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martedì 3 giugno 2025

Per trenta minuti: Dying for Sex | The Studio | Overcompensating | The Four Seasons

Può una miniserie sulla morte scoppiare di vita? È la scommessa, vinta, di Shannon Murphy. Già premiata a Venezia per Babyteeth, la regista torna a declinare la malattia in chiave umoristica trasponendo la storia vera di Molly Kochan: quarant'anni, due tumori, nessun orgasmo, abbandona il marito imbelle pur di realizzare i suoi desideri più inconfessabili. In francese, d'altronde, chiamano l'orgasmo così: petit mort. Dovremmo quindi stupirci se assisteremo al sesso più libero e pazzo dell'anno in Dying for Sex, storia di una malata al quarto stadio, anziché nel patinato Babygirl? Tragici e spregiudicati, gli otto episodi seguono l'odissea della protagonista dalla diagnosi fino all'ultimo respiro, senza mai staccarsi dal viso di una Michelle Williams radiosa come non mai — sarà colpa della radioterapia? In scena: l'assoluta centralità del corpo femminile. Nel piacere. Nel dolore. Vittima di abusi da bambina, continuamente in balia dei medici da adulta, Molly esercita il pieno dominio di sé stessa soltanto nelle vesti di mistress. Tutto è scoperta, perfino i kink più assurdi, ma potrebbero esserci effetti collaterali: rompersi il femore prendendo a calci gli attribuiti del vicino di casa, ad esempio, o finire per innamorarsi di lui. Ma quella diretta da Murphy è soprattutto una grande storia di sorellanza: l'amicizia tra Williams e l'inseparabile Jenny Slate si candida a rimanere la storia d'amore più struggente dell'anno. (8,5)

Immaginate di poter conoscere i meccanismi produttivi di un immaginario studio cinematografico a Los Angeles. Il responsabile, un Seth Rogen strepitoso come non mai, è un sognatore sprovveduto  e pasticcione che vorrebbe conciliare cinema d'autore e film commerciali. È possibile, però, tra acquisizioni, problemi di budget e pressioni crescenti da parte di pubblico e media? Il cinema è cambiato. È in crisi? Se sì, quanto è grave? A metà tra Boris e Call my Agent, Apple produce una delizia metacinematografica sui retroscena più folli del microcosmo hollywoodiano. Se i Continental Studios contano in squadra anche gli iconici Bryan Cranston, Catherine O'Hara e Kathyn Hahn, il resto del cast vanta cameo non da meno: registi (Scorsese, Howard, Polley, Wilde, Snyder) e attori (Kravitz, Franco, Lee, Efron) sulla cresta dell'onda, infatti, si prestano con autoironia a una satira che si prende estremamente sul serio. Senza mai dimenticare i fasti dei Golden Globe e del CinemaCon, The Studio mostra la frustrazione dei piani sequenza, gli inconvenienti della pellicola, i casting al tempo del politicamente corretto, le guerriglie interne e le mancata riconoscenza. Il tutto con dialoghi fluviali e una regia elettrizzante, che somiglia a un'improvvisazione jazz di Damien Chazelle. (8)

Tornate indietro a quindici anni fa. Su MTV andavano in onda Blue Mountain State, Hard Times, Faking It. Eravamo felici e lo sapevamo. Coprodotta da Amazon e A24, la serie scritta e interpretata dal brillante Benito Skinner è un atto d'amore alle commedie universitarie di quegli anni. Qui aggiornate, però, in una versione immancabilmente più gentile, inclusiva, queer. Tante le partecipazione delle icone televisive del passato: James Van Der Beek, Connie Britton, Kyle MacLachlan. Immancabili, ma questa volta con autoironia, gli attori trentenni chiamati a impersonare un gruppo di matricole. Ambientata all'incirca nel 2014, vanta poster di Megan Fox alle pareti e una colonna spudorata dove Britney, Lady Gaga e Charli XCX guidano i protagonisti tra feste, sesso e segreti. Per quanta lieve ed esilarante, la serie ha un titolo che è tutto un programma: sovracompensazione. Chi non ha mai mentito per aderire alle aspettative del prossimo? Tutti, non soltanto il protagonista gay, nascondono non detti e fragilità private. Tutti, perfino i cattivi di turno, sono vittime delle pressioni sociali e degli stereotipi. Riusciranno, tra una risata e l'altra, a liberarsi delle maschere superflue – e dei vestiti? E noi, riusciremo? (7,5)

Dopo l'esageratissima Unbreakable Kimmy Schmidt, Tina Fey torna come sceneggiatrice e interprete di una nuova dramedy approdata su Netflix sotto silenzio – almeno in Italia. Questa volta più amara e misurata che in passato, vicina alle atmosfere del cinema di Woody Allen, raduna tre coppie di amici di mezza età mostrate in quattro diverse stagioni dell'anno e della vita. Nonostante vantino matrimoni longevi, nessuno è al sicuro: la crisi dei cinquant'anni minaccia di mettere in forse vacanze, relazioni, amicizie. Fey patisce l'apatia del marito, Will Forte; Colman Domingo trova soffocanti le moine dell'iperprotettivo Marco Calvani – che rivelazione, quest'ultimo –; e poi c'è Steve Carell, sempre immancabile, sempre più fascinoso, che all'indomani di un anniversario in pompa magna abbandona la moglie Kerri Kenney-Silver per una trentenne. La trama non è tra le più originali: anzi, si ispira all'omonimo film degli anni Ottanta. Tutto è estremamente classico, ma altrettanto ben scritto. Tutti sono privilegiati, annoiati, ciarlieri, come nei migliori romanzi di Peter Cameron, eppure è matematicamente impossibile non volere loro bene. Occhio all'episodio finale, però: dopo tanta leggerezza, un colpo di scena da crepacuore è in agguato. (7)

mercoledì 22 febbraio 2023

And the Oscar goes to: The Fabelmans | Gli spiriti dell'isola | Aftersun | Tár

Un ragazzino di provincia scopriva un'epifania chiamata cinema: si chiamava Fabietto ed era il protagonista dell'ultimo Sorrentino. La stessa fiaba è vissuta un anno dopo da un altro sognatore: Spielberg e il suo alter-ego, Sam. Memore delle lacrime versate per E' stata la mano di Dio, temevo e speravo di struggermi: immerso in un'irresistibile atmosfera da sit-com anni Cinquanta, invece, mi sono divertito tantissimo. Spielberg racconta gli alti e bassi di una famiglia in crisi, ma rinuncia al conflitto; omaggia i classici della settima arte, ma non appare manieristico; mette in scena sé stesso, ma rende omaggio a tutti i felici a modo loro. Sbadatamente, avevo dimenticato di trovarmi al cospetto del più grande regista di film per famiglie di tutti i tempi. E i Fabelman, che hanno le storie perfino nel nome, sono proprio indimenticabili. A capotavola siedono Paul Dano, ingegnere gentile e dolcissimo; Michelle Williams, mamma sull'orlo di una crisi d'identità, che insegue tornadi e balla alla luce dei fari. A guardarli è un adolescente dall'occhio già critico: il cinema aiuterà lui e gli altri personaggi a percepire lo scollamento tra realtà e aspettative. Sincero, personale, tenerissimo, il film minaccia di dilaniarci in un braccio di ferro tra vocazione e famiglia. L'autore che ha allevato generazioni di cinefili, invece, concilia gli opposti e sa ricreare l'intimità domestica perfino in questo eclatante esempio di grande cinema da godere sullo schermo più grande possibile. Era genetico, era destino. La casa della famiglia ebrea in fondo al viale, l'unica buia nel bel mezzo dello sfavillio del Natale, brillava di luce propria e del fascio del proiettore. L'importante, nel ritrarla, è ricordarsi di controllare l'altezza dell'orizzonte nell'inquadratura: “Se è in basso è interessante, se è in alto è interessante, ma se è al centro... È una palla mortale”. È stato un suggerimento di John Ford. È stata la mano di Spielberg. (8)

