in pace per essere scombinata come piace a noi. A tratti, pur nel suo ordinario dolore, se la passava peggio la mia. La settima, andata in onda da ottobre a dicembre, sconvolge le carte in tavola e ritorna ai binari sgangherati degli inizi. Neanche agli sceneggiatori dovevano piacere questi Gallagher appagati, calmi, normali. Se segretamente assuefatti, perché non sconvolgere loro l'esistenza? Le storyline, ferme a un bivio, vanno avanti: cambiamenti in corso. Fiona, cinica capofamiglia cresciuta in fretta, fa suo il sogno americano: direttrice di una tavola calda, investe in una lavanderia prima e in un piccolo condominio dopo; abbandonata all'altare dall'ennesimo traditore, rinuncia agli uomini. Frank è Frank. Lip, genio incompreso, si disintossica e ci ricasca; Ian, lasciato a sorpresa per una donna, trova l'amicizia di un bel ragazzo transessuale; Carl, circonciso per amore, passa dal malaffare all'accademia militare; la neo-mamma Debbie, di solito antipaticissima, si fa grande accanto a un ingenuo disabile che ha cura di lei; Kevin e Veronica mettono in pericolo l'Alibi e la loro sconveniente relazione a tre con l'ingegnosa Svetlana. Da un passato non troppo remoto, poi, ecco che tornano il galeotto Mickey e l'incostante Monica: il primo per gioia dei “Gallavich” convinti come il sottoscritto; l'altra per mostrare un Frank dolcissimo, a pezzi, e innamorato pazzo. Tra i nuovi ingressi, da segnalare la splendida June Squibb: bisbetica e gattara in pensione già in Nebraska. Non mancano le grasse risate, con i tabù sfatati in camera da letto e i sogni di gloria secondo loro. Non mancano le lacrime amare, assenti da un po', in un finale di stagione che spezza il cuore: tragicomico e chiuso, sembra quasi un addio. Vuoi viavai che non lasciano indifferenti e dolorose dipartite. Complici loro, alle cui grane corrispondono per dispetto le nostre gioie. (8)

Il selvaggio west: spunto perfetto, tra bulli e pupe, per un parco giochi per acquirenti sanguinari e licenziosi. Gli abitatori di quella realtà su misura, curata nei dettagli e straordinariamente verisimile, sono automi perfetti: così tanto da sviluppare pian piano l'equivalente dell'anima e da sottrarsi alle loro storyline, scritte in laboratorio da un incensurato inventore. Westworld parte benissimo. Come nella migliore tradizione HBO, non mancano la violenza, la nudità e i grandi nomi presi in prestito dal cinema. C'è una dama imbellettata – quella destinata a essere salvata dal principe azzurro di turno – che impara a sparare e custodisce gli sprazzi di vite e ruoli precedenti; una prostituta di mezza età, che fa dell'arte del flirtare un'arma sorprendente; due avventori – un vizioso belloccio e la sua introversa spalla – in cerca di brividi facili; un facoltoso investitore di nero vestito, che ha fatto del raggiungimento di un enigmatico labirinto la sua missione. Sullo sfondo, le note di un magnico pianoforte che suona brani contemporanei – dai The Animals alla Winehouse – e le preoccupazioni di chi quelle trame le ha pensate, ma adesso rischiano di sfuggirgli di mano. Nel mentre, la rivoluzione ha inizio: a capeggiarla, un insospettabile eminenza grigia. Evan Rachel Wood e Thandie Newton sono straordinarie – la seconda in particolare -. Tra Harris e Hopkins è lotta tra titani della vecchia scuola. Piccoli ma grandi accorgimenti aiutano a combattere il senso di dèjà vu. Il parco dove tutto è concesso tiene per sé i suoi colpi di scena – alcuni intuibili, altri no – e li snocciola in un finale, a parere mio, perfetto così. Tanta carne al fuoco, troppa. Tanti volti, tanti nomi, in una dimensione corale che funziona meno del previsto: qualche sottotrama fa sbadigliare – le infinite esistenze di James Marsden, i cliché del genere western indagati da Ben Barnes e Jimmi Simpson, i piani di un Jeffrey Wright meno accattivante dei suoi robot – e, qui e lì, la creazione del fratello minore di Cristopher Nolan presenta oggettivi cali di ritmo. Non aiutano episodi lunghi, che vogliono essere seguiti con la giusta attenzione. Westworld non è troppo scorrevole e risulta una visione forse sopravvalutata. Mi vengono in mente più i difetti che i pregi, scrivendone. Ma è così ambiziosa e intricata, credetemi, da meritarsi l'applauso. (7,5)

L'idea che Scream Queens potesse non avere una seconda stagione mi dava il tormento. Ho perorato la sua causa. L'ho consigliato e, all'occorrenza, difeso a spada tratta. Il Mean Girls con il bollino rosso, omaggio alla commedia adolescenziale e allo splatter anni '90, aveva spiccata intelligenza nel suo assoluto nonsense. Nella storia di una confraternita minacciata da una squadra di serial killer mascherati, qualche gustosa scena cult – la ridicola dipartita di Ariana Grande, la spedizione punitiva a metà fra Arancia Meccanica e un videoclip dei Backstreet Boys – e un effetto sorpresa che perdurava. Poi, imprevisto, il rinnovo. Tre appuntamenti con Ryan Murphy in un anno solo – oltre a questa serie, anche il novello American Crime e l'altalenante American Horror Story – e più Chanel per tutti. Stesso cast, stessi toni, ma un'ambientazione diversa: dimesse dal reparto psichiatrico, le redente Chanel fanno da tirocinanti presso l'ospedale fondato dal decano Munch. Al Cure si curano, appunto, le malattie incurabili. Ma l'edificio affaccia su una viscida palute in cui si scaricano scorie e cadaveri, il personale è poco qualificato, il male scova nuovamente queste antipatiche protagoniste di rosa vestite. Il cattivo, ribattezzato “Green Meanie”, cerca vendetta di ritorno dall'oltretomba. Qualcosa, sin dall'inizio, non funziona. Scream Queens, piatto e sottotono, non decolla. Sarà l'ambiente ospedaliero, sprovvisto del fascino kitsch e festoso dei campus universitari; sarà che convincono poco le new entry – il piacione John Stamos, una pessima Kirstie Alley, un autoironico Taylor Lautner; sarà che solo la deliziosa Emma Roberts e l'iconica Jamie Lee Curtis meriterebbe di sopravvivere a una cricca irritante. Il vanesio Chad Radwell e l'esilarante agente Denise, prestata a Quantico, fanno giusto una capatina; la psicotica Lea Michele, sorprendente nelle puntate passate, è una Hannibal in gonnella poco funzionale alla trama; al giallo, che vira spesso al profondo rosso per il sangue in quantità, manca il guizzo. Scream Queens non vuole farci ridere, non vuole convincere i pochi scettici rimasti in ascolto, non vuole ripetersi. Semplicemente, non ha voglia. Che, presagendo la cancellazione imminente, abbia voluto farci passare oltre senza rimpianti, in un gesto di insolita premura? In nome del bene che in fondo gli ho voluto, fingiamo di sì. (5,5)

