Visualizzazione post con etichetta fantasy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fantasy. Mostra tutti i post

sabato 17 luglio 2021

Recensione: Il libro delle cose nascoste, di Francesco Dimitri

| Il libro delle cose nascoste, di Francesco Dimitri. Longanesi, € 18, pp. 352 |

È il dieci giugno. E come ogni anno, da tanti anni, un gruppo di amici si riunisce rispettando un giuramento solenne: quello di non perdersi di vista. Ormai adulti, disillusi e amareggiati, devono fare i conti con un posto vuoto a tavola: perché Art, l'anima della compagnia, è assente? Incostante e poliedrico, protagonista perfino nell'assenza, questo personaggio è un giallo da risolvere. Ma la sua assenza è soltanto il primo dei misteri del Libro delle cose nascoste, secondo romanzo di Francesco Dimitri che leggo dopo il bellissimo L'età sottile.

Qualunque cosa accada, ovunque ci porti la vita, ci incontreremo in questo posto, in questo giorno, a quest’ora. Non fa nessuna differenza se per il resto dell’anno non ci vediamo mai, o se invece ci sentiamo regolarmente. Non faremo mai menzione del nostro rendez-vous. Non cercheremo mai di cancellarlo o di spostarlo. […] Ci siederemo al nostro tavolo e faremo finta che il tempo no sia passato. E fanculo al mondo reale.

L'autore e saggista italiano, considerato un'eccellenza del fantasy, racconta nuovamente il fascino brullo del Salento ma questa volta in un'altra lingua: scritto in inglese e pubblicato con successo all'estero, il suo ultimo romanzo arriva in Italia in traduzione e con un notevole ritardo. Avvincente e cinematografico, con toni pulp che ricordano un po' il cinema di genere degli anni Settanta, il romanzo è vittima della troppa carne al fuoco e dei cliché in surplus. Raccontato a voci alterne dai protagonisti, l’autore propone un trio di personaggi alle prese con le classiche nevrosi della mezza età. Fabio, fotografo di moda pieno di debiti, ha un debole per la moglie del migliore amico; Mauro, avvocato, vive annoiatamente il ruolo di padre e marito; Tony, chirurgo omosessuale, fa i conti con i vecchi fantasmi dell'intolleranza. Non mancheranno le abbuffate, le scene di sesso spinto e procaci femme fatale – tutte così le figure femminili: meglio farci il callo –, sbucate quasi da una comune fantasia adolescenziale. In sella a una Vespa, Fabio e gli altri se ne vanno a zonzo in un Sud all'apparenza immutabile, in cui la fissità inquietante del paesaggio e della società sembra il frutto di una maledizione. A ritmo di taranta, Dimitri conduce i suoi eroi in un viaggio fosco e peccaminoso, tra trulli trasformati in camere sadomaso e coreografici rituali mafiosi. Art, intanto, avrà pestato i piedi al boss sbagliato?

Le Cose Nascoste non si curano di noi, ma in alcune circostanze mordono, proprio come le vipere. E quando succede, non serve a niente invocare l’aiuto dei santi: non ne danno alcuno. Perché i santi, come le vipere, sono Cose Nascoste.

Le risposte si annidano nel fitto di un uliveto, in cui l'amico già sparì all'età di quattordici anni; nei confini demarcati dai muri a secco, che sembrano separare o dischiudere mondi possibili; in un manoscritto battuto fittamente a macchina – lo stesso che dà il titolo al romanzo –, in cui si farnetica di contrade segrete e ricerche del tempo perduto. Con abilità innegabile, Francesco Dimitri doma lo scirocco e trasforma il quotidiano in magia al pari della collega Lavinia Petti. Ma questa volta l’elemento fantasy è appena accennato e la presenza del soprannaturale, sottile e sfuggente, è un dubbio mai chiarito del tutto, insieme al contenuto del famigerato Libro delle cose nascoste. Benché mi abbia divertito, risvegliando in me l'adolescente che amava le lunghe amicizie di Stephen King e i campi di grano di Niccolò Ammaniti, dopo tanta attesa sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Negramaro - Singhiozzo 

giovedì 25 febbraio 2021

Recensione in anteprima: L'ultima estate, di André Aciman

| L'ultima estate, di André Aciman. Guanda, € 16, pp. 160 |

Prendete una località turistica in alta stagione. Collocateci un nutrito gruppo di villeggianti americani: rumorosi, cinici, un po' sprezzanti. Aggiungete al loro tavolo un ospite misterioso: un gentiluomo sulla sessantina, con un impeccabile accento inglese, origini peruviane e un fiuto infallibile per i segreti altrui. Se poi vi anticipassi la nascita di un amore istantaneo, in grado di superare un importante gap generazionale, ogni indizio sarebbe al posto giusto. A occhi chiusi sapreste dirmi di essere proprio in una storia di André Aciman. Dopo il successo di Chiamami col tuo nome e di quel seguito non apprezzato all'unanimità – a me piacque molto –, l'autore torna oggi in libreria con un romanzo che somiglia più a un racconto lungo. Scritto con eleganza e ironia, si legge in un pomeriggio. Se da un lato Aciman ripropone nuovamente la sua formula consolidata, dall'altro aggiunge leggere venature paranormali per sorprendere il lettore.