Siamo in un'isola bellissima, a largo dell'Irlanda. Sulla terraferma impazzano i combattimenti, ma a Inisherin non giungono che i boati lontani. Lì, tra i pub fumosi e le scogliere a picco, si consuma un'altra insensata guerra civile: quella fra due uomini, un tempo migliori amici, che improvvisamente non si vanno più a genio. Il pastore Colin Farrell, tenero e fragilissimo lontano dai ruoli di bel tenebroso che l'hanno reso noto in gioventù, elemosina una seconda opportunità e nel frattempo si strugge. Il violinista Brendan Gleeson, annoiato dalle moine dell'altro, minaccia di tagliarsi le dita a colpi di cesoie se importunato di nuovo. Non staranno forse esagerando? Perché non si limitano ad affrontare le solitudine e la depressione alla maniera degli altri isolani, si domandano la sorella volitiva Kerry Condon e lo scemo del villaggio Barry Keoghan? Brontoloni, imprevedibili e adorabili, gli eccellenti protagonisti animano una sceneggiatura beckettiana fatta di paradossi: la stupidità umana viene raccontata con la solita intelligenza del regista; i dialoghi, al solito fitti, nascondono non detti fino alla fine. Ma da Martin McDonagh mi aspettavo qualcosa di più, dopo i fasti di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Piccolo e indipendente, questa volta se ne torna alle origini e con il suo microcosmo agrodolce (ho pensato a un Chocolat con la rabbia canina) conquista qualche nomination agli Oscar di troppo. Vincerà la statuetta alla sceneggiatura: brillante, al solito, ma per me inutilmente triste e amara. Su quest'isola ci sono le streghe, le canzoni folkloristiche tramandano la leggenda delle banshee, ma non c'è la magia sperata. (7)

È il film di cui tutti parlano. Un piccolo miracolo dal cuore grande, che a sorpresa è uscito dal circuito indipendente per imporsi anche nella stagione dei premi. Trama, toni e atmosfere sono quelli del Sundance: due personaggi, uno scenario esotico, tanti dialoghi, troppi non detti. Ma questa volta i protagonisti sono un padre e una figlia, e il film (autobiografico) è la storia del loro primo e ultimo viaggio insieme. Lui ha un braccio ingessato e improvvisi sbalzi d'umore; lei ha undici anni, ma la sa già lunga. Tenero e idilliaco all'apparenza, il loro rapporto nasconde ombre indecifrabili. E la sceneggiatura, sospesa, carica di tensione quell'epilogo già cult sulle note dei Queen. È possibile mettere insieme i frammenti sparsi di un genitore mai compreso? Ci prova Charlotte Wells, che affida le memorie di un'estate a Paul Mescal: ancore una volta, il gigante buono di Normal People commuove unendo la sua fisicità da adone a una delicatezza quasi femminea. Sophie lo considera vecchissimo e gli domanda cosa farà per il suo centotrentunesimo compleanno. L'uomo abbozza, vago. E i suoi misteri, a distanza di un ventennio, vengono scandagliati attraverso i video ricordo. Ma né la memoria né l'elaborazione sono lineari; non lo è il perdono. I ricordi della regista, così, diventano flash tra le luci di una discoteca. Spettri da scacciare, miraggi da acciuffare: il tutto, invano. Certe mani grandi non possono essere riafferrate per un nuovo giro in pista. Ma resta la memoria tattile del loro tocco, quando ci spalmavano il doposole nei punti in cui non arrivavamo. Aftersun è la bruciatura. Aftersun è la crema lenitiva. (9)

Da dietro il suo leggio, Lydia Tár, direttrice d'orchestra (anzi, “direttore”), muove le mani come se potesse domare il mondo intero. O annientarlo. Omosessuale, anticonformista, ambiziosissima, è misogina e conservatrice come si addice a quel mondo: tiranneggia sulla giovane e illusa assistente, seduce e abbandona le borsiste, esprime dissenso verso il politicamente corretto della generazione Z. Articolato in una serie di lunghi colloqui dal taglio teatrale, il film di Todd Field si muove come un (falso) biopic tra vita pubblica e privata: a distrarre la protagonista sono le prove per la quinta di Mahler, la ricerca di un nuovo vice alla sua altezza, il suadente rumore dei tacchi della violoncellista neoassunta. Questa è la storia, indecisa tra dramma e beffa, della perdita di controllo di Lydia. Il suo crollo (a cui, amaramente, non seguirà una rimonta) viene mostrato, nell'ultima parte, con toni vagamente horrorifici. Annunciato sin da premesse, dopo quasi tre ore fittissime lo si accoglie al suono di sbadigli. Field non è Sorkin. Tár non è Jobs. Il personaggio eponimo affascina, ma non c'è mai una curiosità voyeuristica dietro quelle conversazioni interessanti soprattutto alle orecchie degli addetti ai lavoro. A noialtri restano qualche raro sorriso tirato e la sensazione che la grande pretenziosità del tutto (prendete perfino i titoli di testa, spossanti) guasti il coraggio dello spunto di partenza: raccontare la vicenda di una predatrice sessuale nell'era del #metoo. Quest'orchestra stridente, in mano a un altro, sarebbe stata un capolavoro. Ma il film, premiato a Venezia per la migliore interpretazione femminile e plurinominato agli Oscar, è un anfibio gelido, scontato e prolisso. Come, d'altronde, la bravura da prima della classe di Cate Blanchett: a lungo andare, viene a noia anche quella. (5,5)

lunedì 10 giugno 2019

I ♥ Telefilm: Fosse/Verdon, Fleabag S02, Killing Eve S02

Rimasto senza successori, Feud raccontava un testa a testa fra dive. Cosa si nascondeva sul set di Che fine ha fatto Baby Jane? Passato stranamente sotto silenzio, è arrivato infine quest'altro biopic a puntate su un'altra coppia del cinema. Il tema: non il noir bensì il musical, non l'acrimonia bensì l'amore. Quello che dura fino all'ultimo respiro. Quello che sopravvive a un divorzio, infiniti tradimenti, stelle eclissate. Dietro l'apprezzamento parziale della miniserie Fox – realizzata magnificamente, coinvolgente non sempre –, c'è il mio grado di impreparazione. Di Bob Fosse, regista e coreografo osannato dagli Oscar a Cannes, non ho visto niente, ma l'estate mi rende ben propenso ai recuperi da rigattiere. Quali erano i retroscena dei suoi capolavori? Non conoscendoli, mi sono appassionato in minima parte ai travagli produttivi e ai cambi di rotta, ridestandomi grazie all'energia degli inserti danzerecci e alla bravura di interpreti in stato di grazia. Lui, un camaleontico Sam Rockwell, ha problemi con il sesso, con il fumo, con un cuore malandato. Vittima di amanti a fiotti e del gene del tradimento, vive la celebrità come dono e dannazione. Ne va della sua salute, fisica e mentale. Ne va della relazione con una Michelle Williams da Emmy, terza moglie che tale non rimase. Paziente e affranta, la donna scende a compromessi e tenta spesso di allontanarsi dall'ombra del collaboratore. Ma come rinunciare al desiderio di portare in scena Chicago? Fra liti e riappacificazioni, Bob e Gwen scoppiano come coppia ma professionalmente resistono a dispetto dell'età, dei nuovi partner, dei dissapori. Se la stima è una forma d'amore, non smetteranno allora di amarsi fino alla morte di lui: stroncato a sessant'anni da un infarto. Ricostruzione degna di meraviglia delle scene cult e dello spirito di quei decenni ruggenti, Fosse/Verdon ha fatto la gioia di costumisti e direttori dei casting, che questa volta hanno inseguito con la lente d'ingrandimento somiglianze fisiche ed eccellenze. I personaggi, genitori distratti e incostanti, sono profondamente onesti ma difficili da difendere; nelle otto puntate complessive, se ne individua al solito qualcuna di troppo, ma da metà in poi l'alta classe è garantita. Bisognerebbe avere una conoscenza preliminare del cinema di Fosse, però, e resistere ai ritmi lenti degli inizi. Pazientare tanto per la genialità del montaggio quanto per i guizzi della messa in scena – siparietti in bianco e nero da stand up comedy, tentati suicidi come in Rocketman –, o per godere della prova di una Williams nel miglior ruolo della sua carriera. Le vite del duo, canterebbe Liza, sono state un cabaret. Malinconiche e sopra le righe, non potevano essere raccontate altrimenti. Il resto, difetti compresi, è jazz. (7)

