Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty
pleasure è servito.
9. Storia della bambina perduta – Rai Play
Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si
chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.
8. Qui non è Hollywood – Disney Plus
Un agghiacciante caso di cronaca diventa una
miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori
interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.
7. Dostoevskij – Sky
I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a
puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente
tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True
Detective.
6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky
La leggendaria storia degli 883 per
raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo
otto ore, perfetto anche per i non fan.
5. Kaos – Netflix
Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e
potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non
eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola
stagione.
4. The Bad Guy – Amazon Prime Video
La serialità italiana e la mafia: storia di
una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa
commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte
di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.
3. Baby Reindeer – Netflix
Una miniserie shock per svelare il più grande
dei tabù: la vulnerabilità maschile.
2. Expats – Amazon Prime Video
Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma
lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong.
Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.
1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky
È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è
attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti.
Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star.
È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata
anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due
stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo
Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice
coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo.
Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene
incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi
soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di
Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una
rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra
pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma,
nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei
Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast
in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza
e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco
acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non
mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più
cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)
Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima
stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo
giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e
Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta,
aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che
la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il
suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti,
silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La
migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di
un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai
dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano
inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e
una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i
misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori,
Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è
l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza
altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante.
(7,5)
Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma
ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e
sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa
è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata
da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli
D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è
Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da
Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre
nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi,
quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più
intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una
impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il
risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico.
Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli
altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te.
Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine.
(7,5)
Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per
recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da
sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia
per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta,
la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della
musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per
imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo
impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic:
un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione,
sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i
giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al
cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino
Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia
Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che
somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una
star. (8)
Zerocalcare
torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è
sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si
ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la
spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico
d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per
immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul
destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto
assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto
il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore
e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma
mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro
è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può
permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo?
Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno
filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso
didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per
Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami
travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della
struggente Strappare
lungo i bordi mi
srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio.
(6,5)
Un'adolescente
cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i
loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per
introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora
vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine
insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema
dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good
Mothers è una storia vera che
racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno
civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni
caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a
Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a
Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle
trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla
vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che
comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e
Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza
e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben
più del patinato Ti mangio il cuore.
(7,5)
Avevo
letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente,
mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria.
Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in
realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà
creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La
vita bugiarda degli adulti è
una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look
anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio –
piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria.
Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato
oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano
che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse,
come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le
luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come
noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile
lirismo. No, non è L'amica
geniale.
Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende
facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei
genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli
sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto.
(7,5)
Non
era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione
impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della
tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione:
con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro.
Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai
e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno
accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina
dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi –
sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più
carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita
Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei
silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e
professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a
volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle
scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina
disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma
incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia
è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di
Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta,
televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)
Sullo
sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della
prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia
Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca
prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a
puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani,
diventa quella di una sexy Signora in giallo con
il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere.
Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa
abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora
modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period
drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già
confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet
strizza l'occhio a Dickinson
e The Great, ma la
vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di
partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche
oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a
meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è
mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero
urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e
venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)
Chi
non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere
agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato
in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura –
dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e
stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita
privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt
un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo
vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no?
Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope,
ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino
Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con
l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo
personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si
libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare
pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai
tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve
destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare
d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica,
Call My Agent è un
tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris.
(7)
10.
Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un
dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto
oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e
scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo.
9.
This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che
entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto.
Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro
ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.
8.
La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per
raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di
tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente,
si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya
Taylor-Joy.
7.
Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione
sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La
scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del
girl power, contro le molestie subite.
6.
Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato,
cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello
invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un
esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di
episodi di genialità superiore.
5.
Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent
Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e
incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con
immagini di un lirismo che commuove nel profondo.
4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di
guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso
sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia.
Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o
degli angeli.
3.
Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un
futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie
più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare
incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma
noi no.
2.
L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre
meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste
sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per
la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.
1.
Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca
straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane
Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie
così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri.
Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.