venerdì 1 luglio 2016

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful III | Wolf Creek

Io, che patisco il sole e vorrei l'inverno tutto l'anno, sottratto forse al sogno della cupissima Londra vittoriana, in Penny Dreadful avevo trovato infinite suggestioni, tanto fascino, troppa letteratura – mi ci ero ritrovato, non so come. Otto episodi lunghi, lenti, introduttivi e un prosieguo, invece, che mi era piaciuto, sì, ma senza entusiasmarmi: la serie in costume Showtime guadagnava ritmo, puntate e sottotrame. Non c'era il rischio che si perdesse e ci perdesse, soprattutto quando lontana dalla presenza irresistibile della dama in nero, Vanessa Ives? Con meno Eva Green di quanto sperassi, già nella seconda stagione Penny Dreadful restava lo stesso Penny Dreadful? Ci eravamo lasciati, la scorsa estate, con queste precise domande e personaggi in viaggio, avventurosi, sparsi per il mondo. Eccoci, in presenza degli stessi “ma”, di un po' di malinconia e del più grande difetto: i giochi, all'improvviso, finiscono qui. La cancellazione sorprende Vanessa e gli altri nel bel mezzo di storyline quanto mai frastagliate e, negli ultimi episodi, ci si affretta perciò a chiudere le imposte, a tirare su i ponti levatoi del castello, a non lasciare nulla in sospeso. Il deserto, però, non ha lo stesso appeal della piovosa Inghilterra; e Hartnett, al solito, non ha il carisma necessario. Victor Frankenstein, in accoppiata con un Jekyll che si stenta a riconoscere, ricerca cavie per perfezionarsi. E per cercare di guarire quella Lily che, nel frattempo, spadroneggia nei salotti di Dorian Gray. Reeve Carney, messo in un angolo, conserva immutata la sua bellezza efebica, la sua gioventù maledetta, ma la sua ospite insorge – da prostituta abusata a raffinata presidente di un clan di femministe assassine. La Creatura, invece, già poetica e piena di bontà, ricorda qui il suo nome di battesimo e i suoi familiari: lo accetteranno ancora?, si domanda.Vanessa, infine, cerca risposte: rievoca il soggiorno forzato in una clinica psichiatrica e  l'abbandono di Ethan; prende parte a sedute d'ipnosi con la psicologa impersonata da un'ottima Lupone; vive nuovi amori (un baldante curatore) e nuovi orrori (il demone che la perseguita in tutte le sue vite ha un nome, Dracula, e vuole renderla la sua infernale consorte). C'è chi la considera folle; chi le dà della strega. E chi, con un bacio, può liberare la sua natura sanguinaria e miracolosa, e compiacersene: imbrigliata nei corsetti, rimpicciolita dal giudizio altrui, indipendente a tutti i costi. Ci sono episodi dispersivi a metà e, nella chiusa, che è però definitiva, preoccupazione e sbrigatività. Per fortuna, non mancano i momenti da brivido, che fanno di Penny Dreadful un prodotto d'alta qualità e sconfinata classe – forse, visti i gusti del pubblico generalista, anche troppo? I monologhi strazianti – la maestosa e fragile Billie Piper, che si commuove ricordando la sua esistenza precedente; Reeve Carney che, circondato dalle sue tele, promette che aspetterà, aspetterà e aspetterà – e un capolavoro d'episodio: il quarto. Eva Green e Rory Kinnear, straordinari. Quando erano sono una povera ragazza matta e un inserviente senza cicatrici. Un colloquio cuore a cuore, un trionfo di poesia, in una camera con le pareti imbottite: tra amicizia, seduzione e confessione. Lì, in cinquanta minuti appena, una perfetta storia di senso compiuto, e due prove attoriali indescrivili. Mai come quest'anno, una stagione di squisitezze, bestialità e grandi personaggi femminili, capaci di toni magniloquenti, gesti enfatici, significative orazioni. Magnifiche le donne, tutte, in questa cornice sempre finemente intarsiata. I difetti: gli uomini, non alla loro altezza, e gli episodi che li vogliono protagonisti. Un andamento ondivago, poi, spezzettato, che prevede trame più numerose e ambienti più vasti – dalla ghost story si giunge, qui, al western – a discapito dell'organicità e di una Green che tutto può. Da metà in poi, però, si va in cerca di equilibrio. Anche se ci sono spinte, qualche forzatura di troppo, per riunirli. Sparsi come sono ai quattro venti, ma insieme – fortunatamente - per un gran finale che, nonostante tutto, soddisfa a modo suo. (7+)