La persona amata ritorna sempre. Vedete, è la vita a essere transitoria, non l'amore.

Ambientato in una Costiera amalfitana sospesa nel tempo, dove tutto appare possibile, L'ultima estate si colora di magia grazie al dono di Raùl. A colpo d'occhio il sessantenne indovina i segni zodiacali, i sentimenti inespressi e le conformazioni familiari dei protagonisti. Capace anche di inspiegabili abilità taumaturgiche, filosofeggia di multiversi e connessioni, vite passate e vite possibili. Malinconico flaneur, Raùl fa da Cicerone alla bella Margot: l'unica tra gli americani a trattarlo con sprezzo. Tradita troppo in fretta la dimensione corale dell'inizio, Aciman segue la strana coppia tra pranzi prelibati, passeggiate e rivelazioni. Paradisiaco, lo sfondo campano cinge i protagonisti in un abbraccio di frutti esotici, giardini lussureggianti, anfitrioni facoltosi. E, al solito, grazie alla cultura umanistica dell'autore si tinge di un irresistibile fascino leggendario: nel sesto libro dell'Eneide, infatti, Virgilio scriveva che lì sorgevano i “lugentes campi”, luoghi in cui solevano struggersi gli amanti inappagati.

Non facciamo che ricostruire e reinventare sia il passato sia il futuro. A volte, mentre ci troviamo per strada o su un autobus affollato, ci assale il pensiero che quella persona di cui abbiamo intercettato lo sguardo o che abbiamo appena incrociato sul nostro cammino sia un'altra versione di qualcuno che abbiamo amato in passato e ameremo in futuro. Quella persona, però, potremmo essere noi stessi in un altro corpo. E la cosa bella è che lo sentiamo entrambi. Quella persona siamo noi, oppure è qualcuno destinato a noi che però in ogni vita continua a sfuggirci? Noi in un altro, non è forse questa la definizione di amore?

Delicato dialogo generazionale ai confini della realtà, il racconto propone una spiegazione soprannaturale per far luce su colpi di fulmine e dejà vu. Avete mai avuto la sensazione di essere già stati in un posto? Vi siete mai domandati cosa spinga persone inconciliabili l'una tra le braccia dell'altra? Il pieno apprezzamento dell'Ultima estate dipenderà dal vostro grado di romanticismo, da quanto crediate alle anime gemelle e ai miracoli. Scettico per natura, ho accolto con il sopracciglio alzato la deriva fantasy di Aciman – questa volta somiglia più ai colleghi Guillaume Musso e Marc Levy –, benché vinto comunque dalla dolcezza dell'epilogo. Il più grande difetto di questa lettura si rivela essere anche il suo più grande pregio: lo sfondo oleografico di un'Italia da cartolina, anzi da favola, che riempirà di malinconia al pensiero di quando ci era concesso di essere innamorati, abbronzati e in vacanza. Si chiama L'ultima estate, ma ci tenta a fantasticare sulla prossima. Cosa avrà in serbo per noi?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Un'estate fa

martedì 8 dicembre 2020

Recensione: L'Ickabog, di J.K. Rowling


| L’Ickabog, di J.K. Rowling. Salani, € 19,80, pp. 307 |

C'era una volta una scrittrice che allevò un'intera generazione di lettori. Una zia, una madrina, una maestra. Una di quelle che avrebbero fatto meglio a investire le proprie energie sui libri, anziché su Twitter, per non perdere la credibilità e per non sottrarci la magia dei nostri ricordi migliori. J.K. Rowling è tornata in libreria, ma quest'anno se ne sono accorti in pochi: rischiano di parlare più forte le sue considerazioni sui social rispetto a una storia come questa, di cui io stesso non sapevo di avere bisogno prima di leggerla. Peccato, perché è davvero una storia bella: soprattutto da scartare sotto l'albero a Natale. Avevo immaginato una lettura innocua e piacevole. Una favoletta per bambini per riempire il tempo, con più illustrazioni – quelle all'interno sono state realizzate dai piccoli lettori durante il lockdown – che parole. A sorpresa, questo libro dalla copertina verde smeraldo comprende trecento pagine fittissime di avvenimenti, dettagli e atrocità. Nella migliore tradizione dei fantasy medievali, infatti, propone al lettore la topografia di un regno particolareggiato e una densa serie di andirivieni condita da efferatezze di varia natura. Perché c'è del marcio a Cornucopia, proprio come nella Danimarca del Bardo.

Quando mi mangerai, Ickabog, lascia il cuore per ultimo. Vorrei mantenere i miei genitori in vita il più possibile.

Regno idilliaco dilaniato da cospirazioni e lotte intestine, è governato da un sovrano sprovvisto di qualsivoglia fermezza. Vanitoso, sciocco e volubile, re Teo si lascia consigliare da due serpi che fingono di avere a cuore i suoi interessi ma che, lavorando inosservati alle loro trame, rischiano di trasformare la monarchia in tirannide. Per nascondere i segni della corruzione, hanno fatto dell'Ickabog la causa di tutti i mali: il mostro leggendario vive nella nebbia e negli acquitrini dello spaventoso Nord, e le diatribe sulla sua effettiva esistenza hanno portato alla formazioni di eserciti di fortuna, tasse alle stelle, omicidi brutali poi imputati puntualmente alla creatura. C'è qualcosa di soprannaturale nella palude, oppure è un'invenzione a tavolino per distrarre il re dai misfatti dei sottoposti? L'allarmismo si ingigantisce passando di voce in voce. Il mostro è una suggestione crescente; un capro espiatorio per celare traffici mossi da opportunismo e omertà. I cattivi dell'ultima Rowling sono realmente cattivi. Uccidono atrocemente i genitori, minacciano gli orfani dei supplizi più brutali, spargono sangue e illazioni.

