Visualizzazione post con etichetta L'Allieva. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta L'Allieva. Mostra tutti i post

lunedì 13 maggio 2019

Recensione: Lena e la tempesta, di Alessia Gazzola

| Lena e la tempesta, di Alessia Gazzola. Garzanti, € 16, 40, pp. 192 |

Ci siamo salutati lo scorso inverno sperando non fosse l'ultima volta. Ma, in pausa dalle indagini dell'Allieva, l'inarrestabile Alessia Gazzola non ha impiegato molto a rimboccarsi le maniche. A sorpresa è tornata in libreria prima del previsto, e a sorpresa può contare su un personaggio femminile che durante la lettura non fa sentire troppo la mancanza della pasticciona Alice Allevi. Congedata a tempo indeterminato la reginetta del giallo, la scrittrice siciliana si è presa una pausa dallo stress degli omicidi e dei romanzi in serie, staccando il biglietto per una destinazione suggestiva. È maggio, ma le vacanze estive sembrano proprio essere giunte in anticipo. Fra le pagine e fuori, allora, si parla di fughe dal traffico di Roma, di nuovi inizi altrove, e ancora una volta scrittrice e protagonista sembrano avere molto in comune. Destinazione, Levura: un'immaginaria isola del Mediterraneo all'ombra di un vulcano sopito, senza aria condizionata, wi-fi, automobili. Un paradiso sponsorizzato perfino dalle riviste newyorchesi, consigliatissimo per staccare la spina da giugno a settembre. Ma per andarci in esilio? Lena, trent'anni e un'esistenza in forse, raggiunge la casa di villeggiatura prendendo l'aliscafo da Palermo: manca da lì dalla bellezza – o dall'orrore – di tre lustri.

Galleggio nella vita come le estremità di certe alghe che solo all'apparenza affiorano in superficie, ma in realtà sono radicate nell'oscuro fondale del mare, e quello che sembra movimento, non è che inerzia. La mia stessa esistenza potrebbe dirsi molto fortunata, al di là del fatto che non ho soldi né un compagno. Questo tipo di assenze, tuttavia, possono sempre mutare ed essere colmate, in quello che mia madre chiama il tourbillon de la vie.

Ogni stanza affacciata sul mare le ricorda cose belle e brutte. Quanti tradimenti e quanti incontri, quante amicizie elettive e quanti matrimoni hanno scelto l'incontaminata Levura come sfondo. Quante grigliate e quanti ospiti dell'ultimo minuto, durante l'adolescenza della protagonista, passavano a trovare mamma e papà: lei autrice di romanzi rosa trapiantata a Parigi, che per temperamento vi ricorderà un po' l'esilarante nonna Amelia; lui scrittore naturalizzato a Brooklyn, con prole internazionale a carico e conoscenze elitarie degne del “Supremo” Malcomess. Su un'isola con una superficie di cinque metri quadrati dove tutti sono potenzialmente imparentati e tutti hanno Giovanna per domestica, purtroppo è facile trovarsi al centro di reunion sgradite o spiare il fare sospetto del fascinoso dirimpettaio. Romantica ma dai modi pratici, intimidita dagli uomini e per questo di indole solitaria, Lena è un'illustratrice in crisi creativa e una donna in guerra contro sé stessa: le inibizioni la frenano, le conversazioni languono, il sesso è tabù. A differenza di Alice, non giunge mai a conclusioni affrettare davanti a una bugia, non cerca l'amore eterno, non conosce leggerezza. Ma puntualmente sarà l'amore a trovare lei nella persona di Tommaso, un altro spasimante in camice bianco, insieme a tutta l'ironia di Alessia Gazzola. Cosa sarà di loro due a fine stagione? E di Cassius, tenero cagnetto in prestito? E della piccola Poppy, adorabile turista straniera la cui famiglia ha affittato casa Santoruvo per le vacanze? Quella di Lena e la tempesta, parafrasando le parole della stessa protagonista, non sfigurerebbe nel bel mezzo delle classiche storie di tenacia e ripartenze in onda negli afosi pomeriggi Mediaset. Sotto il sole a picco, a parte i dolori annidati nell'adolescenza della padrona di casa, niente di nuovo: lo si constata, tuttavia, senza recriminatorie.

Ho navigato acque tempestose, ho dormito in stanze molto buie, ma sono approdata a una nuova storia, tutta da scrivere.

