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mercoledì 27 dicembre 2023

Recensione: L'amore molesto, di Elena Ferrante

| L'amore molesto, di Elena Ferrante. E/O, pp. 176, € 11 |

Torno da Elena Ferrante, a Napoli, una volta all'anno. Sto centellinando gli andirivieni, però, per ammortizzare le fitte che avvertirò una volta terminata di leggerla. Questa volta è toccato al suo esordio: non una lettura agevole. Sordido, morboso e visionario, L'amore molesto è un thriller psicologico nero come il carbone ma irrisolto. Un tour de force fra i fantasmi del passato, in cui una scrittura vorticosa plasma immagini inattendibili, dove intravedere il profilo sfuggente di una madre amata-odiata. Chi era realmente Amalia, trovata annegata con addosso un reggiseno di pizzo e null'altro? Se lo domanda la figlia, Delia, da sempre vittima di una feroce sindrome d'abbandono. Rimasta sola, ricostruisce faticosamente un puzzle domestico in cui niente è al proprio posto: un padre padrone geloso, pittore di scarso talento; una madre bellissima, a cui era severamente vietato sorridere; infine il misterioso Caserta, l'orco delle favole, inseguito per tutto il romanzo come il Bianconiglio del classico di Lewis Carroll.

L'infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all'imperfetto.

Come in un giallo, si parte cercando indizi nell'appartamento della morta: una casa di fantasmi in cui la porta non è stata chiusa a doppia mandata e dettagli fuori posto – la biancheria costosa, i trucchi appariscenti – rimandano a una vita segreta di cui Delia è all'oscuro. Si prosegue, poi, lungo le strade della città. Una Napoli rumorosa, tentacolare, squallida, affollata di corpi pesanti e voraci che provocano parimenti curiosità e stordimento. Abituati all'ampio respiro della tetralogia, si è scioccati dall'asfissia degli ascensori tremolanti, delle strade strozzate dal traffico, dei vagoni straripanti della funicolare, dei camerini i cui specchi restituiscono l'immagine di una donna sull'orlo di una crisi esistenziale. Imbrigliata in un vestito rosso che poco si confà ai giorni del lutto, con il trucco sciolto per la pioggia e le lacrime improvvise, Delia rivive una vicenda di scandali familiari, ribellioni tardive e vendette astratte. E in lei, come in una specie di possessione demoniaca, rivive in parte la madre, di cui la protagonista si fa medium e custode. Si può affrancare uno spettro dalle bugie della memoria?

Dire è incatenare tempi e spazi perduti.

Ci sono due uomini – un padre e un figlio – che ricordano quelli della famiglia Sarratore. C'è un tunnel fetido di urina a separare la città dal rione e un sottoscala in cui sono precipitate le speranze di una bambina lasciata sola in cortile. C'è, ancora, il tema del doppio: qui ci si scambia ruoli e vestiti; si compiono eterni ritorni. L'esordiente Ferrante aveva già in mente i temi dei successi futuri e nessuna paura di sporcarsi le mani. Fra le pagine abbondano i fluidi corporei, le sgradevolezze, i tabù. La narratrice fruga nei panni sporchi della morta. E li lava in pubblico, poco imbarazzata dalle smagliature sulle calze o dal fondo delle mutandine macchiate di sangue mestruale. Li lava con noi: in fondo, siamo già di famiglia.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Angelina Mango – Fila indiana

martedì 12 luglio 2022

Recensione: Servirsi, di Lillian Fishman

| Servirsi, di Lillian Fishman. E/O, € 17, pp. 230 |

Il sesso vende, soprattutto d'estate. E viene dagli Stati Uniti il nuovo filone letterario – anticipato, in parte, dall'opera prima di Sally Rooney – che su TikTok porta il nome di “sad hot girl”. Le protagoniste sono generalmente Millennal, bianche, colte ed emancipate, alle prese con relazioni sentimentali talmente turbolente da minarne gli equilibri interiori. Non si sottrae a questo canovaccio neanche l'esordio di Lillian Fishman, classe 1994, che ha calamitato in fretta le attenzioni grazie al rosa ipnotico della copertina e al triangolo bollente della sinossi: monogama e all'apparenza felice accanto alla compagna pediatra, Evie – complice un nudo postato online per noia – viene introdotta nel mondo di Olivia, aspirante pittrice, e di Nathan, uomo d'affari noto per dominare le partner tanto in ufficio quanto a letto. La protagonista, senza punti di riferimenti né ambizioni, costantemente desiderosa di diventare l'adulta responsabile sognata dal papà imprenditore, aderisce alla routine della coppia come se si trattasse di un culto religioso. Ma mentre il volitivo Nathan sembra in grado di decifrare i suoi desideri più intimi per renderla adorante, la nevrotica Olivia si limita spesso a fare da voyeur: ai margini della camera da letto, guarda e soffre. E soltanto così, forse, gode.

Da anni mi chiedevo cosa significasse il sesso per gli altri...

Con una scrittura sinuosa e mai volgare, Fishman scandaglia senza esprimere giudizi tre sessualità poco convenzionali e immerge il lettore in un'atmosfera densa, torrida, che innegabilmente intriga come le migliori fantasie erotiche. Creatura anfibia, l'irrequieta Evie si muove tra mare e terra, uomini e donne, e sbatte contro una contraddizione: si può essere femministe, autosufficienti e padrone di sé, anche se sottoposte al gioco di qualcun altro? Si può trovare la piena realizzazione personale nel raggiungimento dell'orgasmo? Cerebralmente stimolante, il romanzo lascia inerte il resto del corpo. È solo voce: pura astrazione intellettuale. I protagonisti, abbozzati, sono impossibili da immaginare fisicamente. Il sesso, filosofeggiato in lunghe e pretenziose conversazioni radical chic, è consumato a parole e raramente nei fatti. Mancano proprio i corpi, la carne, l'eccitazione e la loquacità dell'atto sessuale in sé. È un segreto implicito in ogni relazione: i giochi di potere avvengono direttamente fra le lenzuola. Qui se ne scrive a lungo a riguardo, ma risulta nel frattempo insoddisfacente lo spazio lasciato alla libera espressione dell'amante gaudente – del dominatore, del dominato. Peccato: Servirsi è un gemito di piacere soffocato dalle chiacchiere. Quasi come se per scrivere di sesso, oggi, dovessimo sentirci obbligati a legittimarlo e nobilitarlo a ogni pagina. Cosa c'è di più legittimo, mi domando invece? Cosa di più nobile?