In tutti quegli anni, non era mai riuscita a convincere Marta che l’Ickabog non esisteva. Quella sera però avrebbe voluto credere anche lei nel mostro, invece che nella malvagità umana che aveva visto negli occhi di Lord Scaracchino.

Scorretto e un po' crudele, con una vena grottesca che ricorda Roald Dahl, il romanzo parla il linguaggio semplice dell'infanzia ma nasconde un cuore politico. Chi non si allinea alle idee dei consiglieri del re è percepito come un nemico pubblico. Gli eversivi sono destinati a scomparire nel nulla. I popolani cadono sotto il peso degli stenti e dei dazi. I bambini, chiamati a sbrigare cose da grandi, sfuggono a orfanotrofi dickensiani per coalizzarsi. Guidati da Robi e Margherita – il primo figlio di un soldato assassinato, la seconda di una sarta morta di stanchezza appresso alle richieste del sovrano –, i piccoli protagonisti rappresentano la speranza delle nuove generazioni. La purezza dei loro sguardi mette in moto timide rivoluzioni e marce pacifiste. E quando giungerà, l'immancabile lieto fine sembrerà il trionfo della democrazia. Intelligente e grazioso, cos'è L'Ickabog se non lo svelamento di un'ingannevole fake new? J.K. Rowling non ha perso il tocco. Tra una polemica e l'altra, purtroppo, ne avevo dubitato anch'io. Insomma: c'era una volta, in realtà, una scrittrice che per fortuna c'è ancora.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay – Magic

martedì 17 novembre 2020

Recensione: La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig

| La biblioteca di Mezzanotte, di Matt Haig. E/O, € 18, pp. 329 |

Sono tutti un po' persi a venticinque anni. In Un giorno, uno dei miei romanzi preferiti, la protagonista Emma si consolava dicendosi così: la giovinezza è infatti sinonimo di smarrimento. Con il passare degli anni troviamo forse un senso alla nostra inadeguatezza? Mento a me stesso dicendomi di sì, ma sono convinto che ogni età abbia le sue preoccupazioni: amaramente, la perfetta felicità è una prerogativa da privilegiati. Sarebbe d'accordo con me Nora Seed, che di anni ne ha già trentacinque e comunque non ha trovato un senso alla monotonia delle sue giornate. Di famiglia italo-inglese, sola e frustrata nell'uggiosa periferia inglese, ha tempo a sufficienza per crogiolarsi nell'autocommiserazione. Mentre i coetanei sembrano presi dalla vita da adulti, Nora ne è tagliata fuori: vivacchia arrangiandosi con lavori prepari, in compagnia di un gatto che purtroppo morirà proprio alle prime pagine. Alcune esistenze sono solite percepirsi alla stregua di buchi neri, e le circostanze sfavorevoli non aiutano a cambiare punto di vista. La chiamano depressione situazionale: chi non ne ha mai sofferto? Quest'anno con me è stato inclemente. Ripiegato su me stesso, chiuso nella solita stanza, ho pieno diritto a dichiarare stanchezza sollevando bandiera bianca. Nora è così stanca da spingersi verso il punto di non ritorno: dopo un'overdose di barbiturici, si ritrova nel limbo tra la vita e la morte. Una zona grigia che, a sorpresa, qui è coloratissima.

Avresti agito diversamente, se ti fosse stata concessa l'opportunità di gettarsi alle spalle i rimpianti?

Il luogo del trapasso ha le fattezze di una biblioteca eternamente ferma a mezzanotte, con le architetture immaginifiche e i trucchi di un'invenzione della Rowling: sugli scaffali ci sono file e file di libri – ogni libro contiene una vita possibile –, ma il libro più pesante e polveroso è quello dei rimpianti. La protagonista ha paura di morire, oppure di vivere? L'autore fa di ciascun capitolo una storia diversa. In uno Nora gestisce un pub con il fidanzato, in un altro è una campionessa di nuoto, in un altro una glaciologa, in un altro ancora una rockstar di fama internazionale. Moglie, madre e sorella, nel suo limbo legge di vite utopistiche, improbabili, avventurose. Ma ognuna di esse nasconde banalmente bugie, musi lunghi, compromessi. Non esistono situazioni idilliache né attimi da incorniciare. Se la perfezione non esiste, in quale bolla di sapone potrebbe rifugiarsi? Fedele alla filosofia del pensiero positivo, il prolifico Matt Haig – che tra narrativa e saggistica parla spesso di ansie e nevrosi – propone la teoria del multiverso come cura al mal di vivere. A metà tra Canto di Natale e Cambia la tua vita con un click, ma con passaggi da mancato manuale di auto-aiuto, il suo ultimo romanzo è una fiaba didascalica che anziché allietarmi mi ha infastidito. L'autore calca la mano, tanto nella tragedia quanto nella spensieratezza.

