Torno
da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando
gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una
volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio:
non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore
molesto è
un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un
tour de force
fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma
immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una
madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata
annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo
domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome
d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle
domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso,
pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era
severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco
delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del
classico di Lewis Carroll.
L'infanzia
è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.
Come
in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta:
una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia
mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi
appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è
all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli
rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci
che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio
respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli
ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni
straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi
restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi
esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai
giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime
improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari,
ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie
di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la
protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro
dalle bugie della memoria?
Dire
è incatenare tempi e spazi perduti.
Ci
sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli
della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare
la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le
speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il
tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono
eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei
successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i
fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi
della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle
smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di
sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di
famiglia.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana
|Servirsi, di Lillian Fishman. E/O, € 17, pp. 230 |
Il
sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo
filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot
girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte
ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente
turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a
questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994,
che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico
della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e
all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie –
complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel
mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto
per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La
protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente
desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà
imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse
di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in
grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la
nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della
camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.
Da
anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...
Con
una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza
esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il
lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga
come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta
Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una
contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone
di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare
la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo?
Cerebralmente stimolante, il
romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso,
filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è
consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la
carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un
segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono
direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera
espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato.
Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi,
dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni
pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più
nobile?
Il
mio voto: ★★½ Il
mio consiglio musicale: Tananai & Rosa Chemical – Comincia tu
Quante
volte lo abbiamo detto? Di alcuni autori leggeremmo tutto, anche la
lista della spesa. In attesa della terza stagione di L'amica
geniale – a febbraio su Rai Uno – e, si spera, del prossimo
romanzo, Elena Ferrante è tornata in libreria con un volumetto dalla
copertina bellissima consigliabile soltanto agli appassionati
accaniti. I margini e il dettato non
contiene gli ingredienti segreti della cena di Natale, no, bensì tre
lezioni universitarie destinate alla cittadinanza di Bologna e un
saggio critico in occasione del settecentenario di Dante Alighieri.
Breve ma densa, destinata a essere fruita in ambito accademico, la
lettura è interessante ma non sempre godibile. A differenza di
L'invenzione occasionale,
che prediligeva al contrario illustrazioni variopinte e toni
piacevolmente informali, l'ultimo libro Edizioni E/O mostra una
Ferrante destinata a un pubblico universitario. Per fortuna resta
comunque traccia dei suoi modi affabulatori, uniti qui a una
scrittura rigorosa e a un bagaglio personale sempre vivissimo.
Così il
romanzo d'amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del
disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando si che
nessuno scoprirà chi è l'assassino. Il romanzo di formazione mi
sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La
bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la
forza disperata del brutto. E i personaggi? Li sento falsi quando
sono di limpida coerenza e mi appassiono a loro quando dicono una
cosa e fanno l'opposto.
Benché protetta
da uno pseudonimo, l'autrice ama raccontarsi. E questa lettura
appassiona proprio allora: negli aneddoti sulla sua infanzia, nei
retroscena dei romanzi più famosi, nei tentativi fallimentari e
nelle insperate rimonte. Autocritica, contraddittoria e smaniosa,
Ferrante si è sempre librata tra due opposti: la scrittura diligente
e quella smarginata, la norma e la frantumaglia. Il suo caos
interiore poteva forse rispettare i margini dei quaderni delle
elementari? Questo conflitto sarà il fondamento della tetralogia.
Lenù e Lila sono l'apollineo e il dionisiaco, l'ordinario e lo
straordinario, e rappresentano un approdo importante: il passaggio
dal solipsismo dei primi romanzi alla scoperta di una coralità, di
“un'altra necessaria”. Chi l'ha ispirata? Sono moltissimi i nomi
da appuntarsi: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson
a Gertrude Stein. In una letteratura appannaggio del sesso maschile,
Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture e
suggestioni differenti.
Le frasi
vere, buone o epocali, cercano sempre una loro strada tra frasi
fatte. E le frasi fatte sono state una volta frasi vere che si sono
scavate una via dentro frasi fatte. In questa catena di operine e
grandi opere, in ogni anello grande o piccolo, c'è duro lavoro e
illuminazioni casuali, fatica e fortuna. La via di Damasco non è una
via ben segnata in quanto deputata alle folgorazioni. È una via come
un'altra su cui, per caso, può capitare, mentre si sgobba e si suda,
di accorgersi di un'altra via possibile.
La
sua voce risuona di una pluralità di voci, dunque, in un gioco tanto
affascinante da apparire quasi stregonesco. Ma anche Dante Alighieri
le ha insegnato qualcosa d'importante sui banchi di scuola:
pionieristico, infatti, il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie
femminili della Divina Commedia e
regalò all'amata Beatrice né leggiadria né gentilezza, bensì un
ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nei
meandri della selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto
d'amore” e un'invidiabile favella. Quali sono stati i primi passi
della scrittrice italiana destinata presto a finire nel novero dei
grandi classici? Chi l'ha formata, e in che modo? Come ha coltivato
la propria vocazione realistica, pur sperimentando nel corso della
carriera il noir, il romanzo sentimentale e l'horror? Annotiamo
titoli, informazioni, passi. Prendiamo diligentemente appunti. La
verità, però, è che ci accontenteremmo di sentire Ferrante
raccontare di Elena a oltranza: lontana dalla cattedra, oltre questa
aura di sfinge inarrivabile.
| La promessa, di Damon Galgut. Edizioni E/O, pp. 278, € 18 |
Una
volta qualcuno mi ha rivelato che i momenti di aggregazione acuiscono
il malumore. Si parlava, nello specifico, delle festività natalizie:
da me temutissime, generano spirali di ricordi destinate puntualmente
a intristirmi. Quali sono, invece, i meccanismi psicologici che
intervengono durante le commemorazioni funebri – rimpatriate già
dolorose di per sé? Vestiti a lutto e stretti nello stesso banco di
legno, finiamo per pensare più ai trascorsi con i nostri vicini di
posto che ai parenti stesi nelle loro bare sfarzose. Fresco vincitore
del Booker Prize, Damon Galgut costruisce la sua saga familiare –
una storia dall'impianto piuttosto classico, fatta di forzati ritorni
all'ovile, avidità e dissapori – proprio su questa considerazione:
i funerali servono ai vivi, non ai defunti. È per questo motivo che
La promessa, destinato a imporsi come uno dei titoli più
imperdibili dell'anno ormai agli sgoccioli, immortala le vicende
della famiglia Swart attraverso quattro funerali avvenuti in quattro
decenni differenti. Cosa si prova a rincontrarsi in chiesa o al
cospetto di un notaio, mentre il tempo cambia i luoghi e i volti
della nostra infanzia? Può la morte essere un collante migliore
della vita?
