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sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)