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martedì 25 gennaio 2022

Recensione: La casa senza ricordi, di Donato Carrisi

| La casa senza ricordi, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 398 |

Me lo hanno regalato per Natale, come da tradizione, e l'ho portato con me in vacanza nella terra d'origine dell'autore. In una vecchia presentazione Donato Carrisi aveva dichiarato che Il suggeritore, esordio indimenticabile, fosse nato proprio all'ombra dei trulli. L'idea di terminare l'anno ospite di La casa senza ricordi, sfortunatamente, non è stata delle migliori: per me, fan della prima ora, è il romanzo più deludente del giallista pugliese. Sequel di La casa delle voci, a sua volta già poco entusiasmante, riprende le vicende di Pietro Gerber: psicologo infantile e ipnotista, ha messo a rischio famiglia e reputazione per il caso di Hanna Hall. Ormai divorziato, gira lungo le strade di una nebbiosa Firenze nel solito trench Burberry in attesa del prossimo caso di cronaca nera. Può un bambino con il caschetto biondo e gli innocenti occhi azzurri essere il novello mostro della città?

Tu l'hai mai incontrato un mostro, dottore? Uno di quelli che pensi esistano soltanto nelle fiabe o nei film dell'orrore? Un essere immondo, uno sbaglio di Dio? Per capire che ce l'hai proprio davanti agli occhi, devi prima convincerti che è possibile. Ed è la parte più difficile. Perché nessuno ti ha mai insegnato a riconoscerlo. Nessuno ti ha mai spiegato che, quando lo vedrai, ti sembrerà del tutto simile alle persone che incontri ogni giorno.

Scomparso insieme alla mamma otto mesi prima, Nico è stato trovato nei boschi del Mugello in stato catatonico ma senza un capello fuori posto: che abbia ucciso la madre, rimasta nel frattempo irrintracciabile? Passo dopo passo, innesto dopo innesto, il protagonista s'intrufola nel girone infernale dei ricordi del bambino. Ma la storia da incubo che racconta Nico – ossia la convivenza con un misterioso orco in un casolare sperduto – è ambientata vent'anni prima e appartiene a qualcun altro. Esclusa l'evenienza di una possessione demoniaca, non resta che un pensiero: la mente del bambino, vittima di un subdolo parassita, è manipolata da un affabulatore; un ipnotista pari a Gerber, se non perfino più potente.

Nessuno è disposto a credere alle storie dei bambini.

Questo Carrisi si concede ritmi più dilatati, tempi meno serrati. Caratterizza i personaggi un po' meglio che negli ultimi scritti – li avevo trovati rapidi e cinematografici quanto sceneggiature –, introduce comprimari, sottotrame e idee. Le parti più degne di interesse riguardano il passato di Pietro e il suo rapporto con il defunto padre, il Signor B., membro di un'affascinante confraternita di ipnotisti fiorentini: è qui che l'autore intriga, da grande intrattenitore qual è, con giochi di carte in cui si rischia la pazzia o con brevi dissertazioni sulla licantropia (esiste davvero!). Il resto è una sfida a distanza tra ipnotisti, circondata da un'aura di paranormale alla The Prestige, in cui il piccolo Nico diventa un tramite tra Pietro e il suo personale Moriarty. Quale sarà l'identità della sua nemesi? Lungo, nebuloso e frustrante, il romanzo finisce per seminare domande e disappunto in un epilogo inconcludente più che sospeso: un buco nell'acqua. Non aspettatevi colpi di scena né risposte: sono rimandate al prossimo best-seller, per fidelizzarci tutti meglio. Sempre di arrivarci, questa volta, con qualche ricordo a cui aggrapparsi.

Il mio voto: ★★

sabato 17 luglio 2021

Recensione: Il libro delle cose nascoste, di Francesco Dimitri

| Il libro delle cose nascoste, di Francesco Dimitri. Longanesi, € 18, pp. 352 |

È il dieci giugno. E come ogni anno, da tanti anni, un gruppo di amici si riunisce rispettando un giuramento solenne: quello di non perdersi di vista. Ormai adulti, disillusi e amareggiati, devono fare i conti con un posto vuoto a tavola: perché Art, l'anima della compagnia, è assente? Incostante e poliedrico, protagonista perfino nell'assenza, questo personaggio è un giallo da risolvere. Ma la sua assenza è soltanto il primo dei misteri del Libro delle cose nascoste, secondo romanzo di Francesco Dimitri che leggo dopo il bellissimo L'età sottile.

Qualunque cosa accada, ovunque ci porti la vita, ci incontreremo in questo posto, in questo giorno, a quest’ora. Non fa nessuna differenza se per il resto dell’anno non ci vediamo mai, o se invece ci sentiamo regolarmente. Non faremo mai menzione del nostro rendez-vous. Non cercheremo mai di cancellarlo o di spostarlo. […] Ci siederemo al nostro tavolo e faremo finta che il tempo no sia passato. E fanculo al mondo reale.

L'autore e saggista italiano, considerato un'eccellenza del fantasy, racconta nuovamente il fascino brullo del Salento ma questa volta in un'altra lingua: scritto in inglese e pubblicato con successo all'estero, il suo ultimo romanzo arriva in Italia in traduzione e con un notevole ritardo. Avvincente e cinematografico, con toni pulp che ricordano un po' il cinema di genere degli anni Settanta, il romanzo è vittima della troppa carne al fuoco e dei cliché in surplus. Raccontato a voci alterne dai protagonisti, l’autore propone un trio di personaggi alle prese con le classiche nevrosi della mezza età. Fabio, fotografo di moda pieno di debiti, ha un debole per la moglie del migliore amico; Mauro, avvocato, vive annoiatamente il ruolo di padre e marito; Tony, chirurgo omosessuale, fa i conti con i vecchi fantasmi dell'intolleranza. Non mancheranno le abbuffate, le scene di sesso spinto e procaci femme fatale – tutte così le figure femminili: meglio farci il callo –, sbucate quasi da una comune fantasia adolescenziale. In sella a una Vespa, Fabio e gli altri se ne vanno a zonzo in un Sud all'apparenza immutabile, in cui la fissità inquietante del paesaggio e della società sembra il frutto di una maledizione. A ritmo di taranta, Dimitri conduce i suoi eroi in un viaggio fosco e peccaminoso, tra trulli trasformati in camere sadomaso e coreografici rituali mafiosi. Art, intanto, avrà pestato i piedi al boss sbagliato?

Le Cose Nascoste non si curano di noi, ma in alcune circostanze mordono, proprio come le vipere. E quando succede, non serve a niente invocare l’aiuto dei santi: non ne danno alcuno. Perché i santi, come le vipere, sono Cose Nascoste.

Le risposte si annidano nel fitto di un uliveto, in cui l'amico già sparì all'età di quattordici anni; nei confini demarcati dai muri a secco, che sembrano separare o dischiudere mondi possibili; in un manoscritto battuto fittamente a macchina – lo stesso che dà il titolo al romanzo –, in cui si farnetica di contrade segrete e ricerche del tempo perduto. Con abilità innegabile, Francesco Dimitri doma lo scirocco e trasforma il quotidiano in magia al pari della collega Lavinia Petti. Ma questa volta l’elemento fantasy è appena accennato e la presenza del soprannaturale, sottile e sfuggente, è un dubbio mai chiarito del tutto, insieme al contenuto del famigerato Libro delle cose nascoste. Benché mi abbia divertito, risvegliando in me l'adolescente che amava le lunghe amicizie di Stephen King e i campi di grano di Niccolò Ammaniti, dopo tanta attesa sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Negramaro - Singhiozzo 

giovedì 3 dicembre 2020

Recensione: Io sono l'abisso, di Donato Carrisi

| Io sono l'abisso, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 382 |

Il lago di Como è il posto più tranquillo della terra, recitano le agenzie immobiliari. Ma nessun luogo è perfettamente al sicuro se c'è Donato Carrisi nei paraggi: l'autore e sceneggiatore pugliese, che da dieci anni frequento assiduamente in libreria, sceglie le location dei suoi romanzi con un fiuto infallibile per le anomalie. Anche il fondo limaccioso del lago, dunque, nasconde vortici e misteri sotto le acque placide. Descritto come una discarica, conserva nelle sue profondità forzieri e cadaveri smembrati dalla corrente. Quanti decidono di farla finita annegandosi? Quanti anziani, spostandoci invece in città, vengono ritrovati ormai mummificati nell'indifferenza del parentado? Torbido come un brodo primordiale, il lago è amico di coloro che desiderano l'oblio: sotto, intanto, si agitano forze sconosciute.

