Quando
vengono a mancare certi personaggi, il mondo diventa un luogo un po'
più povero. Pietrificati davanti ai telegiornali, ci scopriamo
orfani. Gli artisti non dovrebbero morire mai. E forse, in qualche
modo, non lo fanno: sopravvivono perfino a loro stessi. La tragica
dipartita di Robert Wright, attore immaginario ispirato al mito di Robin Williams, getta Carlo Serafini e la sua
famiglia nello sconforto: il protagonista, attore e doppiatore, era
la voce italiana di quella star compianta all'unisono. Il loro
curioso rapporto di dipendenza, dopo trent'anni di onorata carriera,
si spezza. Semplicemente aprendo bocca, nel tempo, Carlo ha evocato
mondi e suggestioni: mentre il suo viso anonimo non meritava selfie,
il suo timbro riconoscibile gettava un magico ponte tra l'Italia e
Hollywood. Venuta meno una leggenda, smarrito e disoccupato, realizza
una dolorosa verità: la sua voce appartiene all'oltretomba. Chiuso
in un mutismo impenetrabile, con un sorriso da monaco zen sulla
faccia, Carlo smette di proferire verbo una volta pronunciata
l'ultima battuta dell'ultimo film di Wright. Chi è, adesso, senza il
suo dio? Come mai la moglie sembra tramare qualcosa in combutta con
l'avvocato? Perché Vanessa, collaboratrice licenziata dopo un flirt,
lo ha messo alla gogna? Carlo avrebbe tanto da dire, tanto da
chiedere, tanto da svelare, ma si limita a lasciar parlare gli altri
e a leggere una saga di Stephen King in poltrona. Finché un invasore in cerca di
vendetta e un libricino misterioso, nascosto tra i classici russi,
non lo renderanno artefice di un piano sfuggente fino all'ultimo.
La
verità è che siamo tutti tizi impauriti, vestiti a festa ma
nascosti chissà dove nella speranza che qualcuno si accorga di noi.
Sempre
bravissimo, sempre diversissimo, il prolifico Sacha Naspini torna in
libreria con uno psicodramma dalla struttura teatrale e
dai quesiti affascinanti, soprattutto per i cinefili: quant'è labile
il confine tra verità e finzione, tra persona e personaggio? Siamo
al settimo piano di un condominio romano, in un appartamento di
trecento metri quadrati, con il Natale ormai alle porte: il salotto dei
Serafini, addobbato con cura maniacale, diventa la scenografia
simbolica e beffarda di una commedia a confine con il giallo inglese.
In scena va un gioco al massacro popoloso di personaggi e disvelamenti
continui: forse avrebbe avuto bisogno di una chiusa più incisiva,
con il senno di poi, ma grazie ai suoi passaggi migliori ricorda
Luigi Pirandello. Raccontato in seconda persona, infatti, il
protagonista vive la stessa perdita dell'io di Vitangelo Moscarda: è
uno (Carlo Serafini), è stato centomila (tutti i personaggi impersonati da Wright) e, dall'oggi al domani, si ritrova a essere nessuno. Già
perfetto per un adattamento, La voce di Robert Wright è
un'analisi ironica, dolce e delirante degli ingranaggi della mentre
umana e di quelli, sconosciuti agli addetti ai lavori, della settima
arte. Non dissimile dal suo protagonista, Sacha Naspini si conferma
un maestro indiscusso della parola. E tra le pagine modula la propria
voce – rendendola a capitoli alterni dolente, stridula, raggelante
– evocando a piacimento ora sogni di gloria, ora incubi di
alienazione.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Mina – La voce del silenzio
Stando
a Wikipedia è ai primi posti fra i cattivi più iconici della
storia del cinema. Cuffietta inamidata, sguardo luciferino, metodi
poco ortodossi. Chi era l’infermiera Ratched, l’indimenticabile
aguzzina di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo?
A cinquant’anni di distanza dal film capolavoro, l’instancabile
Ryan Murphy tenta di spiegarci le origini del male. Lo fa citando –
troppo poco la pellicola originale, in verità, e moltissimo gli anni Sessanta –; lo fa inventando alberi genealogici,
sottotrame e moventi. La giovane infermiera trova il volto
dell’attrice feticcio Sarah Paulson. Non nuova alle collaborazioni
con l’autore televisivo né ai racconti del terrore, l’interprete
aggiunge alla collezione l’ennesimo ruolo intrigante e perverso. E
un’altra grande performance. Austera, elegante e bellissima, la
Paulson ci mostra Mildred prima che diventasse Ratched. Infermiera di
guerra, nei primi episodi cerca mezzi leciti e illeciti per essere
assunta presso un dato istituto psichiatrico: l’ultimo
arrivato – il pluriomicida Finn Wittrock – e la caporeparto –
Judy Davis, superba – le daranno filo da torcere,
mentre l’infido D’Onofrio si prepara a diventare
senatore. La serie comincia sotto gli auspici migliori. Gli abiti sono
una gioia per gli occhi, la fotografia che vira al verde è un
omaggio al miglior Hitchcock, il profilo psicologico della
protagonista inquieta. Purtroppo, come puntualmente capita, l’equilibrio ha i minuti contati. L’autore esagera. Con
il sangue, con il sesso, con i volti noti, con vicende di contorno
sbucate da una soap opera patinatissima. Stufa e annoia, inoltre,
inserendo l’immancabile componente amorosa per ammiccare alla
comunità gay: non me ne voglia Cynthia Nixon, che come il vino buono invecchia con classe, ma la sua relazione con la Paulson appare stucchevole. Serviva per forza sessualizzare un personaggio
tanto misterioso? Serviva, ancora, trasformare una villain in
un’anti-eroina piuttosto politicamente corretta? Ratched è
un sapiente falso d’autore. Non ha nulla in comune con il film di
Forman, né per toni grotteschi né per contenuti.