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Tananai & Rosa Chemical – Comincia tu

mercoledì 12 gennaio 2022

Recensione: I margini e il dettato, di Elena Ferrante

| I margini e il dettato, di Elena Ferrante. E/O, € 15, pp. 154 |

Quante volte lo abbiamo detto? Di alcuni autori leggeremmo tutto, anche la lista della spesa. In attesa della terza stagione di L'amica geniale – a febbraio su Rai Uno – e, si spera, del prossimo romanzo, Elena Ferrante è tornata in libreria con un volumetto dalla copertina bellissima consigliabile soltanto agli appassionati accaniti. I margini e il dettato non contiene gli ingredienti segreti della cena di Natale, no, bensì tre lezioni universitarie destinate alla cittadinanza di Bologna e un saggio critico in occasione del settecentenario di Dante Alighieri. Breve ma densa, destinata a essere fruita in ambito accademico, la lettura è interessante ma non sempre godibile. A differenza di L'invenzione occasionale, che prediligeva al contrario illustrazioni variopinte e toni piacevolmente informali, l'ultimo libro Edizioni E/O mostra una Ferrante destinata a un pubblico universitario. Per fortuna resta comunque traccia dei suoi modi affabulatori, uniti qui a una scrittura rigorosa e a un bagaglio personale sempre vivissimo.

Così il romanzo d'amore comincia a soddisfarmi quando diventa romanzo del disamore. Il romanzo giallo comincia a prendermi quando si che nessuno scoprirà chi è l'assassino. Il romanzo di formazione mi sembra sulla via giusta quando è chiaro che nessuno si formerà. La bella scrittura diventa bella quando perde la sua armonia e ha la forza disperata del brutto. E i personaggi? Li sento falsi quando sono di limpida coerenza e mi appassiono a loro quando dicono una cosa e fanno l'opposto.

Benché protetta da uno pseudonimo, l'autrice ama raccontarsi. E questa lettura appassiona proprio allora: negli aneddoti sulla sua infanzia, nei retroscena dei romanzi più famosi, nei tentativi fallimentari e nelle insperate rimonte. Autocritica, contraddittoria e smaniosa, Ferrante si è sempre librata tra due opposti: la scrittura diligente e quella smarginata, la norma e la frantumaglia. Il suo caos interiore poteva forse rispettare i margini dei quaderni delle elementari? Questo conflitto sarà il fondamento della tetralogia. Lenù e Lila sono l'apollineo e il dionisiaco, l'ordinario e lo straordinario, e rappresentano un approdo importante: il passaggio dal solipsismo dei primi romanzi alla scoperta di una coralità, di “un'altra necessaria”. Chi l'ha ispirata? Sono moltissimi i nomi da appuntarsi: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson a Gertrude Stein. In una letteratura appannaggio del sesso maschile, Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture e suggestioni differenti.

Le frasi vere, buone o epocali, cercano sempre una loro strada tra frasi fatte. E le frasi fatte sono state una volta frasi vere che si sono scavate una via dentro frasi fatte. In questa catena di operine e grandi opere, in ogni anello grande o piccolo, c'è duro lavoro e illuminazioni casuali, fatica e fortuna. La via di Damasco non è una via ben segnata in quanto deputata alle folgorazioni. È una via come un'altra su cui, per caso, può capitare, mentre si sgobba e si suda, di accorgersi di un'altra via possibile.

La sua voce risuona di una pluralità di voci, dunque, in un gioco tanto affascinante da apparire quasi stregonesco. Ma anche Dante Alighieri le ha insegnato qualcosa d'importante sui banchi di scuola: pionieristico, infatti, il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie femminili della Divina Commedia e regalò all'amata Beatrice né leggiadria né gentilezza, bensì un ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nei meandri della selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto d'amore” e un'invidiabile favella. Quali sono stati i primi passi della scrittrice italiana destinata presto a finire nel novero dei grandi classici? Chi l'ha formata, e in che modo? Come ha coltivato la propria vocazione realistica, pur sperimentando nel corso della carriera il noir, il romanzo sentimentale e l'horror? Annotiamo titoli, informazioni, passi. Prendiamo diligentemente appunti. La verità, però, è che ci accontenteremmo di sentire Ferrante raccontare di Elena a oltranza: lontana dalla cattedra, oltre questa aura di sfinge inarrivabile.

venerdì 17 dicembre 2021

Recensione: La promessa, di Damon Galgut

La promessa, di Damon Galgut. Edizioni E/O, pp. 278, € 18 |

Una volta qualcuno mi ha rivelato che i momenti di aggregazione acuiscono il malumore. Si parlava, nello specifico, delle festività natalizie: da me temutissime, generano spirali di ricordi destinate puntualmente a intristirmi. Quali sono, invece, i meccanismi psicologici che intervengono durante le commemorazioni funebri – rimpatriate già dolorose di per sé? Vestiti a lutto e stretti nello stesso banco di legno, finiamo per pensare più ai trascorsi con i nostri vicini di posto che ai parenti stesi nelle loro bare sfarzose. Fresco vincitore del Booker Prize, Damon Galgut costruisce la sua saga familiare – una storia dall'impianto piuttosto classico, fatta di forzati ritorni all'ovile, avidità e dissapori – proprio su questa considerazione: i funerali servono ai vivi, non ai defunti. È per questo motivo che La promessa, destinato a imporsi come uno dei titoli più imperdibili dell'anno ormai agli sgoccioli, immortala le vicende della famiglia Swart attraverso quattro funerali avvenuti in quattro decenni differenti. Cosa si prova a rincontrarsi in chiesa o al cospetto di un notaio, mentre il tempo cambia i luoghi e i volti della nostra infanzia? Può la morte essere un collante migliore della vita?

Il sangue è la colla più densa di tutte.

Uniti dall'implacabilità del destino e da una promessa mai mantenuta – garantire una casa a Salome, l'affezionata cameriera di colore –, gli Swart si ritrovano nella fattoria di famiglia di capitolo in capitolo. La morte della madre, donna malvista dai più, ha causato una diaspora irreversibile. A richiamarli all'appello, tuttavia, è un narratore onnisciente che conosce i loro sogni, i loro pensieri, le loro perversioni, perfino i mostri invisibili che gravano sulle loro spalle: Galgut, cinico e dissacrante, fluttua leggero come una piuma di stanza in stanza, di storia in storia, non tentennando neanche davanti alle temperature infernali dei forni crematori. Scritto d'un fiato, il romanzo ha la fluidità danzereccia e l'estro di quei film girati interamente in piano sequenza. Nonostante le 300 pagine scarse, la lettura risulta densissima per stile e contenuto: un caos tragicomico con un cast irresistibile nella sua bizzarria. Proprietari di un rettilario – e per questo, forse, bestie a sangue freddo –, i personaggi (non vi rivelerò quali) vengono decimati dalla malattia, dalla tracotanza, dall'omicidio, dall'ossessione.

L'apartheid è finito, ecco, adesso moriamo l'uno accanto all'altro, in stretta vicinanza. È solo la parte del vivere che dobbiamo ancora risolvere.