Chi nasceva in questi posti, invece, non se ne poteva andare. La cacciatrice ci aveva provato, traslocando in un appartamento in una città lontana. Ma dopo un po' il lago era venuto a cercarla, e lei aveva iniziato a sentire il suo richiamo dagli scarichi dei lavandini. Un odore penetrante accompagnato da una voce di misteriosi gorgoglii, l'invito a ricongiungersi con quel brodo ancestrale. Era colpa del lago che ti entrava nelle ossa fin da bambino. Lo bevevi nel ventre di tua madre. Gli appartenevi.

Io sono l'abisso è la storia di tre personaggi che vorrebbero essere invisibili. Sprovvisti del nome di battesimo, vengono identificati dalle loro caratteristiche fisiche o dalle loro compulsioni. Mai realmente anonimi, si braccano in queste quattrocento pagine sorprendentemente intime. Eccezionalmente, il fulcro del romanzo è costituito dalla somma dei loro dolori. L'uomo che pulisce è un netturbino con un infernale amico immaginario, due cicatrici sulle tempie e un'infanzia scandita dalle visite degli assistenti sociali. Semianalfabeta e con una questione irrisolta con la madre, questo novello Norman Bates si ribella a un destino di scarti intromettendosi furtivamente nella routine dei comaschi: perfino i rifiuti custodiscono storie. Solitamente incapace di empatia, l'uomo si espone salvando una tredicenne di buona famiglia dall'annegamento: la ragazza col ciuffo viola, tanto disperata da non vedere più una via d'uscita, è troppo piccola per fare le cose da grandi a cui la costringono e, come il netturbino, vorrebbe soltanto scomparire. Mentre veglia sulla giovane come un vigilante, l'uomo che pulisce rischia di finire nella tela della cacciatrice di mosche: una collaboratrice di giustizia di mezza età, schierata a difesa delle donne, che in seguito al ritrovamento di un braccio mozzato si convince che il lago celi i misfatti di un femminicida impunito. Un sociopatico può trasformarsi all'occorrenza in un angelo custode? Le mura che proteggono le ville dei ricchi servono per proteggere la discrezione delle famiglie, o per nascondere qualcosa? Può una madre perdonarsi se, abituata a stanare il male, ha commesso l'errore di non vederlo aleggiare intorno ai propri familiari?

Le storie non sono mai lineari, si ripeteva. Invece sono labirinti. E, a volte, ci si imbatte in porte chiuse che immettono in realtà parallele o in altre segrete.

Maestro di rompicapi e incastri esemplari, dopo due bestseller ai quali avevo imputato una certa ripetitività, Donato Carrisi mi fa ricredere con la lettura di un romanzo sì imperfetto, ma diversissimo dagli altri. A corto di colpi di scena realmente a effetto, con un epilogo per me troppo frettoloso che non rende giustizia al destino di tutti, Io sono l'abisso si ribella agli stilemi dei thriller in serie e gioca a carte scoperte: in una narrazione a capitoli alterni, infatti, seguiamo le azioni tanto dei buoni quanto dei cattivi. L'originalità, per una volta, sta nell'immediatezza. Più semplice e meno legato ai ritmi americani, il romanzo è guidato dalle motivazioni di personaggi atipici. Malinconici e dolenti, non inquietano mai ma infondono un'angoscia familiare: sembrano stati restituiti al lettore attraverso l'abisso della cronaca nera. Da poco padre di un secondo figlio, Donato Carrisi è più sensibile che mai alle tematiche dei notiziari. E, per questo, più allarmato. Abusi sui minori, revenge porn, violenza domestica: fare zapping, oggi, significa imbattersi nell'onnipresenza del crimine; nella terribile banalità del male. Donato Carrisi non cambia canale. Studia, osserva e somatizza, e questa volta racconta l'attualità nuda e cruda attraverso un punto di vista originale. Il difetto: dal momento che ci si ispira a storie vere, l'intreccio più prevedibile del solito potrebbe deludere gli amanti dell'adrenalina. Più che il thriller al cardiopalma pronosticato, questo è il racconto di tre solitudine legate dal filo del disagio: si colmeranno a fine lettura? Probabilmente non vi mozzerà il fiato, ma vi spezzerà il cuore.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Melancholia - Léon


giovedì 19 dicembre 2019

Recensione: La casa delle voci, di Donato Carrisi

| La casa delle voci, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Al pari di quelli di Stephen King, anno dopo anno, i romanzi di Donato Carrisi sono diventati un appuntamento ricorrente. Apprezzato qualche mese fa anche in sala, nonostante una trasposizione all’apparenza impossibile da realizzare, lo scrittore e regista pugliese dalla carriera inarrestabile deve aver fatto un tour de force per regalarci un altro mistero sotto Natale. Ma sempre al pari del prolifico collega del Maine, quest’anno giunto in libreria con il dimenticabile L’istituto, anche il genio dietro i mille intrighi del Suggeritore purtroppo mi ha parzialmente deluso. Che mi abbia abituato, infatti, troppo bene?
In pausa dalle saghe lasciate in sospeso, Donato si trasferisce a Firenze. E senza fare il passo più lungo della gamba si concede un thriller psicologico dei più classici – penso ai mondi di Dorn, Fitzek, Kepler –, genere finora da lui mai approcciato. Meno cruento e meno macchinoso del solito, benché su carta non meno complesso, La casa delle voci è un enigma senza morti ammazzati. Ne ho apprezzato a primo impatto l’eleganza, e nella folla fiorentina ho subito scorto il cappotto Burberry del protagonista; l’ho seguito fino al suo studio in un palazzo del centro. Pietro Gerber –  trent’anni, da poco papà, un vago passato da dongiovanni – è uno psicologo infantile esperto in ipnosi. È un lavoro delicatissimo, il suo, e lo studio ne riflette le particolarità. Sprovvisto di sedia e scrivania, ha una comoda poltroncina, giocattoli di ogni tipo, una vista irrinunciabile: ha voluto che somigliasse a un grembo materno, a un nido. Pietro è un ottimo ascoltatore. Dei bambini conosce i meccanismi di difesa, le fantasticherie più maliziose. Chi ha detto che dicono sempre la verità, che sono anime innocenti? A volte hanno una natura vendicativa. A volte mentono.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra, oppure il più pericoloso: ogni psicologo infantile lo sa bene. Solo che un bambino non sa distinguere la differenza.
Una chiamata dall’Australia, però, è la spinta decisiva per accettare un incarico atipico; un’eccezione alla regola. Hanna Hall, fumatrice di nero vestita senza nessun senso dell’ironia, ha un nome in assonanza con un personaggio indimenticabile di Woody Allen e i sabati mattina tutti per sé: adulta, racconta al protagonista di un’infanzia da survival americano – cito qualche titolo: Captain Fantastic, Il castello di vetro, Light of My Life – al seguito di una coppia di genitori vagabondi. Quella vita allo sbando, piena di regole, sembrava soltanto un gioco. Ma chi erano gli estranei da cui stare alla larga? Perché quella bara minuscola da seppellire dal nuovo a ogni trasferimento? Cosa successe la notte dell’incendio?
Che si tratti di schizofrenia o di doti paranormali, le intuizioni inspiegabili della paziente inquietano lo psicologo. Che porta, così, la stessa suggestione anche dentro casa. Al decimo romanzo, Donato Carrisi riconferma la sua grammatica riconoscibilissima: non mancano gli albi illustrati e le cantilene, gli archivi polverosi e i manicomi, i mostri sotto il letto e altri elementi di un lessico che attinge puntualmente alle fiabe dei Grimm; riecco all’appello le allegorie infantili, gli interessanti approfondimenti psicologici – plagio, rimozione, suggestione –, le riflessioni sulla fallibilità della custodia degli adulti. Ma questa volta, però, sembra rinunciare alla struttura concatenata dei serial americani e svecchiare uno spunto piuttosto sdoganato: come in un noir d’altri tempi, il transfert tra i personaggi ribalta infatti le carte in tavola; l’interrogatorio si fa dialogo. Chi studia chi?

Se vuoi vivere, devi imparare a morire.

