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La vita sempre, di Elena Varvello. Guanda,€ 20, pp. 336 |
Da
quando i miei nonni non ci sono più, le telefonate tra me e mia madre si
sono riempite di storie – a volte inedite, altre note –
sulla loro vite. Com'erano prima che la malattia ne ammorbidisse i
corpi, indurendo il carattere? Chi erano prima di diventare i suoi
genitori? Alla cornetta, mi promette che prima o poi mi regalerà i
loro vinili, le foto del matrimonio. E mi strappa, in cambio, un
giuramento solenne: un giorno, dovrò scrivere di loro. Parla di
ricordi, e di sangue, e di eredità, anche l'ultimo romanzo di Elena
Varvello: una «questione privatissima». Apprezzata in precedenza
per le tinte fosche di La vita felice e Solo un ragazzo,
torna in libreria con un intreccio più classico, il cui valore storico e affettivo si rivela realmente nel capitolo conclusivo.
Essere
vivi – a me non toccherà mai il contrario, solo la
vita, sempre.
Siamo
ad Alba, a ridosso della Seconda guerra mondiale. Un po' come il
rione di Elena Ferrante, la cittadina di Fenoglio e Ferrero è un
microcosmo in cui i cinegiornali fanno da sottofondo agli amori, agli
scandali, ai piccoli crimini degli abitanti. L'Europa brucia. Ma i
protagonisti hanno vent'anni e nessuna intenzione di rinunciare ai
loro desideri. Lei, Teresa, è un'aspirante maestra: dev'essere
perfetta per il padre, tornato disabile dal fronte, e per l'amica
Clelia, che in lei vede la quintessenza della grazia. Lui,
Francesco, è un universitario fuori corso bello come Rodolfo Valentino: cresciuto
senz'amore, lo ha cercato dappertutto, flirtando con le vita come si
fa con una bella ragazza. Tra case di ringhiera e bagni al fiume,
feste patronali e cinema, i due sono i soggetti di istantanee rubate
poco prima dell'inevitabile: le leggi razziali, la diserzione, i
rastrellamenti, la resistenza partigiana, i lager.
Ciò
che scompare – dovunque, in ogni momento – non scompare davvero:
si somma a tutto il resto.
Qual
è l'eco che la Storia ha sulla vita delle persone normali? Epico e
ordinario insieme, illuminato da una scrittura di radiosa bellezza,
La vita sempre è una lotta alla sopravvivenza in cui, alla costante ricerca di una libertà senza bandiere, Teresa e Francesco tentano di sgusciare tra
le maglie del destino: anche a costo di scavare una via di fuga con
un cucchiaio. Hanno il passo svelto, l'argento vivo addosso, un'intramontabile
voglia di cantare d'amore. Varvello onora le loro vicende e, a tratti, le
reinventa, in una narrazione che via via si fa più frammentaria: come i sogni, le poesie, le canzoni. Perché dove la vita dà e la
Storia toglie, l'immaginazione risarcisce. Forse, è così
che si tiene insieme ciò che la morte divide. Allora, al telefono, a
mia madre ho detto di sì: un giorno scriverò dei miei nonni. Non tanto per la promessa che le ho fatto, ma per non lasciare che si perdano di nuovo.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – Generale
È
considerato una delle voci più significative della sua generazione.
Classe 1988, origini vietnamite, si muove con successo tra prosa e
poesia. Tutti scrivono di lui — da Oprah a Bjork. Il suo secondo
romanzo, però, è molto diverso da come ce lo raccontano
oltreoceano. Presentato come un'avventura alla Mark Twain, potrebbe
deludere chi confidava in un'epopea densa e rocambolesca. La trama,
essenziale, racconta le gioie e i dolori del giovane Hai: alter-ego
dell'autore, ha sviluppato una dipendenza dai farmaci e dalle bugie.
Mentre pensa di togliersi la vita, lo salva Grazina: ottant'anni, ha
bisogno di un infermiere per fronteggiare la demenza e i flashback di
una Lituania sotto assedio, divisa tra Hiltler e Lenin.
Il
superpotere dell'essere giovani consiste nel fatto che sei più
vicino al non essere nulla – e quando sei molto vecchio è la
stessa cosa.
Vuong
descrive la loro improbabile convivenza, ma anche la routine
tragicomica del ristorante in cui Hai lavora part-time. L'HomeMarket
potrebbe essere il set di una sit-com. Popolato da personaggi ai
margini — prostitute, reduci, eroinomani —, offre cornbread di
una bontà leggendaria e un cast di comprimari adorabili. BJ (la
manager wrestler), Maureen (rettiliana convinta) e Sony (cugino
Asperger con il pallino per la guerra civile) sono gli ingranaggi di
un microcosmo umile e dignitoso che diventa emblema del sogno
americano. Troppo lirico e frammentario per i miei gusti, ma
ispiratissimo, Vuong ha lo sguardo empatico del cinema di Sean Baker.
Le
parole sono incantesimi. In quanto scrittore, dovresti saperlo. È
per questo, Labas, che si dice “fare lo spelling”, da spell,
incantesimo.
Scrive
così una fiaba su un battaglione di diseredati — i personaggi sono
tutti immigrati, fragili, abbandonati —, che nell'America di Obama
porta avanti le speranze delle generazione precedente. Era il 2009, e
tutto sembrava possibile: soprattutto reclamare appartenenza. Benché
politico e saldamente ancorato al reale, L'imperatore della gioia
ha la grazie necessaria per conferire una dimensione favolistica al
dramma dell'emarginazione. East Gladness, Connecticut, è un luogo ai
confini della realtà in cui l'inverno è lungo sette mesi, la brina
ricopre ogni superficie e il fiume gorgoglia inquinamento. Lì, in
una baracca sull'argine, è possibile imparare dal nuovo la
gentilezza, la collaborazione, la fiducia nel progresso umano. Il
segreto, direbbe Grazina, è abbuffarsi di carote: ci vogliono
vitamine — e piccoli eroi di questi — per prevenire la tristezza.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Stonemilker - Bjork
| Patria, di Fernando Aramburu. Guanda, € 19, pp. 640 |
Quando
andavo a scuola, la mia professoressa prediligeva un aggettivo
alternativo per spiegarci la tragedia delle guerre civili: preferiva
definirle intestine. Mentre prendevo appunti, tra me e me mi
figuravo un groviglio di budella dolorosamente intrecciate; un corpo
umano che, a un certo punto, si autosabota. Qualcosa di violento:
contronatura. Ho ripensato alla violenza di quella definizione –
guerre intestine –, leggendo il mio primo Fernando Aramburu:
stando a oggi, il romanzo più bello dell'anno. Ambientato tra
passato e presente, scava nei traumi del terrorismo di estrema
sinistra: i Paesi Baschi, in cerca d'indipendenza dalla Spagna,
seminarono per decenni molotov e intimidazioni. Alcuni baschi videro
nell'ETA l'incarnazione dell'eroismo: i giovani terroristi, infatti, erano
disposti perfino a perdere la libertà pur di salvaguardare la
cultura, la lingua e l'identità del proprio popolo. Altri invece, lontani
dagli eccessi nazionalistici e accusati di tramare dunque contro la patria
stessa, furono giustiziati a sangue freddo dai reazionari. Omicidi
spietati o atti di giustizia?
