Li
vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte,
in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di
disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami
di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli
degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di
lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa
dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi,
infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini
irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con
il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le
nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle
disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome
di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un
tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica –
rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i
topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la
loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce
dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa
arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso
sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al
tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo
vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e
divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con
il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di
disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in
giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si
indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a
passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli
equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si
poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di
Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena
sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata
isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice
Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la
disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)
Qual
è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei
dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King,
infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti
con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il
materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto
ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny
cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa
volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la
visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un
epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme.
Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi
bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non
ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi –
capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del
cast – protagonista tanto quanto gli eroi.
Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano
e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan
non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci
insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure
vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice
agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i
segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci
dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia
una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando
arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta
principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta
infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare:
i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie
marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si
nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per
rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi
di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che
adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania –
soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven?
È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere
paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni?
Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente.
Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)
Ci
sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe,
troppo intricate, troppo immaginifiche. E ci sono quei finali
abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È
questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla
regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i
lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci
sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una
ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista.
Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla
canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un
po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le
ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel
passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di
trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e
testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al
tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV.
Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in
camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non
sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende
parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto
stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin
troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e
costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al
personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì,
purtroppo, il doppiaggio ne appiattisca le buone intenzioni. I
difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame
da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli
del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al
contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di
Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma
le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola
tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a
rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello
Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un
panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa,
come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo
della gamba? (7)
Secondo
e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy
Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti
stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per
ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai.
Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e
James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –,
non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma
oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la
parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da
realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli
anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati,
conteremo i giorni e i palloncini.
Doctor Sleep 7 novembre 2019
Ancora
Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un
secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con
preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick –
non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep
è il seguito ufficiale di
Shining. Il piccolo
Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la
luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le
sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui
luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il
trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo
film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà
qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of
Hill House io scelgo di fidarmi
a scatola chiusa.
Creepshow 26 settembre 2019
Negli
anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a
episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato
horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un
seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween,
prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone
altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe
R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un
pezzo e la visione dell'ultimo American
Horror Story è
quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario,
sono già seduto in poltrona.
The Witcher Fine 2019
In
assenza di Game of Thrones e
in attesa del Signore degli anelli,
gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The
Witcher. Famosa saga
letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i
videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill –
contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in
queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia
indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio
genere, ma auguro agli appassionati buona visione.
His Dark Materials Fine 2019
Dopo
il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un
cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman –
autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa
popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be',
si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di
diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen,
già apprezzata in Logan;
dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per
Cats. La “bussola
d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al
successo?
Artemis Fowl 2020
Ispirato
alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo
volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo
massimo arriva in sala anche Artemis Fowl.
Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla
lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per
novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per
ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più
carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese
con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor:
serviva?
Watchmen Ottobre 2019
Non
serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito
nominare. Watchmen,
la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time
fra
le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già
protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre
sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e
Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è
ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli
Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The
Boys
su Amazon Prime Video.
Cercando Alaska 18 ottobre
Avevo
ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di
distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di
John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley
sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando
Alaska ritorna. Sarà una
miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo
millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la
porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della
lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non
importa: sono già felice così.
Buongiorno,
amici! Oggi, sottraendo qualche oretta alla filologia, ho deciso di
parlarvi dell'ultimo romanzo letto. Non credo si tratti di un titolo
che abbia bisogno di presentazioni, dunque, buona lettura a tutti.
Ritorno dal mio Tito Livio Frulovisi – e non chiedetemi chi è, vi
prego. Prometto che, finita la sessione invernale, passerò i miei
giorni e le mie notti a leggere, eh. Un abbraccio a tutti, M.