Anton, il figlio maggiore, è un fuciliere pieno di debiti e di speranze mal riposte: aspirante ribelle, aspirante scrittore, cresce per disonorare il padre. Astrid, secondogenita fragile nel carattere così come nella bellezza, è una casalinga disperata che confessa al suo parroco matrimoni di convenienza e relazioni adulterine. Amor, ultima ma non ultima, è invece la piccola di casa: una creatura splendida e misteriosa, sopravvissuta per miracolo a una tempesta di fulmini, con il potere di prendersi cura del prossimo e di estraniarsi fino a vedere, dall'esterno, la grande assurdità del tutto. Non lasciatevi spaventare dall'ambientazione, anche se le invasioni dei babbuini possono talora guastare la festa insieme all'arrivo delle mestruazioni o alla finale della Coppa del Mondo: dal momento che tutto il mondo è paese, soprattutto in materia di sentimenti, il Sudafrica di Galgut è uno scenario sì turbolento – ci sono scontri tra ebrei e cristiani, anglofoni e afrikaner; la fine dell'apartheid e l'avvento dell'Aids – ma talmente somigliante ai suoi personaggi da diventare parte integrante della contesa. Alcune persone, alcuni paesi, non sanno liberarsi del passato. Sul finale, nella solita chiesa, ci saranno sempre meno fedeli a pregare per il lacrimoso trapasso degli Swart. Ci hanno fatto il callo: sopporteranno stoicamente anche l'ennesima tragedia. Ma riusciranno a venire a patti con la farsa dolorosa delle loro promesse negate, soprattutto a loro stessi?

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Amy Winehouse – Back to Black

martedì 17 agosto 2021

Recensione: La figlia oscura, di Elena Ferrante

 
| La figlia oscura, di Elena Ferrante. E/O, € 9,90, pp. 145 |

Leda è un'altra Lenù. Insegnante, quarantasette anni, da ragazza si è lasciata alle spalle le proprie origini per andare a studiare a Firenze. Ormai realizzata, ha un'aria sofisticata che spinge gli altri a trattarla con deferenza. In vacanza da sola sulla costa ionica, si ripara dal sole battente all'ombra di una pineta e spia con curiosità i rituali dei turisti. L'arrivo di una famiglia napoletana – grassa, invadente, rumorosa – provoca in lei un ribollire di sentimenti confusi e le ispira un flusso di pensieri che la riporta alla giovinezza, alla città che si è lasciata alle spalle pur di realizzarsi. In mezzo agli invasori spicca, per avvenenza e decoro, Nina: una giovane mamma all'apparenza perfetta, che al pari di Leda nasconde tuttavia dolorosi punti di rottura. Mentre la giovane si prodiga in mille moine pur di intrattenere la figlia – i loro giochi ruotano intorno a una bambola, cruciale ai fini della vicenda –, tra lei e la protagonista nasce una fascinazione reciproca; un'attrazione sottile e inspiegabile, dai significati incerti, destinata a cambiarle entrambe.

Certe volte scappare serve a non morire.

Recuperato in previsione dell'arrivo a Venezia dell'omonimo film di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura contiene una Elena Ferrante in pillole amarissime. Sempre riconoscibile, ma questa volta misteriosa, erotica e perturbante come il cinema di François Ozon, l'autrice della leggendaria tetralogia è un fiume in piena. Mai inutilmente accomodante, scandaglia il cuore femminile con la brutale coerenza di chi, ormai, ha stretto confidenza con i propri scheletri nell'armadio. Finestra in frantumi sulle contraddizioni, le insicurezze e le fragilità delle donne, il romanzo parla con toni foschi e simbologie orrorifiche di maternità, identità e abbandono. Ci si può realizzare come esseri umani ed essere al contempo genitori esemplari? Divorata dai sensi di colpa per lo scarso attaccamento alle figlie, che proseguono gli studi a Toronto ospiti del padre, Leda si scopre ipnotizzata dalle premure di Nina e vittima di quel particolare scombussolamento interiore chiamato “frantumaglia”.

Perché hai lasciato le tue figlie?”. Ci pensai, cercai una risposta che potesse aiutarla. “Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Agli antipodi, in realtà, le due donne sono due facce della stessa medaglia. Nina è la donna che Leda avrebbe voluto essere; Leda è la donna che Nina vorrebbe diventare. Sedute ai lati opposti della spiaggia, si plasmano reciprocamente in un muto dialogo intergenarazionale. Stordente, forse troppo vicino alla brevità del racconto per concedere risposte nette, il romanzo è una vacanza su un mare che sembra un acquitrino. La luce del faro illumina a sprazzi la solitudine di Leda. Affisso sui pali della luce, un volantino annuncia la sparizione di una bambola – una pupattola con le gote di plastica, pochi fili biondicci per capelli e una stupida bocca semiaperta: sul fondo della pancia un gorgogliare di vecchi vermi – e lo struggimento della piccola proprietaria. Cos’è stato di lei, motore di tensioni impensabili? Signora Ferrante, è forse insieme a quelle perdute e mai ritrovate nella cantina di Don Achille?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Patty Pravo – La bambola

lunedì 26 aprile 2021

Recensione in anteprima: Love After Love, di Ingrid Persaud

 
| Love After Love, di Ingrid Persaud. Edizioni EO, € 18, pp. 453 |

Quando stai per iniziare un romanzo di oltre quattrocento pagine ci pensi due volte, soprattutto se sai che lo leggerai nei ritagli tra una lezione e l'altra o in bilico sui mezzi pubblici. Ma Love After Love – in uscita il 28 aprile – a sorpresa è stato un'ottima idea. Inizialmente approcciato con titubanza, è stato un balsamo durante le mie prime settimane da pendolare. Intristito dal cattivo tempo che sembrava seguirmi dal finestrino, stanco per le levatacce e la routine un po' frustrante, ho presto trovato pace grazie all'esordio di Ingrid Persaud. Seduto al mio posto, aprivo il romanzo nell'andirivieni e subito mi scoprivo sollevato. Leggerlo, infatti, è come sbirciare i personaggi della tua sitcom preferita all'opera; un accoccolarsi nella comfort zone per trovare momentaneo riparo da un trantran a cui fatico ad abituarmi. Sfaccettato, energico e vitale, racconta la storia di tre solitudini in cerca della propria identità. Mostrati nell'avvicendarsi degli anni e degli amori, fuori posto, i personaggi formano una bellissima famiglia indipendentemente dai legami di sangue.

Certi giorni è dura portarsi sulle spalle il proprio sacco di cacao. È per questo che ci sono gli amici.