Mi sono
resa conto di una storia. Ci sforziamo di dare un senso, una forma,
un ordine alla vita, e alla fine la vita fa di noi quello che le va.
In
maniera esemplare, l'autore spagnolo esemplifica il conflitto facendo
specchiare in esso le dinamiche di due famiglie agli antipodi: prima
amiche, poi rivali, naufragheranno in un rancore senza fine quando il
figlio dell'una ucciderà il patriarca dell'altra. Sul cemento, una
macchia rosso ruggine che neanche la pioggia più persistente
riuscirà a cancellare. Tutt'intorno, nel “paese dei muti”, i
compaesani volgeranno lo sguardo altrove. Cos'è dei protagonisti
oggi? Bittori, la vedova della vittima, madre di un chirurgo
impegnatissimo e di un'avvocata perennemente innamorata dell'amore,
si è trasferita altrove e altrove ha sepolto il compianto Txato per
proteggerlo dai vandali: ai piedi della tomba, a riparo sotto un
ombrello rosso, dialoga col morto e borbotta al ricordo di come
rifiutò di finanziare la lotta armata. Miren, la madre
dell'assassino, ha altri due figli – la prima immobilizzata da un
ictus, il secondo scrittore omosessuale – e un marito pensionato, dedito alla cura dell'orto: non ha mai smesso di
professare l'innocenza di Joxe Mari, torturato dalla polizia e condannato a 126 anni di carcere.
Però un
uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo
d'acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì
passa l'acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l'acqua
della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare
all'errore, e quell'acqua che corrode tanto, quella del pentimento
che si sente e non si dice per paura, per vergogna. E così l'uomo,
ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all'altro.
La
trama prende avvio nel momento in cui Bittori osa tornare in paese,
riaprire le tapparelle impolverate, esporre un geranio in balcone:
perché semina inquietudine e medita vendetta, mentre tutti gli altri
– passato il peggio – vorrebbero soltanto dimenticare? Fluviale,
struggente e caleidoscopico, Aramburu architetta una saga familiare
indimenticabile dove i capitoli brevissimi e l'alternanza dei punti
di vista ci gettano a capofitto nel caos della storia contemporanea.
Come in una puntata del family drama This is us, il tempo si
frantuma: a volte accelera e a volte rallenta, per indugiare spesso
lungo il perimetro di un “ground zero” di rancore e solitudine.
Mentre gli uomini, miti, se ne stanno ai margini dell'intreccio,
Bittori e Miren – stoiche, orgogliose, titaniche – vivono esistenze a
metà e simboleggiano le contraddizioni di un luogo spaccato in due
dalla paura del diverso, del vicino di casa, dei fantasmi del
passato. Sarebbe stato meglio sostenerli oppure denunciarli, quei
figli idealisti e ribelli? Gli imprenditori come Txato avrebbero
fatto meglio a piegarsi alle minacce?
In
realtà, la cosa strana e eccezionale è essere vivi.
Ormai
anziane, le protagoniste si aggrappano a ciò che resta della loro
vita in nome dell'orgoglio: cresciute insieme ma diventate
tristemente rivali, domandano giustizia in un'appassionata epopea a
corto tanto di vincitori quanto di vinti. Con l'arma più potente di
tutte – la parola scritta –, Aramburu marcia lungo le strade
sbeccate e guida un movimento reazionario di liberazione personale.
La lotta armata è finita da tempo, ma non ha portato
la pace sperata. Perdonare significa forse dimenticare? Quando il
tetto dell'abitazione ti frana sul tavolo della cucina, non curarti
dello stato. Senza pasti consumati gomito a gomito, non c'è casa.
Senza casa, non c'è umanità. E senza umanità, non c'è patria.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Franco Battiato – Povera patria
Prendete
una località turistica in alta stagione. Collocateci un nutrito
gruppo di villeggianti americani: rumorosi, cinici, un po'
sprezzanti. Aggiungete al loro tavolo un ospite misterioso: un
gentiluomo sulla sessantina, con un impeccabile accento inglese,
origini peruviane e un fiuto infallibile per i segreti altrui. Se poi
vi anticipassi la nascita di un amore istantaneo, in grado di
superare un importante gap generazionale, ogni indizio sarebbe al posto giusto. A occhi chiusi sapreste dirmi di essere proprio in
una storia di André Aciman. Dopo il successo di Chiamami col tuo nomee di quel seguito non
apprezzato all'unanimità – a me piacque molto –, l'autore torna oggi in libreria con un romanzo che somiglia più a un racconto lungo. Scritto con
eleganza e ironia, si legge in un pomeriggio. Se da un lato
Aciman ripropone nuovamente la sua formula consolidata, dall'altro
aggiunge leggere venature paranormali per sorprendere il lettore.
La
persona amata ritorna sempre. Vedete, è la vita a essere
transitoria, non l'amore.
Ambientato
in una Costiera amalfitana sospesa nel tempo, dove tutto appare
possibile, L'ultima estate si
colora di magia grazie al dono di Raùl. A colpo d'occhio il
sessantenne indovina i segni zodiacali, i sentimenti inespressi e le
conformazioni familiari dei protagonisti. Capace anche di
inspiegabili abilità taumaturgiche, filosofeggia di multiversi e
connessioni, vite passate e vite possibili. Malinconico flaneur, Raùl fa da
Cicerone alla bella Margot: l'unica tra gli americani a trattarlo
con sprezzo. Tradita troppo in fretta la
dimensione corale dell'inizio, Aciman segue la strana coppia tra
pranzi prelibati, passeggiate e rivelazioni. Paradisiaco, lo sfondo
campano cinge i protagonisti in un abbraccio di frutti esotici,
giardini lussureggianti, anfitrioni facoltosi. E, al solito, grazie
alla cultura umanistica dell'autore si tinge di un irresistibile
fascino leggendario: nel sesto libro dell'Eneide,
infatti, Virgilio scriveva che lì sorgevano i “lugentes campi”,
luoghi in cui solevano struggersi gli amanti inappagati.
Non
facciamo che ricostruire e reinventare sia il passato sia il futuro.
A volte, mentre ci troviamo per strada o su un autobus affollato, ci
assale il pensiero che quella persona di cui abbiamo intercettato lo
sguardo o che abbiamo appena incrociato sul nostro cammino sia
un'altra versione di qualcuno che abbiamo amato in passato e ameremo
in futuro. Quella persona, però, potremmo essere noi stessi in un
altro corpo. E la cosa bella è che lo sentiamo entrambi. Quella
persona siamo noi, oppure è qualcuno destinato a noi che però in
ogni vita continua a sfuggirci? Noi in un altro, non è forse questa
la definizione di amore?