Tutto
quel che vediamo o quel che sembriamo, non è che un sognodentro al
sogno. - Edgar Allan Poe
Titolo:
Doctor Sleep
Autore:
Stephen King
Editore:
Sperling & Kupfer
Numero
di pagine: 517
Prezzo:
€ 19,90
Sinossi:
Perseguitato
dalle visioni provocate dallo shining, la luccicanza, il dono
maledetto con il quale è nato, e dai fantasmi dei vecchi ospiti
dell'Overlook Hotel dove ha trascorso un terribile inverno da
bambino, Dan ha continuato a vagabondare per decenni. Una disperata
vita on the road per liberarsi da un'eredità paterna fatta di
alcolismo, violenza e depressione. Oggi, finalmente, è riuscito a
mettere radici in una piccola città del New Hampshire, dove ha
trovato un gruppo di amici in grado di aiutarlo e un lavoro
nell'ospizio in cui quel che resta della sua luccicanza regala agli
anziani pazienti l'indispensabile conforto finale. Aiutato da un
gatto capace di prevedere il futuro, Torrance diventa Doctor Sleep,
il Dottor Sonno. Poi Dan incontra l'evanescente Abra Stone, il cui
incredibile dono, la luccicanza più abbagliante di tutti i tempi,
riporta in vita i demoni di Dan e lo spinge a ingaggiare una poderosa
battaglia per salvare l'esistenza e l'anima della ragazzina. Sulle
superstrade d'America, infatti, i membri del Vero Nodo viaggiano in
cerca di cibo. Hanno un aspetto inoffensivo: non più giovani,
indossano abiti dimessi e sono perennemente in viaggio sui loro
camper scassati. Ma come intuisce Dan Torrance, e come imparerà
presto a sue spese la piccola Abra, si tratta in realtà di esseri
quasi immortali che si nutrono proprio del calore dello shining.
La recensione
“Era
buono, ma anche cattivo, e gli volevo bene per quel che era. Che dio
mi perdoni, gliene voglio ancora. Succede alla maggior parte dei
bambini. Ami i tuoi genitori e incroci le dita. Che scelta hai?”.
Si sa. Si sa che, almeno una volta all'anno, ho bisogno di lui: ci
penso, come un alcolizzato fa con la bottiglia, nei suoi momenti
d'oblio più neri. In realtà, lui mi aiuta nell'impresa
diametralmente opposta: disintossicarmi. Mi racconta brutte storie in
maniera meravigliosa. Cosa che nessuno fa. Perché lui è artefice di
cose che nessuno fa. E' il miglior narratore che ci sia. Narratore
- figura, quest'ultima, che, al pari dell'artigiano o del ciabattino,
non esiste più, o quasi. Sono specie in via di estinzione. Maghi in
incognito. Prestigiatori che, dal cappello a cilindro, tirano fuori,
a colpo sicuro, capolavori su capolavori. Mangiano cibo salutare,
respirano aria buona, si circondano di bella gente, hanno piccoli
cottage come ufficio. Magari, tutti lì, nel Maine. Lui è il Re e io
sono un suo fedele suddito: lo venero. A volte, in sua presenza,
posso semplicemente perdere la mia oggettività: risaputo anche
quello, no? Si sapeva, allora, che Doctor
Sleep mi sarebbe piaciuto. Stephen King crea misteri,
infatti, ma i suoi libri non fanno altrettanto. Si leggono così,
amandoli senza mistero alcuno e senza capacità momentanea di
raziocinio. Alla fine prevale il ricordo, nel mio caso, almeno, di
ciò che ha rappresentato e - sovrana incontrastata - regna la più
pura ammirazione. Qualcosa che assomiglia vagamente alla felicità, a
una pace senza pace. Cosa strana... ma io sono strano, quindi
c'è una certa coerenza di fondo. Quando leggo qualcosa di suo, non
smetto mai di pensare a quel piccolo lettore che, un decennio fa,
muoveva i suoi primi e cauti passi in un'immensa libreria piena delle
sue immense storie. I libri stupidi li leggo adesso: da bambino, mi
trattavo bene. Andavo a casa della migliore amica di mio fratello e
sua madre, con un tascabile in una mano e una sigaretta nell'altra,
mi proponeva sempre il meglio: solo Stephen King, passando – giusto
ogni tanto – per il primo Dean Koontz. Spiando dal basso ripiani
che nemmeno riuscivo a raggiungere, curiosavo, senza meta e fretta,
tra dorsi rilegati che mi parlavano di macchine infernali, cimiteri
viventi e sguardi che uccidono facendo furore, fuoco e fiamme. E'
stato allora, in quel salotto pieno di carta e di fumo, in quella
vita, che ho letto Shining. La legittima proprietaria mi aveva
avvertito: quella volta, l'amante dei lieto fine che era in me, non
sarebbe stato accontentato. Chissà a quel bambino come sarebbe
parso, allora, questo Doctor Sleep? Ho pensato questo,
leggendolo, e mi sono detto che quel bambino che, da qualche parte,
vive ancora in me l'avrebbe apprezzato, molto. Più o meno, ho fatto
altrettanto anch'io. Il precedente, Joyland, era
un'opera piccola con una grande maturità. Questa volta, stranamente,
siamo al cospetto di un'opera grande sicuramente di più, ma dal
retrogusto più acerbo. Una specie di scritto di gioventù. Di quelli
dell'epoca d'ora, dell'Atlantide perduta, dell'El Dorado leggendaria,
in cui Stephen si divertiva ancora a giocare coi mostri, il
soprannaturale, il trenino degli orrori. Il meno
è perché, per quanto mi sia piaciuto, c'è un non so che di
anacronistico: si sente che Doctor Sleep
è arrivato tardi, seppure non troppo, alla “splendida festa di
morte” iniziata ormai un trentennio fa. Un King anziano che scrive
una storia nelle corde del King giovane. Una lotta contro il tempo,
un viaggio nel tempo, i cui round e le cui tappe sono scandite in
maniera leggermente più studiata e macchinosa del solito. Si guarda
il cielo – ora ci sono le foglie d'autunno, ora la neve, ora la
cenere di una catastrofe – e si ci affida, a volte, a qualche eroe
per caso, a un deux ex machina sceso dall'alto che tiri le redini, a
un colpo di fortuna. Sempre che la sorte, cieca, riesca a trovarci,
in un'America che ha mille insidie e mille volti. Sempre che la sorte
esista, concreta come esistono, invece, i nostri mostri.
