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martedì 19 ottobre 2021

Recensione: La voce di Robert Wright, di Sacha Naspini

 
| La voce di Robert Wright, di Sacha Naspini. E/O, € 18, pp. 307 |

Quando vengono a mancare certi personaggi, il mondo diventa un luogo un po' più povero. Pietrificati davanti ai telegiornali, ci scopriamo orfani. Gli artisti non dovrebbero morire mai. E forse, in qualche modo, non lo fanno: sopravvivono perfino a loro stessi. La tragica dipartita di Robert Wright, attore immaginario ispirato al mito di Robin Williams, getta Carlo Serafini e la sua famiglia nello sconforto: il protagonista, attore e doppiatore, era la voce italiana di quella star compianta all'unisono. Il loro curioso rapporto di dipendenza, dopo trent'anni di onorata carriera, si spezza. Semplicemente aprendo bocca, nel tempo, Carlo ha evocato mondi e suggestioni: mentre il suo viso anonimo non meritava selfie, il suo timbro riconoscibile gettava un magico ponte tra l'Italia e Hollywood. Venuta meno una leggenda, smarrito e disoccupato, realizza una dolorosa verità: la sua voce appartiene all'oltretomba. Chiuso in un mutismo impenetrabile, con un sorriso da monaco zen sulla faccia, Carlo smette di proferire verbo una volta pronunciata l'ultima battuta dell'ultimo film di Wright. Chi è, adesso, senza il suo dio? Come mai la moglie sembra tramare qualcosa in combutta con l'avvocato? Perché Vanessa, collaboratrice licenziata dopo un flirt, lo ha messo alla gogna? Carlo avrebbe tanto da dire, tanto da chiedere, tanto da svelare, ma si limita a lasciar parlare gli altri e a leggere una saga di Stephen King in poltrona. Finché un invasore in cerca di vendetta e un libricino misterioso, nascosto tra i classici russi, non lo renderanno artefice di un piano sfuggente fino all'ultimo.

La verità è che siamo tutti tizi impauriti, vestiti a festa ma nascosti chissà dove nella speranza che qualcuno si accorga di noi.

Sempre bravissimo, sempre diversissimo, il prolifico Sacha Naspini torna in libreria con uno psicodramma dalla struttura teatrale e dai quesiti affascinanti, soprattutto per i cinefili: quant'è labile il confine tra verità e finzione, tra persona e personaggio? Siamo al settimo piano di un condominio romano, in un appartamento di trecento metri quadrati, con il Natale ormai alle porte: il salotto dei Serafini, addobbato con cura maniacale, diventa la scenografia simbolica e beffarda di una commedia a confine con il giallo inglese. In scena va un gioco al massacro popoloso di personaggi e disvelamenti continui: forse avrebbe avuto bisogno di una chiusa più incisiva, con il senno di poi, ma grazie ai suoi passaggi migliori ricorda Luigi Pirandello. Raccontato in seconda persona, infatti, il protagonista vive la stessa perdita dell'io di Vitangelo Moscarda: è uno (Carlo Serafini), è stato centomila (tutti i personaggi impersonati da Wright) e, dall'oggi al domani, si ritrova a essere nessuno. Già perfetto per un adattamento, La voce di Robert Wright è un'analisi ironica, dolce e delirante degli ingranaggi della mentre umana e di quelli, sconosciuti agli addetti ai lavori, della settima arte. Non dissimile dal suo protagonista, Sacha Naspini si conferma un maestro indiscusso della parola. E tra le pagine modula la propria voce – rendendola a capitoli alterni dolente, stridula, raggelante – evocando a piacimento ora sogni di gloria, ora incubi di alienazione.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – La voce del silenzio

venerdì 9 ottobre 2020

L'importanza di chiamarsi Ryan Murphy: Ratched | The Boys in the Band

Stando a Wikipedia è ai primi posti fra i cattivi più iconici della storia del cinema. Cuffietta inamidata, sguardo luciferino, metodi poco ortodossi. Chi era l’infermiera Ratched, l’indimenticabile aguzzina di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo? A cinquant’anni di distanza dal film capolavoro, l’instancabile Ryan Murphy tenta di spiegarci le origini del male. Lo fa citando – troppo poco la pellicola originale, in verità, e moltissimo gli anni Sessanta –; lo fa inventando alberi genealogici, sottotrame e moventi. La giovane infermiera trova il volto dell’attrice feticcio Sarah Paulson. Non nuova alle collaborazioni con l’autore televisivo né ai racconti del terrore, l’interprete aggiunge alla collezione l’ennesimo ruolo intrigante e perverso. E un’altra grande performance. Austera, elegante e bellissima, la Paulson ci mostra Mildred prima che diventasse Ratched. Infermiera di guerra, nei primi episodi cerca mezzi leciti e illeciti per essere assunta presso un dato istituto psichiatrico: l’ultimo arrivato – il pluriomicida Finn Wittrock – e la caporeparto – Judy Davis, superba – le daranno filo da torcere, mentre l’infido D’Onofrio si prepara a diventare senatore. La serie comincia sotto gli auspici migliori. Gli abiti sono una gioia per gli occhi, la fotografia che vira al verde è un omaggio al miglior Hitchcock, il profilo psicologico della protagonista inquieta. Purtroppo, come puntualmente capita, l’equilibrio ha i minuti contati. L’autore esagera. Con il sangue, con il sesso, con i volti noti, con vicende di contorno sbucate da una soap opera patinatissima. Stufa e annoia, inoltre, inserendo l’immancabile componente amorosa per ammiccare alla comunità gay: non me ne voglia Cynthia Nixon, che come il vino buono invecchia con classe, ma la sua relazione con la Paulson appare stucchevole. Serviva per forza sessualizzare un personaggio tanto misterioso? Serviva, ancora, trasformare una villain in un’anti-eroina piuttosto politicamente corretta? Ratched  è un sapiente falso d’autore. Non ha nulla in comune con il film di Forman, né per toni grotteschi né per contenuti. Ma, tra sigla e comparto tecnico, appare una delle stagioni più godibili degli ultimi anni di American Horror Story: peccato dovesse essere tutt’altro nelle intenzioni. (6,5)