Siamo a Trinidad, un'isola dei Caraibi. Le acque sono cristalline, il rum scorre dolce come il miele, gli orti ospitano frutti e aromi, le cucine profumano di coriandolo. Laggiù si crede nel malocchio e si elevano offerte a Kali; si celebrano matrimoni lunghi tre giorni ed è possibile assaggiare deliziosi panini allo squalo. Ma l'ambientazione esotica nasconde però lati oscuri: criminalità alle stelle, malasanità, omofobia. In un modo o nell'altro tutti i personaggi hanno conosciuto entrambi i volti di Trinidad: quello accogliente e quello spietato. Mamma single, Betty è una buona cristiana che educa il suo unico figlio a rispettare il prossimo: vedova inconsolabile agli occhi degli altri, in realtà ha accolto con sollievo la morte del marito, un tiranno che l'ha resa a lungo vittima di violenze fisiche e psicologiche. Chioccia orgogliosa e volitiva, si sente sola anche in compagnia di altri uomini e cerca l'equilibrio ora sui siti d'incontri, ora nella religione. Finché non affitta una stanza a Mr Chetan: ripudiato dalla famiglia d'origine e divorato da un ingiusto senso di colpa, il maestro di matematica è una presenza rassicurante a cui i più negano la luce del sole. Omosessuale, esplora in ritardo la propria sessualità e, circondato dal calore di casa Ramdin, per la prima volta ripensa a un vecchio amore d'infanzia. In mezzo ai due, legati dall'alchimia delle coppie più longeve, siede il piccolo Solo: all'inizio del romanzo bambino silenzioso, poi adolescente ribelle in fuga a New York, il figlio di Betty è forse il personaggio più commovente all'interno di un cast già memorabile di per sé. Ospite dello zio paterno, combattuto tra risentimento e nostalgia, vive anni oscuri e irrequieti in un'America senza grandi sogni: struggente, tormenta il suo corpo con l'autolesionismo per dare voce a un antico dolore.

La tua terra. È importante. La tua terra è dove è sepolto il tuo cordone ombelicale.

Ambientato in più di un decennio, Love After Love è una commedia generazionale densa, irresistibile e malinconica, che sta accanto ai suoi personaggi sempre: nella buona e nella cattiva sorte, nel cicaleggio irresistibile e nel silenzio angosciante dell'abbandono, quando fa bene e quando infine fa male, malissimo. È uno di quei romanzi sulla ricerca della felicità che a tradimento, inaspettatamente, ti sferrano una stiletta tra l'anima e il corpo. Ma è impossibile avercela con loro, perché sono talmente calorosi e gentili che si fa fatica a non adorarli. Perché, con i loro dialoghi cinematografici e lo stile colorito (ho qualche dubbio sulla traduzione italiana, a tratti eccessivamente colloquiale), non pesano mai. Perché hanno la premura di porti domande su domande, senza mai apparire indiscreti. Ad esempio: come stai, ti sei forse smarrito? Dov'è la tua casa? Senza attendere risposta, all'ultimo, ti aprono la porta. Sull'uscio abbracciano forte te, che ti senti un viandante. E tagliano fuori un'isola di magie, misteri e orrore, che vista dalle finestre della famiglia Ramdin incute per fortuna meno timore.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Marley - One Love

mercoledì 10 marzo 2021

Recensione: Casa è dove fa male, di Massimo Cuomo

| Casa è dove fa male, di Massimo Cuomo. E/O, € 16,50, pp. 188 |

Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità. È questo che ho pensato leggendo l'ultimo romanzo di Massimo Cuomo, assente in libreria dalla pubblicazione di Bellissimo: una fiaba caraibica bellissima come da titolo, finita tra le migliori letture della sua annata. Quattro anni dopo l'autore veneto è tornato con una storia profondamente diversa. Un cambio di genere, di tono, che mi ha disorientato per buona parte della lettura. Tanto il romanzo precedente era poetico e delicato, quanto questo – intitolato come la canzone di apertura di un film di Xavier Dolan – è un'ecatombe infernale di rara crudezza. Ambientato in un condominio di una Mestre collocata in un passato indefinito, Casa è dove fa male segue piano per piano le vicissitudini tragicomiche degli inquilini. Una giungla umana animata dalla disperazione più profonda che si crogiola nei miracoli e nell'autolesionismo, nella perversione e nei vizi, nel sangue mestruale e nell'adipe. A raccontarci i protagonisti, eccezionalmente, è il condominio stesso. Un narratore onnisciente originalissimo, dalla voce chirurgica eppure implacabile, che senza scomporsi scava nei corpi ansanti e nel calcestruzzo. Con una tecnica che ricorda le carrellate cinematografiche, Massimo Cuomo si muove sinuoso tra gli appartamenti. Il soffitto di un personaggio è il pavimento dell'altro collocato, invece, al piano di sopra. I paragrafi sono parte di un montaggio invisibile, giocato su raccordi di movimento raffinatissimi.

L'unica maniera per essere felici non è avere coraggio: è avere pazienza.

Ben pensato e diviso in quadri altamente scenografici, Casa è dove fa male mi ha affascinato più per la messa in scena che per il contenuto. Costituito da piccole storie cattive, non riesce mai a diventare un grande romanzo. I coniugi Busetto, pensionati, passano la giornata a invidiare le vite degli altri: mentre Paolino è incantato dalle bugie delle televendite, la moglie Lia scandaglia i vicini dallo spioncino. L'adolescente Anselmo Chinellato, gravemente in sovrappeso, sperimenta una fame atroce quando i genitori mettono catene al frigorifero affinché non mangi più fuori pasto. Schirru, uomo manesco e pelosissimo, cerca la fedeltà del suo cane per riprendersi dall'abbandono della moglie. Gianna Ruzzene, annoiata da un marito troppo perfettino, sforna sformati fumanti e sogna un rapporto sadomaso. Metodici e parsimoniosi, i Prambolini risparmiano fino all'inedia: perfino il sesso, fatto ogni sera, è soltanto un mezzo per scaldarsi. Tommaso Sbrogio, medico di base con l'hobby del nudismo, è diviso tra la trasgressiva Monia e la fragile Teresa, che ha sacrificato la propria gioventù appresso alla madre malata. Nelle fondamenta dell'edificio, intanto, i topi proliferano in un'orda mostruosa.

Un pugno è come una vibrazione sismica e come tutti i gesti potenti e sinceri si propaga sul pianerottolo, allagando gli spazi della famiglia Ruzzene. E nei minuti successivi ogni componente del nucleo familiare, in modi diversi, riceve e scarica quella violenza in reazioni che nessuno sa spiegarsi, se non con la necessità di doverlo fare e basta, per il fatto – che gli uomini hanno dimenticato – di appartenere al medesimo caos, di essere tutti nella stessa confezione di latte nel frigorifero dell'Universo.