Ho
rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù,
per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una
nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una
specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui
ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non
necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo
conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il
più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del
genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria,
amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le
avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale,
davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù:
dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il
pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il
matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi
accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata
in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova,
Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine
a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.
Ah,
che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e
significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è
costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida
di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il
Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli
uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e
la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante
il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente
attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle
origini dove nel frattempo Lila – brillante
autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli
Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per
un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle
siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel,
al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come
non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due
amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate
dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. Nella prima parte –
un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole
Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila
da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le
dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno
imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di
disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una
seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi –
penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e
diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli
attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio,
fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al
cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica,
dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più
che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en
passant attraverso salti ed ellissi.
Voler
bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a
condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre
avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno
l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza.
Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un
solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche
quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo,
se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e
invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se
no cado giù.
Storia
della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio
sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere
sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale?
Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e
un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare
un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per
iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta –
tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che
contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la
bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune
delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e
deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici
in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi,
ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro
all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue
ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive
china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso
la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno
spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte
ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal
passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai
fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta
sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte
integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella
chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà
salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in
un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio
Se
non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto
attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una
ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la
grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo
soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù,
immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della
fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente
appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse
lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a
sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di
comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema
sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone,
fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi
centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana,
coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza
dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza
l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le
protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i
ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno
al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba
come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori
emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la
prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso
particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che
si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole –
né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a
malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette
anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo
pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente,
carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno
beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già
accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi
sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti?
Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da
spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è
giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro
amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione
irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le
foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e
ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù –
Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella
figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi
spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)
Lo
spunto è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno
del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di
serie. I protagonisti di The Good Place – comedy
fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata
quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati
da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato
guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a
fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più
iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i
problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche
perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha
collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un
errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a
lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato
oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a
soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno
insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese
Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason,
monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di
lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa
serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa
instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i
punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è
difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima
stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un
twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica;
i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’
monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita
tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì, purché
sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un
green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta
sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona
alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita
davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in
prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può
rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una
giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare,
per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la
morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)
Dopo
la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le
mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi
sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi
dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In
passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del
rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono
intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli
impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in
definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo
capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano
tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto
all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto
anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra,
bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo
battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a
frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni
d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente
avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono
entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto
grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho
apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto
Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla
mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'.
Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb
necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una
città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare
affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici,
ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per
un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un
quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che
la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata
davvero lungimirante?
Abbiamo
troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi,
farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda
resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a
tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa
è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto
di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi
riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi
ritrovi più.
Lila,
madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo
Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le
mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta
furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la
stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille
dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è
rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti;
dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che
potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel
calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si
trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei
calcolatori. Per una buona causa,
è giusto scendere a compromessi? L'amica,
trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da
film western. Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo
malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in
prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni
d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio
inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le
nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e
cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila
dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile
che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata
migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto
impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la
comparsa dell'indimenticato Nino?
Diventare.
Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per
la prima volta solo in quella circostanza. Io
volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed
ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera
passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare
qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila
diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il
mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo
ricominciare a diventare,
ma per me, da adulta, fuori di lei.
Si
parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci
si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi –
tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo
d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare,
delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non
tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono
le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli
squilli di un flirt.
Elena
Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le
pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli
ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare
questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei
personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di
allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base
alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto
bene, alle mie creature; ai figli miei?
Volevo
che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso
frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta,
mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di
meglio, voglio
che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi
sono io se tu non sei brava, chi sono?
Ho
terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato,
turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi
metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno
accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della
ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o
la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il
terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di
Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile
verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a
mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un
capitolo filler. Ma
l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà
dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o
resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao
Cercava
l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha
tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena
Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un
assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione
altrui, confesso di non essermi mai posto domande. Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa
farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di
quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani
senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa
di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo
volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera,
brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola
aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e
attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana,
sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del
giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è
stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le
parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente
contravvengono alla sua proverbiale timidezza.