Squadra vincente non si cambia. A Broadway così come su Netflix. Questa volta nelle vesti di semplice produttore esecutivo, Ryan Murphy adatta una celebre pièce con un cast di amici fidatissimi. Già chiamati a interpretare questi ruoli a teatro, già più volte entrati nelle grazie dell’autore, nove assoluti animali da palcoscenico passano sul piccolo schermo nella trasposizione fedele di The Boys in the Band. Già portato al cinema negli anni Settanta dal regista William Friedking, il film – uno di quelli d’interni, e soprattutto d’interpretazioni – mostra le spiacevoli conseguenze di una festa di compleanno. Radunati a casa di un sorprendente Jim Parsons – il più triste, crudele e contraddittorio del gruppo – per festeggiare il luciferino Zachary Quinto, otto amici affiatati sono costretti ad accogliere un ospite dell’ultimo minuto: un compagno d’università in crisi matrimoniale, che non sa nulla dell’orientamento sessuale dei presenti. Lo script, effettivamente un po’ datato e non sempre in equilibrio perfetto, passa in fretta dalla frizzante leggerezza del primo atto alle rivelazioni gravose del secondo. Dopo un acquazzone improvviso, i personaggi si spostano dal terrazzo al salotto. Lì avrà inizio un gioco al massacro, dove qualcuno dirà troppo e qualcun altro troppo poco. Prima della paura dell’Aids, prima della nascita della comunità LGBTQ, gli omosessuali newyorkesi dovevano essere così: il drammaturgo Matt Crowley e il regista Joe Mantello ne fanno un ritratto figlio dei suoi tempi, a tratti sin troppo disincantato e amarognolo. A ben vedere cosa hanno in comune i personaggi, se non il fatto di essere uniti dallo stesso segreto? Accettarsi a vicenda è abbastanza per volersi bene? Ora sguaiato, ora malinconico, ora desolante, The Boys in the Band racconta i cuori infranti, le coppie aperte e l’omertà diffusa con i pregi e i difetti tipici degli adattamenti cinematografici: funzionerà senz’altro maggiormente a teatro. Ma il risultato, un Perfetti sconosciuti diretto da Ozpetek, merita ugualmente l'applauso. (7)

mercoledì 2 settembre 2020

Recensione: Nives, di Sacha Naspini

| Nives, di Sacha Naspini. Edizioni E/O, € 15, pp. 130 |

Se telefonando io potessi dirti addio, ti chiamerei, cantava la voce dell’intramontabile Mina. Ma quante cose si possono dire alla cornetta? Quanti segreti da rivangare, quanti amori interrotti di cui venire finalmente a capo, quante catastrofi scongiurate o al contrario provocate? Tutto per una parola di troppo. Tutto per togliersi un maledetto sassolino dalla scarpa, lo sfizio.

Era la prima volta che quella sua vecchia amica si scopriva così, in fatti che affondavano nell’ignoranza popolare. Alla fine non gli costava nulla lasciarle credere in veggenti o pozioni, defunti che ti parlano col verso della civetta e sassi magici. Che ognuno scelga la solitudine che vuole. Anche darsi una spiegazione da pazzi fa compagnia.
Da quando il marito Anteo è collassato nel pastone dei maiali, Nives – vedova di fresco – vive notti inquiete in quel di Poggio Corbello. Settantenne all’apparenza dura di cuore, brusca e incapace di grandi moine, si rifiuta fermamente di seguire figlia e nipoti in Francia – la Linguadoca, come la chiamerebbe lei. Non ha mai abbandonato la provincia. Non ha mai pianto, neanche durante le esequie di Anteo. Ma eccola comporre un numero d’urgenza, sull’orlo del tracollo emotivo, per avvisare il veterinario del paese: Giacomina, la gallina con la zampa offesa e lo sguardo rincretinito che tiene da un po’ come dama di compagnia, si è ipnotizzata davanti alla pubblicità del Dash in TV. Dall’altra parte del filo c’è il veterinario Loriano, alticcio al solito, in lotta contro la tentazione di cadere svenuto dopo il TG della sera e il russare persistente della moglie Donatella.

Il passato è pieno di fantasmi. Per tutti. Così è e così sempre sarà.
Sorretto da una struttura insolitamente teatrale, quasi da dramma radiofonico, l’ultimo romanzo di Sacha Naspini è un dialogo pressoché ininterrotto dove le sole parti descrittive sono le poche didascalie tra una battuta e l’altra. Per quanto l’espediente dia modo all’autore di regalarci l’ennesima ottima prova stilistica, al suo ultimo romanzo – breve e, a sorpresa, indolore – manca la compiutezza sperata, nonostante siano comunque presente eccessi e lungaggini. Diffidate dal contrasto della copertina: un nostalgico bianco e nero squarciato dal rosso sangue del titolo. Accantonato presto lo spunto umoristico e grottesco della vicenda, la lettura diventa una fitta conversazione – condotta, però, con una naturalezza invidiabile –, con pochi dettagli realmente scabrosi e troppe pettegolezzi.

Una certa Nives è stata massacrata nell’82. Quello che è successo dopo è un’altra cosa. Non è roba da poco vivere con lo spettro di quel che saresti potuta essere. Ti guardi allo specchio e prima di darti il buongiorno vedi quello.
Quali sono i retroscena dietro il suicido della sfortunata Rosaltea, sedotta e abbandonata dal gigolò Renato? Cos’ha legato e diviso i protagonisti nell’autunno del 1982, anno di cui portano ancora qualche cicatrice? Tra sensi di colpa, sospiri e tradimenti coniugali, ho scorto lo zampino di Naspini nei personaggi ruspanti, nei loro sentimenti spesso primordiali e, purtroppo, in poche altre situazioni. In particolare l’epilogo – un’epifania melensa sul reale senso della vita – mi è parso forzato, al pari della presenza di piccoli grandi tabù inseriti puramente come marchio di fabbrica.
Nives è una lettura piacevole a opera di uno scrittore da cui si pretendeva lo spiacevole, il disagio, lo shock. A uscirne realmente vincente è lei, la protagonista eponima, che ricorda un po’ la compianta Olive Kitteridge e un po’ una perfida fattucchiera. Delusa atrocemente trent’anni prima, qui reclama attenzioni, vendetta e un’uscita di scena coi controfiocchi. La chiamata, davanti a un passato a cui dar conto, sarà a carico suo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Se telefonando

mercoledì 4 dicembre 2019

Recensione: Gli altri, di Aisha Cerami

Gli altri, di Aisha Cerami. Rizzoli, € 18, pp. 288 |

Alle porte di una città imprecisata, protetto da una cortina di siepi che ne fanno una fortezza inespugnabile, sorge il condominio in cui ognuno di noi spenderebbe volentieri i propri giorni. Quattro piani, tredici abitanti di diversa estrazione sociale, porte sempre aperte, tutti che possiedono la chiave di scorta di tutti. Il Roseto è un microcosmo gaudente e lieto, destinato a un’eterna fioritura indipendentemente dalle stagioni meteorologiche. C’è un ricco fondo cassa, e ogni scusa è buona per attingervi e organizzare serate per pochi eletti – dal primo ciclo mestruale di una ragazzina al compleanno di un’ottuagenaria, da un funerale a una festa di benvenuto. La morte di un’abitante del Roseto, allo stesso modo, è una tragedia condivisa all’unanimità. Ci si fa forza insieme, soprattutto se l’infarto fulminante dell’anziana Dora significa far fronte a un altro dispiacere: rapportarsi da zero con nuovi inquilini. Qual è l’identità degli ultimi arrivati, che escono all’alba e rientrano al tramonto? Perché rifuggono i momenti di aggregazione e non si adeguano ai ritmi del resto del palazzo? Lo teorizzava già J. G. Ballard, nel classico della distopia da tempo immemore nella mia lista dei libri da recuperare: i condomini sono delle macchine perfette, i cui abitanti – sottoposti alla dittatura del quieto vivere – costituiscono un coro armonico e intonato ai limiti della spersonalizzazione. Lo ha ribadito il regista Roman Polanski, nella trilogia da brivido inaugurata con Repulsione. Gli ha fatto infine eco Alex de la Iglesia, con l’hitchockiano La Comunidad. Ultima ma non ultima, si concede un soggiorno malsicuro anche l’esordiente Aisha Cerami: il suo romanzo di debutto è una sorpresa inaspettata. Non lasciatevi ingannare dalla deliziosa copertina color pastello. Benché frizzante e leggerissimo, scritto in maniera svelta e puntuale, Gli altri non è assolutamente una storia consolatoria in cui l’ultimo rigo regala al lettore un messaggio di concordia. Ogni personaggio, infatti, ha una vita pubblica, una privata e un’altra segreta.