Da quest'ordinaria vicenda di resilienza su uno sfondo da cartolina, infatti, nasce un riuscitissimo ritratto di signora. Lena in passato ha ceduto alle scappatoie delle raccomandazioni, è stata l'amante di un uomo sposato, prende appuntamento con un'analista junghiana, custodisce i suoi pochi averi nel garage di un'amica. Disegna senza scadenze, senza ansie, senza destinatari. E laggiù, in esilio, cerca la voce perduta. I trucchi di una soddisfacente riuscita sono rintracciabili, allora, nel tocco delicato della solita autrice, nella suo inimitabile senso dell'umorismo e in una protagonista, al contrario della Emma di Non è la fine del mondo, lodevole per maturità e fardelli. Alessia Gazzola racconta la rinascita di una donna che volta pagina: lei stessa, lontana dai tavoli autoptici, volta pagina ma non troppo. Intimista senza mai tradire l'intrattenimento delle lettura da ombrellone, turbolento senza preoccupanti nuvole l'orizzonte, il suo ultimo romanzo – ce ne ha promesso un altro entro l'anno, prendiamola in parola – vanta nel titolo una tormenta sia letterale che figurata, nonostante la prevedibilità immancabile dell'arcobaleno in agguato. Nessun uomo è un'isola. E nessun uomo, Lena, può rubarti il sereno dopo la tempesta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hooverphonic – Amalfi

lunedì 22 ottobre 2018

Recensione: Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola

Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola. Longanesi, € 18,60, pp. 304 |

Non fumo, non bevo, non mangio mai fuori pasto. Di vizi, insomma, grossomodo non ne ho. Ci sono appuntamenti annuali, però, a cui neanch'io – studente oculato, lettore paziente – so rinunciare a cuor leggero. Quando, eppure, dotato di una natura facilmente annoiabile, non mi dedico alla leggera a cose come il binge watching su Netflix, troppa infatti la paura di averne abbastanza, e di rado in amicizia o in amore tendo il dito, dicendomi che il mio prossimo desidererà poi la proprietà esclusiva di tutto il braccio. Con i romanzi di Alessia Gazzola, da otto anni a questa parte a prova di blogger incostante, per fortuna non ho mai corso il rischio, anche se, in realtà, di rischio ce n'era uno sin dall'inizio: imparare, in un autunno indefinito, a stare senza. Non abbiamo conosciuto alti e bassi di sorta; non ci siamo persi di vista come succede negli anni in cui la vita ci mette lo zampino, né traditi: entrambi, per l'appunto, distratti e affaccendati; entrambi, davanti a un'altra macabra avventura, diventati adulti di pari passo. Ho scoperto la compagnia di Alice appena diciassettenne, mentre io sgomitavo al liceo e lei si dava ai primi gialli, ai primi incorreggibili batticuori. Da lì in poi è nata quasi da sé una lunga amicizia che ci ha colti nella buona e nella cattiva sorte, in forma e derelitti, matricole e laureandi. Quest'anno, nella tappa fissa in libreria, uno studente della magistrale con meno due esami all'orizzonte – la laurea, se tutto va bene, prevista per al massimo aprile – ha conosciuto un'altra faccia del medico legale ficcanaso, che a giorni, nonostante la mia indifferenza per la trasposizione tivù, tornerà anche su Rai Uno.

Caro destino, è inutile che mi metti alla prova. Non ci casco, non mi cambierai.

Eccezionalmente, tuttavia, qualcosa è cambiato. Scalzata dalla propria comfort zone, la protagonista fa i conti con le conseguenze di un capriccio un po' infantile dei suoi: delusa dall'ennesimo sgarbo di Claudio, nel finale di Arabesque aveva fatto domanda di trasferimento. Inconsapevole che la Wally, direttrice dell'Istituto all'indomani del pensionamento dell'amatissimo Supremo, cogliesse la palla al balzo per farle imparare la lezione. Che trasferimento sia, allora, anche se nel frattempo il volubile Conforti si sarebbe perfino ravveduto abbracciando dopo tante titubanze l'idea della convivenza: meta, Domodossola. Il grande Nord è pronto per Alice, decisa anche lì a sventare l'immancabile mistero di sorta e a dare nuova linfa a una squadra arrugginita per l'inazione – ricordiamo il dolce Velasco, innamorato non corrisposto di una Wally finalmente più umana, e il sornione Malara, PM calabrese che non conosce rifiuti? Quei mesi da fuori sede, soprattutto, fra disastrose lezioni di sci e malinconici paesaggi lacustri, sono una punizione o un'opportunità? Con un futuro lavorativo e sentimentale in forse, per una Alice nuovamente punto e a capo è tempo di imparare a camminare da sola, benché le sette ore di distanza da Roma spaventino. Via la voce conciliante di Lana Del Rey in cuffia: meglio tenere a mente il motto speranzoso di Rossella O'Hara. Basta considerare l'obitorio e la statistica nemici giurati: a volte, infatti, la routine somiglia a un porto sicuro. Facile, per di più, se i guai non si dimenticano di venirci a cercare al nuovo indirizzo: qual è il prezzo effettivo e simbolico del Beloved Beryl, diamante tanto sfavillante quanto maledetto recuperato prima nello stomaco di un piccolo rapinatore dell'Est, poi consegnato per sbaglio al sedicente truffatore Alessandro Manzoni?

