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lunedì 30 dicembre 2024

La mia top 10: Le migliori serie TV del 2024

10. Rivals – Disney Plus

Il sesso, gli scandali, la TV. Umorismo britannico e un trio in stato di grazia. Il guilty pleasure è servito.

9. Storia della bambina perduta – Rai Play

Lila e Lenù ci dicono addio. Con loro, si chiude una delle pagine più importanti della TV italiana.

8. Qui non è Hollywood – Disney Plus

Un agghiacciante caso di cronaca diventa una miniserie di impensata empatia, ingiustamente criticata dall’opinione pubblica. I tre protagonisti offrono le migliori interpretazioni dell’anno: altro che Hollywood.

7. Dostoevskij – Sky

I Fratelli D’Innocenzo dividono anche a puntate, con una serie di asfissiante cupezza, ma con un Timi talmente tormentato da ereditare a pieno titolo il distintivo dagli sbirri di True Detective.

6. Hanno ucciso l’Uomo Ragno – Sky

La leggendaria storia degli 883 per raccontare la provincia, gli anni Novanta, l’amicizia. Un feel-good movie lungo otto ore, perfetto anche per i non fan.

5. Kaos – Netflix

Gli dei, oggi. Intrighi, sesso e potere, per una trasposizione audace come nella tradizione di Luhrmann. Non eravamo pronti a questa ventata d’originalità: l'hanno cancellata dopo una sola stagione.

4. The Bad Guy – Amazon Prime Video

La serialità italiana e la mafia: storia di una lunga relazione. Mettete tutto in discussione, però, davanti a questa commedia nera che fa tramare lo Stato e le vene dei polsi. Lo Cascio è il Conte di Montecristo che né Niney né Claflin potranno eguagliare.

3. Baby Reindeer – Netflix

Una miniserie shock per svelare il più grande dei tabù: la vulnerabilità maschile.

2. Expats – Amazon Prime Video

Siete stanchi di vedere la solita Kidman – algida, manierata, noiosamente perfetta? Ammiratela qui, in un dramma lacerante tutto al femminile, in cui smarrisce il suo bambino a Hong Kong. Ma ritrova l’immensità di cui l’avevamo scordata capace.

1. L’arte della gioia – Prossimamente su Sky

È arrivata al cinema la scorsa estate, ma è attesa sul piccolo schermo al principio dell’anno nuovo. Preparatevi a essere sedotti. Spregiudicate e machiavellica, Golino conquista Cannes e consacra il talento di Tecla Insolia: è nata una star. 

venerdì 27 dicembre 2024

Made in Italy: The Bad Guy | Storia della bambina perduta | Qui non è Hollywood | Hanno ucciso l'Uomo Ragno

È una delle serie dell’anno corrente, ma lo sarebbe stata anche di quello passato. L’ho recuperata in ritardo, con ben due stagioni a disposizione. The Bad Guy non è ciò che sembra. Vedi Lo Cascio, leggi “mafia”, immagini la solita serie italiana: un giudice coraggioso, una lotta prometeica, una morte gloriosa. Dimenticatelo. Perché Nino, da anni impegnato nella caccia al latitante Suro, viene incastrato. Creduto morto, torna con una nuova identità. Non vuole vendicarsi soltanto del boss, ma dello Stato. Intrigante come il Conte di Montecristo, caustico come Walter White, un brillante Lo Cascio compie una rapida ascesa al fianco dei cattivi. Riuscirà a non sporcarsi le mani, tra pizzi, appalti e clan da aizzare l’uno contro l’altro? Dirige un duo, ma, nonostante lo splatter e l’ironia pungente, non si tratta dei Coen. Vulcanici e con ambizioni internazionali, Fontana e Stasi guidano un cast in stato di grazia – al suo meglio Pandolfi, sorprendente Catania, folgoranti Maenza e Caramazza – in una commedia nera che immagina un covo criminale in un parco acquatico e perfino il ponte sullo Stretto. Tra una risata e l’altra, non mancano cenni all’attualità né invettive. Nemmeno il Ministro degli Interni è senza colpe: ha assoldato il sicario Accorsi per mettere a tacere ogni dissenso. Il più buono, insomma, ha la rogna. Il più cattivo, invece, si è meritato una serie così. (8,5)

Lila e Lenù ci dicono addio per sempre. A sei anni dalla prima stagione, a dieci dall’ultimo romanzo, si congedano. Mazzucco e Girace, troppo giovani per interpretare due quarantenni, cedono il posto a Rohrwacher e Maiorino seminando qualche dissenso in rete. Mentre Maiorino non scontenta, aiutata da una forte somiglianza con l’interprete precedente e da una napoletanità che la rende, a tratti, troppo teatrale, Rohrwacher è stata una scommessa vinta: il suo accento lascia un po’ a desiderare, ma compensa con due occhi parlanti, silenzi pieni di significato e un fascino che ricorda quello di Monica Vitti. La migliore del cast, però, è Vitolo: nei panni dell’anziana Imma è di un’intensità straziante. Dirige Bispuri, finalmente una donna, e si nota dai dettagli. Entrambe nel rione, entrambe madri, le protagoniste tornano inseparabili come lo erano da bambine. Ma, tra le macchinazioni dei Solara e una tragica sparizione, perfino dieci episodi sembrano pochi per contenere i misteri della “smarginata” Lila. Nonostante la cura di regista e sceneggiatori, Storia della bambina perduta non è stata accolta all’unanimità: è l’adattamento più arduo dei quattro. Matura ma imperfetta, densa ma dalla forza altalenante, la quarta stagione ci lascia definitivamente orfani di Ferrante. (7,5)