Qualche
difetto c'è, ma il lettore finisce per limare di suo anche quello
che non va. Il lettore, io. Arrivo ai ringraziamenti finali, vedo il
profilo della persona che si nasconde dentro e dietro tutto questo e
perdono il poco che c'è da perdonare. Perché, in questo 2014 appena
iniziato, con ogni probabilità, Doctor Sleep rimarrà
una delle storie meglio narrate in assoluto, anche se non
necessariamente uno dei romanzi migliori. Vedo, infatti, che, nelle
ultime righe, parla dei figli di cui va orgoglioso, dell'amata moglie
Tabitha, degli amici di sempre e, oltre che a un grande scrittore,
penso a un uomo che ha vissuto una grande vita: uno di quei nonnetti
burberi, ma segretamente teneri, che, come passatempo, sfogliano
album di ricordi sul viale del tramonto. Io ho sfogliato un po' i
miei, lui ha sfogliato i suoi. Doctor Sleep è
una di quelle storie che parlano al passato: a quello di King, a
quello di chi gli è sinceramente affezionato. Una foto ingiallita
sfuggita dal mazzo. Lui è diventato un tenerone, io sono diventato
un tenerone. Lo siamo diventati entrambi. Perciò, aspettatevi una
storia di indicibile violenza e inclassificabile dolcezza: una storia
sull'infanzia, le eredità e altri demoni. Quella del piccolo
Torrance, d'infanzia, l'abbiamo conosciuta in Shining.
Kubrick o King, film o libro, cambia poco: il primo finisce nel gelo,
il secondo nel fuoco di una caldaia esplosa, ma per Danny non c'è
pace comunque.
Sopravvivere è una cosa, vivere ne è un'altra. Come
può farlo, lui che ha visto il padre impazzire, l'Overlook bruciare
fino alle fondamenta, la madre spegnersi fino a sparire, in nugolo di
mosche in volo sul cattivo odore di antichi incubi e rinnovati
deliri. Non può, ma l'alcol aiuta: fare a botte, andare a letto con
totali sconosciute, tirarsi giù dal letto e aggrapparsi alla tazza
del water – per vomitare, vomitare e vomitare, fino a perdere
l'anima – aiuta a non sentire le cose che il buio gli sussurra. Era
il segreto di Jack Torrance, e certe cose si tramandano nel sangue. I
primi capitoli hanno un elevato tasso alcolemico nell'inchiostro;
creano un disorientamento che è una piacevole ebbrezza. Ad ogni
pagina, non sai esattamente dove ti troverai. Con chi, con cosa. E in
che anno. Danny diventa Dan, in un altro Stato nasce Abra. Il primo,
ormai adulto, è un uomo che tardi ha imparato a confessare agli
altri le sue debolezze: gli Alcolisti Anonimi l'hanno condotto in
salvo. L'altra, invece, ha imparato a pensare nella testa di Dan
ancor prima di parlare: bambina silenziosissima, prima di svegliarsi
in lacrime nel cuore della notte, con il peso di un presentimento
che, neonata, non può condividere a parole con gli affettuosi
genitori e una curiosa bisnonna d'origini italiane. Ha pianto nella
sua culla, ha urlato con tutta la furia contenuta nei suoi minuscoli
polmoni, ma l'impossibile è avvenuto lo stesso. I due giganti sono
crollati fragorosamente e, solo allora, lei ha smesso. L'undici
settembre, Abra mostra al mondo la sua straordinaria luccicanza e
Dan capisce che se lui è una torcia, quella piccolina è un
dannatissimo faro umano. I tempi sono molto dilatati: da un capitolo
all'altro, possono passare mesi, addirittura anni.
