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giovedì 6 luglio 2023

Recensione: Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti

| Dove nascono le ombre, di Lavinia Petti. Mondadori, € 20, pp. 367 |

In estate ho guadagnato centimetri in altezza. Ho iniziato a preferire i boxer in spiaggia, imbarazzato dalla prima peluria. Mi sono innamorato. L'estate resta il tempo in cui si cresce. Ho iniziato a odiarla, forse, da quando ho smesso. Cristallizzato in questa anonima forma adulta, ho preso a lamentarmi soltanto dei difetti dell'afa in città. Ma le cose belle succedono nella bella stagione. E, da ragazzino, non ho fatto eccezione neanch'io. Dai miei nonni leggevo Harry Potter sui gradini e mi sentivo già grande. Ma sotto il sole della controra bramavo poi di sentirmi piccolo, piccolissimo, appresso agli altri bambini del circondario: randagi che sarebbero andati via come me, a settembre, e di cui non avrei avuto più notizie. Recentemente ho chiesto di loro a mio fratello – il solo testimone di quei giorni lontani, a parte me – per sincerarmi che non fossero tutti parte di un lungo sogno. A mettere in moto questa eccezionale macchina del tempo fatta di ricordi e disincanto, curiosità e nostalgia, è stato l'ultimo romanzo di Lavinia Petti: amatissima sin dall'esordio, mi ha sempre portato lontano. Questa volta, invece, mi ha portato vicino: più vicino a me stesso.

Ho fatto sogni che mi sono sembrati più veri dell'estate dei miei dodici anni.

Sono tornato ad avere dodici anni in un paesello della Campania e a credermi il re di una tribù selvaggia. Ho corso a perdifiato, costruito un fortino, origliato i segreti degli adulti. Ho sperato, invano, di non diventare uguale a loro. Questo romanzo è per i fan di Ferrante e King. Per tutti coloro che hanno barattato un bosco per un giardino di cemento, e ne stanno ancora smaltendo il trauma. Abbarbicato in cima a una collina, il Paradisiello ha leggi tutte sue e le cicatrici profonde della Seconda guerra mondiale. Siamo negli anni Sessata. Elia fa le scuole medie, ha appena perduto la sorellina, è attratto dai brividi freddi di Edgar Allan Poe e Ai confini della realtà. I suoi nuovi amici lo chiamano il “poeta”. Cova in sé un gusto per il macabro che li seduce tutti e ha un occhio attentissimo con cui rimesta a piacimento fra le violenze, i peccati e gli amori degli altri condomini. Nell'affidarlo alle cure della zia Giovanna, il padre gli ha promesso che vivrà l'estate più incredibile della sua vita. Lavinia Petti tiene fede alla parola del genitore. Dove nascono le ombre ama scorrazzare nei venti ettari di un rigoglioso giardino condominiale, di cui tuttavia è severamente vietato cogliere i frutti, e spingersi oltre i confini di un bosco grande quanto l'oceano. Si mormora che laggiù, vent'anni prima, sia sparito il giovane Nino Basile: fu opera del diavolo? I protagonisti, per ammazzare il tempo, cercano risposte fra gli alberi. Ma il loro gioco, oltre a scomodare una tragica verità, li porterà allo scontro con la generazione precedente e, soprattutto, a perdere l'innocenza primigenia. Gli adulti sono guasti. È possibile ingannare le lancette dell'orologio e restare bambini? Niente dura per sempre. Amaramente, ce lo ricordano l'autrice partenopea e la sua inconfondibile voce da cantastorie.

È a questo che servono le storie, poeta? A ricordare le cose dimenticate? A cercare quelle perdute? Ad aggiustare quelle rotte?

Il suo terzo romanzo è una fiaba nerissima di boschi senzienti e cani famelici, in cui la cosa più spaventosa resta l'inevitabile: il divenire. C'è da avere paura degli uomini in giacca e cravatta, non di quelli che portano maschere di cervo. C'è da sperare che la natura sopravviva ai venti della civilizzazione, e che ci sopravviva. Sorretta da una morale ecologista sorprendentemente attuale, la lettura avrebbe incantato il Michele bambino che nel silenzio di una casa addormentata, in mutande e canottiera, era solito divorare romanzi di formazione e gialli. Oggi, invece, ha finito per commuovere un adulto diventato tale senza nemmeno accorgersene: uno che ha perso e si è perso, che ha giurato e poi se l'è rimangiato, che ha preferito il grigiore di Londra alle fate dell'Isola che non c'è. Lavinia Petti ci ricorda che ogni storia di fantasmi è una storia d'amore. E che alcune ombre vanno custodite e coltivate, coccolate, perché temono la solitudine. C'è vita nell'oscurità di certi tunnel; ha vita il buio. Onoriamolo. Ciò che non si dimentica non muore mai.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Aranciata

martedì 9 maggio 2023

Recensione: Uvaspina, di Monica Acito

| Uvaspina, di Monica Acito. Bompiani, € 20, pp. 416 |

Ho radici frastagliate, io. Un accento strano, difficile da indovinare. Ho rubato la parlata al luogo in cui sono nato, alle città in cui mi sono trasferito, ai miei genitori. Quando mi arrabbio, lo faccio come mamma e papà: in napoletano. La lingua delle parolacce. Del cuore e delle viscere. Si trovano la stessa istintività, la stessa musicalità scassata, nell'esordio di Monica Acito. Un'opera prima che, nel bene e nel male, somiglia alla sua città: Napoli. Generoso, barocco, saturo fino a scoppiare, racconta con stile funambolico la funambolica storia di una famiglia infelice a modo suo. Quando la Spaiata (che di mestiere si si strugge ai funerali degli sconosciuti nell'umile Forcella, abile a “chiagnere e fottere”) sposa Pasquale Riccio (figlio di un famoso notaio dei quartieri alti, pieno di debiti e smanie) dalla loro unione nascono due figli rissosi ma inseparabili.

C'era un punto di non ritorno, al di là dell'invidia, ma a quel punto nessuno ci voleva mai arrivare, perché sotto le crepe dell'invidia c'era una sorgente carsica di amore sconfitto.

Il primogenito, detto Uvaspina, ha una voglia a forma di chicco sul volto e la stessa pelle traslucida di un frutto: sospeso tra i sessi, bellissimo ed efebico, sembra essere della specie dei femminielli o dei semidei. Sua più spietata carnefice, sua boia e liberatrice, è la sorella Minuccia: una giovane dispettosa e imprevedibile, come le eruzioni del Vesuvio, difficile da accasare e da saziare; con la sua fame nervosa, bulimica, divorerebbe anche il sangue del suo sangue. Il destino di Uvaspina, strizzato costantemente come il frutto di cui porta il soprannome, è portare pazienza. Ma come può continuare a vivacchiare se la conoscenza di Antonio, pescatore dagli occhi bicolore desideroso di una scalata sociale per riscattare la mamma dalla miseria, gli fa venire l'improvvisa voglia di fare l'amore sulle scale di Palazzo Donn'Anna? Ogni personaggio ha una ricca vita intima. Ogni angolo della città racconta una storia d'amore infelice. Ogni pagina scoppia di dettagli, odori, suoni, colori. All'ombra del Vesuvio, sotto un'aura magica di miti e leggende, è possibile predire l'identità dell'anima gemella; gettare fatture mortali; innamorarsi al suon di aneddoti su regine e puttane.

Le mani di Antonio risvegliavano tutto, con una potenza dolorosa che faceva gemere Uvaspina come una giovenca: nel tocco di Antonio c'era la misura di tutto l'amore che negli anni lui aveva dovuto ingoiare e poi vommecare nel cesso che si affacciava sulla Marinella.