Il
sangue è la colla più densa di tutte.
Uniti
dall'implacabilità del destino e da una promessa mai mantenuta –
garantire una casa a Salome, l'affezionata cameriera di colore –, gli Swart si ritrovano nella fattoria di
famiglia di capitolo in capitolo. La morte della madre, donna
malvista dai più, ha causato una diaspora irreversibile. A
richiamarli all'appello, tuttavia, è un narratore onnisciente che
conosce i loro sogni, i loro pensieri, le loro perversioni, perfino i
mostri invisibili che gravano sulle loro spalle: Galgut, cinico e
dissacrante, fluttua leggero come una piuma di stanza in stanza, di
storia in storia, non tentennando neanche davanti alle temperature
infernali dei forni crematori. Scritto d'un fiato, il romanzo ha la
fluidità danzereccia e l'estro di quei film girati interamente in
piano sequenza. Nonostante le 300 pagine scarse, la lettura
risulta densissima per stile e contenuto: un caos tragicomico con un
cast irresistibile nella sua bizzarria. Proprietari di un rettilario
– e per questo, forse, bestie a sangue freddo –, i personaggi (non
vi rivelerò quali) vengono decimati dalla malattia, dalla
tracotanza, dall'omicidio, dall'ossessione.
L'apartheid è finito, ecco, adesso
moriamo l'uno accanto all'altro, in stretta vicinanza. È solo la
parte del vivere che dobbiamo ancora risolvere.
Anton,
il figlio maggiore, è un fuciliere pieno di debiti e di speranze mal
riposte: aspirante ribelle, aspirante scrittore, cresce per
disonorare il padre. Astrid, secondogenita fragile nel carattere così
come nella bellezza, è una casalinga disperata che confessa al suo
parroco matrimoni di convenienza e relazioni adulterine. Amor, ultima
ma non ultima, è invece la piccola di casa: una creatura
splendida e misteriosa, sopravvissuta per miracolo a una tempesta di
fulmini, con il potere di prendersi cura del prossimo e di
estraniarsi fino a vedere, dall'esterno, la grande assurdità del tutto.
Non lasciatevi spaventare dall'ambientazione, anche se le invasioni
dei babbuini possono talora guastare la festa insieme all'arrivo delle mestruazioni o alla finale della Coppa del Mondo: dal momento che tutto il mondo è paese, soprattutto in
materia di sentimenti, il Sudafrica di Galgut è
uno scenario sì turbolento – ci sono scontri tra ebrei e
cristiani, anglofoni e afrikaner; la fine dell'apartheid e l'avvento
dell'Aids – ma talmente somigliante ai suoi personaggi da diventare
parte integrante della contesa. Alcune persone, alcuni paesi, non
sanno liberarsi del passato. Sul finale, nella solita chiesa,
ci saranno sempre meno fedeli a pregare per il lacrimoso trapasso degli Swart.
Ci hanno fatto il callo: sopporteranno stoicamente anche l'ennesima
tragedia. Ma riusciranno a venire a patti con la farsa dolorosa delle
loro promesse negate, soprattutto a loro stessi?
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Amy Winehouse – Back to Black
Leda
è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è
lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze.
Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a
trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si
ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i
rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana –
grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di
sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta
alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di
realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro,
Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda
nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si
prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro
giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda
–, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca;
un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti,
destinata a cambiarle entrambe.
Certe
volte scappare serve a non morire.
Recuperato
in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie
Gyllenhaal, La
figlia oscura contiene
una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma
questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di
François
Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai
inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale
coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri
nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le
insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni
foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono.
Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo
genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso
attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti
del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima
di quel particolare scombussolamento interiore chiamato
“frantumaglia”.
“Perché
hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che
potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per
loro mi impedisse di diventare me stessa”.
Agli
antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della
stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere;
Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti
della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo
intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del
racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che
sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la
solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino
annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote
di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca
semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi –
e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei,
motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle
perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola
|
Love After Love, di Ingrid Persaud. Edizioni EO, € 18, pp. 453
|
Quando
stai per iniziare un romanzo di oltre quattrocento pagine ci pensi
due volte, soprattutto se sai che lo leggerai nei ritagli tra una
lezione e l'altra o in bilico sui mezzi pubblici. Ma Love After
Love – in uscita il 28 aprile – a sorpresa è stato un'ottima
idea. Inizialmente approcciato con titubanza, è stato un balsamo durante le mie prime settimane da pendolare. Intristito dal
cattivo tempo che sembrava seguirmi dal finestrino, stanco per le
levatacce e la routine un po' frustrante, ho presto trovato
pace grazie all'esordio di Ingrid Persaud. Seduto al mio posto,
aprivo il romanzo nell'andirivieni e subito mi scoprivo sollevato. Leggerlo, infatti, è come sbirciare i personaggi della
tua sitcom preferita all'opera; un accoccolarsi nella comfort zone
per trovare momentaneo riparo da un trantran a cui fatico ad
abituarmi. Sfaccettato, energico e vitale, racconta la storia di tre
solitudini in cerca della propria identità. Mostrati
nell'avvicendarsi degli anni e degli amori, fuori posto,
i personaggi formano una bellissima famiglia indipendentemente dai
legami di sangue.
Certi
giorni è dura portarsi sulle spalle il proprio sacco di cacao. È
per questo che ci sono gli amici.