Delicato dialogo generazionale ai confini della realtà, il racconto propone una
spiegazione soprannaturale per far luce su colpi di fulmine e dejà
vu. Avete mai avuto la sensazione di essere già stati in un posto?
Vi siete mai domandati cosa spinga persone inconciliabili l'una tra
le braccia dell'altra? Il pieno apprezzamento dell'Ultima
estate dipenderà dal vostro
grado di romanticismo, da quanto crediate alle anime gemelle e ai
miracoli. Scettico per natura, ho accolto con il sopracciglio alzato
la deriva fantasy di Aciman – questa volta somiglia più ai colleghi Guillaume Musso e Marc Levy –, benché vinto comunque dalla
dolcezza dell'epilogo. Il più grande difetto di questa lettura si
rivela essere anche il suo più grande pregio: lo sfondo oleografico
di un'Italia da cartolina, anzi da favola, che riempirà di
malinconia al pensiero di quando ci era concesso di essere
innamorati, abbronzati e in vacanza. Si
chiama L'ultima estate,
ma ci tenta a fantasticare sulla prossima. Cosa avrà in serbo per noi?
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Mina – Un'estate fa
Lei
è Lucy, quarantadue anni, insegnante reduce da un divorzio
burrascoso: bianca. Lui è Joseph, ventidue anni, babysitter,
allenatore di calcio, aspirante deejay: nero. Loro si conoscono un
sabato al bancone della macelleria presso cui il giovane lavora nel
weekend. Entrambi abituati a sentirsi inadeguati, si piacciono
all’istante ma è vietato flirtare durante le contrattazioni: a
Lucy, per di più, serve proprio un babysitter per i suoi figli.
Insomma: di mezzo c’è un rapporto di lavoro, e c’è che
vent’anni di differenza e una diversa estrazione sociale sono
troppo da superare. Ma lo so cosa state pensando: è una commedia
romantica! I contrasti e le barriere sono soltanto piccoli ostacoli
sulla via che conduce al lieto fine. L’ho creduto anch’io davanti
a una lettura che mi figuravo simpatica, leggera, spensierata. E a
lungo Proprio come te è esattamente questo: la storia
di un inatteso colpo di cuore che si fa leggere con un sorrisone che
va da guancia a guancia. Il merito spetta alla verve comica di Nick
Hornby. Amato e seguitissimo tra cinema e televisione, era in lista
da anni ma questo è il primo romanzo dei suoi che riesco a leggere.
Nonostante l’intreccio elementare, posso dirmi comunque sorpreso.
Perché, com’è noto ai più, Hornby è forse l’artefice di
alcuni dei dialoghi più brillanti su piazza – ho pensato a Woody
Allen e Amy Sherman-Palladino – e i suoi protagonisti son indagati
sin nelle pieghe più intime.
È
questo il punto. Basta essere legato a qualcuno, e sei nei guai.
L’inizio
della relazione tra Lucy e Joseph è tanto naturale quanto adorabile.
Si scambiano SMS dalla punteggiatura perfetta, e la punteggiatura è
sexy; si danno alle maratone dei Soprano sul divano;
sgattaiolano al piano superiore per fare sesso a ogni occasione
buona. In segreto giocano alla famiglia felice. Ma come se la cava
una coppia improbabile alle prese con la vita nera? Quali film andare
a vedere al cinema, se il gap generazionale è grande? Cosa dire agli
amici e alle famiglie? Come guardare al futuro, se l’orologio
biologico di lei ha le ore contate? Nick Horny, nella seconda parte,
lascia spazio a quello su cui i film preferiscono glissare: le
fragilità, i dubbi, le paure. Le cene in pubblico, ad esempio,
infondono un’orribile ansia da prestazione. Lucy reagisce con
l’entusiasmo di una mamma chioccia davanti ai successi musicali del
partner. Joseph sbadiglia come un adolescente annoiato a teatro.
Sulla scia dei loro ripensamenti, la narrazione si appesantisce più
del previsto. E la commedia romantica degli inizi perde il brio del
primo incontro e trova l’amara verità. Diventa qualcosa di più.
Le situazioni alla Indovina a cena, così, cedono il passo
alle zone grigie già popolate dagli amati-odiati protagonisti di
Persone normali.
E
proprio per questo Lucy era speciale: lei lo tirava dentro il
presente. […] E forse in questo non c’era futuro, ma c’era il
presente, e proprio in questo consiste la vita.
Gli
amori non richiedono forse una fatica immane? Nella vita di coppia
contano più le affinità o le differenze? Circondati da una galleria
di secondari esilaranti, sullo sfondo di una giungla urbana nevrotica
e multirazziale, gli innamorati devono lasciare la confortante
parentesi in cui si sono rifugiati per il debutto ufficiale in
società. Si imbatteranno nelle opinioni sgradite di chi mette al
vaglio la felicità altrui. Conosceranno in prima persona il
pregiudizio dei quartieri bene: se un ragazzo di colore bazzica sotto
casa, purtroppo, i vicini saranno ben pronti ad allertare la polizia.
Per di più, corre l’anno 2016: gli inglesi sono in fermento per il
referendum, mentre dagli Stati Uniti si allunga già l’ombra
sinistra di Donald Trump. La scelta – Leave o Remain –
inevitabilmente diventerà anche la metafora del destino dei due. Se
il lieto fine è in dubbio, nell’impossibilità di imparare ad
amarsi un giorno alla volta, ci si può forse astenere dal voto?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye
|Cercami,
di André Aciman. Guanda, € 18, pp. 278 |
Elio
e Oliver. Tutti fanno cenno alla loro storia d’amore,
nessuno li ha dimenticati. Ma per tre quarti di Cercami, il
romanzo che avrebbe dovuto riunirli, non condividono mai la stessa
pagina. Forse, e dico forse, soltanto l’epilogo li vedrà insieme:
difficile, tuttavia, prevedere se sarà felice o meno. Questo sequel
che tale non è, a ben vedere, prenderà in contropiede gli eterni
romantici che aspettavano un ritorno di fiamma in linea
con i toni della prima volta. Diversissimo e spiazzante, ambientato a
decenni da quella famosa estate italiana, l’ultimo romanzo di André
Aciman è una caccia a Cupido che sconsiglio a coloro che erano
interessati unicamente a conoscere la sorte dei due innamorati dopo
il crepacuore dei titoli di coda. Mal sopportando i romanzi
autoreferenziali e il fanservice – insomma, gli strascichi fuori
tempo massimo –, non ho potuto fare a meno di accogliere a braccia
aperte la virata a sorpresa dell’autore di Chiamami col tuo nome: un ritorno costituito da storie dentro storie, in cui i
personaggi interpretati al cinema da Thimotée Chalamet e Armie
Hammer hanno all’apparenza ruoli secondari. Basta forse questo a
precludere la lettura di un romanzo, per il resto, intensissimo e
narrato con grazia estrema? Si può attualizzare il passato, o
limitarsi a vivere in funzione di esso? Se lo chiedono attanti vecchi
e nuovi, mentre leggono le inquietudini di un giovane Dostoevskij e
si struggono nella bellezza degli amori istantanei: speciali perché
impossibili.