Può condurre alla pazzia, pensare a tutte le vite che non viviamo.

Si accarezza l'idea del suicidio per motivi ben meno catastrofici di quelli di Nora, dal momento che siamo tutti frangibili. Si ritrova la retta via senza scomodare viaggi astrali e miracoli, dal momento che ci spezziamo ma non ci pieghiamo. Sopra le righe e decisamente semplicistico, infarcito di continue citazioni filosofiche, La biblioteca di Mezzanotte è un romanzo troppo consolatorio. In giornate nere di queste mi sarebbe piaciuto ritrovarci il calore di un abbraccio, invece l'ho scoperto talmente prevedibile e zuccherino da risultare noioso. La morale, immancabile, è proprio la solita e fa sollevare gli occhi al cielo: la vita è un dono, non va sprecata bensì vissuta. Ode alle imperfezioni e ai momenti da cogliere, si legge comunque con piacere grazie alla penna ironica di Haig: peccato che sia così spudoratamente propositivo da regalare sensazioni opposte a quelle sperate. Ho letto i libri delle mille vite di Nora Seed. Presi in prestito, però, a fine lettura li ho restituiti al mittente senza ritardi né tentennamenti prima che scattasse il minuto successivo alla mezzanotte. Per quanto importante, infatti, conoscevo già la lezione a menadito.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fiorella Mannoia – Che sia benedetta

sabato 2 maggio 2020

Miniserie "fantastiche" e dove trovarle: Tales from the Loop | The Outsider

Cosa accadrebbe se l’America rurale dei romanzi di Kent Haruf incontrasse i temi della fantascienza? Tales from the Loop, serie antologica distribuita su Amazon Prime Video, sembra nascere da una contaminazione simile. Il risultato è un esperimento poetico e incantevole, che non regala né incastri né spiegazioni istantanee, ma immagini di una bellezza tanto straordinaria da commuovere. Gli otto episodi sono dei mediometraggi pressoché autoconclusivi che ruotano attorno alle vicende della famiglia di Jonathan Pryce e Rebecca Hall:  suocero e nuora sono ai vertici di una misteriosa azienda che gioca con scienza e magia nel sottosuolo di un’imprecisata cittadina. A occhio e croce siamo negli anni Ottanta, ma non aspettatevi colori e canzoni a tema: la fotografia avvolge con le sue sfumature tenui, infatti, e la colonna sonora è un brivido continuo garantito dal talento di Glass. Sui poster, inoltre, s’intravedono dei bambini che corrono e a torto si potrebbe pensare a una riproposizione di Stranger Things: niente di più sbagliato. I racconti che compongono la serie vivono di suggestioni e piccole idee, di pelle d’oca. Molto tristi, a ben vedere, mettono però l’anima in pace come soltanto alcuni autori sanno fare. Sullo sfondo di un Paese bellissimo e malinconico, in cui perfino la fantascienza non fa inutili schiamazzi, giacciono abbandonati vecchi robot e carcasse di marchingegni. Con ritmi lenti e immersivi veniamo a conoscenza di una bambina la cui casa è stata risucchiata dal cielo; dell’amicizia tra due ragazzi al centro di un classico scambio di corpi; di un primo amore così spasimato da fermare il tempo; di un nonno alle prese con la malattia, di un padre con le sue ossessioni, di un custode con un triangolo omosessuale; infine di un’isola deserta che ospita un mostro e di una riconciliazione che supera i fiumi del tempo. Mancano le corrispondenze e gli incastri, le vicende restano piuttosto slegate, ma il dettaglio non impedisce di apprezzarne la bellezza complessiva. Lo spettatore è chiamato ad astrarre, a contemplare. A immergersi e basta, senza chiedersi mai se toccherà il fondo; se arriverà a riva. Tales from the Loop, amata più del previsto, è il non-luogo dove arrivano la fantascienza e i mezzi televisivi. Dove arriva la nostra emozione, e per restarci. (7,5)

