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giovedì 9 aprile 2026

Recensione: La vita sempre, di Elena Varvello

| La vita sempre, di Elena Varvello. Guanda,€ 20, pp. 336 |

Da quando i miei nonni non ci sono più, le telefonate tra me e mia madre si sono riempite di storie – a volte inedite, altre note – sulla loro vite. Com'erano prima che la malattia ne ammorbidisse i corpi, indurendo il carattere? Chi erano prima di diventare i suoi genitori? Alla cornetta, mi promette che prima o poi mi regalerà i loro vinili, le foto del matrimonio. E mi strappa, in cambio, un giuramento solenne: un giorno, dovrò scrivere di loro. Parla di ricordi, e di sangue, e di eredità, anche l'ultimo romanzo di Elena Varvello: una «questione privatissima». Apprezzata in precedenza per le tinte fosche di La vita felice e Solo un ragazzo, torna in libreria con un intreccio più classico, il cui valore storico e affettivo si rivela realmente nel capitolo conclusivo.

Essere vivi – a me non toccherà mai il contrario, solo la vita, sempre.

Siamo ad Alba, a ridosso della Seconda guerra mondiale. Un po' come il rione di Elena Ferrante, la cittadina di Fenoglio e Ferrero è un microcosmo in cui i cinegiornali fanno da sottofondo agli amori, agli scandali, ai piccoli crimini degli abitanti. L'Europa brucia. Ma i protagonisti hanno vent'anni e nessuna intenzione di rinunciare ai loro desideri. Lei, Teresa, è un'aspirante maestra: dev'essere perfetta per il padre, tornato disabile dal fronte, e per l'amica Clelia, che in lei vede la quintessenza della grazia. Lui, Francesco, è un universitario fuori corso bello come Rodolfo Valentino: cresciuto senz'amore, lo ha cercato dappertutto, flirtando con le vita come si fa con una bella ragazza. Tra case di ringhiera e bagni al fiume, feste patronali e cinema, i due sono i soggetti di istantanee rubate poco prima dell'inevitabile: le leggi razziali, la diserzione, i rastrellamenti, la resistenza partigiana, i lager.

Ciò che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero: si somma a tutto il resto.

Qual è l'eco che la Storia ha sulla vita delle persone normali? Epico e ordinario insieme, illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, La vita sempre è una lotta alla sopravvivenza in cui, alla costante ricerca di una libertà senza bandiere, Teresa e Francesco tentano di sgusciare tra le maglie del destino: anche a costo di scavare una via di fuga con un cucchiaio. Hanno il passo svelto, l'argento vivo addosso, un'intramontabile voglia di cantare d'amore. Varvello onora le loro vicende e, a tratti, le reinventa, in una narrazione che via via si fa più frammentaria: come i sogni, le poesie, le canzoni. Perché dove la vita dà e la Storia toglie, l'immaginazione risarcisce. Forse, è così che si tiene insieme ciò che la morte divide. Allora, al telefono, a mia madre ho detto di sì: un giorno scriverò dei miei nonni. Non tanto per la promessa che le ho fatto, ma per non lasciare che si perdano di nuovo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – Generale

martedì 9 settembre 2025

Recensione: L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong

| L'imperatore della gioia, di Ocean Vuong. Guanda, € 20, pp. 432 |

È considerato una delle voci più significative della sua generazione. Classe 1988, origini vietnamite, si muove con successo tra prosa e poesia. Tutti scrivono di lui — da Oprah a Bjork. Il suo secondo romanzo, però, è molto diverso da come ce lo raccontano oltreoceano. Presentato come un'avventura alla Mark Twain, potrebbe deludere chi confidava in un'epopea densa e rocambolesca. La trama, essenziale, racconta le gioie e i dolori del giovane Hai: alter-ego dell'autore, ha sviluppato una dipendenza dai farmaci e dalle bugie. Mentre pensa di togliersi la vita, lo salva Grazina: ottant'anni, ha bisogno di un infermiere per fronteggiare la demenza e i flashback di una Lituania sotto assedio, divisa tra Hiltler e Lenin.

Il superpotere dell'essere giovani consiste nel fatto che sei più vicino al non essere nulla – e quando sei molto vecchio è la stessa cosa.

Vuong descrive la loro improbabile convivenza, ma anche la routine tragicomica del ristorante in cui Hai lavora part-time. L'HomeMarket potrebbe essere il set di una sit-com. Popolato da personaggi ai margini — prostitute, reduci, eroinomani —, offre cornbread di una bontà leggendaria e un cast di comprimari adorabili. BJ (la manager wrestler), Maureen (rettiliana convinta) e Sony (cugino Asperger con il pallino per la guerra civile) sono gli ingranaggi di un microcosmo umile e dignitoso che diventa emblema del sogno americano. Troppo lirico e frammentario per i miei gusti, ma ispiratissimo, Vuong ha lo sguardo empatico del cinema di Sean Baker.

Le parole sono incantesimi. In quanto scrittore, dovresti saperlo. È per questo, Labas, che si dice “fare lo spelling”, da spell, incantesimo.