Una famiglia in vacanza: quadretto felice, estivo, se non fosse per una figlia adolescente che, problematica e scontrosa, a volte rovina i piani e, spesso, coi suoi musi lunghi e le risposte sarcastiche, toglie loro la voglia di festeggiare. Se non fosse, soprattutto, per la destinazione scelta: i Thorogood, canadesi, percorrono l’Australia su ruote. Paese di dingo, deserti e ospiti scontrosi; terreno di caccia indiscusso, se ami l’horror un po’ di nicchia, di Mick Taylor. La camicia a quadri, il fucile imbracciato, il coltello negli anfibi. Hobby: la caccia spietata agli yankee. Segni particolari: aria sorniona e risata catarrosa, familiari per chi Wolf Creek lo aveva visto e apprezzato. Ispirato a una storia realmente accaduta, giunto in sala nell’inverno di dieci anni fa, aveva avuto un secondo capitolo – di gran lunga superiore al primo: caso raro – a sorpresa, con un ritardo notevole, ma che non si percepiva. A fare da leitmotiv, un contesto misterioso, omicidi sanguinosissimi e, talora, giochi alla Saw, pensati da un villain cult, che a me ricordava per piglio e presenza scenica il leggendario Robert Englund. Una miniserie in sei episodi, e poi con lo stesso accattivante John Jaratt a bordo: che bell’idea. Perché, con un killer così, con un attore così, c’era tanto da indagare, tanto da capire, tanto da vedere. Dispiace sin dall’inizio, però, trovarlo molto poco in scena. La serie ha come protagonista indiscussa la giovane Eve – diciannovenne scontrosa introdotta poco fa – che, sopravvissuta alla strage della sua famiglia per mano di Mick, si mette sulle sue tracce. Missione suicida, uno dice: ma la tensione si diluisce troppo, in sei episodi, e il cattivo appare assente, o comunque ammorbidito. In vista di un finale inglorioso, soprattutto, che ne sottovaluta il potenziale. Grossomodo, questo nuovo Wolf Creek risulta, e con grande dispiacere, il solito horror che passa e va. Che si scorda e, nel mentre, si deride un po’. La geografia non è il mio forte ma, a occhio e croce, l’Australia mi sembra immensa: su questo palcoscenico sconfinato e polveroso, per coincidenze inverosimili e svolte troppo accidentali, s’incrociano sempre le stesse figure e ci si imbatte, rigorosamente per caso, sempre in nuovi guai. Da una parte, la faida tra Eve e il cattivo è elementare e prevedibilissima; dall’altra,  negli episodi, c’è un inutile affollamento di motociclisti, galeotti, saggi sciamani e forzati dei ex machina. La trama è macchinosa, il brodo allungato e, per quanto sia valida la nostra scream queen – un incrocio tra Emilia Clarke e Shailene Woodley: una bellezza – non c’è gara con questo mostro messo, non si sa come, alle corde. In un angolo. Si lasciano apprezzare la fotografia impeccabile, la fattura cinematografica ma, per gli sceneggiatori, solo insulti. Ho perso il conto delle coincidenze, infatti, e alzato gli occhi al cielo per il tentativo pedestre, nel finale, di cercare di spiegare il passato del cacciatore. Non resta che la terra bruciata, insomma, dopo una conoscenza iniziata sotto i migliori (o, be', peggiori?) auspici. (5,5)

mercoledì 13 aprile 2016

I ♥ Telefilm: 11.22.63 | Shameless VI

22.11.63 è stato il romanzo che, dopo anni di silenzio, mi ha fatto riavvicinare a Stephen King. Con le sue storie ci sono cresciuto ma, nella prima adolescenza, ho preso strade che, alla fine dei conti, non ci hanno allontanati troppo. Quando avevo diciassette anni, e da allora non è passata poi tanta acqua sotto i ponti, la pausa di riflessione tra di noi è finita grazie a quest'ucronia ambiziosa, mastodontica, indimenticabile in cui un uomo qualsiasi accettava di prendere sulle proprie spalle un fardello staordinario. Da quel romanzo, tra i miei preferiti e tra i maggiori capolavori del mio prolifico zio del Maine, il la per questo blog e per una miniserie evento, andata in onda da febbraio ad aprile. Otto episodi per ottocento pagine. Dandoci alle proporzioni, un'ora ogni cento pagine e la vicina possibilità che, per una sacrosanta volta, un'opera del Re subisse un trattamento d'eccezione. Tanto belli i suoi romanzi, tanto brutte le trasposizioni. La trama vede al centro un mite professore di Letteratura che, dal suo ristoratore di fiducia, riceve un'impensata eredità. Una porta della solita tavola calda altro non è che un varco spazio-temporale. Ora sei nel 2016, e l'attimo dopo eccoti a spasso nel 1960. Dove i colori sfavillano, le ragazze a bordopista desiderano un ragazzo che le inviti a ballare e gli uomini, sbarbati e profumati, portano i completi eleganti. Jake si scopre felice in un'epoca in cui lui non è ancora nato. Ha, però, un compito da portare a termine e forze che gli mettono i bastoni tra le ruote. Il tracollo è avvenuto dopo l'assassinio di Kennedy: da lì i russi, il Vietnam, perfino l'attentato alle Torri Gemelle. Deve stabilirsi per tre anni a Dallas, perciò, e sventare il piano del sicario. Nessun uomo è un'isola, e Jake coinvolge nell'impresa l'adolescente Bill e la bella Sadie, bibliotecaria minacciata da un marito psicotico. Se il battito d'ali di una farfalla genera un terremoto dall'altra parte del mondo, cosa possono un'amicizia e un amore che nascono da un paradosso? Con il beneplacito dell'autore in persona e J.J Abrams a produrre, la serie Hulu è attenta, curata, ben realizzata. Rispettosa e con volti chiesti in prestito al cinema. Sarah Gadon, deliziosa, nasce qualche film fa come nuova musa di Cronenberg e ricorda, qui, le bionde degli storici noir. George MacKay, squattrinato aiutante, e Daniel Webber, un Oswald umano e corruttibile, sono due volti freschi su cui puntare. Accanto al caratterista Chris Cooper, un James Franco che si impegna, ma che risulta un Jake tutt'altro che perfetto. La sua faccia da suola, però, tutto può. O è proprio quella faccia da suola, l'espressione sorniona che di solito trovo simpaticissima, a limitarlo? 22.11.63 è una rilettura pertinente e completa dell'opera. La trasposizione che un King assai sfortunato in TV, vedi il pessimo Under The Dome, meritava. Però, nonostante il lavoro di costumisti e scenografi, l'impiego di un cast discreto e nessuna pagina maltrattata, da un gran romanzo non viene fuori una grande produzione. Mancano i riferimenti alla bibliografia del Re e, soprattutto, quel sentimento impossibile che rende "le cicatrici di vaiolo graziose come fossette". Mancano la consapevolezza e una personalità stilistica forte. Non il gusto, né le lacrime ballerine in un finale agrodolce. Leggendo, io, lo immaginavo come Intrigo Internazionale. Lo avrei voluto diretto e musicato da un maestro del brivido ancora più grande. Jake, in un altro impossibile viaggio all'indietro dei tuoi, fa' tappa nel regno di Hollywood: ci prometti che racconti le prodezze dell'intreccio di King al signor Alfred Hitchock? (7)