Ma, tra sigla e comparto tecnico, appare una delle stagioni più
godibili degli ultimi anni di American Horror Story: peccato
dovesse essere tutt’altro nelle intenzioni. (6,5)
Squadra
vincente non si cambia. A Broadway così come su Netflix. Questa
volta nelle vesti di semplice produttore esecutivo, Ryan Murphy
adatta una celebre pièce con un cast di amici fidatissimi. Già chiamati a
interpretare questi ruoli a teatro, già più volte entrati nelle
grazie dell’autore, nove
assoluti animali da palcoscenico passano sul piccolo schermo nella
trasposizione fedele di The Boys in the Band. Già portato al
cinema negli anni Settanta dal regista William Friedking, il film –
uno di quelli d’interni, e soprattutto d’interpretazioni –
mostra le spiacevoli conseguenze di una festa di compleanno. Radunati
a casa di un sorprendente Jim Parsons – il più triste, crudele e
contraddittorio del gruppo – per festeggiare il
luciferino Zachary Quinto, otto amici affiatati sono costretti ad
accogliere un ospite dell’ultimo minuto: un compagno d’università
in crisi matrimoniale, che non sa nulla dell’orientamento sessuale
dei presenti. Lo script, effettivamente un po’ datato e non sempre
in equilibrio perfetto, passa in fretta dalla frizzante leggerezza del primo
atto alle rivelazioni gravose del secondo. Dopo un acquazzone
improvviso, i personaggi si spostano dal terrazzo al salotto. Lì
avrà inizio un gioco al massacro, dove qualcuno dirà troppo e
qualcun altro troppo poco. Prima della paura dell’Aids, prima della
nascita della comunità LGBTQ, gli omosessuali newyorkesi dovevano
essere così: il drammaturgo Matt Crowley e il regista Joe Mantello
ne fanno un ritratto figlio dei suoi tempi, a tratti sin troppo
disincantato e amarognolo. A ben vedere cosa hanno in comune i
personaggi, se non il fatto di essere uniti dallo stesso segreto? Accettarsi a vicenda è abbastanza per volersi bene? Ora sguaiato,
ora malinconico, ora desolante, The Boys in the Band racconta
i cuori infranti, le coppie aperte e l’omertà diffusa con i pregi
e i difetti tipici degli adattamenti cinematografici: funzionerà senz’altro maggiormente a teatro. Ma il risultato, un Perfetti sconosciuti
diretto da Ozpetek, merita ugualmente l'applauso.
(7)
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Nives, di Sacha Naspini. Edizioni E/O, € 15, pp. 130
|
Se
telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei, cantava la voce
dell’intramontabile Mina. Ma quante cose si possono dire alla
cornetta? Quanti segreti da rivangare, quanti amori interrotti di cui
venire finalmente a capo, quante catastrofi scongiurate o al
contrario provocate? Tutto per una parola di troppo. Tutto per
togliersi un maledetto sassolino dalla scarpa, lo sfizio.
Era la
prima volta che quella sua vecchia amica si scopriva così, in fatti
che affondavano nell’ignoranza popolare. Alla fine non gli costava
nulla lasciarle credere in veggenti o pozioni, defunti che ti parlano
col verso della civetta e sassi magici. Che ognuno scelga la
solitudine che vuole. Anche darsi una spiegazione da pazzi fa
compagnia.
Da
quando il marito Anteo è collassato nel pastone dei
maiali, Nives – vedova di fresco – vive notti inquiete in quel di
Poggio Corbello. Settantenne all’apparenza dura di cuore, brusca e
incapace di grandi moine, si rifiuta fermamente di seguire
figlia e nipoti in Francia – la Linguadoca, come la chiamerebbe lei. Non ha mai abbandonato la provincia. Non ha mai
pianto, neanche durante le esequie di Anteo. Ma eccola comporre un
numero d’urgenza, sull’orlo del tracollo emotivo, per avvisare il
veterinario del paese: Giacomina, la gallina con la zampa offesa e lo sguardo
rincretinito che tiene da un po’ come dama di compagnia, si è ipnotizzata davanti alla pubblicità del
Dash in TV. Dall’altra parte del filo c’è il veterinario Loriano, alticcio al solito, in lotta contro la tentazione di cadere
svenuto dopo il TG della sera e il russare persistente della moglie
Donatella.
Il passato
è pieno di fantasmi. Per tutti. Così è e così sempre sarà.
Sorretto
da una struttura insolitamente teatrale, quasi da dramma radiofonico,
l’ultimo romanzo di Sacha Naspini è un dialogo pressoché
ininterrotto dove le sole parti descrittive sono le poche didascalie
tra una battuta e l’altra. Per quanto l’espediente dia modo
all’autore di regalarci l’ennesima ottima prova stilistica, al
suo ultimo romanzo – breve e, a sorpresa, indolore – manca la
compiutezza sperata, nonostante siano comunque presente eccessi e
lungaggini. Diffidate dal contrasto della copertina: un nostalgico
bianco e nero squarciato dal rosso sangue del titolo. Accantonato
presto lo spunto umoristico e grottesco della vicenda, la lettura
diventa una fitta conversazione – condotta, però, con una
naturalezza invidiabile –, con pochi dettagli realmente scabrosi e
troppe pettegolezzi.
Una certa
Nives è stata massacrata nell’82. Quello che è successo dopo è
un’altra cosa. Non è roba da poco vivere con lo spettro di quel
che saresti potuta essere. Ti guardi allo specchio e prima di darti
il buongiorno vedi quello.
Quali
sono i retroscena dietro il suicido della sfortunata Rosaltea,
sedotta e abbandonata dal gigolò Renato? Cos’ha legato e diviso i
protagonisti nell’autunno del 1982, anno di cui portano ancora
qualche cicatrice? Tra sensi di colpa, sospiri e tradimenti
coniugali, ho scorto lo zampino di Naspini nei personaggi ruspanti,
nei loro sentimenti spesso primordiali e, purtroppo, in poche altre
situazioni. In particolare l’epilogo – un’epifania melensa sul
reale senso della vita – mi è parso forzato, al pari della
presenza di piccoli grandi tabù inseriti puramente come marchio di
fabbrica. Nives è una lettura piacevole a opera di uno
scrittore da cui si pretendeva lo spiacevole, il disagio, lo shock. A
uscirne realmente vincente è lei, la protagonista eponima, che
ricorda un po’ la compianta Olive Kitteridge e un po’ una
perfida fattucchiera. Delusa atrocemente trent’anni prima, qui
reclama attenzioni, vendetta e un’uscita di scena coi
controfiocchi. La chiamata, davanti a un passato a cui
dar conto, sarà a carico suo.
| Gli altri, di Aisha Cerami. Rizzoli, € 18, pp. 288 |
Alle
porte di una città imprecisata, protetto da una cortina di siepi che
ne fanno una fortezza inespugnabile, sorge il condominio in cui
ognuno di noi spenderebbe volentieri i propri giorni. Quattro piani,
tredici abitanti di diversa estrazione sociale, porte sempre aperte,
tutti che possiedono la chiave di scorta di tutti. Il Roseto è un
microcosmo gaudente e lieto, destinato a un’eterna fioritura
indipendentemente dalle stagioni meteorologiche. C’è un ricco
fondo cassa, e ogni scusa è buona per attingervi e organizzare
serate per pochi eletti – dal primo ciclo mestruale di una
ragazzina al compleanno di un’ottuagenaria, da un funerale a una
festa di benvenuto. La morte di un’abitante del Roseto, allo stesso
modo, è una tragedia condivisa all’unanimità. Ci si fa forza
insieme, soprattutto se l’infarto fulminante dell’anziana Dora
significa far fronte a un altro dispiacere: rapportarsi da zero con
nuovi inquilini. Qual è l’identità degli ultimi arrivati, che
escono all’alba e rientrano al tramonto? Perché rifuggono i
momenti di aggregazione e non si adeguano ai ritmi del resto del
palazzo? Lo teorizzava già J. G. Ballard, nel classico della
distopia da tempo immemore nella mia lista dei libri da recuperare: i
condomini sono delle macchine perfette, i cui abitanti – sottoposti
alla dittatura del quieto vivere – costituiscono un coro armonico e
intonato ai limiti della spersonalizzazione. Lo ha ribadito il
regista Roman Polanski, nella trilogia da brivido inaugurata con
Repulsione. Gli ha fatto infine eco Alex de la Iglesia, con
l’hitchockiano La Comunidad. Ultima ma non ultima, si
concede un soggiorno malsicuro anche l’esordiente Aisha Cerami: il
suo romanzo di debutto è una sorpresa inaspettata. Non lasciatevi
ingannare dalla deliziosa copertina color pastello. Benché frizzante
e leggerissimo, scritto in maniera svelta e puntuale, Gli altri
non è assolutamente una storia consolatoria in cui l’ultimo
rigo regala al lettore un messaggio di concordia. Ogni personaggio,
infatti, ha una vita pubblica, una privata e un’altra segreta.