Siamo
a Trinidad, un'isola dei Caraibi. Le acque sono cristalline, il rum
scorre dolce come il miele, gli orti ospitano frutti e
aromi, le cucine profumano di coriandolo. Laggiù
si crede nel malocchio e si elevano offerte a Kali; si celebrano
matrimoni lunghi tre giorni ed è possibile assaggiare deliziosi
panini allo squalo. Ma l'ambientazione esotica nasconde però lati oscuri: criminalità
alle stelle, malasanità, omofobia. In un modo o nell'altro tutti i
personaggi hanno conosciuto entrambi i volti di Trinidad: quello
accogliente e quello spietato. Mamma single, Betty è
una buona cristiana che educa il suo unico figlio a rispettare il
prossimo: vedova inconsolabile agli occhi degli altri, in realtà ha
accolto con sollievo la morte del marito, un tiranno che l'ha resa a
lungo vittima di violenze fisiche e psicologiche. Chioccia orgogliosa
e volitiva, si sente sola anche in compagnia di altri uomini e cerca
l'equilibrio ora sui siti d'incontri, ora nella religione. Finché
non affitta una stanza a Mr Chetan: ripudiato dalla famiglia
d'origine e divorato da un ingiusto senso di colpa, il maestro di
matematica è una presenza rassicurante a cui i più negano la luce
del sole. Omosessuale, esplora in ritardo la propria sessualità e,
circondato dal calore di casa Ramdin, per la prima volta ripensa a un
vecchio amore d'infanzia. In mezzo ai due, legati dall'alchimia delle
coppie più longeve, siede il piccolo Solo: all'inizio del romanzo
bambino silenzioso, poi adolescente ribelle in fuga a New York, il
figlio di Betty è forse il personaggio più commovente all'interno
di un cast già memorabile di per sé. Ospite dello zio paterno,
combattuto tra risentimento e nostalgia, vive anni oscuri e
irrequieti in un'America senza grandi sogni: struggente, tormenta il
suo corpo con l'autolesionismo per dare voce a un antico dolore.
La
tua terra. È importante. La tua terra è dove è sepolto il tuo
cordone ombelicale.
Ambientato
in più di un decennio, Love After Love è una commedia
generazionale densa, irresistibile e malinconica, che sta accanto ai
suoi personaggi sempre: nella buona e nella cattiva sorte, nel
cicaleggio irresistibile e nel silenzio angosciante dell'abbandono,
quando fa bene e quando infine fa male, malissimo. È uno di quei
romanzi sulla ricerca della felicità che a tradimento,
inaspettatamente, ti sferrano una stiletta tra l'anima e il corpo. Ma
è impossibile avercela con loro, perché sono talmente calorosi e
gentili che si fa fatica a non adorarli. Perché, con i loro dialoghi
cinematografici e lo stile colorito (ho qualche dubbio sulla
traduzione italiana, a tratti eccessivamente colloquiale), non pesano
mai. Perché hanno la premura di porti domande su domande, senza mai
apparire indiscreti. Ad esempio: come stai, ti sei forse smarrito?
Dov'è la tua casa? Senza attendere risposta, all'ultimo, ti aprono
la porta. Sull'uscio abbracciano forte te, che ti senti un viandante.
E tagliano fuori un'isola di magie, misteri e orrore, che vista dalle
finestre della famiglia Ramdin incute per fortuna meno timore.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Bob Marley - One Love
Da
grandi aspettative derivano grandi responsabilità. È questo che ho
pensato leggendo l'ultimo romanzo di Massimo Cuomo, assente in
libreria dalla pubblicazione di Bellissimo: una fiaba
caraibica bellissima come da titolo, finita tra le migliori letture
della sua annata. Quattro anni dopo l'autore veneto è tornato con una
storia profondamente diversa. Un cambio di genere, di tono, che mi ha
disorientato per buona parte della lettura. Tanto il romanzo
precedente era poetico e delicato, quanto questo – intitolato come
la canzone di apertura di un film di Xavier Dolan – è un'ecatombe
infernale di rara crudezza. Ambientato in un condominio di una Mestre
collocata in un passato indefinito, Casa è dove fa male segue
piano per piano le vicissitudini tragicomiche degli inquilini. Una
giungla umana animata dalla disperazione più profonda che si
crogiola nei miracoli e nell'autolesionismo, nella perversione e nei
vizi, nel sangue mestruale e nell'adipe. A raccontarci i
protagonisti, eccezionalmente, è il condominio stesso. Un narratore
onnisciente originalissimo, dalla voce chirurgica eppure implacabile,
che senza scomporsi scava nei corpi ansanti e nel calcestruzzo. Con
una tecnica che ricorda le carrellate cinematografiche, Massimo Cuomo
si muove sinuoso tra gli appartamenti. Il soffitto di un personaggio
è il pavimento dell'altro collocato, invece, al piano di sopra. I
paragrafi sono parte di un montaggio invisibile, giocato su raccordi
di movimento raffinatissimi.
L'unica
maniera per essere felici non è avere coraggio: è avere pazienza.
Ben
pensato e diviso in quadri altamente scenografici, Casa è
dove fa male mi ha affascinato
più per la messa in scena che per il contenuto. Costituito da
piccole storie cattive, non riesce mai a diventare un grande romanzo.
I coniugi Busetto, pensionati, passano la giornata a invidiare le
vite degli altri: mentre Paolino è incantato dalle bugie delle
televendite, la moglie Lia scandaglia i vicini dallo spioncino.
L'adolescente Anselmo Chinellato, gravemente in sovrappeso,
sperimenta una fame atroce quando i genitori mettono catene al
frigorifero affinché non mangi più fuori pasto. Schirru, uomo
manesco e pelosissimo, cerca la fedeltà del suo cane per riprendersi
dall'abbandono della moglie. Gianna Ruzzene, annoiata da un marito
troppo perfettino, sforna sformati fumanti e sogna un rapporto
sadomaso. Metodici e parsimoniosi, i Prambolini risparmiano fino
all'inedia: perfino il sesso, fatto ogni sera, è soltanto un mezzo
per scaldarsi. Tommaso Sbrogio, medico di base con l'hobby del
nudismo, è diviso tra la trasgressiva Monia e la fragile Teresa, che
ha sacrificato la propria gioventù appresso alla madre malata. Nelle
fondamenta dell'edificio, intanto, i topi proliferano in un'orda
mostruosa.