Scrive così una fiaba su un battaglione di diseredati — i personaggi sono tutti immigrati, fragili, abbandonati —, che nell'America di Obama porta avanti le speranze delle generazione precedente. Era il 2009, e tutto sembrava possibile: soprattutto reclamare appartenenza. Benché politico e saldamente ancorato al reale, L'imperatore della gioia ha la grazie necessaria per conferire una dimensione favolistica al dramma dell'emarginazione. East Gladness, Connecticut, è un luogo ai confini della realtà in cui l'inverno è lungo sette mesi, la brina ricopre ogni superficie e il fiume gorgoglia inquinamento. Lì, in una baracca sull'argine, è possibile imparare dal nuovo la gentilezza, la collaborazione, la fiducia nel progresso umano. Il segreto, direbbe Grazina, è abbuffarsi di carote: ci vogliono vitamine — e piccoli eroi di questi — per prevenire la tristezza.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Stonemilker - Bjork

venerdì 12 agosto 2022

Recensione: Patria, di Fernando Aramburu

Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |

Quando andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento: contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione – guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu: stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna, seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi spietati o atti di giustizia?

Mi sono resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma, un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.

In maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore, si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.

La trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese, riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone: perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri – passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale, struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea. Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine. Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio, Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero fatto meglio a piegarsi alle minacce?

In realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.

Ormai anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale. La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa. Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria

giovedì 25 febbraio 2021

Recensione in anteprima: L'ultima estate, di André Aciman

| L'ultima estate, di André Aciman. Guanda, € 16, pp. 160 |

Prendete una località turistica in alta stagione. Collocateci un nutrito gruppo di villeggianti americani: rumorosi, cinici, un po' sprezzanti. Aggiungete al loro tavolo un ospite misterioso: un gentiluomo sulla sessantina, con un impeccabile accento inglese, origini peruviane e un fiuto infallibile per i segreti altrui. Se poi vi anticipassi la nascita di un amore istantaneo, in grado di superare un importante gap generazionale, ogni indizio sarebbe al posto giusto. A occhi chiusi sapreste dirmi di essere proprio in una storia di André Aciman. Dopo il successo di Chiamami col tuo nome e di quel seguito non apprezzato all'unanimità – a me piacque molto –, l'autore torna oggi in libreria con un romanzo che somiglia più a un racconto lungo. Scritto con eleganza e ironia, si legge in un pomeriggio. Se da un lato Aciman ripropone nuovamente la sua formula consolidata, dall'altro aggiunge leggere venature paranormali per sorprendere il lettore.

La persona amata ritorna sempre. Vedete, è la vita a essere transitoria, non l'amore.

Ambientato in una Costiera amalfitana sospesa nel tempo, dove tutto appare possibile, L'ultima estate si colora di magia grazie al dono di Raùl. A colpo d'occhio il sessantenne indovina i segni zodiacali, i sentimenti inespressi e le conformazioni familiari dei protagonisti. Capace anche di inspiegabili abilità taumaturgiche, filosofeggia di multiversi e connessioni, vite passate e vite possibili. Malinconico flaneur, Raùl fa da Cicerone alla bella Margot: l'unica tra gli americani a trattarlo con sprezzo. Tradita troppo in fretta la dimensione corale dell'inizio, Aciman segue la strana coppia tra pranzi prelibati, passeggiate e rivelazioni. Paradisiaco, lo sfondo campano cinge i protagonisti in un abbraccio di frutti esotici, giardini lussureggianti, anfitrioni facoltosi. E, al solito, grazie alla cultura umanistica dell'autore si tinge di un irresistibile fascino leggendario: nel sesto libro dell'Eneide, infatti, Virgilio scriveva che lì sorgevano i “lugentes campi”, luoghi in cui solevano struggersi gli amanti inappagati.

Non facciamo che ricostruire e reinventare sia il passato sia il futuro. A volte, mentre ci troviamo per strada o su un autobus affollato, ci assale il pensiero che quella persona di cui abbiamo intercettato lo sguardo o che abbiamo appena incrociato sul nostro cammino sia un'altra versione di qualcuno che abbiamo amato in passato e ameremo in futuro. Quella persona, però, potremmo essere noi stessi in un altro corpo. E la cosa bella è che lo sentiamo entrambi. Quella persona siamo noi, oppure è qualcuno destinato a noi che però in ogni vita continua a sfuggirci? Noi in un altro, non è forse questa la definizione di amore?

Delicato dialogo generazionale ai confini della realtà, il racconto propone una spiegazione soprannaturale per far luce su colpi di fulmine e dejà vu. Avete mai avuto la sensazione di essere già stati in un posto? Vi siete mai domandati cosa spinga persone inconciliabili l'una tra le braccia dell'altra? Il pieno apprezzamento dell'Ultima estate dipenderà dal vostro grado di romanticismo, da quanto crediate alle anime gemelle e ai miracoli. Scettico per natura, ho accolto con il sopracciglio alzato la deriva fantasy di Aciman – questa volta somiglia più ai colleghi Guillaume Musso e Marc Levy –, benché vinto comunque dalla dolcezza dell'epilogo. Il più grande difetto di questa lettura si rivela essere anche il suo più grande pregio: lo sfondo oleografico di un'Italia da cartolina, anzi da favola, che riempirà di malinconia al pensiero di quando ci era concesso di essere innamorati, abbronzati e in vacanza. Si chiama L'ultima estate, ma ci tenta a fantasticare sulla prossima. Cosa avrà in serbo per noi?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Mina – Un'estate fa