La realtà
non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima
sempre scompostamente.
Preferisce
i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e
puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. Non è
una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film
con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su
Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto
quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che
esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di
fidarsi ciecamente. La preoccupano l'ascesa inarrestabile di
Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la
gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la
banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn.
Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano.
Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di
quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la
memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha
appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di
caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del
racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi,
ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per
tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine.
Sognare il
ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora
quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo
invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere
umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima.
Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è
nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un
po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno
dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno
con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più
paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.
Finestra
aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto
di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da
rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di
post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde
soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un
po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente,
non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue
figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità
intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza
orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace
di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli.
Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta
invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?
Dopo
anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e
incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al
rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a
cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di
cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai
del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione
televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva
quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso
generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città
costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti,
fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho
scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante.
Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da
vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di
quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo
la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno
ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli
sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e
pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche
consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino
e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle
orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse
inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza
sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate,
così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso
dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio
durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza
che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose
novelle.
«Non
volevo che mi vedessi.»
«Gli
altri ti possono vedere e io no?»
«Degli
altri non m'importa, di te sì.»
Se
moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire
lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo –
Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli
altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per
sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del
talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da
educare. Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni
immediatamente successivi. All'una tocca accettare a malincuore le
leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche
economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in
casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel
negozio a Piazza dei Martiri, i
privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con
le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della
“smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio
rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al
mare – quando non è lei l'anima della festa. Quanta verità c'era in quella frase,
leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io?
Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù –
raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione,
confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni
voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione,
infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha
scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del
quartiere: vittime
dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza
di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i
seni.
Anche
se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.
Via
gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei
brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità,
e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori
posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo
provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per
qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile
contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi
orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere
fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani
lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si
alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una
corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In
principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano
sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza.
Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi
fare a metà di tutto.
Com'è
facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti
salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro
di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più
complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il
nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari.
Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua
e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].
Rispetto
al primo
romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a
sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione.
Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra
Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del
calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai
familiare. Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce
ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano
cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella
parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni
estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da
viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le
apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della
tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel
costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si
cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e
lontano: irraggiungibile? Storia
del nuovo cognome è
il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume
in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno
per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi
alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e
viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono
diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore
dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Quand'è
che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di
stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.
9.
Killing Eve
Produzione
BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti
prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una
seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in
cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi
che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.
8.
American Vandal
Un
giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo
l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per
vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni,
dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.
7.
The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco
Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi
cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi
numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a
personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito
fulminanti, gli invidiabili colori pastello e
un'eroina contro i tabù.
6.
The Affair – Stagione IV
Ci
sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso,
nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni
struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si
prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di
dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche
di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece,
sfiduciato, davo già per persa.
5.
BoJack Horseman – Stagione V
Sempre
un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con
altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello
sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti
– viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in
onda. Magari in binge watching?
4.
Daredevil – Stagione III
La
serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che
lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli
affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir
atipica per il genere.
3.
Homecoming
Le
geometrie di Kubrick, gli split
screen di
De Palma, l'aspect
ratio di
Dolan. Esmail è andato a
scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che
più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma
non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.
2.
L'amica geniale
Le
abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo
riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele
conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha
compiuto il miracolo.
1.
The Hauting of Hill House
Si
confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una
terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini
impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze
buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono,
commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove
tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di
logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto,
direbbe Nell, sono coriandoli.
I PREMI COLLATERALI
Miglior
attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac),
Charlie Cox (Daredevil);
Miglior
attrice protagonista:Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan
(The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior
attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua
Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky); Miglior
attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale),
Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).
Muchacha
sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka
(Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello
e impossibile:Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham
(Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La
coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End
of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet); Nice
to meet you:Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale),
Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).
Sing
it back:I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs.
Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho
Killer:Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of
Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry
me a river:La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The
Haunting of Hill House), L'alzheimer di
Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's
talk about sex:Il ménage à trois (Élite),
L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops,
I dit it again – Guilty Pleasure:You, Élite,
The Generi