La lingua bellissima di Monica Acito, non contenta della tanta carne al fuoco, fa scintille e fuochi artificiali. C'è troppo, di tutto. E a lungo andare, prolisso, il romanzo perde l'umorismo e il senso del grottesco iniziali (l'incipit somiglia a “Filumena Marturano”); diventa una tragedia senza fondo, in cui perfino gli elementi del folklore locale assumono connotati luttuosi. Senza equilibrio, fuori scala, “Uvaspina” non si mette scuorno di niente: nemmeno delle sue mani unte d'olio evo; nemmeno della sua pelle che puzza di sigarette di contrabbando, sperma e sangue di polpo.
Come non uscire stanchi dopo un tale stordimento sensoriale? Come, tuttavia, non uscirne grati? L'ho letto in gita in Campania. Mancavo a Napoli da un po'. A modo mio, mi mancava. Ma sul treno del ritorno, a riparo dagli schiamazzi della mia scolaresca e dai clacson dei motorini a picco nei Quartieri Spagnoli, mi sono contraddetto ancora e mi sono detto: per fortuna torno a Torino.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Madame – Nimpha

lunedì 2 novembre 2020

Recensione: Tettagna, di Patrizia De Luca

| Tettagna, di Patrizia De Luca. E/O, € 16, pp. 150|

La femminilità è potere. Giunto il primo ciclo mestruale, è una lezione che devono imparare tutte le abitanti di Tettiano. Assunta, all'epoca soltanto una bambina, ha avuto fretta di farla propria. Ha appreso il segreto delle donne con l'imbroglio, sporcandosi le mutandine con il succo di un pomodoro: voleva sapere a ogni costo, bruciare le tappe per diventare consapevole. In un paese immaginario della provincia campana, edificato all'ombra della collina di Tettagna ma con il maestoso Vesuvio stagliato di fronte, le abitati hanno décolleté prosperosi e un segreto risalente alla notte dei tempi. Seducenti e procaci anche in tarda età, nei reggiseni imbrigliano petti che hanno potere di vita e di morta sugli uomini. Sbirciare i loro seni significa restare vincolati a loro. Farle innamorare, poi, è un'arma a doppio taglio. A Tettiano nascono soltanto figlie femmine e gli amori durano per sempre: pena la morte. Se le mogli si disinnamorano, i mariti si ammattiscono fino a perire in una danza delirante. La femminilità è una maledizione.

Veglia Tettagna sulla mia voglia, che ogni uomo altro non sogna.

Orfana di entrambi i genitori, Assunta si sposa a diciassette anni col giostraio Nicola per opporsi a un'infanzia frugale. Sogna i giri gratis sulla ruota panoramica. Sogna di esercitare il potere. Sogna di ribellarsi all'ex tutrice, l'erborista Ziella, che l'avrebbe invece desiderata intraprendente e laureata. Le speranza di un'esistenza da gran signora si scontrano presto con le bugie di Nicola: indebitato fino al collo, e per questo inadatto a garantire agi ad Assunta e alla figlioletta Elsa, spinge la moglie a lavorare come donna delle pulizie nella Napoli più signorile. La sua bellezza, sfacciata ma destinata comunque a sfiorire, la rende protagonista di un poligono sentimentale venato di sensualità e tragedia. Invaghitasi del notaio Tommaso, di cui è la donna di servizio, Assunta torna alle antiche ambizioni. Se si separasse dal marito, se diventasse l'amante del notaio, quante persone soffrirebbero? Non toglierebbe forse un padre alla figlia? Può accontentarsi di un amore platonico, dunque, al posto di una passione divorante? Fuori posto, col suo accento pesante e una fisicità un po' volgare, la protagonista ricorda una Emma Bovary dotata del potere della leggendaria Medusa. Fatale e arrivista, cerca soluzioni e cavilli, eccezioni alla regola. Prova disagio nel suo corpo esplosivo. Prova disagio nel tenere il coltello dalla parte del manico, seppure in una società fortemente maschilista. Il potere in cui da giovane è crogiolata nel corso della lettura diventa una zavorra. Pericolosa tanto per il prossimo quanto per sé stessa, Assunta cammina sulle uova che ha schierato per lei l'ottima Patrizia De Luca.

Assunta, un amore che non sfiorisce si incista nel cuore e non cade mai, per estirpare un amore così bisogna scavare tra i tuoi seni, solo uccidendoti potranno strapparti il tuo Tommaso dal cuore.

L'autrice partenopea, qui al suo esordio, è una delle sorprese dell'anno. Lì dove qualcuno avrebbe preso spunto per una lunga epopea generazionale tinta di magia, la De Luca sceglie di ricavare soltanto l'essenziale: l'impalcatura ben cesellata di una fiaba nera, sanguigna e verace, con tre generazioni di donne a confronto e, sullo sfondo, un microcosmo senza tempo retto da leggi imperscrutabili. C'è un po' della mitologia classica. C'è un po' dell'immediatezza espressiva di Elena Ferrante, sia nell'irresistibile patina dialettale della De Luca – il tutto al servizio di una scrittura senza fronzoli –, sia nel temperamento scostante dei personaggi. C'è un po' del cinema di Pedro Almodovar, tra colori sgargianti e donne-streghe come nello splendido Volver. La festa di primavera in onore della Madonna del latte porta i caroselli in piazza. Le piante e i fiori della collina, se debitamente trattati, contengono i principi attivi per superare le difficoltà coniugali. Il pan di spagna delle squisitezze locali è arricchito da una farcia miracolosa. Mentre le loro scollature pesanti si oppongono nonostante tutto alla forza di gravità, a cosa devono appigliarsi le donne di Tettiano per non trasformarsi in assassine recidive? Alla solitudine, all'amicizia, alle fantasticherie dei libri? Metaforico e simmetrico, all'affascinante Tettagna si perdona perfino l'epilogo frettoloso, perché prende comunque alla gola. Il romanzo E/O contiene in sé un piccolo mondo tutto curve e contraddizioni da esplorare. Sono rinunce, giuramenti, colpi di scena. Sono forme di donna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Kim Carnes – Bette Davis Eyes

mercoledì 4 marzo 2020

Recensione: Giovanissimi, di Alessio Forgione

| Giovanissimi, di Alessio Forgione. NN Editore, € 16, pp. 224 |

Memore del trauma che fu il romanzo d’esordio – il resoconto disperato di un trentenne senza futuro, in una Napoli di amori e incertezze –, mi ero ripromesso che avrei dovuto rileggere Alessio Forgione a tempo opportuno. Quando l’umore era alto. Maestro di arrovellamenti interiori e frustrazioni, nell’ultimo periodo, avrei finito purtroppo col non farlo più. Così l’ho affrontato senza starci troppo a pensare. Ma quant’è affidabile il detto via il dente, via il dolore? Giovanissimi ha fatto male ugualmente.
Siamo in un rione. Questa volta, giocando con l’effetto nostalgia che altrove va per la maggiore, si fa un salto indietro negli anni Novanta. Marco, detto Marocco per la carnagione olivastra e i capelli riccissimi, è un quattordicenne che si domanda come finirà il campionato e quando l’innocenza. Abbandonato dalla madre, vive col papà – un uomo onesto e tutto d’un pezzo – una routine scandita da paste col pesto, tè alla pesca e partite di pallone. È sin dall’infanzia che sogna di diventare un calciatore famoso. Marocco si divide tra sale giochi, sigarette, giornalini pornografici e Dylan Dog; scrocca passaggi in motorino – il padre l’ha iscritto allo scientifico e poi ha infranto la promessa: non gliene ha mai regalato uno – e all’improvviso salta fuori un piccolo traffico di droga a ingrossargli le tasche. Quando il migliore amico, Lunno, gli ha proposto di spacciare nei bagni della scuola, lui subito ha detto di sì: per carattere non sa tirarsi indietro, infatti, e il loro è un giro talmente modesto da non scomodare mai i prepotenti del quartiere.