Stephen King sa
essere piuttosto prolissimo – e a me piace proprio così, con le
sue parole splendidamente di troppo – ma non questa volta:
l'utilizzo di impeccabili ellissi narrative, gestite con la più
totale padronanza e naturalezza, ha reso le generazioni fluide come
stagioni, gli anni corti sospiri, il passato una terra (non)
straniera, la lettura delle più
scorrevoli mai intraprese. Finché Abra e Dan s'incontrano, seduti
sulla panchina del parco, all'uscita della biblioteca comunale:
vicini, ma non troppo. Una ragazzina e un uomo adulto: sapete com'è,
se ne sentono tante, in giro... Comunicano mentale, comunicano tanto.
Tra di loro, ma, soprattutto, a quel lettore che, con interesse,
apprensione e sentimento, segue il pericoloso apprendistato di Abra e
la coraggiosa espiazione di Dan. Una panchina in un parco, una sedia
al capezzale di un malato: Dan come il Dottor Sonno. Tra i piedi, il
misterioso Azrael: un gattone grigio, che non a caso porta il nome
dell'angelo della morte, con un terrificante sesto senso e tanto di
non detto che meriterebbe, per me, di essere raccontato in una
novella a sé, un giorno. Quella Abra, che non abbandona mai il suo
peluche e che con il potere della mente attacca le posate al soffitto, è
la sorella segreta di Carrie White e Charlie McGee, in compagnia del
migliore amico che loro, sfortunate, non hanno mai avuto.
Delicatissima e potente, non completamente originale ma sempre
convincente - nonché ultima nata in una lunga tradizione letteraria
di dodicenni armate di poteri prodigiosi - , dialoga metaforicamente
con quelle famose sorelle di sangue che hanno vissuto in altri
romanzi e, esperta, guida il protagonista in una caccia al tesoro
lungo il perimetro di una fabbrica in rovina. Lungo il bordo della
paura. I loro nemici hanno grotteschi nomi da pirata e, con i loro
caravan, solcano le autostrade americane come fossero tutte parte di
un mare immenso.
Bevono grida, assaporano luce, mangiano bambini:
sono Scilla e Cariddi, Capitan Uncino. Il Nodo Vero. Rose, il loro
carismatico leader, ha la sensualità, gli amanti e gli anni di una
millenaria vampira, il linguaggio colorito di un incensurato pirata,
un cappello a cilindro che sfida la forza di gravità. Eccessiva,
energica, focosa, ha le forme e i tratti pulp di una
fanciulla di un B-Movie alla
Grindhouse. I suoi
complici sono al di sopra di ogni sospetto. Vedendoli, infatti,
penseresti a un paio di tranquilli e noiosi pensionati, con l'hobby
per la caccia all'uomo. Pensionati, o in attesa del pensionamento,
anche molti compagni d'avventura di Abra e Dan: un "gerontofilo" come
me può forse non averli adorati? Billy Freeman, il dottor John
Dalton, Concetta… luccicano, tutti quanti, come, nel primo volume,
faceva il saggio e lungimirante Dick Halloran. Dopo tanti anni,
Doctor Sleep è un secondo capito che non aspettavamo, non un sequel in piena regola. Molti personaggi sono diversi e le
intenzioni sono diverse, proprio come i toni adoperati. King ritorna
all'Overlook, esaminando quello che ne resta. Brutti ricordi,
fantasmi evanescenti, medagliette testimoni di una vita senza più
dipendenza. Ha imparato più agli Alcolisti Anonimi che ai club
letterari, lui: la vita è bastarda, ma insegna. Annota, perciò,
momenti di pura condivisione – ricorda con una risata, per esempio,
quella volta in cui un uomo vomitò su un poliziotto o, con un
brivido, l'altra in cui una mamma perse l'affidamento dei suoi stessi
figli per colpa della bottiglia – e seziona la mente umana come
fosse una biblioteca che i fumi dell'alcol hanno messo in disordine.
Psicoanalisi spiccia, ma sensibilità e buonsenso a palate: cose
dettate dall'età, insegnamenti suggeriti dall'esperienza. Dopo una
vita di stragi efferate, con il tono mesto ed evocativo dei grandi
addii, Stephen King si concede quel pizzico di bontà che non guasta.
Meno cattivo, ma sempre in forma smagliante, torna in libreria per
provarci – se mai ce ne fosse stato bisogno – che non ha perso il
tocco e lo smalto. Doctor Sleep è
un'altra storia. Di Shining,
da bambino, ho avuto paura. In questo caso, la paura provata era di
un altro tipo: paura di andare avanti, di portarlo a termine. Di
trovarmi a leggere un epilogo così emozionante, così bello, così
definitivo. Paura di vedere svanire la luccicanza in Dan e di veder
balenare, per una volta, un tremulo lucchichio nei miei occhi, mai stanchi di cotanta
maestria.