Perché siamo tutti ossessionati dalle serie true crime, ma ci indigniamo quando a produrle sono gli italiani? Accolta tra polemiche e sabotaggi – troppo brutto il poster, troppo messa in cattiva luce l’innominabile Avetrana –, la serie del sorprendente Pippo Mezzapesa è da vedere senza pregiudizi di sorta. Asciutta e accurata, ma caratterizzata da uno sguardo fortemente autoriale a metà tra il cinema grottesco dei Fratelli D’Innocenzo e i southern gothic americani, non cede a facili illazioni. Qui non è Hollywood vuole raccontare l’irrequietezza adolescenziale, una provincia da Far West, lo sciacallaggio a opera di giornalisti e compaesani: mai proporre nuove ipotesi a proposito di colpevoli presunti o moventi. Quattro episodi, quattro punti di vista, un cast impreziosito da alcuni fra gli attori più intensi dell’annata: le irriconoscibili Perulli e Scalera, al centro di una impressionante trasformazione da Actors Studio, e uno struggente De Vita. Il risultato è un folk horror dall'impianto originalissimo. Un meticoloso scavo psicologico. Un’ode alle gioventù invisibili, mentre i Queen cantano di eternità e gli altri, indifferenti, passano oltre: perché il tuo caso, Sarah, ormai conta più di te. Questa serie, a quindici anni dal delitto, ripristina finalmente l’ordine. (7,5)

Non è necessario essere fan accaniti della musica degli 833 per recuperare e amare la serie TV a loro dedicata. L’ottimo Sidney Sibilia, da sempre appassionato di strane storie vere, utilizza l’ascesa del curioso duo di Pavia per raccontarci la provincia italiana, l’industria musicale degli anni Novanta, la storia di un’amicizia lunga e ispiratissima. Dalla scoperta casuale della musica (tutto per conquistare la ragazza più bella del liceo) alla fatica per imporsi (a dispetto del successo istantaneo riscosso, i nostri eroi erano considerati troppo impresentabili per la televisione), la prima stagione della serie Sky è molto più che un canonico biopic: un feel-good movie lungo otto ore che funziona sia come appassionante romanzo di formazione, sia come juke-box tutto da cantare. Tra disavventure rocambolesche e cameo divertentissimi (i giovani Fiorello, Jovanotti, Maria De Filippi), Hanno ucciso l'Uomo Ragno si rivela un’ode al cuore puro di Repetto. Max Pezzali cantava. Cosa faceva, invece, il danzerino Mauro? Ancora prima che esistessero, era il più grande fan degli 833. Come Elia Nuzzolo, bravo ma acerbo, avremmo tutti bisogno di un motivatore che somigli a Matteo Oscar Giuggioli: è nato un nuovo stato d'animo, è nata una star. (8)

giovedì 27 luglio 2023

Il sesso (Made in Italy), il sogno (Made in Italy), le serie TV (Made in Italy)

Zerocalcare torna, dopo aver conquistato anche il piccolo schermo. Questa volta è sulla soglia dei quaranta, ironizza sul suo accento e, immaturo, si ostina a non prendere il carrello al supermercato ma a portare la spesa in equilibrio tra le braccia. Il ritorno di Cesare, amico d'infanzia, e le polemiche intorno a un centro d'accoglienza per immigrati lo porteranno a riflettere sulle cattive compagnie, sul destino, sui mostri dell'ignoranza. In una Tor Bella Monaca sotto assedio, Zero porterà alla luce contraddizioni finora nascoste sotto il tappeto. Pop, poetico, politico, il fumettista presta penna, cuore e voce ai personaggi a cui ormai abbiamo imparato a volere bene. Ma mentre Secco propone il gelato come cura di ogni male, a questo giro è Sarah a farci meditare amaramente: quale idealismo può permettersi una docente vittima del precariato e dell'immobilismo? Tutto fila in fretta; forse troppo? Questa nuova stagione, meno filosofeggiante e più satirica, non riesce a sottrarsi a un diffuso didascalismo. Ho pensato che la proporrei ai miei alunni per Educazione civica. A loro piacerebbe parecchio questo bignami travestito da guerriglia civile. Ma dall'autore della struggente Strappare lungo i bordi mi srei aspettato qualcosa di più personale, più sincero, più mio. (6,5)


Un'adolescente cerca la madre scomparsa. Due madri cercano un futuro migliore per i loro figli. Una pm caparbia e spietata, invece, cerca una breccia per introdursi nei covi della Ndrangheta. La forza delle donne – ora vittime della violenza delle famiglie, ora della solitudine insopportabile dell'isolamento – farà crollare il sistema dall'interno. Commovente, epica, tesissima, The Good Mothers è una storia vera che racconta la cronaca con i mezzi e l'emozione del cinema di impegno civile. Il pensiero va alle donne che non ce l'hanno fatta. In ogni caso, non hanno perso la battaglia. L'hanno lasciata in eredità a Gaia Gerace, che con il suo fare ancora acerbo conferisce innocenza a Denise Cosco; a Valentina Bellè, camaleontica come la migliore delle trasformiste hollywoodiane, che ruba le sigarette e l'accento alla vera Giuseppina Pesce; a Barbara Chicchiarelli, sbirra gelida, che comunica fermezza e acume in ogni sguardo. Dirigono Fellowes e Amoruso, tra Regno Unito e Italia. E in sei episodi, con asciuttezza e onestà, vincono al Festival di Berlino e conquistano plausi ben più del patinato Ti mangio il cuore. (7,5)