Eppure ci
dev’essere almeno una piccola gioia nello scoprire che ognuno di
noi si trova nella posizione di completare le vite di altri, di
chiudere il libro mastro che hanno lasciato aperto e di giocare
l’ultima carta al posto loro. Che cosa potrebbe esserci di più
gratificante di sapere che spetterà sempre ad altri completare e
concludere la nostra vita? A qualcuno che abbiamo amato e ci ama
abbastanza per farlo. Nel mio caso, mi piacerebbe pensare che sarai
tu, anche se non staremo più insieme. È come sapere chi sarà a
persona che verrà a chiudermi gli occhi. Voglio che sia tu, Elio.
Samuel,
il padre di Elio, siede su un Freccia per Roma. Prepara
l’intervento per un convegno, rimugina su un incontro di famiglia
mandato a monte, condivide convenevoli con una vicina
di posto di nome Miranda: una fotografa con il look da
maschiaccio che in teoria ama la solitudine,
ma in pratica ricerca il dialogo; va da sé l’invito a filosofeggiare anche a pranzo, a rivedersi con una scusa da poco,
nonostante ci siano trent’anni di differenza a dividerli e la tappa
nel capoluogo laziale non sia di piacere. Sui luoghi della sua
giovinezza, fra chiese, caffè ed enoteche, Samuel si accorge di non
essere mai stato felice e, come ricorderete dal commovente monologo
del romanzo precedente, non contempla una vita senza amore.
Elio,
alle prese con un’altra tappa della sua formazione, si esibisce
come pianista a Parigi. Rimasto fragile e bisognoso, attratto dall’abbraccio
di uomini potenti, a un concerto conosce l’anziano Michel.
Trattato ora come un figlio, ora come un oggetto del desiderio, il
ventenne gode dei comfort di un appartamento alto-borghese e delle
attenzioni di un nuovo Pigmalione. Insieme s’imbatteranno nel
mistero di un assolo per pianoforte – eredità del padre di Michel
–, e la ricerca li metterà sulle tracce di un musicista ebreo morto ai tempi della Seconda guerra mondiale.
Oliver,
invece, in un loft affacciato sulle sponde dell’Hudson, festeggia
con fiumi di prosecco il suo ultimo giorno a New York. Gli ospiti, i brindisi e il dramma
della retrocessione in un’università del New Hampshire semineranno
risentimenti tra lui e la moglie: soprattutto se due degli invitati,
Erica e Paul, lo spingono a fantasticare su plausibili mènage a
trois e sullo spettro di un adolescente coi pantaloncini corti,
amato segretamente vent’anni prima. Un pianoforte inutilizzato e un
pezzo di Bach creeranno un ponte per scappare, si spera, dalle
costrizioni di una non-vita.
La musica
non è altro che il suono dei nostri rimpianti tradotto in una
cadenza che stimola l’illusione del piacere e della speranza. È la
cosa che ci ricorda con maggiore evidenza che siamo qui per un
brevissimo lasso di tempo e che abbiamo trascurato o ingannato le
nostre vite o, peggio ancora, non le abbiamo vissute. La musica è la
vita non vissuta.
Questi
tre racconti apparentemente a sé stanti, ambientati in tre diverse
città del mondo, sono destinati a incrociarsi con un po’ di
pazienza e di magia. Ogni storia risolve la precedente, infatti, in
pagine dai ritmi cinematografici – quanti dialoghi fiume; quanta
attenzione verso l’erotismo degli sfioramenti casuali o dei lembi
di pelle sbirciati sovrappensiero – in cui rintracciare gli stessi
dialoghi ai limiti dell’artificiosità, la stessa resa affascinante
di mondi colti e irraggiungibili. Dediti ai rossi corposi, alle cene
prelibate e ai discorsi sui massimi sistemi, i protagonisti
di Aciman flirtano semplicemente aprendo bocca e nelle relazioni
sfoggiano una naturalezza che va a braccetto con la libertà.
Sapiosessuali – definizione perfetta per chi come loro si lascia
sedurre soprattutto dai fuochi d’artificio di una testa pensante,
non da un corpo scolpito –, vantano uomini e donne nella schiera
degli amanti e popolano una bolla elitaria che ispira sincera
invidia.
Dall’estate
calda e vitale del capitolo introduttivo, però, sono passati a autunni uggiosi e contemplativi degni di un quadro di Corot. Parlano
per tutto il tempo, come i turisti di Prima dell’alba. Non
smettono di credere nei giochi del destino o nell’esistenza del
colpo di fulmine. Trascorro notti in bianco, quando su di giri, o
rubano l’oro in bocca alle mattine del nostro proverbio. Provengono
da ambienti signorili, condividono radici ebraiche, sperimentano
l’intimità sempre incuranti delle differenze anagrafiche.
«Quando
vengo qui, che sia da solo o con altra gente, con voi per esempio,
sono sempre con lui. Se restassi qui un’ora a fissare questo muro,
starei con lui per un’ora. Se parlassi con questo muro, mi
risponderebbe.» [...]
«Che
cosa mi direbbe? Semplice: “Cercami, trovami”.»
«E
tu che cosa risponderesti?»
«La
stessa cosa. “Cercami, trovami”. E siamo entrambi felici. Adesso
lo sapete.»
Ognuno
tira le fila di un’altra esistenza lasciata in sospeso. Ognuno,
seguendo il filo conduttore del rimpianto, cerca qualcosa fino a
venire a capo del bandolo della matassa: il vicolo in cui Elio e
Oliver hanno bevuto fino al vomito, le motivazioni di un lascito
enigmatico, la classica seconda possibilità. Cerca qualcosa anche il
lettore affezionato – sul Lungotevere, o fra le note di un
pentagramma criptato. In questo romanzo troverà ciò che non si
sarebbe aspettato all’inizio. È il bello della serendipità: una
delle mie parole preferite. Imbattersi in qualcosa, e in qualcuno,
che non stavamo cercando. Ma simili gite fuori porta, quando ben
accolte, rendono un piacere perfino smarrirsi.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Lucio Battisti – E penso a te
Ridevano
le finestre del suo più grande successo. Un giallo di culto negli
anni Settanta – fra i suoi estimatori si ricordano Quentin Tarantino e Eli Roth –, ambientato sullo sfondo
della campagna emiliana e nel mondo dell’arte sacra. Recuperato in
tempi recenti, ho scoperto un film invecchiato malamente ma un
intreccio accattivante: al di là delle immagini ormai slavate e di
un cast di sconosciuti non sempre all’altezza, si ricordano i
paesaggi – inconsueti perché luminosissimi, lontani dalla
trafficata Torino di Dario Argento – e la sofferenza sul viso di un
San Sebastiano da restaurare. Chiamato a dare nuovo lustro
all’affresco e a rivangare la sorte di un pittore morto di follia,
era un giovane di città: curioso come il gatto del proverbio, in una
matassa di donne fatali e concittadini omertosi, rischiava di lasciarci lo zampino. Nel frattempo l’instancabile
regista, ottantenne, non si è fermato. Dalle commedie in costume ai
drammi familiari, dal grande schermo al piccolo, è una presenza
costante del nostro cinema. Ma i fan dell’horror reclamavano da un
po’ il suo ritorno ai fasti splatter. In sala da qualche settimana, Il signor Diavolo aveva
messo già alla prova le inquietudini dei lettori. Prima romanzo, poi
film, omaggiava a tratti il famoso predecessore ma trasferiva il
mistero in Veneto, all’epoca del dopoguerra: per deformazione
professionale, prevedibilmente, ho preferito dare la precedenza al
volume Guanda.