Un
pugno è come una vibrazione sismica e come tutti i gesti potenti e
sinceri si propaga sul pianerottolo, allagando gli spazi della
famiglia Ruzzene. E nei minuti successivi ogni componente del nucleo
familiare, in modi diversi, riceve e scarica quella violenza in
reazioni che nessuno sa spiegarsi, se non con la necessità di
doverlo fare e basta, per il fatto – che gli uomini hanno
dimenticato – di appartenere al medesimo caos, di essere tutti
nella stessa confezione di latte nel frigorifero dell'Universo.
Caratterizzato
da una continua voglia di sconvolgere, il romanzo ci riesce
senz'altro tra cannibalismo, feticismi sessuali, tantissimi colpi
bassi e sporadici momenti di tenerezza. Ma purtroppo il mio
straniamento è rimasto fino all'ultimo, e così ho fatto
sinceramente fatica a riconoscere la penna che avevo tanto amato in
passato. Con questa lettura ho avuto un rapporto altalenante. Allo
smarrimento iniziale, dopo essermi acclimatato, è subentrata
l'insofferenza. Mi sono fatto io un'idea sbagliata e limitante del
mondo interiore di Massimo Cuomo? Se in copertina ci fosse stato un
altro nome al posto del suo, avrei forse letto il romanzo con uno
spirito diverso? Nel dubbio, posso rispondere soltanto alla seconda
domanda: da amante della cosiddetta letteratura cannibale – per me,
oggi, un genere un po' fuori tempo massimo –, avrei comunque storto
il naso davanti alla mancanza di ironia di Casa è dove fa
male. Questo condominio confina
infatti con quello di Niccolò Ammaniti in Fangoe
con gli ascensori in panne del Blackout
di Gianluca Morozzi: racconti grotteschi pregni di umorismo caustico,
capaci di comunicare leggerezza anche nella gratuità della mattanza.
Quando il troppo storpia, insomma, meglio far presto a togliere le
tende. In questa casa, benché guidati da un anfitrione diverso, vi
sembrerà di esserci già stati.
Il
mio voto: ★★½ Il
mio consiglio musicale: Camille – Home is Where it Hurts
Sono
tutti un po' persi a venticinque anni. In Un giorno, uno dei
miei romanzi preferiti, la protagonista Emma si consolava dicendosi
così: la giovinezza è infatti sinonimo di smarrimento. Con il passare degli
anni troviamo forse un senso alla nostra inadeguatezza? Mento a me
stesso dicendomi di sì, ma sono convinto che ogni età abbia le sue
preoccupazioni: amaramente, la perfetta felicità è una prerogativa
da privilegiati. Sarebbe d'accordo con me Nora Seed, che di anni ne
ha già trentacinque e comunque non ha trovato un senso alla
monotonia delle sue giornate. Di famiglia italo-inglese, sola e
frustrata nell'uggiosa periferia inglese, ha tempo a sufficienza per
crogiolarsi nell'autocommiserazione. Mentre i coetanei sembrano presi
dalla vita da adulti, Nora ne è tagliata fuori: vivacchia
arrangiandosi con lavori prepari, in compagnia di un gatto che
purtroppo morirà proprio alle prime pagine. Alcune esistenze sono
solite percepirsi alla stregua di buchi neri, e le circostanze
sfavorevoli non aiutano a cambiare punto di vista. La chiamano
depressione situazionale: chi non ne ha mai sofferto? Quest'anno con
me è stato inclemente. Ripiegato su me stesso, chiuso nella solita
stanza, ho pieno diritto a dichiarare stanchezza sollevando bandiera bianca. Nora è così
stanca da spingersi verso il punto di non ritorno: dopo un'overdose
di barbiturici, si ritrova nel limbo tra la vita e la morte. Una zona
grigia che, a sorpresa, qui è coloratissima.
Avresti agito diversamente, se ti fosse
stata concessa l'opportunità di gettarsi alle spalle i rimpianti?
Il luogo del trapasso ha le fattezze di una biblioteca eternamente ferma
a mezzanotte, con le architetture immaginifiche e i trucchi di
un'invenzione della Rowling: sugli scaffali ci sono file e file di
libri – ogni libro contiene una vita possibile –, ma il libro più
pesante e polveroso è quello dei rimpianti. La protagonista ha paura
di morire, oppure di vivere? L'autore fa di ciascun capitolo una
storia diversa. In uno Nora gestisce un pub con il
fidanzato, in un altro è una campionessa di nuoto, in un altro una
glaciologa, in un altro ancora una rockstar di fama internazionale.
Moglie, madre e sorella, nel suo limbo legge di vite utopistiche,
improbabili, avventurose. Ma ognuna di esse nasconde banalmente
bugie, musi lunghi, compromessi. Non esistono situazioni idilliache
né attimi da incorniciare. Se la perfezione non esiste, in quale
bolla di sapone potrebbe rifugiarsi? Fedele alla filosofia del
pensiero positivo, il prolifico Matt Haig – che tra narrativa e
saggistica parla spesso di ansie e nevrosi – propone la
teoria del multiverso come cura al mal di vivere. A metà tra Canto
di Natale e Cambia la tua vita con un click, ma con
passaggi da mancato manuale di auto-aiuto, il suo ultimo romanzo è una fiaba
didascalica che anziché allietarmi mi ha infastidito.
L'autore calca la mano, tanto nella tragedia quanto nella
spensieratezza.
Può
condurre alla pazzia, pensare a tutte le vite che non viviamo.
Si
accarezza l'idea del suicidio per motivi ben meno catastrofici di
quelli di Nora, dal momento che siamo tutti frangibili. Si ritrova la retta via senza scomodare viaggi astrali e
miracoli, dal momento che ci spezziamo ma non ci pieghiamo. Sopra le
righe e decisamente semplicistico, infarcito di continue citazioni filosofiche,
La biblioteca di Mezzanotte è un romanzo troppo consolatorio. In giornate nere di queste mi
sarebbe piaciuto ritrovarci il calore di un abbraccio, invece l'ho
scoperto talmente prevedibile e zuccherino da risultare noioso. La
morale, immancabile, è proprio la solita e fa sollevare gli occhi al
cielo: la vita è un dono, non va sprecata bensì vissuta. Ode alle
imperfezioni e ai momenti da cogliere, si legge comunque con piacere
grazie alla penna ironica di Haig: peccato che sia così
spudoratamente propositivo da regalare sensazioni opposte a quelle
sperate. Ho letto i libri delle mille vite di Nora Seed. Presi in
prestito, però, a fine lettura li ho restituiti al mittente senza
ritardi né tentennamenti prima che scattasse il minuto successivo
alla mezzanotte. Per quanto importante, infatti, conoscevo già la
lezione a menadito.