Anni e
anni prima, in quel condominio, c’era stato un uomo che aveva
stilato una legge uguale per tutti. Una legge indiscutibile e
fondamentale perché quel posto restasse per sempre un luogo felice.
Il regolamento veniva firmato alla prima riunione di condominio. Una
firma senza valore legale, ma sacra. Un patto di sangue, senza tagli
o giuramenti sotto la luna piena. E il regolamento diceva più o meno
così: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza;
non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.
Ci
sono Romana e Stevi, protagonisti di un matrimonio sadomasochistico
da cui fuggire soltanto attraverso la fantasticheria di un tradimento
coniugale; Rachele, sull’orlo di una crisi di nervi e madre di due
gemelli pestiferi, con un volto devastato dalla psoriasi; le outsider
Libia e Marilyn, la prima ex tossicodipendente e l’altra travestito
di buon cuore; il Conte, prigioniero di una genitrice dispotica e dei
disturbi ossessivo-compulsivi; il Vedovo e Maria, insegnanti in
pensione, che talora mettono pace con parole assennate. E soprattutto
c’è la quattordicenne Arina, figlia dell’umile Olga, che contro
ogni pronostico si affeziona al figlio della famiglia appena giunta
lì e l’ama di un amore quasi shakespeariano: Antonio è gentile,
vorrebbe diventare un autore di horror, e regala all’adolescente
sogni alternativi e uno sguardo più lucido sugli intrighi dei
vicini. Il Roseto è lo specchio fedele delle contraddizioni della
nostra società, nonché della cronaca. È fonte di protezione, è un
vincolo; discrezione e omertà sono in rima baciata. Al centro di un
isolamento perfetto, i personaggi della Cerami hanno buone maniere e
animi oscuri: vedono pericoli dappertutto, specialmente nelle novità.
Fanno spallucce davanti all’evidenza della violenza domestica,
fiutano il marcio nella bellezza delle relazioni nascenti, vietano il
sesso occasionale, seminano l’odio. Radunati in cortile,
farneticano di suicidi e malocchio, somigliando ai membri di una
setta grottesca. Il condominio li protegge, o forse li costringe in
gabbia? Meglio porgere l’altra guancia, oppure battagliare?
Era lì,
incastrato tra le fauci della morte, a tendere i muscoli verso
l’alto, sperando di farsi nascere le ali. «Prima o poi capirà che
non ha scampo» disse Rachele, pregustando il momento della resa.
«Prima o poi morirà e noi ci illuderemo, per un momento, di aver
ucciso tutti i topi del mondo» bisbigliò il Conte col fiato
sospeso.
La
puzza persistente d’immondizia, un topo che scorrazza in giardino,
l’avanzata di una macchia d’umidità sulla facciata, l’arrivo
di un randagio che oltrepassa il cancello e squarcia le buste della
spazzatura: la colpa, sancisce l’ennesima riunione, è proprio
degli altri. Ricchissimo di dialoghi e caratterizzato da
ambientazioni circoscritte, il romanzo ha pregi e difetti che
derivano da un impianto sin troppo teatrale: le entrate e le uscite
di scena sono scandite con l’orchestrazione un po’ meccanica del
palcoscenico; i capitoli, alla stregua di atti, a volte danno
l’impressione di essere appena giustapposti; non tutti i
personaggi, per via di una divisione diseguale dei copioni, sono
caratterizzati per forza di cose con la stessa perizia. Croce e
delizia, comunque, di una commedia all’italiana nello stile di
Perfetti sconosciuti e L’ultimo Capodanno, sorretta
da un’ironia pungente e da un caos francamente irresistibile. Di
una cattiveria che non dà tregua, Gli altri apre le gabbie ai
matti e ai sentimenti più bestiali. Ti prende per sfinimento, e alla
fine smaschera la vera indole di ciascuno di noi: sotto la maschera,
in borghese, chi più e chi meno, siamo tutti mostri. Quanti
patti abbiamo sottoscritto a cuor leggero, ignari di stringere
accordi con Mefistofele? Quante volte abbiamo indicato la
pagliuzza nell’occhio di qualcun altro? La colpa è della trave che
intanto sbuca dal nostro. Ci acceca. E se abbastanza acuminata,
puntata verso il prossimo, qualche volta ferisce a morte.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Amen
Ci
sono estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi
svolte.
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi
– non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il
liceo.
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per
metà sull’armadio e l’incertezza più totale
verso un futuro faticoso da mettere a fuoco.
Pur essendo un tipo più
adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho
sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine
dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da
fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in
questi giorni il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in
mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in
attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che
finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi
guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi
accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi
butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls,
scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha
fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha
detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo
gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito
dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo
già, quello di Noi siamo infinito–, dal momento che
l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era.
La noia era la nostra condizione naturale, però la
solitudine era tabù [...] Costa fatica non
sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è
infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola:
quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo
dalla città.
Sedici
anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che
sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di
rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di
ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate
a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma
lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami
sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica
soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta
e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato
descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una
città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io
stesso dopo la separazione dei miei, mentre tentenna sul
pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre
depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma,
al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e
sentimentale.
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le
cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura,
destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho
presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il
trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare
fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico
modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è
fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza
d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un
prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di
quelle bellezze che saresti tentato all’istante di
immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova
con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo
e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann.
La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo
di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con
Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove
estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate
spinte. Charlie accetta.
Ma
le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo
per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare.
Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore
più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le
pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che
precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo
in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di
pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione.
Adatto
a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a
colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur
essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i
rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi,
l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare,
d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una
perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei
dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro
dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei
protagonisti e quelle degli amanti di Verona?
La lettura di Un
dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro
per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di
distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’,
quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel
mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E
se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo
anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano
reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere
qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del
Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e
le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni
Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che
impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si
eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi,
infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?