Non ho mai pensato che la fiducia fosse un sentimento così volatile. Un attimo c'è, quello dopo non c'è più. Magari funzionasse così anche con l'amore.

Da un lato, così, ci si addentra nell'avidità della famiglia Megretti Savi, sulle tracce di un ladro alla Cary Grant – attraente, l'incarnato olivastro, i modi signorili – già noto nella Capitale. Ma la risoluzione del giallo, a opera di terzi e ricostruita in quattro e quattr'otto, questa volta non soddisfa. Dall'altro, invece, leggiamo emozionandoci l'evoluzione del rapporto fra due che si lasciano e si pigliano come, da tradizione, spetta alle coppie storiche: Alice sogna a occhi aperti il principe azzurro, peccato che Claudio somigli però più all'orco burbero e villano. A modo suo, eppure, fra un romanzo e l'altro, ha imparato ad amarla nonostante lo scarto fra le fantasie di lei e la realtà dei fatti. A sufficienza? Per Alice, così, sono da mettere in conto cicatrici in più; una “sindrome da cuore in sospeso” ormai fattasi dolore cronico. E spetta propria a un Claudio inedito – sapevamo poco, infatti, delle sue origini provinciali, degli sforzi per conquistare dal niente una camera con vista ai Parioli – un compito talora ingrato: farle male a fin di bene. Aprirle gli occhi, insegnandole le dosi necessarie di cinismo e disincanto. Per essere un medico legale migliore, e una giovane donna resistente agli urti. Aggiungete, poi, i commenti di un'affittuaria impicciona che, in uno spassoso easter egg, millanta una straordinaria somiglianza tra Contorti e l'attore Lino Guanciale; una nonna che non si perde una puntata di Poldark, specchio stando a lei di qualsiasi storia d'amore; l'immagine divertentissima di una Alice intabarrata come Totò e Peppino a Milano, che davanti a un assortimento a fantasia di cupcake si consola come può per le nascite, gli sposalizi, le dipartite.

Ricorderò sempre questo giorno come quello in cui per seguire la mia strada ho fatto cose assurde. Il momento in cui le sliding doors stanno per chiudersi e io ho infilato il piede. E le ho riaperte. Certo, la caviglia mi farà un male cane. Ma le ho riaperte.

Alessia Gazzola e la sua eroina hanno fatto le valigie e, a giudicare dal tono dell'arrivederci, potremmo non leggere di loro per un po'. I diamanti saranno anche i migliori amici di qualcuno, cantava Marilyn, ma qui sono intanto sette carati a generare amarezze e velenosi scontenti. Si preferisce loro sempre un bel romanzo, a scanso di delusioni. E si preferiscono i ringraziamenti sinceri di Alessia e la mancanza di cerimonie di Claudio, che non credono alle etichette ma alle promesse solenni sì. Soprattutto se fatte ai lettori, croce sul cuore, e a un'allieva per cui gli esami (autoptici e di coscienza) non finiscono mai.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me