Ho aspettato il suo ritorno per anni. Erano bastati sei episodi per trasformarla, ai tempi, in un metro di paragone. E per dirmi innamorato di Phoebe Waller-Bridge, talento comico che infrangeva cuori con una scrittura di cui tutti, presto, si sarebbero accorti. Anche sceneggiatrice di Killing Eve, chiamata in soccorso fra una cosa e l'altra sul set del James Bond di prossima uscita, Phoebe approda su Amazon con il suo personaggio portafortuna e ha venti minuti alla volta per congedarsi. Come eguagliare la bellezza della cena dell'episodio introduttivo, in cui si consumano il dramma di un aborto spontaneo e i convenevoli per un matrimonio da organizzare? Come trovare un'altra spalla che somigli al fascinoso Andrew Scott? Mentre il padre convola a nozze con Olivia Colman e sua sorella ha una crisi di nervi per un brutto taglio di capelli, nelle giornate della protagonista si avvicendano ospiti d'eccezione – Fiona Shaw, Kristin Scott Thomas – e un misto di emozioni contraddittorie, se i bilanci riportano in mente una mamma e una migliore amica finite al cimitero. Tutto è disastroso. Tutto è oro. Perfino la sua cotta, quindi, non potrà che essere assurda: in crisi d'astinenza, la donna finisce nel confessionale di Scott. Un sacerdote adorabile e sboccato, che legge gli attimi di isolamento nei quali la protagonista si estrania, guarda lo spettatore, fa smorfie in camera. La eccita il brivido del proibito, o forse quello sconosciuto del conforto? Bisessuale e blasfema, la figlia illegittima di Gervais si chiude in preghiera. Non ci sarà lieto fine, non calerà una morale dall'alto. Ma il discorso sulla crudeltà dell'amore o uno struggente monologo in lacrime risulteranno abbastanza miracolosi da farci credere nel Padreterno e nel fatto che una trentatreenne londinese sia la regina attuale della risata amara. Sotto la pensilina degli autobus, con altre delusioni aggiunte alla collezione precedente, Phoebe Waller-Bridge scuote la testa. Ci dice di non seguirla. Deve andare per la propria strada. Purtroppo non porta a una terza stagione – Fleabag sceglie di fermarsi qui, di leccarsi le ferite in privato – ma magari somiglierà, finalmente, alla felicità. (8)

Partito come classica spy story, Killing Eve si era tradito in fretta. Per fortuna, aggiungerei. Nella partita a guardia e ladri fra Sandra Oh e Jodie Comer, la prima sbirra e l'altra sicario senza scrupoli, non c'era niente di annunciato in partenza. E, soprattutto, niente di serioso. Ci si accoltella, infatti, si commettono nefandezze e torti impensabili, ma mantenendo sempre il sangue freddo. Nemiche a amiche, amanti forse un giorno non lontano, le due donne agli estremi della barricata si sono studiate a lungo e cercate dappertutto. Quando si sono trovate, durante lo scorso finale di stagione, hanno affilato i coltelli. Sono finite a letto, in un abbraccio insanguinato. Ma come reagire se la tua ossessione amorosa risponde alle tue attenzioni accoltellandoti a Parigi? La vendetta, piatto da servire freddo, placa i bollenti spiriti grazie alla distrazione di un terzo incomodo: un nemico comune da sconfiggere, spiazzando tutti e collaborando. A mali estremi rispondono estremi rimedi. Un po' Hannibal e Clarice, un po' Bonnie e Clyde, la coppia meglio assortita del piccolo schermo punta all'Italia. Roma, quest'anno, ospita la villeggiatura di Aaron Peel: sociopatico ferrato in traffici di dati privati, che tanto i Dodici quanto l'MI6 vorrebbero fermare. Disposti a venirsi incontro sottobanco, i buoni e i cattivi sguinzagliano le sexy Oh e Comer – quest'ultima, a giusta ragione, ruba Bafta e attenzioni a colpi di carisma. L'attrazione fra loro è fisica, cerebrale, o entrambe le cose? In un violento ed esilarante soggiorno italiano, con tanto di vezzosa colonna sonora nostrana e stilosi cambi d'abito, Killing Eve si conferma un piacere perverso. La serie da vedere. Esagera, ma con la solita intelligenza dietro cui si scorge lo zampino di Phoebe Waller-Bridge. Ti rende dipendente, ancor più che in passato, grazie a una Villanelle che spadroneggia incontrastata. Troppo sognare che queste due brutte ceffe scappino e delinquano fino a noi, cuore a cuore? (7,5)

venerdì 8 marzo 2019

Mr. Ciak: Io sono Mia | Lontano da qui | Non è romantico? | Come ti divento bella | Ricomincio da me

Sapete, la gente è strana. Prima l'ha odiata, poi l'ha amata. La sorte di Mimì Bertè, nome d'arte Mia Martini, somiglia proprio all'incipit della sua canzone più celebre. A casa mia andavano spesso. Ho presente i ritornelli, le smorfie e i sorrisi, i tic; quella voce prima grintosa e infine spezzata, in seguito a un'operazione alle corde vocali e alla fine di una relazione che l'aveva prosciugata. La sigaretta immancabile e il cagnetto al guinzaglio, il volto nascosto nel bavero del cappotto. Mia Martini purtroppo la ricordiamo imbruttita. Triste, al punto che la morte precoce è sempre apparsa la diretta conseguenza di un'esistenza tragica. Quanto c'era di vero nell'immagine della cantante roca e maledetta, già diffamata dalle malelingue e stremata dai tira e molla con Fossati? L'ho scoperto in una produzione Rai passata anche in sala: un omaggio di cui potremmo attaccare la scrittura un po' dozzinale, la regia televisiva, se non fosse per la bravura di un'incredibile Serena Rossi. Doppiatrice Disney con un passato nel cast di Un posto al sole, mica nell'Actors Studio, l'attrice partenopea compensa con il cuore e il mimetismo lì dove il timbro è troppo diverso, lì dove la scrittura rischia di scivolare troppo nel melodramma. Attorno a lei, somigliante senza gli sforzi clowneschi di Rami Malek, ruotano gli amici Lauzi e Califano; la sorella Loredana, interpretata dalla dolce metà di Thom Yorke; gli alti e bassi con il compagno storico, sostituito qui da un fotografo fittizio davanti al rifiuto di Fossati di prender parte alla produzione. Io sono Mia è un biopic romanzato, in chiave femminista, su una Janis Joplin nostrana trasformata per colpa di terzi in una maschera di dolore. Perseguitata da accidenti grandi e piccoli, costretta alla fine a cantare nelle sagre di paese, aveva senz'altro bisogno delle scuse ufficiali. Di una commemorazione sentita e rispettosa, emozionantissima, a cui chiunque perdonerebbe l'effetto agiografia: ben vengano i film spiccatamente di parte, purché stavolta siano dalla sua. (7)

Lei è un'insegnante con un disperato bisogno di speranza, lui un allievo prodigio che compone poesie nell'indifferenza generale. Se pensate sia l'inizio di un dramma per famiglie nello stile di Gifted, siete fuori strada. Perché, guidato da un'ottima Maggie Gyllenhaal a proprio agio con i personaggi controversi, Lontano da qui è un film che spiazza: abbastanza da stregare il Sundance e da imporsi, a sorpresa, fra le migliori visioni dello scorso anno. In cerca di una via di fuga dalla routine, di un tocco speciale a una scrittura a cui manca sempre il guizzo, l'irrequieta insegnante scopre accanto al piccolo poeta una vita più incantata, più movimentata, più pericolosa. Lei è la sola a prenderlo sul serio: gli dà corda, prende nota delle sue fantasticherie, lo rapisce letteralmente per portarlo ai reading pubblici, gli presta voce spacciando i suoi componimenti per propri. Non si accorge che c'è del morboso, qualcosa che non va: lo sguardo disarmante e indagatore del pupillo – che in fondo vuole più bene all'altra maestra, e che a giorni premette lo sport alla letteratura – ne metterà a nudo le contraddizioni. La Gyllenhaal preferisce infatti Gael Garcìa Bernal al marito panciuto, l'allievo prediletto ai figli adolescenti ipnotizzati dai cellulari: politicamente scorretta e profondamente umana, a tratti inquieta e a tratti commuove per questa esigenza di bellezza che non possiamo non condividere. Durante la visione dell'ottima seconda prova di Sara Colangelo sospendi qualsiasi giudizio morale – la protagonista va stimata o forse ostracizzata? – e, come se si trattasse di un thriller, ti scopri prima affascinato, poi spaventato dai meccanismi psicologici della protagonista: una poetessa bugiarda, una mecenate aspirante, che passa da maestra a tata, fino a ricoprire il ruolo di stalker ossessiva. Lontano da qui è un enigma pedagogico fra due estremi: la totale disattenzione di alcuni da un lato, e dall'altro le premure esagerate di chi osa sognare un futuro migliore. Ma questo mondo non ha orecchie attente, va di fretta. Troppo pragmatico per i geni incompresi, per le professioniste che fanno della loro missione una questione di vita o di morte, corre il rischio che certe richieste d'attenzione, certi piccoli grandi film, passino inascoltati. (8)