Anni e anni prima, in quel condominio, c’era stato un uomo che aveva stilato una legge uguale per tutti. Una legge indiscutibile e fondamentale perché quel posto restasse per sempre un luogo felice. Il regolamento veniva firmato alla prima riunione di condominio. Una firma senza valore legale, ma sacra. Un patto di sangue, senza tagli o giuramenti sotto la luna piena. E il regolamento diceva più o meno così: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza; non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.
Ci sono Romana e Stevi, protagonisti di un matrimonio sadomasochistico da cui fuggire soltanto attraverso la fantasticheria di un tradimento coniugale; Rachele, sull’orlo di una crisi di nervi e madre di due gemelli pestiferi, con un volto devastato dalla psoriasi; le outsider Libia e Marilyn, la prima ex tossicodipendente e l’altra travestito di buon cuore; il Conte, prigioniero di una genitrice dispotica e dei disturbi ossessivo-compulsivi; il Vedovo e Maria, insegnanti in pensione, che talora mettono pace con parole assennate. E soprattutto c’è la quattordicenne Arina, figlia dell’umile Olga, che contro ogni pronostico si affeziona al figlio della famiglia appena giunta lì e l’ama di un amore quasi shakespeariano: Antonio è gentile, vorrebbe diventare un autore di horror, e regala all’adolescente sogni alternativi e uno sguardo più lucido sugli intrighi dei vicini. Il Roseto è lo specchio fedele delle contraddizioni della nostra società, nonché della cronaca. È fonte di protezione, è un vincolo; discrezione e omertà sono in rima baciata. Al centro di un isolamento perfetto, i personaggi della Cerami hanno buone maniere e animi oscuri: vedono pericoli dappertutto, specialmente nelle novità. Fanno spallucce davanti all’evidenza della violenza domestica, fiutano il marcio nella bellezza delle relazioni nascenti, vietano il sesso occasionale, seminano l’odio. Radunati in cortile, farneticano di suicidi e malocchio, somigliando ai membri di una setta grottesca. Il condominio li protegge, o forse li costringe in gabbia? Meglio porgere l’altra guancia, oppure battagliare?

Era lì, incastrato tra le fauci della morte, a tendere i muscoli verso l’alto, sperando di farsi nascere le ali. «Prima o poi capirà che non ha scampo» disse Rachele, pregustando il momento della resa. «Prima o poi morirà e noi ci illuderemo, per un momento, di aver ucciso tutti i topi del mondo» bisbigliò il Conte col fiato sospeso.
 La puzza persistente d’immondizia, un topo che scorrazza in giardino, l’avanzata di una macchia d’umidità sulla facciata, l’arrivo di un randagio che oltrepassa il cancello e squarcia le buste della spazzatura: la colpa, sancisce l’ennesima riunione, è proprio degli altri. Ricchissimo di dialoghi e caratterizzato da ambientazioni circoscritte, il romanzo ha pregi e difetti che derivano da un impianto sin troppo teatrale: le entrate e le uscite di scena sono scandite con l’orchestrazione un po’ meccanica del palcoscenico; i capitoli, alla stregua di atti, a volte danno l’impressione di essere appena giustapposti; non tutti i personaggi, per via di una divisione diseguale dei copioni, sono caratterizzati per forza di cose con la stessa perizia. Croce e delizia, comunque, di una commedia all’italiana nello stile di Perfetti sconosciuti e L’ultimo Capodanno, sorretta da un’ironia pungente e da un caos francamente irresistibile. Di una cattiveria che non dà tregua, Gli altri apre le gabbie ai matti e ai sentimenti più bestiali. Ti prende per sfinimento, e alla fine smaschera la vera indole di ciascuno di noi: sotto la maschera, in borghese, chi più e chi meno, siamo tutti mostri. Quanti patti abbiamo sottoscritto a cuor leggero, ignari di stringere accordi con Mefistofele? Quante volte abbiamo indicato la pagliuzza nell’occhio di qualcun altro?
La colpa è della trave che intanto sbuca dal nostro. Ci acceca. E se abbastanza acuminata, puntata verso il prossimo, qualche volta ferisce a morte.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Amen 

mercoledì 18 settembre 2019

Recensione: Un dolore così dolce, di David Nicholls

| Un dolore così dolce, di David Nicholls. Neri Pozza, € 18, pp. 383 |

Ci sono  estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi svolte. 
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi – non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il liceo. 
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per metà sull’armadio e l’incertezza più totale verso un futuro faticoso da mettere a fuoco. 
Pur essendo un tipo più adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in questi giorni  il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls, scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo già, quello di Noi siamo infinito –, dal momento che l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era. 

La noia era la nostra condizione naturale, però la solitudine era tabù [...] Costa fatica non sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola: quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo dalla città. 

Sedici anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io stesso dopo la separazione dei miei, mentre  tentenna sul pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma, al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e sentimentale. 
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura, destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di quelle bellezze che saresti tentato all’istante di immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann. La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate spinte. Charlie accetta.

Ma le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare. Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione. 

Adatto a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi, l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare, d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei protagonisti e quelle degli amanti di Verona? 
La lettura di Un dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’, quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi, infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?

A volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati… Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone. 

I negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela, purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà. Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo, proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo  nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei sedici anni.  Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine abbiamo detto sì.
Il mio voto: ★★★★
Il consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony

mercoledì 27 marzo 2019

(Non solo) David | Euforia, Troppa grazia, Ride, Una storia senza nome, La prima pietra, Cosa fai a Capodanno?

Per Lisa era un Dolan all'italiana, ma a malincuore lo avevo perso in sala. Le mie aspettative, alle stelle sapendolo nominatissimo, sono state disattese solo in parte. Vero: sui cieli di Roma si aggirano stormi coreografici, sui corpi nudi vengono proiettati ipnotici giochi di luce e i balli in corsia conciliano la commozione. A lungo, però, la seconda prova della consapevole Valeria Golino ha i pregi e i difetti delle nostre produzioni: Euforia sarà quindi un dramma fatto di personaggi sfaccettati, dei soliti attori bravissimi, con uno spunto talmente classico che poco di nuovo ha da sviscerare in due ore. I contro appartengono a un cinema d'autore che a volte gira a vuoto, strizzando furbescamente l'occhio all'indigesto Sorrentino, ma sa scoprirsi altresì capace di smorzare la malinconia e di sublimare, così, le peggiori difficoltà. La regista napoletana ama lasciare l'amaro in bocca, le scene sospese e, checché se ne dica, Riccardo Scamarcio: allo storico ex, infatti, la Golino regala un personaggio centrale nonché uno dei suoi ruoli migliori. Omosessuale gaudente e spendaccione, ospita in casa il fratello maggiore: un Mastandrea in fin di vita da proteggere dalla verità. Generoso ma prevaricatore, Scamarcio sbandiera le carte di credito e nasconde lo sporco sotto il tappeto. Allo stesso modo, con una studiata forma di egoismo, maschera la preoccupazione verso quel fratello burbero e dolente. Gli indora la pillola con i capricci e gli sperperi, con la fede, con l'amore ritrovato dell'amante Trinca. È tutto sotto controllo, o così si illude. Quanto è giusto pretendere una vita al massimo e togliere all'altro il diritto alla paura, al dolore? Euforia, filtrato dall'amato-odiato personaggio principale, si fa apprezzare più con la testa che con il cuore. Come accade a Scamarcio con Mastradrea, si dimostra onesto soltanto alla fine. Al malato, intanto, sfuggono l'equilibrio e le parole. Verbosissimo ma misurato, al contrario, il film sa come non rimanerne a corto. (7)