Il
mio voto: ★★ Il
mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Che sia benedetta
|Tettagna, di Patrizia De Luca. E/O, € 16, pp. 150|
La
femminilità è potere. Giunto il primo ciclo mestruale, è una
lezione che devono imparare tutte le abitanti di Tettiano. Assunta,
all'epoca soltanto una bambina, ha avuto fretta di farla propria. Ha
appreso il segreto delle donne con l'imbroglio, sporcandosi le
mutandine con il succo di un pomodoro: voleva sapere a ogni costo,
bruciare le tappe per diventare consapevole. In un paese immaginario
della provincia campana, edificato all'ombra della collina di
Tettagna ma con il maestoso Vesuvio stagliato di fronte, le abitati
hanno décolleté prosperosi e un segreto risalente alla notte dei
tempi. Seducenti e procaci anche in tarda età, nei reggiseni
imbrigliano petti che hanno potere di vita e di morta sugli uomini.
Sbirciare i loro seni significa restare vincolati a loro. Farle
innamorare, poi, è un'arma a doppio taglio. A Tettiano nascono
soltanto figlie femmine e gli amori durano per sempre: pena la morte.
Se le mogli si disinnamorano, i mariti si ammattiscono fino a perire
in una danza delirante. La femminilità è una maledizione.
Veglia
Tettagna sulla mia voglia, che ogni uomo altro non sogna.
Orfana
di entrambi i genitori, Assunta si sposa a diciassette anni col
giostraio Nicola per opporsi a un'infanzia frugale. Sogna i giri
gratis sulla ruota panoramica. Sogna di esercitare il potere. Sogna
di ribellarsi all'ex tutrice, l'erborista Ziella, che l'avrebbe
invece desiderata intraprendente e laureata. Le speranza di
un'esistenza da gran signora si scontrano presto con le bugie di
Nicola: indebitato fino al collo, e per questo inadatto a garantire
agi ad Assunta e alla figlioletta Elsa, spinge la moglie a lavorare
come donna delle pulizie nella Napoli più signorile. La sua
bellezza, sfacciata ma destinata comunque a sfiorire, la rende
protagonista di un poligono sentimentale venato di sensualità e
tragedia. Invaghitasi del notaio Tommaso, di cui è la donna di
servizio, Assunta torna alle antiche ambizioni. Se si separasse dal
marito, se diventasse l'amante del notaio, quante persone
soffrirebbero? Non toglierebbe forse un padre alla figlia? Può
accontentarsi di un amore platonico, dunque, al posto di una passione
divorante? Fuori posto, col suo accento pesante e una fisicità un
po' volgare, la protagonista ricorda una Emma Bovary dotata del
potere della leggendaria Medusa. Fatale e arrivista, cerca soluzioni
e cavilli, eccezioni alla regola. Prova disagio nel suo corpo
esplosivo. Prova disagio nel tenere il coltello dalla parte del
manico, seppure in una società fortemente maschilista. Il potere in
cui da giovane è crogiolata nel corso della lettura diventa una
zavorra. Pericolosa tanto per il prossimo quanto per sé stessa,
Assunta cammina sulle uova che ha schierato per lei l'ottima Patrizia
De Luca.
Assunta,
un amore che non sfiorisce si incista nel cuore e non cade mai, per
estirpare un amore così bisogna scavare tra i tuoi seni, solo
uccidendoti potranno strapparti il tuo Tommaso dal cuore.
L'autrice
partenopea, qui al suo esordio, è una delle sorprese dell'anno. Lì
dove qualcuno avrebbe preso spunto per una lunga epopea generazionale
tinta di magia, la De Luca sceglie di ricavare soltanto l'essenziale:
l'impalcatura ben cesellata di una fiaba nera, sanguigna e verace,
con tre generazioni di donne a confronto e, sullo sfondo, un
microcosmo senza tempo retto da leggi imperscrutabili. C'è un po'
della mitologia classica. C'è un po' dell'immediatezza espressiva di
Elena Ferrante, sia nell'irresistibile patina dialettale della De
Luca – il tutto al servizio di una scrittura senza fronzoli –,
sia nel temperamento scostante dei personaggi. C'è un po' del cinema
di Pedro Almodovar, tra colori sgargianti e donne-streghe come nello
splendido Volver. La festa di primavera in onore della
Madonna del latte porta i caroselli in piazza. Le piante e i fiori
della collina, se debitamente trattati, contengono i principi attivi
per superare le difficoltà coniugali. Il pan di spagna delle
squisitezze locali è arricchito da una farcia miracolosa. Mentre le
loro scollature pesanti si oppongono nonostante tutto alla forza di
gravità, a cosa devono appigliarsi le donne di Tettiano per non
trasformarsi in assassine recidive? Alla solitudine, all'amicizia,
alle fantasticherie dei libri? Metaforico e simmetrico,
all'affascinante Tettagna si perdona perfino
l'epilogo frettoloso, perché prende comunque alla gola. Il romanzo
E/O contiene in sé un piccolo mondo tutto curve e contraddizioni da
esplorare. Sono rinunce, giuramenti, colpi di scena. Sono forme di
donna.
Il
mio voto: ★★★★ Il mio consiglio
musicale: Kim Carnes – Bette Davis Eyes
Ho
rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù,
per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una
nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una
specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui
ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non
necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo
conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il
più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del
genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria,
amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le
avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale,
davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù:
dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il
pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il
matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi
accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata
in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova,
Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine
a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.
Ah,
che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e
significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è
costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida
di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il
Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli
uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e
la cenere e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante
il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente
attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle
origini dove nel frattempo Lila – brillante
autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli
Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per
un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle
siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel,
al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come
non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due
amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate
dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. Nella prima parte –
un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole
Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila
da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le
dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno
imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di
disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una
seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi –
penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e
diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli
attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio,
fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al
cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica,
dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più
che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en
passant attraverso salti ed ellissi.