Non tutti hanno il fisico per vivere in una commedia romantica. Non di certo Rebel Wilson, goffa e disincantata, che non somiglia affatto a Julia Roberts. Cosa succederebbe se la spettatrice più cinica del mondo, in seguito a uno scippo, si risvegliasse in un mondo parallelo in cui vigono i toni, i colori e i cliché di Pretty Woman? Dai cartelloni pubblicitari scende la splendida Priyanca Chopra per corteggiare l'eterno migliore amico Adam Devine, il vicino di casa spacciatore si evolve nello stereotipatissimo consigliere gay, il minore dei fratelli Hemsworth d'un tratto non ha occhi che per la protagonista. Dal regista di quel gioiellino che fu The Final Girls, altra parodia dal cuore grande, arriva così Non è romantico?. Un collage a fantasia di luoghi comuni e scene topiche, in cui trovare il meglio e il peggio delle romcom di ogni dove. Il risultato è un omaggio autoironico e dalla confezione inaspettatamente curata, con una morale di fondo aggiornata – amare gli altri anziché se stessi rende davvero più completi? – e una Wilson, al solito, vulcanica. Mettete pure in conto coinvolgenti momenti canori degni di un musical, elicotteri privati come se piovessero, un abito elegante per ogni occasione e qualche consapevolezza aggiunta strada facendo: assolutamente, però, niente sesso. Vittime del cinismo diffuso, anche noi abbiamo il dente avvelenato verso il lieto fine. Un po' come le volpi del proverbio, che non arrivano all'uva e fingono allora sia acerba. Che male c'è, invece, a sognare a occhi aperti? A viversi la vita con quest'invidiabile leggerezza, rigorosamente in rosa? (7)

Quanto conta l'aspetto esteriore? L'inadeguatezza ha confinato a lungo Amy Schumer in un ruolo subalterno: è un altro colpo in testa, un'altra epifania, a convincere quest'altra bruttina della commedia americana a vivere a testa alta e sognare in grande. Basta crederci. E piace proprio crederle, sì, mentre invade a gamba tesa gli uffici patinati del Diavolo veste Prada per proporsi come segretaria: se perfino Emily Ratajkowski può essere piantata in asso e una strepitosa Michelle Williams fa i conti con la voce stridula della diva di Cantando sotto la pioggia, allora tutto può succedere. Anche essere a tanto così dallo sbancare una gara disputata fra sexy miss in maglietta bagnata, o svegliarsi in una sorta di Big al tempo dei body shaming. La Schumer non cambia di una virgola. Impara a vedersi irresistibile, e tutti sembrano crederle di conseguenza. L'autostima, la teoria del bicchiere mezzo pieno, sono una potente arma di persuasione per affermarsi in ufficio e in amore. Anche a rischio, quando parte della cerchia dei vincenti, di macchiarsi di egoismo e superficialità? Banalizzato dal titolo italiano, Come ti divento bella è una commedia mediamente divertente, bella più dentro che fuori, con una lodevole morale di fondo e la fisicità dirompente di una Schumer da me eppure poco apprezzata in passato. Funziona e intrattiene, per fortuna, anche quando i centodieci minuti complessivi sembrano troppi; quando l'incantesimo si spezza. (6,5)

Quanto conta il titolo di studio? È il dilemma di Jennifer Lopez – ancora una volta, novella Cenerentola – che lavora come commessa nonostante il fiuto da imprenditrice navigata. Come in una puntata di Younger, le bugie le spalancano le porte di un'azienda di grido: dall'alto del suo falso curriculum, così, brevetta la formula di una crema di bellezza e si scontra con la rivale Vanessa Hudgens, collega sul piede di guerra. Ricomincio da me, ritorno al cinema della popstar che negli anni Duemila era la regina incontrastata di un certo filone di commedie sentimentali, presenterebbe in teoria qualche variazione sul tema: oggi si premette la carriera all'amore, con buona pace di Ventimiglia; ci si vanta di una laurea che non si ha; si custodisce un segreto di gioventù che rischia di tornare alla luce non senza colpi di scena. La pratica, invece, è ben altro paio di maniche: sarà che lo sforzo maggiore richiesto alla protagonista, cinquantenne di una bellezza sconfinata, è fingere di avere dieci anni di meno e rispolverare, all'occorrenza, le pose che per un periodo l'hanno resa una stella anche del botteghino. A dispetto del titolo, quindi, questo è un falso nuovo inizio, una ripartenza soltanto annunciata: lì il suo pregio, se fan di una Lopez che fa una discreta figura in qualsiasi veste; lì il suo difetto, se da Peter Segal, veterano del cinema di genere, ci si aspettava una serata di sorrisi meno tirati. (5,5)

mercoledì 14 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Lady Bird | The Greatest Showman

Christine, non particolarmente fortunata, non particolarmente brillante, non particolarmente graziosa, vive dalla parte sbagliata delle rotaie nella sonnacchiosa Sacramento dei primi anni Duemila. Ha diciassette anni, quasi diciotto, e tutto sembra essere possibile. La fine del liceo – un'intransigente scuola cattolica con divise inamidate, il crocifisso in aula e una rigida divisione fra maschi e femmine – significa allontanarsi da casa, scegliersi da sé il destino e l'università. Invia così domande disperate a college fuori mano e fuori dalle sue modeste possibilità. Si barcamena fra l'allestimento di un musical scolastico in cui no, non ha il ruolo principale, e la scelta del vestito per il ballo di primavera. Si divide fra l'amore per Lucas Hedges, represso rampollo di buona famiglia, e quello per il chitarrista Timothée Chalamet, le cui pose da ribelle romantico sono un'illusione. Aspetta la perdita della verginità, l'ultima campanella, le risposte a tutti i suoi perché. Da un lato: l'amara realtà dei fatti. Dall'altro: il desiderio di allontanarsi a ogni costo da una provincia che le sta stretta. Come fare, senza però avere un talento particolare o il viso giusto? Irritante, difficile da voler bene, Christine si sente dappertutto fuori posto: come me. Ha un rapporto conflittuale con l'apprensiva Laurie Metfcalf, madre a digiuno di scene madri: come me. Fa di tutto per piacere agli altri, perfino fingere, per poi tornare a scegliere la vecchia migliore amica e la fidata compagnia della solitudine: come me. La protagonista, che si firma “ragazza uccello” per quel suo naturale desiderio di spiccare il volo, sfortunatamente somiglia alla gemella che non ho soltanto su carta. Manca per tutto il tempo l'empatia e, ogni tanto, ho rischiato di trovare questa Saoirse Ronan col rimmel sbavato – più leggera di quanto siamo abituati a vederla, non necessaria più brava – antipatica e basta. Succede il tutto e il niente di un certo cinema indie e l'acclamato Lady Bird, spesso, sembra girare a vuoto. Abbozzando situazioni e personaggi per poi troncarli malamente nel finale. Dirige e scrive Greta Gerwig, qui al suo esordio dietro la macchina da presa, ma la musa dell'indigesto Noah Baumbach non cancella in novanta minuti le arie hipster che si porta dietro; gli strascichi del mio fondato pregiudizio. Una nomination per la miglior regia che sa tanto, troppo di politicamente corretto. Una miglior sceneggiatura originale che brillerà forse per onestà e freschezza, ma che originale proprio non sembra. Perché Lady Bird sì, mi domando infatti, e il sottovalutato The Edge of Seventeen, con una Steinfeld altrettanto intensa e scostante, no? Perché se lo avessi scoperto sottotitolato e misconosciuto su un sito streaming, senza grandi speranze, probabilmente lo avrei consigliato anch'io sottovoce? Commedia generazionale con una vetrina d'eccezione – quella del cinema d'autore – che non penso le spetti, la piccola Lady Bird vorrebbe puntare troppo in alto. Ho seguito il suo volo per un po', ma l'ho persa di vista. Mi sono perso io, forse. Non lasciando che, in cerca di un'altra casa, dell'ennesimo plauso scontato, facesse nido nel mio cuore scettico. (6)