mercoledì 30 settembre 2020

Recensione: Proprio come te, di Nick Hornby


| Proprio come te, di Nick Hornby. Guanda, € 18, pp. 368 |

Lei è Lucy, quarantadue anni, insegnante reduce da un divorzio burrascoso: bianca. Lui è Joseph, ventidue anni, babysitter, allenatore di calcio, aspirante deejay: nero. Loro si conoscono un sabato al bancone della macelleria presso cui il giovane lavora nel weekend. Entrambi abituati a sentirsi inadeguati, si piacciono all’istante ma è vietato flirtare durante le contrattazioni: a Lucy, per di più, serve proprio un babysitter per i suoi figli. Insomma: di mezzo c’è un rapporto di lavoro, e c’è che vent’anni di differenza e una diversa estrazione sociale sono troppo da superare. Ma lo so cosa state pensando: è una commedia romantica! I contrasti e le barriere sono soltanto piccoli ostacoli sulla via che conduce al lieto fine. L’ho creduto anch’io davanti a una lettura che mi figuravo simpatica, leggera, spensierata. E a lungo Proprio come te è esattamente questo:  la storia di un inatteso colpo di cuore che si fa leggere con un sorrisone che va da guancia a guancia. Il merito spetta alla verve comica di Nick Hornby. Amato e seguitissimo tra cinema e televisione, era in lista da anni ma questo è il primo romanzo dei suoi che riesco a leggere. Nonostante l’intreccio elementare, posso dirmi comunque sorpreso. Perché, com’è noto ai più, Hornby è forse l’artefice di alcuni dei dialoghi più brillanti su piazza – ho pensato a Woody Allen e Amy Sherman-Palladino – e i suoi protagonisti son indagati sin nelle pieghe più intime.

È questo il punto. Basta essere legato a qualcuno, e sei nei guai.

L’inizio della relazione tra Lucy e Joseph è tanto naturale quanto adorabile. Si scambiano SMS dalla punteggiatura perfetta, e la punteggiatura è sexy; si danno alle maratone dei Soprano sul divano; sgattaiolano al piano superiore per fare sesso a ogni occasione buona. In segreto giocano alla famiglia felice. Ma come se la cava una coppia improbabile alle prese con la vita nera? Quali film andare a vedere al cinema, se il gap generazionale è grande? Cosa dire agli amici e alle famiglie? Come guardare al futuro, se l’orologio biologico di lei ha le ore contate? Nick Horny, nella seconda parte, lascia spazio a quello su cui i film preferiscono glissare: le fragilità, i dubbi, le paure. Le cene in pubblico, ad esempio, infondono un’orribile ansia da prestazione. Lucy reagisce con l’entusiasmo di una mamma chioccia davanti ai successi musicali del partner. Joseph sbadiglia come un adolescente annoiato a teatro. Sulla scia dei loro ripensamenti, la narrazione si appesantisce più del previsto. E la commedia romantica degli inizi perde il brio del primo incontro e trova l’amara verità. Diventa qualcosa di più. Le situazioni alla Indovina a cena, così, cedono il passo alle zone grigie già popolate dagli amati-odiati protagonisti di Persone normali.

E proprio per questo Lucy era speciale: lei lo tirava dentro il presente. […] E forse in questo non c’era futuro, ma c’era il presente, e proprio in questo consiste la vita.

Gli amori non richiedono forse una fatica immane? Nella vita di coppia contano più le affinità o le differenze? Circondati da una galleria di secondari esilaranti, sullo sfondo di una giungla urbana nevrotica e multirazziale, gli innamorati devono lasciare la confortante parentesi in cui si sono rifugiati per il debutto ufficiale in società. Si imbatteranno nelle opinioni sgradite di chi mette al vaglio la felicità altrui. Conosceranno in prima persona il pregiudizio dei quartieri bene: se un ragazzo di colore bazzica sotto casa, purtroppo, i vicini saranno ben pronti ad allertare la polizia. Per di più, corre l’anno 2016: gli inglesi sono in fermento per il referendum, mentre dagli Stati Uniti si allunga già l’ombra sinistra di Donald Trump. La scelta – Leave o Remain – inevitabilmente diventerà anche la metafora del destino dei due. Se il lieto fine è in dubbio, nell’impossibilità di imparare ad amarsi un giorno alla volta, ci si può forse astenere dal voto?

Il mio voto:  ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye

mercoledì 13 novembre 2019

Recensione: Cercami, di André Aciman

| Cercami, di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |


Elio e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore, nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme: difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché impossibili.

Eppure ci dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel, il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da maschiaccio che in teoria ama la solitudine, ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco, nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio, alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel. Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel –, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver, invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati, Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti, amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle costrizioni di una non-vita.

La musica non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la vita non vissuta. 
Questi tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà. Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante, non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera invidia.
Dall’estate calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.

«Quando vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio, sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro, starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi risponderebbe.»
[...] 
«Che cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E tu che cosa risponderesti?»
«La stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso lo sapete.»
Ognuno tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno, seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito enigmatico, la classica seconda possibilità. 
Cerca qualcosa anche il lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno, che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te 