Per la prima volta ammetto di aver intuito il finale in anticipo: da metà in poi, mi sono limitato a veder succedere quello che avevo supposto. Basta un colpo di scena in più, uno in meno, a compromettere la piacevolezza di una lettura?  Vi risponderei di no, ma questo è il maggiore difetto della Casa delle voci. Un romanzo che non vive né di stile né di personaggi, ma della sorpresa dell’intreccio. Tolta quella, mi sono chiesto, cosa resta? Ad alimentare i dubbi sono state le considerazioni su una scrittura essenziale, incalzante ma frettolosa: benché ne guadagni in sveltezza, con un ritmo più veloce che mai, i moventi risultano poco definiti e i personaggi abbozzati con pennellate rapide. Lo sceneggiatore ha avuto la meglio sul narratore; l’architetto di trame sull’autore. Con un protagonista meglio indagato, più tormentato – magari con l’adozione della prima persona, variazione sul tema che personalmente avrei apprezzato –,  il mancato stupore dell’epilogo non mi avrebbe infastidito affatto.  Ma Pietro Gerber mi è parso qui una semplice pedina da condurre alla fine del tabellone e la sua ricerca della verità, letteralmente, non mi ha ipnotizzato; la delusione ha cancellato la paura di non svegliarsi più, annullando il conto alla rovescia. L’isolato passo falso, comunque, non mi spingerà a mettere questa piccola casa stregata in subaffitto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Linkin Park - Castle of Glass

venerdì 25 ottobre 2019

Recensione: La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti

| La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti. Longanesi, € 18,50, pp. 448 |

Ci andò a morire Partenope, la creatura leggendaria uccisa dall’amore non corrisposto per il subdolo Ulisse.
Ci fece tappa per l’ultima volta Virgilio, il poeta con la fama da mago, che scelse di farsi seppellire nel quartiere di Piedigrotta.
A lungo fu il principale porto affacciato sul Mediterraneo.
Dal mare arrivavano spezie, stoffe e maledizioni. Dal mare, ancora, arrivavano i forestieri e le sirene. A volte per viverci, altre per morire. Quante storie lontane sono rimaste intrappolate nel sartiame e nei vicoli? Quante ne ha ispirate una città che, a furia di custodirle per le generazioni successive, si è trasformata nella storia più affascinante di tutte? Sterminata, contraddittoria, antichissima, Napoli fa bene alla pancia e alla fantasia. Deve portare fortuna. Quest’anno ci sono stato prima con Storia del nuovo cognome, poi attraverso gli occhi della studentessa straniera di Perduti nei Quartieri spagnoli,  ma purtroppo manco in città da un po’. E mi manca. Si può provare nostalgia di qualcosa che non conosci bene o che forse non hai mai conosciuto? Nato in Sicilia da genitori casertani, cresciuto poi a cavallo tra Molise e Abruzzo, ho radici frastagliate e nessun senso di appartenenza. Ma se c’è una regione che sento nel profondo più delle altre è la Campania. Sarà che quando mi arrabbio scappano puntualmente improperi in quel dialetto buffo e sanguigno. Sarà che i miei nonni dicono che lì splenda sempre il sole e che tutti, proprio tutti, abbiano questa gran voglia di cantare. Sono meteoropatico, somatizzo le giornate uggiose fino a star male, e anch’io sin da bambino  cantavo – Claudio Baglioni al karaoke, per quanto lo rinneghi, e soprattutto storie di janare. Avere l’occasione di rileggere finalmente Lavinia Petti è stato un ritorno a casa.

Appena lo vide, Fanny capì che ogni passo che aveva mosso dal Moiariello era stato un passo verso di lui. Aveva dato retta all’istinto sconosciuto che guida la gente di mare, che quando è triste ha bisogno della sua vicinanza per mitigare la sofferenza. Come il sale, che cura le ferite ma prima le fa bruciare.

Scoperta qualche anno fa con Il ladro di nebbia, esordio stupefacente da me consigliato per vie ufficiali e ufficiose, la giovane autrice napoletana è di nuovo in libreria con un romanzo dal destino tortuoso ma dalla resa perfetta. Nel tempo l’ho scritta, l’ho tampinata, l’ho aspettata come accade di raro.
Lavinia mi raccontava in privato di una gestazione lunga e faticosa; di una storia uguale ma diversa dalla precedente, in cui far convergere il frutto delle sue ricerche e i segreti di un capoluogo che per comodità ama talora schermirsi dietro il cliché. L’attesa, non gliene ho fatto misteri, è stata ripagata. E dalle pagine della Ragazza delle meraviglie emerge infine l’affresco di una Napoli inedita – probabilmente l’autentica protagonista –, che solo il regista Ferzan Ozpetek ha provato a svelarci di recente fra riti esoterici, simbologie arcane e sguardi di seduzione. Francesca Annunziata, detta Fanny, è nata laggiù: peccato non si sappia da chi. Salvata dalla Ruota degli Esposti da una coppia di coniugi maledetti dalla sterilità e dalla piaga dei parenti impiccioni, la quattordicenne senza passato cresce bruna, selvaggia e malinconica. Né grande né piccola, enigmatica in primis agli occhi di sé stessa, fruga nelle case sfitte e nelle scatole di scarpe: ha la propensione a cacciarsi nei guai e un inquietante sesto senso che di notte la porta a fronteggiare incubi catastrofici e premonizioni mortifere. Le sue origini, un segreto di Pulcinella di cui venire a capo. Potranno il ritrovamento di una moneta vecchia di millenni e una chiave ossidata guidarla fino ai genitori biologici: gli unici a poter fugare la sua fama di strega, assieme alla sindrome d’abbandono che l’affligge?

«Pensano che sia una terra di luce. Si sbagliano: il Sud è pieno di tenebre. E le tenebre allettano gli uomini, soprattutto quelli che credono nella ragione. Un uomo razionale e ambizioso difficilmente resisterà alla tentazione di spazzarle via», fece una pausa. Quando parlò la sua voce era bassa, dolente. «Mi chiedo se sto commettendo un errore a voler salvare Napoli dai suoi fantasmi, a volerla salvare dal suo passato.»

Con il profilo mastodontico di Castel dell’Ovo all’orizzonte, mentre i gechi – fate in incognito, si mormora – scorrazzano sui muri scrostati e i tinelli ospitano le macchinazioni di una strana congrega al femminile, le ricerca della protagonista la porterà a domandare informazioni a prostitute dal trucco sbavato – Clemenza –, agli antiquari con le cravatte a fantasia – il signor Marrone –, a politici senza scrupoli – Augusto d’Avalos – che promettono di dare un nuovo assetto alla città a discapito della tradizione.
È una Napoli d’inverno, la sua, eccezionalmente fredda. Risulta piacevolissimo, allora, rifugiarsi nei bar per bere cioccolate bollenti e caffè forti, concedersi lo sfizio irrinunciabile di un morso di pizza con ricotta e cicoli, ricercare il calore umano della folla che infesta i mercatini caratteristici e i negozi d’anticaglie.
È una Napoli lontana dagli occhi ma mai dal cuore, stratificata. Proprio sotto il suolo cittadino, infatti, vive in silenzio un’esistenza parallela. Ha tunnel labirintici, pozzi e nicchie di tufo, templi sotterranei. Appare esplorabile, eppure, in sella alla bici di Tommaso: un coetaneo agorafobico e sfregiato dal fuoco – un munaciello –, con cui avventurarsi fino a un casolare di pietra della costa sorrentina.
Il motto di Fanny, spavalda quanto la Lila di Elena Ferrante: «Io non mi metto a paura ‘e niente». Vorremmo avere tutti un briciolo del suo coraggio.

Qualcosa di vero c’è sempre, ma quando si tratta delle leggende popolari di questa terra, vecchie di secoli o millenni, c’è da impazzire. Possiamo scavare, arrivare al centro del pianeta e spuntare dall’altra parte, ma nella maggioranza dei casi quello che ricaveremo saranno solo altri racconti. Racconti che rimandano ad altri racconti, in un gioco di specchi. Viviamo in quella parte di mondo in cui chiunque cerchi la verità è destinato a trovare storie.