Che belle, ho pensato con un briciolo d'invidia, quelle vite che sanno trasformarsi in musical. Quante possono? Quelle che devi inventare a tavolino, altrimenti sarebbero troppo simili alle nostre: senz'arte né senza colore. Quelle di chi visse un'avventura, una favola, che non poteva che diventare spettacolo spettacolare. P.T. Barnum, professione amabile canaglia, affabulava, ingannava e incantava. Imprenditore nella disincantata New York del tardo Ottocento, cacciatore instancabile di sogni nel cassetto, investì il denaro che neppure aveva prima in un museo delle cere, poi in un circo all'avanguardia, infine per salvaguardare il talento della cantante svedese Jenny Lind. Hugh Jackman – bello nella sua divisa da domatore, sorridente e nel suo – canta e balla sui tetti, e fra le lenzuola appese ad asciugare e le stelle vede un destino alternativo per due bambine che non dovrebbero crescere a digiuno di speranza; per una Michelle Williams non troppo convinta, non troppo convincente, strappata a una famiglia facoltosa e condannata a un'esistenza approssimativa in nome dell'amore. Sempre cantando, sempre ballando, si convince quel Zac Efron di cui, dopo High School Musical, è proprio un piacere risentire la voce a fare a metà. Si cerca fra i reietti, i diseredati, i diversi, e si dà loro la libertà di esprimersi. Di farsi deridere, ma da un pubblico pagante: mostri con un cuore e un talento tutto da svelare. Se romantici ma osteggiati, ed è il caso di un Efron vittima del fascino esotico di Zendaya, ci si innamora di una trapezista di colore anche a costo di riscrivere le stelle – il loro coreografico duetto a mezz'aria è forse il momento musicale più emozionante e riuscito assieme a This is me, commovente inno di una donna barbuta che diventa un po' anche il nostro. Se accecati dai riflettori, e invece è il caso di un Jackman non senza macchie, si pretende di più: perdendo di vista gli obiettivi iniziali e la magia che tutto muove. Vagamente disneyano, The Greatest Showman non convince proprio allora. Quando scopre una punta di disincanto, i matrimoni messi in crisi da una Ferguson capricciosa (e doppiata), la vita vera che a un musical conciliante proprio perché leggerissimo poco si addice. Fluido nei volteggi della macchina da presa e dei corpi, nel montaggio, orecchiabilissimo e sfarzoso ma tutt'altro che memorabile, il film dell'esordiente Gracey non è un ritorno al Moulin Rouge né sa bissare il miracolo del novello La La Land. Però poco importa: che scenografie, che luci, che facce, che voci. Quanta gentilezza, quanto incanto, in questo freak show. Posso farne parte anch'io?, domandi. Trovandolo grande comunque, anche se non all'altezza del superlativo del titolo: una bugia bianca, con stile, come quelle di mastro Barnum. (6,5)

sabato 18 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Manchester By The Sea, Hidden Figures, Loving

6 Nominations. Lee, factotum, si divide tra inquilini incontentabili e ricordi di una vita fa. Burbero ai limiti della maleducazione, sferra pugni volanti e ignora le norme del vivere civile. Una chiamata lo sorprende mentre sparge sale grosso sul vialetto. Suo fratello è morto. Bisogna preoccuparsi della cerimonia, avvertire l'orfano, scoprire le sorprese che il testamento riserva. Manchester by the sea, anti La La Land per antonomasia, è un melodramma che parla di ritorni e cuori ulcerati. Classico nella costruzione, ha Lonergan – regista e sceneggiatore di raro buon gusto – a renderlo semplice e struggente, a colpi di scarse furberie e disarmante verosimiglianza. Con tutto il riserbo e l'ironia di cui il cinema indie è capace, non diventa il dramma di rinascite che ci si aspetterebbe. Manca la scena topica in cui le lacrime creano ingorghi e la pena si diluisce. C'è la (auto)distruzione, ma sul porto non approdano mai i caroselli luccicanti di Demolition. Non succede granché, e sono le esistenze che immortala in presa diretta – nelle frasi di circostanza, nei silenzi imbarazzanti, nelle rese dei conti – a emozionare. I flashback incalzano, man mano che la strada verso casa si accorcia. Gli adagi di Albinoni acuiscono lo strazio. I pensieri pesano, ed ecco aggiungersene di nuovi. E i fantasmi di Lee, braccato dalla sfortuna, trovano una mesta compagnia dove tutto ha avuto inizio. Uno straordinario Casey Affleck se ne va in cerca di Oscar e di altri errori da commettere. Ha gli occhi bassi, la schiena curva, il tono stanco: il senso di colpa l'ha ingobbito, gli ha rubato le parole di bocca. L'afflizione: cucita addosso insieme alla giacca a vento. Come può un povero derelitto, uno che misantropo lo è diventato per difesa, farsi carico del futuro di un adolescente con due fidanzatine e nessun genitore? Se in città incontri la tua ex moglie – una Michelle Williams in un ruolo piccolo, eppure protagonista della scena più intensa –, dove ricacci le immagini di una notte di fuoco e recriminatorie? Manchester by the sea, identico al suo protagonista nell'indole, è una equilibrata via crucis sullo sfondo di città di mare che a dicembre soffrono l'abbandono. La tragedia senza sconti di chi ha perso ogni cosa e, per pudore, tace e incassa. Insieme a Lee ci si trascina lenti, con la testa incassata nelle spalle e le mani in tasca, inseguendo il miraggio del sole. Il ghiaccio impedisce di scavare una fossa. I fratelli maggiori, i padri modello, dormono nei congelatori del becchino. Gli fanno compagnia le emozioni difettose, il cui spoglio è rimandato a data da destinarsi. Si dovrà aspettare il disgelo per la sepoltura. A Manchester, Massachussets, soggiorniamo solo per un inverno. La lasciamo con la bella stagione appena cominciata e le giornate che vanno allungandosi. Mentre il lutto si scioglie e la speranza, forse, fa primavera. (8)

3 Nominations. Cosa ci faceva una coniglietta con il distintivo in un mondo popolato da minacciosi predatori? A raccontarci una storia di integrazione e tolleranza ci aveva pensato Zootropolis. Si parlava di donne che occupano ruoli di potere. Di differenze razziali. Son fan dell'umorismo sconveniente: allergico al politicamente corretto, ho sentito e raccontato barzellette su bionde al volante, ebrei e altri luoghi comuni. Ma, giuro, ci sono cose che sanno lasciarmi meravigliato. Ho visto Hidden Figures e, nella sua leggerezza, mi ha colpito con uno dei suoi sketch più buffi e significativi. La protagonista corre fuori dall'ufficio: centra con i tacchi alti ogni pozzanghera, raggiunge il bagno. Per fare pipì doveva percorrere un chilometro. I neri non potevano usare la stessa toilette dei bianchi. Lavoravano in uffici separati e, in mensa, non potevano bere lo stesso caffè. Anche alla Nasa. Anche in un decennio in cui si puntava alla luna e si consideravano alieni gli altri. Nella deliziosa commedia di Theodore Melfi si parla di formule segrete e figure nell'ombra. I russi hanno lanciato lo Sputnik in orbita. Come rispondere? Hidden Figures schiera i toni che hanno fatto la fortuna di The Help e un'ottima Taraji P. Henson, a cui si affiancano una Octavia Spencer troppo in sordina per meritarsi la candidatura e l'inaspettata Janelle Monàe (sua l'irresistibile hit Tightrope). Tutte, pur facendo i salti mortali, trovano il tempo per l'amore e per non perdere la femminilità. Il film, campione d'incassi, è ispirato a una storia vera degna di nota. Mi ha fatto divertire e riflette, ma ha debiti forti verso la commedia di Taylor, e forte è la sensazione che si sia fatto strada nella stagione dei premi più per l'urgenza del messaggio – contro una politica che ha lasciato spazio agli intolleranti, contro gli Oscar troppo pallidi della scorsa stagione – che per il suo peso specifico. Ma, l'otto marzo, regalatevelo pure. Sarà un promemoria su quanta tristezza faccia il genere umano e sulla forza delle donne. Figlie, mogli e madri, che raccontano favole, cucinano bontà tra amiche e dicono a uomini che provano invano a stare al passo. Nascondendo l'affanno, ti cambiano il cielo. (6,5)