A
volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la
sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una
canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire
più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più
bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel
disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati…
Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone.
I
negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi
finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti
senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per
l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o
fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito
gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde
il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla
radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela,
purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il
primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà.
Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo,
proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto
d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei
sedici anni. Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine
abbiamo detto sì.
Il
mio voto: ★★★★
Il
consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony
Per
Lisa era un Dolan all'italiana, ma a malincuore lo avevo perso in
sala. Le mie aspettative, alle stelle sapendolo nominatissimo, sono
state disattese solo in parte. Vero: sui cieli di Roma si aggirano
stormi coreografici, sui corpi nudi vengono proiettati ipnotici
giochi di luce e i balli in corsia conciliano la commozione. A lungo,
però, la seconda prova della consapevole Valeria Golino ha i pregi e
i difetti delle nostre produzioni: Euforia sarà
quindi un dramma fatto di personaggi sfaccettati, dei soliti attori
bravissimi, con uno spunto talmente classico che poco di nuovo ha da
sviscerare in due ore. I contro appartengono a un cinema d'autore che
a volte gira a vuoto, strizzando furbescamente l'occhio all'indigesto
Sorrentino, ma sa scoprirsi altresì capace di smorzare la malinconia
e di sublimare, così, le peggiori difficoltà. La regista napoletana ama
lasciare l'amaro in bocca, le scene sospese e, checché se ne dica,
Riccardo Scamarcio: allo storico ex, infatti, la Golino regala un
personaggio centrale nonché uno dei suoi ruoli migliori. Omosessuale
gaudente e spendaccione, ospita in casa il
fratello maggiore: un Mastandrea in fin di vita da proteggere dalla
verità. Generoso ma prevaricatore, Scamarcio sbandiera le carte di
credito e nasconde lo sporco sotto il tappeto. Allo stesso modo, con
una studiata forma di egoismo, maschera la preoccupazione verso quel
fratello burbero e dolente. Gli indora la pillola con i capricci e
gli sperperi, con la fede, con l'amore ritrovato dell'amante Trinca.
È tutto sotto controllo, o così si illude. Quanto è giusto
pretendere una vita al massimo e togliere all'altro il diritto alla
paura, al dolore? Euforia,
filtrato dall'amato-odiato personaggio principale, si fa apprezzare
più con la testa che con il cuore. Come accade a Scamarcio con
Mastradrea, si dimostra onesto soltanto alla fine. Al malato,
intanto, sfuggono l'equilibrio e le parole. Verbosissimo ma
misurato, al contrario, il film sa come non rimanerne a corto. (7)
L'Italia,
terra di miracoli e appalti truffaldini. A fare i conti con gli uni e
con gli altri è una geometra fresca di separazione, con ingaggi
ormai rarissimi e uno spiccato senso della giustizia. Se lei è la
radiosa Rohrwacher, talento impareggiabile a cui si addicono l'ironia
e la fisicità di un ruolo più solare dei soliti, non è una
sorpresa scoprirla in contatto nientemeno che con la Madonna: a
proprio agio con le questioni di fede, dopo Il miracolo e
Lazzaro felice, l'attrice fa i conti con un'entità dai modi
bruschi, disposta a strapparle i capelli e a prenderla a schiaffi pur
di sbatterle in faccia l'evidenza. Commedia in odore di santità,
troppo metaforica per risultare perfetta, Troppa grazia ha
un ottimo incipit e un prosieguo vittima dell'astrattismo post-new
age. Senza tralasciare gli alti e bassi della vita coniugale accanto
a Germano e gli atti coraggiosi per sovvertire la corruzione dello
status quo, il folle Gianni Zanasi mescola riflessioni sparse sulla
salvaguardia del territorio, l'immigrazione e il femminismo. Troppi
elementi, con il rischio che lo spettatore non sappia fino in fondo
su quale concentrarsi in vista di una chiusa significativa e un po'
irrisolta sulle note da lacrime dei Radiohead. Il titolo lo
suggeriva: troppo in ballo, ma poco importa. Una scrittura brillante
fatta di contraddizioni e paradossi e una Rohwacher da David bastano
a credere nei miracoli di un certo cinema italiano; alle preghiere di
una creatura bizzarra e amabile contro questo nostro mondo allo
sbaraglio. (7)
Mastrandrea fa di nuovo i conti con la morte: questa volta, dietro la macchina da presa. Accolto tiepidamente,
nonostante l'autorevolezza di un interprete capace anche di scrivere e dirigere, Ride è
una dramedy nostrana che piace per struttura e piglio. Organizzato in
lunghi quadri, il film studia le reazioni dei
superstiti – si parla di un incidente sul lavoro finito in tragedia
– e i loro meccanismi di difesa all'alba delle esequie. Mentre
l'orfano pianifica un'intervista per conquistare la bella della
classe e il padre del defunto si scontra con il secondogenito ripudiato, la vedova – la scommessa Chiara
Martegiani, compagna del regista – lotta con quelle lacrime
che non vogliono scendere. Perché non si strugge ma continua
ad avere fame e sonno, a cantare a squarciagola la loro canzone
d'amore anziché piangerci su? Non mancheranno i gesti di ribellione
e i riavvicinamenti, i faccia a faccia e le abbuffate consolatorie.
Non mancheranno la poesia del cinema indie: ricorderò a lungo un
bambino che apre l'ombrello in casa per riparare la mamma da una
pioggia torrenziale. Tutti hanno lacrime, storie, ricordi. Ma nella
Marchegiani, gli occhi screziati di mascara e l'accento veneto, il
giorno del funerale genera una strana ansia da prestazione. Grezzo ma
già interessantissimo, Ride ha
la colonna sonora giusta, dialoghi disarmanti e un espediente non da
poco: conoscere la persona scomparsa non in fotografa, non nei
flashback, ma attraverso chi le è stata accanto. Quali sono state
le sue ultime parole? Cosa direbbe se sapesse che la moglie ha
bisogno di imitare la fidanzatina del liceo per capire cosa sia il lutto? Proprio Mastandrea, parlava in Euforia
del diritto a stare male. Qui, invece, di quello a star bene. Non c'è
un unico modo per reagire. Non c'è un unico modo per trattarlo.
Valerio, con la fortuna del principiante, individua quello vincente.