Avevo letto il romanzo ai tempi della pubblicazione. Scritto divinamente, mi aveva lasciato poco, se non il ricordo di una prosa sanguigna e il ritratto di un'adolescenza contraddittoria. Troppo esile e lineare per una miniserie di sei ore, diventa in realtà un intrattenimento di altissimo livello grazie alla libertà creativa che Netflix ha concesso a Edoardo De Angelis. La vita bugiarda degli adulti è una parabola eccezionalmente “grunge”, maleducatissima, dal look anni Novanta e dal comparto tecnico da applausi: il quinto episodio – piccolo capolavoro – ricorda il meglio di Euphoria. Giordana Marengo, bella ma troppo acerba, viene condotta nel lato oscuro da una Valeria Golino in stato di grazia: chi se le scordano che ballano Edith Piaf in terrazza e immaginano di volare? Forse, come accaduto con il romanzo, scorderò il resto. Ma la musica, le luci al neon, il sangue negli occhi e i dialoghi sputati fuori come noccioli di ciliegia garantiscono ai cinefili momenti di memorabile lirismo. No, non è L'amica geniale. Giovanna non è né Lila né Lenù e non sempre si comprende facilmente. È una protagonista imperfetta. Ma anche lei, come quei genitori che tanto biasima, ci incanta con le bugie dei suoi ribelli sedici anni: van dette, a volte, perché sono più belle del resto. (7,5) 

Non era il romanzo più giusto da cui aspettarsi una trasposizione impeccabile. Storia di chi fugge e di chi resta, terzo capitolo della tetralogia dei record di Elena Ferrante, è un'opera di transizione: con il senno di poi, il romanzo che ho meno apprezzato fra i quattro. Come sempre fedelissima al materiale di partenza, la coproduzione Rai e HBO ne trae pregi e difetti. Il risultato sono otto episodi meno accattivanti dei precedenti, in cui la metamorfosi fiorentina dell'irrequieta Lenù – ormai moglie, madre, scrittrice in crisi – sottrae spazio vitale alle vicende del rione e, dunque, alla ben più carismatica Lila. A pagarne caro il prezzo è soprattutto Margherita Mazzucco: una Lenù esemplare – nell'apatia, nell'antipatia, nei silenzi, negli sguardi giudicanti –, ma anagraficamente e professionalmente troppo acerba per sostenere il peso della serie: a volte, appare una ragazzina vestita da adulta e specialmente nelle scene di sesso con Matteo Cecchi – un Pietro bravissimo – semina disagio nello spettatore. Gaia Girace, invece, si conferma incandescente. Dispiacerà non rivederle, il prossimo anno, ma saggia è l'idea di preferire loro attrici più mature. Bocciata la regia di Lucchetti: dopo i picchi di Costanzo e Rohrwacher, appare piatta, televisiva e con dissolvenze imperdonabilmente kitsch. (7)

Sullo sfondo della mia bellissima Torino, la storia in salsa pop della prima avvocata italiana. Radiata dall'ordine in quanto donna, Lidia Poet viene riscattata su Netflix in una serie che cavalca prevedibilmente e facilmente l'onda del femminismo. La sua storia, a puntate e rigorosamente romanzata per ammiccare ai più giovani, diventa quella di una sexy Signora in giallo con il pallino della disobbedienza civile e dei gialli da risolvere. Questa Lidia impreca, si barcamena i triangoli sentimentali, indossa abiti straordinari e si muove a ritmo su una colonna sonora modernissima. I discendenti dell'avvocata e gli amanti del period drama rigoroso, però, borbottano. Piacevole e nulla più, già confermata per una seconda stagione, La legge di Lidia Poet strizza l'occhio a Dickinson e The Great, ma la vecchiezza della scrittura tradisce in parte le buone premesse di partenza. Nota di demerito a Matilda De Angelis: richiesta anche oltreoceano e solitamente in parte, l'attrice bolognese indossa a meraviglia gli abiti d'epoca confezionati dai costumisti, ma non è mai parsa così forzata e sospirosa nella recitazione. Potrebbero urgere i sottotitoli per decriptare suoi mille, inutili sussurri e venire a capo, così, della risoluzione del caso. (6)

