Visualizzazione post con etichetta Emma Watson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Emma Watson. Mostra tutti i post

giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

mercoledì 22 marzo 2017

Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings

Con una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che, sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo, l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina femminista venuta prima di qualsiasi Moana. Lo fa cantando e ballando, e con una morale nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto, della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta quasi traccia). La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe - quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)

Puntualmente, quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il film di turno come fosse l'eccezione alla regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini, sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati, o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che mescola polvere e malinconia. Un Léon che passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace. Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento dei saluti. Mi ci sono affezionato nel mentre, io. Cose che suggeriva il titolo, perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di maggiore intimità. Jackman è granitico, ma mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan è così che mi piacerà ricordarlo. Con un assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)

Per anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza. Poi è successo Mommy. Una visione è bastata per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania? Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi. Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra; una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo, chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio aspettare il dessert per stemperare l'amarezza? Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea Din Tei, che eppure il montaggio sa incasellare a regola d'arte – lo portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di comprimari in stato di grazia. A tavola siede l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del testo, Dolan realizza un dramma che bello lo è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è collaudato e il regista, castigato, ci si muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)

Mai avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in faccia non esercitava timore su un ottenne dei primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia di Rings vede la classica coppia di innamorati – la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista, guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio. Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo, la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del filmato originale. Rings, come da previsione, non è indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+) 

mercoledì 1 giugno 2016

Mr. Ciak: A Bigger Splash, Eddie The Eagle, Colonia, 10 Cloverfield Lane, The Driftless Area

Una rocker con il look di Bowie e un'operazione alle corde vocali che la rende afona. Un compagno più giovane, regista di documentari, che l'ha salvata dagli eccessi. Pantelleria, isola paradisiaca, che li vuole nudi, focosi e rilassati durante il loro periodo di villeggiatura. Se non arrecano disturbo i barconi clandestini, a largo, lo stesso non può dirsi di ospiti verso cui fare buon viso a cattivo gioco: un produttore sui generis – nonché vecchia fiamma – e la sua giovane figlia che, da bordo piscina, legge e ammicca. Cosa succede in un pollaio così, se si scontrano due galli? Quali pulsioni scattano in un quartetto aperto ai poligoni amorosi e alla gelosia? Quanta acqua schizza – e quanto fumo negli occhi soffia – l'ultimo film del buon Luca Guadagnino? Allo scorso festival di Venezia, ricorrenza in pompa magna di griffe e noie, il remake di un lungometraggio con Alain Delon aveva lasciato fredda e scettica la platea. Sarà che la bella stagione è a un passo, sarà che di Guadagnino amo i virtuosismi e l'edonismo, ma – come si suol dire – tra gli specchi d'acqua salmastra e le piscine private di A Bigger Splash ci ho letteralmente sguazzato. Partito come una versione meglio scritta del francese Un momento di follia e destinato, nell'ultima mezz'ora, a arenarsi in un guazzabuglio di toni ora gialli e ora grotteschi, l'ultimo Guadagnino non resta sempre in equilibrio, vero: ma, quando scivola, cade a picco nel blu. Nuoterà, oppure no? C'è chi si concentra sui difetti dell'epilogo – e sono numerosi, tra il cameo di un Guzzanti ispettore, coppie di carabinieri da barzelletta, xenofobia – ma, personalmente, sono vittima dell'ascendente che Guadagnino esercita su di me. Perché ama le belle cose, le forme e i colori, e io non resisto. Se il precedente Io sono l'amore era un gelido, sopraffino melò, A Bigger Splash è il suo alter-ego, più fresco, solare e capriccioso. Ritroviamo il binomio amore-morte e, con grande piacere, una Tilda Swinton oggetto di venerazione: cinquantacinque anni, di un bello senza sesso, un fisico spigoloso. Però, qui, quanto è affascinante, con la schiena nuda, gli abiti anni Cinquanta e un paese che ucciderebbe, per un suo cenno? Quant'è istrione l'innamorato respinto di Fiennes e quanto sono irresistibili Shoenaerts e la Johnson, mirati e rimirati, spogliati da capo a piedi? Troppo, tutto. Quindi, abbagliato, mi sono goduto le follie di un cast di ninfette e abbronzatissimi marcantonii, che chiacchierano, seducono e ammazzano il tempo (e non solo quello). Guadagnino fa loro da balia, riesce a metterli sorprendentemente in riga, ma una sceneggiatura gocciolante, purtroppo, non aiuta. Sensista e ironico, dal cipiglio europeo, A Bigger Splash è un'altra faccia di un cinema italiano al passo. Cocktail impreciso e strabordante, spensierato, che dà alla testa. (7)