Il
parroco di Lio Piccolo non c’era quasi mai, così per la prima
comunione ci preparò il suo sagrestano. Lo faceva la sera quando era
già buio. Lui sapeva tutto del diavolo, anzi ci aveva insegnato a
chiamarlo il signor Diavolo perché diceva che le persone cattive
bisogna trattarle bene.
Roma
è in macerie, la stazione Termini è in fase di costruzione. In un
appartamento semivuoto, con Nilla Pizzi impegnata a struggersi in un
ritornello alla radio, l’inquieto Furio fa i conti con i morsi
dell’abbandono: fervente cattolico, è impensierito dai debiti –
ha preso in gestione una tabaccheria fallimentare – e dalla
vergogna che lo lega a Laura, l’ex moglie. Per il viaggio di nozze,
da innamorati, avevano pensato a Venezia. Ci andrà, adesso, ma in
completa solitudine: così detta un incarico ministeriale che nessuno
sembra volere. Inetto, assuefatto alla disistima dei colleghi, parte
per Lio Piccolo per conto della Democrazia Cristiana: il suo compito,
salvare il buon nome della cristianità attraverso un ispezione. Il caso è già chiuso: il piccolo Carlo, affranto per la
morte dell’amico Paolino, avrebbe ucciso a pietrate Emilio – un
forestiero di nobile famiglia, grosso e tonto, con una dentatura
bestiale e uno scandalo nel passato. Il movente: una
possessione demoniaca. Quella che dovrebbe essere la fine di Emilio è l’inizio della storia di Furio. Ci sono dettagli
stridenti, incongruenze, dilemmi etici e morali; perfino il medico
legale e l’addetto agli esami balistici, davanti a un cadavere con
qualcosa di strano, alzano bandiera bianca. L’ispettore
dall’ego infranto legge gli incartamenti e prende il primo treno. Non è pronto al sopraggiungere dei ricordi d’infanzia. Non è pronto alle nebbie
perenni, a esondazioni che disturbano la pace dei cadaveri, alla
forza oscura dei riti rurali.
Fisso
quella brodaglia lucida e ferma e all’improvviso so perché quella
grande pozza è lì davanti a me. Non c’è nessuna ragione per
farsi venire un’idea così. Però sono certo che qui, ancora
all’asciutto, dove mi sono fermato, sul limite di questa pozza,
finisce la prima parte della mia vita. […] Dall’altra parte c’è
un viaggio che probabilmente la maggior parte dei miei colleghi ha
rifiutato di fare accampando le scuse più fantasiose. Dall’altra
parte c’è la mia morte.
Splendidamente
reso, il paese è un microcosmo invalicabile su misura di questi ragazzini
isolati e macilenti, incattiviti dal conflitto armato e
dall’analfabetismo. Squallida e respingente, tanto lontana dal
glamour del Festival ospitato lì in questi giorni, la laguna –
poco più che una brodaglia nera, di pantegane e infezione – culla
il lettore in una fiaba sacrilega fino all’annegamento.
Lo stile di Avati, anche scrittore sorprendente, è elegante e
visivo: aperto a digressioni e approfondimenti psicologici, indugia
nell’ambiguità dei conflitti – politica e religione, raziocinio
e superstizione, scienza e fede – e svela le agghiaccianti crudeltà
dell’universo contadino, legato a doppio nodo a pettegolezzi di
malaugurio e credenze ancestrali. Il clima è uggioso, come in ogni
ghost story che si rispetti. La luce elettrica, che proprio in
quel periodo prendeva lentamente piede, si nega lasciando le case al
buio. Peccato che la ricerca pericolosa e disperata di un
protagonista difficile da amare, convincente soprattutto nelle fragilità,
sia destinata a un epilogo frettoloso e inappagante: unica
concessione all’horror a buon mercato; unica vera sbavatura
imperdonabile. In attesa di scoprire il film – anche in questo caso
la trasposizione cinematografica è destinata a rimanere inferiore?
–, scesi a patti con il finale, Il signor Diavolo suggestiona
e spaventa. Romanzo gotico di quelli che difficilmente trovano
spazio sugli scaffali, rigoroso e vecchio stile: mica un incubo da
“ridere”.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Cherry Glazer – Tip Toe Through The Tulips
Philippe
amava Thomas. Erano gli anni del liceo, entusiasmanti e pieni di
dubbi. Tanto dipendente il primo quanto riottoso il secondo, non andava a finire come avremmo sperato. Dopo l'exploit di
Chiamami col tuo nome, dalla Francia arrivano altri sospiri e
altri rimpianti; un'altra storia autobiografica su uno struggimento
color seppia, rievocato a decenni di distanza. Il motore di Non mentirmi: un incontro inaspettato nella hall di un albergo di
lusso e il conseguente tuffo in un fiume a ritroso – quello della
giovinezza. Questa volta, nel secondo capitolo di un'educazione
sentimentale di cui non contemplavo ulteriori tappe, la
rievocazione parte da uno scatolo stipato di fotografie. Una ritrae il
solito Philippe – l'autore stesso – accanto a un ragazzo più
grande, con i ricci castani e il fisico da nuotatore. In basso si legge una
data. Mancava qualche giorno all'arrivo del Natale e, in compagnia di
amici di amici, erano entrambi in vacanza sull'isola di Ré.
All'epoca dello scatto c'era già stato del tenero? Un certo Paul
Darrigrand è ambientato sul
finire degli anni Ottanta.
Lasciati
il liceo e Thomas, il ventenne fresco di laurea in marketing si
prepara a trascorrere nove mesi a Bordeaux: ha scelto di proseguire
con un master, ma specializzarsi significa soprattutto riempire il
tempo libero. Ingannarsi con un'occupazione come un'altra, in attesa
di diventare adulto. Timido e un po' saccente, al primo giorno di
corso incrocia lo sfrontato Paul: che gli si siede davanti in mensa e
fa il diavolo a quattro per accompagnarlo sotto casa. Philippe
fraintende. Il presunto corteggiatore, infatti, è sposato da ormai
quattro anni con l'infermiera Isabelle.
Perché
ogni estate finisce. E ogni volta la sensazione è straziante. Quando
ero piccolo il segnale me lo dava la morte dei girasoli, il momento
in cui le loro teste gialle si annerivano e si inclinavano verso la
terra secca, capivo che si avvicinava il ritorno a scuola, che il
sole e l'ozio erano ormai agli sgoccioli, e precipitavano in un
abisso di malinconia. Ho scritto spesso, dopo, sui fine stagione,
sulla scomparsa dell'estate; viene tutto da lì.