lunedì 9 settembre 2019

Recensione: Il signor Diavolo, di Pupi Avati

| Il signor Diavolo, di Pupi Avati. Guanda Editore, € 16, pp. 202 |

Ridevano le finestre del suo più grande successo. Un giallo di culto negli anni Settanta – fra i suoi estimatori si ricordano Quentin Tarantino e Eli Roth –, ambientato sullo sfondo della campagna emiliana e nel mondo dell’arte sacra. Recuperato in tempi recenti, ho scoperto un film invecchiato malamente ma un intreccio accattivante: al di là delle immagini ormai slavate e di un cast di sconosciuti non sempre all’altezza, si ricordano i paesaggi – inconsueti perché luminosissimi, lontani dalla trafficata Torino di Dario Argento – e la sofferenza sul viso di un San Sebastiano da restaurare. Chiamato a dare nuovo lustro all’affresco e a rivangare la sorte di un pittore morto di follia, era un giovane di città: curioso come il gatto del proverbio, in una matassa di donne fatali e concittadini omertosi, rischiava di lasciarci lo zampino. Nel frattempo l’instancabile regista, ottantenne, non si è fermato. Dalle commedie in costume ai drammi familiari, dal grande schermo al piccolo, è una presenza costante del nostro cinema. Ma i fan dell’horror reclamavano da un po’ il suo ritorno ai fasti splatter. In sala da qualche settimana, Il signor Diavolo aveva messo già alla prova le inquietudini dei lettori. Prima romanzo, poi film, omaggiava a tratti il famoso predecessore ma trasferiva il mistero in Veneto, all’epoca del dopoguerra: per deformazione professionale, prevedibilmente, ho preferito dare la precedenza al volume Guanda.

Il parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive bisogna trattarle bene.

Roma è in macerie, la stazione Termini è in fase di costruzione. In un appartamento semivuoto, con Nilla Pizzi impegnata a struggersi in un ritornello alla radio, l’inquieto Furio fa i conti con i morsi dell’abbandono: fervente cattolico, è impensierito dai debiti – ha preso in gestione una tabaccheria fallimentare – e dalla vergogna che lo lega a Laura, l’ex moglie. Per il viaggio di nozze, da innamorati, avevano pensato a Venezia. Ci andrà, adesso, ma in completa solitudine: così detta un incarico ministeriale che nessuno sembra volere. Inetto, assuefatto alla disistima dei colleghi, parte per Lio Piccolo per conto della Democrazia Cristiana: il suo compito, salvare il buon nome della cristianità attraverso un ispezione. Il caso è già chiuso: il piccolo Carlo, affranto per la morte dell’amico Paolino, avrebbe ucciso a pietrate Emilio – un forestiero di nobile famiglia, grosso e tonto, con una dentatura bestiale e uno scandalo nel passato. Il movente: una possessione demoniaca. Quella che dovrebbe essere la fine di Emilio è l’inizio della storia di Furio. Ci sono dettagli stridenti, incongruenze, dilemmi etici e morali; perfino il medico legale e l’addetto agli esami balistici, davanti a un cadavere con qualcosa di strano, alzano bandiera bianca.  L’ispettore dall’ego infranto legge gli incartamenti e prende il primo treno. Non è pronto al sopraggiungere dei ricordi d’infanzia. Non è pronto alle nebbie perenni, a esondazioni che disturbano la pace dei cadaveri, alla forza oscura dei riti rurali.

Fisso quella brodaglia lucida e ferma e all’improvviso so perché quella grande pozza è lì davanti a me. Non c’è nessuna ragione per farsi venire un’idea così. Però sono certo che qui, ancora all’asciutto, dove mi sono fermato, sul limite di questa pozza, finisce la prima parte della mia vita. […] Dall’altra parte c’è un viaggio che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi ha rifiutato di fare accampando le scuse più fantasiose. Dall’altra parte c’è la mia morte.

Splendidamente reso, il paese è un microcosmo invalicabile su misura di questi ragazzini isolati e macilenti, incattiviti dal conflitto armato e dall’analfabetismo. Squallida e respingente, tanto lontana dal glamour del Festival ospitato lì in questi giorni, la laguna – poco più che una brodaglia nera, di pantegane e infezione – culla il lettore in una fiaba sacrilega fino all’annegamento. Lo stile di Avati, anche scrittore sorprendente, è elegante e visivo: aperto a digressioni e approfondimenti psicologici, indugia nell’ambiguità dei conflitti – politica e religione, raziocinio e superstizione, scienza e fede – e svela le agghiaccianti crudeltà dell’universo contadino, legato a doppio nodo a pettegolezzi di malaugurio e credenze ancestrali. Il clima è uggioso, come in ogni ghost story che si rispetti. La luce elettrica, che proprio in quel periodo prendeva lentamente piede, si nega lasciando le case al buio. Peccato che la ricerca pericolosa e disperata di un protagonista difficile da amare, convincente soprattutto nelle fragilità, sia destinata a un epilogo frettoloso e inappagante: unica concessione all’horror a buon mercato; unica vera sbavatura imperdonabile. 
In attesa di scoprire il film – anche in questo caso la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore? –, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da “ridere”.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Cherry Glazer – Tip Toe Through The Tulips

venerdì 12 luglio 2019

Recensione: Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson

| Un certo Paul Darrigrand, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 192 |