«Voglio mangiare con te tutte le volte che mi viene fame». «Che significa?».
«Che ti amo?». «E perché non me l’hai detto?». «Perché mi fai paura».
In queste pagine sperimenta: la prima punizione, il primo bacio, la prima volta con una ragazza – Serena, che ha le zizze grandi e rende tutto più meraviglioso. E leggendo, capitolo dopo capitolo, si rischia di volergli un bene esagerato; di affezionarsi troppo. Checché se ne dica, è un bravissimo ragazzo; un’anima fragile. Ferito dalle malelingue, dall’abbandono, dagli avversari rissosi con cui farebbe meglio a non immischiarsi, piange senza far rumore e si allena per non soffrire. Candido, semplice e innocente, cammina suo malgrado in una realtà eternamente sotto assedio: a un appuntamento può incrociare un passante accoltellato, il cui cadavere macchia un lenzuolo all’altezza del petto; sentire scoppiare i fuochi d’artificio fuori stagione, segno che non lontano ci sono traffici illeciti in corso; perdere compagni di squadra da un momento all’altro, dal momento che la loro età anagrafica non è sinonimo di lunga vita.
Giovanissimi non è La paranza dei bambini né La terra dell’abbastanza. Protagonisti e figuranti si sporcano senza puntare al potere, ma soltanto per mantenersi a galla. Sconvolge, allora, constatare quanto sia facile mettersi nei casini fino al collo; e se va male, rovinarsi i migliori anni.  Senza ansia da prestazione, Alessio Forgione mi è parso genuino e immediato come ai tempi del debutto. Il traguardo della pubblicazione e il successo non ne hanno cambiato l’approccio neorealista e la visione del mondo: compreso l’inconfondibile nichilismo di chi vede spesso il bicchiere mezzo vuoto. Lo stimo, e un po’ non lo sopporto. Si comporta con i suoi personaggi e i suoi lettori, infatti, alla maniera spietata di certi scrittori.

Fu così che pensai che nel primo ciao che si dice è compreso anche l’addio e che l’inizio è solo l’inizio della fine e che ogni incontro non è altro che un lungo abbandono, centellinato goccia a goccia, lento.
Inutile aspettarsi un finale tarallucci e vino. Ma questa volta non poteva forse accadere, cogliendoci tutti di sorpresa? Su Marocco e gli altri incombe una nuvola nera, un nuovo tormento. Un fatalismo che mi è sembrato raggirabile. La drammaticità del romanzo, su di me, ha avuto un impatto diverso rispetto a Napoli Mon Amour. Se quello si rivelava essere una escalation inesorabile, questo è una stoccata più rapida; più a tradimento. Meno necessaria? Le eccezione, in storie del filone, sono gli epiloghi quieti: Marocco, senza sbilanciarsi, per me ne avrebbe meritato uno. Perché è un personaggio eccezionalmente atipico. Senza machismo, racconta con commozione le amicizie e i flirt, gli sfottò, il cameratismo da spogliatoio, le sbronze tragicomiche e i reggiseni da slacciare. È un compare fedele, un fidanzato dolce. Apprezza gli abbracci del babbo, stringe i fianchi degli amici in scooter per bisogno di calore umano, e se ne infischia bellamente dei votacci e delle conseguenze. Corre, cade, si rialza, commette fallo. Qualche volta si merita il cartellino rosso, qualche volta fa goal. Giovanissimo, finché dura. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Anastasio – Correre

venerdì 29 novembre 2019

Recensione: La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante

| La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante. E/O, € 19, pp. 336 |

Gli addii mi rendono codardo. Sono arrivato alla fine di Storia di chi fugge e di chi resta – il quarto romanzo della tetralogia già in attesa sul mio comodino da un po’ – e ho preferito fare dietrofront all’ultimo. Non sono bravo con i congedi: soprattutto se, come in questo caso, si tratta di un a mai più rivederci. Allora prendo tempo. A novembre, così, ho rimandato a data da destinarsi la lettura del capitolo conclusivo – spero comunque di riuscire entro l’anno –, barattando il vecchio con il nuovo, una fine con un inizio. Una Ferrante con un’altra. Ancora una volta circondata da un’aura di mistero, la “scrittrice geniale” mi ha dato la scusa per procrastinare il giorno del commiato con un romanzo da scoprire prima che il passaparola togliesse il piacere della sorpresa. 
La vita bugiarda degli adulti è una storia tutta nuova, ma restano le costanti fondamentali: una scrittura straordinariamente densa, gli alti e bassi di una narratrice adolescente talora difficile da perdonare, le contraddizioni di una città percorsa questa volta al contrario. Dal basso verso l’alto, dal Vomero al Pascone. I nostalgici del rione si sentiranno subito a casa, in un racconto di maturazione debitore della crescita di Lila e Lenù: prima bambine, poi donne, in un quartiere lontano dal baluginare del mare. Ricordate la galleria che a un certo punto le due percorrono mano nella mano, pur di affrancarsi dal giogo delle famiglie?

L’amore è opaco come i vetri delle finestre dei cessi.
Somiglia a un tunnel anche la libertà secondo Giovanna, tredicenne che compie invece il viaggio opposto: figlia della Napoli bene, si cala lungo una discesa tanto fisica quanto metaforica. A muovere la scarpinata è una cattiva parola pronunciata dal padre, professore ateo e alto-borghese, che d’un tratto reputa insopportabile i comportamenti della sua unica figlia. La bambina d’oro, all’improvviso, ha rinunciato a una camera rosa confetto per un vestiario succinto e tinto di nero. Ossessionata dal proprio riflesso allo specchio, non si sente all’altezza di quei genitori belli, colti e innamorati. Colleziona brutti voti, assesta rispostacce, s’incattivisce. Cose che succedono nell’età in cui il corpo si arrotonda nei punti giusti e l’animo, al contrario, si fa spigoloso. Ma Giovanna, a torto, si crede sola e incompresa. E frugando negli album di famiglia finisce per identificarsi con zia Vittoria, cancellata nelle fotografie a colpi di pennarello indelebile. Che lo scuorno della parente, rinnegata perché innamorata di un uomo già sposato, si sia abbattuto anche sulla nipote? Quante frequentazioni del ramo paterno sono state negate alla protagonista, scesa ora dalla proverbiale torre d’avorio?

Poi sussurrò in dialetto: scusa, non ce l’ho con te, ma con tuo padre; quindi mi infilò una mano sotto la gonna colpendomi lievemente, più volte, col palmo della mano, tra la coscia e la natica. Mi disse all’orecchio, ancora una volta: guardali bene, i tuoi genitori, se no non ti salvi.
Giovanna si sente a casa soltanto al terzo piano di un condominio imbrattato dalle scritte oscene, a tu per tu con la vergogna dei Trada. Vestita d’azzurro, magrissima e dal petto prosperoso, Vittoria ha le sopracciglia torve ma nasconde un animo romantico: si emoziona ancora parlando di Enzo, l’amante morto diciassette anni prima; balla nel salotto e invita Giovanna a seguirne i passi; racconta i dettagli più scabrosi del sesso e della vendetta, a zonzo su una Cinquecento verde che conduce la protagonista in un lungo tour del parentado, della fede e del dialetto. A ben vedere, chi è la persona davvero realizzata della famiglia? Bisogna biasimare la sguaiataggine della zia, o forse il perbenismo di un castello alto-borghese costruito su una polveriera pericolosissima? Inquadrata tra i tredici e i sedici anni, dalle scuole medie al ginnasio, la narratrice imparerà nell’arco del saliscendi un lessico sboccato e qualche rara preghiera. Asseconderà domande scomode, sensi di colpa, prurigini. Risponderà al nome di Giovanna in presenza delle amiche ricche, Ida e Angela, ma sarà semplicemente Giannina per i più ruspanti Giuliana, Corrado e Tonino. A piacimento, talpa e spola.
Leggere La vita bugiarda degli adulti è come accarezzare le ortiche. Immersa fino ai gomiti nella materia viscida e pungente della prima adolescenza, l’impavida Ferrante spia sotto le incerate dei tavoli e dai buchi delle serrature. Ama sporcarsi, con una scrittura paurosa e scintillante come il sangue vivo, ma protegge dagli schizzi del suo gran frugare il bracciale d’oro bianco ritratto sulla copertina: simbolo d'un passato furfante, falsato ad arte dal restauro dei ricordi, il gioiello passa da un polso all’altro e sembra portare disgrazie. Ma a lezione di stile e d’introspezione psicologica dall'autrice capiamo che la superstizione non esiste, idem il caso. I casi editoriali, quelli belli, per fortuna sì.