Stephen King non è nuovo alle pessime trasposizioni. Le eccezioni, anzi, si contano sulle dita di una mano. Come da tradizione, The Outsider era già stato opzionato per una miniserie a scatola chiusa: per fortuna, arrivato in libreria, il contenuto era di quelli belli. Al tempo della lettura, infatti, questo mi era parso un grande ritorno. Un mix tra noir e horror, sorretto da un cast di personaggi memorabili. Come poteva la HBO, sinonimo di qualità, fare male? I pareri degli altri spettatori vi racconteranno un’altra versione della storia: le otto puntate, con lo zampino di Jason Bateman, sono state accolte con il favore di pubblico e critica. Persone, nella maggioranza dei casi, che conoscono poco lo stile del Re e che sono passate alla trasposizione senza prima approfondire la lettura. Io, da fan della prima ora, ne sono uscito deluso e tremendamente annoiato. Ho spalmato la serie in oltre un mese di visione. Sebbene fedele nei fatti – la trama e lo svolgimento sono identici: dopo il sanguinoso omicidio di un bambino, la polizia fa i conti con l’enigma di un colpevole sin troppo facile da incastrare –, The Ousider è la versione ingrigita, rallentata e appiattita della storia originale. Mancano le citazioni interne, il famoso gusto pulp dell’autore, l’ironia bramata perfino nelle situazioni più cruente. I personaggi, serissimi, sono condannati a un anonimato che li rende irriconoscibili. Non ho voglia di riportarvi nemmeno i nomi dei membri del cast, a tal punto mi hanno lasciato indifferente, ma è emblematico il caso di Holly: già presente nella trilogia di Mr. Mercedes, su carta era la risposta femminile a Sheldon Cooper. Distaccata, goffa e geniale, nella serie è tutt’altro: una consulente pensierosa e immusonita, interpretata dalla comunque brava Cynthia Erivo, diversissima dalla controparte cartacea non soltanto per il dettaglio trascurabile del colore della pelle. Lentissima, la serie fa svogliatamente il verso ai toni di True Detective. E la deriva paranormale, quando infine si palesa, finisce per apparire soltanto più stonata. Stravolto spesso in fase di sceneggiatura, Stephen King sembrerebbe essere stato più fortunato in quest’occasione. Meno maltrattato che in altre produzioni, tuttavia, raramente è stato così frainteso. (4,5)

lunedì 20 gennaio 2020

Recensione: Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana

| Luna nera. Le città perdute, di Tiziana Triana. Sonzogno, € 19, pp. 527 |

Tra dicembre e gennaio, grazie agli amici di Instagram, sono stato coinvolto nel mio primo gruppo di lettura. Sulla chat Telegram inaugurata per l’occasione scrivevamo in più di cento. Ci siamo sentiti per circa un mese, dividendo la lettura in tappe e discutendone ogni lunedì. Abituato ai miei personali tempi e a leggere i romanzi d’un fiato, senza spezzettarli né alternarli, all’inizio mi sono calato in quest’esperienza con i piedi di piombo. Con troppe persone coinvolte, infatti, temevo ci sarebbero stati slittamenti, sovrapposizioni, divergenze grandi e piccole; un affollamento di voci di cui non venire mai a capo. Il romanzo in questione, a sorpresa, ci ha trovato stranamente concordi.

Non chiederti se sei una strega, chiediti chi sei.

Colpiti dalla piacevolezza delle prime cento pagine, abbiamo finito per perdere il filo in una seconda parte meno coinvolgente di quella introduttiva e in un finale in cui l’autrice fa il salto definitivo al fantasy. Le attese erano alte. Primo capitolo di una trilogia in fase di stesura e fonte d’ispirazione per la serie omonima, in uscita a fine gennaio su Netflix, Luna nera aveva l’aria di essere una rarità. Un connubio di storia e realismo magico sullo sfondo dell’Inquisizione per parlare, tra le righe,  della secolare forza delle donne – quelle che, caro Amadeus, non indietreggiano mai davanti a un uomo. Ma il risultato, al di sotto delle aspettative, è molto diverso. E dopo cinquecento pagine ammetto di non aver colto né la natura dell’operazione editoriale e televisiva, né di averne percepito l’urgenza. Presentato con una veste grafica sin troppo adulta, con in copertina i commenti lusinghieri di Michela Murgia e Loredana Lipperini – penne celebri del femminismo più impegnato –, l’esordio di Tiziana Triana è in realtà giovanile e fuori tempo massimo. Ho pensato a saghe per adolescenti in voga una decina di anni fa, a cui ho smesso di appassionarmi crescendo: al liceo, eppure, le divoravo avidamente.

Ho combattuto guerre in posti lontani, dove morire in battaglia significa cadere con onore. Ho preferito sempre la vita, anche quando non era dignitosa. Il mio essere donna, sotto quegli abiti maschili, mi ha permesso di guardare il mondo con occhi differenti. Per noi la vita vale sempre di più, semplicemente perché non abbiamo ancora iniziato a viverla.
La storia segue la maturazione di Ade: un’orfana di sedici anni che, nel cuore del Seicento, insieme al fratellino Valente viene accolta in una casa popolata da sole donne. Costrette ai margini e accusate dei crimini peggiori, le protagoniste leggono libri proibiti; studiano le proprietà delle erbe e il combattimento; rifuggono qualsivoglia contatto con gli abitanti di Serra. Parlano di una profezia, e sono convinte che la nuova arrivata avrà un ruolo chiave. Per tutto il tempo, in un’atmosfera ovattata e sospesa, ci domandiamo se siano davvero fattucchiere o ribelli. Immancabilmente l’amore ci metterà lo zampino: quello – proibito, ovvio – di Ade verso Pietro, figlio del capo dei Benandanti e dunque suo acerrimo rivale. Quale futuro possono avere una presunta strega e un inquisitore, benché quest’ultimo anteponga la razionalità scientifica alla fede cieca? 
Assodata la piacevolezza dello stile di Tiziana, diretto e scorrevole, tocca però rimproverarle una trama che interessa in maniera discontinua e una chiusa pasticciata: i capitoli di tanto in tanto sono semplici situazioni giustapposte, interrotti dalle digressioni sul passato del gruppo; i personaggi, maschili e femminili, risultano anonimi e intercambiabili; il gusto scenografico da serial americano – penso all’improbabile ballo in maschera in cui le streghe si imbucano vestite da animali della foresta: insomma, come non dare nell’occhio –, tradisce la bellezza delle atmosfere rurali. Ma il difetto maggiore è la presenza forzata di tematiche importanti, dall’omosessualità al femminicidio, gettate alla rinfusa in un calderone già di per sé ribollente: il libro di ricette di nonna Antalia non diceva nulla, vero, a proposito d’ingredienti e dosi consigliate? Con un piccolo spunto dilatato oltre il dovuto, il romanzo ha dentro troppo ma anche troppo poco. Con una curiosità mista a timore, allora, mi domando cosa potrebbero riservare i prossimi volumi. Vorrò assistere a un’altra eclissi? Mi tengo il beneficio del dubbio, e tanto dipenderà dalla riuscita della trasposizione. Per ora, purtroppo, niente di nuovo sotto il sole. Anche se in cielo scintilla, sinistra, una luna nera.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Panic! At The Disco – Into The Unknown