Il
protagonista, a sorpresa, diventa un ospite fisso in casa loro. Cosa
sta cercando di fare l'altro: rassicurare la partner sospettosa o, al
contrario, testare l'adorazione del compagno di studi? Ma
quell'attrazione all'apparenza tramontata sul nascere ha più di
qualche speranza di concretizzarsi, nonostante il lieto fine sia
fuori portata. L'amicizia al maschile diventa altro assecondando una
provocazione di troppo; il possibile si trasforma in inevitabile. E
ci si trova, così, a interpretare un ruolo scomodo: quello dell'amante. Cos'è
Philippe: un capriccio? Quella di Paul è omosessualità
repressa, o un sentimento elettivo che si nutre dell'intelligenza
dell'altro? Lo scrittore è il primo uomo della sua vita o l'ennesimo? Il nostro Luca Guadagnino aveva
intenzioni simili. Riprendere le avventure amorose di Elio Perlman,
in un sequel già annunciato, raccontandocene il destino al college.
Reduce dalla lettura del mio secondo Besson, per quanto appassionante sia
il risultato, mi sentirei comunque di scoraggiarlo in partenza. Un
certo Paul Darrigrand, infatti,
non ha né la memorabilità né la magia del capitolo introduttivo:
un romanzo di formazione dalla morale universale, al contrario, che profumava di
malinconia.
È
vero, avevo perso la testa per un uomo irraggiungibile e avevo
giocato pericolosamente con la morte. Ma potevo dire che avevo amato
ed ero ancora vivo.
Con
lo stesso espediente, non contento, l'autore francese ci racconta lo
stesso amore in forse: se le bugie del fragile Thomas però commuovevano, la nuova fiamma – un surfista che, dominando le onde,
cerca contemporaneamente l'equilibrio personale – non suscita
simpatia. Per quanto disconosca qualsiasi moralismo, la mia
correttezza rende spesso difficoltoso entrare in storie che parlano
con leggerezza di tradimenti coniugali e terzi incomodi – la moglie
di lui, Isabelle – condannati a vivere nell'ombra. La cronaca nera,
inoltre, ci mette frequentemente lo zampino: l'Aids preoccupa, dando
falsi allarmi, ma a Philippe non viene risparmiata in ogni caso una
lunghissima degenza. La seconda parte, interamente ambientata nella
stanza di un ospedale, segue un protagonista passivo nell'affrontare
tanto i sentimenti quanto la malattia; i cicli di cortisone e una
lontananza fisica che, da un lato e dall'altro, gli amanti non fanno
nessuno sforzo per colmare.
Lo
scorcio di mare in copertina mi aveva ingannato. Più pesante e meno
spontaneo, il romanzo riesce bene quando racconta l'intimità dei
corpi e delle parole. Sa usarne davvero di bellissime, Besson. E sa
custodire i segreti. Leccarsi da solo le ferite. Ma non sa, non
ancora, che l'amore può essere anche sereno se corrisposto. A
differenza della magia della sua prima volta, tuttavia, quest'ultima
la si scorderà.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Dalida – Je suis malade
|Non mentirmi, di Philippe Besson. Guanda, € 16, pp. 155 |
Le
storie d'amore, soprattutto quelle fra diciassettenni, soprattutto
quelle fra uomini, iniziano tutte o quasi così. Qualche occhiata
distratta che man mano trova il coraggio di indugiare un po' più a
lungo, un venirsi incontro con cautela che ha l'aria di una sfida, la
ragionevole paura. Di piacersi o non piacersi, di rivelarsi al mondo.
Il colpo di fulmine di Philippe Besson, oggi scrittore di successo,
non fa eccezione. Correvano i primi anni Ottanta. Lui, educato sin
dall'infanzia a primeggiare, e per questo a suscitare antipatia nei
coetanei, era il figlio prediletto di un insegnante che sognava un
futuro accademico per quel secondogenito obbediente che, se al liceo
faceva parlare di sé, era soltanto perché brillante nello studio e
vagamente effeminato nel buon gusto, nei movimenti delle
mani. Fuori dal branco, ma abbastanza misantropo da farne in fondo un
vanto, mette alla prova la propria natura a undici anni e a
diciassette è irrimediabilmente attratto dalla solitudine di un
altro come lui: Thomas, due occhi nerissimi e una famiglia
d'estrazione contadina da cui ha ereditato il fare laconico, i
sorrisi centellinati, il rispetto remissivo per la fatica nei campi.
Da un capo e l'altro del cortile, al solito, all'inizio si scrutano e
basta. Non hanno scuse valide per parlarsi, no, appartenendo a classi e a ceti sociali opposti. Finché l'adolescente che fuma
sempre in disparte, comunque meglio integrato di Philippe in quella
scuola di provincia, non entra deliberatamente nel campo visivo
dell'altro – lo fanno per prime le sue scarpe da ginnastica
scolorite, la cicca che gli arde in bocca. Non può
custodire il segreto sulla propria sessualità da solo, non più. Ne
nasce una relazione clandestina identica a mille e a nessun'altra. Un
patto segreto senza preliminari, senza preservativo, senza pensieri,
che vive di foglietti volanti – l'ora e il luogo scarabocchiati a
penna – e nessuna paura per l'Aids, l'abbandono, quel che sarà di
loro. Quando la pioggia o una tenerezza improvvise li coglieranno di
sorpresa, nel capannone della palestra o l'uno sul petto dell'altro,
giocheranno a studiarsi a vicenda i nei, le sfumature della pelle, i
destini contrapposti – Thomas si auspica infatti la fuga dalla mediocrità
dell'aspirante scrittore, Philippe presagisce che per il giovane
amante in un giorno non lontano sarà più facile troncare il
rapporto. Qualcuno, tuttavia, si sbaglia.
Io
sono il mondo invisibile, sotterraneo, straordinario. Di solito
questa singolarità mi rende felice. Stasera mi fa soffrire in modo
insensato.
Un
altro viaggio nei migliori anni, un'altra passione omosessuale
dall'annunciato finale amaro, un altro ragazzo triste che si strugge
e ci fa struggere. Siamo nei territori di Aciman, ma a Non
mentirmi mancano gli Eden
sospesi in un'estate eterna, le meditazioni filosofiche, i genitori
che comprendono – semmai, con il senno di poi, sono i figli ad
accettare i trascorsi sentimentali dei familiari, non il contrario.