Migliore attrice protagonista. Richard e Mildred decidono di mettere su famiglia. La polizia fa irruzione nella loro camera da letto, una notte, e li bandisce dal posto in cui sono nati. Le coppie miste, negli anni Cinquanta, sono proibite in quello Stato. Scacciati, lontani da casa, i due ci si intrufolano talora come clandestini. Scomoderanno i Kennedy. Modificheranno la Costituzione. Il buon Jeff Nichols, abbandonati ma non del tutto i sentieri polverosi di Take Shelter e Mug, non è un tipo da lacrime facili. Non sappiamo come i Loving si siano conosciuti né da quanto si frequentino. Mettono al mondo tre figli, si danno raramente baci: la mano stretta in macchina, un divano per due, un braccio posato sulle spalle. E sono bellissimi, insieme, perché protagonisti di un amore che è familiare anche a noi. A primo impatto, sembrerebbe che la storia sia più importante del film in sé: così, lo scorso anno, era stato anche per Freeheld. Loving è lineare, poco romanzato, senza rodimenti interiori. Una grande storia d'amore che ha la rara onestà di non diventare un film romantico. La rivelazione Ruth Negga, con il suo sguardo da animale ferito, ha un viso stupendo e una tempra di ferro. Joel Edgerton, burbero e taciturno, ha i capelli ossigenati e una faccia di pietra. Il solito, si direbbe. Ma alla sincerità dei timidi, che parlano poco e solo per dire la verità, ci si crede. Loving è un present continuous, ci hanno insegnato a scuola: indica persistenza. Melodramma di affetti duraturi e concreti, di pezzi di terra da bonificare, è la cronaca di lunghi anni di attesa e un collage di momenti piccolissimi. Una biografia che emoziona piano. Con la ritrosia della gente del sud, burbera ma di cuore, che non si sbottona e non si concede. Nella sua concretezza, ti si imprime. Promemoria di egualità per americani recidivi, lo si guarda amareggiati. L'intolleranza verso le relazioni interrazziali sembra fantascienza, oggi, e ci si augura che tra qualche anno  apparirà altrettanto remota l'acredine verso le unioni civili, che pare evochino pregiudizi e sismi. Perché l'amore, spiegano i Loving, non è fratello del senso di colpa. Soprattutto se, come loro, lo porti nel nome. (7)

venerdì 3 luglio 2015

Mr. Ciak: Suite Francese, Poltergeist, Una nuova amica, Les Combattans, La risposta è nelle stelle, Affare fatto

Un capolavoro rimasto in una valigia. Una figlia che lo riscopre per caso e Suite Francese improvvisamente sulla bocca di tutti. Come uno schiaffo al nazismo. Mi ci sono avvicinato quando al cinema arrivava il film: lieve, di un bello che non fa rumore. Mentre il romanzo si articola per racconti, la pellicola si concentra su uno dei pochi momenti in cui puoi vedere i protagonisti quasi felici: la campagna francese, l'illusoria quiete, tempo d'amore. Ma questo Suite Francese è l'ultimo dei tre tempi che il lettore ha già sperimentato, eppure non è solo quello. In un'ora e mezza sanno trovare spazio trame amorose, sottotrame spionistiche e alcune delle figure marginali che erano contemplate nei capitoli che precedevano quello monografico sulla dimezzata famiglia Angellier. Ovunque, l'eleganza, la pudicizia, la discrezione. Lo sguardo benevolo sulla guerra che, sono certo, non avrebbe reso fastidiosa all'autrice la licenza poetica dello sceneggiatore: la suite incompiuta di lei, ebrea, paragonata alla suite incompiuta di Bruno, nazista. Saul Dibb, dopo The Duchess, torna alla regia – e al dramma storico – e questa volta è più abile nel dare voce ai personaggi e ai loro silenzi, anziché al gusto di una Knightley che, in quell'occasione, i cultori della moda avevano amato e gli spettatori insensibili a nastri e cappellini assai meno. Suite Francese, delicato e laconico come i suoi appasionati personaggi, non è il polpettone che chi cerca singhiozzi si aspetta. Controllato, alla maniera dei britannici, ha questi Michelle Williams e Matthias Shoenaerst, splendidi, che si corteggiano come col linguaggio dei segni. Puntuale e oroglioso, pensa più alla coerenza dell'operazione che ai nostri dotti lacrimali e, anche se non un'autentica trasposizione, con tutte le sue variazioni sul tema, si rivela un sentito omaggio, una vendetta. Una specie di tardiva vittoria. (7)

Poltergeist non è un titolo familiare a chi è della mia generazione. Se l'ho visto – e non so dirvelo con certezza, perché ho in testa una compilation di scene famose che forse avevo occhieggiato nel reale lungometraggio, forse in Scary Movie 2 – non l'ho venerato. Questo remake di dubbia utlità non sarà il peggiore horror che in estati in cerca di vani brividi passeranno dalle nostre sale. Scorre e ripropone con autoironia le sequenze cult, viaggiando maggiormente dalle parti del cinema fantastico che di quello che dovrebbe farci strizza. La storie come tante dei Bowen è al centro di un horror da bollino verde, dunque, che non dispiacerà alle famiglie. Si scontra con quello che pare una specie di capolavoro, ma con così tanto candore – e leggerezza – che con questo horror buono dentro, alla fine, non puoi essere cattivo. Si accontenta dell'essenziale e, poco dark e con effetti speciali rigorosamente al computer, con il suo cast non di primissima scelta, è una visione carina e senza pretese, con presenze poco demoniache e, al contrario, angioletti di pargoli, tra cui spicca il bravo Kyle Catlett – che quale anno fa o solo il mese scorso? - è stato T.S Pivet per Jeunet. Si prende come modello più la storia firmata trent'anni fa da Spielberg che la cupezza del prodotto di Hooper: i bambini sono in pericolo ma si sa che non succederà loro niente di grave; il lieto fine arriverà; la casa è infestata, ma con il mercato che langue, tanto, sai quante ne trovi all'ombra dei tralicci dell'alta tensione. (5,5)

Qualcuno dice che è il primo amore che non si scorda, ma Claire ha sempre avuto in testa Laura, sua migliore amica dai tempi dell'asilo. E' per questo che quando muore, si prende una pausa dal lavoro e si chiude in casa, preda di un dolore incomprensibile ai cuori altrui. Quando Claire, ospite non invitata, becca l'inconsolabile vedovo a indossare i vestiti della moglie defunta reagisce prima con la ragionevole confusione, poi con la curiosità che solo le donne hanno. Perché David sente il bisogno di vestirsi come la Laura che hanno entrambi amato? Omossesualità taciuta o un modo per superare il lutto? Una nuova amica potrebbe sembrare l'Hitchcock più celebre o un Almodòvar in crisi di identità; un noir sui disturbi della personalità oppure un'esuberante racconto sopra le righe. Non è né l'una né l'altra cosa, o forse entrambe. Come lo sconsolato David che, una parrucca bionda e i tacchi, diventa la querula Virginia; sostituto perfetto della migliore amica e dell'anima gemella. Una fuga dalla realtà, un compromesso, quando per dire addio c'è tempo e l'atto di guardarsi dentro – adesso che si è accasati – crea tragicommedie. Una nuova amica ha i meccanismi del thriller psicologico, la brillantezza della migliore commedia sofisticata e l'indefinito erotismo di una drammatica indagine sulle cose che più sfuggono e affascinano: la sessualità, il desiderio. Ma altro non è che opera del bravissimo Ozon. Dunque l'eleganza – e l'ambiguità, e una regia impeccabile, e personaggi cesellati con la cura che avrebbe un analista  - è compresa nel pacchetto. Non ci sono dissonanze, solo una credibilità forte, e non ha sbavature il trucco di questo Romain Duris che recita en travesti, mentre la seducente Anais Demoustier gioca a fingersi sua amica, amante e perfino rivale, nella sequenza immaginata in cui Duris, sotto la doccia, tocca il marito di lei. Con il cervello e l'anima che litigano, le membra che cercano un inammissibile tipo di abbraccio e i guardaroba, invece, che preferirebbero l'altra parte – quella sbagliata – del negozio di abbigliamento all'angolo. (7,5)