«Poi c’è la cosa che alla tua età è la più difficile: onorare il padre e la madre. Ma ci devi provare, Giannì, è importante». «Il padre e la madre non li capisco più». «Li capirai da grande». «Allora non diventerò grande».
Elena Ferrante ci ha abituati alle fragilità dei suoi personaggi, a finali bruschi, mai alla portata del suo talento. Si ripete. E mi ripeto anch’io. Impossibile non rimanere avvinti dal vigore della sua prosa; altrettanto non entrare nei suoi drammi, magari vestiti di tutto punto, fino a insudiciarsi di verità e altre sozzure. All’inizio divorato, poi centellinato per paura mi andasse di traverso, il nuovo romanzo ha la scrittura più preziosa dell’anno e la protagonista più antipatica. Guidato dalle secrezioni ghiandolari dei suoi personaggi, non dagli eventi, lo si ama e lo si odia insieme: compreso quell’epilogo della discordia, brusco come un colpo d’ascia, che in rete fa pensare a un’altra tappa della vita di Giovanna, all’arrivo di un altro testo complementare per dare un senso aggiunto a questa giovinezza: allo sbando, come d’altronde lo sono tutte indistintamente. Un fatto è certo. 
Chiunque sia, dovunque viva, non importa quanti anni abbia, Elena Ferrante dev’essere rimasta un po’ bambina. I grandi mentono per istinto di sopravvivenza. Lei, invece, ha l’onestà infantile di chi li biasima, li guarda tutti dal basso verso l'alto, li apostrofa. Avrà alimentato sotto banco la sua curiosità infantile, le braci incandescenti dei suoi anni sfacciati. Nasconde a media e pararazzi, adesso, un prodigio: quello di non essere mai diventata adulta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - Bury a Friend

venerdì 25 ottobre 2019

Recensione: La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti

| La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti. Longanesi, € 18,50, pp. 448 |

Ci andò a morire Partenope, la creatura leggendaria uccisa dall’amore non corrisposto per il subdolo Ulisse.
Ci fece tappa per l’ultima volta Virgilio, il poeta con la fama da mago, che scelse di farsi seppellire nel quartiere di Piedigrotta.
A lungo fu il principale porto affacciato sul Mediterraneo.
Dal mare arrivavano spezie, stoffe e maledizioni. Dal mare, ancora, arrivavano i forestieri e le sirene. A volte per viverci, altre per morire. Quante storie lontane sono rimaste intrappolate nel sartiame e nei vicoli? Quante ne ha ispirate una città che, a furia di custodirle per le generazioni successive, si è trasformata nella storia più affascinante di tutte? Sterminata, contraddittoria, antichissima, Napoli fa bene alla pancia e alla fantasia. Deve portare fortuna. Quest’anno ci sono stato prima con Storia del nuovo cognome, poi attraverso gli occhi della studentessa straniera di Perduti nei Quartieri spagnoli,  ma purtroppo manco in città da un po’. E mi manca. Si può provare nostalgia di qualcosa che non conosci bene o che forse non hai mai conosciuto? Nato in Sicilia da genitori casertani, cresciuto poi a cavallo tra Molise e Abruzzo, ho radici frastagliate e nessun senso di appartenenza. Ma se c’è una regione che sento nel profondo più delle altre è la Campania. Sarà che quando mi arrabbio scappano puntualmente improperi in quel dialetto buffo e sanguigno. Sarà che i miei nonni dicono che lì splenda sempre il sole e che tutti, proprio tutti, abbiano questa gran voglia di cantare. Sono meteoropatico, somatizzo le giornate uggiose fino a star male, e anch’io sin da bambino  cantavo – Claudio Baglioni al karaoke, per quanto lo rinneghi, e soprattutto storie di janare. Avere l’occasione di rileggere finalmente Lavinia Petti è stato un ritorno a casa.

Appena lo vide, Fanny capì che ogni passo che aveva mosso dal Moiariello era stato un passo verso di lui. Aveva dato retta all’istinto sconosciuto che guida la gente di mare, che quando è triste ha bisogno della sua vicinanza per mitigare la sofferenza. Come il sale, che cura le ferite ma prima le fa bruciare.

Scoperta qualche anno fa con Il ladro di nebbia, esordio stupefacente da me consigliato per vie ufficiali e ufficiose, la giovane autrice napoletana è di nuovo in libreria con un romanzo dal destino tortuoso ma dalla resa perfetta. Nel tempo l’ho scritta, l’ho tampinata, l’ho aspettata come accade di raro.
Lavinia mi raccontava in privato di una gestazione lunga e faticosa; di una storia uguale ma diversa dalla precedente, in cui far convergere il frutto delle sue ricerche e i segreti di un capoluogo che per comodità ama talora schermirsi dietro il cliché. L’attesa, non gliene ho fatto misteri, è stata ripagata. E dalle pagine della Ragazza delle meraviglie emerge infine l’affresco di una Napoli inedita – probabilmente l’autentica protagonista –, che solo il regista Ferzan Ozpetek ha provato a svelarci di recente fra riti esoterici, simbologie arcane e sguardi di seduzione. Francesca Annunziata, detta Fanny, è nata laggiù: peccato non si sappia da chi. Salvata dalla Ruota degli Esposti da una coppia di coniugi maledetti dalla sterilità e dalla piaga dei parenti impiccioni, la quattordicenne senza passato cresce bruna, selvaggia e malinconica. Né grande né piccola, enigmatica in primis agli occhi di sé stessa, fruga nelle case sfitte e nelle scatole di scarpe: ha la propensione a cacciarsi nei guai e un inquietante sesto senso che di notte la porta a fronteggiare incubi catastrofici e premonizioni mortifere. Le sue origini, un segreto di Pulcinella di cui venire a capo. Potranno il ritrovamento di una moneta vecchia di millenni e una chiave ossidata guidarla fino ai genitori biologici: gli unici a poter fugare la sua fama di strega, assieme alla sindrome d’abbandono che l’affligge?

«Pensano che sia una terra di luce. Si sbagliano: il Sud è pieno di tenebre. E le tenebre allettano gli uomini, soprattutto quelli che credono nella ragione. Un uomo razionale e ambizioso difficilmente resisterà alla tentazione di spazzarle via», fece una pausa. Quando parlò la sua voce era bassa, dolente. «Mi chiedo se sto commettendo un errore a voler salvare Napoli dai suoi fantasmi, a volerla salvare dal suo passato.»

Con il profilo mastodontico di Castel dell’Ovo all’orizzonte, mentre i gechi – fate in incognito, si mormora – scorrazzano sui muri scrostati e i tinelli ospitano le macchinazioni di una strana congrega al femminile, le ricerca della protagonista la porterà a domandare informazioni a prostitute dal trucco sbavato – Clemenza –, agli antiquari con le cravatte a fantasia – il signor Marrone –, a politici senza scrupoli – Augusto d’Avalos – che promettono di dare un nuovo assetto alla città a discapito della tradizione.
È una Napoli d’inverno, la sua, eccezionalmente fredda. Risulta piacevolissimo, allora, rifugiarsi nei bar per bere cioccolate bollenti e caffè forti, concedersi lo sfizio irrinunciabile di un morso di pizza con ricotta e cicoli, ricercare il calore umano della folla che infesta i mercatini caratteristici e i negozi d’anticaglie.
È una Napoli lontana dagli occhi ma mai dal cuore, stratificata. Proprio sotto il suolo cittadino, infatti, vive in silenzio un’esistenza parallela. Ha tunnel labirintici, pozzi e nicchie di tufo, templi sotterranei. Appare esplorabile, eppure, in sella alla bici di Tommaso: un coetaneo agorafobico e sfregiato dal fuoco – un munaciello –, con cui avventurarsi fino a un casolare di pietra della costa sorrentina.
Il motto di Fanny, spavalda quanto la Lila di Elena Ferrante: «Io non mi metto a paura ‘e niente». Vorremmo avere tutti un briciolo del suo coraggio.