La ragazza delle meraviglie è scandito da episodi spettrali, in cui c’è poco d’intentato o d’inventato. Dove la suggestione è di casa e la mappa topografica riporta quasi alla mente i viottoli di Diagon Alley, si tramanda che un uovo magico preservi gli equilibri malsicuri del luogo, che i sogni siano da prendere sul serio – consultate la Smorfia, per esempio, che li prende davvero alla lettera – e che la maschera di Pulcinella, qui presenza tutt’altro che rassicurante, sia un tramite con l’aldilà. Nell’architettare una trascinante ballata dal gusto rétro, che ci ricorda di capitolo in capitolo gli amori impossibili tra i marinai e le sirene, Lavinia non dimentica l’attualità. Le rimostranze grandi e piccole amplificate da un megafono in piazza, i teatri che chiudono per far posto ai supermercati costruiti in serie, i monti crivellati sin nelle viscere dagli appalti abusivi. Non c’è niente di sacro: neanche l’arte, neanche l’infanzia di un’innocente.
È una Napoli da salvare non dallo tsunami, ma semplicemente da noi stessi.
È una Napoli presso cui tornare, usando l’incanto di questa storia come fosse una bussola. L’immaginazione contagiosa di Lavinia Petti la illumina a giorno, la scandaglia, la protegge. Ne fa meraviglie.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Roberto Murolo e Mia Martini – Cu’mme


venerdì 20 settembre 2019

Recensione: The Chain, di Adrian McKinty

| The Chain, di Adrian McKinty. Longanesi, € 19,50, pp. 345 |

Se c’è una cosa che poco tollero, in fatto di storie o persone, è il pressappochismo. E il best-seller sulla bocca di tutti, The Chain, purtroppo ne cade spesso vittima. Metto la frase forte così, in apertura, come una dichiarazione d’intenti. Diciamolo subito, infatti: preceduto da uno straordinario battage pubblicitario, recensito sulla quarta di copertina da autori d’eccezione – da Stephen King a Don Winslow, sembravano tutti dell’idea che fosse un moderno capolavoro della suspance –, il primo romanzo di Adrian McKinty giunto in Italia  non si è affatto rivelato all’altezza delle aspettative iniziali. Dalla sua, eppure, l’autore aveva una nota biografica di tutto rispetto e uno spunto accattivante: cosa saresti disposto a fare se tuo figlio venisse rapito e, per salvarlo, un boia anonimo ti costringesse a rapire un altro bambino diventando l’ennesimo anello di una catena di morte e ricatti? Rachel, mamma fresca di divorzio e di chemioterapia, è la sfortunata protagonista al centro dell’incubo. Qualcuno alla fermata dell’autobus ha preso Kylie, tredici anni, e mette alla prova la genitrice single dall’altro lato della cornetta.

È vertiginoso il numero di profili che possono essere letti da chiunque. George Orwell si sbagliava, pensa. Nel futuro non sarà lo Stato a schedare tutti esercitando una sorveglianza pervasiva; saremo noi stessi. Faremo il lavoro dello Stato postando continuamente la nostra posizione, i nostri interessi, cibi e ristoranti preferiti, idee politiche e hobby su Facebook, Twitter, Instagram  e altri social. Saremo la polizia segreta di noi stessi.

In giornata deve: convincere la banca a un prestito di venticinquemila dollari; procurarsi un’arma da fuoco; individuare una casa sfitta per rinchiuderci la bambina innocente necessaria per lo scambio di persona. Succedono, a questo punto, coincidenze degne di un film d’azione di serie B, non di un romanzo ben costruito: perché, come se niente fosse, la protagonista ottiene la seconda ipoteca sulla casa – quando gli aguzzini più in là pretenderanno altro contante potrà comunque contare sul cognato Pete, reduce di guerra tossicodipendente e senza lavoro, con un’impensabile ricchezza economica sul conto corrente; come se si trattasse del provolone in offerta alla Coop, in seguito, Rachel acquista un’arma sotto banco – non una semplice pistola, bensì un fucile a pompa; la villa sulla spiaggia dei benestanti vicini, inoltre, si rivelerà per sua fortuna avere una serratura risibile e un sistema d’allarme da verificare con una semplice chiamata al numero verde. Seguono tentativi di ribellione, messaggi in codice, localizzazioni da intelligence; il tutto destinato a chiudersi a carte scoperte, all’insegna della pura coincidenza, in un finale a metà strada fra Indovina chi viene a cena e Rambo. La forza delle donne, uno dice. O le forzature di una certa narrativa americana, piuttosto, fatta di approssimazioni, dimenticanze, azzardi.

Ogni cosa viene fatta per la Catena. La Catena non può interrompersi. E non può perdere un solo anello.  

Cinematografico nel migliore e peggiore senso del termine, già opzionato dalla Paramount per una trasposizione, The Chain ha una scrittura che rende impossibile non divorarlo nell’arco di un paio di pomeriggi e le contromosse di ogni americanata degna di tale storpiatura. C’è fretta nel trattare il tumore al seno di lei e la dipendenza da stupefacenti del cognato, problemi inseriti per aggiungere ulteriore patetismo all'intreccio a discapito di chi ne ha davvero sofferto. C’è fretta, stranamente, anche nell’adattamento italiano: perfino a una lettura disattenta, come sottolineato anche sul blog di Silvia, risultano difficili da ignorare nomi invertiti per sbaglio ed errori evitabili – “ski mask”, tradotto alla lettera “maschera da sci”, indicherebbe in realtà un comune “passamontagna”. In ogni caso, scorrevolezza a parte, la conoscenza di McKinty risulterebbe deludente anche se non fossi troppo puntiglioso in fatto di thriller e casi editoriali. The Chain mi ha ricordato titoli come Ore di terrore e Utente sconosciuto: tascabili da cestone, letti e apprezzati all’epoca, forse meglio riusciti ma meno fortunati. Non gli si perdona l’accumulo di tragedie personali, presto abbandonate a loro stesse; quel gusto caciarone che in teoria non dovrebbe confarsi a una vicenda ispirata alla cronaca nera americana, bensì a un innocuo blockbuster. 
La Catena, si legge, è un meccanismo che si autoregola: fatto il proprio lavoro, è possibile uscirne a mani pulite. Ma l’autore qui e lì riporta macchie inequivocabili, invece, che lo sbugiardano in fretta e lo portano a essere segnato sulla lista nera: quella dei famigerati best-seller che non escono col buco. Il gioco appena cominciato per me finisce qui. Dalla giostra, spezzata la catena, grazie tante, preferirei scendere.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fleetwood Mac – The Chain 

lunedì 3 giugno 2019

Recensione: Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

| Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti. Longanesi, € 18,60, pp. 480 |

Teresa Battaglia è tornata a guerreggiare. Conosciuta lo scorso anno, rossa, scorbutica e fuori forma, era la straordinaria padrona di casa di un romanzo che sul piano dell'intrigo convinceva purtroppo a metà. Confidavo a giusta ragione in un nuovo giallo da sbrogliare e nella crescita dell'autrice, la già talentuosa Ilaria Tuti, lì al suo esordio fra i giganti Longanesi. Ho sondato il terreno, lo abbiamo seminato insieme – io leggendo, lei scrivendo –, e non ci è voluto molto per godere della fioritura di quei fiori sopra l'inferno: ai tempi, a mio parere, ancora in boccio. Non ne farò mistero. Ce ne sono già in quantità, d'altra parte, in storia che supera la prima per lunghezza e studio: Ninfa dormiente è la primavera di Teresa su cui, speranzoso, mi ero sentito di scommettere. Restano gli sfondi aperti su una natura leopardiana, bella e terribile, e uno stile dall'impronta straordinariamente femminile che ha qualcosa in comune con le minuzie e il lirismo del compagno di squadra Mirko Zilahy. Questa volta c'è un enigma accattivante, ma manca il cadavere. Il rinvenimento di un ritratto di donna dipinto con il sangue getta la polizia nello sconforto. C'è la firma in calce, quella dell'artista Alessio Andrian, ma la modella del mistero deve essere morta da ormai settant'anni e da altrettanti anni, sfortunatamente, l'artefice dell'opera non emette suono. Dovrebbe esserci minore urgenza nella ricerca della soluzione. Non c'è un cadavere ancora caldo, infatti, e nessuno che muova a compassione gli agenti accorsi. Ma, a quasi un secolo di distanza, a sorpresa resta ancora l'affetto di qualche familiare e un briciolo di vita nella memoria d'elefante di chi potrebbe chiarire l'identità della musa sacrificata.

Alcune famiglie hanno grandi storie d'amore o di avventura da raccontare ai bambini o ai parenti riuniti per le feste. Tante altre hanno un passato di miseria da centellinare come se la fame fosse ancora presente. Gli Andrian hanno la Ninfa e la pazzia di mio zio.