Voler
bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a
condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre
avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno
l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza.
Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un
solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche
quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo,
se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e
invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se
no cado giù.
Storia
della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio
sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere
sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale?
Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e
un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare
un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per
iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta –
tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che
contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la
bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune
delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e
deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici
in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi,
ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro
all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue
ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive
china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso
la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno
spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte
ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal
passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai
fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta
sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte
integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella
chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà
salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in
un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio
Quando
seppellì anche l’ultimo genitore rimasto in vita, mio padre aveva
quarantasette anni. Mi faceva strano definirlo
orfano. Questa parola porta alla mente, infatti, i piccoli eroi
dickensiani: personaggi miserabili e scapestrati, con il moccio al
naso e i graffi sulle ginocchia. “Orfano” fa pensare al destino
dei bambini soli al mondo. C’è forse un’età giusta per
diventare tali? Vera – trentasei anni,
single, impiegata in un pub – si
pone le mie stesse domande quando un tragico incidente stradale, in
un colpo solo, la priva di mamma e padre. Al funerale è sembrata a tutti equilibrata. Ma chiamata a radunare le cose
dei cari scomparsi, nella casa vuota si lascia andare allo
sconforto: la sua sindrome d’abbandono genera un prodigio
inspiegabile. Al risveglio trova i genitori al solito posto, in
cucina. Chiacchierano, qualche volta bisticciano, la punzecchiano. Armando è un ragioniere taciturno e accondiscendente, di quelli che
danno sempre ragione alla partner e capiscono ogni battuta a scoppio
ritardato; Matilde, al contrario, è un’insegnante d’italiano in
pensione che ha fatto del sarcasmo il proprio marchio.
Non nuovo ai miracoli, Fabio Bartolomei – presenza fissa sul blog,
di libro in libro – ci propone una convivenza buffa e spettrale che
sembra sbucata da una sitcom americana. Qual è la questione
irrisolta dei fantasmi, che come se nulla fosse continuano a mettere
i pasti in tavola, fare ramanzine all’unica figlia, guardare i
talk in TV?
Dubito
che al mondo esista una persona più diversa e potenzialmente più
distante da mia madre, e invece da che ho memoria sono sempre stati
un incastro perfetto. Amore convesso lui, amore concavo lei. Certo
non una coppia da sogno, di quelle che tutti invidiano, più che
altro sono sempre stati, come dire… un duo. Rodato, affidabile,
sontuosamente prevedibile.
Purtroppo
arriva sempre il momento in cui i nostri genitori ci lasciano. Così
come puntualmente, intorno ai diciannove anni, arriva il momento in
cui a lasciarli siamo noi. Il lavoro, l’università da fuori sede,
l’amore. Cosa fanno i genitori una volta finita la loro missione – ossia educare i figli? Se lo chiede proprio Vera. Immatura e pigra, costretta a crescere a forza, scruta con sospetto e
tenerezza quei consanguinei che sembrano vivere letteralmente per
lei. Al pari del genio della lampada, Armando e Matilde sono in
attesa dei richieste della figlia – all’improvviso, il loro boss
– e in sua assenza restano immobili al loro posto con sguardi
vacui, al punto da non riuscire neanche ad accudire un trovatello
senza la presenza della protagonista. In fondo è stata lei ad evocarli.
All’inizio Vera fa da cuscinetto, dorme nel lettone, li chiama al
telefono per paura che scompaiano quando va al supermercato, ma
presto l’apprensione cede il passo al senso di colpa. Può
costringere a vivere nel limbo gli estinti, e soprattutto sé stessa?
La vita, così come la morte, non deve andare avanti?
C’è stato un momento ben preciso in cui ho
smesso di parlare con loro. Un momento in cui li ho sentiti vecchi,
distanti, incapaci di capire i miei tormenti di adolescente. […] Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi
sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto
ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi e in quella
vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci
mettessi del mio per apprendere come ci si nutre, come ci si difende,
come si sopravvive.
Commedia
fresca, veritiera e dolce-amara, questo romanzo ha un pregio che è
anche un difetto. Si legge troppo in fretta, per via della sua
brevità. E c’è poco spazio per approfondire i comprimari nonché per
sincerarsi dei piani futuri dell'autore; del disegno complessivo. Nel risvolto di
copertina, infatti, si legge che questo dovrebbe essere il primo tassello di una tetralogia dedicata alla famiglia. Alle
prese con un convincente punto di vista femminile, divertente ma
senza esagerare, il buon Bartolomei ci regala riflessioni che durano
molto più della lettura in sé. La sua nuova storia – un racconto
lungo – non deluderà i fan di lunga data, ma lascerà un vuoto nel cuore per via delle poche pagine: si spera vivamente che
non passerà troppo tra un romanzo e l’altro. Perché del magico
mondo di Bartolomei non ne avrò mai abbastanza. Morti ma senza
esagerare insegna che non si smette di essere genitori né
figli. E trova una risoluzione soprannaturale agli abbracci non
dati, alle parole non dette, ai favori non resi. Chi non vorrebbe una
seconda occasione per pranzare con i propri cari: magari per
osservare i loro gesti, carpire i loro segreti in cucina e
impararli? I genitori non se ne vanno mai per davvero. Resta il loro
lascito morale. Restano i loro echi. Come gli strascichi del profumo
delle lasagne vegetariane, deliziosi e ostinati, all’indomani del
pranzo della domenica.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Ermal Meta - Dall'alba al tramonto
|I cariolanti, di Sacha Naspini. Edizioni E/O, € 16, pp. 170
|
Sangue
freddo, pelo sullo stomaco, nervi d’acciaio. Pensavo di averne in
quantità. Cresciuto a pane e Stephen King, infatti, ho scoperto sin
da ragazzino il fascino dei personaggi borderline e delle storie
disturbanti. La follia mi intriga. In un’altra vita studierei
Psichiatria per comprendere meglio i meccanismi mentali, le relazioni
di causa-effetto, le origini del disagio. A sorpresa, I cariolanti
ha messo a dura prova le mie resistenze: inizialmente pubblicato da
Elliot Edizioni, è tornato in libreria grazie al successo che si è
meritato nel frattempo Sacha Naspini – autore che desideravo
leggere da un po’. Non indorerò la pillola. In questa storia
essenziale e feroce, che conta poco più di cento pagine complessive,
in ordine sparso vengono inclusi: cannibalismo, incesto,
infanticidio, necrofilia. Ma nel bel mezzo di una carestia, cos’è
lecito e cosa no? Perfino la moralità non ci vede più dalla fame.