Nell'Inghilterra degli anni Ottanta, Eddie è un ragazzo mingherlino, cagionevole e non particolarmente brillante: le ginocchia ballerine, gli occhiali a fondo di bottiglia, una fisicità che stimola la crudele fantasia dei prepotenti. Il suo destino: imbianchino, come il papà. Il suo sogno: le Olimpiadi. Perciò lui, che per lo sport non è mica molto portato ma che non ha paura di cadere e rialzarsi, prova discipline e divise varie e, rotolando nella sabbia, ricerca la sua vocazione. E se fossero gli sci? E se fosse il salto in alto, che nel Regno Unito non ha campioni? Investire su se stessi, rubare il furgoncino della ditta di famiglia e andare in Germania, lassù tra i monti e i fuori classe. Puntare al Canada, però. E, nel mentre, trovare un coach – atleta in decadenza che ha preferito l'alcol alle medaglie – e il calore dei giornalisti. Perché questo Eddie è più un pollo che è una aquila, però vola. E, a mezz'aria, sorprende. Eddie The Eagle, ispirato a una di quelle vicende che piacciono a me, è una commedia di quelle che piacciono a me. Ma tanto. Tenere ed edificanti, infatti, ti toccano il cuore. Belle o brutte, che importa: l'importante è che, come nel caso del recente One Chance – L'opera della mia vita, siano un sollievo dalle fatiche visibili e non e, soprattutto, appaiano inguaribilmente british. Ci si stenta a credere, ma Eddie ha impensati assi nella manica e, goffo e acerbo, la voglia di partecipare del proverbio; possibilmente, lasciando un segno sulla neve. Le mille risorse di lui, però, non trovano un corrispettivo nel film che racconta la sua vita a mo' di fiaba: la commedia sportiva di Dexter Fletcher, altrove assai bene accolta, è piacevole, trasognata, ma meno riuscita di altre simili. Gli ho preferito, appunto, il biop – da noi, purtroppo, destinato solo al noleggio – su Paul Potts, vincitore di Britain's Got Talent a cui il nostro Pavarotti aveva tarpato le ali. I difetti, questa volta, non nel lieto fine annunciato: è quello il bello, nella classica rivincita degli underdog. Piuttosto, nella scarsità dei comprimari: figuranti passeggeri; Cristopher Walker e Jim Broadbent cronisti; un Hugh Jackman pigmalione, riciclato da Real Steal senza troppe cerimonie. Tutti i pregi, invece, si chiamano Taron Egerton – e la spia in erba di Kingsman, qui in borghese, è irriconoscibile, naturale e adorabile – e suonano un po' come quella You make my dreams come true o, ancora, Jump che esaltano, nell'era in cui i jukebox si sono sfortunatamente estinti, ma si balla lo stesso sui divani. (6,5)