Qualcosa di vero c’è sempre, ma quando si tratta delle leggende popolari di questa terra, vecchie di secoli o millenni, c’è da impazzire. Possiamo scavare, arrivare al centro del pianeta e spuntare dall’altra parte, ma nella maggioranza dei casi quello che ricaveremo saranno solo altri racconti. Racconti che rimandano ad altri racconti, in un gioco di specchi. Viviamo in quella parte di mondo in cui chiunque cerchi la verità è destinato a trovare storie.

La ragazza delle meraviglie è scandito da episodi spettrali, in cui c’è poco d’intentato o d’inventato. Dove la suggestione è di casa e la mappa topografica riporta quasi alla mente i viottoli di Diagon Alley, si tramanda che un uovo magico preservi gli equilibri malsicuri del luogo, che i sogni siano da prendere sul serio – consultate la Smorfia, per esempio, che li prende davvero alla lettera – e che la maschera di Pulcinella, qui presenza tutt’altro che rassicurante, sia un tramite con l’aldilà. Nell’architettare una trascinante ballata dal gusto rétro, che ci ricorda di capitolo in capitolo gli amori impossibili tra i marinai e le sirene, Lavinia non dimentica l’attualità. Le rimostranze grandi e piccole amplificate da un megafono in piazza, i teatri che chiudono per far posto ai supermercati costruiti in serie, i monti crivellati sin nelle viscere dagli appalti abusivi. Non c’è niente di sacro: neanche l’arte, neanche l’infanzia di un’innocente.
È una Napoli da salvare non dallo tsunami, ma semplicemente da noi stessi.
È una Napoli presso cui tornare, usando l’incanto di questa storia come fosse una bussola. L’immaginazione contagiosa di Lavinia Petti la illumina a giorno, la scandaglia, la protegge. Ne fa meraviglie.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Roberto Murolo e Mia Martini – Cu’mme


venerdì 3 maggio 2019

Recensione: Non leggerai, di Antonella Cilento

| Non leggerai, di Antonella Cilento. Arya – Giunti, € 14, pp. 197 |

La letteratura è diventa una disciplina morta gradualmente, come il latino e il greco ai giorni nostri. Tutti volevano fare gli scrittori, raccontandosi in autobiografie a tavolino. Nessuno, però, voleva leggere più. Le fascette promozionali strillavano invano superlativi assoluti dagli scaffali. Le librerie ospitavano youtuber e influencer. I piccoli editori morivano per colpa dei colossi del digitale, gli ebook spopolavano prima che ci si rivolgesse direttamente ai riassunti, la carta bruciava. Siamo all'indomani di una crisi – economica, editoriale – senza precedenti. Siamo in un futuro che forse è già qui. La parola svilita, l'apparenza come unica legge. Nello skyline di una splendida Napoli distopica, fra macchine volanti e distributori di proiettili, promesse d'immortalità e social network che inneggiano al tempo perso, si staglia una scuola superiore intitolata alla memoria di Pino Daniele. Tutt'intorno, rioni fatiscenti e una criminalità in rapida evoluzione, mentre la tecnologia avanza di pari passo alla disinformazione. Gli adolescenti del quartiere Sanità, i cui pensieri sono messi costantemente al vaglio da un governo che intanto tutto spia, seguono svogliatamente lezioni proiettati sulle lavagne digitali, consegnano videocompiti scopiazzati qui e lì, si descrivono alla classe con appositi trailer di presentazione: in molti casi, hanno lasciato l'asilo a dodici anni.

Non ve lo dirò mai abbastanza: voi non dovete avere idee! Ormai, i libri sono estinti e questo rischio non lo correte più, ma a ogni angolo, a ogni svolta un'idea è in agguato! Vi sembrerà piccola, ingenua, insignificante... Un'innocua trasgressione, una passioncella... […] È una bomba! È un mostro pronto a divorarvi, a rovinarvi la vita, a impedirvi ogni felicità!

Help, la protagonista, non è l'eccezione alla regola: un abbondare di tatuaggi indelebili – rami fioriti sulle braccia, segni di punteggiatura sui polpacci muscolosi – e un appartamento al quinto piano, circondato perennemente da ponteggi e impalcature, che raggiunge per sfida con cavi e rampini. Ha sprezzo del pericolo e dell'autorità, e qualche volta puoi vederla sfrecciare o arrampicarsi con il suo inimitabile giubbotto: un capo acquistato dal cinese all'angolo, con il disegno di un drago sulla schiena. L'amicizia con Farenàit, l'ultima arrivata in classe, è l'ennesimo rischio da correre: perché la ragazza, nascosta dietro le sciarpe ingombranti, ama le ragazze e le fotografie dei defunti. A Napoli non si legge, infatti, e la morte è un tabù: nessuno ne parla, nessuno presiede ai funerali dei propri cari. Figurarsi allora la follia di trafugare la tomba di una sconosciuta per pura curiosità. E di scoprire nella cassa da morto cinquanta libri proibiti: i migliori, a memoria d'uomo, prima che la narrativa e la saggistica sparissero dai nostri radar. Sfrontata, autoironica, semplicemente irresistibile, Non leggerai è l'avventura di due ragazze che sperimentano così un linguaggio segreto. Si infatuano della vampira Carmilla, diffidano dal Grande Fratello di Orwell, sognano i tesori di Stevenson, identificano i concittadini sgraditi con gli usurai di Dostoevskij, sognano le attrazioni fatali di Cime tempestose, parafrasano il Bardo nei corridoi. La letteratura – una ribellione contro l'inerzia, uno schiaffo all'apatia – le invoglia a nutrire idee tutte loro. E le mette nei guai.

Ma cosa ci piace? Il divieto che affrontiamo o le storie che leggiamo?

Il lessico forbito e quei congiuntivi azzeccati potrebbero suonare sospettosi alle orecchie di due antiquari senza scrupoli o a quelle di Cazzimma, figlio del temibile camorrista O'Russ, a capo di una baby gang che coordina l'intera delinquenza minore. Essere attratti dal proibito, però, inevitabilmente significa anche quello: ficcare il naso nei libri polverosi, e lasciarsi sedurre da prose per cui vivere o morire. La prima volta dell'affermata Antonella Cilento con la narrativa per ragazzi, all'interno di una nuova collana da tenere d'occhio, è una chicca da non lasciarsi sfuggire. Una satira per ogni età, ricca di fantasia, che parla ora il dialetto stretto di Elena Ferrante, ora il linguaggio della ribellione secondo Ray Bradbury. Ha uno stile scoppiettante, un manipolo di personaggi che fan subito simpatia e un'estetica a metà fra quella dei Manetti Bros e l'animazione di Alessandro Rak. Tutto si è ribaltato. I giovani scappano altrove, gli adulti fanno lavori da pischelli, le nonne governano la casa armate di cucchiarella e aiutano a sbarcare il lunario attingendo alla pensione. Ipnotizzati dai cellulari, ignari di cosa siano l'inchiostro o perfino la pellicola, i ragazzi del futuro – tristemente simili ai troppi Millenials che oggi si sognano star di Instagram – hanno trasformato le catacombe in discoteche e rinunciato di buon grado alla privacy. I bibliotecari sono novelli terroristi. Lo spirito d'iniziativa, il male nel mondo.

Una società che vive stando allo specchio muore.