Io non lo
so se ho mai provato la fame quella brutta, quella che neanche ti fa
dormire e se per caso ci riesci non fai che sognare quello: di
mangiare. La fame quella che ti fa impazzire, tanto che cominci a
guardare il secchio dei bisogni, o scavi con un dito per terra, in
mezzo a una fessura delle tavole, alle volte ti capitasse un baco tra
le mani. Giuro che ti metteresti in bocca di tutto, se piangi non fai
che leccarti le mani per sentire il salato. […] Io non lo so se ho
mai provato quella fame lì. Quella che a un certo punto, una volta,
ha fatto dire al mio babbo: «Ora mi levo dal mondo e mangiate me».
Come
in Stanza, letto, armadio, specchio i protagonisti vivono
estraniati, in un buco nel bosco. È il quarto Natale che il
narratore, il piccolo Bastiano, passa sottoterra insieme al resto
della famiglia. Dal soffitto malsicuro grondano pioggia, fango,
urina, scoppi e grida. Fuori si sta combattendo la Prima guerra
mondiale e il padre, disertore, si nasconde. Con una lancia affilata,
abbandonando di rado la sua postazione caccia animali e
all’occorrenza anche uomini: la carne, gommosa, viene arrostita
alla bell’e meglio stendendo una coperta contro l’imboccatura del
bunker affinché il fumo non li smascheri. Segnato dai fatti
dell’infanzia, Bastiano capisce che certi conflitti non finiscono
mai per davvero: in palio c’è la sopravvivenza. Inquadrato tra i
nove e i cinquantadue anni, somiglia a un Forrest Gump rosso di
rabbia che ripercorre di corsa i peggiori anni della storia italiana.
Dopo aver sperimentato una sepoltura in vita, questo selvaggio dagli
ipnotici occhi verdi – incuriosito dall’altro sesso, migliore
amico di cani randagi e cinghiali – racconta le sue rocambolesche
disavventure ora a una scrofa da macellare, ora ai parenti defunti.
Emerge il ritratto di un Paese messo alla prova dalle
difficoltà della ripresa economica, fatto di casupole di fortuna,
prostitute senza scelta, streghe presunte. Dappertutto, lì, vige la
legge del più forte. Cane mangia cane, cane mangia uomo, uomo mangia
cane, uomo mangia uomo: in tutte le combinazioni possibili e
immaginabili della sofferenza, del disgusto, della verità. Soldato
in Grecia, a un certo punto, Bastiano sperimenterà anche forme di
violenza istituzionalizzate e in compagnia di qualche donna si
scoprirà “sincero, anomalo, immune alle calamità che affliggono
la gente”; dunque degno d’amore.
Sai, c’è
il punto oltre il quale non si può andare. Forse, dopo aver pianto
tante lacrime, un po’ ci stanchiamo del dolore. È come un’ombra
che ormai ti ha gelato l’anima, ti accadono le cose e tu ne resti
sempre un po’ fuori, le guardi da lontano, non sono più tue.
I
cariolanti è la parabola di un uomo in cerca di vendetta e di
magre forme di consolazione: a caccia di privilegiati, belle bambine
e recriminatorie paurose. Ma è, ancora, la descrizione di colline
trasformate realmente in un cimitero a cielo aperto. Un microcosmo
popolato da creature da incubo, con lo sporco sin sotto le unghie;
feccia di verghiana memoria che non abbaia, ma morde per ammazzare.
Sconvolgente e destabilizzante, il romanzo di Naspini è una lezione
di sopravvivenza – sull’imprevedibilità degli appetiti umani e
delle traiettorie dei loro coltellacci – sconsigliata ai deboli di
cuore. Al contrario, verrà amata da lettori a digiuno da un po’ di
emozioni indelebili. Gli ho trovato un unico difetto: troppa carne al
fuoco, poche pagine. All’horror puro della parte centrale, un
calderone di brutture bruttissime, avrei preferito un andamento più
verista; la lucidità del romanzo storico. D’altra parte, però,
come non applaudire una scrittura fantasiosa, varia, straordinaria?
Ogni capitolo racconta un’età di Bastiano, e ha uno scenario, un
destinatario e spesso un punto di vista totalmente diverso dal
precedente. Si susseguono monologhi ininterrotti, lettere mai
imbucate, pagine di un diario adolescenziale. Espedienti narrativi
incastonati con saggezza in una struttura ad ampio respiro, eppure
singhiozzante, frammentaria e spigolosa al contempo: dove tutto
torna, poi, in vista di un epilogo pieno di poesia e squallore che si
rivela essere la chiusura simmetrica di un cerchio perfetto. Un
cerchio nella terra, sì. Che sembra il canale attraverso il quale
veniamo al mondo, o la bocca socchiusa dell’inferno.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Argentovivo – Daniele Silvestri feat.
Rancore
Gli
addii mi rendono codardo. Sono arrivato alla fine di
Storia di chi fugge e di chi resta – il quarto romanzo della
tetralogia già in attesa sul mio comodino da un po’ – e ho
preferito fare dietrofront all’ultimo. Non sono bravo con i
congedi: soprattutto se, come in questo caso, si tratta di un a mai
più rivederci. Allora prendo tempo. A novembre, così, ho rimandato
a data da destinarsi la lettura del capitolo conclusivo – spero
comunque di riuscire entro l’anno –, barattando il vecchio con il
nuovo, una fine con un inizio. Una Ferrante con un’altra. Ancora
una volta circondata da un’aura di mistero, la “scrittrice
geniale” mi ha dato la scusa per procrastinare il giorno del
commiato con un romanzo da scoprire prima che il passaparola
togliesse il piacere della sorpresa.