Momento attesissimo è il ritorno dei Gallagher in città. Miei adorati. Quelli che, se non ricordi quel che è successo nelle puntate precedenti, ti mostrano il dito medio e che da sei anni ti consolano a modo loro. Tu che ti lamenti della tua famiglia, dimmi, l'hai mai vista la loro? A gennaio, con tutti i motivi del mondo per dirne di cotte e di crude su quel che resta della mia, li ho trovati dove li avevo lasciati. Numerosi e splendidi, accalcati sul portico. Questo, all'indomani di una stagione che si era fatta perdonare le svolte più dolorose e una Fiona  preoccupantemente simile a Frank, il suo papà alcolista e delinquente. Ci sarà mai una stagione intensa come la quarta, che mi aveva spezzato il cuore, logorato il fegato e portato a baciare i piedi ai creatori? Chi può dirlo – la settima è stata già confermata -, ma quella andata in onda quest'anno su Showtime ha gli stessi pregi e gli stessi difetti di quella che l'ha preceduta 365 giorni fa. Nel pilot lascia amareggiati l'arrivederci di Mickey, il bullo omosessuale che, a sorpresa, aveva amato l'instabile Ian di un amore fedelissimo. E' dietro le sbarre, si fa uno sgrammaticato tatuaggio sul petto perché anche lui porta i Gallagher nel cuore, chiede al fidanzato di aspettarlo. Ci si riprende in fretta dalla sua rinuncia al ruolo di regular, però, e si segue indulgenti Ian che gli volta le spalle per qualcun altro. Il rosso bipolare scopre la vocazione per il prossimo – vuole diventare paramedico – e frequenta un pompiere che lo rende migliore. Parlando di sentimenti, allora, sono fortissimi quelli tra Fiona e Sean. Ma il suo capo, che giura di avere messo la testa a posto, appare troppo perfetto per essere vero. Kevin e Veronica, genitori, rischiano invece che la loro attività tracolli e dicono in coro di sì a un esilarante ménage a trois: Svetlana, tu dove dormi? Il brillante Lip è colui che questa volta, invece, subisce le conseguenze dell'essere un Gallagher nel Dna. Il sangue, d'altronde, non mente. La sua relazione con una sexy docente universitaria è a rischio, il suo mentore chiede tanto e ci si accorge che lui, festaiolo e promiscuo, beve un filino troppo. Gli exploit, invece, toccano ai piccoli di casa, Debbie e Carl: ormai adolescenti, possono avere diritto a una storyline tutta loro. La prima, irritante ma vera, accoglie la cicogna e la venuta di responsabilità di notevole portata. L'altro, carcerato per fare contento papà, torna in libertà con le treccine afro, una bella coetanea da conquistare e il desiderio di una conversione che ha del paradossale. Frank, be', resta Frank. Manca a tratti il mordente e, più spensierati del solito, i Gallagher si godono una tregua con la vita, che risulta bella finché dura. Il season finale darà loro, inutile dirlo, le inevitabili batoste. A stringerli insieme, la paura di perdere una casa sommersa dagli avvisi di sfratto – cosa sarebbero senza un tetto? - e due possibili fiocchi rosa alla porta. Si calca poco la mano su alcune svolte, forse, ma il bello è lo spazio concesso ai personaggi secondari – ogni anno, da tradizione, si fa a turno per le luci della ribalta – e il fatto che nemmeno loro, estremi e selvaggi, possano vivere ogni giorno al limite. Così si comportano da famiglia. Così, per un po', vivono vite normali osando, immaginandosi al riparo dal temporale che bagna Chicago. I Gallagher, ho pensato, sono diventati meno problematici di me. E, da amico di lunga data, per nulla invidioso, sapeste quanto sono stato contento per loro. (7,5)

mercoledì 13 gennaio 2016

I ♥ Telefilm: Ash vs Evil Dead, Mozart in the Jungle II, And Then There Were None - Dieci Piccoli Indiani

Ash Vs Evil Dead
Stagione I
La gente, quando mi scopre cresciuto a pane e horror anni ottanta, ne è meravigliata. Non si direbbe, mi assicurano, data la mia inconsueta apertura verso generi cinematografici ben diversi – ad esempio, potete star sicuri che la romcom parlatissima, con lui che incontra lei in tutte le combinazioni e le città d'arte possibili, qui avrà sempre un posto speciale – e strano, aggiungono, che più attirato dal sangue che dai cartoni animati sin da bambino, non sia poi diventato un serial killer di fama mondiale. E qui sghignazzano e fanno l'occhiolino. Scherzando scherzando, io rispondo che per quello c'è sempre tempo. Allora, silenzi di tomba. Questo per dire che, tra i miei registi cult, a sorpresa ma non troppo, c'è un certo Sam Raimi. Autore, insieme ai fratelli, di Xena e Hercules, che allietavano i miei pomeriggi su Italia Uno; del solo esempio di cinecomic che mi è rimasto nel cuore, con l'insuperabile trilogia di Spiderman; di horror a basso budget – da non sottovalutare, per me, neanche il divertentissimo e recente Drag Me To Hell – visti con papà quando non avevo l'età. Ash Williams, in particolare nel medievaleggiante L'armata delle tenebre, era il mio eroe, vestito di cotta e maglia e umorismo a non finire. La trilogia partita con Evil Dead – una manciata di ragazzi in una baita nei boschi, forze maligne, il trionfo dello splatter – era finita però prima che io nascessi, nel 1992. E, senz'altro perché vi avevo assistitito in differita, l'idea del remake al femminile di Fede Alvarez, nudo e crudo, mi aveva dato diverse soddisfazioni. Da allora, più o meno, aspetto la reunion. Annunciata, desiderata, attesissima in famiglia. Più di vent'anni dopo, il simpatico Bruce Campbell – legato indissolubilmente a quel ruolo e a quel regista – torna a indossare, con ironia e una specie di strana commozione, una motosega a mo' di guanto e a sfogliare il temibile Necronomicon. Va verso i sessanta, ormai, ma la mano di legno e i racconti sensazionali lo aiutano a rimorchiare nei bar. Finché, sbronzo e piacione, si fa il bello agli occhi della sua ultima amante leggendo i passi di quel libro scritto con il sangue, sulla pelle di un uomo scuoiato. E risveglia così il Male. I demoni e l'oscurità, insieme allo spettatore, lo trovano invecchiato, impreparato, ma sempre sul pezzo. Lavora come commesso in un negozio di elettronica in stile Chuck Bartowski, vive in una roulotte sgangherata, ha la dentiera e il busto ortopedico. Non perde però il tocco. Ha una poliziotta che segue le sue tracce, un'alleata – o è forse una nemica? - con il volto di una Lucy Lawless affascinantissima e due pivelli come aiutanti: Ray Santiago, messicano e imparentato con un brujo, e Dana DeLorenzo, bella e capriciosa. Lui, inutile dirlo, è perdutamente cotto di lei. Morti e battute ad effetto, effetti speciali artigianali, dieci episodi – pochi e brevi, purtroppo – per le dieci tappe di uno spassaso viaggio on the road, che grandi e piccoli bramavano. Raimi produce, e qualche volta dirige, un rinfrescante bagno di sangue e un caloroso ritorno a casa. Anzi, nella Casa. (7,5)