Caratterizzato da una continua voglia di sconvolgere, il romanzo ci riesce senz'altro tra cannibalismo, feticismi sessuali, tantissimi colpi bassi e sporadici momenti di tenerezza. Ma purtroppo il mio straniamento è rimasto fino all'ultimo, e così ho fatto sinceramente fatica a riconoscere la penna che avevo tanto amato in passato. Con questa lettura ho avuto un rapporto altalenante. Allo smarrimento iniziale, dopo essermi acclimatato, è subentrata l'insofferenza. Mi sono fatto io un'idea sbagliata e limitante del mondo interiore di Massimo Cuomo? Se in copertina ci fosse stato un altro nome al posto del suo, avrei forse letto il romanzo con uno spirito diverso? Nel dubbio, posso rispondere soltanto alla seconda domanda: da amante della cosiddetta letteratura cannibale – per me, oggi, un genere un po' fuori tempo massimo –, avrei comunque storto il naso davanti alla mancanza di ironia di Casa è dove fa male. Questo condominio confina infatti con quello di Niccolò Ammaniti in Fango e con gli ascensori in panne del Blackout di Gianluca Morozzi: racconti grotteschi pregni di umorismo caustico, capaci di comunicare leggerezza anche nella gratuità della mattanza. Quando il troppo storpia, insomma, meglio far presto a togliere le tende. In questa casa, benché guidati da un anfitrione diverso, vi sembrerà di esserci già stati.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Camille – Home is Where it Hurts

martedì 17 novembre 2020

Recensione: La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig

| La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig. E/O, € 18, pp. 329 |

Sono tutti un po' persi a venticinque anni. In Un giorno, uno dei miei romanzi preferiti, la protagonista Emma si consolava dicendosi così: la giovinezza è infatti sinonimo di smarrimento. Con il passare degli anni troviamo forse un senso alla nostra inadeguatezza? Mento a me stesso dicendomi di sì, ma sono convinto che ogni età abbia le sue preoccupazioni: amaramente, la perfetta felicità è una prerogativa da privilegiati. Sarebbe d'accordo con me Nora Seed, che di anni ne ha già trentacinque e comunque non ha trovato un senso alla monotonia delle sue giornate. Di famiglia italo-inglese, sola e frustrata nell'uggiosa periferia inglese, ha tempo a sufficienza per crogiolarsi nell'autocommiserazione. Mentre i coetanei sembrano presi dalla vita da adulti, Nora ne è tagliata fuori: vivacchia arrangiandosi con lavori prepari, in compagnia di un gatto che purtroppo morirà proprio alle prime pagine. Alcune esistenze sono solite percepirsi alla stregua di buchi neri, e le circostanze sfavorevoli non aiutano a cambiare punto di vista. La chiamano depressione situazionale: chi non ne ha mai sofferto? Quest'anno con me è stato inclemente. Ripiegato su me stesso, chiuso nella solita stanza, ho pieno diritto a dichiarare stanchezza sollevando bandiera bianca. Nora è così stanca da spingersi verso il punto di non ritorno: dopo un'overdose di barbiturici, si ritrova nel limbo tra la vita e la morte. Una zona grigia che, a sorpresa, qui è coloratissima.

Avresti agito diversamente, se ti fosse stata concessa l'opportunità di gettarsi alle spalle i rimpianti?

Il luogo del trapasso ha le fattezze di una biblioteca eternamente ferma a mezzanotte, con le architetture immaginifiche e i trucchi di un'invenzione della Rowling: sugli scaffali ci sono file e file di libri – ogni libro contiene una vita possibile –, ma il libro più pesante e polveroso è quello dei rimpianti. La protagonista ha paura di morire, oppure di vivere? L'autore fa di ciascun capitolo una storia diversa. In uno Nora gestisce un pub con il fidanzato, in un altro è una campionessa di nuoto, in un altro una glaciologa, in un altro ancora una rockstar di fama internazionale. Moglie, madre e sorella, nel suo limbo legge di vite utopistiche, improbabili, avventurose. Ma ognuna di esse nasconde banalmente bugie, musi lunghi, compromessi. Non esistono situazioni idilliache né attimi da incorniciare. Se la perfezione non esiste, in quale bolla di sapone potrebbe rifugiarsi? Fedele alla filosofia del pensiero positivo, il prolifico Matt Haig – che tra narrativa e saggistica parla spesso di ansie e nevrosi – propone la teoria del multiverso come cura al mal di vivere. A metà tra Canto di Natale e Cambia la tua vita con un click, ma con passaggi da mancato manuale di auto-aiuto, il suo ultimo romanzo è una fiaba didascalica che anziché allietarmi mi ha infastidito. L'autore calca la mano, tanto nella tragedia quanto nella spensieratezza.

Può condurre alla pazzia, pensare a tutte le vite che non viviamo.

Si accarezza l'idea del suicidio per motivi ben meno catastrofici di quelli di Nora, dal momento che siamo tutti frangibili. Si ritrova la retta via senza scomodare viaggi astrali e miracoli, dal momento che ci spezziamo ma non ci pieghiamo. Sopra le righe e decisamente semplicistico, infarcito di continue citazioni filosofiche, La biblioteca di Mezzanotte è un romanzo troppo consolatorio. In giornate nere di queste mi sarebbe piaciuto ritrovarci il calore di un abbraccio, invece l'ho scoperto talmente prevedibile e zuccherino da risultare noioso. La morale, immancabile, è proprio la solita e fa sollevare gli occhi al cielo: la vita è un dono, non va sprecata bensì vissuta. Ode alle imperfezioni e ai momenti da cogliere, si legge comunque con piacere grazie alla penna ironica di Haig: peccato che sia così spudoratamente propositivo da regalare sensazioni opposte a quelle sperate. Ho letto i libri delle mille vite di Nora Seed. Presi in prestito, però, a fine lettura li ho restituiti al mittente senza ritardi né tentennamenti prima che scattasse il minuto successivo alla mezzanotte. Per quanto importante, infatti, conoscevo già la lezione a menadito.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Che sia benedetta

lunedì 2 novembre 2020

Recensione: Tettagna, di Patrizia De Luca

| Tettagna, di Patrizia De Luca. E/O, € 16, pp. 150|

La femminilità è potere. Giunto il primo ciclo mestruale, è una lezione che devono imparare tutte le abitanti di Tettiano. Assunta, all'epoca soltanto una bambina, ha avuto fretta di farla propria. Ha appreso il segreto delle donne con l'imbroglio, sporcandosi le mutandine con il succo di un pomodoro: voleva sapere a ogni costo, bruciare le tappe per diventare consapevole. In un paese immaginario della provincia campana, edificato all'ombra della collina di Tettagna ma con il maestoso Vesuvio stagliato di fronte, le abitati hanno décolleté prosperosi e un segreto risalente alla notte dei tempi. Seducenti e procaci anche in tarda età, nei reggiseni imbrigliano petti che hanno potere di vita e di morta sugli uomini. Sbirciare i loro seni significa restare vincolati a loro. Farle innamorare, poi, è un'arma a doppio taglio. A Tettiano nascono soltanto figlie femmine e gli amori durano per sempre: pena la morte. Se le mogli si disinnamorano, i mariti si ammattiscono fino a perire in una danza delirante. La femminilità è una maledizione.

Veglia Tettagna sulla mia voglia, che ogni uomo altro non sogna.