lunedì 30 settembre 2019

Recensione: L'Istituto, di Stephen King

| L’Istituto, di Stephen King. Sperling Kupfer, € 21,90, pp. 565 |

Parlarne male mi spezza il cuore. È come disonorare il padre e la madre nei dieci comandamenti. Significa dichiararsi amareggiati da un mentore che immaginavamo infallibile per definizione. Almeno a memoria, dai fasti di 22/11/'63 in poi, non credo ci sia stato un solo romanzo dei suoi che mi abbia deluso altrettanto. Salutato dai più come un grande ritorno alle origini, L’istituto non mi è piaciuto. Questione di punti di vista: per me il Re, infatti, non era mai andato via – quindi quale ritorno, e da dove? 
Le premesse erano delle migliori. Ancora i bambini protagonisti, ancora una storia di perdita dell’innocenza e infanzie violate: gli ingredienti segreti, insomma, dei suoi capolavori passati. Ma fra uno sviluppo che non brilla di luce propria e una lunghezza francamente inspiegabile, le analogie con L’incendiaria e Il talismano purtroppo finiscono qui. La trama è presto detta: Luke, dodicenne prodigio già pronto agli esami di ammissione al college, viene strappato alla famiglia – mamma e padre sono freddati nel cuore della notte – e rinchiuso in una prigione nelle foreste del Maine settentrionale. Il risveglio in quel posto, per dirla alla sua maniera, somiglia all’essere catapultati in una serie televisiva nel bel mezzo della terza stagione. Cosa si è perso? Perché quella cameretta perfettamente identica alla sua, ma senza finestre?

Fa’ crollare tutto, pensò. Come Sansone fece crollare il tempio di Dagon dopo che Dalila gli aveva fatto tagliare i capelli con l’inganno. Fa’ crollare questo posto, e schiacciali sotto le rovine. Schiacciali tutti.

A spiegargli le regole e i lati oscuri del soggiorno sono compagni di disavventura come gli sfrontati Kalisha e Nick e il precoce Avery, bambino dai talenti insospettabili. In quel pericoloso paese dei balocchi li hanno divisi fra telepatici e telecinetici. I cattivi spremono e potenziano i loro poteri. Le guardie, inoltre, scongiurano gli atti di ribellione con la televisione accesa, i distributori di alcolici e sigarette, i poster motivazionali – ma nell’Istituto è vietato leggere libri, guardare programmi informativi, accedere a determinate pagine web. Nella Prima Casa i bambini sono cavie da laboratorio; nella seconda, un posto senza ritorno, subiscono una vera e propria lobotomia a furia di film e messaggi subliminali; poi ci sono Gorky Park e l’ala dei forni crematori, di cui all’inizio poco è dato sapere al lettore.
Se la cosa più crudele dell’Istituto è l’impiego dei termometri rettali, se il protagonista la fa troppo facile a realizzare i suoi sogni d’evasione in una prigione in cui nessuno sembra mai prendere grandi accortezze verso i pazienti, qualcosa non quadra. Neanche quando, dopo 350 pagine, i toni diventano quelli di un racconto d’avventura vecchio stile – barche a remi, treni merci, le stelle per orientarsi – e il dramma di Luke si intreccia con l’esistenza di Tim, guardia notturna troppo qualificata per il suo ruolo. Allora, non lo nego, qualche piccola soddisfazione c’è: merito di un assedio da western che contrappone i villici del profondo Sud all’intelligence; di due non protagoniste d’eccezione – Maureen e Orphan Annie –, la prima donna delle pulizie sommersa dai debiti e l’altra clochard che farnetica di cospirazioni internazionali e uomini in nero.

Sanno che sta succedendo qualcosa di strano. Qualcosa di brutto. Non cosa di preciso: questo non vogliono saperlo. Perché dovrebbero? L’Istituto dà loro da mangiare, e in ogni caso chi crederebbe alle loro parole? Quanto a questo, c’è ancora un sacco di gente convinta che i tedeschi non abbiano ucciso tutti quegli ebrei. Si chiama negazionismo.