Resta la suggestione, resta un'universalità che perfino il lettore
più cieco del mondo non potrebbe negare: un viaggio nel meglio e nel
peggio degli anni Ottanta, e nelle problematiche più intime di un
figlio di quella generazione notoriamente vagheggiata e rimpianta. Al
cinema danno Sophie Marceau, ma Philippe – con le immancabili pose
da scapigliato, da incompreso – trascina Thomas a vedere vecchi
film, più per la privacy del buio in sala che per il piacere della
condivisione. Stretti su una motocicletta indossano il casco, ma più
per nascondersi che per rispetto delle norme stradali. Quando quello
accorto dei due acconsente a uno scatto fotografico, a una gita fuori
porto, è in realtà per fargli meno male possibile nel momento in
cui – l'estate ormai alle porte – gli spezzerà il cuore. Diviso
in tre parti, con il connaturato decoro della narrativa francese e lo
stesso struggimento delle occasioni perse, delle polaroid rinvenute
per caso in un cassetto, Non mentirmi è
la confessione dell'amante superstite, che preferì non confrontarsi
mai con la vita vera con la scusa pavida non ci fosse altra
alternativa.
Perché
tu te ne andrai e noi resteremo.
Ho
percepito il dolore del protagonista – il dramma di fingersi
estranei nella stessa stanza, stringere forte i pugni per celare la
gelosia – e la doppiezza del loro legame, che da una parte lo
faceva sentire speciale (impara così a sorridere, a padroneggiare i
nomi fittizi e le prime bugie della sua professione di narratore) e
dall'altra tagliato fuori. Prima di questo romanzo, infatti, non
c'era nessuno che sapesse di loro. A ferire, però, è la condizione
dell'Ennis Del Mar di turno: un uomo contrito, che mente agli altri
ma soprattutto a se stesso, e che Philippe lo segue nelle ospitate
televisive consultando le guide tivù; che gli chiede scusa con
messaggi in segreteria mai inoltrati, con lettere senza francobollo.
Quanto sono davvero affini e quanto, da bravi incompresi, si illudono
di esserlo in cerca di compagnia per un tratto del tragitto?
È
stato amore, chiaramente. E domani sarà un grande vuoto.
Le
parole chiave: rimpianto e defezione. La morale: il diritto ad avere
un passato, a custodire cose che rimarranno solo e soltanto nostre.
Besson, abituato a raccontarci di personaggi immaginari, questa volta
si mette in scena. Abituato a raccontare, soprattutto, nell'ultima
sezione si fa da parte: lascia che a parlare siano un po' i ricordi e
un po' uno sconosciuto intercettato nella hall di un albergo,
sorprendentemente simile al suo Thomas, che ha un messaggio da dargli
e tantissimo da dirgli: ciò che la loro comune conoscenza ha fatto e
non ha fatto, nel quarto di secolo distante da lui. Non
mentire, dicevano i genitori a
un Besson che sin da bambino inventava. Per rispetto di mamma e papà,
allora, qui non mente. Falsa qualche immagine, forse, come succede
se la nostalgia si mette in mezzo e ci incrina la voce, ma romanza di
rado. Scrive tutta la verità, nient'altro che la verità.
Regalandoci lacrime sincere per l'autobiografia di un mestiere, per
l'autobiografia di un amore, che purtroppo ebbe troppa paura del
sole. E così si fece pallido, e così si fece in bianco e nero: nero
su bianco.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Sufjan Stevens – Visions of Gideon
Ho ribattuto così,
una volta, a un'affermazione convinta di non suonare discriminatoria
soltanto perché estrapolata in una chiacchierata da bar. Me l'hanno
insegnato i cinque anni al liceo classico, in cui ho scoperto che
Achille amava Patrocolo e che, nella storia delle anime gemelle
secondo Platone, l'uomo – all'alba dei tempi, un tutt'uno con
quattro gambe, quattro braccia, due teste e un unico cuore – poteva
trovare la propria metà soltanto in un altro uomo. Me l'ha cantato
Your Song, forse la canzone d'amore più onesta mai scritta.
Me l'hanno raccontato, fra gli altri, romanzi come quello di André Aciman: l'autobiografia di un colpo di fulmine, di un'estate
italiana, pronta a farsi cinema nell'anno in cui Moonlighttrionfava agli Oscar per i
motivi sbagliati – vinceva infatti la politica anti-trumpiana fra
le righe, non la delicatezza di due uomini che in una Miami
difficile, in una vita difficile, sapevano bastarsi. Dirige un Luca
Guadagnino a proprio agio con le star, a bordo piscina, che
finalmente trova pienezza nella sceneggiatura del veterano James
Ivory – in passato mancava la sostanza, vero, ma il cinema
dell'esteta siciliano era comunque apprezzatissimo da queste parti.
Presentato dappertutto, bello senza misteri, l'atteso
Chiamami col tuo nome dipinge
un'altra famiglia, un altro luogo di villeggiatura sospeso nella
canicola, un'altra passione che sconvolge corpo e mente. Nell'Italia
del miglior Bertolucci, il sole picchia forte, il cloro si incrosta
nei capelli, il sesso è negli occhi di chi guarda. Elio,
diciassettenne prodigio, si scopre attratto dai modi di Oliver,
studente universitario in ritiro – si parla sempre di privilegiati,
si parla ancora di innamorati. Hanno camere adiacanti, balconi
confinanti, un bagno in comune. Non c'è privacy e, in pieno agosto,
tanta pelle in vista – un efebo pallidissimo il primo, un
marcantonio in costume giallo il secondo. Ma si sta a distanza di
sicurezza, non ci si tocca direttamente per paura di prendere la
scossa (a un certo punto, i due si porgono però la mano che resta di
una statua sommersa; un ramoscello d'ulivo). C'è la curiosità
iniziale, sporgersi dalla finestra e spiare il nuovo arrivato. Poi
l'astio, perché tutti pendono dalle sue labbra. Infine la
rassegnazione, ammetterlo a denti stretti: quella tensione non è
invidia, ma gelosia. L'amore, come il lutto, ha le sue tappe: è
un'esperienza universale. Richiede elaborazione. Uno straordinario
Timothée Chalamet, giovane e sconosciuto padrone di casa, si
masturba con una pesca, balla come un pazzo, piange inconsolabile.
Quel suo viso ancora imberbe, protagonista assoluto dei minuti
conclusivi. Puoi leggerci tutto Aciman lì: il rimpianto, e l'illusione delle stelle.
Armie Hammer, affascinante invasore americano, ha il compito non da
poco di insegnare l'essenziale al ragazzo che pensava di sapere
tutto. E di metterci l'assennatezza e la pazienza, di fare piano.
Nonostante la differenza d'età, l'imbarazzo degli inizi, si baciano
con la tenerezza di chi si ama davvero. Si abbracciano come chi sa
che prima o poi dovrà perdersi. In una casa di campagna che è
una comune anni Ottanta, sfilano le domestiche e i giardinieri, i
commensali inferociti con Craxi, le adolescenti francesi che
promettono altra bellezza aggiunta, papà dai monologhi commoventi
come l'intenso Michael Stulhbarg. Con un indefinibile senso di
meraviglia, Guadagnino ci lascia allora assistere al risveglio della
loro natura. In un melodramma intriso di classicismo e grazia,
epidermico ma angelico insieme, che spiazza, spezza e spazza via.