Philippe amava Thomas. Erano gli anni del liceo, entusiasmanti e pieni di dubbi. Tanto dipendente il primo quanto riottoso il secondo, non andava a finire come avremmo sperato. Dopo l'exploit di Chiamami col tuo nome, dalla Francia arrivano altri sospiri e altri rimpianti; un'altra storia autobiografica su uno struggimento color seppia, rievocato a decenni di distanza. Il motore di Non mentirmi: un incontro inaspettato nella hall di un albergo di lusso e il conseguente tuffo in un fiume a ritroso – quello della giovinezza. Questa volta, nel secondo capitolo di un'educazione sentimentale di cui non contemplavo ulteriori tappe, la rievocazione parte da uno scatolo stipato di fotografie. Una ritrae il solito Philippe – l'autore stesso – accanto a un ragazzo più grande, con i ricci castani e il fisico da nuotatore. In basso si legge una data. Mancava qualche giorno all'arrivo del Natale e, in compagnia di amici di amici, erano entrambi in vacanza sull'isola di Ré. All'epoca dello scatto c'era già stato del tenero? Un certo Paul Darrigrand è ambientato sul finire degli anni Ottanta.
Lasciati il liceo e Thomas, il ventenne fresco di laurea in marketing si prepara a trascorrere nove mesi a Bordeaux: ha scelto di proseguire con un master, ma specializzarsi significa soprattutto riempire il tempo libero. Ingannarsi con un'occupazione come un'altra, in attesa di diventare adulto. Timido e un po' saccente, al primo giorno di corso incrocia lo sfrontato Paul: che gli si siede davanti in mensa e fa il diavolo a quattro per accompagnarlo sotto casa. Philippe fraintende. Il presunto corteggiatore, infatti, è sposato da ormai quattro anni con l'infermiera Isabelle.

Perché ogni estate finisce. E ogni volta la sensazione è straziante. Quando ero piccolo il segnale me lo dava la morte dei girasoli, il momento in cui le loro teste gialle si annerivano e si inclinavano verso la terra secca, capivo che si avvicinava il ritorno a scuola, che il sole e l'ozio erano ormai agli sgoccioli, e precipitavano in un abisso di malinconia. Ho scritto spesso, dopo, sui fine stagione, sulla scomparsa dell'estate; viene tutto da lì.

Il protagonista, a sorpresa, diventa un ospite fisso in casa loro. Cosa sta cercando di fare l'altro: rassicurare la partner sospettosa o, al contrario, testare l'adorazione del compagno di studi? Ma quell'attrazione all'apparenza tramontata sul nascere ha più di qualche speranza di concretizzarsi, nonostante il lieto fine sia fuori portata. L'amicizia al maschile diventa altro assecondando una provocazione di troppo; il possibile si trasforma in inevitabile. E ci si trova, così, a interpretare un ruolo scomodo: quello dell'amante. Cos'è Philippe: un capriccio? Quella di Paul è omosessualità repressa, o un sentimento elettivo che si nutre dell'intelligenza dell'altro? Lo scrittore è il primo uomo della sua vita o l'ennesimo? 
Il nostro Luca Guadagnino aveva intenzioni simili. Riprendere le avventure amorose di Elio Perlman, in un sequel già annunciato, raccontandocene il destino al college. Reduce dalla lettura del mio secondo Besson, per quanto appassionante sia il risultato, mi sentirei comunque di scoraggiarlo in partenza. Un certo Paul Darrigrand, infatti, non ha né la memorabilità né la magia del capitolo introduttivo: un romanzo di formazione dalla morale universale, al contrario, che profumava di malinconia.

È vero, avevo perso la testa per un uomo irraggiungibile e avevo giocato pericolosamente con la morte. Ma potevo dire che avevo amato ed ero ancora vivo.

Con lo stesso espediente, non contento, l'autore francese ci racconta lo stesso amore in forse: se le bugie del fragile Thomas però commuovevano, la nuova fiamma – un surfista che, dominando le onde, cerca contemporaneamente l'equilibrio personale – non suscita simpatia. Per quanto disconosca qualsiasi moralismo, la mia correttezza rende spesso difficoltoso entrare in storie che parlano con leggerezza di tradimenti coniugali e terzi incomodi – la moglie di lui, Isabelle – condannati a vivere nell'ombra. La cronaca nera, inoltre, ci mette frequentemente lo zampino: l'Aids preoccupa, dando falsi allarmi, ma a Philippe non viene risparmiata in ogni caso una lunghissima degenza. La seconda parte, interamente ambientata nella stanza di un ospedale, segue un protagonista passivo nell'affrontare tanto i sentimenti quanto la malattia; i cicli di cortisone e una lontananza fisica che, da un lato e dall'altro, gli amanti non fanno nessuno sforzo per colmare.
Lo scorcio di mare in copertina mi aveva ingannato. Più pesante e meno spontaneo, il romanzo riesce bene quando racconta l'intimità dei corpi e delle parole. Sa usarne davvero di bellissime, Besson. E sa custodire i segreti. Leccarsi da solo le ferite. Ma non sa, non ancora, che l'amore può essere anche sereno se corrisposto. A differenza della magia della sua prima volta, tuttavia, quest'ultima la si scorderà.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dalida – Je suis malade 