L'indagine e l'introspezione dei personaggi vanno di pari passo. In perfetta sincronia, Teresa Battaglia e il suo pupillo Massimo Marini scavano nel torbido, battibeccano e commuovono. La memoria di lei, che ha paura di pronunciare la parola Alzheimer e registra la sua giornata nell'irrinunciabile diario di bordo, fa spesso cilecca. L'umore di lui, eterno San Tommaso alle prese col pensiero della paternità, è nerissimo dal giorno in cui la sua ex si è presentata alla porta con un pancione inequivocabile; neri sono anche gli occhi, qualche volta, se per scaricare lo stress Marini tira di boxe in palestra. Esiste il gene del male? Davvero alcuni uomini nascono per essere cattivi genitori? 
Teresa, un po' mamma chioccia e un po' prof arcigna, rimbrotta l'allievo a suon di parolacce in teneri siparietti e, nonostante gli acciacchi del corpo tribolato, con prontezza di spirito sprona e consiglia. Un superiore, intimidito dalle donne che ricoprono ruoli di potere, vorrebbe fare terra bruciata attorno all'onorata carriera della Battaglia. Ma lei, che non si accontenta di rifugiarsi nelle retrovie né di ritrarre le spine del suo umorismo caustico, ha una squadra – una famiglia – alla quale destinare tutta la sua esperienza. Brava a cacciare i segreti, sarà però anche capace di custodirli fino all'ultimo? Con quel maledetto Alzheimer che a volte può tornare utile per scordarsi di un tiro mancino, per perdonare sé stessi, la protagonista si sposta in Val Resia fra presente e passato. La valle, terra di confine per eccellenza, rappresenta un'isola genetica e linguistica: gli abitanti, e non è un espediente d'invenzione, conservano ancora il DNA dei colonizzatori originali. Orgogliosi e tenaci, nei costumi così come nel folklore, tentano di preservare la loro alterità – purtroppo, oggi, c'è la Slovenia a inglobarli – e nel clou della Seconda guerra mondiale vivevano fra il nemico tedesco e i partigiani assediati. Durante il regime fascista la violenza era socialmente accettata: l'assassinio della ragazza del dipinto risale ad allora. La Storia, quella con la lettera maiuscola, possiede il senso della giustizia?

Uccidere una donna che si dice di amare. Era una contraddizione in termini, quella di cancellare dalla propria vita chi la illumina, eppure accadeva ogni giorno. L'amore che si fa dramma viene celebrato troppo stesso. A morire erano sempre le donne. Non è amore. È possesso. Bisogno di controllo. Donne usate, abusate, lasciate sole e condannate. Donne che non avevano riconosciuto il male, perché si trovava proprio accanto a loro. Difficile metterlo a fuoco e smascherarlo, quando possiede il volto di chi dovrebbe avere cura di te.

In un climax che, senza la frenesia cinematografica dei polizieschi americani, ama prendersi il tempo necessario e descrivere tutto minuziosamente – dettagli ambientatili, scientifici e storici: la cultura enciclopedica di Ilaria è degna di stupore –, i protagonisti faranno presto i conti con conflitti nei quali ogni scempio è lecito, rigurgiti intolleranti e, soprattutto, culti di origine pagana nello stile del cult anni Settanta The Wicker Man. Con donne del luogo custodi di canti, erbe e segreti, che intensificano il fascino di questo atteso ritorno in libreria. La trama, stratificata e densa quanto la terra nei boschi, ha il potenziale difetto di risultare troppo macchinosa; il peso delle oltre quattrocento pagine, in un epilogo semiconclusivo, potrebbe avvertirsi. Ma poco importa: Ilaria Tuti ribadisce a gran voce di avere toni, forma e contenuto. Ingegno e, eccezionalmente, sentimento. 
Insanguinato, nudo, muto, settant'anni prima un giovane pittore e il suo segreto era stati salvati oltre il confine. Il soldato venticinquenne stringeva il suo undicesimo lavoro fra le mani: il più attraente, il più conteso alle aste, perché scomparso nel nulla. Lontano, intanto, il suono di un violino: gli appassionati di Dylan Dog riconosceranno le note del famigerato Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini. 
Per ora abbiamo avuto le nostre risposte, ma la valle custodisce altre inquietudini di cui venire a capo. La battaglia di Teresa, fino al prossimo romanzo almeno, è stata una conquista.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The xx – Crystalised

mercoledì 30 gennaio 2019

Recensione: Sperando che il mondo mi chiami, di Mariafrancesca Venturo

| Sperando che il mondo mi chiami, Mariafrancesca Venturo. Longanesi, € 16, 90, pp. 405 |

Ho finito gli esami della magistrale in un soffio. Ad aprile, se tutto va come vorrei, mi laureerò perfettamente in tempo sulla tabella di marcia: sempre stato bravo a rispettare le scadenze. La mia è una specializzazione in Filologia moderna che, non lo nascondo, poco mi rappresenta e altrettanto poco mi avrebbe allettato cinque anni fa, ma tant'è: questo passavano l'ateneo vicino e il cosiddetto convento. Ora cosa farai di bello? Di bello, rispondo a denti stretti davanti alla domanda fatidica, proprio niente. Io che intanto ho la tesi da scrivere in due mesi scarsi, una bibliografia sterminata da padroneggiare e gli ultimi moduli da consegnare, a tempo debito ho accumulato da brava ape operaia tutti i CFU che servono, le attestazioni di PEF o FIT che dir si voglia, i voti altissimi e un filo di rassegnazione. Se hai ventiquattro anni e sei fresco di laurea in Lettere, almeno su carta, hai inevitabilmente poche possibilità: e che fai, allora, l'idea dell'insegnamento non la contempli per tracotanza? Mi dico che non ho pazienza né spirito di abnegazione a sufficienza; che i bambini mi inteneriscono, vero, ma forse non a tempo pieno: per via di una mamma che per anni ha fatto la tata quando capitava, ho diviso spesso il tavolo della cucina con seienni alle prese con il dettato, mucchi di Barbie e Lego alti così, echi di tabelline a campanello e lettere dell'alfabeto da scandire per bene. Mettici anche il precariato imperituro, i concorsi annunciati sempre all'ultimo momento, gli andirivieni di sorta: la lotta con le unghie e con i denti per un mondo che finora ho guardato piuttosto distrattamente; per un gioco che forse non vale la candela, secondo la dichiarata presunzione delle giovani leve che in dirittura d'arrivo sotto sotto si aspettavano un'alternativa fortunata. Un po' per caso, un po' per desiderio, io che credo nei segni del destino e nelle piccole simmetrie, in questi giorni cruciali ho cercato la compagnia del romanzo perfetto: un esordio da ricordare, che per l'appunto di insegnanti e alunni, sacrifici e bivi, parla.
Siamo a Roma, la meta per eccellenza presa d'assalto dagli insegnanti del Sud in una gara fra poveri a chi arriva primo in graduatoria. L'irriducibile Carolina, ventotto anni, vive in una famiglia convinta ciecamente che quella dell'insegnante sia una missione sociale – maestri da generazioni e generazioni, i suoi parenti le hanno tramandato il gene segreto dell'essere educatore e precario – e tutte le mattine punta la sveglia alle cinque. Indossa gonne eleganti, rossetti poco appariscenti e lascia che la metropolitana la scorti nei luoghi strategici: passeggia nel cuore della capitale, ne conosce ormai gli scorci suggestivi e le vecchiette chiacchierone, e tutte le mattine aspetta che una scuola di Roma la chiami. Con una chitarra acustica in spalla e una borsa piena di giochi e chincaglierie a fantasia, Carolina corre i cento metri per insegnare all'occorrenza italiano, matematica o musica. Non può concedersi vacanze, non può pianificare nel dettaglio progetti futuri.

Ho il cuore pesante ma sono pronta, con il rossetto a posto e la gonna al ginocchio. Pronta a non sapere dove andare. L'incertezza richiede una certa preparazione. […] Perché insegnare è il mestiere più bello del mondo. Dicono le maestre. Perché insegnare è come imparare per sempre. Dico io. Tutte le mattine vado a piazza Venezia o alla stazione Termini perché da lì posso raggiungere il mondo. Sperando che il mondo mi chiami.