(7+)
I
lettori ricorderanno Vani, l'eroina dei romanzi di Alice Basso: ghost
writer alle prese con i grattacapi del giallo. Di una
simile disavventura si rende
protagonista la goffa Ramazzotti: segretaria, di nascosto firma le
migliori sceneggiature di Gassman, dongiovanni bugiardo che a
piacimento le fa gli occhi dolci. Non era sua intenzione metterlo nei
guai. L'amante giace in coma, adesso, perché la nuova sceneggiatura
della protagonista ha fatto andare su tutte le furie le persone
sbagliate: peccato non l'abbia scritta lei. Si è fidata della
soffiata dell'enigmatico Carpentieri, e la storia della sua vita si è
trasformata all'improvviso in un intrigo spionistico di arte, donne e mafia. Sullo sfondo della settima arte, Una storia senza
nome è una commedia di grande
maniera. Autoironica, densa, fatta di storie dentro storie e
slittamenti frequenti. Ha tanto di buono, anche se non tutto
funziona. La
sceneggiatura, al contrario di quella scritta dalla Ramazzotti, ha
qualche intoppo, passaggi frettolosi, e pur divertendo lascia amareggiati al ricordo della buona prima parte. Non si rivela,
infatti, all'altezza dell'intelligenza dell'incipit, ma lo spettatore
finisce per congedare Roberto Andò senza rimproveri. Intrattenuto da un caso
di cronaca che l'immaginazione trasforma in un mystery. Stretto in un
cast variegato, in cui spesso rubano la scena mamma Morante e
un Gassman furfante anche in un letto d'ospedale. (6,5)
Prendete
una scuola pubblica, il personale oberato e un atto di
vandalismo che ha portato a convocare d'urgenza la famiglia del
bambino. C'è una finestra infranta da sostituire, ci sono due
bidelli che non si accontentano delle scuse. Aggiungete, poi, che il
bambino incriminato è pure straniero e che Kasia Smutniak e Serra Yalmaz sono pronte a difenderlo con le
unghie e con i denti scomodando razzismo e pregiudizio. I ruoli della
recita di Natale, tuttavia, riflettono quelli sociali: come si
difenderanno gli scoppiettanti Guzzanti e Mascino dall'accusa di avere assegnato agli alunni extracomunitari le parti
degli animali? Gli esiti, dati
da un coro di personaggi agli antipodi, sono di quelli conflittuali. A due giorni dalla festa che
dovrebbe renderci tutti più buoni, volano botte da orbi, veleni e
frustrazioni. Dotato di una struttura teatrale ormai meno
pericolosa che in passato, cattivo fino all'ultimo, La prima pietra è
scritto abbastanza bene da reggersi senza irritare ma non tanto da
risultare memorabile. Inferiore ai suoi referenti, da Polanski a
Genovese, resta comunque un gustoso anti-cinepanettone in giorni che
ci vorrebbero tutti più buonisti, tutti più ipocriti. Gli stranieri ci rubano il lavoro? Il crocifisso in aula,
sì o no? A farne le spese, mentre imperversa l'egoismo degli adulti,
saranno i bambini. (6,5)
Prendete
uno chalet, un manipolo di scambisti, fraintendimenti in quantità.
Ci sono due ladri che si spacciano per i
padroni di casa. Ci sono ospiti vogliosissimi, che non si
accontentano però del benservito. Aggiungete poi che in radio si parla
di una probabile fine del mondo. Come ingannare l'attesa se non con l'ammucchiata? Un'altra battaglia dei sessi. Un altro
conflitto generazionale. Un'altra commedia satirica che gioca con gli
ambienti circoscritti, le apostrofi satiriche, pur mancando di
personaggi che non risultino sempre macchiette. Le assurdità
degne del primo Ammaniti spiazzano e divertono: funghetti
allucinogeni, dita mozzate, aragoste in fuga e cani assassini. Quelle
inspiegabili, purtroppo, altrettanto: quale utilità trovare ai
personaggi della coppia Scamarcio-Lodovini, agli addetti del catering
bloccati nella tormenta? I riferimenti sono ambiziosi, da Tarantino
ai Cohen, e qualcuno potrebbe perfino dirsi sorpreso del risultato:
un sofisticato film d'interni, volutamente sopra le righe, in cui
trionfano l'umorismo nero e i preliminari. C'è lo spunto, c'è la
gente giusta e a colpo d'occhio non dispiacciono neppure le atmosfere
asfissianti: peccato che, a proposito di sesso, non si arrivi mai al
sodo. Sebbene il fascino delle interpreti femminili regali qualche
nota piccante – la sexy gallerista Ferrari, la Lisbeth Salander di
una Puccini fuori parte, la cafona di buoni sentimenti della solita Pasotrelli –, il risultato è maldestro. Non
aspettatevi i fuochi d'artificio. (5,5)
Valentine
Klein, ventotto anni, codardo, attore, si è ribellato alla famiglia
alto-borghese andando a vivere in un casermone affacciato sulla città
senza connotati né nome di un romanzo di Donato Carrisi. Deve
guardarsi attentamente alle spalle, quando rincasa, e schivare le
siringhe nascoste nell'erba alta. Barcamenarsi, ancora, in un
pittoresco vicinato che conta maghe, prostitute, spacciatori e fornai
maneschi, mentre al lavoro non trova pace. Si divide fra tre
occupazioni per sbarcare il lunario – interprete teatrale,
dogsitter, insegnante privato – e si dividerà fra tre donne – la
collega Sarah, la spogliarellista Fara, la pittrice Wendy –, come
il suo animo irrequieto esige. Valentine Klein è un assassino
efferato, ma soltanto a parole. Guai a entrare nella sua lista nera:
ha dato fuoco alla dispotica dirimpettaia, guardato un faretto
schiantarsi in mille pezzi sulla testa del regista, gettato un
nerboruto buttafuori in fondo al fiume, e le cose non sono andate
meglio né a una mamma con cui ha qualche conto in sospeso né ai
suoi allievi irritanti. Frustrato tanto sul palcoscenico quanto in
privato, il protagonista condivide questi cattivi pensieri con
Amleto: il principe shakespeariano a cui presta volta nell'ennesimo
rifacimento, interiorizzando un bellissimo monologo che parla di
spettri, colpe e redenzione. Sì, perché in questa versione del
copione l'eroe tragico accarezza la speranza nell'atto conclusivo:
farà lo stesso anche Valentine, che merita l'assoluzione dei nuovi
inizi?
Credi
davvero che ci siano persone non disturbate a questo mondo? È la
vita che ci disturba, nasciamo già così, scomodati a venire alla
luce, strappati dalla “non esistenza” che era il nostro
nascondiglio caldo. No, tu non sei disturbato più di chiunque altro.
Hai solo più fantasia di tutti noi messi insieme; il tuo talento è
la tua condanna!
La
falena dalle ali d'ombra spartisce con il suo protagonista una
doppia personalità, un doppio fondo, una doppia natura. Diviso in
due e per questo, forse, riuscito a metà. All'efficacia della prima
parte, irresistibile mattanza nello stile di You e American
Psycho, segue la vaghezza della seconda. Che prende avvio
altrove, lontano, e ci racconta un altro aspetto di Valentine, una
storia d'amore che all'inizio disorienta un po'. Dov'è il
sociopatico represso? Dove, il thriller? Ci si sposta a Cape Town, in
una vacanza/fuga in Sudafrica, e qui conosciamo l'espiazione nella
dolcezza di Wendy: il lungo e ozioso soggiorno da innamorati si
conclude con il ritorno dove tutto ha avuto inizio, ma con lei
accanto che intanto arreda un appartamento spoglio e con pazienza
scaccia via gli incubi. Questa volta va in scena Romeo e Giulietta
e Valentine approfitta del piccolo ruolo di Mercuzio per lavorare a
un copione tutto suo. Qual è il confine fra realtà e immaginazione?