L'Italia, terra di miracoli e appalti truffaldini. A fare i conti con gli uni e con gli altri è una geometra fresca di separazione, con ingaggi ormai rarissimi e uno spiccato senso della giustizia. Se lei è la radiosa Rohrwacher, talento impareggiabile a cui si addicono l'ironia e la fisicità di un ruolo più solare dei soliti, non è una sorpresa scoprirla in contatto nientemeno che con la Madonna: a proprio agio con le questioni di fede, dopo Il miracolo e Lazzaro felice, l'attrice fa i conti con un'entità dai modi bruschi, disposta a strapparle i capelli e a prenderla a schiaffi pur di sbatterle in faccia l'evidenza. Commedia in odore di santità, troppo metaforica per risultare perfetta, Troppa grazia ha un ottimo incipit e un prosieguo vittima dell'astrattismo post-new age. Senza tralasciare gli alti e bassi della vita coniugale accanto a Germano e gli atti coraggiosi per sovvertire la corruzione dello status quo, il folle Gianni Zanasi mescola riflessioni sparse sulla salvaguardia del territorio, l'immigrazione e il femminismo. Troppi elementi, con il rischio che lo spettatore non sappia fino in fondo su quale concentrarsi in vista di una chiusa significativa e un po' irrisolta sulle note da lacrime dei Radiohead. Il titolo lo suggeriva: troppo in ballo, ma poco importa. Una scrittura brillante fatta di contraddizioni e paradossi e una Rohwacher da David bastano a credere nei miracoli di un certo cinema italiano; alle preghiere di una creatura bizzarra e amabile contro questo nostro mondo allo sbaraglio. (7)

Mastrandrea fa di nuovo i conti con la morte: questa volta, dietro la macchina da presa. Accolto tiepidamente, nonostante l'autorevolezza di un interprete capace anche di scrivere e dirigere, Ride è una dramedy nostrana che piace per struttura e piglio. Organizzato in lunghi quadri, il film studia le reazioni dei superstiti – si parla di un incidente sul lavoro finito in tragedia – e i loro meccanismi di difesa all'alba delle esequie. Mentre l'orfano pianifica un'intervista per conquistare la bella della classe e il padre del defunto si scontra con il secondogenito ripudiato, la vedova – la scommessa Chiara Martegiani, compagna del regista – lotta con quelle lacrime che non vogliono scendere. Perché non si strugge ma continua ad avere fame e sonno, a cantare a squarciagola la loro canzone d'amore anziché piangerci su? Non mancheranno i gesti di ribellione e i riavvicinamenti, i faccia a faccia e le abbuffate consolatorie. Non mancheranno la poesia del cinema indie: ricorderò a lungo un bambino che apre l'ombrello in casa per riparare la mamma da una pioggia torrenziale. Tutti hanno lacrime, storie, ricordi. Ma nella Marchegiani, gli occhi screziati di mascara e l'accento veneto, il giorno del funerale genera una strana ansia da prestazione. Grezzo ma già interessantissimo, Ride ha la colonna sonora giusta, dialoghi disarmanti e un espediente non da poco: conoscere la persona scomparsa non in fotografa, non nei flashback, ma attraverso chi le è stata accanto. Quali sono state le sue ultime parole? Cosa direbbe se sapesse che la moglie ha bisogno di imitare la fidanzatina del liceo per capire cosa sia il lutto? Proprio Mastandrea, parlava in Euforia del diritto a stare male. Qui, invece, di quello a star bene. Non c'è un unico modo per reagire. Non c'è un unico modo per trattarlo. Valerio, con la fortuna del principiante, individua quello vincente. (7+)

I lettori ricorderanno Vani, l'eroina dei romanzi di Alice Basso: ghost writer alle prese con i grattacapi del giallo. Di una simile disavventura si rende protagonista la goffa Ramazzotti: segretaria, di nascosto firma le migliori sceneggiature di Gassman, dongiovanni bugiardo che a piacimento le fa gli occhi dolci. Non era sua intenzione metterlo nei guai. L'amante giace in coma, adesso, perché la nuova sceneggiatura della protagonista ha fatto andare su tutte le furie le persone sbagliate: peccato non l'abbia scritta lei. Si è fidata della soffiata dell'enigmatico Carpentieri, e la storia della sua vita si è trasformata all'improvviso in un intrigo spionistico di arte, donne e mafia. Sullo sfondo della settima arte, Una storia senza nome è una commedia di grande maniera. Autoironica, densa, fatta di storie dentro storie e slittamenti frequenti. Ha tanto di buono, anche se non tutto funziona. La sceneggiatura, al contrario di quella scritta dalla Ramazzotti, ha qualche intoppo, passaggi frettolosi, e pur divertendo lascia amareggiati al ricordo della buona prima parte. Non si rivela, infatti, all'altezza dell'intelligenza dell'incipit, ma lo spettatore finisce per congedare Roberto Andò senza rimproveri. Intrattenuto da un caso di cronaca che l'immaginazione trasforma in un mystery. Stretto in un cast variegato, in cui spesso rubano la scena mamma Morante e un Gassman furfante anche in un letto d'ospedale. (6,5)

Prendete una scuola pubblica, il personale oberato e un atto di vandalismo che ha portato a convocare d'urgenza la famiglia del bambino. C'è una finestra infranta da sostituire, ci sono due bidelli che non si accontentano delle scuse. Aggiungete, poi, che il bambino incriminato è pure straniero e che Kasia Smutniak e Serra Yalmaz sono pronte a difenderlo con le unghie e con i denti scomodando razzismo e pregiudizio. I ruoli della recita di Natale, tuttavia, riflettono quelli sociali: come si difenderanno gli scoppiettanti Guzzanti e Mascino dall'accusa di avere assegnato agli alunni extracomunitari le parti degli animali? Gli esiti, dati da un coro di personaggi agli antipodi, sono di quelli conflittuali. A due giorni dalla festa che dovrebbe renderci tutti più buoni, volano botte da orbi, veleni e frustrazioni. Dotato di una struttura teatrale ormai meno pericolosa che in passato, cattivo fino all'ultimo, La prima pietra è scritto abbastanza bene da reggersi senza irritare ma non tanto da risultare memorabile. Inferiore ai suoi referenti, da Polanski a Genovese, resta comunque un gustoso anti-cinepanettone in giorni che ci vorrebbero tutti più buonisti, tutti più ipocriti. Gli stranieri ci rubano il lavoro? Il crocifisso in aula, sì o no? A farne le spese, mentre imperversa l'egoismo degli adulti, saranno i bambini. (6,5)