A distanziarci da questa Italia futuribile ci sono davvero tre generazioni? È possibile contare su un destino alternativo, senza trasferirsi in invidiabili bunker o salpare per isole esotiche? Meno cupa dei colleghi scrittori che ci hanno raccontato catastrofe ambientali o donne al macello sotto il giogo dei padroni uomini, ma non per questo meno preoccupante, la leggerezza di Antonella Cilento ci fornisce una via di fuga in anticipo attraverso lo strumento migliore. Un libro sui libri, che fa allungare all'inverosimile le whishlist – che vergogna: al momento ho letto pochissimi dei titoli rinvenuti nella cassa da Help e Farenàit – e andare ancora più orgogliosi di essere topi di biblioteca, parte di una specie ormai in via d'estinzione. Se la fame vien mangiando, infatti, la voglia di mettersi in salvo vien leggendo.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ligabue – G come Giungla

lunedì 18 marzo 2019

Recensione: Le janare, di Gaetano Lamberti

| Le janare, di Gaetano Lamberti. Il Seme Bianco, € 14,90, pp. 147 |

Dai nonni non ci voglio andare. Quante volte, durante l'adolescenza, lo abbiamo affermato mio fratello e io, scoraggiati all'idea di affrontare due ore di macchina, le bizze del wi-fi e le domande inquisitorie – a chi appartieni, di chi sei figlio – di un paese nell'entroterra casertano dove, nonostante le visite di cortesia appena una volta al mese, cominciavamo a sentirci a disagio. I genitori di mia madre hanno una casa a piani ai piedi di una salita un po' angusta, l'accento strettissimo e una sola camera da letto per gli ospiti: nel letto matrimoniale, finché è durata, ci siamo stretti assieme a mio padre, mentre mamma dormiva nella cameretta di quand'era ragazza. Da bambini, eppure, ci passavamo intere estati. Giocavamo a nascondino lungo i vicoli, non pativamo ancora la schiavitù dei cellulari che non prendono bene, leggevamo all'aperto: aprendo Google Maps, l'altro giorno, ho saputo indicare precisamente i gradini su cui avevo divorato Harry Potter e il calice di fuoco, incurante di che ora si fosse fatta, dei vecchi a passeggio che mi interrompevano ogni tre per due. Ma leggi sempre, non lo sai che non è normale? Sei il nipote di Vincenzo e Luisa, e quello biondo laggiù è il tuo fratellino? Come stanno i vostri genitori? I compaesani ficcavano il naso, spettegolavano, puntavano il dito: contro i miei occhiali spessi e le gambe troppo pesanti, i tratti normanni di Diego, due genitori che in realtà si sarebbero separati soltanto vent'anni dopo. Nonna, burbera, si sollevava a fatica alla finestra e li scacciava tutti: salite sopra, ordinava, perché non le piaceva che chi aveva un'opinione per tutto sparasse sentenze pure verso quei nipoti forestieri – vivevamo ancora in Sicilia –, intaccandone la serenità. In quella casa senza ventilatori né possibilità di refrigerio, le pettegole si tramutavano in mostri: brutte dentro e brutte fuori, specificava nonna, erano janare malfidate.

Ma sei cretino? Chi è che non ha mai sentito raccontare almeno una volta dalle proprie nonne storie terrificanti sulle janare? Le fattucchiere, le figlie del diavolo. Sono vecchie donne, cattive e solitarie. Escono al calar del sole, nude, e si intrufolano nelle case per far del male. Per non farle entrare bisogna mettere, davanti alle porte, una scopa o un sacco pieno di sale. Le janare per entrare devono contare i fili della scopa o i granelli di sale. Se perdono il conto devono ricominciare da capo. Al sorgere del sole sono costrette a fuggire. La luce gli è mortale nemica.

Partivano così racconti fra rotocalco e mito, nei quali la sgarbatezza e il pregiudizio si incarnavano nella figura diabolica di queste streghe partenopee: nude come vermi, i capelli grigi lunghi fino al sedere, facevano dispetti e gettavano fatture sui malcapitati. La notte si intrufolavano dentro per toglierti il respiro: accovacciate sul petto, con i seni penzoloni e le peggiori intenzioni. Il romanzo d'esordio del giovane Gaetano Lamberti – amico di Instagram dei cui gusti ci si fidava a prescindere – è stato un viaggio a senso unico a quelle estati, a quell'età in cui ogni cosa era possibile. Castel di Sopra, borgo fittizio in provincia di Salerno, somiglia moltissimo al paese dei miei nonni (che si chiama, guarda caso, Castel Campagnano): abitanti sparuti, sistemazioni scomode e passeggere, saluti di buona creanza a perfetti sconosciuti, pensionate che sbucciano fave e piselli sedute davanti al tabacchi. Per rispetto, ci si rivolge agli adulti con il voi. E i panni sporchi si lavano rigorosamente in famiglia.

La nonna mi prese il mento e mi alzò la testa, costringendomi a guardarla senza potermi distrarre.
«E tu aprila Martino. Apri la porta alla felicità.»
«Certo che la aprirò, perché non dovrei?».
«Perché è la più difficile da aprire?».

Cosa succede quando tutti sembrano conoscere a menadito le tue sfortune e, per di più, compiacersene? Le tendine si scostano per spiare gesti grandi e piccoli, le corna e gli scongiuri abbondano, in un attimo si è bollati al pari di lebbrosi. Fa più danni la magia nera, infatti, o il bigottismo? A raccontarci dei drammi della sua stirpe è il timido Martino: cresciuto all'oscuro, insieme alla sfacciata sorella Marisa, dei difetti nocivi della superstizione, all'improvviso fa i conti con una casa a soqquadro. Su loro gravano gli effetti del malocchio. Per questo la nonna ha l'affanno, papà è sempre assente, l'irascibile zia Vincenza starnazza al complotto, Vilma è affetta da una deformità non troppo congenita? Si rinvengono cavalli stremati fino alla morte in cortile, la criniera intrecciata da mani di strega. Si portano prosciutti e un caprone al guinzaglio per farsi leggere il futuro da chi di dovere. Sull'uscio, ecco piazzate strategicamente le scope di saggina: un divieto a prova d'invasore. In attesa di avere denaro a sufficienza per avere una casa tutta loro e di fuggire via da lì, dove si dorme accatastati tutti in una stanza, le liti sono insopportabili e, ultima ma non ultima, si è aggiunta infine anche la malasorte, i genitori Sandro e Lulù tentano invano di proteggere l'innocenza del protagonista.

«Non agitarti, resta fermo e se puoi trattieni il respiro».
Strinsi più forte il suo maglione, per fargli capire che stavo ascoltando e recependo tutto.
«Manca poco alle tre».

Non bastano i sacchetti di sale o le spille da balia. Non basta una mano di vernice sulle scritte infamanti. L'alta tensione entra in punta di piedi anche con le scope alle porte, e tira fuori il peggio: gli odi sopiti, i segreti insospettabili, gli amori mai risanati. A metà fra il realismo magico e il giallo, con una struttura teatrale alla Eduardo De Filippo e le inquietudini del Pupi Avati horror, Le Janare si è rivelata una lettura perfino al di sopra delle aspettative. Una faida senza esclusioni di colpi di scena – sul desiderio, sui desideri –, con un finale amarissimo e uno stile senza né guizzi né sbavature, che fa da perfetta cassa di risonanza ai risvolti feroci e ai passaggi più provanti. Gli uomini se ne stanno in silenzio, i bambini si mettono spesso nei guai, le donne intanto fanno e disfano a piacimento. Su una fiaba gotica nata sotto una buona stella, stranamente volteggia una civetta: anche se fuori è pieno giorno, anche se il pendolo in corridoio dovrebbe battere le tre per inaugurare l'ora delle streghe nel cuore della notte. A Castel di Sopra si è condannati ai letti disfatti, a un eterno dormiveglia. Ad avere paura a scoppio ritardato del buio e delle vacanze lì, in zone cieche che altro non sono che la copia carbone del nostro DNA. Per sentirsi piccoli e suggestionabili in 145 pagine appena. Per questo, forse, anche sotto incantesimo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pierdavide Carone, Dear Jack – Caramelle