Chi non vorrebbe lavorare al servizio delle star? Provatelo a chiedere agli agenti cinematografici di questa serie TV, remake – riadattato in chiave italiana e assolutamente vincente nella scrittura – dell'omonima produzione francese: sempre di corsa, competitivi e stremati, rimediano ai maggiori divi di casa nostra sacrificando vita privata e sanità mentale. Paola Cortellesi deve girare con Brad Pitt un ambizioso dramma storico, ma per i produttori americani è troppo vecchia per affiancare l'attore hollywoodiano: botox sì, botox no? Sorrentino pensa alla terza stagione di The Young Pope, ma sogna una papessa con il volto di Ivana Spagna: Madonna e Lino Banfi reciteranno nel ruolo dei genitori. Favino, alle prese con l'ennesima trasformazione fisica, non riesce ad abbandonare l'ultimo personaggio interpretato per un biopic internazionale: come ci si libera dell'accento di Che Guevara? Matilda De Angelis deve fare pubblicamente ammenda per un tweet frainteso: vietata l'ironia, ai tempi del politicamente corretto a tutti i costi. Accorsi deve destreggiarsi su due set agli antipod e, infine, e Guzzanti andare d'accordo con Emanuela Fanelli. Brillante, personale e autoironica, Call My Agent è un tuffo nel metacinema che delizierà gli appassionati di Boris. (7)

lunedì 28 dicembre 2020

[2020] Top 10: Le mie serie TV

10. Little Fires Everywhere: Washington e Whiterspoon sul ring di un dramma familiare con molta carne al fuoco. Nonostante non sia tutto oro ciò che luccica, lo scontro tra primedonne solleva fumo e scintille. Conturbante, come lo spettacolo del fuoco vivo. 

9. This is us – Stagione 4: Dopo una terza stagione tutt'altro che entusiasmante, era lecito aspettarsi un'ulteriore battuta d'arresto. Con la famiglia Pearson, invece, la magia è sempre di casa. Il loro ritorno in gran spolvero è il miracolo che nessuno si aspettava.

8. La regina degli scacchi: Una ricostruzione storica meticolosa e frizzante per raccontare le gioie e i dolori di una campionessa sulla bocca di tutti. Che Beth Harmon sia un personaggio d'invenzione, francamente, si fatica a crederlo. Il merito spetta alla performance iconica di Anya Taylor-Joy.

7. Sex Education – Stagione 2: Il secondo tassello di un'educazione sessuale e sentimentale per affrontare i tabù senza volgarità. La scena cult: le protagoniste sedute insieme all'ultima fila dell'autobus in nome del girl power, contro le molestie subite.

6. Kidding – Stagione 2: Giunto alla seconda stagione nell'anonimato, cancellato dai palinsesti senza grandi rumori, questo è il gioiello invisibile a cui tutti dovreste dare un'altra possibilità. Dopo un esordio già soddisfacente, il sodalizio televisivo tra Carrey e Gondry torna a regalare lacrime e risate, con un arco di episodi di genialità superiore.


5. Tales from the Loop: Se la pacatezza dei racconti di Kent Haruf conoscesse la fantascienza anni Cinquanta. Una serie poetica e incantevole, senza né incastri né spiegazioni, ma con immagini di un lirismo che commuove nel profondo.

4. We are who we are: Un teen drama d'autore ambientato in tempo di guerra, ma interessato a raccontare l'amore: soprattutto quello verso sé stessi. Il ritratto di una generazione diversissima dalla mia. Non la riconosco, ma mi affascina, al pari degli alieni o degli angeli.

3. Years and Years: Un'affiatata famiglia inglese sullo sfondo di un futuro distopico che somiglia tantissimo al nostro presente. La serie più rappresentativa del 2020, con una morale in cui confidare incrociando le dita: tutto passa – compreso l'irreparabile –, ma noi no.

2. L'amica geniale – Storia del nuovo cognome: Il romanzo è sempre meglio della trasposizione? Costanzo e le sue protagoniste sono pronti a farvi ricredere nella serie che il mondo ci invidia. Ansie e speranze per la terza stagione: il cambio di cast e regista si fa temere.

1. Normal People: Connell e Marianne, Marianne e Connell... Cronaca straordinaria di un amore ordinario, il best-seller della giovane Sally Rooney rivive in tutta la sua piccola epicità in una miniserie così compiuta sembrare un'epopea dei giorni nostri. Romantica, struggente, indie: sui social è già cult.

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

sabato 21 marzo 2020

Serie da recuperare in quarantena: Storia del nuovo cognome | The Good Place

Se non bastassero una sceneggiatura sopraffina, un cast scelto attingendo a piene mani dall’immaginario dei lettori e una ricostruzione storica curata nei minimi particolari, per suggerire la grandezza della seconda stagione dell’Amica geniale potremmo soffermarci su una scena della prima puntata: la sensibile Lenù, immersa nella volgarità del rione, si accorge all’improvviso della fine miserabile delle donne del quartiere; sfiorite paurosamente appresso a mariti prevaricatori e figli a cui badare. Desidera forse lo stesso per sé stessa? E per l’inseparabile Lila, costretta a sposarsi? È una sequenza d’insieme magistrale, popolosa di comparse e sottotesti, che lascia respirare aria da grande cinema sulla TV generalista – si pensa a Martin Scorsese e Sergio Leone, fino a omaggiare espressamente la Nouvelle Vague negli episodi centrali diretti da Alice Rohrwacher. Perché la serie napoletana, coprodotta da HBO e premiata dallo share, è un evento all’altezza dei best-seller che traspone. Storia del nuovo cognome alza l’asticella: è il romanzo che ho preferito della saga; le protagoniste vivono gli alti e bassi dell’adolescenza, maturano; i ribaltamenti sconvolgono spesso gli equilibri e le affinità. Stanno al passo la regia di Costanzo, a tratti ariosa e a tratti sghemba come un horror, e soprattutto gli interpreti. Il cast di attori emergenti non si lascia spaventare né dalla violenza dei temi – la prima notte di nozze di Lila è uno stupro brutale: un plauso particolare spetta all’interprete di Stefano, Giovanni Amura, che si sporca fino al midollo con un personaggio fragile ma spregevole – né dalle lunghe sedute di trucco e parrucco che il prossimo anno, a malincuore, non potranno far nulla per mascherare i soli diciassette anni di Margherita Mazzucco (silenziosa e riflessiva, con uno sguardo pieno di cose: un’eterna “quasi”) e Gaia Girace (struggente, carismatica, selvaggia: ora incantevole, ora strega dal ghigno beffardo). A causa di un importante salto temporale, come già accaduto in The Crown, gli attori cambieranno. I nuovi sapranno dare comunque un senso ai lunedì di Rai Uno, ormai sfitti? Saranno altrettanto bravi a farsi amare e odiare, al punto da spingere i social a commentare le puntate in tempo reale? Di ritorno da una vacanza indimenticabile, l’estate ischitana di Lenù e Lila è giunta al termine; la loro adolescenza finisce qui. E la loro amicizia singolare, fatta di supporto reciproco e competizione irrefrenabile? Nel dubbio che attanaglia, per fortuna, restano le foto ricordo di questi otto episodi da incorniciare. Li rivedremo e ci commuoveremo, nell’attesa, come accade alla madre di Lenù – Anna Rita Vitolo, straordinaria – davanti ai libri nuovi di quella figlia maggiore che non capisce; in cui non credeva, proprio come noi spettatori al debutto di questo gioiello. (8,5)