Prendete uno chalet, un manipolo di scambisti, fraintendimenti in quantità. Ci sono due ladri che si spacciano per i padroni di casa. Ci sono ospiti vogliosissimi, che non si accontentano però del benservito. Aggiungete poi che in radio si parla di una probabile fine del mondo. Come ingannare l'attesa se non con l'ammucchiata? Un'altra battaglia dei sessi. Un altro conflitto generazionale. Un'altra commedia satirica che gioca con gli ambienti circoscritti, le apostrofi satiriche, pur mancando di personaggi che non risultino sempre macchiette. Le assurdità degne del primo Ammaniti spiazzano e divertono: funghetti allucinogeni, dita mozzate, aragoste in fuga e cani assassini. Quelle inspiegabili, purtroppo, altrettanto: quale utilità trovare ai personaggi della coppia Scamarcio-Lodovini, agli addetti del catering bloccati nella tormenta? I riferimenti sono ambiziosi, da Tarantino ai Cohen, e qualcuno potrebbe perfino dirsi sorpreso del risultato: un sofisticato film d'interni, volutamente sopra le righe, in cui trionfano l'umorismo nero e i preliminari. C'è lo spunto, c'è la gente giusta e a colpo d'occhio non dispiacciono neppure le atmosfere asfissianti: peccato che, a proposito di sesso, non si arrivi mai al sodo. Sebbene il fascino delle interpreti femminili regali qualche nota piccante – la sexy gallerista Ferrari, la Lisbeth Salander di una Puccini fuori parte, la cafona di buoni sentimenti della solita Pasotrelli –, il risultato è maldestro. Non aspettatevi i fuochi d'artificio. (5,5)

lunedì 4 febbraio 2019

Recensione: La falena dalle ali d'ombra, di Francesca Di Maro

| La falena dalle ali d'ombra, di Francesca Di Maro. Bookabook, € 16, pp. 400 |

Valentine Klein, ventotto anni, codardo, attore, si è ribellato alla famiglia alto-borghese andando a vivere in un casermone affacciato sulla città senza connotati né nome di un romanzo di Donato Carrisi. Deve guardarsi attentamente alle spalle, quando rincasa, e schivare le siringhe nascoste nell'erba alta. Barcamenarsi, ancora, in un pittoresco vicinato che conta maghe, prostitute, spacciatori e fornai maneschi, mentre al lavoro non trova pace. Si divide fra tre occupazioni per sbarcare il lunario – interprete teatrale, dogsitter, insegnante privato – e si dividerà fra tre donne – la collega Sarah, la spogliarellista Fara, la pittrice Wendy –, come il suo animo irrequieto esige. Valentine Klein è un assassino efferato, ma soltanto a parole. Guai a entrare nella sua lista nera: ha dato fuoco alla dispotica dirimpettaia, guardato un faretto schiantarsi in mille pezzi sulla testa del regista, gettato un nerboruto buttafuori in fondo al fiume, e le cose non sono andate meglio né a una mamma con cui ha qualche conto in sospeso né ai suoi allievi irritanti. Frustrato tanto sul palcoscenico quanto in privato, il protagonista condivide questi cattivi pensieri con Amleto: il principe shakespeariano a cui presta volta nell'ennesimo rifacimento, interiorizzando un bellissimo monologo che parla di spettri, colpe e redenzione. Sì, perché in questa versione del copione l'eroe tragico accarezza la speranza nell'atto conclusivo: farà lo stesso anche Valentine, che merita l'assoluzione dei nuovi inizi?

Credi davvero che ci siano persone non disturbate a questo mondo? È la vita che ci disturba, nasciamo già così, scomodati a venire alla luce, strappati dalla “non esistenza” che era il nostro nascondiglio caldo. No, tu non sei disturbato più di chiunque altro. Hai solo più fantasia di tutti noi messi insieme; il tuo talento è la tua condanna!

La falena dalle ali d'ombra spartisce con il suo protagonista una doppia personalità, un doppio fondo, una doppia natura. Diviso in due e per questo, forse, riuscito a metà. All'efficacia della prima parte, irresistibile mattanza nello stile di You e American Psycho, segue la vaghezza della seconda. Che prende avvio altrove, lontano, e ci racconta un altro aspetto di Valentine, una storia d'amore che all'inizio disorienta un po'. Dov'è il sociopatico represso? Dove, il thriller? Ci si sposta a Cape Town, in una vacanza/fuga in Sudafrica, e qui conosciamo l'espiazione nella dolcezza di Wendy: il lungo e ozioso soggiorno da innamorati si conclude con il ritorno dove tutto ha avuto inizio, ma con lei accanto che intanto arreda un appartamento spoglio e con pazienza scaccia via gli incubi. Questa volta va in scena Romeo e Giulietta e Valentine approfitta del piccolo ruolo di Mercuzio per lavorare a un copione tutto suo. Qual è il confine fra realtà e immaginazione? Quando un pensiero rompe le dighe e gli argini, riversandosi nel reale? L'esordiente Francesca Di Maro, attraverso una scrittura raffinatissima e descrizioni particolareggiate non soltanto nell'orrore, lavora così a un accurato scavo psicologico in cui gli estremi della cartella clinica sfuggono e le etichette si confondono. Il suo protagonista è forse colpevole, se gioca al tristo mietitore giusto fra sé e sé? La falena dalle ali d'ombra è un thriller, se la seconda parte subisce tutta un'altra virata con un certo rammarico degli appassionati del gore, del teatro, delle figure borderline? Mi domando come sarebbe stata la stessa storia con qualche taglio strategico qui e lì, senza il contrappeso dell'entrata in scena di Wendy. Ne avrebbe guadagnato in sveltezza, per quanto scorrevole risulti comunque, e avrei sentito meno la nostalgia dei divertentissimi scatti d'ira degli inizi, delle accese sfumature pulp, stemperate a malincuore man mano che il personaggio va facendosi tragico, dannato, romantico.

Gli sembrava di vederla, la sua essenza, fumosa e scura, librarsi dal corpo come una farfalla notturna; lentamente, con ali spiegate che si allungavano come ombre deformi sui muri grigi della notte, della sua notte. Fu in quel momento che diede il titolo all'opera: La falena dalle ali d'ombra, che altro non era che la sua anima, o addirittura la rappresentazione di tutte le anime, sorelle gemelle, aliti identici di un'unità superiore.