I suoi contratti, rinnovati mese per mese, durano sempre poco: quanti libri non portati a termine nell'ora di narrativa, quanti programmi lasciati a metà, quanti bambini di cui dimenticare i nomi e i sogni per non affezionarsi troppo. E l'amore come va, se fa rima con l'incostante Erasmo? Qualche anno prima la protagonista si è malauguratamente innamorata di lui, docente milanese arrivato nel Lazio per un convegno a metà tra scienza e poesia: mentre i capelli del fidanzato vanno imbiancandosi sulle tempie, Carolina pensa alla loro impossibilità di definirsi coppia. La relazione a distanza, per ironia della sorte, è l'ennesimo elemento saltuario in una vita senza solide radici. Per fortuna rallegrano i racconti della splendida nonna Fortunata, emigrata siciliana che racconta di valigie piene di farfalle ai tempi del fascismo e confida negli effetti taumaturgici di una buona granita al limone; Titti e Federico, compagni di sorte e di slalom disperatissimi nella giungla dei pendolari; una quarta elementare in cui desiderare gettare le ancore. Non mancano le maestre di ruolo arcigne, qualche cancellino volante, un dirigente con la faccia da schiaffi che risponde al nome di Violoni, ma fra le altre cose c'è che all'ultimo banco siede Sara: una bambina dallo smalto mangiucchiato e la famiglia disastrata, al centro di una specie di giallo da vivere come fosse una questione personale. 
La penna irresistibile di Mariafrancesca Venturo rende alla perfezione in queste quattrocento pagine dalle sfumature tragicomiche la frustrazione dei forse, la ripetitività spasmodica della routine, lo sforzo di mantenersi propositivi e al passo. Perché non investire nell'ennesimo master online su suggerimento del sindacato? Cosa ne penserebbe il fedele Federico, amico che è un autentico signor so tutto io in fatto di punti, trucchi, corsi e strategie? Qualcuno fa il pendolare, qualcuno si arrangia pur di prendere una stanza in affitto, qualcuno dorme addirittura in stazione per arrivare presto a scuola l'indomani mattina. Qualcun altro, in barba al politicamente corretto, pensa invece di accasarsi e di considerare le supplenze un lusso: per le mogli e le mamme, fra l'altro, si ha un occhio di riguardo in graduatoria. I bambini, nati già grandi fra gli stimoli di Internet e quelli della tivù, hanno sempre meno curiosità nell'apprendimento. I maestri, tanto reperibili e scattanti da perdere per forza di cosa le staffe, hanno perso sia l'umanità che l'amore intrappolati all'interno di un'anonima catena di montaggio. Questa è la commedia pastello su un'eccezione alla regola: una giovane idealista animata da una contagiosa missione – leggendo di lei ho pensato alla signorina Honey della Matilda di Dahl, il classico per l'infanzia –, che non vuole abbandonare, dimenticare, né voltare pagina. Un'eroina che alleggerisce le giornate storte con delicatezza, filosofeggiando sui proverbiali bicchieri mezzi pieni e sul privilegio immenso di cambiare – e incrociare – storie su storie.

Raccontami di un secolo fa, nonna, cosa facevi davanti a un bambino in difficoltà? […] Ripasso a mente i tuoi buoni consigli. Sposa un uomo buono. Lavora in allegria. Sii gentile ma anche forte. Non ti arrendere. Ama. Mira in alto quando lanci un sogno, poi vola per riacchiapparlo, non è detto che ce la fai a riprenderlo ma almeno vedi dove arrivi. La felicità è fatica. Si generosa, gentile, ma arrabbiati se serve. Grida. Fatti sentire.

Cos'è meglio per lei? Cosa per i suoi alunni? Poco male se in segreteria la considerano una ruota di scorta, se del coro diretto con la maestra Livia si farà poi un nulla di fatto. Nell'utopia che il mondo la chiami, Carolina Altieri vive continue avventure: sempre di corsa, come in quella famosa pubblicità; sempre sinceramente meravigliata, giacché lei in primis ha ancora molto da imparare. E, si spera, da raccontarci. Ringrazio Mariafrancesca per la compagnia, il tempismo, il miele sul bordo di un bicchiere altrimenti amarissimo da mandare giù. A fine lettura ho cercato una mia maestra delle elementari su Facebook: in famiglia ne ricordiamo ancora nome e cognome. Doveva avere all'incirca l'età che ho io adesso e, dopo il primo anno di elementari, l'aveva sostituita un'altra collega, un'altra precaria, nel dispiacere generale della classe. Uno di questi giorni le inoltro la richiesta d'amicizia, le chiedo se era proprio lei a impartire lezioni d'italiano a Palermo nel 2001, le dico grazie perché qualche decennio fa mi ha insegnato a leggere e scrivere. Quindi, a vivere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cesare Cremonini – Possibili scenari

giovedì 13 dicembre 2018

Recensione: Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi

| Il gioco del suggeritore, di Donato Carrisi. Longanesi, € 22, pp. 400 |

Quest'anno, prestandosi con grande successo anche al mondo del cinema, l'adorato Donato Carrisi ha guadagnato sul palcoscenico dei David di Donatello l'ennesimo riconoscimento: quello al Miglior regista esordiente. A porgergli il premio, fra orgoglio e incredulità, un ospite d'eccezione: Steven Spielberg, in quel periodo nelle sale italiane con il nostalgico Ready Player One. Sarà un caso, mi domando adesso, al termine di un romanzo che proprio di avatar e giochi di ruolo, di una tecnologia che a volte unisce e altre divide, parla? A indossare il visore, a impugnare un joystick collegato a insidiose dimensioni virtuali, è una giocatrice che attendevamo al varco da un po'. Con il vestiario rigorosamente all black, una cascata di capelli ramati e tagli profondi su tutto il corpo, non somiglia affatto a una nerd in simbiosi con la propria console. Lei non scherza né gioca, mai. Nemmeno ora che è madre della brillante Alice, nemmeno lontana dalle scene del crimine: vive in una casa isolata in riva al lago, tagliata fuori dal mondo, e non per i capricci dei villeggianti. 
A distanza di cinque anni dall'Ipotesi del male, dopo un'apparizione sorprendente nell'Uomo del labirinto, Mila Vasquez è tornata: affascinante e dolente segugio che non conosce ferie pagate né sentimenti. E insieme a lei è tornato un suggeritore nell'ombra, un subdolo Charles Manson senza sangue sulle mani o generalità, catturato in pagine introduttive che in realtà rappresentano solo il lancio del dado. L'anonimo sospettato è in una cella dalle pareti rosa, colore che pare plachi i bollenti spiriti; ha tatuaggi su ogni centimetro del corpo – numeri, coordinate geografiche – e una segreta preferenza per la protagonista affetta da alessitimia. Cosa c'entrano il massacro della famiglia Anderson con il caso irrisolto di tre studentesse strangolate? Cosa, ancora, la sparizione di un'incostante cinquantaseienne con il pallino degli incontri amorosi su Facebook? Qual è il portale per accedere a Due, gioco online nato sotto i migliori auspici e diventato infine la valvola di sfogo dei nostri peggiori istinti animali?

Internet è un'enorme spugna: assorbe ciò che siamo, soprattutto il peggio. Nella vita reale siamo costretti ad adattarci per convivere con gli altri, a scendere a compromessi con la nostra natura, ad accettare leggi e convenzioni. A volte dobbiamo anche indossare una maschera, ma è inevitabile: altrimenti non riusciremmo a far parte della società... In rete invece ci sentiamo liberi da tutta questa ipocrisia, ma è soltanto un'illusione: ci hanno semplicemente lasciato soli con i nostri demoni.

Nella Gotham senza nome che in passato ha già fatto da sfondo a tre romanzi qualcosa è cambiato: la criminalità è in rapida diminuzione grazie ai metodi della Shutton, giudice dai tailleur d'alta sartoria e dal polso di ferro che ha esiliato gang e malintenzionati nella stessa nebbia che li aveva partoriti. O così sembra: il male, come la Vasquez, è uno stacanovista che non conosce riposo. E strappandola a una nuova routine di cibo d'asporto e gattini da salvare, sottraendole la piccola Alice, la chiama a forza alle armi. La ricerca sul campo somiglia a una staffetta, a una caccia al tesoro in cui un indizio tira l'altro, e nel Gioco del suggeritore si svolge su un duplice binario. Doppiamente in pericolo, doppiamente in trappola, Mila esplora i pixel e le zone cieche dell'Altrove aiutata dall'immancabile Berish con cane al guinzaglio, dalle indicazioni di un uomo nascosto sotto un passamontagna, da un enigmatico bambino con una maglietta rossa. 
Il gioco del titolo non è solo metaforico, e ha adepti imprevedibili. C'è chi fa del male anche fuori, a partita conclusa. C'è chi esiste sottoforma di spettro soltanto in quella dimensione fittizia. C'è chi, soprattutto, sceglie volontariamente di perdervisi. Così facciamo noi, che a occhi chiusi ci facciamo soggiogare da un decennio dal giallista che perfino gli americani ci invidiano un po'. Implacabile e sempre sul pezzo, l'ultimo Carrisi sceglie una dimensione videoludica anni Novanta – alla Second Life, sì – e si concede un'allarmante riflessione sui pro e i contro del progresso informatico: gli adescamenti ingannevoli sui social network, il bullismo dei leoni da tastiera, le creepypasta di tendenza fra gli adolescenti, intelligenze artificiali che superano l'uomo perfino nella cattiveria. Nonostante la sua attualità, la lettura mi ha convinto in parte: colpa mia, ma ho fatto una certa fatica a immaginare i miei personaggi preferiti – terreni perché irrequieti, dannati, ma pronti a scoprirsi vulnerabili in un finale bellissimo – in queste atmosfere surreali, da cyberthriller a tinte lisergiche.