mercoledì 10 ottobre 2018

Recensione: Non mentirmi, di Philippe Besson

| Non mentirmi, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 155 |

Le storie d'amore, soprattutto quelle fra diciassettenni, soprattutto quelle fra uomini, iniziano tutte o quasi così. Qualche occhiata distratta che man mano trova il coraggio di indugiare un po' più a lungo, un venirsi incontro con cautela che ha l'aria di una sfida, la ragionevole paura. Di piacersi o non piacersi, di rivelarsi al mondo. Il colpo di fulmine di Philippe Besson, oggi scrittore di successo, non fa eccezione. Correvano i primi anni Ottanta. Lui, educato sin dall'infanzia a primeggiare, e per questo a suscitare antipatia nei coetanei, era il figlio prediletto di un insegnante che sognava un futuro accademico per quel secondogenito obbediente che, se al liceo faceva parlare di sé, era soltanto perché brillante nello studio e vagamente effeminato nel buon gusto, nei movimenti delle mani. Fuori dal branco, ma abbastanza misantropo da farne in fondo un vanto, mette alla prova la propria natura a undici anni e a diciassette è irrimediabilmente attratto dalla solitudine di un altro come lui: Thomas, due occhi nerissimi e una famiglia d'estrazione contadina da cui ha ereditato il fare laconico, i sorrisi centellinati, il rispetto remissivo per la fatica nei campi. Da un capo e l'altro del cortile, al solito, all'inizio si scrutano e basta. Non hanno scuse valide per parlarsi, no, appartenendo a classi e a ceti sociali opposti. Finché l'adolescente che fuma sempre in disparte, comunque meglio integrato di Philippe in quella scuola di provincia, non entra deliberatamente nel campo visivo dell'altro – lo fanno per prime le sue scarpe da ginnastica scolorite, la cicca che gli arde in bocca. Non può custodire il segreto sulla propria sessualità da solo, non più. Ne nasce una relazione clandestina identica a mille e a nessun'altra. Un patto segreto senza preliminari, senza preservativo, senza pensieri, che vive di foglietti volanti – l'ora e il luogo scarabocchiati a penna – e nessuna paura per l'Aids, l'abbandono, quel che sarà di loro. Quando la pioggia o una tenerezza improvvise li coglieranno di sorpresa, nel capannone della palestra o l'uno sul petto dell'altro, giocheranno a studiarsi a vicenda i nei, le sfumature della pelle, i destini contrapposti – Thomas si auspica infatti la fuga dalla mediocrità dell'aspirante scrittore, Philippe presagisce che per il giovane amante in un giorno non lontano sarà più facile troncare il rapporto. Qualcuno, tuttavia, si sbaglia.

Io sono il mondo invisibile, sotterraneo, straordinario. Di solito questa singolarità mi rende felice. Stasera mi fa soffrire in modo insensato.

Un altro viaggio nei migliori anni, un'altra passione omosessuale dall'annunciato finale amaro, un altro ragazzo triste che si strugge e ci fa struggere. Siamo nei territori di Aciman, ma a Non mentirmi mancano gli Eden sospesi in un'estate eterna, le meditazioni filosofiche, i genitori che comprendono – semmai, con il senno di poi, sono i figli ad accettare i trascorsi sentimentali dei familiari, non il contrario. Resta la suggestione, resta un'universalità che perfino il lettore più cieco del mondo non potrebbe negare: un viaggio nel meglio e nel peggio degli anni Ottanta, e nelle problematiche più intime di un figlio di quella generazione notoriamente vagheggiata e rimpianta. Al cinema danno Sophie Marceau, ma Philippe – con le immancabili pose da scapigliato, da incompreso – trascina Thomas a vedere vecchi film, più per la privacy del buio in sala che per il piacere della condivisione. Stretti su una motocicletta indossano il casco, ma più per nascondersi che per rispetto delle norme stradali. Quando quello accorto dei due acconsente a uno scatto fotografico, a una gita fuori porto, è in realtà per fargli meno male possibile nel momento in cui – l'estate ormai alle porte – gli spezzerà il cuore. Diviso in tre parti, con il connaturato decoro della narrativa francese e lo stesso struggimento delle occasioni perse, delle polaroid rinvenute per caso in un cassetto, Non mentirmi è la confessione dell'amante superstite, che preferì non confrontarsi mai con la vita vera con la scusa pavida non ci fosse altra alternativa.

Perché tu te ne andrai e noi resteremo.

Ho percepito il dolore del protagonista – il dramma di fingersi estranei nella stessa stanza, stringere forte i pugni per celare la gelosia – e la doppiezza del loro legame, che da una parte lo faceva sentire speciale (impara così a sorridere, a padroneggiare i nomi fittizi e le prime bugie della sua professione di narratore) e dall'altra tagliato fuori. Prima di questo romanzo, infatti, non c'era nessuno che sapesse di loro. A ferire, però, è la condizione dell'Ennis Del Mar di turno: un uomo contrito, che mente agli altri ma soprattutto a se stesso, e che Philippe lo segue nelle ospitate televisive consultando le guide tivù; che gli chiede scusa con messaggi in segreteria mai inoltrati, con lettere senza francobollo. Quanto sono davvero affini e quanto, da bravi incompresi, si illudono di esserlo in cerca di compagnia per un tratto del tragitto?

È stato amore, chiaramente. E domani sarà un grande vuoto.

Le parole chiave: rimpianto e defezione. La morale: il diritto ad avere un passato, a custodire cose che rimarranno solo e soltanto nostre. Besson, abituato a raccontarci di personaggi immaginari, questa volta si mette in scena. Abituato a raccontare, soprattutto, nell'ultima sezione si fa da parte: lascia che a parlare siano un po' i ricordi e un po' uno sconosciuto intercettato nella hall di un albergo, sorprendentemente simile al suo Thomas, che ha un messaggio da dargli e tantissimo da dirgli: ciò che la loro comune conoscenza ha fatto e non ha fatto, nel quarto di secolo distante da lui. 
Non mentire, dicevano i genitori a un Besson che sin da bambino inventava. Per rispetto di mamma e papà, allora, qui non mente. Falsa qualche immagine, forse, come succede se la nostalgia si mette in mezzo e ci incrina la voce, ma romanza di rado. Scrive tutta la verità, nient'altro che la verità. Regalandoci lacrime sincere per l'autobiografia di un mestiere, per l'autobiografia di un amore, che purtroppo ebbe troppa paura del sole. E così si fece pallido, e così si fece in bianco e nero: nero su bianco.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Visions of Gideon

mercoledì 24 gennaio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Chiamami col tuo nome (2017), Luca Guadagnino

Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. 
Ho ribattuto così, una volta, a un'affermazione convinta di non suonare discriminatoria soltanto perché estrapolata in una chiacchierata da bar. Me l'hanno insegnato i cinque anni al liceo classico, in cui ho scoperto che Achille amava Patrocolo e che, nella storia delle anime gemelle secondo Platone, l'uomo – all'alba dei tempi, un tutt'uno con quattro gambe, quattro braccia, due teste e un unico cuore – poteva trovare la propria metà soltanto in un altro uomo. Me l'ha cantato Your Song, forse la canzone d'amore più onesta mai scritta. Me l'hanno raccontato, fra gli altri, romanzi come quello di André Aciman: l'autobiografia di un colpo di fulmine, di un'estate italiana, pronta a farsi cinema nell'anno in cui Moonlight trionfava agli Oscar per i motivi sbagliati – vinceva infatti la politica anti-trumpiana fra le righe, non la delicatezza di due uomini che in una Miami difficile, in una vita difficile, sapevano bastarsi. Dirige un Luca Guadagnino a proprio agio con le star, a bordo piscina, che finalmente trova pienezza nella sceneggiatura del veterano James Ivory – in passato mancava la sostanza, vero, ma il cinema dell'esteta siciliano era comunque apprezzatissimo da queste parti. 
Presentato dappertutto, bello senza misteri, l'atteso Chiamami col tuo nome dipinge un'altra famiglia, un altro luogo di villeggiatura sospeso nella canicola, un'altra passione che sconvolge corpo e mente. Nell'Italia del miglior Bertolucci, il sole picchia forte, il cloro si incrosta nei capelli, il sesso è negli occhi di chi guarda. Elio, diciassettenne prodigio, si scopre attratto dai modi di Oliver, studente universitario in ritiro – si parla sempre di privilegiati, si parla ancora di innamorati. Hanno camere adiacanti, balconi confinanti, un bagno in comune. Non c'è privacy e, in pieno agosto, tanta pelle in vista – un efebo pallidissimo il primo, un marcantonio in costume giallo il secondo. Ma si sta a distanza di sicurezza, non ci si tocca direttamente per paura di prendere la scossa (a un certo punto, i due si porgono però la mano che resta di una statua sommersa; un ramoscello d'ulivo). C'è la curiosità iniziale, sporgersi dalla finestra e spiare il nuovo arrivato. Poi l'astio, perché tutti pendono dalle sue labbra. Infine la rassegnazione, ammetterlo a denti stretti: quella tensione non è invidia, ma gelosia. L'amore, come il lutto, ha le sue tappe: è un'esperienza universale. Richiede elaborazione. Uno straordinario Timothée Chalamet, giovane e sconosciuto padrone di casa, si masturba con una pesca, balla come un pazzo, piange inconsolabile. Quel suo viso ancora imberbe, protagonista assoluto dei minuti conclusivi. Puoi leggerci tutto Aciman lì: il rimpianto, e l'illusione delle stelle.
Armie Hammer, affascinante invasore americano, ha il compito non da poco di insegnare l'essenziale al ragazzo che pensava di sapere tutto. E di metterci l'assennatezza e la pazienza, di fare piano. Nonostante la differenza d'età, l'imbarazzo degli inizi, si baciano con la tenerezza di chi si ama davvero. Si abbracciano come chi sa che prima o poi dovrà perdersi. In una casa di campagna che è una comune anni Ottanta, sfilano le domestiche e i giardinieri, i commensali inferociti con Craxi, le adolescenti francesi che promettono altra bellezza aggiunta, papà dai monologhi commoventi come l'intenso Michael Stulhbarg. Con un indefinibile senso di meraviglia, Guadagnino ci lascia allora assistere al risveglio della loro natura. In un melodramma intriso di classicismo e grazia, epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via. Partecipano Madre Natura: lussureggiante per non sfigurare, complice accorta. I cinque sensi: la testa contro il petto, i piedi e le mani che si sfiorano in strada, le echimosi di primi dolori che non si scordano mai. Lo spettatore, che non vorrebbe cacciarli mai da quel Paradiso su misura indicando la prima nuvola di pioggia nel cielo; dire che l'autunno, la fine, sta per arrivare. 
Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più. (8,5)

lunedì 11 luglio 2016

Recensione: Chiamami col tuo nome, di André Aciman

E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.

Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Editore: Guanda
Prezzo: € 12,00
Numero di pagine: 271
Sinossi: Vent'anni fa, un'estate in Riviera, una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno "l'ospite dell'estate, l'ennesima scocciatura": uno studente in arrivo da New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza all'estasi. "Chiamami col tuo nome" è la storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che "questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta".