Lo spunto  è di quelli brillantissimi. Uno colpo di scena degno del cinema di Shyamalan, piazzato però volutamente in apertura di serie. I protagonisti di The Good Place – comedy fortunatissima, apprezzata da pubblico e critica, e terminata quest’anno dopo quattro stagioni – sono tutti morti. Affiancati da un’anima gemella, popolano un distretto ridente e colorato  guidato dal saggio Michael: un architetto celeste dai papillon a fantasia, con un’esilarante tuttofare – Janet, il personaggio più iconico tra tutti – e il vizio di prendersi troppo a cuore i problemi degli umani. Nella parte buona tutto è possibile. Anche perdonare qualcuno come la peperina Kristen Bell, che in vita ha collezionato peccati grandi e piccoli e lassù ci è finita per un errore del sistema? Circondata da anime pie, la protagonista a lezione di moralità farà di tutto per mimetizzarsi. Ma il lato oscuro la tenterà fino all’ultimo, rischiando di mettere a soqquadro un paradiso molto diverso dal cliché che ci hanno insegnato al catechismo. L’ereditiera dall’accento inglese Tahani, il professore scrupoloso Chidi e l’imprevedibile Jason, monaco buddista che ha fatto voto di silenzio, meritano forse più di lei una seconda chance? Centellinata in poco più di un mese, questa serie – snobbata ai tempi dell’esordio – è una sorpresa instancabile. Cambiano in fretta i ruoli di potere, gli scenari, i punti di vista, gli obbiettivi da raggiungere: al punto che è difficile parlarvene senza dire troppo. Il finale della prima stagione, in particolare, vi lascerà a bocca aperta davanti a un twist degno di Lost. Certo, non è tutto oro quel che luccica; i difetti abbondano. Ad esempio gli si rimprovera un andamento un po’ monotono, fatto di continui andirivieni, o la relazione poco sentita tra due dei protagonisti. Perciò che via vai sia, sì,  purché sullo sfondo di una mitologia accurata e ricca d’inventiva; su un green screen che qualche volta fa storcere il naso e qualche volta sorprende quando dirige Drew Goddard. Si ride tanto, ci si affeziona alle lotte dei protagonisti, ci si stupisce e si riflette. Chi merita davvero l’espiazione? Il male che abbiamo fatto può cadere in prescrizione? Perfino la perfezione assoluta, a lungo andare, può rivelarsi una gabbia soffocante? Per fortuna c’è sempre una giudice clemente, un cavillo tecnico, un’altra porta da varcare, per salvarci tutti dai proverbiali guai in paradiso. Cos’è la morte allora: una tragedia o il principio del lieto fine? (7)

lunedì 15 luglio 2019

Recensione: Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante

| Storia di chi fugge e di chi resta, di Elena Ferrante. E/O, p. 384, € 19,50 |

Dopo la promessa di rivederci presto, mi sono rimangiato le mie stesse parole: all'appuntamento con Lila e Lenù ho tardato. Mi sono presentato con sei mesi di ritardo, io che lo scorso gennaio mi dicevo eppure pronto, prontissimo, a proseguire nell'immediato. In passato avevo già fatto lo sbaglio di lasciare gli intrighi del rione per un lasso di tempo troppo lungo. Questa volta si sono intromessi a gamba tesa il tempo che scarseggiava sempre più, gli impegni per la stesura della tesi e qualche parere contro – in definitiva, tutt'altro che immotivato – che descriveva il terzo capitolo come l'ostico della serie. Avrei faticato, mi assicuravano tutti, a tollerare gli ennesimi sgarbi fra le due amiche; accanto all'asprezza della rapporto, inoltre, mi toccava mettere in conto anche le difficoltà del contesto storico – non più il dopoguerra, bensì gli anni della contestazione giovanile e del femminismo battagliero, della tentata rivoluzione proletaria. Ho fatto bene a frenare l'impazienza. Ad aspettare la rilassatezza di questi giorni d'estate rinfrescati dai temporali. Sarà perché debitamente avvisato, a sorpresa non ho fatto fatica. Anzi, quando ci sono entrato la cosa più complicata è stato uscirne incolume: tanto grandi sono l'immedesimazione e il trasporto, questa volta, che ho apostrofato le protagoniste con le peggiori parole – soprattutto Lenù, maestra di scelte incondivisibili – e per riprendermi dalla mia arrabbiatura, dai loro passi falsi, mi ci è voluto un po'. Capisco, adesso, la fatica della narratrice a mantenere l'aplomb necessario, le pose innaturali di signora perbene, ritornando in una città che ti tira fuori l'accento meridionale e la voglia di mandare affanculo gli automobilisti incerti. Il rione, il luogo delle radici, ti diseduca all'istante. Tornando a casa per un'occasione o per un'altra, si ha paura di rimanere incastrati per sempre lì. Un quartiere che è lo specchio di Napoli, o forse del mondo. Che la secondogenita dei Cerullo, non uscendo dal seminato, sia stata davvero lungimirante?

Abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. […] Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l'acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi ritrovi più.

Lila, madre del piccolo Rino e coinquilina senza vincoli del dolcissimo Enzo, lavora nella ditta Soccavo. Abusata e malpagata, schiva le mani viscide del proprietario e si trova coinvolta in una lotta furibonda fra il sindacato e il datore di lavoro. La tensione è la stessa che respirava da bambina, quando il tirannico don Achille dettava legge: l'incubo, nel fermento degli anni Sessanta, è rappresentato dagli scontri sanguinosi fra fascisti e comunisti; dall'ossessione di Michele Solara, innamorato non corrisposto, che potrebbe riscattare la giovane donna introducendo le tecnologie nel calzaturificio – operaia di giorno, infatti, di notte Lila si trasforma in un'autodidatta interessata al funzionamento dei calcolatori. Per una buona causa, è giusto scendere a compromessi? L'amica, trasferitasi a Firenze, la immagina intanto come una fuorilegge da film western. 
Lenù, comprimaria assorta al ruolo di protagonista suo malgrado, prende posto ai margini: mentre gli altri si schierano in prima linea, lei ha i suoi quotidiani da spulciare; i suoi quaderni d'appunti. Reduce dal tour promozionale di un esordio inaspettatamente controverso – come se non bastassero, poi, le nozze con l'integerrimo professor Pietro: scandalose giacché celebrate con il rito civile –, collabora con L'unità e cade vittima della sindrome post parto. Invidiosa, guarda Lila dall'alto al basso. Tutt'intorno va infatti affermandosi un modello femminile che, tanto inconsciamente quanto brillantemente, la spregiudicata migliore amica incarna da anni. Che Lenù possa avere la sua rivalsa, per quanto impigrita dalla maternità e dal blocco dello scrittore, con la comparsa dell'indimenticato Nino?

Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. Ed ero diventata, questo era certo, ma senza un oggetto, senza una vera passione, senza un'ambizione determinata. Ero voluta diventare qualcosa – ecco il punto – solo perché temevo che Lila diventasse chissà chi e io restassi indietro. Il mio diventare era diventare dentro la sua scia. Dovevo ricominciare a diventare, ma per me, da adulta, fuori di lei.

Si parla di piacere sessuale e pari opportunità. Di matrimoni di cui ci si stanca in fretta. Di personaggi meno numerosi che in passato, che qui si muovono però anche su altri sfondi – tutto il mondo, in fondo, è paese. Sono gli anni del terrorismo d'estrema sinistra e della confusione, delle droghe da sperimentare, delle rimostranze in pubblico e in privato. I telefoni fissi non tacciono un attimo, e la bolletta della luce sarà salatissima. Sono le interurbane delle amiche per curiosare nella reciproche vite, gli squilli di un flirt.
Elena Ferrante, spietatissima, le mette in vivavoce. A Lila e Lenù fa le pulci. Ce le rende due serpi antipatiche e opportuniste: sgradevoli ma perfino più che umane, sovrumane. Io, che da grande amerei fare questo mestiere, sarei in grado di raccontare il peggio dei personaggi principali – di una saga, per di più – senza aver paura di allontanare il lettore, che a torto giudica il libro in base alla simpatia del protagonista? Saprei volere male, non soltanto bene, alle mie creature; ai figli miei?

Volevo che si acquietasse ma lei non ci riusciva, mi rovesciava addosso frasi in disordine: non farmi leggere più niente, non sono adatta, mi aspetto da te il massimo, sono troppo sicura che sai fare di meglio, voglio che tu faccia meglio, è la cosa che desidero di più, perché chi sono io se tu non sei brava, chi sono?