Orfana di entrambi i genitori, Assunta si sposa a diciassette anni col giostraio Nicola per opporsi a un'infanzia frugale. Sogna i giri gratis sulla ruota panoramica. Sogna di esercitare il potere. Sogna di ribellarsi all'ex tutrice, l'erborista Ziella, che l'avrebbe invece desiderata intraprendente e laureata. Le speranza di un'esistenza da gran signora si scontrano presto con le bugie di Nicola: indebitato fino al collo, e per questo inadatto a garantire agi ad Assunta e alla figlioletta Elsa, spinge la moglie a lavorare come donna delle pulizie nella Napoli più signorile. La sua bellezza, sfacciata ma destinata comunque a sfiorire, la rende protagonista di un poligono sentimentale venato di sensualità e tragedia. Invaghitasi del notaio Tommaso, di cui è la donna di servizio, Assunta torna alle antiche ambizioni. Se si separasse dal marito, se diventasse l'amante del notaio, quante persone soffrirebbero? Non toglierebbe forse un padre alla figlia? Può accontentarsi di un amore platonico, dunque, al posto di una passione divorante? Fuori posto, col suo accento pesante e una fisicità un po' volgare, la protagonista ricorda una Emma Bovary dotata del potere della leggendaria Medusa. Fatale e arrivista, cerca soluzioni e cavilli, eccezioni alla regola. Prova disagio nel suo corpo esplosivo. Prova disagio nel tenere il coltello dalla parte del manico, seppure in una società fortemente maschilista. Il potere in cui da giovane è crogiolata nel corso della lettura diventa una zavorra. Pericolosa tanto per il prossimo quanto per sé stessa, Assunta cammina sulle uova che ha schierato per lei l'ottima Patrizia De Luca.

Assunta, un amore che non sfiorisce si incista nel cuore e non cade mai, per estirpare un amore così bisogna scavare tra i tuoi seni, solo uccidendoti potranno strapparti il tuo Tommaso dal cuore.

L'autrice partenopea, qui al suo esordio, è una delle sorprese dell'anno. Lì dove qualcuno avrebbe preso spunto per una lunga epopea generazionale tinta di magia, la De Luca sceglie di ricavare soltanto l'essenziale: l'impalcatura ben cesellata di una fiaba nera, sanguigna e verace, con tre generazioni di donne a confronto e, sullo sfondo, un microcosmo senza tempo retto da leggi imperscrutabili. C'è un po' della mitologia classica. C'è un po' dell'immediatezza espressiva di Elena Ferrante, sia nell'irresistibile patina dialettale della De Luca – il tutto al servizio di una scrittura senza fronzoli –, sia nel temperamento scostante dei personaggi. C'è un po' del cinema di Pedro Almodovar, tra colori sgargianti e donne-streghe come nello splendido Volver. La festa di primavera in onore della Madonna del latte porta i caroselli in piazza. Le piante e i fiori della collina, se debitamente trattati, contengono i principi attivi per superare le difficoltà coniugali. Il pan di spagna delle squisitezze locali è arricchito da una farcia miracolosa. Mentre le loro scollature pesanti si oppongono nonostante tutto alla forza di gravità, a cosa devono appigliarsi le donne di Tettiano per non trasformarsi in assassine recidive? Alla solitudine, all'amicizia, alle fantasticherie dei libri? Metaforico e simmetrico, all'affascinante Tettagna si perdona perfino l'epilogo frettoloso, perché prende comunque alla gola. Il romanzo E/O contiene in sé un piccolo mondo tutto curve e contraddizioni da esplorare. Sono rinunce, giuramenti, colpi di scena. Sono forme di donna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Kim Carnes – Bette Davis Eyes

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

lunedì 6 luglio 2020

Recensione in anteprima: Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei

| Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei. Edizioni E/O, € 9, pp. 112 |

Quando seppellì anche l’ultimo genitore rimasto in vita, mio padre aveva quarantasette anni. Mi faceva strano definirlo orfano. Questa parola porta alla mente, infatti, i piccoli eroi dickensiani: personaggi miserabili e scapestrati, con il moccio al naso e i graffi sulle ginocchia. “Orfano” fa pensare al destino dei bambini soli al mondo. C’è forse un’età giusta per diventare tali? Vera – trentasei anni, single, impiegata in un pub – si pone le mie stesse domande quando un tragico incidente stradale, in un colpo solo, la priva di mamma e padre. Al funerale è sembrata a tutti equilibrata. Ma chiamata a radunare le cose dei cari scomparsi, nella casa vuota si lascia andare allo sconforto: la sua sindrome d’abbandono genera un prodigio inspiegabile. Al risveglio trova i genitori al solito posto, in cucina. Chiacchierano, qualche volta bisticciano, la punzecchiano. 
Armando è un ragioniere taciturno e accondiscendente, di quelli che danno sempre ragione alla partner e capiscono ogni battuta a scoppio ritardato; Matilde, al contrario, è un’insegnante d’italiano in pensione che ha fatto del sarcasmo il proprio marchio. Non nuovo ai miracoli, Fabio Bartolomei – presenza fissa sul blog, di libro in libro – ci propone una convivenza buffa e spettrale che sembra sbucata da una sitcom americana. Qual è la questione irrisolta dei fantasmi, che come se nulla fosse continuano a mettere i pasti in tavola, fare ramanzine all’unica figlia, guardare i talk in TV?

Dubito che al mondo esista una persona più diversa e potenzialmente più distante da mia madre, e invece da che ho memoria sono sempre stati un incastro perfetto. Amore convesso lui, amore concavo lei. Certo non una coppia da sogno, di quelle che tutti invidiano, più che altro sono sempre stati, come dire… un duo. Rodato, affidabile, sontuosamente prevedibile.
Purtroppo arriva sempre il momento in cui i nostri genitori ci lasciano. Così come puntualmente, intorno ai diciannove anni, arriva il momento in cui a lasciarli siamo noi. Il lavoro, l’università da fuori sede, l’amore. Cosa fanno i genitori una volta finita la loro missione – ossia educare i figli? Se lo chiede proprio Vera. 
Immatura e pigra, costretta a crescere a forza, scruta con sospetto e tenerezza quei consanguinei che sembrano vivere letteralmente per lei. Al pari del genio della lampada, Armando e Matilde sono in attesa dei richieste della figlia – all’improvviso, il loro boss – e in sua assenza restano immobili al loro posto con sguardi vacui, al punto da non riuscire neanche ad accudire un trovatello senza la presenza della protagonista. In fondo è stata lei ad evocarli. All’inizio Vera fa da cuscinetto, dorme nel lettone, li chiama al telefono per paura che scompaiano quando va al supermercato, ma presto l’apprensione cede il passo al senso di colpa. Può costringere a vivere nel limbo gli estinti, e soprattutto sé stessa? La vita, così come la morte, non deve andare avanti?