Puoi sfuggire al buio. Ma non può impedire al buio di cercarti.

Il modus operandi di un serial killer, insegna l'autore pugliese, somiglia a quello delle nonne alla prese con la torta perfetta. Il metodo di uno scrittore di bestseller segue regole simili, ferree. Ma a Donato Carrisi non è mai piaciuto vincere facile, perciò improvvisa qualche variazione sul tema in un romanzo a cavallo fra il vecchio (la struttura da serial televisivo, con casi connessi questa volta in maniera un po' troppo arbitraria) e il nuovo (videogiochi interattivi come discarica di pulsioni mortifere, mentre scarseggiano purtroppo i cenni ai finali aperti delle storie precedenti), anche a rischio di commettere piccole imprecisioni. Se l'impresa riesce – che sia l'omicidio premeditato o l'altra pasticceria poco importa –, perché cambiare ricetta? 
Il mio prurito alle mani – all'inizio per lo scarso feeling verso questi mondi digitali, poi per il sopraggiungere della forma più smaniosa di curiosità – suggeriscono sia presto per un reclamo in cucina. Il familiare solletico alla base del collo, infatti, informa Mila che la partita resta aperta.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Subsonica – Aurora sogna

lunedì 22 ottobre 2018

Recensione: Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola

Il ladro gentiluomo, di Alessia Gazzola. Longanesi, € 18,60, pp. 304 |

Non fumo, non bevo, non mangio mai fuori pasto. Di vizi, insomma, grossomodo non ne ho. Ci sono appuntamenti annuali, però, a cui neanch'io – studente oculato, lettore paziente – so rinunciare a cuor leggero. Quando, eppure, dotato di una natura facilmente annoiabile, non mi dedico alla leggera a cose come il binge watching su Netflix, troppa infatti la paura di averne abbastanza, e di rado in amicizia o in amore tendo il dito, dicendomi che il mio prossimo desidererà poi la proprietà esclusiva di tutto il braccio. Con i romanzi di Alessia Gazzola, da otto anni a questa parte a prova di blogger incostante, per fortuna non ho mai corso il rischio, anche se, in realtà, di rischio ce n'era uno sin dall'inizio: imparare, in un autunno indefinito, a stare senza. Non abbiamo conosciuto alti e bassi di sorta; non ci siamo persi di vista come succede negli anni in cui la vita ci mette lo zampino, né traditi: entrambi, per l'appunto, distratti e affaccendati; entrambi, davanti a un'altra macabra avventura, diventati adulti di pari passo. Ho scoperto la compagnia di Alice appena diciassettenne, mentre io sgomitavo al liceo e lei si dava ai primi gialli, ai primi incorreggibili batticuori. Da lì in poi è nata quasi da sé una lunga amicizia che ci ha colti nella buona e nella cattiva sorte, in forma e derelitti, matricole e laureandi. Quest'anno, nella tappa fissa in libreria, uno studente della magistrale con meno due esami all'orizzonte – la laurea, se tutto va bene, prevista per al massimo aprile – ha conosciuto un'altra faccia del medico legale ficcanaso, che a giorni, nonostante la mia indifferenza per la trasposizione tivù, tornerà anche su Rai Uno.

Caro destino, è inutile che mi metti alla prova. Non ci casco, non mi cambierai.

Eccezionalmente, tuttavia, qualcosa è cambiato. Scalzata dalla propria comfort zone, la protagonista fa i conti con le conseguenze di un capriccio un po' infantile dei suoi: delusa dall'ennesimo sgarbo di Claudio, nel finale di Arabesque aveva fatto domanda di trasferimento. Inconsapevole che la Wally, direttrice dell'Istituto all'indomani del pensionamento dell'amatissimo Supremo, cogliesse la palla al balzo per farle imparare la lezione. Che trasferimento sia, allora, anche se nel frattempo il volubile Conforti si sarebbe perfino ravveduto abbracciando dopo tante titubanze l'idea della convivenza: meta, Domodossola. Il grande Nord è pronto per Alice, decisa anche lì a sventare l'immancabile mistero di sorta e a dare nuova linfa a una squadra arrugginita per l'inazione – ricordiamo il dolce Velasco, innamorato non corrisposto di una Wally finalmente più umana, e il sornione Malara, PM calabrese che non conosce rifiuti? Quei mesi da fuori sede, soprattutto, fra disastrose lezioni di sci e malinconici paesaggi lacustri, sono una punizione o un'opportunità? Con un futuro lavorativo e sentimentale in forse, per una Alice nuovamente punto e a capo è tempo di imparare a camminare da sola, benché le sette ore di distanza da Roma spaventino. Via la voce conciliante di Lana Del Rey in cuffia: meglio tenere a mente il motto speranzoso di Rossella O'Hara. Basta considerare l'obitorio e la statistica nemici giurati: a volte, infatti, la routine somiglia a un porto sicuro. Facile, per di più, se i guai non si dimenticano di venirci a cercare al nuovo indirizzo: qual è il prezzo effettivo e simbolico del Beloved Beryl, diamante tanto sfavillante quanto maledetto recuperato prima nello stomaco di un piccolo rapinatore dell'Est, poi consegnato per sbaglio al sedicente truffatore Alessandro Manzoni?

Non ho mai pensato che la fiducia fosse un sentimento così volatile. Un attimo c'è, quello dopo non c'è più. Magari funzionasse così anche con l'amore.

Da un lato, così, ci si addentra nell'avidità della famiglia Megretti Savi, sulle tracce di un ladro alla Cary Grant – attraente, l'incarnato olivastro, i modi signorili – già noto nella Capitale. Ma la risoluzione del giallo, a opera di terzi e ricostruita in quattro e quattr'otto, questa volta non soddisfa. Dall'altro, invece, leggiamo emozionandoci l'evoluzione del rapporto fra due che si lasciano e si pigliano come, da tradizione, spetta alle coppie storiche: Alice sogna a occhi aperti il principe azzurro, peccato che Claudio somigli però più all'orco burbero e villano. A modo suo, eppure, fra un romanzo e l'altro, ha imparato ad amarla nonostante lo scarto fra le fantasie di lei e la realtà dei fatti. A sufficienza? Per Alice, così, sono da mettere in conto cicatrici in più; una “sindrome da cuore in sospeso” ormai fattasi dolore cronico. E spetta propria a un Claudio inedito – sapevamo poco, infatti, delle sue origini provinciali, degli sforzi per conquistare dal niente una camera con vista ai Parioli – un compito talora ingrato: farle male a fin di bene. Aprirle gli occhi, insegnandole le dosi necessarie di cinismo e disincanto. Per essere un medico legale migliore, e una giovane donna resistente agli urti. Aggiungete, poi, i commenti di un'affittuaria impicciona che, in uno spassoso easter egg, millanta una straordinaria somiglianza tra Contorti e l'attore Lino Guanciale; una nonna che non si perde una puntata di Poldark, specchio stando a lei di qualsiasi storia d'amore; l'immagine divertentissima di una Alice intabarrata come Totò e Peppino a Milano, che davanti a un assortimento a fantasia di cupcake si consola come può per le nascite, gli sposalizi, le dipartite.

Ricorderò sempre questo giorno come quello in cui per seguire la mia strada ho fatto cose assurde. Il momento in cui le sliding doors stanno per chiudersi e io ho infilato il piede. E le ho riaperte. Certo, la caviglia mi farà un male cane. Ma le ho riaperte.