Quando un pensiero rompe le dighe e gli argini, riversandosi nel
reale? L'esordiente Francesca Di Maro, attraverso una scrittura
raffinatissima e descrizioni particolareggiate non soltanto
nell'orrore, lavora così a un accurato scavo psicologico in cui gli
estremi della cartella clinica sfuggono e le etichette si confondono.
Il suo protagonista è forse colpevole, se gioca al tristo mietitore
giusto fra sé e sé? La falena dalle ali d'ombra è un
thriller, se la seconda parte subisce tutta un'altra virata con un
certo rammarico degli appassionati del gore, del teatro, delle figure
borderline? Mi domando come sarebbe stata la stessa storia con
qualche taglio strategico qui e lì, senza il contrappeso
dell'entrata in scena di Wendy. Ne avrebbe guadagnato in sveltezza,
per quanto scorrevole risulti comunque, e avrei sentito meno la
nostalgia dei divertentissimi scatti d'ira degli inizi, delle accese
sfumature pulp, stemperate a malincuore man mano che il personaggio
va facendosi tragico, dannato, romantico.
Gli
sembrava di vederla, la sua essenza, fumosa e scura, librarsi dal
corpo come una farfalla notturna; lentamente, con ali spiegate che si
allungavano come ombre deformi sui muri grigi della notte, della sua
notte. Fu in quel momento che diede il titolo all'opera: La falena
dalle ali d'ombra, che altro non era che la sua anima, o addirittura
la rappresentazione di tutte le anime, sorelle gemelle, aliti
identici di un'unità superiore.
Valentine
Klein, ventotto anni, codardo, attore, eppure è un personaggio
carismatico come non ne incrociavo da tempo. Enfatico,
melodrammatico, originalissimo, è un oratore talmente incisivo e
affascinante che trovare la sua compagnia indispensabile è un
attimo. Se non l'empatia, infatti, è assicurata la fascinazione
verso i suoi modi, i suoi mondi, le sue esistenze parallele. Artefice
di omicidi a tinte splatter e di monologhi interiori dalla notevole
levatura drammaturgica, risente a tratti degli equilibri altalenanti
di una farsa satirica dove la finzione – che sia la minuziosa
scrittura di Francesca o il mestiere dell'interprete poco importa –
è bellezza da preservare, anche con la violenza. La falena si brucia
perché attratta dalla luce. Per fortuna non si bruciano i pregi di
un esordio di grande stile ma dalla tessitura incerta, attratto ora
dal troppo di sottotrame, divagazioni e comprimari che sul lungo
tratto stroppiano; ora dal merito delle luci della ribalta.
Le
geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di
Dolan, il Soderbergh che filmava la claustrofobia con l'iPhone. Sam
Esmail, quarant'anni e una carriera tutta in discesa dopo il successo
di Mr. Robot, è andato a scuola dai migliori. Primo della
classe, nonostante le scarse attrattive di una storia lisergica di
hacker e complotti che al suo esordio non mi aveva
conquistato, torna a ipnotizzare dall'alto di una regia bellissima.
La sua macchina da presa sfida la paura delle vertigini: un tutt'uno
perfetto con l'eleganza del vetro e dell'acciaio, il verticalismo
hitchcockiano delle scale a chiocciola, una colonna sonora che spazia
dalle arie di Handel ai rimbombi stridenti dei noir vecchio stile. E
nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si
può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza
sentimento; rétro eppure modernissimo. Un addetto all'ufficio
reclami, ossessionato dalla verità, s'improvvisa investigatore: cosa nasconde una compagnia che
cura i veterani dal disturbo post-traumatico? Diciotto
pazienti, sei settimane per reintegrarsi; lavori di gruppo, giochi di
ruolo, scherzi e confidenze, in una mensa dove il martedì servono gnocchi a pranzo. Qualcuno vorrebbe andare
oltre, qualcun altro addita intrighi dappertutto. Potrebbe saperne di più l'ex
consulente Julia Roberts, che matura – anagraficamente e
artisticamente – senza tradirsi mai, donando il suo sorriso e tanta femminilità a un personaggio che all'inizio appare
intransigente e distaccato. Non più psicologa, ma cameriera in una
sudicia bettola, ha un nuova routine, un nuovo domicilio – vive con
una mamma d'eccezione, Sissy Spacek – e misteriosi buchi nella
memoria. Cosa l'ha spinta a quell'inspiegabile retrocessione
professionale? Il presente asfittico è in 1:1, mentre il passato in 16:9. E nel passato si annidano le chiamate di uno spietato Bobby
Cannavale, Mefistofele che scoraggia (e ispira) riflessioni etiche ed
esami di coscienza; la complicità con Stephan James, che forse esula dalla
relazione medico-paziente e insospettisce qualcuno ai piani alti.
Semplice ma reazionario nel suo piccolo, Homecoming ha episodi
che si aggirano intorno ai trenta minuti di durata – di solito,
priorità delle comedy – e una chiusa poetica in stile Comet.
Se l'ottava puntata è una doppia corsa a cui riescono a stare
meravigliosamente dietro un montaggio e una scrittura senza
segni d'affanno, nona e decima si prendono tutta la calma del mondo in vista dell'epilogo pacato e un po' magico dei film
indie. Ecco le chiacchiere in una tavola calda, il
sorriso commosso davanti a una posata fuori posto, i dubbi dopo i
titoli di coda con la promettente Hong Chau. Homecoming si
accalora, si colora, si amplia e, in campo neutrale, si apre
finalmente all'emozione. Come una gita in macchina dalla Florida alla
California, da The Manchurian Candidate a Eternal Sunshine
of the Spotless Mind, che apre gli occhi sui pro e i contro di
una società alla Black Mirror mentre invoglia a
sognare un po'. (8)
Prendete
una coppia in là con gli anni, ebrea e conservatrice: lui, pubblicitario e scrittore, riposta l'ambizione di diventare il nuovo Salinger, confessa al
barbiere l'idea di sceneggiare una serie televisiva; lei,
un po' Diane Keaton e un po' Allison Janney, è invece una consulente
matrimoniale che si barcamena fra coniugi in crisi e borghesi
annoiati. Fuori impazzano gli anni Settanta: le manifestazioni
giovanili, il rock, la ferita del Vietnam. Possono forse
sentirsi protetti dal divenire storico se nemmeno la loro casetta è
a prova di invasore? Qualcuno irrompe
nella loro routine senza annunciarsi né chiedere il permesso. È una
Miley Cyrus che a sorpresa regge benissimo i dialoghi fiume e i tempi
comici di un cinema al solito verbosissimo, con un ruolo cucitole su
misura: bionda, hippy e spregiudicata, fugge dalle accuse di
terrorismo – immaginatela come l'irrequieta Dakota Fanning di
Pastorale Americana – e semina tempesta. Pane per i denti di
un ottantenne ipocondriaco e misantropo, che sa ridere di morte e
politica a patto che nessuno mangi a tradimento il pollo della sera
prima o le adorate arance Navel. Il risultato della convivenza forzata?