C’è stato un momento ben preciso in cui ho smesso di parlare con loro. Un momento in cui li ho sentiti vecchi, distanti, incapaci di capire i miei tormenti di adolescente. […] Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre, come ci si difende, come si sopravvive.
Commedia fresca, veritiera e dolce-amara, questo romanzo ha un pregio che è anche un difetto. Si legge troppo in fretta, per via della sua brevità. E c’è poco spazio per approfondire i comprimari nonché per sincerarsi dei piani futuri dell'autore; del disegno complessivo. Nel risvolto di copertina, infatti, si legge che questo dovrebbe essere il primo tassello di una tetralogia dedicata alla famiglia. 
Alle prese con un convincente punto di vista femminile, divertente ma senza esagerare, il buon Bartolomei ci regala riflessioni che durano molto più della lettura in sé. La sua nuova storia – un racconto lungo – non deluderà i fan di lunga data, ma lascerà un vuoto nel cuore per via delle poche pagine: si spera vivamente che non passerà troppo tra un romanzo e l’altro. Perché del magico mondo di Bartolomei non ne avrò mai abbastanza.
Morti ma senza esagerare insegna che non si smette di essere genitori né figli. E trova una risoluzione soprannaturale agli abbracci non dati, alle parole non dette, ai favori non resi. Chi non vorrebbe una seconda occasione per pranzare con i propri cari: magari per osservare i loro gesti, carpire i loro segreti in cucina e impararli? I genitori non se ne vanno mai per davvero. Resta il loro lascito morale. Restano i loro echi. Come gli strascichi del profumo delle lasagne vegetariane, deliziosi e ostinati, all’indomani del pranzo della domenica.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta - Dall'alba al tramonto

lunedì 24 febbraio 2020

Recensione: I cariolanti, di Sacha Naspini

| I cariolanti, di Sacha Naspini. Edizioni E/O, € 16, pp. 170 |

Sangue freddo, pelo sullo stomaco, nervi d’acciaio. Pensavo di averne in quantità. Cresciuto a pane e Stephen King, infatti, ho scoperto sin da ragazzino il fascino dei personaggi borderline e delle storie disturbanti. La follia mi intriga. In un’altra vita studierei Psichiatria per comprendere meglio i meccanismi mentali, le relazioni di causa-effetto, le origini del disagio. A sorpresa, I cariolanti ha messo a dura prova le mie resistenze: inizialmente pubblicato da Elliot Edizioni, è tornato in libreria grazie al successo che si è meritato nel frattempo Sacha Naspini – autore che desideravo leggere da un po’. Non indorerò la pillola. In questa storia essenziale e feroce, che conta poco più di cento pagine complessive, in ordine sparso vengono inclusi: cannibalismo, incesto, infanticidio, necrofilia. Ma nel bel mezzo di una carestia, cos’è lecito e cosa no? Perfino la moralità non ci vede più dalla fame.

Io non lo so se ho mai provato la fame quella brutta, quella che neanche ti fa dormire e se per caso ci riesci non fai che sognare quello: di mangiare. La fame quella che ti fa impazzire, tanto che cominci a guardare il secchio dei bisogni, o scavi con un dito per terra, in mezzo a una fessura delle tavole, alle volte ti capitasse un baco tra le mani. Giuro che ti metteresti in bocca di tutto, se piangi non fai che leccarti le mani per sentire il salato. […] Io non lo so se ho mai provato quella fame lì. Quella che a un certo punto, una volta, ha fatto dire al mio babbo: «Ora mi levo dal mondo e mangiate me».
Come in Stanza, letto, armadio, specchio i protagonisti vivono estraniati, in un buco nel bosco. È il quarto Natale che il narratore, il piccolo Bastiano, passa sottoterra insieme al resto della famiglia. Dal soffitto malsicuro grondano pioggia, fango, urina, scoppi  e grida. Fuori si sta combattendo la Prima guerra mondiale e il padre, disertore, si nasconde. Con una lancia affilata, abbandonando di rado la sua postazione caccia animali e all’occorrenza anche uomini: la carne, gommosa, viene arrostita alla bell’e meglio stendendo una coperta contro l’imboccatura del bunker affinché il fumo non li smascheri. Segnato dai fatti dell’infanzia, Bastiano capisce che certi conflitti non finiscono mai per davvero: in palio c’è la sopravvivenza. Inquadrato tra i nove e i cinquantadue anni, somiglia a un Forrest Gump rosso di rabbia che ripercorre di corsa i peggiori anni della storia italiana. Dopo aver sperimentato una sepoltura in vita, questo selvaggio dagli ipnotici occhi verdi – incuriosito dall’altro sesso, migliore amico di cani randagi e cinghiali – racconta le sue rocambolesche disavventure ora a una scrofa da macellare, ora ai parenti defunti.  Emerge il ritratto di un Paese messo alla prova dalle difficoltà della ripresa economica, fatto di casupole di fortuna, prostitute senza scelta, streghe presunte. Dappertutto, lì, vige la legge del più forte. Cane mangia cane, cane mangia uomo, uomo mangia cane, uomo mangia uomo: in tutte le combinazioni possibili e immaginabili della sofferenza, del disgusto, della verità. Soldato in Grecia, a un certo punto, Bastiano sperimenterà anche forme di violenza istituzionalizzate e in compagnia di qualche donna si scoprirà “sincero, anomalo, immune alle calamità che affliggono la gente”; dunque degno d’amore.

Sai, c’è il punto oltre il quale non si può andare. Forse, dopo aver pianto tante lacrime, un po’ ci stanchiamo del dolore. È come un’ombra che ormai ti ha gelato l’anima, ti accadono le cose e tu ne resti sempre un po’ fuori, le guardi da lontano, non sono più tue.
I cariolanti è la parabola di un uomo in cerca di vendetta e di magre forme di consolazione: a caccia di privilegiati, belle bambine e recriminatorie paurose. Ma è, ancora, la descrizione di colline trasformate realmente in un cimitero a cielo aperto. Un microcosmo popolato da creature da incubo, con lo sporco sin sotto le unghie; feccia di verghiana memoria che non abbaia, ma morde per ammazzare. Sconvolgente e destabilizzante, il romanzo di Naspini è una lezione di sopravvivenza – sull’imprevedibilità degli appetiti umani e delle traiettorie dei loro coltellacci – sconsigliata ai deboli di cuore. Al contrario, verrà amata da lettori a digiuno da un po’ di emozioni indelebili. Gli ho trovato un unico difetto: troppa carne al fuoco, poche pagine. All’horror puro della parte centrale, un calderone di brutture bruttissime, avrei preferito un andamento più verista; la lucidità del romanzo storico. D’altra parte, però, come non applaudire una scrittura fantasiosa, varia, straordinaria? Ogni capitolo racconta un’età di Bastiano, e ha uno scenario, un destinatario e spesso un punto di vista totalmente diverso dal precedente. Si susseguono monologhi ininterrotti, lettere mai imbucate, pagine di un diario adolescenziale. Espedienti narrativi incastonati con saggezza in una struttura ad ampio respiro, eppure singhiozzante, frammentaria e spigolosa al contempo: dove tutto torna, poi, in vista di un epilogo pieno di poesia e squallore che si rivela essere la chiusura simmetrica di un cerchio perfetto. Un cerchio nella terra, sì. Che sembra il canale attraverso il quale veniamo al mondo, o la bocca socchiusa dell’inferno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Argentovivo – Daniele Silvestri feat. Rancore