Mozart in the Jungle
Stagione II
Il pubblico, elegantissimo, prende posto a sedere. L'invito al silenzio e, dal palcoscenico, i primi arpeggi. Si apre il sipario e un uomo di spalle, piccino ma energico, spinge la sua orchestra a grandi trionfi. L'applauso, un altro. Dopo l'ingresso del maestro Rodrigo alla Filarmonica di New York, le cose vanno meglio per tutti, o quasi. Lo scorso anno, in una serie rivelazione targata Amazon, nonché preziosa presenta ai Golden Globes di questo stesso 2016, un direttore dal sangue caliente e dai metodi poco ortossi accoglieva a braccia aperte l'avvento della novità. In tanti storcevano il naso, davanti ai suoi capelli indomabili, al passato turbolento, alle prove per strada. Ma quanto ci erano piaciuti, in realtà, gli spettri in costume, il glamour della City, il suono di una leggerezza mai tanto di classe? Quanto attendevamo un altro ciclo di episodi, per sapere se il bacio tra Rodrigo e l'allieva Lola Kirke avrebbe avuto ripercussioni e se la Filarmonica, gravemente indebitata, ce l'avrebbe fatta a risollevarsi? Mozart in The Jungle ritorna, tra dicembre e gennaio, con un seguito all'altezza del non lontano inizio e piccoli dubbi che, però, si rinnovano nel sottoscritto. Perché la serie, benedetta da Chris Weitz e dai compagni di merenda di Sofia Coppola, non si sa quando cominci né quando finisca. Mi spiego. Grandi attori e colonna sonora immensa, ma come una povertà di temi, di stagione in stagione. Cos'è successo nella prima, dopo l'arrivo di Rodrigo? Cosa succede nella seconda, dopo il tour in America Latina? Poco, pochissimo. Gloria, magnifica settantenne, scopre di possedere notevoli doti canore – ma trattandosi di Bernadette Peters, leggenda del musical, è poco lo stupore – e di avere ancora l'età per concedersi un amore o due; l'oboista Hailey, con il fidanzato ballerino impegnato in un reality show, ripensa alle attenzioni del suo Maestro; Cynthia, sexy violoncellista, asseconda le avance di un'avvocatessa che in tribunale però non fa faville; Thomas, ed è impossibile a questo punto non nominare il granitico Malcolm McDowell, lavora alla sinfonia di una vita e seppellisce nel frattempo l'ultima moglie. E cosa capita invece a Rodrigo, in cerca dell'assistente perfetto e, per un arco di episodi, affetto da un fastidioso disturbo uditivo? Sarà come Mozart, eterno enfant terrible, o cagionevole come Beethoven? L'eleganza e l'ordine dello skyline newyorkese, per un po', cedono il posto a una tournée sui mari del sud. Al calore e al colore del Messico. Il buon cibo, le maledizioni, la lettura dei fondi di caffè. Gli amori predetti dalle nonne sagge. Esilarante e ricercato, leggero ma a volte impalpabile, Mozart in the jungle è un passatempo colto e rilassante, per melomani e non solo, a cui questa volta manca maggiore consistenza e la sua città di appartenza. Ma è tanto ben confezionato, tanto sovversivo, che davanti a un Gael Garcia Bernal posseduto dal ritmo – vedeste quanto è coinvolgente e naturale, mentre si dimena e tiene il tempo – è impossibile trovare riparo dall'ispirazione e dall'allegria. Contagiano. (7)

And Then There Were None
miniserie televisiva
Fulmini e saette, un'isola privata tagliata fuori dal mondo, una chiave maestra. Una pistola e, a un tavolo, sconosciuti invitati allo stesso evento: ospiti in una casa labirintica, i cui padroni – stranamente assenti – hanno lasciato il comando ai due domestici, marito e moglie. Tra i piatti fumanti e le posate, al centro, dieci strane statuine d'avorio, che rappresentano ognuno di loro. Dieci vittime – e dieci colpevoli, perché tutti hanno la coscienza sporca – e un assassino che agisce inosservato. Una dopo l'altra, le statuine scompaiono; uno dopo l'altro, gli ospiti muoiono, seguendo l'ordine espresso in una inquietante filastrocca per bambini. I superstiti, sospettosi e pietrificati, vivono sul chi va là. L'indice puntato verso il compagno, il dubbio persistente. In quella villa sferzata dal vento e dalle acque, nessuno entra e nessuno esce: il male è tra loro, l'inferno è in terra. And Then There Were None – per noialtri, Dieci Piccoli Indiani – è il titolo che, a un passo dall'anno nuovo, sotto le feste, si è presentato alla mia porta, con la sua aria inglese al solito impeccabile, il taglio cinematografico, un intreccio di cui non si è mai stanchi a sufficienza. La BBC, in tre puntate, propone la trasposizione del romanzo più celebre della regina del brivido, Agatha Christie, e sorprende in maniera impensata. E da quando sbagliano, questi inglesi, chiederete? Invece, davanti a riproposizioni edulcorate e alquanto mediocri – su tutte, l'ultimo Lady Chatterley's Lover -, lo scorso anno le mie convinzioni hanno vacillato. In prodotti belli ma senz'anima, registi e autori che procedevano con il pilota automatico, tanto savoir faire fine a sé stesso, la dizione troppo perfetta dei britannici – e degli automi doc. And Then There Were None, invece, ha un apparato tecnico di tutto rispetto – fotografia cristallina, scenari da sogno (ebbene sì, io faccio strani sogni), un montaggio sonoro che regala sussulti – e personaggi al di sopra di ogni sospetto che, nei flashback, vengono cesellati gradualmente. In tre ore scarse, forma e contenuto hanno lo stesso peso. Il cast, pieno di giovani promettenti e vecchie volpi, è dei migliori. Il bellimbusto viziato di Douglas Booth, il mercenario dell'aitante Aidan Turner, la tata impenetrabile della rivelazione australiana Maeve Dermody. Tra gli altri, il giudice Charles Dance, la crudele precettrice Miranda Richardson, l'eroe di guerra Sam Neil. Tutti bravissimi e tutti in pericolo, in una storia vista e rivista – purtroppo, a ventun anni, non ho mai letto il romanzo; una delle mie tante, imperdonabili mancanze – il cui finale, culmine di una orchestrazione senza stonature, sorprende anche oggi. Un autentico gioiello di eleganza e scaltrezza. Era il trenta dicembre, per essere precisi. Tardi, ormai, per le aggiunte dell'ultimo minuto al famoso listone. Non abbastanza, comunque, per godersi un altro regalo del piccolo schermo. (8)

giovedì 24 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Catastrophe, The Affair, You're The Worst, Please Like Me