venerdì 22 febbraio 2019

Recensione: Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich

| Perduti nei Quartieri Spagnoli, di Heddi Goodrich. Giunti, € 19, pp. 460 |

Alcune prose ti portano lontano, nonostante storie e luoghi vicinissimi a te. Quando pensavi di sapere già tutto di un amore dal finale annunciato o di una regione in cui hai trascorso le estati d'infanzia, fino ad apprendere a dovere i segreti della parlata di nonna o del suo ragù speciale, a prenderti in contropiede sono le guide turistiche con le referenze sbagliate; con nomi stranieri che, all'apparenza, poco hanno da spartire con l'eredità e le contraddizioni di certi angoli di paradiso, sfuggenti perfino per chi ci è cresciuto. Manco a Napoli da un po', colpa di rapporti familiari diventati negli anni più facili da ignorare che altro, e mi aspettavo di farvi ritorno a breve con il terzo romanzo dell'Amica geniale. Alcune gite fuori porto, tuttavia, non le programmi. Arrivano biglietti omaggio dell'ultimo minuto, occasioni da afferrare al volo, o esordi che non sapevi di voler leggere fino a quanto non li hai stretti fra le mani. Mi è successo con Perduti nei Quartieri Spagnoli: poche pagine e, come da titolo, era troppo tardi. Mi ero perso: avevo scelto deliberatamente di farlo, nonostante non fosse un momento opportuno per darsi all'avventura, ai viavai, ai romanzi impegnativi. Ci ho messo una settimana abbondante a uscire da questo dedalo e, a fine lettura, la nostalgia superava il sollievo: io che eppure patisco i vicoli stretti e la gente rumorosa, i titoli di tendenza, e di solito non vedo l'ora di far ritorno nel porto sicuro di casa mia. È stato merito di un romanzo di formazione a confine con il memoir, dove a rivelarti le scorciatoie strategiche e gli scorci da immortalare in fotografia è un Cicerone straordinario: leggete bene, sì, Heddi Goodrich. Americana senza radici, girovaga per deformazione caratteriale, che in Campania aveva gettato gli ormeggi in nome dell'amore: correvano gli anni Novanta.

La città era acqua che mi colava dalle mani, e il solo amarla mi intristiva, soprattutto di notte. Era una malinconia che non riuscivo né a scacciare né a capire. Mi ero data a lei tutta quanta, forse anche a tradimento di me stessa, eppure dopo tutti questi anni Napoli mi teneva sempre a distanza. Vir' Napule e po' muor', si dice. Frase abusata che non avrei mai inserito in una conversazione ma che quella sera bisbigliai alla notte in quanto verità.

Ventitreenne iscritta a Lingue orientali, la studentessa fuori sede aveva una famiglia a Washington e una cerchia di amici stretti nei Quartieri: si cantavano tanto i Pearl Jam quanto i classici di Renato Carosone; ci si stringeva in appartamenti abusivi belli e pericolanti affacciati sul Vesuvio; si andava alla scoperta della Napoli sotterranea, del Cimitero delle Fontanelle, attratti irrimediabilmente da quei racconti folkloristici di gnomi dispettosi, teschi senza nome e vecchie indovine con lo sguardo al futuro. Lo scirocco sornione soffia, ti accarezza e t'importuna. Il vulcano, addormentato, tra sé e sé deve ribollire così come ribolle la giovane Heddi davanti alle gentilezze di Pietro. A una festa universitaria le ha regalato una cassetta con i successi musicali di quegli anni, e la protagonista non riesce a togliersi dalla testa i ritornelli della Franklin, degli U2, né lo spasimante: la bocca carnosa come un frutto proibito, le Marlboro nel taschino a dispetto dei polmoni fragili, un attaccamento alla terra difficile da comprendere fino in fondo – la stessa che esamina nei suoi studi di Geologia, la stessa che coltiva in una fattoria modesta in provincia di Avellino. Prendete Chiamami col tuo nome: quella passione viscerale sullo sfondo di una penisola coltissima, il suo epilogo agrodolce, e descrizioni di odori e sapori tanto suggestive da appagare i cinque sensi. Aggiungete all'incanto di Aciman il rione, reso lussuosissimo dal tocco di Elena Ferrante: il codice d'onore delle famiglie partenopee, i pregi e i difetti di culture affascinanti soltanto alla giusta distanza, i bagordi di veglioni di Capodanno che fanno schiantare dai balconi pallottole e lavatrici volanti. Il meglio che la nostra Italia è stata in grado di ospitare, fra cinema e letteratura, trova un incastro perfetto in un esordio che farà vendere e parlare: per fortuna, non l'operazione commerciale che qualcuno potrebbe supporre. Perduti nei Quartieri Spagnoli prende avvio dallo scambio di e-mail fra i protagonisti cresciuti: Heddi ha visto l'alba del nuovo millennio in Nuova Zelanda, Pietro ha lavorato su una piattaforma petrolifera per un po' prima di tornarsene al punto di partenza.

Ci mettemmo di nuovo come angeli dell'erba, stesi mano nella mano, abbandonati alla felicità. Nemmeno una nuvola. C'era soltanto uno strato di azzurro, uno strato di verde, e noi in mezzo come angeli caduti. Mi sembrò di vedere nel mondo, e nell'amore, la sua semplicità di base. Ed ebbi la sensazione che, invece di stare incollati alla terra, ce ne fossimo sradicati, che ci fossimo liberati perfino della gravità. Come piume.

Sappiamo in anticipo che li hanno separati il rapporto di amore-odio con Napoli, il peso dei vincoli, la differenza che passa fra voler bene e amare. Lei sempre in volo, lui che non ha mai preso un aereo; lei che lo invita ad Atene a conoscere la sua moderna famiglia allargata, lui che al contrario la porta in visita nell'angusta Vallesaccarda. Un paesino di provincia, devastato ancora dalle conseguenze del terremoto dell'Irpinia, in cui per la prima volta Heddie si sente una forestiera – colpa di una suocera dalle parole sporadiche e sentenziose e di un pronome personale, “edda”, che la bolla spietatamente come altro da loro. La Goodrich, eppure, parla un italiano perfetto e conosce sfumature dialettali che perfino a me, di mamma e padre casertani, talora sfuggono. Ha una dialettica fuori dall'ordinario e, durante la lettura, sorprende grazie a una lingua di cui è padrona esemplare e a pennellate precisissime. Scrive meravigliosamente bene, e noi abbiamo la fortuna di non leggerla in traduzione: impressiona realizzarlo, ma tant'è. Quest'autrice scrive in italiano e pensa in napoletano. Testimoni di un tale imprinting, mi sono scoperto commosso: gli occhi bruciavano qui e lì, e non soltanto per lo smog che evoca. Erano gli anni del servizio militare, della fiducia nel futuro, delle immagini da cartolina da smantellare. Di un'euforia involontaria, di un'anarchia che riguardava tanto il sesso quanto la politica, in cui si tremava di ingiustizia e grandi speranze. Non bastava rifugiarsi sotto il vano della porta per sfuggire al terremoto in agguato. La protagonista, così, si è resa irraggiungibile per non soffrire più. Da scambi iniziali in stile Le ho mai raccontato del vento del Nord, infatti, sappiamo che vive dove lui non potrà mai raggiungerla né dimenticarla. Colpa delle lingue diverse, degli stili di vita agli antipodi, dei mondi inconciliabili che passano fra chi torna e chi parte. Perduti nei Quartieri Spagnoli raccoglie tutto quello che resta. La bellezza di un accento riconoscibile fra mille, un briciolo di rimpianto, un odore che si insinua nei capelli o sui vestiti. Come olio per friggere le cotolette, i crocchè, la pasta di pane lievitata. 
Non basteranno i lavaggi. Non basterà l'impegno di scordarsi. Qualche parola in dialetto persiste, e resiste anche un po' d'amore. In un incredibile lessico sentimentale che supera con eleganza il tempo, lo spazio, l'intrico inestricabile delle viuzze, e punta con un colpo d'ala al cielo aperto. Un ritaglio di azzurro stentato, fra le lenzuola che sventolano, le sinfonie ritmiche di piatti e bicchieri, lo sfrigolare profumato del soffritto sul gas.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio: Arisa – Vasame 