Alessia Gazzola e la sua eroina hanno fatto le valigie e, a giudicare dal tono dell'arrivederci, potremmo non leggere di loro per un po'. I diamanti saranno anche i migliori amici di qualcuno, cantava Marilyn, ma qui sono intanto sette carati a generare amarezze e velenosi scontenti. Si preferisce loro sempre un bel romanzo, a scanso di delusioni. E si preferiscono i ringraziamenti sinceri di Alessia e la mancanza di cerimonie di Claudio, che non credono alle etichette ma alle promesse solenni sì. Soprattutto se fatte ai lettori, croce sul cuore, e a un'allieva per cui gli esami (autoptici e di coscienza) non finiscono mai.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Le mie mille me

sabato 15 settembre 2018

Recensione: Isola di Neve, di Valentina D'Urbano

| Isola di Neve, di Valentina D'Urbano. Longanesi, € 19,90, pp. 500 |

L'acqua ha fiuto, l'acqua ha storia, l'acqua ha memoria. Qualche volta prende e qualche volta dà. Al pari di un'autrice romana, qui alla sua sesta fatica, che non ci lascerebbe mai annegare. L'ultima Valentina D'Urbano me l'ha data in regalo l'alta marea. Tutte le onde, così, portano a Novembre attraverso la strada più corta. Si avvicinano progressivamente alle esalazioni di salsedine e marcescenza del porto, centro nevralgico di un paese alla deriva nel Mediterraneo che di pesca e vacanzieri riesce a sopravvivere. Si infrangono sul basalto della prigione di Santa Brigida, abbandonata a sé stessa più di mezzo secolo fa, fino a eroderlo implacabilmente. Leitmotiv sempiterno, sono appunto le onde a far veleggiare il peschereccio di Neve e la barca a motore di Manuel ed Edith: lei isolana ferma alla seconda elementare, loro visitatori incalzati dal giallo di un Guarnieri scomparso, sono separati in realtà da cinquant'anni di storia italiana e dall'ingombro di due generazioni. A ben vedere hanno gli stessi capelli biondi, gli occhi che cambiano colore così come cambia il tempo, la pelle riarsa. Stonano da morire su quello scoglio di gente piccola e nera. Forse, non avrebbero mai dovuto incrociare le loro reciproche rotte. Ma il caso vuole che in certi luoghi dell'anima, in certi romanzi ad ampio respiro, la serendipità sia un'incantevole presenza e il tempo soltanto una convenzione. C'erano una volta, negli anni immediatamente successivi al dopoguerra, una diciassettenne incompresa e l'ultimo prigioniero di un carcere fuori norma destinato di lì a poco a chiudere i battenti: l'adolescente si chiamava Neve ma si presentava con l'accrescitivo di Tempesta all'esimio criminale che proveniva dai bombardamenti di Dresda e la faceva innamorare suonando il violino come un diavolo, ma promettendole come un angelo custode un futuro insieme in una Roma da cartolina. Li aspettava, non troppo a sorpresa, l'oblio di un finale disperato; nel nuovo millennio, purtroppo, non c'è più nessuno che sappia di loro. Che si sono divisi teneramente tra le sbarre cioccolato dolce e amare verità, che si sono protetti pensandosi a vicenda quando il padre di Neve la pestava a sangue e un lume acceso non bastava a rischiarare la cella di Andreas Von Berger, compositore senza gloria.

Per un sacco di tempo ho pensato che prima o poi mi sarei ammazzata. Mi sarei buttata dalla scogliera. Adesso non lo penso più. Adesso non ho più tanta voglia di ammazzarmi. È meglio, è peggio, chi lo sa. So solo che adesso mi va di vivere.

Oggi, invece, in una stagione che scoraggia i vacanzieri, ci sono due figli degli anni Ottanta che si immaginano per un po' gli unici abitati di un'isola in stato di abbandono, gli ultimi amanti al mondo: Manuel fugge dal senso di colpa e, messo con le spalle al muro, si rifugia nella casa dei nonni Livia e Libero come un bambino bisognoso in cerca dei sapori e del conforto di un'infanzia sperperata troppo presto; la tedesca Edith, piercing dappertutto e qualche chilo in più, a quel ventottenne con i vestiti da vecchio fa la barba e prepara un'ottima carbonara. Si scaldano la notte, quando fuori soffia il maestrale, e insieme si imbucano alle feste in piazza. Lei si fida ciecamente di lui, anche se non dovrebbe. E insieme scoprono il pericolo e lo stupore dello scoprirsi compagni di avventure, in una caccia al tesoro spesso a confine con la ghost story. Che fine ha fatto il concerto per violino solo di Andreas, cos'è stato della giovane ribelle che rese degna di essere vissuta quel poco di vita che gli restava? Giuro che a metà lettura l'ho fatto, sì: ho cercato informazioni su Google, sovrappensiero, per scoprire amaramente che le isole di Novembre e Santa Brigida non esistono mica; che non potrò sentire un concerto di Von Berger perché non c'è stato nessun musicista con quel cognome. Com'è possibile, se ci sono stato in visita per cinque giorni? Com'è possibile, se io l'ho sentito suonare Vivaldi?

Se ami davvero qualcosa, la ami a tal punto da farti del male.

Valentina D'Urbano avvisa i naviganti. Inventa vite sott'acqua e scorci paesaggistici, ricordi che questa volta ingannano per quanto appaiono reali. Tiene lezioni di nuoto e di respiro a beneficio di personaggi che scelgono di restare lì, con un'isola che sembra una prigione e una prigione che sembra un'isola da spartirsi in due. Tralasciando i difetti evidenti nella caratterizzazione della vendicativa ex di Manuel, Greta, personaggio secondario tanto fuori posto da sembrarmi la comparsa di un indegno romanzo rosa, Isola di Neve approda per il resto dalle parti di Acquanera, il mio preferito: atmosfere cupe, apparizioni evanescenti e sogni impossibili, promontori ai confini della realtà come nella brughiera di Heatchliff. L'intensità e l'emozione sono assicurate. Valentina infatti parla sempre d'amore, e sempre in maniera diversa dalla precedenze. Come ci riesca, onestamente, non lo so. 
A spaziare nei generi pur conservando una riconoscibilissima coerenza di fondo. 
A sopravvivere ogni volta alle sue storie, che stremano il cuore. 
A rinunciare ai personaggi che ha messo al mondo e reso memorabili, con il rischio che dalla sua penna ne arrivino poi altri, magari nel romanzo subito successivo, a scalzarli in fretta dai ricordi. Noi lettori abbiamo una memoria da elefante, a volte, e profonda riconoscenza. Perché ai nomi indimenticabili di Alfredo, Vadim e Fortuna se ne affiancano semplicemente altri, senza rimpiazzarli né tradirli – incommensurabile la commozione per l'eponima Neve, che mi ha ricordato la straordinaria Lila di Elena Ferrante. E alla generosità emozionale dell'autrice non si può rispondere perciò che con altra generosità, di rimando, con il groppo in gola, soprattutto in un anno di letture che di rado mi hanno coinvolto altrettanto.

Tra molti anni, Neve, solo tu ti ricorderai di questa cosa. Sarà svanita nel nulla, sparita dalla memoria di tutti, ma non dalla tua. Un uomo ha bisogno di una cosa sola nella vita. Ha bisogno di qualcuno che continui costantemente a perdonarlo. E tu mi devi fare questo favore. Tu mi devi perdonare. Per tutta la vita, bambina.

Ci vogliono cinquecento pagine pienissime affinché si sciolgano i misteri di Neve, affinché si plachi la Tempesta su quel che resta di Santa Brigida, affinché si possa lasciare Novembre già nel mese di settembre. Nel bel mezzo di questi miracoli meteorologici e di questi giochi di parole, Valentina D'Urbano inventa i trascorsi di un musicista mai nato, e dunque mai morto, e uno scorcio di Mediterraneo che non troveresti sulle mappe. 
La biografia di un'isola pulsante, la geografia di un cuore a picco, che forse esistono davvero ma, come nella leggenda di una novella Atlantide, si nascondono negli abissi con le mareggiate. 
Per riaffiorare poi quando il mare letargico se ne va a dormire, congedati da bravo padrone di casa gli ospiti festanti e i turisti stranieri, lasciando sul bagnasciuga d'un tratto spoglio una storia bellissima in un messaggio in bottiglia e conchiglie parlanti. Accostane qualcuna all'orecchio, potresti sentirci rimbombare dentro gli schiaffi dei cavalloni e il suono dei violini. Potrebbero parlarti di tutti loro.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elisa – The Waves