Un'esilarante andirivieni che mette a soqquadro un attempato club del
libro (le adorabili partecipanti leggeranno gli aforismi di Mao, i
segreti della guerriglia, le istruzioni per fabbricare bombe con
gli stessi principi del bricolage), le ideologie di un cocco di mamma
che d'un tratto scopre di preferire le cattive ragazze (con buona
pace di Rachel Brosnaham, futura Mrs. Maisel), le giornate di
due anziani professionisti convertiti presto all'agilità dello spionaggio.
Scrive e sceneggia Woody Allen, e si sente, e si ride, e fa la
differenza. Crisis in Six Scenes,
produzione Amazon vista con estremo ritardo per via del gran parlarne
male, mi è parsa una commedia di quelle che mancavano da
un po'. Da Blue Jasminein
poi, infatti, il regista si era dato a copioni più malinconici e a
stelle più sfavillanti. Si era nascosto dall'altra parte
della macchina da presa, quando in realtà nei suoi occhiali a fondo
di bottiglia e nei suoi modi goffi mi sono sempre rivisto con estrema simpatia. In un formato per lui inedito, in una casa sempre più
rumorosa e affollata, riesce a far faville pur non osando mai con
una storia di conflitti e dissapori generazionali in cui subito mi sono
sentito nel mio elemento. Le orecchie attente ai botta e risposta
pensati con la classica intelligenza newyorkese, gli occhi che saettavano dal
poster del Che in camera da letto a un assembramento di
impareggiabili mattatori, il cuore leggero e pesante insieme. Questo
Natale sarà infatti più spento del solito, complici gli antichi scandali
rispolverati, senza le chiacchiere di Allen in sala. Che sia l'occasione
buona per scoprirlo, rivederlo o, come in questo caso, recuperarlo. (6,5)
Un
investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a
colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla
circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi
inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto
fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del
soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal
taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma
bello intitolato Ghost Stories:
bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che
nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per
l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che
somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso
film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e
struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno
che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio
femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una
specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella,
senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese
con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da
brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto,
sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile,
per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le
case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche.
Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi
di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia,
una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in
discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e
l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e
sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera
genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti
e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween.
Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa
spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie
regole. (7)
Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)
In
un futuro imprecisato qualcuno ha voluto raderci al suolo. I
sopravvissuti, ridotti a selvaggi armati di asce e disperazione, si
sono divisi in squadriglie agghindate di tutto punto – ognuna ha
uno stile distintivo, un simbolo – e in guerra fra loro. Voci fuori
dal coro, i civili di cui parla il titolo. Persone senza bandiera, e
per questo cacciate indistintamente da tutti. La coppia in crisi
composta dagli ostinati Tyler Hoechlin e Kate Bosworth, bellissimi
anche quando sporchi e rattoppati, cerca di raggiungere la famiglia
di lei nella ridente Milwaukee: un viaggio in macchina di poche ore
da breve, con l'apocalisse fuori, si trasforma in odissea. La loro
terapia per tornare ad amarsi, così, somiglia a una lotta alla
sopravvivenza: da un lato loro, dall'altro tutti gli altri,
indistinguibili fra alleati di fortuna e nemici giurati.
Sopravvivranno? Più di qualcuno tenta di allontanarli dalla meta a
suon di speronamenti e spari a bruciapelo; qualcun altro, invece, ci
scommette perfino sopra. Nonostante gli manchino la delicatezza della
dimensione familiare di A Quiet Placee
un po' di ordine nelle dinamiche e nei partizionamenti, il
sottovalutato The Domestics è
un intrattenimento frenetico e di buon livello; un thriller distopico
che cita espressamente il capolavoro di Kubrick in un dialogo, ma
preferisce puntare senza troppe pretese agli inseguimenti tribali di
Mad Max o al gusto
dello spettacolo diThe Purge.
In un'implacabile declinazione del genere home invasione,
non ci sarà mai pace né per i coniugi braccati né per lo
spettatore. Su ruote, infatti, mancano confini e tregue; manca una
casa – o meglio, un'unica casa – da profanare mascherati da belve.
(6,5)
Ogni generazione ha il suo Uomo nero. Negli anni Ottanta c'erano state le nenie allo specchio di
Candy Man e gli incubi di Freddy Krueger. Nei Novanta sono spuntati i riccioli rossi di It. Per i ragazzini dei primi Duemila c'è stata Samara, e
si è giunti infine alle fobie dei Millennials: in particolare, dal web, si è andata
diffondendo la superstizione verso questa figura elegante e longilinea, i cui misfatti sono sfociati nella cronaca nera. In suo nome, leggevo, qualche adolescente
americana ha ucciso o si è uccisa. Tutto
per il culto di Slender Man: un'ossessione mediatica che, a scatola
chiusa, affascina.
L'inquietante protagonista delle creeypasta seduce
e soggioga, si diffonde a macchia d'olio: come una storia fattasi in fretta leggenda, come un virus da debellare. Da lì le controversie per
un film prima boicottato, poi censurato a furia
di tagli. Da lì la storia di quattro amiche che evocano la
creatura, rischiando di intraprendere un percorso
senza ritorno. Colpa dei suddetti tagli, allora, le falle di una
sceneggiatura insensata? Si
spiegherebbero così i difetti di una pellicola rabberciata alla
bell'e meglio, che in principio aveva forse l'ambizione di raccontare, se non le origini del mostro, almeno l'alienazione,
le relazioni e le ansie di una gioventù che non ha niente di sano,
niente di genuino. Peccato che, a ben vedere, non siano gli
unici contro. Lavorazione travagliata a parte, Slender
Man resta un teen horror al di sotto del minimo sindacale: lui ridotto
a un dissennatore mostrato troppo e troppo
presto; le attrici – ricordiamo la King di The Kissing Booth – un gruppo anonimo di influenzabili vergini suicide.