mercoledì 22 novembre 2017

Recensione: Arabesque, di Alessia Gazzola

| Arabesque, di Alessia Gazzola. Longanesi, € 17,60, pp. 352 |

L'Allieva mi era mancata. Lo scrivo in ogni post, da sette romanzi a questa parte, ma tant'è. Questa volta sentireste un po' di sopresa nella mia voce: una specie di sollievo. Merito o colpa di quella serie Rai che, non me ne vogliano l'autrice o gli spettatori affezionati, avevo abbandonato trovandola inguardabile – Alice, che sul divano si gusta in streaming Games of Thrones e Master of None, mi perdonerebbe a cuor leggero, abituata bene com'è. C'era il rischio (noi lettori siamo bestie strane, si sa) di essersela fatta venire a noia, perfino in antipatia. Questa stessa Alice Allevi, mi domando a fine lettura, che per qualche giorno ha dissipato le nuvole e la malinconia di un mese di novembre vissuto con tanta fatica? La Alice che cambia rimanendo sempre uguale a sé stessa, e non è un difetto? La Alice a un passo dai trenta, finalmente donna e indipendente, che sta imparando a diventare adulta senza tradirsi mai? Come ho potuto dubitarne, io? 
La avevo salutata ferma a un bivio, al tempo delle scelte. In Arabesque, un anno dopo, la protagonista è passata da specializzanda a specializzata; da in una relazione complicata a single.

Le relazioni umane sono il vero mistero, più della morte.

L'Allieva non è più tale. Abbandonato l'appartamento universitario, ora vive con Marco: il fratello minore fotografo, che a ventotto anni ha già un matrimonio fallito alle spalle e una bambina irresistibile, Camilla, che mostra alla nostra protagonista le indiscrete gioie del sentirsi chiamare zia. Ha il sogno di un dottorato che possa riportarla di corsa all'Istituto, eppure amato e odiato da studentessa, e la prima autopsia da affrontare in solitaria. 
Calma e sangue freddo: sul tavolo d'acciaio c'è una donna di mezza età, un'ex ballerina con un bel vestito Dior e la carotide lacerata, forse per una caduta in giardino o forse per un omicidio accidentale. La morte di Maddalena, étoile sfiorita presto e intransigente maestra di danza, porta la protagonista ad addentrarsi nel mondo luccicante e competitivo del miglior Aronofsky. A riesumare il cadavere di un'altra danzatrice, morta più di dieci anni prima, il cui caso era stato liquidato come suicidio: proprio da un Claudio Conforti che non sbaglia e, peggio, non si perdona. Non c'è spazio per i pasticci, per le mani che tremano, ma per un mistero sì, e questa volta indossa il tutù. Calma e sangue freddo: perché c'è un lui, piacione ma intenerito, che vuole conoscere Alice, non l'allieva Allevi, e magari chissà, fare tappa all'Ikea.

«Sa com'è, mi lascio trascinare dalle storie degli altri. Sono fatta così.»
«Forse le manca una buona storia tutta sua.»

Le mie parole, davanti all'ennesimo romanzo divertente, intricato e godibile, tenderanno a ripetersi. Tra casi più o meno ben strutturati, tra tira e molla più o meno indispensabili, ma con uno spirito sempre riconoscibile. Questa volta Alice non pasticcia più, ma non per questo è più seriosa. Non è più un'universitaria, ma non per questo ha smesso di imparare la lezione. Fa da sé le sue constatazioni, i suoi esami, ma non abbraccia il cinismo dei medici legali – ogni corpo ha una dignità, una storia da raccontare. Arabesque – non inappuntabile, in definitiva, ma all'altezza della situazione – lo si conclude presto ma non troppo, con una risoluzione frettolissisima che poco si regge sulle punte ma che non lascia comunque delusi. Con la leggerezza intelligente a cui siamo abituati. Con la simpatia, il cuore in subbuglio tra più fuochi, a cui per fortuna mai ci abitueremo. Alessia Gazzola mi era mancata e si conferma, così, una di quelle autrici da cui non vedi l'ora di far ritorno. Come ho potuto dubitarne, io?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Non me ne frega niente

mercoledì 5 ottobre 2016

Zapping #1: This is Us, Luke Cage, L'allieva

Amici lettori, ciao a voi! Toccata e fuga, oggi, perché alle prese con lo studio matto e disperatissimo e letture che procedono, sì, ma piano e tra tanti alti e bassi. 
Cos'è questo Zapping? Una nuova, minuscola rubrica a cadenza casuale, in cui – nella stagione per eccellenza dei debutti e delle novità – vi lascio le mie impressioni, in breve e a caldo, sulle serie TV a cui ho dato fiducia. E una seconda possibilità? Se si parla di un lentissimo cinecomic e di una abominevole riduzione televisiva, questa volta, non allarghiamoci, per favore. 