Catastrophe 
Stagione I-II
Immaginatevela pure. Sharon – quarantuno anni a breve, professione maestra – a gambe all'aria, durante un controllo medico. Scoprire, nella stessa mattina, di essere in attesa di un bambino e di avere quello che, evolvendosi, potrebbe rivelarsi un tumore. Il nascituro, risultato di una notte e via. La metastasi, invece, causa di ereditarietà e di malanni della mezza età. Al suo fianco, mentre il ginecologo dà notizie belle e brutte, Rob – americano lontano da casa, pubblicitario di successo. Un bicchiere di troppo, un corteggiamento spiccio e, tra mosse impacciate e risate involontarie, i due sono finiti a letto. Quella che per Rob doveva essere una tappa nella piovosa Londra, così, diventa un impegno più grande di lui; una pazza notte di passione, invece, una storia che vuole parlarci – ma coi toni politicamente scorretti che tutti noi amiamo – di responsabilità e piani alternativi. Eppure, quando hai una certa età e quel bambino concepito contro tutti i pronostici potrebbe essere l'ultima volta per essere mamma o papà, perché temporeggiare? Sospirare, accontentarsi e, magari, con la convinvenza e un matrimonio riparatore all'orizzonte, scoprire di volersi bene. Non tutte le catastrofi vengono per nuocere. Catastrophe è la comedy, irriverente e realistica, romantica in un modo che è solo suo, per chi ha apprezzato cose come Scrotal Recall e, a viva voce, si domanda: a quando un seguito? Queste serie inglesi – impeccabili per qualità, inaffidabili per puntualità: la seconda stagione di questa, però, ho avuto la fortuna di vederla subito dopo, e ci mostra i nostri protagonisti a due anni di distanza, con una ampia famiglia al seguito – hanno sempre temi semiseri, dialoghi esilaranti, attori che funzionano alla perfezione quando si cercano le risate e il momento di riflessione improvviso. Un po' come Sharon Horgan e Rob Delaney che non sono né bellissimi né giovanissimi ma che, con i ruoli cuciti su misura, sono folgoranti per la naturale alchimia e la reciproca confidenza. In cerca ora di un nuovo impiego, ora di un testimone di nozze, non mancano i comprimari bene a fuoco e esempi di triviale, pungente umorismo britannico. Ma quando sei nel mezzo del cammin della tua vita e la salute va e viene, è una inaspettata morsa al cuore attendere i risultati di quegli esami importantissimi – e, pensiero spaventoso, se il bambino non fosse sano? - e vedere come, nonostante gli ormoni rendano lei emotivamente fragile e vorace, il desiderio di cercarsi non manchi mai. (7,5)


The Affair
Stagione II
Scrittore sposato e padre di quattro figli, quarantenne di bell'aspetto e antica ambizione, perdeva la testa e il sonno per una cameriera dal sorriso sfuggente, durante le vacanze al mare, a casa dei facoltosi suoceri. Lei, agli occhi di lui seducente e fatale, in realtà aveva un lutto nel cuore – e un cuore, poi, lo aveva ancora? - e la paura dell'acqua: sposata per inerzia, ma purtroppo mancante di una parte vitale. Le bugie, il sesso di fretta, gli incontri rubati. Una relazione extraconiugale da nulla, un'avventura estiva per sentirsi giovani e contenti per un po', aveva avuto un esito imprevisto: felice per alcuni, infelice per altri. Dipende dall'occhio di chi guarda. L'abbandono dei rispettivi compagni di vita, la convivenza, un bambino in arrivo: la scappatella, tra confessioni dolorose e addii provvisori, era diventata amore vero. Il sesso occasionale, un divorzio: in mezzo, però, interrogatori serrati e il mistero. Nel primo The Affair, uno dei debutti più memorabili dello scorso anno, c'erano le molliche di pane di un giallo da risolvere: chi era alla guida dell'auto che ha ammazzato il subdolo Scott Lockhart? Si ritorna, intrigati al solito, sulla scena del crimine passionale – e, questa volta, si fa la spola tra la quieta Mountak e la città, luogo cardine di nuove tentazioni e svolte -, e qualcosa è cambiato. In tutti loro e nella struttura. I punti di vista raddoppiano e si triplica l'impegno di sceneggiatori e interpreti. I dialoghi realistici, gli inevitabili faccia a faccia e le litigate furibonde si fanno più intense, se a raccontarsi a cuore aperto sono anche i traditi: un Joshua Jackson con la pancia da birra, che torna a riporre fiducia in Cupido, romantico per natura, d'altronde, sin dai tempi di Dawson's Creek; una grande Maura Tierney, in cerca di ripicche da poco e della forza espressiva che, dopo tante partecipazioni in tivù, avevamo dimenticato. Il tempo cura la ferite: si resta in buoni rapporti, quando un matrimonio finisce, e i rimpianti si mettono da parte. Ma l'amore finisce così? Nel frattempo, Noah e Alison sembrano perfettamente realizzati: lui è un romanziere di successo, lei ha ripreso l'università e, dopo la perdita di Gabriel, aspetta un altro figlio. La spiaggia di notte e la clandestinità, però, hanno dato a lui una storia – il suo best seller parla di loro, coi toni pruriginosi che piacciono alle lettrici delle Sfumature di grigio – e a lei un'ennesima etichetta mortificante – l'amante può diventare moglie? Noah, non diversamente, si domanda: un uomo buono, mediocre, può essere un uomo grande? In un finale carico di colpi di scena, sospeso e orchestrato con lucidità, il duo diventerà triangolo, sulle note di una brilla ma magistrale The House Of The Rising Sun e di uno schianto che uccide. Dominic West, recidivo e granitico, ci terrà in scacco con un estenuante botta e risposta tra lui, artista in crisi, e la strizzacervelli Cynthia Nixon; la rivelazione Ruth Wilson, a lungo spenta, nei suoi vestitini floreali di casalinga e mamma, farà sentire una voce che pesa, sovvertendo i fragili equilibri raggiunti dai piatti della bilancia. (8)