La scrittura vive di inesattezze e luoghi comuni. Regia e fotografia,
a tratti decorose, sembrano prendere le migliori stranezze dalle
sequenze deliranti della videocassetta di The Ringnell'impossibilità,
purtroppo, di farle poi convergere in un intreccio dotato di inizio,
svolgimento e fine. Parabola dubbia su una generazione fragile e
volubile, antipaticissima, Slender Man e i suoi adepti non hanno né la paura né la fantasia. Tutto,
tanto, è un pigro remake delle annate precedenti: giovinezza interrotta compresa. (4)
È l'imminente apocalisse, eppure ha inizio come un giorno qualunque per uno yuppie come tanti: giacca e cravatta, amanti segrete, sottoposti maltrattati, un ascensore da prendere per salire ai proverbiali piani alti. Ma qualcosa s'inceppa a metà strada, e lui rimane intrappolato lì: con l'insopportabile compagnia di se stesso e gli zombie fuori. In un esame di coscienza che avrebbe potuto farsi, in teoria, interessante film dell'orrore. Amatoriale, serioso, senza alcuna ironia, l'esordio alla regia diMisischia è un esperimento che si prende troppo sul serio, quando non ne avrebbe né i mezzi né le possibilità. Piuttosto scadente, e non per la regia televisiva; non per i trucchi artigianali ma discreti o il sangue incontenibile; non per un cast poverissimo, capitanato da un Roja non all'altezza dei one man show di Reynolds, Franco o Redford. Semplicemente, perché annoia da morire. Cade a picco, così, appesantito com'è dal già visto; dalla piattezza della scrittura, che poco conserva del brio dei Manetti Bros; da spazi ristretti che da un lato nascondono le ristrettezze del budget, dall'altro favoriscono gli sbadigli e le occhiate frequenti all'orologio. E spiace, sì, per la sua riuscita: cattiva non perché si tratti di una modesta opera prima nostrana con tutti i limiti del caso, ma perché The End? sa proprio di stantio. Quando, a dispetto del titolo, avrebbe potuto essere per ironia della sorte l'inizio di un felice sperimentare. (5)
Silenzio
in sala. Signore e signori, prego, i cellulari spenti. Nessuna foto,
grazie
Si
alza il sipario. Che la luce dei riflettori illumini uno a uno gli
attanti: sette silhouette in nero, William Shakespeare e l'omicidio colposo in scena. Hanno interpretato Macbeth
a Halloween, Romeo e Giulietta durante il ballo in
maschera di Natale, Sogno di una notte di mezza estate con la
mìse succinta dei pigiama party. È arrivato poi il tempo di Giulio
Cesare – dramma storico o tragedia, e con Cesare o Bruto nel
ruolo di autentico protagonista? –, personaggio destinato ad ascendere e cadere
nell'ennesima rilettura in chiave contemporanea. Gli attori in
giacca e cravatta, come nella corsa alle elezioni politiche, e un
tagliacarte per arma del delitto. Di certo non cambia il finale, no; di
certo non cambiano i ruoli in programma.
Quello
che succede con Shakespeare è che lui è così eloquente... Parla
di ciò di cui non si può parlare. Trasforma il dolore e il trionfo
e l'estasi e la rabbia in parole, in qualcosa che possiamo
comprendere. Rende comprensibile l'intero mistero dell'umanità. Si
può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica.
La
Dellecher, istituto con una retta di ventimila dollari e la
crème de la crème nel corpo docenti, è infatti un
microcosmo in cui vigono parti fisse e precari equilibri di potere.
Alla ribalta ecco lo sprezzante Richard, nato con la camicia: cosa succederebbe se
qualcuno gli negasse i riflettori e l'annunciato ruolo dell'eroe?
Seguono Wren, sua cugina, ragazza pallida e cagionevole sbucata da un'epoca di gentilezza incondizionata e principesse
da destare con un bacio; la facoltosa e bellissima Meredith, che per
selezione naturale di Richard è prevedibilmente la ragazza; Filippa,
con frequenti ruoli en travesti, un passato misterioso e un intuito
finissimo, a dispetto del fare laconico; Alexander, giullare vizioso
e carismatico, senza tabù in camera da letto e con il bicchiere sempre pieno alle feste; James, l'alter-ego di Richard e il suo yin: tutti lo amano, e lui magnanimamente ama tutti. Non fa eccezione il
narratore, Oliver: il compagno di stanza fedele e l'ombra
inseparabile, al centro di un'ambigua amicizia dalle inespresse
pulsioni omoerotiche che lo fa sentire graziato per ogni
affettuosa pacca sulla spalla, per ogni momento – o segreto –
condiviso.
Gli
attori sono per natura instabili: creature alchemiche composte di
elementi incendiari, emozione ed ego e invidia. Surriscaldali,
rimestali insieme, e a volte otterrai l'oro. Altre un disastro.
I
sette privilegiati hanno famiglie che non li comprendono fino in
fondo, Per aspera ad astra come motto e i giorni contati per
riuscire a emergere. Siamo agli sgoccioli degli anni Novanta. Sta per
finire il vecchio millennio, assieme al loro ultimo anno di corso.
Tutto ha un equilibrio, tutto un senso: perfino la spocchia, quando
diventa crudeltà verso il prossimo. Come contrastarla, se non con
l'assassinio? Congiurati non soltanto per finzione, allora, ci si
copre le spalle, ci si accusa, ci si condanna in 300 pagine elettrizzanti. Ci si ama e ci si
odia, spesso contemporaneamente. Ci si scopre tutti vicini: dietro le
quinte, nella malasorte.
Non
esiste conforto maggiore della complicità.
Arrivato
in Italia con una copertina dai toni inutilmente seriosi, Non è
colpa della luna è un irresistibile thriller alla Kevin
Williamson che ha scene, non capitoli; atti, non sezioni. Colto nelle
citazioni, elegantissimo benché in linea con lo spirito irrequieto e
giovanile dei romanzi di formazione, l'esordio della talentuosa M.L.
Rio rende perfettamente le ambizioni, le passioni torride,
l'impalcatura e lo spettacolo mirabolante dei loro brutti segreti.
Manca un guizzo alla cronaca di Oliver, fino all'ultimo il
personaggio con meno ombre: spalla drammatica generosa e versatile,
che fa brillare gli altri anche su carta, rimanendoci in parte –
nonostante l'impiego della prima persona – sconosciuto. A non mancare,
ovvio, è il coup de théatre. Quando scoppia il caos in seno alla
compagnia, si crea un posto vacante. E ognuno di loro vorrà
inconsciamente riempirlo, per salvaguardare lo status quo: non c'è
spettacolo, infatti, senza antagonista. Ingredienti indispensabili:
gli omicidi, i segreti, la poesia. Sotto l'incantesimo di uno
Shakespeare che ha i versi e le parole per tutto, sono dunque i benvenuti
gli intrighi proibiti, le vendette trasversali, le passioni omicide.
Gli attori, per deformazione professionale, fanno infatti loro ogni emozione. Saranno chiamati questa volta a recitare il dispiacere, a
recitare l'innocenza. Nuovo ruolo? Quello dei superstiti, alla deriva
nei flutti del sospetto. Quello dei cattivi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Tears for Fears – Everybody Wants to Rule
the World