A legare le persone venute al mondo lo stesso giorno, un filo sottilissimo e magico di telepatia, o così pare. Questa è la teoria a cui si ispira This is us, straordinario e impensato successo di pubblico targato CBS. Il taglio è televisivo; il cast è di volti noti – un Milo Ventimiglia che fa parlare per il suo sedere al vento nella scena d'apertura, l'intensa Mandy Moore - a chi non disdegna le indiscrete gioie del piccolo schermo; la struttura rimanda a un Lost versione dramedy, a un Sense8 senza fantascienza o provocazioni. Semplicemente, ci sono quattro esistenze che si sfiorano: in luoghi, e perfino tempi, diversi. Una coppia di sposini in attesa di tre gemelli che, dopo i dolori del parto, ricevono una notizia che li porta sull'orlo delle lacrime. Un attore di sitcom, bello e sottovalutato, che decide di licenziarsi e ricominciare, e la sua gemella diversa, con un corpo che che le dà imbarazzi e vergogna. Infine, un afroamericano – ricco e con una famiglia numerosa al seguito, emblema del “self made man” – che decide di rintracciare quel padre che, quand'era un neonato appena, l'ha abbandonato davanti alla stazione dei pompieri senza uno stralcio di spiegazione. Negli ultimi secondi del pilot, emozionantissimo tra brividi onesti e risate, un delizioso colpo di scena che ci porta a inquadrarli tutti e quattro in modo diverso; a unire ancora più stretti i loro nodi. Non so come si evolverà. Non so quanto durerà. Potrebbe diventare troppo ripetitivo; peggio, potrebbe diventare stucchevole. Però mi ha commosso. A testimonianza che semplice, a volte, è bello per davvero. (Sì)

Delle produzioni Netflix ci si fida incondizionatamente, anche quando sulla carta non ci piacciono. Doveroso, però, lasciarsi il beneficio del pilot – e del dubbio. Luke Cage, superoe di nuova generazione che passa dalla carta stampata al piccolo schermo, lo avevamo intravisto anche nel sopravvalutato Jessica Jones: serie inutile ma piacevole, a mio dire, in cui il forzuto afroamericano rappresentava l'interesse amoroso per eccellenza della detective privata, incline alla persuasione di un magistrale e luciferino Tennant, nonché alle storie di una notte e via. Nel barista che non doveva chiedere mai, interpretato da un impassibile Mike Colter, aveva trovato non solo un amico di letto, ma un alleato: come lei, aveva assi nella manica e poteri soprannaturali. Serviva saperne di più di lui, sondarne la personalità e indagarne le origini? Per me, che lo avevo trovato trascurabile e poco interessante anche lì, no. Eppure, altrove, se ne parla bene. Eppure Luke Cage sembra un nuovo trionfo. La Netflix, che mi ha conquistato per due anni consecutivi con le disavventure di un vulnerabile Daredevil, questa volta mescola in un concentrato che mi dà allergia ingredienti a me non congeniali: il cinecomic più serioso – e solo il Diavolo di Hell's Kitchen fa eccezione – e i cliché, i locali col jazz e i gangster dal grilletto facile delle serie all black di ogni dove – se neanche il chiassoso esperimento di Luhrmann mi ha conquistato, direi che è quasi vano ritentare. Al suo debutto, la serie sembra un cupo ma rumoroso, lento ma commerciale, incrocio tra un The Get Down e un fumetto minore. Senza l'incentivo della bella musica e, almeno qui, senza tripudi di effetti speciali: tutt'attorno si sparano, trafficano e cantano l'R&B, ma Cage fa lavori umili, seduce le poliziotte sotto copertura e, giusto in chiusura, fa sfoggio della sua pelle indistruttibile. In seguito, sfoggerà anche qualche pregio abbastanza convincente per proseguire con la visione? A una prima impressione, l'unione tra generi indigesti potrebbe andarmi di traverso; risultare fatale. (Nì)