Lena s'innamora di Daniel, nel mezzo del colpo di stato di Pinochet. Lui, che vuole documentare la violenza del dittatore, è accusato di insurrezione e torturato: creduto ormai innocuo, a causa della gravità delle sevizie, viene chiuso in un campo di lavoro che è il tentacolo più pericoloso della dittatura. Lei, che non si rassegna, entra a Colonia Dignitad di propria scelta: vuole ritrovare Daniel. Ma, dal campo, è vietato uscire: soggiogati da uno spregevole santone, i prigionieri – e i fedeli – sono separati, percossi, sfruttati. Campi da dissodare, preghiera e, se sei una donna ribelle, pestaggi che ti uccidono. Isolati dal mondo, in un Cile omertoso e ignoto, riusciranno i protagonisti a rincontrarsi? Soprattutto, riusciranno a scappare e a portare fuori un po' degli orrori della longa manus di Pinochet? Tratto da una storia vera che ha dell'incredibile, Colonia denuncia crimini recenti e taciuti e lo fa, furbamente ma bene, con il linguaggio e il ritmo del survival; l'intreccio di un romanzo d'inchiesta. Pieno di concessioni e rielaborato: quelli, forse, i suoi evidenti errori. Thriller politico tesissimo e melò appassionante, però, Colonia mi ha preso in contropiede e mi ha stupito: immaginavo, infatti, una pellicola storica pesantissima, buoni sentimenti in quantità, un'altra esecrabile prova dell'ex maghetta "Hermione". E invece. Angosciante, cupo, inquietante, Colonia ha nervi a fiori di pelle e ansia a mille – impossibile il contrario, se si parla di femminicidio, pedofilia, fughe disperate – e, sebbene indebitato con il cinema d'azione americano, eccezion fatta per un finale troppo rocambolesco, ha scelte di pancia e un ottimo cast. Su tutti, gli spregevoli Michael Nyqvist e Richenda Carey, e il sempre capace Daniel Bruhl. Emma Watson, meno perfettina del solito, quindi più intensa, è tanto convincente da lasciarci dimenticare la pessima prova nell'horror Regression – anche lì sette e omicidi, ma qui aumentano l'impegno e il brivdio. Gallanberg fa meglio del conterraneo Von Donnersmarck, e Colonia – anche se poco europeo – non è il terribile The Tourist: altro punto da dimenticare, allora, se l'avventura di un altro tedesco nel cinema internazionale lascia soddisfatti e alquanto turbati. A farsi ricordare, invece, la vicenda di Colonia Dignitad e dei suoi prigionieri: infelice parentesi storica che il cinema, pur con tutti i sotterfugi e la spettacolarità di cui è capace, salva dall'oblio. (7-)

Qualche anno fa, Cloverfield aveva stupito i più. Dai più, nonostante l'indiscreta impronta del furbissimo J.J Abrahms, tocca sottrarre il sottoscritto: lo sci-fi alternativo non mi aveva impressionato. Non atteso, dal nulla e con scarso preavviso, è saltato fuori un sequel quasi dieci anni dopo. Nonostante il ritardo e il cambio di regista (e registro), 10 Cloverfield Lane è stato accolto altrettanto bene in sala. Ma, rispetto al primo, era un'altra storia? Qual è la trama, all'inizio top secret? Questa ideale prosecuzione firmata da Dan Trachtenberg si apre con Michelle, una giovane donna che dopo una lite telefonica con il fidanzato – in un cameo vocale, c'è lui, Bradley Cooper – incappa in un incidente stradale. E, pare, nell'armageddon. Si risveglia in un bunker, messa in salvo da due uomini: Emmett, un semplice bracciante, e Howard, leader attempato con la sindrome del tiranno. Il secondo, in particolare, ha toni bruschi e metodi violenti; segreti: tratta Michelle come fosse una bambina e le spiega che, fuori, in superficie, è guerra aperta. Sarà vero, se a dirlo è un uomo paranoico e possessivo, con la coscienza e le mani già sporche? Lei è una prigioniera o una superstite? Il mix è insolito, ma il risultato sorprende ben poco. Forse, ne hanno parlato con toni troppo stupefatti: troppo bene. 10 Cloverfield Lane è il perfetto non-seguito, paradossalmente, per chi Cloverfield non l'ha mai sentito nominare. Per gli altri, invece, viene meno il dubbio: fuori, quest'apocalisse, c'è oppure no? A questi ultimi, che rimarranno a bocca asciuta se in cerca di nuove prospettive, consiglio l'inedito Hidden. Ci sono mostri e mostri, e 10 Cloverfield Lane descrive quelli della nostra specie, con lo stile di un dramma psicologico teso e coinvolgente. Sembrerebbe il solito thriller, ma ha una misteriosa cornice fantascientifica; sembrerebbe il solito prodotto fantascientifico, ma ha le dinamiche – appunto – del thriller. Sfumature complementari, volti speculari: basta l'originalità della cornice? C'è quella, e una protagonista dalle mille risorse, e l'antagonista di un ottimo John Goodman; un trio credibile e l'ansia. Accontentiamoci. (6)