You're The Worst
Stagione II
Gretchen e Jimmy, nemici giurati dell'amore, alla fine aveva ceduto al lato scuro: la convivenza. Mentre si tiravano le conclusioni della prima stagione, li vedevamo già provati e molto titubanti. Quanto avrebbero resistito? Se Edgar, reduce di guerra, sogna di andare a vivere con l'innamorata di turno e la sfacciata Lindsay, all'indomani del divorzio, si consola con gelato in quantità industriale e esilaranti piani di vendetta, in Gretchen – sfrontata e spensierata a forza – qualcosa si spezza. Abbandona il letto nel cuore della notte e piange in macchina. Spia i vicini felici, sognando la loro vita. Si ammala di depressione e non chiede l'aiuto di Jimmy che, checché ne dica il titolo, è andato a vivere con lei pronto al meglio e non al peggio. Ogni persona ha ombre nel passato e Jimmy, scappato da una famiglia chiassosa, avrebbe voluto vivere la convinvenza con serenità. L'egoismo sarà più forte di questo loro grandissimo non-amore? You're the worst, la sexy e divertente rivelazione Fox dello scorso anno, creatura estiva per eccellenza, è ritornata in autunno, con tre episodi in più e nuove tematiche. L'incesensurato Amici di letto a cui ci eravamo subito affezionati si scopre cresciuto. Diverso, nel bene e nel male. C'è più spazio per gli altri, si fa meno all'amore e, cose che capitano con la convinvenza, della persona con cui dividiamo il letto si scoprono le segrete debolezze. Come Jimmy, si è messi perciò davanti a una scelta. Abbandonare la nave che affonda, oppure rimanere accanto all'adorabile Aya Cash, che questa volta si concede di meno, ma si impegna di più? Per me, che nei precedenti episodi avevo trovato uno script brillante ma una certa ripetitività, la maturità fa tanto bene a un nuovo ciclo di You're the worst. La solita scrittura moderna e graffiante, la leggerezza che ha un suo peso specifico, gli attori in parte. Anche se il rischio di non prendere le loro storie sul serio, coi toni sopra le righe e il linguaggio colorito, era forte. Ma andava corso, suppongo, per scoprirsi adulti a trent'anni suonati. (7)  

Please Like Me
Stagione III
Vitale presenza nei famosi listoni, lo scorso anno, una freschissima comedy australiana che – a colpi di testa, colore, umorismo – era sbucata dal nulla per tenermi compagnia, con i suoi bizzarri personaggi extraterrestri, i cani a pelo lungo che stanno invecchiando, le torte fatte in casa. E quella sigla irresistibile che ti entrava in testa, invitandoti a fischiettare e a unirti a loro, tutti presi dalla convivenza, da relazioni sentimentali che cambiano dall'oggi al domani, dai preparativi per le affollate serate in famiglia. La storia di Josh – da etero a omosessuale senza drammi esistenziali – mi aveva fatto conoscere il talento sorprendente di Josh Thomas, attore protagonista e autore, e risate disimpegnate ma non troppo. Avevo visto la prima stagione, poi subito recuperato la seconda: con una maratona in piena regola si colmava la mancanza, anche se a rischio c'era che il tutto potesse venirmi leggermente a noia. Stessa sensazione prevale, ma più forte, durante il terzo anno in sua compagnia. Dieci episodi piacevoli e ben scritti, ma in cui ai personaggi accade poco. Il coinquilino Tom si innamora, ma pensa alla ex; i genitori vanno in crisi, di nuovo; la famosa ex, la bellissima Claire, ritorna a casa e semina dubbi. Josh, in tutto ciò, si prende cura del bisognoso Arnold: ragazzo fragile e tenero, a cui volere bene come un cucciolo; ma sarà davvero la scelta intelligente, se un sito d'incontri – i due, per un po', hanno deciso di essere una coppia aperta – gli fa conoscere un'altra persona, che non è solo la storia di una notte e via? Nell'arco delle puntate, inoltre, la gallina Adele verrà sacrificata per una nobile causa: nella scena più simpatica e memorabile, i commensali le rendono omaggio pregando e intonando, stonati, un'assurda Someone Like You. Le chiacchiere fitte fitte come in un giovane Woody Allen, figure che – alla fine - poco osano combinare, il sonnecchiare sui proverbiali allori per la tanta sicurezza guadagnata. Quanto sei simpatico, Josh? E qui, purtroppo, quanto autoreferenziale? (6,5)

sabato 18 luglio 2015

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful II, Vicious II, Dr. Horrible's Sing-Along Blog

Penny Dreadful
Stagione II
Se ne stava ai margini del bosco di una favola dei Grimm, che mi tentava con le sue delizie. Irresistibili, le sue caramelle ingannatrici. Come quella Londra vittoriana, in cui pioveva notte e giorno e, in mezzo alle nebbie sul Tamigi, si muovevano creature spaventose e magnifiche. Nel lungo romanzo gotico con il marchio Showtime, potevi vedere – dalle vetrine di un elegante caffè, in una biblioteca proibita ai profani – i personaggi di Stoker interagire con quelli di Shelley o Wilde. Tutti corollario, però, del fiore Vanessa Ives: bellissima dama a lutto, corteggiata dal Male e minacciata dai suoi emissari. In sincerità, non sapevo se fossi rimasto più affascinato dai giochi delle trame o dagli occhi di quella Eva Green come non l'avevamo mai vista. Inspiegabilmente ignorata alla stagione dei premi – come le colleghe  Maslany e Rossum – su questo blog aveva guadagnato scettro e corona. Aspettavo lei – e le sue metà oscure - per una seconda stagione: ha avuto due episodi aggiuntivi, il nuovo Penny Dreadful, ma mi è sembrato che avesse una durata ridotta; che lasciasse di meno. Leggo che, altrove, ha convinto gli scettici e non posso che esserne contento: merito loro il rinnovo. Da parte mia, questa volta, l'accoglienza intipiedita di turno. Mi ha appassionato meno che in precedenza. Ethan Chandler aveva rivelato nel season finale la sua natura di licantropo; Sir Marcolm trova l'amore di una donna di mezza età con un brutto segreto; Victor Frankenstein – mentre la sua Creatura viene assunta in un museo delle cere – dà nuova vita alla sfortunata Brona, e se ne innamora; Dorian Gray, da Parigi, ha portato con sé un amante en travesti che potrebbe scoprire l'enigma della sua eterna giovinezza; Vanessa è spinta sempre di più verso il baratro da congreghe di aristocratiche streghe che l'hanno promessa a Lucifero. Non si può certo dire che gli sceneggiatori, artefici di alcuni dei dialoghi più precisi a cui abbia prestato di recente ascolto, siano rimasti con le mani in mano. Quel che manca, e che invece è elemento fondamentale in serie come Sense8, è la coesione: il serial conserva la sua natura quasi antologica, dando in un episodio risalto a una vicenda, in un altro episodio risalto ad un'altra. Una scelta accurata (e comunque poco saggia) o un montaggio che non ha la giusta fluidità? Penny Dreadful è una giostra che tocca il cielo quando c'è la Green in scena e la terra quando, escludendola del tutto da una puntata, ci si concentra sui comprimari. E si rischia, così, che la curiosità si eclissi. Colpa, in particolare, di un Josh Hartnett legnoso e di Reeve Carney, un Dorian imberbe che mi aveva reso dubbioso già in passato e che adesso, complice una scrittura che ha cura soltanto del poco che fa a letto, sembra ancora più acerbo. Una parola in più andrà spesa per una superba Billie Piper che, sboccata e coraggiosa, si ribella alle pretese del suo creatore. Tra le cose belle, e non si fa fatica a ricordarle, una pioggia di sangue durante una cena di gala, il valzer di Dorian e Lily crivellati dai proiettile, il bacio delicato dato al più assenanto dei mostri e la visione di una Green splendida, sorridente, di bianco vestita. (7)