La vita bugiarda degli adulti
è una storia tutta nuova, ma restano le costanti fondamentali:
una scrittura straordinariamente densa, gli alti e bassi di una
narratrice adolescente talora difficile da perdonare, le
contraddizioni di una città percorsa questa volta al contrario. Dal
basso verso l’alto, dal Vomero al Pascone. I nostalgici del rione
si sentiranno subito a casa, in un racconto di maturazione debitore della crescita di Lila e Lenù: prima bambine, poi donne, in un
quartiere lontano dal baluginare del mare. Ricordate la galleria
che a un certo punto le due percorrono mano nella mano, pur di
affrancarsi dal giogo delle famiglie?
L’amore
è opaco come i vetri delle finestre dei cessi.
Somiglia
a un tunnel anche la libertà secondo Giovanna, tredicenne che compie
invece il viaggio opposto: figlia della Napoli bene, si cala lungo
una discesa tanto fisica quanto metaforica. A muovere la scarpinata è
una cattiva parola pronunciata dal padre, professore ateo e
alto-borghese, che d’un tratto reputa insopportabile i
comportamenti della sua unica figlia. La bambina d’oro,
all’improvviso, ha rinunciato a una camera rosa confetto
per un vestiario succinto e tinto di nero. Ossessionata dal proprio
riflesso allo specchio, non si sente all’altezza di quei genitori
belli, colti e innamorati. Colleziona brutti voti, assesta
rispostacce, s’incattivisce. Cose che succedono nell’età in cui
il corpo si arrotonda nei punti giusti e l’animo, al contrario, si
fa spigoloso. Ma Giovanna, a torto, si crede sola e incompresa. E
frugando negli album di famiglia finisce per identificarsi con zia
Vittoria, cancellata nelle fotografie a colpi di pennarello
indelebile. Che lo scuorno della parente, rinnegata perché
innamorata di un uomo già sposato, si sia abbattuto anche sulla nipote? Quante frequentazioni del ramo
paterno sono state negate alla protagonista, scesa ora dalla
proverbiale torre d’avorio?
Poi
sussurrò in dialetto: scusa, non ce l’ho con te, ma con tuo padre;
quindi mi infilò una mano sotto la gonna colpendomi lievemente, più
volte, col palmo della mano, tra la coscia e la natica. Mi disse
all’orecchio, ancora una volta: guardali bene, i tuoi genitori, se
no non ti salvi.
Giovanna
si sente a casa soltanto al terzo piano di un
condominio imbrattato dalle scritte oscene, a tu per tu con la
vergogna dei Trada. Vestita d’azzurro, magrissima e dal petto
prosperoso, Vittoria ha le sopracciglia torve ma nasconde un animo
romantico: si emoziona ancora parlando di Enzo, l’amante morto diciassette anni prima; balla nel salotto e invita
Giovanna a seguirne i passi; racconta i dettagli più scabrosi del
sesso e della vendetta, a zonzo su una Cinquecento verde che conduce
la protagonista in un lungo tour del parentado, della fede e del
dialetto. A ben vedere, chi è la persona davvero
realizzata della famiglia? Bisogna biasimare la sguaiataggine della
zia, o forse il perbenismo di un castello alto-borghese costruito su una
polveriera pericolosissima? Inquadrata tra i tredici e i sedici anni,
dalle scuole medie al ginnasio, la narratrice imparerà nell’arco
del saliscendi un lessico sboccato e qualche rara preghiera.
Asseconderà domande scomode, sensi di colpa, prurigini. Risponderà
al nome di Giovanna in presenza delle amiche ricche, Ida e
Angela, ma sarà semplicemente Giannina per i più ruspanti Giuliana,
Corrado e Tonino. A piacimento, talpa e spola.
Leggere
La vita bugiarda degli adulti è come accarezzare le ortiche.
Immersa fino ai gomiti nella materia viscida e pungente della prima
adolescenza, l’impavida Ferrante spia sotto le incerate dei tavoli
e dai buchi delle serrature. Ama sporcarsi, con una scrittura paurosa
e scintillante come il sangue vivo, ma protegge dagli schizzi del suo
gran frugare il bracciale d’oro bianco ritratto sulla copertina: simbolo d'un passato furfante, falsato ad arte dal
restauro dei ricordi, il gioiello passa da un polso all’altro e
sembra portare disgrazie. Ma a lezione di stile e
d’introspezione psicologica dall'autrice capiamo che la
superstizione non esiste, idem il caso. I casi editoriali,
quelli belli, per fortuna sì.
«Poi
c’è la cosa che alla tua età è la più difficile: onorare il
padre e la madre. Ma ci devi provare, Giannì, è importante». «Il
padre e la madre non li capisco più». «Li capirai da grande».
«Allora non diventerò grande».
Elena Ferrante ci
ha abituati alle fragilità dei suoi personaggi, a finali bruschi, mai alla portata del suo talento. Si ripete. E mi ripeto
anch’io. Impossibile non rimanere avvinti dal vigore della sua
prosa; altrettanto non entrare nei suoi drammi, magari vestiti di
tutto punto, fino a insudiciarsi di verità e altre sozzure.
All’inizio divorato, poi centellinato per paura mi andasse di
traverso, il nuovo romanzo ha la scrittura più preziosa dell’anno
e la protagonista più antipatica. Guidato dalle
secrezioni ghiandolari dei suoi personaggi, non dagli eventi, lo si
ama e lo si odia insieme: compreso quell’epilogo della discordia,
brusco come un colpo d’ascia, che in rete fa pensare a un’altra
tappa della vita di Giovanna, all’arrivo di un altro testo
complementare per dare un senso aggiunto a questa giovinezza: allo
sbando, come d’altronde lo sono tutte indistintamente. Un fatto è certo.
Chiunque sia, dovunque viva, non importa quanti
anni abbia, Elena Ferrante dev’essere rimasta un po’ bambina. I grandi mentono per istinto di sopravvivenza. Lei, invece,
ha l’onestà infantile di chi li biasima, li guarda tutti dal basso
verso l'alto, li apostrofa. Avrà alimentato sotto banco la sua
curiosità infantile, le braci incandescenti dei suoi anni sfacciati. Nasconde a media e pararazzi, adesso, un prodigio:
quello di non essere mai diventata adulta.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Billie Eilish - Bury a Friend