Cinque libri fa, alle prese per la prima volta con una specializzanda goffa e originale, eroina di romanzi po' gialli e un po' rosa, L'allieva già me lo figuravo serie TV. Leggerissimo, intelligente, ironico, si prestava a farci compagnia una volta a settimana: cosa chiedere di meglio, poi, se un libro ogni inverno non sembra essere abbastanza? Ci voleva una Alice Allevi in pillole, a puntate. Certo, tra me e me la immaginavo tale e quale a Zoey Deschanel, ma neanche Alessandra Mastronardi – per cui avevo una discreta cotta dai tempi dei Cesaroni, e attrice in gamba, al cinema, in Life e L'ultima ruota del carro – era male. Certo, le produzioni Rai mi vogliono snob, ipercritico e con il telecomando alla mano, pronto a cambiare canale alla velocità del suono. Ho dimenticato il pregiudizio, ho aspettato settembre. Per la prima volta, forse non gettavo alle ortiche i soldi del canone? Seppure coi miei “ma” - ma il cast è troppo televisivo, ma che brutta impressione le clip rilasciate sul web, ma che barba e che noia, che noia e che barba –, sono stato fin troppo speranzoso. Il primo episodio dell'Allieva, per filo e per segno, riprende il caso e i languori del prequel, Sindrome da cuore in sospeso. La trama resta in piedi: peccato manchino il ritmo, il buon gusto, le intenzioni. In un'ora e trenta, quanto di peggio, nel consolidatissimo e fondato luogo comune, la televisione italiana ha da proporre. Con Bridget Jones di nuovo in sala, come la nostra Alice al centro di poligoni amorosi e continui qui pro quo, la Rai sceglie di puntare, invece, a chi da generazioni e generazioni segue fedelmente Don MatteoUn medico in famiglia e altre amenità. Ne viene fuori un personaggio femminile forzato, irriconoscibile, che si atteggia a simpatica mattatrice ma suscita invece una profonda irritazione: nipote dell'eterno Terrence Hill, ospite abusiva a casa di Nonno Libero. La regia dozzinale, l'urticante leitmotiv finto indie e i commenti della voce narrante rendono antipatica la Mastronardi, qui bella e di legno; sorprendente giusto l'abruzzese Lino Guanciale, a me sconosciuto, che è l'incarnazione perfetta del Conforti affascinante e sornione che conosciamo. Il difetto sta nella confezione; nella foggia dell'intero pacchetto. Da prendere e buttare via, arrivederci e grazie. Ovviamente, è un successo. Dei disastri delle nostre riduzioni televisive e dei cattivi gusti degli spettatori, stupirsi ancora? (No)

martedì 27 settembre 2016

Recensione: Un po' di follia in primavera, di Alessia Gazzola

“Povero D'Armento. Che ne poteva sapere, lui, che chi ti conosce muore l'indomani.”

Titolo: Un po' di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 26 settembre 2016
Sinossi: Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante… Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta… Ma sarà quella giusta?