Perfino le strizzate d’occhio non mancano: ecco spuntare due gemelle dall’aria familiare, che ricordano proprio quelle di un classico dell’horror; ecco una citazione che ci riporta all’istante nella città fantasma di Salem’s Lot. Allora come mai non lo hai apprezzato, chiederete? Ho trovato furbe e forzatissime le connotazioni storico-politiche, che passano dalla tragedia della Shoah a quella dello schiavismo, fino ad andare a bacchettare il solito Donald Trump. I capitoli dedicati al punto di vista degli antagonisti, i soliti scienziati pazzi da blockbuster americano, annoiano. I territori sono gli stessi di Glass e La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, dunque non felicissimi, e i cenni ai mondi Marvel hanno trovato del tutto disinteressato un profano dei cinecomic come il sottoscritto. 
Nonostante le immancabili tinte crudeli, L’Istituto è un racconto per ragazzi di amicizie e primi amori, in cui la morale della favola – banalotta – è che l’unione fa la forza. L’autore non potrebbe sfornare meno di due titoli l’anno ma ragionarci sopra di più? Un adolescente di oggi, mi sono chiesto soprattutto, si sorbirebbe queste quasi 600 pagine affrontate stancamente anche da un fan come me? Probabilmente preferirebbe darsi allo streaming, al binge watching. Un tempo era Stranger Things a omaggiare Stephen King; ora succede l’esatto contrario. E in questa lunga puntata senza idee brillanti o colpi di scena – un compromesso alla moda per mostrarsi al passo coi tempi e parlare alle nuove generazioni –, ho sentito tanto la mancanza di Eleven quanto quella del mio Re.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd - Another Brick in the Wall

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

mercoledì 19 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Disincanto | Rick e Morty | Final Space

C'era una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle, le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto, meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant. Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso, se Il trono di spade è diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)

Prendete un nonno inventore che ritorna all'ovile; una figlia adorante e un genero scettico, noioso, che della famiglia risulta il più sacrificabile; due nipoti più curiosi che intimiditi, in particolare, da traviare nell'arco di tre folli stagioni. Si parla di animazione e fantascienza, due delle cose che meno mi piacciono, ma senza grandi sorprese l'abbinamento non è di quelli letali. Si parla, in ritardissimo, di Rick e Morty: il disimpegno e la leggerezza di una sit-com, sangue e parolacce a fiumi, un amore infinito per il nonsense che si nutre di scenari fantastici, missioni impossibili, paradossi logici e citazioni alte. La serie che, appunto, piace anche a chi su carta il genere non lo digerisce. La serie che vince agli Emmy, per esempio, grazie all'episodio in cui l'irresponsabile Rick si trasforma in un cetriolo pur di non affrontare una riunione familiare che si preannuncia sgradevole. C'è del genio, non lo si può negare mica, in questo Ritorno al futuro col bollino rosso: ma è sufficiente? Troppo sopra le righe ed eccessivo affinché la riuscita sia perfetta o equilibrata, è la dimensione umana, quella interpersonale, che gli manca: soprattutto allontanandosi dalla prima stagione, girata più in piccolo e per questo migliore delle successive, si sente la mancanza degli improperi, in seguito camuffati da un bip strategico; degli interni domestici, delle dinamiche intergenerazionali, a cui si preferiscono i cannibali di Mad Max, mondi alternativi retti dal femminismo imperanti, cloni e deflagrazioni in grande stile. I difetti, forse, stanno in un budget che cresce esponenzialmente; in una serie rinnovata per stagioni e stagioni sulla fiducia, che fa di tutto per stupirci e non ripetersi. Spessissimo ci riesce. Altrettanto spesso, però, rischia di rendere i personaggi semplici macchiette – fa eccezione un Rick che, dopo aver messo in pericolo il nipote e la nostra realtà, di tanto in tanto si ravvede a suon di esami di coscienza –, con copioni di freddure e cattiverie che avvincono e divertono, ma ti impediscono di affezionarti a loro nonostante una compagnia lunga trenta episodi. Non è Bojack Horseman, nichilista e dissacrante. Non è Big Mouth, colorito e sincero. Piuttosto, è un'altra faccia dell'intrattenimento per adulti: a tratti la più fine a sé stessa, ma anche la più audace, la più scatenata. Su questo e altri pianeti. (7)

Siamo sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso, condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale Space ha musiche indovinate, disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere, una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero, da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati, i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –, o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il tentativo. (6,5)

giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

lunedì 3 ottobre 2016

Recensione: Harry Potter e la maledizione dell'erede, di J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

L'amore acceca. Non abbiamo voluto dare ai nostri figli quello di cui avevano bisogno, ma quello di cui avevamo bisogno noi. Siamo stati così occupati a riscrivere il nostro passato che abbiamo rovinato il loro presente.”

Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
Autori: J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
Editore: Salani
Prezzo: € 19,80
Numero di pagine: 357
Sinossi: È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell'eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l'oscurità proviene da luoghi inaspettati.
Basato su una nuova storia originale scritta da J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany, Harry Potter and the Cursed Child, una nuova opera teatrale di Jack Thorne, è la prima storia ufficiale di Harry Potter rappresentata a teatro.