Lui, muratore, conosce lei, annoiata figlia unica di una coppia borghese. Partono col piede sbagliato: può da una lotta corpo a corpo nascere la scintilla? Lui, che è segretamente romantico, segue perciò lei, che è un pezzo di ghiaccio, a un campo di addestramento: le ragazze di oggi sognano di entrare nell'esercito. Così, tra una corsa a ostacoli e la levataccia al mattino, vivere tutt'uno con l'ambiente e scoprirsi più alti di una spanna. Questa, in parole semplici, la trama del semplice Les Combattans, che da noi si becca un titolo anglofono e il sottotitolo Addestramento di vita. Opera prima rinfrescante e dotata di spunti mai sfiorati prima dalla romcom tradizionale, forse non meritava tutti i premi che ha vinto qui e lì – per nulla impegnata, non abbastanza chic da essere sopravvalutata -, ma ha dialoghi aciduli, due protagonisti abbastanza bislacchi da risultare memorabili e un'aria tutt'altro che perfettina. Eccolo, il suo segreto, insieme a un romanticismo che meno romantico non si può e alla giunonica Adèle Haenel, divertentissima e adorabile nella sua impassibilità di soldato fatto e finito (e poi, diciamolo, con “quella sua maglietta fina” tutta bagnata sta benissimo). Battute mirate, colonna sonora che gasa e un epilogo ahimè un po' così - tu chiamalo sospeso, io inconcludente – anticipato da una ansiogena scena da survival horror. Sono abituato alla commedia francese che sa di roselline di campo, Chanel n°5 e altri luoghi comuni, ma anche questa – che odora di napalm al mattino – non è mica male. (7)

Una studentessa incontra un cowboy: è colpo di fulmine. Un novantenne, nel frattempo, prende in pieno un guardrail: il suo, invece, è colpo di sonno. Una storia che nasce e una che finisce si incrociano nell'ennesima trasposizione di Nicholas Sparks. La risposta è nelle stelle però non funziona, e lo dico da spettatore saltuariamente tollerante al suo saccarosio che, senza pregiudizio, si è sorbito queste due ore – tante – in compagnia di una vicenda doppio strato – da un lato la gioventù oggi, dall'altro il matrimonio ieri, sull'abusato sfondo della guerra. Young adult più melò: un polpettone alla Rai Uno sconsigliato agli insofferenti cronici che tra scontatezze, morti tragiche che latitano – Sparks, qui non uccidi nessuno? - e dialoghi tremendi sembra la casa terremotata delle fiabe coi mattoncini del meglio di The Notebook e del peggio di The Last Song. E' che più di uno Sparks all'anno non si tollera e che quest'anno ho già visto l'accettabile The Best of me, o che questo film è prolisso e dolciastro da non credere? Ma occhio a Britt Roberts – io l'ho già adocchiata e sono un suo stalker convinto – e a Scott Eastwood, che dalla sua ha un padre leggendario e una faccia straordinaria. Mistero le recensioni, a sorpresa, positive. Mistero ancora più misterioso il titolo italiano: penserei a una strizzata d'occhio a Colpa delle stelle, se non fosse che il romanzo – con il titolo uguale – ha ormai qualche anno. Al massimo, tra buoi, cavalli e vaccate varie, alcune perdonabili e altre no, in The Longest Ride la risposta agognata sarà nelle stalle? (5-)

Dopo il buon Starbuck – paradossale storia di un donatore di sperma che si scopre padre di un migliaio di figli sparsi per il mondo – e il remake americano che avevo evitato, immaginandolo uguale all'originale, il canadese Ken Scott torna alla commedia a stelle e strisce: rumorosa, volgarotta, canonica, simpatica. Piacevole abbastanza. Si ridacchia, infatti, nel seguire tre perdenti – un padre assente, un venticinquenne con la testa tra le nuvole, un anziano che vorrebbe divorziare – e il tentativo rocambolesco di siglare un vantagioso accordo, anche se la spietata Sienna Miller trama loro conto. Si vola a Berlino nella stagione clou e si pensa alla famiglia lontana, alla prima volta, alla giovinezza persa. L'avventura europea di tre che hanno probabilmente visto troppe volte Jerry Maguire –American Pie – nel suo piccolo sembra funzionare, soprattutto grazie a un cast calibratissimo, con un comprimario come Nick Frost, grasso campione della risata grassa. Vince Vaughn e i suoi soliti ruoli; il due volte candidato all'Oscar Tom Wilkinson, che ha la leggerezza dei giovani; Dave Franco, fratello minore di James, che ci meraviglia con tempi comici notevoli, la timidezza dei nerd e la sbadataggine che lui, belloccio, di certo non conosce in prima persona. Affidati a lui, tra visite ai glory hole e posizioni del kamasutra non meglio idenficate, i momenti in cui si ride, non si pensa a niente e svanisce così, magicamente, l'ansia da Estiva. (6)

mercoledì 7 agosto 2013

Mr Ciak #14: Byzantium, Blue Valentine, Aftershock

Ciao a tutti, amici lettori! Oggi, in una giornata caldissima, torno a vestire i panni di Mr Ciak e a parlarvi di tre film che, in maniera diversa, meritano decisamente la vostra attenzione. Solo uno dei tre - l'ottimo Blue Valentine - è stato distribuito in Italia e, in quanto agli altri, arriveranno mai da noi? Mentre i cinema proiettano horror scadenti e blockbuster dal successo facile, mi sarebbe piaciuto trovare in sala anche due film come Byzantium e Aftershock. Il primo su tutti: ritorno di un grande cineasta internazionale con un cast davvero, davvero straordinario. Augurandovi buona lettura – e magari buona visione – vi abbraccio tutti. M.

Vedendole per strada, probabilmente, penseresti a due sorelle. La più grande, che mostra appena un venticinque anni, seduce a ogni sguardo: le gambe lunghissime, i capelli corvini, il seno prosperoso, la pelle diafana. La minore, di circa sedici anni, è ancora una bambina: lo sguardo sperduto, gli occhi bassi, un cappuccio rosso calato sui capelli biondo cenere per non dare troppo nell'occhio. Sembrano giovani, sembrano sorelle. Ma hanno duecento anni e sono madre e figlia. Non sono umane, non più. Nessuno conosce la loro storia senza tempo, ma la piccola e fragile Ella, ogni tanto, la affida a parole che si perdono nel vento e ad anziani sofferenti che non supereranno la notte. Sono due vampire senza casa: costantemente in fuga, costantemente in pericolo. Vittime di uomini che le hanno sfruttate, ferite, sedotte e abbandonate, uccise. La seducente Clara uccide molti dei suoi amanti per ripagarli con la loro stessa moneta e utilizza il suo fascino mozzafiato per sopravvivere... e nutrirsi. Da quando, appena bambina, agli inizi dell'800, fu costretta a prostituirsi da un uomo crudele e senza scrupoli, fa il lavoro più antico del mondo e gestisce una ex pensione diventata una casa di piacere. L'insegna sbiadita e tremolante riporta il nome di una città antichissima, come lo sono lei e sua figlia: Byzantium, Bisanzio. I loro inseguitori, tuttavia, le hanno raggiunte attraverso una lunga catena di misteriosi delitti ed entrambe sono in pericolo, proprio come lo è il fragile amore di Ella, per la prima volta dopo duecento anni, innamorata di un umano che conosce il suo segreto più oscuro. Diretto da Neil Jordan, acclamato regista di film come il controverso La moglie del soldato, Byzantium è il ritorno dietro la macchina da presa di un grande professionista che non ha mai perso il suo tocco e il ritorno al cinema di vampiri malinconici e dannati come quelli di Intervista col vampiro. Le atmosfere tetre e caliginose dell'horror tratto dal best-seller di Anne Rice sono in ogni inquadratura, proprio come in ogni scena ci sono il sottilissimo erotismo, la violenza celata, i perfetti salti temporali e i rapporti morbosi così profondamente presenti anche tra i Lestat e i Lous di Tom Cruise e Brad Pitt. Il film ha un ritmo tutt'altro che frenetico, ma offre quasi due ore che scorrono senza che lo spettatore se ne accorga, ammaliato da una storia tanto strana, eppure tanto vera. Un velo nero da tragedia greca sembra premere sui personaggi e i numerosi flashback, in maniera efficace e delicata, ci trasportano in un passato remoto di innocenza perduta, cascate di sangue, superstizioni e isole maledette. 
Nonostante la presenza di ottimi interpreti maschili, tra i quali spiccano i bravi Sam Riley e Johnny Lee Miller, questo è un film di sole donne e narrato da donne sole. Donne forti, come lo sono tutte per la potenza della loro stessa natura: madri, figlie, amanti, vittime, vampire. Unite contro il resto del mondo, per un'eternità che è una condanna perpetua e non voluta; una maledizione. Straordinarie, dunque, sono le interpreti femminili. Saoirse Ronan cresce ad ogni film, fisicamente e professionalmente: è di una bravura indiscutibile, emoziona, commuove e, con i suoi occhi azzurri senza fine, incanta e disturba. Ancora una volta, la sua è una prova che meriterebbe di essere premiata. Se lei, tuttavia, è una conferma, Gemma Arterton è una folgorante e inaspettata sorpresa: bravissima. E poi, quant'è bella? Tanto, e in questo film sfoggia tutto il suo sex appeal, il suo carisma e il suo talento, in una prova struggente e toccante. Le due si rubano la scena a vicenda, fanno a gara a chi è più brava, litigano e si feriscono a suoni di egoismo e rivalse. Saoirse, per una volta, vorrebbe soltanto restare. Gemma, per una volta, vorrebbe essere soltanto una madre – apprensiva, fastidiosa, affettuosa – come tante. E, come tante mamme prima di lei, è alle prese con il compito più ingrato: lasciare che la sua bambina, dopo duecento anni insieme, voli via, libera come l'aria. Trascinante la colonna sonora, ben dosati i pochi effetti splatter, affascinanti le ricostruzione storiche e i dialoghi, perfetta la costruzione del dramma. Per me, è un gran film. Un gran dramma umano, prima di essere un gran film sui vampiri. La classe (e il sangue) non è acqua e Byzantium è uno di quei film che meriterebbe la giusta attenzione e un'ottima distribuzione. Come sempre, per il momento, in Italia ce lo siamo lasciati sfuggire e lo stesso discorso vale per il Passion di Brian De Palma, che – tra l'altro – ho trovato un tantino inferiore a questo. E' originale, è oscuro ed è umano, oscillante tra horror indipendenti come l'ottimo Lasciami entrare e storie forti e intense, come il conturbante romanzo di Alma Katsu, Immortal. Da vedere.
 