Ho terminato Storia di chi fugge e di chi resta affascinato, turbato, ammiratissimo. Per le vie poco concilianti che imbocca, pur apparendo sempre coinvolgente. E per quei lati oscuri che mi metterebbe in soggezione scandagliare. Oggettivamente meno accattivante degli altri, è un plumbeo ingresso nell'età della ragione: mancano le magiche suggestioni di un'infanzia da monelle, o la spensieratezza dell'estate dei diciotto anni in quel di Ischia. Il terzo romanzo, un giro di boa, sa destabilizzare: manca il carisma di Lila, c'è troppa Lenù per i miei gusti, e la stizza indicibile verso l'epilogo ti farebbe dire alla storia grazie tante, a mai più rivederci. Ci si aspettava, infatti, un consolidamento; un capitolo filler. Ma l'autrice, piuttosto, ne fa una prova del nove per testare la fedeltà dei lettori, per vedere se – come da titolo – fuggiranno o resteranno. Signora Ferrante, io resto.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Luigi Tenco – Ciao amore, ciao

venerdì 31 maggio 2019

Recensione: L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante

| L'invenzione occasionale, di Elena Ferrante. E/O, € 18, pp. 113 |

Cercava l'anonimato, ma il passaparola ha fatto presto di quel nome di penna un mistero. La stampa, uscendo spesso fuori dal seminato, ha tentato di venirne a capo con mezzi leciti e non. Chi è Elena Ferrante? Un uomo, una donna, la creazione a tavolino di un assortimento di autori bravissimi? Rispettoso della discrezione altrui, confesso di non essermi mai posto domande. 
Le supposizioni mi hanno raggiunto, certo, ma cosa farsene? Tutto quello che c'è da sapere è contenuto fra le righe di quei romanzi che sto volutamente centellinando per paura di un domani senza l'amicizia delle geniali Lila e Lenù. Qualcos'altro, qualcosa di più immediato e personale, si scorge invece qui: in un bellissimo volume illustrato da Andrea Ucini, dove si registra un evento assai raro. Elena Ferrante si racconta in prima persona. A ruota libera, brutalmente sincera giacché non messa sotto torchio, mescola aneddoti autobiografici, riflessioni linguistiche, politica e attualità, ospite presso il Guardian. Una volta a settimana, sfidando l'ansia da prestazione, ha risposto così agli stimoli del giornale statunitense. Non si sentiva all'altezza, ma a sorpresa è stato semplice scrivere una rubrica su richiesta. Non le piace parlare di sé, tende a specificarlo qui e lì, ma non è una sorpresa se le parole – quelle scelte, argute, illuminatissime – puntualmente contravvengono alla sua proverbiale timidezza.

La realtà non riesce a stare dentro gli stampi eleganti dell'arte, tracima sempre scompostamente.

Preferisce i gatti ai cani, ha il pollice verde. Ama la lingua italiana e la forza viscerale del dialetto, non il campanilismo. Odia esclamazioni e puntini di sospensione, spesso inseriti a tradimento nelle traduzioni dei suoi romanzi, meno il candore dei luoghi comuni. 
Non è una mangiatrice vorace di pizza o spaghetti, dal momento che trova entrambi poco digeribili. Al cinema va a vedere i film con Daniel Day-Lewis; se potesse proporrebbe in sala una rassegna su Tarkovskij; mette bocca sul destino delle sue trasposizioni soltanto quando teme di essere fraintesa nel passaggio – di Maggie Gyllenhaal, che esordirà alla regia con La figlia oscura, ammette già di fidarsi ciecamente. 
La preoccupano l'ascesa inarrestabile di Matteo Salvini, gli sconvolgimenti climatici che le hanno rubato la gioia delle mezze stagioni, i lati oscuri delle Sacre Scritture, la banalizzazione del desiderio al tempo di YouPorn. Fumava, ma ora ha smesso. Usa il caffè come carburante e talismano. Sente nostalgia del vizio del fumo, mai del passato, ed è una di quelle persone che nelle foto e nei video si schermano con la mano per vergogna. Ha un senso dell'ironia per pochi, la memoria corta e, reduce da un apprendistato lungo e fatico, ha appreso la rarità delle amicizie elettive, l'importanza di caratterizzare protagonisti talora sgradevoli, l'urgenza del racconto. Ha sviluppato un'opinione per tutto, a furia di informarsi, ma raramente la impone al prossimo. È una donna contro, in tutto e per tutto, e la generosità di questo monologo che diventa magicamente colloquio, in fondo, ci rende onorati dall'inizio alla fine. 

Sognare il ritorno del passato è la negazione della gioventù e mi addolora quando scopro che a sognare quei sogni sono anche giovani donne. Amo invece i ragazzi che pretendono una vita buona per l'intero genere umano e si battono per dare al loro tempo una forma mai vista prima. Mi auguro che le mie figlie siano così a lungo. Poi – è nell'ordine naturale delle cose – invecchiando faranno posto a un po' di passato, e mi ritroveranno dentro di loro, scopriranno dettagli fisici, guizzi caratteriali, pensieri miei, mi accoglieranno con affetto. Come è successo a me con mia madre, non avranno più paura di essere se stesse, pur essendo anche un po' me.

Finestra aperta sulla routine delle sue stanze, interessante tanto dal punto di vista documentario quanto per la cura ineccepibile dell'edizione E/O, L'invenzione occasionale è bello da leggere e altrettanto da rimirare. Nel mentre l'ho sottolineato a matita e riempito di post-it colorati. Elena Ferrante, che alle interviste risponde soltanto per iscritto, dopo opportuna meditazione, è una persona un po' burbera, educata ma con distacco. Schietta e poco compiacente, non crede né nel Padreterno né negli psicoanalisti, ma nelle sue figlie – l'orgoglio di tutta una vita – sì. La curiosità intellettuale le toglie il sonno, vuole leggere e scrivere senza orari, a oltranza, e le storie che prende in prestito è poi incapace di riportarle senza taglia e cuci, aggiustamenti grandi o piccoli. Tutto diventa narrazione, così: anche la vita stessa. Anche, forse, questa intervista impossibile. Quanta invenzione c'è nella verità? Quanta verità, invece, nell'invenzione?

lunedì 14 gennaio 2019

Recensione: Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante

Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante. E/O, € 19,50, pp. 480 |

Dopo anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti, fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante. Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate, così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose novelle.