                                       La recensione
Harry Potter è sinonimo di infanzia. 
I primi romanzi letti fino alla fine: i suoi. E sua, la colpa, per le lunghe file al botteghino, quando i genitori assecondavano il nostro capriccio di vedere le trasposizioni la sera stessa della prima. Quanta folla, quanto sgomitare; l'attesa, però, sempre ripagata. Sono un fan, ma non tra i più fanatici in circolazione; in libreria ho una collezione strana, a cui manca qualche tassello: libri di formati, edizioni, altezze diverse.  A questa collezione strana, poteva mancare sì l'ottavo capitolo, La maledizione dell'erede: sequel ambientato vent'anni dopo, che non mieteva consensi in rete e scontentava gli appassionati. Avrei voluto fare un'eccezione, leggerlo in ebook per curiosità, ma metti venti euro fuori programma, un giro al supermercato con la scusa della spesa e, presto, accanto a I doni della morte, ho fatto spazio allo script dello spettacolo che quest'estate, chiacchieratissimo soprattutto per la scelta di un'attrice di colore nei panni di Hermione Granger, è approdotato nei teatri londinesi. La forma, dunque, non sarà quella del romanzo fantastico, bensì del copione teatrale, con la suddivisione in atti, le battute perfettamente scandite, le didascalie a suggerirti parte delle ambientazioni; la Rowling c'è nell'idea, nel sentore di magia comunque tangibile, non nello stile. Partito con scarse aspettative ma tanto bravo a evitare gli spoiler di chi l'aveva già letto e ne era rimasto deluso, alla fine mi sono scoperto alquanto soddisfatto e tutt'altro che pentito dell'acquisto. Dalla mia, poca fiducia verso l'operazione e molta familiarità con il formato: in questi giorni, infatti, cerco idee e spunti per una tesi in Letteratura teatrale e quei giochi di ruolo, quei tempi comici, sono il pane quotidiano. La maledizione dell'erede andrebbe visto; e se acquistato, invece, andrebbe letto tenendo in considerazione meccanismi, stilemi e ritmi che non sono appartenuti ai volumi precedenti, pensati e scritti come romanzi. Tra le pagine, però, ho trovato la stessa magia, emozioni similmente intense, e potrebbe bastare quello. Lo spettacolo, con il dovuto rinnovo generazionale, vede eroi vecchi e nuovi muoversi nei luoghi che conosciamo: ad aspettare il prossimo treno, sul binario 9¾, protagonisti cresciuti e ormai genitori. Harry, quarantenne, ha tre figli: quello di mezzo, Albus, si crede il suo disonore. 
Il ragazzo non è portato per gli incantesimi, non sta in equilibrio sulle scope volanti per i tornei di Quidditch e, finito fra gli storici rivali di Serpeverde, stringe amicizia con il figlio di Draco, un altro adorabile perdente. Non manca la controparte femminile, Delphi: cugina di Cedric Diggory, l'intraprendente adolescente dalla chioma argento e blu li guida alla ricerca dell'unica GiraTempo superstite per mandare indietro le lancette e salvare il parente mai dimenticato. Chi gioca con il tempo, però, si perde: a lungo andare, si brucia. E l'effetto farfalla, inevitabile, avrà ripercussioni importanti sui grandi e sui piccoli. Nelle innumerevoli realtà in cui viaggiano, sabotare le prove del Torneo Tremaghi e salvare Cedric dal Signore Oscuro ha effetti differenti. Qual è il prezzo da pagare, per un destino modificato? Perché la cicatrice di Harry, che nell'ultima pagina dell'ultimo libro aveva smesso di pizzicare, torna a dargli il tormento, insieme a incubi in cui rivive le vessazioni dei Dursley e l'ira di Voldemort? 
La trama, essenziale e un po' macchinosa, è un pretesto per tornare ad aspettare, il primo settembre, lettere inoltrate dalla segreteria di Hogwarts. Se fosse stato scritto come un romanzo, l'effetto fanfiction avrebbe avuto forse la meglio; così, invece, il novello Harry Potter incappa nei difetti dei tempi teatrali, ma compensa con il cuore. Ci sono le allusioni, le atmosfere e i giusti tocchi magici. Si vede che chi l'ha scritto – sospetto, infatti, che l'autrice abbia messo soltanto il nome in calce – ha amato quei mondi. Si vede che chi l'ha letto, nonostante non possa considerarsi un volume complementare, ha amato un po' anche questi qui. A cornice di un delizioso intrattenimento per famiglie, divertente e, qui e lì, particolarmente toccante, che emoziona quelli che, insieme ai maghi della Rowling, hanno imparato l'amicizia, il coraggio e, soprattutto, com'è che si fa a riempire gli spazi bianchi di un testo che non nasce per le librerie – lo spettacolo, con una grande produzione alle spalle, dev'essere una vera gioia per gli occhi -, ma ci è arrivato sulla scontata onda della sua notorietà. Io non ho fatto conti alla rovescia, non l'ho compraso in lingua originale, non l'ho atteso affatto: negativamente prevenuto. L'ho letto, in un paio di sere, prendendolo così com'è: una lettura gradevolissima, più infantile di certo, a cui approcciarsi domandando – come se fosse poca cosa, poi – un buon intrattenimento; un viaggio all'indietro, nei luoghi in cui la magia ci ha conquistato la prima volta. Astenersi babbani.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Harry Potter's Theme