Un film fragilissimo, che si basa su una trama fragilissima e sue due personaggi fragilissimi. E' lento, logorante, statico, disarmante. Ha l'impianto atipico di un film indipendente, con riprese talora tremolanti e una colonna sonora ridotta all'osso, ma al suo esordio dietro la macchina da presa l'acclamato Derek Cianfrance ha a disposizione due attori semplicemente mostruosi. Semplicemente immensi. Ryan Gosling e Michelle Williams – per questo ruolo, candidata giustamente anche agli Oscar. Scelta geniale, vincente, azzardata. Due delle star più belle di Hollywood, simbolo per eccellenza del melodramma e della commedia romantica, vengono scelti per un film che si crogiola nel dramma più duro e che uccide i sentimenti. Ingrassati leggermente, imbruttiti, stanchi di fingere e di vivere, Ryan e Michelle sono bellissimi ugualmente, insieme. Il film narra due storie parallele. L'inizio e la fine di un amore. Non ci sono lieto fine. Vediamo i protagonisti dieci anni prima – innamoratissimi, folli, giovani – e poi li vediamo adesso – con una bambina, segreti sospesi, problemi grandi e piccoli. L'amore li ha resi più brutti, più cinici, più cattivi. Brutta bestia davvero i sentimenti umani. Ryan Gosling viene proiettato dal romanticismo spettacolare e commovente di Le pagine della nostra vita su un set che ha come sfondo una squallida e spenta periferia. Con i capelli o stempiato, bello o brutto, felice o depresso, lui è la stessa anima buona e romantica che aveva fatto innamorare tutti i giorni la Rachel McAdams della trasposizione cinematografica del bestseller di Sparks. Si sacrifica, accetta l'onta ma non rinuncia all'amore, cerca di rucire a suoni di poco convinti Ti amo quello che ormai è perduto nel fuoco. Fa pena, fa commuovere, fa sorridere mentre – giovane e stonato – canta una canzone d'amore alla sua anima gemella. Michelle Williams ha la parte più difficile. Verso di lui scatta la compassione, verso di lei l'odio. E' spietata, stronza, dura, realista. Lei è l'adulta, lui è il bambino che – per far ridere sua figlia – mangia la pasta con le mani o inventa fantasiose scuse per nascondere il più a lungo possibile la morte del loro cane. Lui è un personaggio a cui è facile volere bene, lei è facile da detestare. Eppure la vita è così. Certe strade sono fatte per separarsi per sempre. Blue Valentine è una storia come tante, ma di cui poco il cinema ha parlato. E pensare che ci sono voluti tre anni affinché fosse distribuito – male, tra l'altro – da noi... Perché la verità è brutta e, a volte, lo spettatore vuole solo dimenticarla. Un film bello, ma da vedere una volta e basta. Non credo reggerei alla seconda. Non credo che, fino alla fine, riuscirei a fare a meno di pensare a un epilogo diverso. Più fasullo, anche se più felice.

Con la Dimension di Piranha 3D e Scream a produrre ed Eli Roth nel cast e anche nelle vesti di produttore ufficiale, mi aspettavo che Aftershock fosse un horror tutto da ridere. Uno di quegli splatteroni talmente esagerati da essere perfino divertenti, con protagonisti appena abbozzati, situazioni assurde e trash, effetti truculenti a gogò. Il trailer americano, rigorosamente vietato ai minori, avvalorava decisamente le mie ipotesi. Sesso, alcol, droghe, aperitivi, ragazze in minigonne succinte, divertimento ed incubo sullo sfondo di uno scenario affascinante ed esotico: il Cile. La prima mezz'ora del film non mi ha fatto ricredere: tutt'altro. Tutto filava come da copione, se non per il fatto che le battute e i personaggi fossero leggermente più simpatici ed intelligenti di quelli degli horror standard. Un cast internazionale – con attori americani, spagnoli, ucraini e cileni – ben diretto dal giovane Nicola Lopez, perfettamente amalgamato ed inserito in un contesto scanzonato, ma lontano dagli eccessi e dalle volgarità più ovvie. La vera svolta arriva quando i protagonisti, impegnati sulla pista da ballo e in disastrosi tentativi di rimorchio, si trovano prigionieri dell'inferno. La terra trema, il mondo crolla, la violenza del terremoto si abbatte sul Cile. Era il 2010 e, nonostante numerose licenze, il film s'ispira a fatti realmente accaduti. Pensarlo mette i brividi e vedere i disastri della tragedia resi attraverso effetti speciali realistici ed interessanti ti rende parte di quello scenario di palme rigogliose, sangue, follia passeggera, tensione. Lo spirito iniziale – da commedia sopra le righe e un po' trasgressiva – cede il posto a un dramma umano sconvolgente, impressionante, profondamente emozionante. Come nello splendido The Impossible (guardetelo!), i protagonisti si trovano a dover combattere una battaglia persa in partenza con madre natura. Ma, tra strade disastrate, macchine accartocciate, gente nel panico, nessuno ha fatto i conti con il pericolo più grande. Perché alla furia della natura si può sopravvivere, ma non a quella umana. Dalle carceri ormai distrutte, la peggior feccia di galeotti si è riversata per le vie. Lo splatter viene utilizzato per mettere in evidenza la loro crudeltà, le loro malate voglie, il sangue di cui hanno sete. Per molti dei personaggi sopravvissuti al terremoto non ci sarà scampo. Il regista, attraverso uno splendido lavoro, ce li mostra mentre si scontrano con una violenza inenarrabile e mentre, da vittime, si scoprono anche capaci di essere carnefici. I fan del genere come me apprezzeranno certamente il realismo del tutto e l'originalità e l'efferatezza di alcune scene mostrate. E' un survival horror classico, efficace, ma è anche attento al dramma e ai colpi di scena. Cattivo, ignobile, terribile, cinico e realista, non risparmia lo spettatore neppure quando tutto sembra essere giunto alla fine. Accanto a Eli Roth - simpatico, disponibile e convincente -, un plauso obbligatorio per altri due membri del cast. Il primo, Nicolas Martinez, grassoccio, imbarazzante e rumoroso, mi ha ricordato inizialmente il mitico Alan di Una notte da Leoni, per per poi scoprirsi anche un comprimario ottimo, sensibile ed umano. L'altro complimento va alla bellissima Andrea Osvart, un'attrice ungherese, ma che consideriamo italiana di adozione dopo la sua partecipazione a Sanremo e a fiction Rai come La donna della domenica, Le ragazze dello swing, Pompei. Un inglese pressoché perfetto, un volto angelico ed acqua e sapone che buca lo schermo, un'espressività eccellente. Davvero notevole. Purtroppo, l'avevo sottovalutata. Come questo film.