                                                        La recensione
Quando smettiamo di provare qualcosa, non per questo dimentichiamo cosa significa sentirla. Capita che, alla fine, la vita conduca altrove. Dove, non è dato saperlo.
Anno difficile, questo. Coi vuoti, gli scatoloni in corridoio, i cambiamenti che spaventano. Senza un romanzo di Alessia Gazzola sul comò, presenza fissa da qualche gennaio a questa parte, difficilo lo è sembrato, a tratti, anche di più. A cosa lavorava l'autrice, che in un primo momento parlava di questo quinto capitolo come del conclusivo? Dov'era finita, in quel mio inverno solitario e freddissimo? C'era bisogno di un viso familiare, delle parole di conforto dei romanzi belli e leggerissimi. Di qualcuno come Alice, la voce amica che ti dice le cose giuste nei momenti sbagliati. Le sono serviti anni di esperienza, un lungo apprendistato, cinque romanzi. Alla fine, ha imparato qualcosa su sé stessa e sugli altri – il necessario per prestarsi come sportello psicologico part-time, ma non per evitare scene mute al cospetto della famigerata Wally –, nonostante la silenziosa compagnia dei defunti. Lei, spontanea e chiacchierona, parla abbastanza per tutti. Lei, frizzante e positiva, anche se più flemmatica di romanzo in romanzo, trova nella morte imprevedibili spunti per ragionare sulla vita. All'inizio, smarriva i cadaveri in obitorio e gettava cicche sfrigolanti nei boschi. Si barcameneva, con un filo di vanità tutta femminile, tra Claudio Conforti e Arthur Malcomess: uno sardonico e allergico alle storie importanti, l'altro romantico ma affetto dalla sindrome di Ulisse. Alice, con i trenta che si avvicinano, giunta davanti all'ennesimo bivio, può forse continuare a posticipare le speranze a proposito della serietà del primo, l'impenitente CC, e aspettare con gli occhi fissi sull'orologio da polso i porci comodi del secondo, errabondo per natura e mestiere? Per saperlo, ho dovuto attendere che l'autunno mi portasse un libro con la primavera nel titolo. Il ritardo, giustificato dalla pubblicazione di Non è la fine del mondo: primo romanzo senza Alice nei dintorni, che era stato poco più che un piacevole riempitivo; mi aveva fatto sorridere, lasciandomi sostanzialmente insoddisfatto. Mancava il quid, in una commedia romantica come tante; mancavano, diciamolo pure, l'Allieva e i suoi annosi grattacapi. Quella Emma lì aveva il solo difetto di non essere lei. Sessione d'esame che vai, però, Alessia Gazzola che trovi. Un po' di follia in primavera, così, ha scelto la fine di settembre per sbocciare. A meno un esame dalla laurea, se Dio (e la relatrice) vuole, e con un mese scarso per prepararlo, il famoso ultimo esame; all'alba di un altro periodo intenso, a metà del solito anno difficile, che si riannoda su se stesso, imbroglia e non finisce più. Mali estremi richiedono estreme Alice Allevi. 
E, con il debutto su Rai Uno previsto per questa sera, la nostra eroina arriva in doppia versione: sul piccolo schermo sarà la bella Alessandra Mastronardi, alle prese coi casi e i colpi di cuore dei romanzi introduttivi; in libreria, invece, puoi immaginarla come più ti piace, scoprirla cresciuta a vista d'occhio. Nella mezza stagione che stando al luogo comune non esiste più, si assistono a tripudi naturali, sanguinosi omicidi e a sviluppi significativi nella sensibilità di una giovane donna il cui nome, da un po', è sinonimo di indecisione cronica e assicurato buonumore. Alice matura e cambia, elabora elogi alla tristezza e scrive capitoli sull'importanta dell'autosufficienza. Collabora con il solito Calligaris per la risoluzione di un caso di cronaca nera e si prepara a una scelta decisiva, professionale e sentimentale. Ruggero D'Armento, psichiatra di grido, viene ritrovato in una pozza di sangue nel proprio studio: si occupava di pazienti al limite, aveva scontentato parecchie persone in tribunale. 
Le sue continue assenze di lavoro, la sua distanza, giustificano la relazione extraconiugale della moglie – infatuata di un giovane violinista, insegnante di musica della loro unica figlia – e la freddezza dei conoscenti. Chi lo voleva morto, chi lo voleva vivo? Quanto era nera l'anima che nascondeva con cura, dietro il tono accondiscendente e l'espressione bonaria? L'indagine è un'autentica distrazione da incombenze più grandi, questa volta: tutto pur di non pensare. A un brillante al dito, tanto sognato, tanto invocato, che adesso sta stretto: l'anello di fidanzamento regalatole da non vi dico chi, infatti, è appariscente, pesante, blocca la circolazione e le buone intenzioni. Pur di non pensare, ancora, alla malinconia che la attanaglia al pensiero di dover dire addio alle pareti color guscio d'uovo dell'Istituto: una bolgia infermale che, con tenacia, aveva arredato su misura di un sogno, pensando fosse una condanna per sempre. Invece tutto finisce, anche la specializzazione, e realizzarlo intristisce. Che farà l'Allieva quando discuterà la tesi, infine, e smetterà di essere l'Allieva? Chi le indicherà la retta via, con una nonna che purtroppo invecchia, un Claudio abbattuto e un Arthur che fermo proprio non sa stare? Capitolo meno sospiroso nel sentimento, con il rosa annacquato, il giallo ingarbugliato, inattaccabili ragioni per non chiuderla qui e novità, titubanze, che facevano provvidenzialmente pendant con le mie, il nuovo romanzo mostra che è un anno difficile anche nella vita di carta di Alice – c'è qualche piega che somiglia a una ruga d'espressione anticipata, le orecchie ostinate a mo' di segnalibro –, ma si reagisce alle avversità, agli umori cupi, con la solita ironia e una freschezza fortunatamente preservata. L'allergia al polline fa starnutire, i gatti in amore miagolano sotto i portici, qualche bocciolo si apre – nato dal letame, come canta De André, o nel freddo di una sala autoptica - e qualcun altro viene calpestato da un passo pesante, strappato prima del tempo pattuito. 
In Un po' di follia in primavera, lieve ma con profondità, il mistero ha fatto fiore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Keira Knightley – Like a Fool (da "Begin Again")