«Non volevo che mi vedessi.»
«Gli altri ti possono vedere e io no?»
«Degli altri non m'importa, di te sì.»

Se moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo – Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da educare. 
Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni immediatamente successivi. 
All'una tocca accettare a malincuore le leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel negozio a Piazza dei Martiri, i privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della “smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al mare – quando non è lei l'anima della festa. 
Quanta verità c'era in quella frase, leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io? Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù – raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione, confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione, infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del quartiere: vittime dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i seni.

Anche se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.

Via gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità, e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza. Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi fare a metà di tutto.

Com'è facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari. Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].

Rispetto al primo romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione. Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai familiare. 
Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e lontano: irraggiungibile? 
Storia del nuovo cognome è il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Nada – Senza un perché

domenica 30 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le serie TV


10. Kidding
Quand'è che lo spettacolo deve continuare? Se lo chiede un Carrey in forma smagliante, rinnovando su Showtime il sodalizio con Gondry. Ci mettono l'intensità del cinema indie, un po' di stop-motion, la malinconia degli ultimi sognatori.

9. Killing Eve
Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre poco sul serio. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti compresi.

8. American Vandal
Un giallo con le problematiche dei nostri ragazzi e gli incastri della Christie. Un esperimento sociale che schiera in campo l'intelligenza degli autori, l'originalità dei mezzi, per vandalizzare un genere ormai abusatissimo e dagli scarabocchi osceni, dai virus intestinali, far nascere i germi della rivoluzione.

7. The Marvelous Mrs. Maisel – Stagione II
Riecco Midge, già pronta per il tour. Ha un nuovo flirt, nuovi cappelli per gli abiti da cocktail e quache difficoltà a gestire la sua doppia vita. Se si sente la mancanza dei suoi numeri di cabaret, messi da parte per lasciare spazio a personaggi con meno appeal, compensano le battute al solito fulminanti, gli invidiabili colori pastello e un'eroina contro i tabù.

6. The Affair – Stagione IV
Ci sono meno rancori, meno bugie, ma tanti segreti. Scarseggia il sesso, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti e a qualche rara caduta di stile. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato, davo già per persa.

5. BoJack Horseman – Stagione V
Sempre un gioiello di scrittura, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci. Accendete: c'è l'esistenza in onda. Magari in binge watching?

4. Daredevil – Stagione III
La serie Marvel che non ha i superpoteri ma è comunque super. Una granitica crime story che lascia da parte la lentezza della stagione introduttiva, gli affollamenti della seconda, e trova con successo una dimensione noir atipica per il genere.

3. Homecoming
Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan. Esmail è andato a scuola dai migliori. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo.

2. L'amica geniale
Le abbiamo lette, le abbiamo supportate, le abbiamo immaginate. E le abbiamo riconosciute a colpo d'occhio nella serie che doveva farcele conoscere in carne e ossa e che, per fortuna, ha compiuto il miracolo.

1. The Hauting of Hill House
Si confondono realtà e immaginazione. Si viene a patti, in una terapeutica seduta di ipnosi, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano su una via per l'elaborazione che porta dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli.


I PREMI COLLATERALI

Miglior attore protagonista: Jim Carrey (Kidding), Jonah Hill (Maniac), Charlie Cox (Daredevil);
Miglior attrice protagonista: Julia Roberts (Homecoming), Rachel Brosnahan (The Marvelous Mrs. Maisel), Jodie Comer (Killing Eve);
Miglior attore non protagonista: Vincent D'Onofrio (Daredevil), Joshua Jackson (The Affair), Alan Arkin (Il metodo Kominsky);
Miglior attrice non protagonista: Yvonne Strahovski (The Handmaid's Tale), Mandy Moore (This is us), Sissy Spacek (Castle Rock).



Muchacha sexy: Debby Ryan (Insatiable), Elizabeth Lail (You), Kiernan Shipka (Le terrificanti avventure di Sabrina);
Bello e impossibile: Daniel Sharman (I Medici), Christopher Gorham (Insatiable), Bill Skarsgard (Castle Rock);
La coppia più bella del mondo: Barden-Lawther (The End of the F***ing World), Oh-Comer (Killing Eve), Barrymore-Olyphant (Santa Clarita Diet);
Nice to meet you: Elisa del Genio e Ludovica Nasti (L'amica geniale), Eliza Scanlen (Sharp Objects), Stephan James (Homecoming).




Sing it back: I Feel You (Sense8), Shall We Dance? (The Marvelous Mrs. Maisel), Renaissance (I Medici);
Psycho Killer: Jodie Comer (Killing Eve), Darren Criss (The Assassination of Gianni Versace), Wilson Bethel (Daredevil);
Cry me a river: La morte di Jack (This is us), Il monologo di Nell (The Haunting of Hill House), L'alzheimer di Sissy Spacek (Castle Rock);
Let's talk about sex: Il ménage à trois (Élite), L'orgia di addio (Sense8), Amy Adams e Chris Messina (Sharp Objects);
Ops, I dit it again – Guilty Pleasure: You, Élite, The Generi