Pierre, stralunato barista di provincia, cade in un pozzo, mentre va a passeggio. Il mattino successivo, un viso – un viso bellissimo – fa capolino dall'alto. Una ragazza passata lì al momento opportuno gli tende una mano. Si chiama Stella, è morta nell'incendio doloso della casa a cui badava, cerca un ragazzo buono che la vendichi e la liberi. Pierre, non conoscendo la sua natura, s'innamora di lei. Contemporaneamente, un boss da poco – colui che di quel rogo è la causa principale – insegue una borsa piena di soldi che gli è stata rubata. E tutte le strade porteranno nella cittadina di Pierre. E a una specie di vendetta. The Driftless Area – da noi, Niente cambia, tutto cambia – ha il potenziale di una trama che, all'apparenza, sembra un buffo e romantico miscuglio di generi e, soprattutto, due protagonisti che ai patiti del cinema indie staranno senz'altro tanto a cuore. Anton Yelchin, che lo scorso anno ci ha regalato quei gioiellini di 5 to 7 e Rudderless, ha addirittura una partner più splendida del solito. La lei del suo Pierre, e c'è da dire che lui è perfetto, è Zooey Deschanel: presenza misteriosa, spettrale, impalpabile. E se, nonostante un sodalizio felicissimo, il loro film si rivelasse, invece, un mezzo pasticcio? The Driftless Area è un luogo scomodo, strano, in cui incontrarsi: onestamente, non l'ho capito. Pieno di simboli e figure allegoriche, lento, crea un senso d'attesa: la meta si capirà nel finale? Qual è il punto? Invece, le domande si accumulano, i due sono carinissimi ma confusi, il dubbio persiste. Un po' canonico boy meets girl, un po' crime, un po' ghost story, The Driftless Area si ricorderà, appunto, un po'. Quella, la parolina chiave, per un prodotto indipendente che ho faticato a interpretare e, invano, a farmelo stare a cuore. Anton e Zooey, cari miei, meritavate un giardino più fertile: lontano da gole rocciose e fiamme, salvo dal guazzabuglio inaspettato. (5,5)

domenica 13 marzo 2016

Mr. Ciak: Lo chiamavano Jeeg Robot, The Dressmaker, Victor Frankenstein, Regression

C'è solo una frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool, autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi, prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno, l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole, giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide Squad: altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli invasori di una nemica cività, ma Mainetti tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza, quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri, perché sono spunti e particolarità che troverete per certo, aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo chiamavano Jeeg Robot, infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo – lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale, inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E, paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza, scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon - che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter, autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo chiamavano Jeeg Robot è tanta roba (la “b”, prego, è doppia): dagli americani prende due professionisti sorprendentemente versatili – com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi. Lui, lui che può. (7,5)

Arrivavano con l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia, per scombussolare i fioretti dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche seminava zizzania. Si alza il vento anche in The Dressmaker e, in una Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west, rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e prende possesso della casa sulla collina. Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla franca? The Dressmaker, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e  cucita sulle misure di Kate Winslet: procace, espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica; l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla torna al sogno dei boa di piume e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito marcantonio senza arte né parte. La prima parte, frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai colori pastello, allora, The Dressmaker si rivela essere una commedia nera in transizione. Un novello Chocolat, sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna, erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)

La scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla “è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold e The Wolfman, arriva Victor Frankenstein. La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot, ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero? Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan, da me molto stimato in Slevin e Wicker Park, alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità – diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui, in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello Sherlock Holmes secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda un orco del Signore degli anelli e una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans, meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione licantropo, il novello Victor Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una non trascurabile compagnia. (6)

Negli anni, il cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others, con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il rabbioso ma illuminante Agorà. Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale, in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più. Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura – la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale? L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel che le vittime hanno rimosso. Regression parla di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne, i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa – neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato. Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la verità? Regression gioca a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano, soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione, con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora, Regression parla di fede e credenza. Crederci è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)