Partecipano Madre Natura: lussureggiante per non sfigurare, complice
accorta. I cinque sensi: la testa contro il petto, i piedi e le mani
che si sfiorano in strada, le echimosi di primi dolori che non si
scordano mai. Lo spettatore, che non vorrebbe cacciarli mai da quel
Paradiso su misura indicando la prima nuvola di pioggia nel cielo;
dire che l'autunno, la fine, sta per arrivare. Le persone che si vogliono bene sono tutte belle. Queste, un po' di più. (8,5)
E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.
Titolo:
Chiamami col tuo nome
Autore:
André Aciman
Editore:
Guanda
Prezzo:
€ 12,00
Numero
di pagine: 271
Sinossi:
Vent'anni fa, un'estate in Riviera,
una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha
diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella
splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un
professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per
la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno "l'ospite
dell'estate, l'ennesima scocciatura": uno studente in arrivo da
New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il
giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi
disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle
origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno
passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio
inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza
all'estasi. "Chiamami col tuo nome" è la storia di un
paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul
tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e
Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che "questa
cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta".
La recensione
"Avevamo trovato le stelle, tu ed io".
Elio,
diciassette anni, aspetta l'estate tutto l'anno e, quando la bella
stagione arriva, finisce poi per desiderare l'inverno. Così, in una
spirale continua di irrequietezza, insoddisfazione e tedio. Ma
arriverà un'estate che gli farà cambiare idea sul tempo, sulla
sessualità e su sé stesso. Quella in cui Oliver, pallido e
sbrigativo, bello come attore, scivolerà giù da un taxi con zaino
in spalla e camicia che si gonfia al vento e, ostentando
indifferenza, gli ruberà la stanza e il sonno. Questa estate qui.
Figlio unico di un professore universitario e di una donna
accogliente e di mente aperta, Elio ha sempre patito un po' gli
ospiti importanti a cui i genitori, per tre mesi, aprono le porte di
casa: una splendida villa con piscina in Riviera, che accoglie fogli
volanti, bozze dai margini larghi, discussioni colte, giovani
scrittori di belle speranze. Il protagonista è abituato agli
andirivieni, alla gente che va e alla gente che viene, ma l'ultimo
arrivato – ventiquattrenne americano – lo mette a disagio come
nessuno prima di allora. Nonostante la differenza d'età, tra i due
si generano competizione e dissapori: a volte si cercano sempre, a
volte non si rivolgono la parola per giorni interi. Nonostante la
generosità delle amiche Marzia e Chiara, disinibite con il sesso e
fiorite all'improvviso, c'è qualcosa che Elio e Oliver non sanno
ammettere a loro stessi: a volte si sognano, a occhi aperti e chiusi.
Sullo sfondo, una Italia vacanziera, gli anni Ottanta e la cultura
classica, che colorano le loro foto ricordo, li rendono curiosi
davanti alle sperimentazioni e animano i lunghi pasti e le sconfinate
notti di poesia e suggestioni. Citano Dante e Leopardi, parlano
fluentemente lingue vive e morte e, girandoci abilmente attorno,
ingannano il tempo e, sperano, il desiderio che nutrono l'uno
dell'altro. Se è vero che amor, c'a nullo amato amar perdona, lo
scostante Oliver ricambierà, per un meccanismo di causa-effetto,
forse, un abbraccio, un pensiero proibito, un bacio del timoroso
Elio?
Avranno tre mesi appena per dirsi e darsi; una vita separati,
spesa alla ricerca del tempo perso, per ricordarsi oziosi e stupidi.
Quando erano giovani dai balconi confinanti e dalla lingua sciolta,
alla deriva nell’azzurro mare di agosto. Sembra un film di
Bertolucci, Chiamami col tuo nome: un Io ballo da sola
al maschile, in cui un narratore raffinatissimo come André Aciman,
qui al suo esordio, ci racconta senza censure i migliori anni, le
vacanze al mare, le passioni all’improvviso. La parola a Elio,
acculturato e precoce, su cui gravano i dubbi esistenziali, gli
ormoni e le temperature canicolari. Attorno a lui, una natura
dannunziana – gli uomini e la vegetazione sono grovigli
inestricabili, l’afa stimola la sonnolenza e gli istinti, i frutti
maturi hanno forme di capezzoli e sederi – e un’orgia di
sensazioni, che stimolano i cinque sensi e permettono il nudismo.
Si aprono in segreto i gelsomini notturni, le imposte, le porte, e
nasce così una relazione breve e formativa, che indolenzisce, forma
e strugge. Letto in un giorno e recuperato dal fondo di una pila di
romanzi che facevano a gara per essere sfogliati, Chiamami col tuo
nome è diventato priorità nel momento in cui mi è saltata
all’occhio la notizia di un film attualmente in lavorazione, con la
sceneggiatura del signor James Ivory, un cast internazionale e la
regia dell’esteta Luca Guadagnino, da cui – a modo mio – sono
voluto ritornare all’indomani del freschissimo A Bigger Splash.
Anche in quel caso, liaison sconvenienti, tanta bellezza – nei
protagonisti, così come nei paesaggi - e conversazioni un po’
pretenziose a bordo piscina.
Aciman si presenta con un romanzo
vagamente autobiografico, intriso d’arte e letteratura, che
sorprende per uno stile straordinario e la puntualità delle
citazioni: malinconico e colto, l’autore dà voce a due personaggi
simili a lui, che qui e lì possono suscitare noie e antipatie per i
toni sospirosi, i dibattiti filosofici e le ambizioni accademiche.
Qualche pagina melensa e troppa ostentazione di superiorità: troppa
pesantezza, sotto l’ombrellone. Colpa della dissimulazione
iniziale, però; della timidezza cronica. Colpiscono nel segno, in
seguito, i passaggi più profondi, la resa perfetta di un’estate
che sta loro con il fiato sul collo, gli stornelli romaneschi e i
canti napoletani, in attimi cruciali in cui ci si rende conto a denti
stretti dell’amore e che oggi, in definitiva, è già domani. Il
troppo storpia, in Chiamami col tuo nome, ma sa trovare
redenzione, infine, assumendo la forma di una lettera aperta, non
pensata per le orecchie indiscrete, e nell’impensata potenza dei
sentimenti a cui il titolo, bellissimo, allude. Chiamami col tuo
nome significa scambiamoci i costumi e le identità,
annulliamoci, indossiamoci come una seconda pelle, rispondiamo
soltanto a chi indovina che – in clandestinità – siamo diventati
altro ma, allo stesso tempo, più noi stessi. Lo esemplifica la
copertina, in cui si svanisce in un tuffo, in un riflesso, e
lo approfondisce uno scrittore onesto e talentuoso che a volte è
lento, sì, ma altre cattura con scatti rubati le luci, le prurigini e
i rimpianti di amanti che inevitabilmente invecchiano e
sfortunatamente si separano. Puoi non prenderli a cuore, puoi perfino
non comprenderli. Ma come ha detto papà quando alla radio, una
volta, è passata una canzone di Adele - complici acuti che
sembravano singhiozzi e toni elegiaci: intenzioni inequivocabili -, capirò una parola su cento ma, chi lo sa, a me viene da
piangere.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Adele – When We Were Young