lunedì 14 gennaio 2019

Recensione: Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante

Storia del nuovo cognome, di Elena Ferrante. E/O, € 19,50, pp. 480 |

Dopo anni di lontananza, io che pecco talora di memoria corta e incostanza, ho inaugurato un nuovo anno di letture facendo ritorno al rione. Il passo finalmente sicuro, uno sguardo più abituato a cogliere la poesia delle piccole cose e a mo' di bussola, tanto di cappello allora alla spassionata fedeltà della sceneggiatura, la miniserie Rai del bravissimo Saverio Costanzo. Ho usato la trasposizione televisiva, con il senno di poi perfetta tanto nella resa visiva quanto nella puntualità dei gesti e delle situazioni, come ripasso generale. E durante questo inverno crudele che porta presso le città costiere la neve a fiocchi pesanti e altri malanni, io come tanti, fra frequenti indigestioni da cenone e raffreddori stagionali, ho scelto volutamente di ammalarmi – ma della febbre Elena Ferrante. Un contagio che in libreria avanza, incalza, martella, a tal punto da vincere i sistemi immunitari dei lettori riottosi. Un'influenza di quelle belle, bellissime, a cui è impossibile resistere rifuggendo la pazza folla: questa volta, tocca ribadirlo, i best-seller hanno ragione. All'indomani di una tesi che mi aveva guidato nella Napoli sismica del teatro post-eduardiano, fra contraddizioni dolenti e pastiere irresistibili, sono tornato alle origini con qualche consapevolezza aggiunta, tutti e quattro i romanzi già sul comodino e una maturata pazienza. Il sangue del Sud, l'accento pure. Nelle orecchie, Lila e Lenù che mi parlavano per tutto il tempo con la voce delle interpreti Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Stesse inflessioni, stessi non-detti, stessa fierezza da ingoiare a forza sotto forma di bocconi quanto mai amarissimi. Non le ho lasciate, così, nell'estate di quattro anni fa, ma soltanto lo scorso dicembre: con i titoli di coda che le sorprendevano dal nulla proprio durante quel fatidico matrimonio, protagoniste di una consapevolezza che mortificava all'improvviso il candore speranzoso delle spose novelle.

«Non volevo che mi vedessi.»
«Gli altri ti possono vedere e io no?»
«Degli altri non m'importa, di te sì.»

Se moglie ad appena sedici anni, no, la tua storia non può mica finire lì: può soltanto cominciare. Con un nuovo cognome come da titolo – Carracci –, e nuove conseguenze imprevedibili sulle vite degli altri. Soprattutto su quella di Lenù, nemica adoratissima, che per sua fortuna può dedicarsi allo studio, non ai degradanti doveri del talamo coniugale; al successo professionale, non alla prole da educare. 
Queste cinquecento pagine scarse contengono i sei anni immediatamente successivi. 
All'una tocca accettare a malincuore le leggi non scritte del rione – gli schiaffoni, le logiche economiche, l'aggressività di quel degno erede di Don Achille che in casa getta via la maschera – e, riposta la solita superbia, si scopre che a poco servono il lusso della vasca da bagno, la gigantografia nel negozio a Piazza dei Martiri, i privilegi di scoprirsi la moglie di un munifico salumiere sempre con le mani in pasta, contro la paura e la tentazione della “smarginatura”. Lila si vergogna, si annoia, e per capriccio rovina ogni cosa – le relazioni, i pranzi e le cene, le vacanze al mare – quando non è lei l'anima della festa. 
Quanta verità c'era in quella frase, leitmotiv della loro lunga complicità: quello che fai tu, faccio io? Mentre la sua amica geniale si ferma alla terza elementare, Lenù – raisoneur intellettuale, osservatrice ai margini dell'azione, confidente per eccellenza – punta prima alla maturità a pieni voti, poi a Pisa, infine a Milano. Ci si allontana dal rione, infatti, soltanto per merito o per la leva obbligatoria. E lei ha scelto di brillare studiando per non diventare come le donne del quartiere: vittime dei padri padroni e dei fratelli, dei mariti, e perfino di una forza di gravità che inevitabilmente ne amplia i girovita e ne appesantisce i seni.

Anche se sei meglio di me, anche se sai più cose di me, non mi lasciare.

Via gli occhiali antiquati, via la cadenza campana, via l'imbarazzo dei brufoli. Via una notte, sul bagnasciuga, il fardello della verginità, e purtroppo con la persona sbagliata. Eternamente inadeguata, fuori posto, la narratrice è troppo intelligente per la provincia, troppo provinciale per l'università. Troppo dimessa e troppo fortunata per qualcuno come la signora Carracci, sciantosa e miserabile contemporaneamente. Crescere la costringere a involversi, a mostrarsi orgogliosa e sboccata – insomma, più Lila –, per non essere fagocitata in un giunga di pendolari rumorosi e letterati dalle mani lunghe. E Lila, allo stesso tempo, diventa più lei. Si alternano, si avvicendano, si inseguono. Agli amori dell'una corrisponde l'abbandono dell'altra, al rifulgere lo sfiorire. In principio per superarsi smaccatamente, competitive come lo erano sotto la guida della maestra Oliviero a scuola; qui per darsi forza. Anche a costo di rubarsi a vicenda sogni, libri e fidanzati, per poi fare a metà di tutto.

Com'è facile raccontare di me senza Lila: il tempo si acquieta e i fatti salienti scivolano lungo il filo degli anni come valigie sul nastro di un aeroporto; li prendi, li metti sulla pagina ed è fatta. Più complicato è dire ciò che in quegli stessi anni accadde a lei. Il nastro allora rallenta, accelera, curva bruscamente, esce dai binari. Le valigie cadono, si aprono, il loro contenuto si sparpaglia di qua e di là. Oggetti suoi finiscono tra i miei […].

Rispetto al primo romanzo i nomi si calcificano nella memoria, non si corre a sbirciare lo schema riassuntivo in apertura in preda alla confusione. Si snelliscono i collegamenti, le parentele, le rivalità fra Carracci e Solara – Stefano e Marcello diventano soci del calzaturificio Cerullo – e il rione appare un microcosmo ormai familiare. 
Fa bene cambiare aria, però, e c'è il mare che guarisce ogni cosa: i ventri aridi, la nostalgia. Appiana i divari. Le amiche del cuore di Elena Ferrante, benché abbiano cuori enormi e un po' cattivi, si concedono una villeggiatura nella parte più emozionante dell'intero romanzo: la leggerezza che ogni estate dei diciotto anni si merita, le confidenze in una Ischia da viversi non più in solitaria, le onde che restituiscono a riva le apparizioni dell'amato Nino Sarratore e i segni premonitori della tempesta imminente. Lenù resta sotto l'ombrellone, impacciata nel costume intero che stringe impietoso sulla silhouette di cui si cruccia; Lila impara a nuotare. E nuota meglio di lei, forte e lontano: irraggiungibile? 
Storia del nuovo cognome è il tassello immancabile di una saga al femminile che cresce di volume in volume, un sì decisivo. Una scatola salvata alla furia dell'Arno per ricostruire coi brividi a fior di pelle gli amori e gli odi alterni; le sofferenze tenute segrete, i traguardi ostentati, e viceversa; le parole che non si sono mai dette. Quello che sono diventate quando, purtroppo o per fortuna, lontane. Nel cuore dell'azione, nei ventricoli della vita, nel sangue dei ricordi.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Nada – Senza un perché