Valentine Klein, ventotto anni, codardo, attore, eppure è un personaggio carismatico come non ne incrociavo da tempo. Enfatico, melodrammatico, originalissimo, è un oratore talmente incisivo e affascinante che trovare la sua compagnia indispensabile è un attimo. Se non l'empatia, infatti, è assicurata la fascinazione verso i suoi modi, i suoi mondi, le sue esistenze parallele. Artefice di omicidi a tinte splatter e di monologhi interiori dalla notevole levatura drammaturgica, risente a tratti degli equilibri altalenanti di una farsa satirica dove la finzione – che sia la minuziosa scrittura di Francesca o il mestiere dell'interprete poco importa – è bellezza da preservare, anche con la violenza. La falena si brucia perché attratta dalla luce. Per fortuna non si bruciano i pregi di un esordio di grande stile ma dalla tessitura incerta, attratto ora dal troppo di sottotrame, divagazioni e comprimari che sul lungo tratto stroppiano; ora dal merito delle luci della ribalta.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The xx – Fiction

martedì 27 novembre 2018

I ♥ Telefilm: Homecoming | Crisis in Six Scenes

Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan, il Soderbergh che filmava la claustrofobia con l'iPhone. Sam Esmail, quarant'anni e una carriera tutta in discesa dopo il successo di Mr. Robot, è andato a scuola dai migliori. Primo della classe, nonostante le scarse attrattive di una storia lisergica di hacker e complotti che al suo esordio non mi aveva conquistato, torna a ipnotizzare dall'alto di una regia bellissima. La sua macchina da presa sfida la paura delle vertigini: un tutt'uno perfetto con l'eleganza del vetro e dell'acciaio, il verticalismo hitchcockiano delle scale a chiocciola, una colonna sonora che spazia dalle arie di Handel ai rimbombi stridenti dei noir vecchio stile. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo. Un addetto all'ufficio reclami, ossessionato dalla verità, s'improvvisa investigatore: cosa nasconde una compagnia che cura i veterani dal disturbo post-traumatico? Diciotto pazienti, sei settimane per reintegrarsi; lavori di gruppo, giochi di ruolo, scherzi e confidenze, in una mensa dove il martedì servono gnocchi a pranzo. Qualcuno vorrebbe andare oltre, qualcun altro addita intrighi dappertutto. Potrebbe saperne di più l'ex consulente Julia Roberts, che matura – anagraficamente e artisticamente – senza tradirsi mai, donando il suo sorriso e tanta femminilità a un personaggio che all'inizio appare intransigente e distaccato. Non più psicologa, ma cameriera in una sudicia bettola, ha un nuova routine, un nuovo domicilio – vive con una mamma d'eccezione, Sissy Spacek – e misteriosi buchi nella memoria. Cosa l'ha spinta a quell'inspiegabile retrocessione professionale? Il presente asfittico è in 1:1, mentre il passato in 16:9. E nel passato si annidano le chiamate di uno spietato Bobby Cannavale, Mefistofele che scoraggia (e ispira) riflessioni etiche ed esami di coscienza; la complicità con Stephan James, che forse esula dalla relazione medico-paziente e insospettisce qualcuno ai piani alti. Semplice ma reazionario nel suo piccolo, Homecoming ha episodi che si aggirano intorno ai trenta minuti di durata – di solito, priorità delle comedy – e una chiusa poetica in stile Comet. Se l'ottava puntata è una doppia corsa a cui riescono a stare meravigliosamente dietro un montaggio e una scrittura senza segni d'affanno, nona e decima si prendono tutta la calma del mondo in vista dell'epilogo pacato e un po' magico dei film indie. Ecco le chiacchiere in una tavola calda, il sorriso commosso davanti a una posata fuori posto, i dubbi dopo i titoli di coda con la promettente Hong Chau. Homecoming si accalora, si colora, si amplia e, in campo neutrale, si apre finalmente all'emozione. Come una gita in macchina dalla Florida alla California, da The Manchurian Candidate a Eternal Sunshine of the Spotless Mind, che apre gli occhi sui pro e i contro di una società alla Black Mirror mentre invoglia a sognare un po'. (8)

Prendete una coppia in là con gli anni, ebrea e conservatrice: lui, pubblicitario e scrittore, riposta l'ambizione di diventare il nuovo Salinger, confessa al barbiere l'idea di sceneggiare una serie televisiva; lei, un po' Diane Keaton e un po' Allison Janney, è invece una consulente matrimoniale che si barcamena fra coniugi in crisi e borghesi annoiati. Fuori impazzano gli anni Settanta: le manifestazioni giovanili, il rock, la ferita del Vietnam. Possono forse sentirsi protetti dal divenire storico se nemmeno la loro casetta è a prova di invasore? Qualcuno irrompe nella loro routine senza annunciarsi né chiedere il permesso. È una Miley Cyrus che a sorpresa regge benissimo i dialoghi fiume e i tempi comici di un cinema al solito verbosissimo, con un ruolo cucitole su misura: bionda, hippy e spregiudicata, fugge dalle accuse di terrorismo – immaginatela come l'irrequieta Dakota Fanning di Pastorale Americana – e semina tempesta. Pane per i denti di un ottantenne ipocondriaco e misantropo, che sa ridere di morte e politica a patto che nessuno mangi a tradimento il pollo della sera prima o le adorate arance Navel. Il risultato della convivenza forzata? Un'esilarante andirivieni che mette a soqquadro un attempato club del libro (le adorabili partecipanti leggeranno gli aforismi di Mao, i segreti della guerriglia, le istruzioni per fabbricare bombe con gli stessi principi del bricolage), le ideologie di un cocco di mamma che d'un tratto scopre di preferire le cattive ragazze (con buona pace di Rachel Brosnaham, futura Mrs. Maisel), le giornate di due anziani professionisti convertiti presto all'agilità dello spionaggio. Scrive e sceneggia Woody Allen, e si sente, e si ride, e fa la differenza. Crisis in Six Scenes, produzione Amazon vista con estremo ritardo per via del gran parlarne male, mi è parsa una commedia di quelle che mancavano da un po'. Da Blue Jasmine in poi, infatti, il regista si era dato a copioni più malinconici e a stelle più sfavillanti. Si era nascosto dall'altra parte della macchina da presa, quando in realtà nei suoi occhiali a fondo di bottiglia e nei suoi modi goffi mi sono sempre rivisto con estrema simpatia. In un formato per lui inedito, in una casa sempre più rumorosa e affollata, riesce a far faville pur non osando mai con una storia di conflitti e dissapori generazionali in cui subito mi sono sentito nel mio elemento. Le orecchie attente ai botta e risposta pensati con la classica intelligenza newyorkese, gli occhi che saettavano dal poster del Che in camera da letto a un assembramento di impareggiabili mattatori, il cuore leggero e pesante insieme. Questo Natale sarà infatti più spento del solito, complici gli antichi scandali rispolverati, senza le chiacchiere di Allen in sala. Che sia l'occasione buona per scoprirlo, rivederlo o, come in questo caso, recuperarlo. (6,5)

lunedì 29 ottobre 2018

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Ghost Stories, Hounds of Love, The Domestics, Slender Man, The End?