Vicious 
Stagione II
Ho dovuto aspettare poco per trovarli dove li avevo lasciati. Sul divano, tra la porta d'ingresso, la cucina in cui sonnecchia il loro cane invisibile, le scale. Sono stato fortunato: in realtà, coloro che hanno scoperto questo Vicious nel 2013 hanno dovuto aspettare due anni, per ridere di altri sei episodi. Non sapevo fosse nemmeno ripartito, finché non mi sono trovato i faccioni di Stuart e Freddie – con uno sfondo blu alle spalle – su uno dei soliti siti di streaming: agli inizi di giugno, la strana coppia che – sul finire dell'anno vecchio – mi aveva regalato le risate più intelligenti e cattive, era tornata a far danni. Confermato il cast e quello scenario da sitcom tradizionale – che ha bisogno di un salotto e di grandi attori per funzionare: poco? - che questa volta si amplia un po', seguendo gli arzilli protagonisti all'esterno. Stuart e Freddie – gli scortesi innamorati che avevano fatto outing intorno ai settanta, gioia e tormento dei loro amici intimi – si iscrivono in palestra, vanno a scuola di ballo e, per un paio di episodi, prendono strade separate. Scoprono il fuori e la crisi del cinquantesimo anno. Ad aprire loro nuovi orizzonti e, come sempre, ad unirli, il fandom più caloroso che pensano di avere – dico pensano perché non hanno visto noi quando bene vogliamo a entrambi: il fratello Mason, la smemorata Penelope e, soprattutto, i personaggi interpretati da colei che fu la ragazza di Hagrid – un'irresistibile Frances de la Tour – e dal premuroso Iwan Rheon, che so essere cattivissimo (e bravissimo) in Games of Thrones. Mattatori, quel Derek Jacobi dalla carriera iniziata quando nessuno di noi, o dei nostri genitori, era al mondo e soprattutto Ian McEllen, che in comune con Rheon e la giunonica Frances ha tempi comici prodigiosi e la partecipazione memorabile a serie fantastiche. Qui sarà un altro anello la causa di un altro viaggio – nel passato della coppia, verso alternative che non soddisfano perché il cuore, e le battutacce sferzanti, hanno una casa sola. Le risate e gli sketch funzionali non si contano, in una produzione brevissima che ha tre cose che mi piacciono tanto: accento inglese, anziani più vitali di me, umorismo fulminante. Il difetto, lo stesso dell'anno scorso – o di due anni fa, okay. I soli centoventi minuti complessivi: ci vuole tanto per averli qualche giorno in più come ospiti? Così è iniziato e così è finito: un giorno mi trovo davanti il primo episodio, infatti, e un giorno l'ultimo. Ma perdoniamo volentieri la fretta, grazie ai nuovi inizi celebrati nell'ultimo episodio e alla scena conclusiva, che è tenera come non ci saremmo mai e poi mai aspettati da queste due carogne. (7,5)

Dr. Horrible's Sing-Along Blog
(mini)webserie
Come si passa da amorevole vicino di casa a genio del male? Come si diventa un supercattivo dei fumetti? Lunga la strada da fare. Ma qui, in quel Dr. Horrible's Sing-Along Blog che mio fratello mi propina da anni, le tappe salienti ci vengono riassunte in tre atti, per un totale di quaranta minuti. Mio secondo approccio, questo, dopo What Lives Inside, col mondo delle webseries. Continuerò forse a non capire il senso di questi esperimenti – perché prendere bravi attori, e in questo caso un autore culto, e realizzare prodotti così brevi? - ma questa volta è andata meglio. E, nonostante l'ottimo Daredevil targato Netflix, il cinecomic continuerò a non tollerarlo, ma Dr. Horrible – tascabile, visto dalla prospettiva dell'antagonista, intonato – è un ragionevole compromesso: si parla – e si canta – delle disavventure di un aspirante villain, innamorato della ragazza sbagliata e infastidito da un supereroe vanesio e fanfarone che vorrebbe salvare tutto e tutti, e soprattutto essere sommerso di attenzioni. Inevitabilmente, anche di quelle della Mary Jane di turno, conosciuta dal protagonista in lavanderia – come in una perfetta commedia indie – e vittima del fascino portentoso di Captain Hammer. Dottor Horrible – Billy, per gli amici – riuscirà mai a entrare nella squadra dei cattivi e a conquistare Penny? Come in Galavant, si prende un genere tutto azione e lo si personalizza a suon di canzoni e, orecchiabili e tutto, gli inserti da musical, qui, sono anche bellissimi. Non a caso questi quaranta minuti, per gli appassionati, sono un tormentone e si sono guadagnati, al tempo, un Emmy. Ma sarebbe meglio dire che Galavant è come Dr. Horrible's, uscito nel 2008, fortunatissimo e scritto e diretto da uno che non ha bisogno di pubblicità: Joss Whedon, geniale soprattutto – e non me ne volete – quando è lontano dagli Avangers. Simpatia, originalità e attori presi dal piccolo schermo,  così noti che verrebbe da chiedersi come mai le confessioni di questa pecora nera non siano state sviluppate in altro modo, magari a mo' di telefilm vero e proprio. Il protagonista, infatti, è un Neil Patrick Harris che già ci ha stupito altrove con la sua duttilità; il Nathan Fillion di Castle, piacione e intonato; la carinissima Felicia Day, che ricordo per un ruolo secondario in Supernatural. Come aiutante, inoltre, il genio del male ha Simon Helberg, che in The Big Bang Theory è quel tipo sospetto dai maglioncini a collo alto e dalle camicie a rombi: non mi piace il cinecomic, non mi piace Big Bang, quindi non mi prendo la briga di cercare il nome. Ma mi è piaciuto Dr. Horrible's Sing-Along Blog, che è una discreta figata, anche se il suo formato ridotto mi confonderà a vita. (7,5)