venerdì 29 novembre 2019

Recensione: La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante

| La vita bugiarda degli adulti, di Elena Ferrante. E/O, € 19, pp. 336 |

Gli addii mi rendono codardo. Sono arrivato alla fine di Storia di chi fugge e di chi resta – il quarto romanzo della tetralogia già in attesa sul mio comodino da un po’ – e ho preferito fare dietrofront all’ultimo. Non sono bravo con i congedi: soprattutto se, come in questo caso, si tratta di un a mai più rivederci. Allora prendo tempo. A novembre, così, ho rimandato a data da destinarsi la lettura del capitolo conclusivo – spero comunque di riuscire entro l’anno –, barattando il vecchio con il nuovo, una fine con un inizio. Una Ferrante con un’altra. Ancora una volta circondata da un’aura di mistero, la “scrittrice geniale” mi ha dato la scusa per procrastinare il giorno del commiato con un romanzo da scoprire prima che il passaparola togliesse il piacere della sorpresa. 
La vita bugiarda degli adulti è una storia tutta nuova, ma restano le costanti fondamentali: una scrittura straordinariamente densa, gli alti e bassi di una narratrice adolescente talora difficile da perdonare, le contraddizioni di una città percorsa questa volta al contrario. Dal basso verso l’alto, dal Vomero al Pascone. I nostalgici del rione si sentiranno subito a casa, in un racconto di maturazione debitore della crescita di Lila e Lenù: prima bambine, poi donne, in un quartiere lontano dal baluginare del mare. Ricordate la galleria che a un certo punto le due percorrono mano nella mano, pur di affrancarsi dal giogo delle famiglie?

L’amore è opaco come i vetri delle finestre dei cessi.
Somiglia a un tunnel anche la libertà secondo Giovanna, tredicenne che compie invece il viaggio opposto: figlia della Napoli bene, si cala lungo una discesa tanto fisica quanto metaforica. A muovere la scarpinata è una cattiva parola pronunciata dal padre, professore ateo e alto-borghese, che d’un tratto reputa insopportabile i comportamenti della sua unica figlia. La bambina d’oro, all’improvviso, ha rinunciato a una camera rosa confetto per un vestiario succinto e tinto di nero. Ossessionata dal proprio riflesso allo specchio, non si sente all’altezza di quei genitori belli, colti e innamorati. Colleziona brutti voti, assesta rispostacce, s’incattivisce. Cose che succedono nell’età in cui il corpo si arrotonda nei punti giusti e l’animo, al contrario, si fa spigoloso. Ma Giovanna, a torto, si crede sola e incompresa. E frugando negli album di famiglia finisce per identificarsi con zia Vittoria, cancellata nelle fotografie a colpi di pennarello indelebile. Che lo scuorno della parente, rinnegata perché innamorata di un uomo già sposato, si sia abbattuto anche sulla nipote? Quante frequentazioni del ramo paterno sono state negate alla protagonista, scesa ora dalla proverbiale torre d’avorio?

Poi sussurrò in dialetto: scusa, non ce l’ho con te, ma con tuo padre; quindi mi infilò una mano sotto la gonna colpendomi lievemente, più volte, col palmo della mano, tra la coscia e la natica. Mi disse all’orecchio, ancora una volta: guardali bene, i tuoi genitori, se no non ti salvi.
Giovanna si sente a casa soltanto al terzo piano di un condominio imbrattato dalle scritte oscene, a tu per tu con la vergogna dei Trada. Vestita d’azzurro, magrissima e dal petto prosperoso, Vittoria ha le sopracciglia torve ma nasconde un animo romantico: si emoziona ancora parlando di Enzo, l’amante morto diciassette anni prima; balla nel salotto e invita Giovanna a seguirne i passi; racconta i dettagli più scabrosi del sesso e della vendetta, a zonzo su una Cinquecento verde che conduce la protagonista in un lungo tour del parentado, della fede e del dialetto. A ben vedere, chi è la persona davvero realizzata della famiglia? Bisogna biasimare la sguaiataggine della zia, o forse il perbenismo di un castello alto-borghese costruito su una polveriera pericolosissima? Inquadrata tra i tredici e i sedici anni, dalle scuole medie al ginnasio, la narratrice imparerà nell’arco del saliscendi un lessico sboccato e qualche rara preghiera. Asseconderà domande scomode, sensi di colpa, prurigini. Risponderà al nome di Giovanna in presenza delle amiche ricche, Ida e Angela, ma sarà semplicemente Giannina per i più ruspanti Giuliana, Corrado e Tonino. A piacimento, talpa e spola.
Leggere La vita bugiarda degli adulti è come accarezzare le ortiche. Immersa fino ai gomiti nella materia viscida e pungente della prima adolescenza, l’impavida Ferrante spia sotto le incerate dei tavoli e dai buchi delle serrature. Ama sporcarsi, con una scrittura paurosa e scintillante come il sangue vivo, ma protegge dagli schizzi del suo gran frugare il bracciale d’oro bianco ritratto sulla copertina: simbolo d'un passato furfante, falsato ad arte dal restauro dei ricordi, il gioiello passa da un polso all’altro e sembra portare disgrazie. Ma a lezione di stile e d’introspezione psicologica dall'autrice capiamo che la superstizione non esiste, idem il caso. I casi editoriali, quelli belli, per fortuna sì.

«Poi c’è la cosa che alla tua età è la più difficile: onorare il padre e la madre. Ma ci devi provare, Giannì, è importante». «Il padre e la madre non li capisco più». «Li capirai da grande». «Allora non diventerò grande».
Elena Ferrante ci ha abituati alle fragilità dei suoi personaggi, a finali bruschi, mai alla portata del suo talento. Si ripete. E mi ripeto anch’io. Impossibile non rimanere avvinti dal vigore della sua prosa; altrettanto non entrare nei suoi drammi, magari vestiti di tutto punto, fino a insudiciarsi di verità e altre sozzure. All’inizio divorato, poi centellinato per paura mi andasse di traverso, il nuovo romanzo ha la scrittura più preziosa dell’anno e la protagonista più antipatica. Guidato dalle secrezioni ghiandolari dei suoi personaggi, non dagli eventi, lo si ama e lo si odia insieme: compreso quell’epilogo della discordia, brusco come un colpo d’ascia, che in rete fa pensare a un’altra tappa della vita di Giovanna, all’arrivo di un altro testo complementare per dare un senso aggiunto a questa giovinezza: allo sbando, come d’altronde lo sono tutte indistintamente. Un fatto è certo. 
Chiunque sia, dovunque viva, non importa quanti anni abbia, Elena Ferrante dev’essere rimasta un po’ bambina. I grandi mentono per istinto di sopravvivenza. Lei, invece, ha l’onestà infantile di chi li biasima, li guarda tutti dal basso verso l'alto, li apostrofa. Avrà alimentato sotto banco la sua curiosità infantile, le braci incandescenti dei suoi anni sfacciati. Nasconde a media e pararazzi, adesso, un prodigio: quello di non essere mai diventata adulta.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Billie Eilish - Bury a Friend