Un investigatore abituato a smascherare falsi prodigi viene chiamato a colloquio da un collega celeberrimo, sparito ormai dalla circolazione: il maestro confessa all'alunno che tre casi inspiegabili hanno fatto vacillare le sue certezze e mettere un punto fermo alla sua carriera. Come negare infatti l'esistenza del soprannaturale davanti all'evidenza? Prende avvio da un confronto dal taglio teatrale, da una richiesta di aiuto, un prodotto strano ma bello intitolato Ghost Stories: bambola russa di storie dentro storie, di film nella film, che nonostante il gran leggerne bene sorprende ulteriormente per l'autoironia, il citazionismo e una natura antologica, seriale, che somiglia a tratti a una riflessione metacinematografica. Nello stesso film, tratto proprio da una pièce teatrale come suggeriscono toni e struttura, sono contenute tre storie: quella di un guardiano notturno che fa i conti con le inquietanti apparizioni di un manicomio femminile; quella di un adolescente che, una notte, investe una specie di Krampus che lo tormenta mentre l'auto è in panne; quella, senz'altro la meno convincente, di un facoltoso neopapà alle prese con un rumoroso poltergeist e una nascita demoniaca. I racconti da brivido, scopriremo in un epilogo pieno di colpi di scena a effetto, sono collegati dalla stessa cornice narrativa – per quanto fragile, per quanto già vista. Dimenticate le notti buie e tempestose, le case infestate, gli esorcismi in extremis o le formule scaramantiche. Sostituite il tutto, piuttosto, con un protagonista in preda ai sensi di colpa involontariamente al centro della quarta e ultima storia, una scrittura brillante che nel delirio finale mette ogni cosa in discussione, una messa in scena in cui si avvertono il brio e l'eleganza delle produzioni britanniche. Niente è come appare, e sobbalzi e suggestioni sparse comprendono a creare un'atmosfera genuinamente spaventosa – quell'irresistibile incrocio di sussulti e leggerezza, insomma, che tanto si addice all'imminente Halloween. Segreti di una pantomima che all'occorrenza sa divertire, sa spaventare, correndo il rischio vincente di seguire le proprie regole. (7)

Un'adolescente scompare, rapita nella stessa via in cui abita. Non ci si fida degli sconosciuti, lo sanno anche i bambini. Ma i suoi rapitori sono un uomo e una donna, coppia appassionata e complice anche nella vita, e la adescano proponendole dell'erba a poco prezzo una sera in cui aveva voglia di sballarsi un po'. La anestetizzano, la legano al letto. I White non sembrano tipi poco raccomandabili, ma l'apparenza inganna: lei scalpita per ottenere l'affidamento dei figli, che l'ex marito le nega; lui, omuncolo poco rispettato nel quartiere, è indebitato fino al collo e solo a casa esercita il potere. Vicki non è la loro prima volta. La violenza condivisa, l'omicidio, accendono la passione e li tengono insieme. Ma la ragazza ammanettata è diversa, speciale: seduce il marito e semina dubbi nella moglie. Cosa li tiene insieme, oltre alla depravazione? Le sevizie sono l'hobby preferito da chi dei due? In Hounds of Love, thriller australiano ispirato a più di una storia vera, i veri protagonisti sono i serial killer e le crepe all'interno del loro rapporto non così indissolubile. Proviamo per tutto il tempo un'avversione viscerale, ma ne siamo affascinati. Come i protagonisti di un dramma borghese, si allontanano e si mettono in discussione – colpa della ragazza sbagliata, che ha già visto i propri genitori scoppiare. Con una fotografia impeccabile e una colonna sonora degna di meraviglia, l'esordio di Ben Young – che scrive, dirige e nel 2017 convince più di qualche festival indie – mostra le porte chiuse e i volti tumefatti, una violenza sottintesa, ma psicologicamente appare tuttavia accuratissimo. Coglie in contropiede la banalità di tutto il male. Spiace sinceramente per la prigionia della seconda donna della casa, la padrona: una straordinaria e fragilissima Emma Booth, che si accontentava delle briciole – e dei cani di compagnia: il contentino a cui il titolo originale allude – scambiandole per amore. (7)

In un futuro imprecisato qualcuno ha voluto raderci al suolo. I sopravvissuti, ridotti a selvaggi armati di asce e disperazione, si sono divisi in squadriglie agghindate di tutto punto – ognuna ha uno stile distintivo, un simbolo – e in guerra fra loro. Voci fuori dal coro, i civili di cui parla il titolo. Persone senza bandiera, e per questo cacciate indistintamente da tutti. La coppia in crisi composta dagli ostinati Tyler Hoechlin e Kate Bosworth, bellissimi anche quando sporchi e rattoppati, cerca di raggiungere la famiglia di lei nella ridente Milwaukee: un viaggio in macchina di poche ore da breve, con l'apocalisse fuori, si trasforma in odissea. La loro terapia per tornare ad amarsi, così, somiglia a una lotta alla sopravvivenza: da un lato loro, dall'altro tutti gli altri, indistinguibili fra alleati di fortuna e nemici giurati. Sopravvivranno? Più di qualcuno tenta di allontanarli dalla meta a suon di speronamenti e spari a bruciapelo; qualcun altro, invece, ci scommette perfino sopra. Nonostante gli manchino la delicatezza della dimensione familiare di A Quiet Place e un po' di ordine nelle dinamiche e nei partizionamenti, il sottovalutato The Domestics è un intrattenimento frenetico e di buon livello; un thriller distopico che cita espressamente il capolavoro di Kubrick in un dialogo, ma preferisce puntare senza troppe pretese agli inseguimenti tribali di Mad Max o al gusto dello spettacolo di The Purge. In un'implacabile declinazione del genere home invasione, non ci sarà mai pace né per i coniugi braccati né per lo spettatore. Su ruote, infatti, mancano confini e tregue; manca una casa – o meglio, un'unica casa – da profanare mascherati da belve. (6,5)

Ogni generazione ha il suo Uomo nero. Negli anni Ottanta c'erano state le nenie allo specchio di Candy Man e gli incubi di Freddy Krueger. Nei Novanta sono spuntati i riccioli rossi di It. Per i ragazzini dei primi Duemila c'è stata Samara, e si è giunti infine alle fobie dei Millennials: in particolare, dal web, si è andata diffondendo la superstizione verso questa figura elegante e longilinea, i cui misfatti sono sfociati nella cronaca nera. In suo nome, leggevo, qualche adolescente americana ha ucciso o si è uccisa. Tutto per il culto di Slender Man: un'ossessione mediatica che, a scatola chiusa, affascina. L'inquietante protagonista delle creeypasta seduce e soggioga, si diffonde a macchia d'olio: come una storia fattasi in fretta leggenda, come un virus da debellare. Da lì le controversie per un film prima boicottato, poi censurato a furia di tagli. Da lì la storia di quattro amiche che evocano la creatura, rischiando di intraprendere un percorso senza ritorno. Colpa dei suddetti tagli, allora, le falle di una sceneggiatura insensata? Si spiegherebbero così i difetti di una pellicola rabberciata alla bell'e meglio, che in principio aveva forse l'ambizione di raccontare, se non le origini del mostro, almeno l'alienazione, le relazioni e le ansie di una gioventù che non ha niente di sano, niente di genuino. Peccato che, a ben vedere, non siano gli unici contro. Lavorazione travagliata a parte, Slender Man resta un teen horror al di sotto del minimo sindacale: lui ridotto a un dissennatore mostrato troppo e troppo presto; le attrici – ricordiamo la King di The Kissing Booth – un gruppo anonimo di influenzabili vergini suicide. La scrittura vive di inesattezze e luoghi comuni. Regia e fotografia, a tratti decorose, sembrano prendere le migliori stranezze dalle sequenze deliranti della videocassetta di The Ring nell'impossibilità, purtroppo, di farle poi convergere in un intreccio dotato di inizio, svolgimento e fine. Parabola dubbia su una generazione fragile e volubile, antipaticissima, Slender Man e i suoi adepti non hanno né la paura né la fantasia. Tutto, tanto, è un pigro remake delle annate precedenti: giovinezza interrotta compresa. (4)