                                             La recensione
"Avevamo trovato le stelle, tu ed io".
Elio, diciassette anni, aspetta l'estate tutto l'anno e, quando la bella stagione arriva, finisce poi per desiderare l'inverno. Così, in una spirale continua di irrequietezza, insoddisfazione e tedio. Ma arriverà un'estate che gli farà cambiare idea sul tempo, sulla sessualità e su sé stesso. Quella in cui Oliver, pallido e sbrigativo, bello come attore, scivolerà giù da un taxi con zaino in spalla e camicia che si gonfia al vento e, ostentando indifferenza, gli ruberà la stanza e il sonno. Questa estate qui. Figlio unico di un professore universitario e di una donna accogliente e di mente aperta, Elio ha sempre patito un po' gli ospiti importanti a cui i genitori, per tre mesi, aprono le porte di casa: una splendida villa con piscina in Riviera, che accoglie fogli volanti, bozze dai margini larghi, discussioni colte, giovani scrittori di belle speranze. Il protagonista è abituato agli andirivieni, alla gente che va e alla gente che viene, ma l'ultimo arrivato – ventiquattrenne americano – lo mette a disagio come nessuno prima di allora. Nonostante la differenza d'età, tra i due si generano competizione e dissapori: a volte si cercano sempre, a volte non si rivolgono la parola per giorni interi. Nonostante la generosità delle amiche Marzia e Chiara, disinibite con il sesso e fiorite all'improvviso, c'è qualcosa che Elio e Oliver non sanno ammettere a loro stessi: a volte si sognano, a occhi aperti e chiusi. Sullo sfondo, una Italia vacanziera, gli anni Ottanta e la cultura classica, che colorano le loro foto ricordo, li rendono curiosi davanti alle sperimentazioni e animano i lunghi pasti e le sconfinate notti di poesia e suggestioni. Citano Dante e Leopardi, parlano fluentemente lingue vive e morte e, girandoci abilmente attorno, ingannano il tempo e, sperano, il desiderio che nutrono l'uno dell'altro. Se è vero che amor, c'a nullo amato amar perdona, lo scostante Oliver ricambierà, per un meccanismo di causa-effetto, forse, un abbraccio, un pensiero proibito, un bacio del timoroso Elio? 
Avranno tre mesi appena per dirsi e darsi; una vita separati, spesa alla ricerca del tempo perso, per ricordarsi oziosi e stupidi. Quando erano giovani dai balconi confinanti e dalla lingua sciolta, alla deriva nell’azzurro mare di agosto. Sembra un film di Bertolucci, Chiamami col tuo nome: un Io ballo da sola al maschile, in cui un narratore raffinatissimo come André Aciman, qui al suo esordio, ci racconta senza censure i migliori anni, le vacanze al mare, le passioni all’improvviso. La parola a Elio, acculturato e precoce, su cui gravano i dubbi esistenziali, gli ormoni e le temperature canicolari. Attorno a lui, una natura dannunziana – gli uomini e la vegetazione sono grovigli inestricabili, l’afa stimola la sonnolenza e gli istinti, i frutti maturi hanno forme di capezzoli e sederi – e un’orgia di sensazioni, che stimolano i cinque sensi e permettono il nudismo. Si aprono in segreto i gelsomini notturni, le imposte, le porte, e nasce così una relazione breve e formativa, che indolenzisce, forma e strugge. Letto in un giorno e recuperato dal fondo di una pila di romanzi che facevano a gara per essere sfogliati, Chiamami col tuo nome è diventato priorità nel momento in cui mi è saltata all’occhio la notizia di un film attualmente in lavorazione, con la sceneggiatura del signor James Ivory, un cast internazionale e la regia dell’esteta Luca Guadagnino, da cui – a modo mio – sono voluto ritornare all’indomani del freschissimo A Bigger Splash. Anche in quel caso, liaison sconvenienti, tanta bellezza – nei protagonisti, così come nei paesaggi - e conversazioni un po’ pretenziose a bordo piscina. 
Aciman si presenta con un romanzo vagamente autobiografico, intriso d’arte e letteratura, che sorprende per uno stile straordinario e la puntualità delle citazioni: malinconico e colto, l’autore dà voce a due personaggi simili a lui, che qui e lì possono suscitare noie e antipatie per i toni sospirosi, i dibattiti filosofici e le ambizioni accademiche. Qualche pagina melensa e troppa ostentazione di superiorità: troppa pesantezza, sotto l’ombrellone. Colpa della dissimulazione iniziale, però; della timidezza cronica. Colpiscono nel segno, in seguito, i passaggi più profondi, la resa perfetta di un’estate che sta loro con il fiato sul collo, gli stornelli romaneschi e i canti napoletani, in attimi cruciali in cui ci si rende conto a denti stretti dell’amore e che oggi, in definitiva, è già domani. Il troppo storpia, in Chiamami col tuo nome, ma sa trovare redenzione, infine, assumendo la forma di una lettera aperta, non pensata per le orecchie indiscrete, e nell’impensata potenza dei sentimenti a cui il titolo, bellissimo, allude. Chiamami col tuo nome significa scambiamoci i costumi e le identità, annulliamoci, indossiamoci come una seconda pelle, rispondiamo soltanto a chi indovina che – in clandestinità – siamo diventati altro ma, allo stesso tempo, più noi stessi. Lo esemplifica la copertina, in cui si svanisce in un tuffo, in un riflesso, e lo approfondisce uno scrittore onesto e talentuoso che a volte è lento, sì, ma altre cattura con scatti rubati le luci, le prurigini e i rimpianti di amanti che inevitabilmente invecchiano e sfortunatamente si separano. Puoi non prenderli a cuore, puoi perfino non comprenderli. Ma come ha detto papà quando alla radio, una volta, è passata una canzone di Adele - complici acuti che sembravano singhiozzi e toni elegiaci: intenzioni inequivocabili -, capirò una parola su cento ma, chi lo sa, a me viene da piangere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – When We Were Young