È l'imminente apocalisse, eppure ha inizio come un giorno qualunque per uno yuppie come tanti: giacca e cravatta, amanti segrete, sottoposti maltrattati, un ascensore da prendere per salire ai proverbiali piani alti. Ma qualcosa s'inceppa a metà strada, e lui rimane intrappolato lì: con l'insopportabile compagnia di se stesso e gli zombie fuori. In un esame di coscienza che avrebbe potuto farsi, in teoria, interessante film dell'orrore. Amatoriale, serioso, senza alcuna ironia, l'esordio alla regia di Misischia è un esperimento che si prende troppo sul serio, quando non ne avrebbe né i mezzi né le possibilità. Piuttosto scadente, e non per la regia televisiva; non per i trucchi artigianali ma discreti o il sangue incontenibile; non per un cast poverissimo, capitanato da un Roja non all'altezza dei one man show di Reynolds, Franco o Redford. Semplicemente, perché annoia da morire. Cade a picco, così, appesantito com'è dal già visto; dalla piattezza della scrittura, che poco conserva del brio dei Manetti Bros; da spazi ristretti che da un lato nascondono le ristrettezze del budget, dall'altro favoriscono gli sbadigli e le occhiate frequenti all'orologio. E spiace, sì, per la sua riuscita: cattiva non perché si tratti di una modesta opera prima nostrana con tutti i limiti del caso, ma perché The End? sa proprio di stantio. Quando, a dispetto del titolo, avrebbe potuto essere per ironia della sorte l'inizio di un felice sperimentare. (5)

lunedì 20 agosto 2018

Recensione: Non è colpa della luna, di M.L. Rio

| Non è colpa della luna, di M.L. Rio. Frassinelli, € 19,90 pp. 316 |

Silenzio in sala. Signore e signori, prego, i cellulari spenti. Nessuna foto, grazie
Si alza il sipario. Che la luce dei riflettori illumini uno a uno gli attanti: sette silhouette in nero, William Shakespeare e l'omicidio colposo in scena. Hanno interpretato Macbeth a Halloween, Romeo e Giulietta durante il ballo in maschera di Natale, Sogno di una notte di mezza estate con la mìse succinta dei pigiama party. È arrivato poi il tempo di Giulio Cesare – dramma storico o tragedia, e con Cesare o Bruto nel ruolo di autentico protagonista? –, personaggio destinato ad ascendere e cadere nell'ennesima rilettura in chiave contemporanea. Gli attori in giacca e cravatta, come nella corsa alle elezioni politiche, e un tagliacarte per arma del delitto. Di certo non cambia il finale, no; di certo non cambiano i ruoli in programma.

Quello che succede con Shakespeare è che lui è così eloquente... Parla di ciò di cui non si può parlare. Trasforma il dolore e il trionfo e l'estasi e la rabbia in parole, in qualcosa che possiamo comprendere. Rende comprensibile l'intero mistero dell'umanità. Si può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica.

La Dellecher, istituto con una retta di ventimila dollari e la crème de la crème nel corpo docenti, è infatti un microcosmo in cui vigono parti fisse e precari equilibri di potere. Alla ribalta ecco lo sprezzante Richard, nato con la camicia: cosa succederebbe se qualcuno gli negasse i riflettori e l'annunciato ruolo dell'eroe? Seguono Wren, sua cugina, ragazza pallida e cagionevole sbucata da un'epoca di gentilezza incondizionata e principesse da destare con un bacio; la facoltosa e bellissima Meredith, che per selezione naturale di Richard è prevedibilmente la ragazza; Filippa, con frequenti ruoli en travesti, un passato misterioso e un intuito finissimo, a dispetto del fare laconico; Alexander, giullare vizioso e carismatico, senza tabù in camera da letto e con il bicchiere sempre pieno alle feste; James, l'alter-ego di Richard e il suo yin: tutti lo amano, e lui magnanimamente ama tutti. Non fa eccezione il narratore, Oliver: il compagno di stanza fedele e l'ombra inseparabile, al centro di un'ambigua amicizia dalle inespresse pulsioni omoerotiche che lo fa sentire graziato per ogni affettuosa pacca sulla spalla, per ogni momento – o segreto – condiviso.

Gli attori sono per natura instabili: creature alchemiche composte di elementi incendiari, emozione ed ego e invidia. Surriscaldali, rimestali insieme, e a volte otterrai l'oro. Altre un disastro.

I sette privilegiati hanno famiglie che non li comprendono fino in fondo, Per aspera ad astra come motto e i giorni contati per riuscire a emergere. Siamo agli sgoccioli degli anni Novanta. Sta per finire il vecchio millennio, assieme al loro ultimo anno di corso. Tutto ha un equilibrio, tutto un senso: perfino la spocchia, quando diventa crudeltà verso il prossimo. Come contrastarla, se non con l'assassinio? Congiurati non soltanto per finzione, allora, ci si copre le spalle, ci si accusa, ci si condanna in 300 pagine elettrizzanti. Ci si ama e ci si odia, spesso contemporaneamente. Ci si scopre tutti vicini: dietro le quinte, nella malasorte.

Non esiste conforto maggiore della complicità.

Arrivato in Italia con una copertina dai toni inutilmente seriosi, Non è colpa della luna è un irresistibile thriller alla Kevin Williamson che ha scene, non capitoli; atti, non sezioni. Colto nelle citazioni, elegantissimo benché in linea con lo spirito irrequieto e giovanile dei romanzi di formazione, l'esordio della talentuosa M.L. Rio rende perfettamente le ambizioni, le passioni torride, l'impalcatura e lo spettacolo mirabolante dei loro brutti segreti. Manca un guizzo alla cronaca di Oliver, fino all'ultimo il personaggio con meno ombre: spalla drammatica generosa e versatile, che fa brillare gli altri anche su carta, rimanendoci in parte – nonostante l'impiego della prima persona – sconosciuto. A non mancare, ovvio, è il coup de théatre. Quando scoppia il caos in seno alla compagnia, si crea un posto vacante. E ognuno di loro vorrà inconsciamente riempirlo, per salvaguardare lo status quo: non c'è spettacolo, infatti, senza antagonista. Ingredienti indispensabili: gli omicidi, i segreti, la poesia. Sotto l'incantesimo di uno Shakespeare che ha i versi e le parole per tutto, sono dunque i benvenuti gli intrighi proibiti, le vendette trasversali, le passioni omicide. Gli attori, per deformazione professionale, fanno infatti loro ogni emozione. Saranno chiamati questa volta a recitare il dispiacere, a recitare l'innocenza. Nuovo ruolo? Quello dei superstiti, alla deriva nei flutti del sospetto. Quello dei cattivi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tears for Fears – Everybody Wants to Rule the World